Le risposte di Terzi


Il 18 giugno avevo pubblicato alcune domande di Giulio Terzi sulla geopolitica internazionale. Due giorni dopo ha pubblicato le sue risposte:

«Come promesso, dopo il dibattito del post 1 di qualche giorno fa, eccovi il mio pensiero e le mie giulio-terzi-di-santagatarisposte su questo tema che ci riguarda tutti da vicino… Stati Uniti ed UE sono parsi in affanno in un 2014 che sembra aver riportato le rivalità geopolitiche al centro delle relazioni internazionali. Gli occidentali ritenevano “tramontata” la stagione dei confronti territoriali, dell’uso della forza, degli “zero sum games”: multilateralismo e governance globale erano diventati il “playfield” del post-Guerra Fredda, e la speranza che fosse tramontata la “vecchia geopolitica” si alimentava – come ha scritto recentemente Walter Russel Mead – con il trionfo dell’approccio liberale rispetto al comunismo. L’ambito del confronto sembrava evolvere dalla “contrapposizione ideologica” est/ovest verso l’universale accettazione della democrazia, e dalla minaccia dell’uso della forza verso l’applicazione del “diritto internazionale”. Ora dobbiamo invece fare i conti con un “hard power” accresciutosi esponenzialmente da parte di “Potenze revisioniste” che non si sono mai completamente adattate agli equilibri usciti dal post Guerra Fredda e che ora cercano di cogliere tutte le occasioni per modificarli anche con la forza. Il mondo è ripiombato brutalmente nella paura già con l’11 settembre: la guerra al terrorismo e all'”Axis of Evils” della Presidenza Bush si è declinata nelle operazioni in Afghanistan e in Iraq, intervenendo – a torto o a ragione – senza timidezze nell’utilizzo della forza. Obama ha poi tentato una netta sterzata, con un rilancio poggiato su un’agenda assai ambiziosa: a) blocco dell’armamento nucleare iraniano; b) soluzione del conflitto Israelo Palestinese; c) lotta ai cambiamenti climatici; d) accordi di Partenariato strategico con i Paesi più vicini all’America nel Pacifico e con l’Unione Europea; e) “reset” del rapporto con Mosca, concordando ulteriori riduzioni degli arsenali strategici; f) radicale cambio di marcia nei rapporti con il mondo Islamico; g) promozione a tutto campo dei diritti umani, con particolare riferimento a diritti degli omosessuali; h) ristabilimento di un clima di completa fiducia – dopo le crepe verificatesi per l’intervento in Iraq – tra Americani e Europei; i) fine della presenza militare in Iraq e Afghanistan; l) contenimento della spesa militare.
Il “decalogo” Obamiano corrisponde “interamente” anche alle aspettative europee, ed è in astratto pienamente condivisibile, ma gli strumenti di cui l’Occidente vuole e può avvalersi bastano ad esempio a stabilizzare l’Ucraina? E a fermare i conflitti settari in Medio Oriente? E a ottenere che Cina, Giappone, Filippine, Vietnam risolvano le loro controversie attraverso l’arbitrato e non con la forza…? Esiste fra Cina, Russia e Iran un interesse comune di portata strategica che non sia soltanto quello di erosioni opportunistiche e tattiche di singole posizioni dell’Occidente? La Russia teme un eccessivo potere regionale cinese; Russia e Iran hanno l’esigenza di prezzi alti dell’energia, la Cina esattamente il contrario; l’instabilità in Medio Oriente, utile all’Iran, è pericolosa per la Cina e per la Russia; ma l’Iran ha ottenuto un insperabile rilancio del mondo sciita dall’invasione dell’Iraq, e se ne avvale a piene mani in Siria e in Libano, mettendo sotto pressione l’ampia maggioranza sunnita in tutto il Medio Oriente… Quindi: l’Occidente deve avere un approccio realista e pragmatico di breve periodo, oppure imperniato sulla sicurezza cooperativa e sull’affermazione planetaria dei diritti umani e delle libertà fondamentali…?
Io credo possa esistere un “bland” di questi fattori, un giusto mix di tutti questi elementi, che vanno a costituire “il perimetro” entro il quale deve muoversi l’Occidente … Se consideriamo tre dimensioni essenziali, quella economica, quella militare e quella scientifico-culturale, dovremmo esser portati a ritenere che il XXI sarà il Secolo della “leadership mondiale condivisa ” tra l’Occidente/Area Atlantica e l’Asia, con queste precisazioni:
1) analizzati alla lente della geopolitica, gli equilibri – o squilibri – globali non potranno che essere di tipo “bipolare”, con due “masse”, quella Euroatlantica da un lato e quella Cinese dall’altro, contrapposte nella definizione dei rispettivi interessi economici, territoriali e di sicurezza;
2) si tratterà ovviamente di un bipolarismo imperfetto, dato che con queste due “masse” dominanti continueranno a interagire attori “per nulla secondari” come Russia, India, Brasile e l’Islam nelle sue diverse e complesse configurazioni;
3) se i dati del Prodotto Interno Lordo mostrano una tendenza occidentale in progressivo ridimensionamento, ve ne sono altri legati allo sviluppo umano, all’innovazione tecnologica e alla scienza che fanno prevedere una tenuta di competitività del “modello occidentale”;
4) sono convinto che le armi debbano restare l‘extrema ratio nella gestione di qualunque controversia, ma capacità militari e “soft power” continueranno a vedere l’Occidente in vantaggio anche nel lungo periodo, e questo non solo perché il bilancio per la Difesa dell’area Atlantica è superiore al totale degli altri principali Paesi, ma soprattutto perché la capacità di aggregazione dell’occidente è – per la natura stessa degli interessi di sicurezza che difende – infinitamente superiore a quella dei principali “competitors”: gli USA ad esempio sono parte di un sistema di alleanze che li lega a una sessantina di Paesi, la Cina a uno solamente (la Corea del Nord); l’Iran alla Siria e all’Iraq; la Russia a otto paesi…;
5) le potenzialità dell’Occidente dal punto di vista valoriale si rivelano così straordinarie da travalicare ampiamente i confini americani ed europei. Pensiamo all’esigenza, avvertita dalla generalità dei Paesi membri ONU, di esser considerati “Stati di diritto”, di essere visti come vere democrazie, di esser considerati rispettosi dei Diritti Umani e delle libertà fondamentali, anche per “poter così attrarre e garantire investimenti stranieri”… Questi principi sono radicati in una rete densissima di Trattati, rientrano tra le condizioni poste dall’Unione Europea agli accordi di collaborazione e partenariato con Paesi terzi, e sono tutti patrimonio dell’Occidente!
Allora, dinanzi alle “sei sfide” che ho ricordato nel precedente Post di qualche giorno fa, il rafforzamento della leadership dell’Occidente dovrà quindi basarsi su una ritrovata volontà ad agire per:
– combattere i cambiamenti climatici, perché sono state adottate misure che segnano il percorso, ma c’è moltissimo ancora da fare;
– adottare regole di controllo per i mercati finanziari e misure fiscali che assicurino una più equa ripartizione della crescita e dei redditi tra le diverse fasce di popolazione;
– contrastare con vigore la corruzione, la criminalità economica e quella organizzata;
– integrare pienamente l’economia Euroatlantica in un sistema di regole condivise.
– uscire dal sogno a occhi aperti che si possa continuare a pensare al “dividendo della pace” fine a se stesso, perché gli strumenti di Difesa devono essere rapportati all’entità delle crisi in atto e a quelle possibili, e l’intero apparato di Difesa europeo va seriamente adeguato, integrato e ammodernato.
– far diventare una realtà la “politica estera europea”. Le lezioni apprese con la tragedia siriana, con il suo ampliarsi all’intero teatro iracheno, e le distruzioni, le catastrofi umanitarie e migratorie che ne sono derivate, tutti fattori ad alto impatto sui nostri Paesi, dimostrano come l’Occidente debba assumersi ben maggiori responsabilità, con tempestività di iniziativa, con impiego di risorse, con volontà politica assai diversa da quanto non sia avvenuto negli ultimi tre anni.
Moltissimo della risoluzione di queste complesse problematiche è affidato alla Diplomazia, e al suo “coraggio di esprimere e sostenere la cultura politica dell’Occidente” e i valori di libertà e di tolleranza che le sono propri. Non sempre la nostra Sovranità è stata tutelata com’era nostro precipuo dovere fare, e non sempre la diplomazia italiana ed europea si è mostrata attiva e coraggiosa nella tutela dei diritti umani, nel difendere le minoranze religiose, nell’influire con decisione nei processi di transizione verso la democrazia e lo Stato di Diritto di paesi in via di sviluppo. Ci sono cambiamenti importanti di mentalità, di metodi, di strumenti operativi e di formazione – basti pensare all’utilizzo dei social media – che sono necessari per i diplomatici di questa e della prossima generazione. La competizione indiscriminata e le sfide planetarie nelle quali siamo immersi non ci permettono di attendere nell’angolo, di evitare il confronto intellettuale, o di lasciare i problemi nel cassetto nella speranza che diventino…meno urgenti!»

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