Pubblicato in: Etica, Filosofia e teologia, Società

I nuovi cinici

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C’è un cinismo che mi spaventa. E’ quello reale. Mostrarsi cinici (in modo superficiale) è una delle tendenze più diffuse di internet, soprattutto dei social network; tanto che molte persone sentono il bisogno di smarcarsi dalla “moda”: “Guarda che lo dico sul serio, la penso realmente così”. Se questo corrisponde a realtà, questo mi spaventa. In “Denti bianchi” Zadie Smith scrive: “In sé il dolore è solo Dolore. Ma Dolore + Lontananza può essere = Intrattenimento, voyeurismo, interesse umano, cinéma verité, una bella risatina di pancia, un sorriso pietoso, un sopracciglio inarcato, un disprezzo contenuto”. Ecco, fra cinismo e disprezzo, trovo che il confine sia molto labile, troppo.

Pubblicato in: Etica, Letteratura, Società

Aspettative d’estate

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Forse per questo motivo c’era quella elettricità, quella strana tentazione carica di aspettativa nei pomeriggi di maggio in bilico fra la scuola e i misteri dell’estate” (G. Carofiglio, “Testimone inconsapevole”).

A fine maggio, inizio giugno, gli studenti entrano in agitazione, in fibrillazione: le vacanze sono alle porte. Si fanno gli ultimi sforzi per salvare l’anno, per evitare scomodi esami di fine agosto, per sistemare la media, per arrivare a una borsa di studio… il tutto con la prospettiva dell’estate. A volte chiedo loro cosa si aspettano da questo periodo e cosa hanno intenzione di fare per soddisfare tale aspettativa. Ecco, voglio rinnovare la domanda, senza voler sapere la risposta qui. Come sta andando questa estate? Rispecchia le attese? Trovo triste leggere tweet come “mi annoio”, “non ho niente da fare”, “che monotonia”, “che palle questa estate vuota”: sono tweet da pensionati depressi!!! Pubblico la foto del porto di Livorno che ho scattato la mattina del 7 luglio in partenza per Bastia. E’ un invito: ad accendere i motori, a spiegare le vele, a salpare. Le aspettative chiedono di essere soddisfatte: animo!

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Sguardo sull’Iraq

Un articolo molto interessante di Massimo Campanini su Reset. Buona parte dell’articolo è dedicata a una ricostruzione storica del califfato, necessaria per capire lo sguardo gettato dall’orientalista sull’Iraq.

L’Iraq come stato unitario ormai non esiste più. Il Nord curdo è incamminato verso un’autonomia sempre più ampia che prima o poi si trasformerà in indipendenza esplicita; il Sud sciita finirà per gravitare sempre più accentuatamente verso l’Iran; il centro sunnita ospita il neonato sedicente “califfato” proclamato dall’ISIS, l’organizzazione jihadista-qaidista che mira a una riscrittura del quadro politico del Levante. Un altrimenti poco noto personaggio, Abu Bakr al-Baghdadi, si è proclamato “califfo” di questo preteso nuovo stato sunnita.
al baghdadiIl termine “califfo” (khalifa) significa letteralmente “vicario” o “sostituto”. È utilizzato due volte nel Corano, la prima in riferimento ad Adamo (Q. 2:30), la seconda in riferimento a Davide (Q. 38:26). In entrambi i casi si parla dei due patriarchi come dei “vicari” di Dio sulla Terra, soprattutto per quanto attiene Adamo, padre del genere umano; in nessuno dei due casi tuttavia l’intento è esplicitamente politico. Il termine califfo ha assunto una valenza politica quando si è trattato di sostituire il Profeta defunto nelle sue funzioni di capo della comunità musulmana (le funzioni religiose di messaggero divino erano evidentemente morte con lui).
Il califfato evoca non solo l’epoca d’oro dell’Islam, quando questa civiltà era in rapida espansione e diffondeva una fulgida luce civile e di pensiero, ma evoca soprattutto l’unità della Comunità musulmana (umma), il privilegio di essere stata scelta e guidata da Dio. Si tratta di un vero e proprio mito, di cui il califfato è stato tradizionalmente il simbolo. Soprattutto il tempo dei primi quattro successori del Profeta Muhammad (morto nel 632), cioè Abu Bakr (r. 632-634), ‘Umar (r. 634-644), ‘Uthman (r. 644-656) e ‘Ali (r. 656-661), i cosiddetti “califfi ben guidati” (khulafa’ rashidun), è considerato dai sunniti come il tempo ineguagliabile della grandezza e della perfezione dell’Islam, per cui cercare di riprodurlo ha il senso di riprodurre le circostanze eccezionali del prevalere dell’Islam come religione, come sistema politico e come cultura. Vero è che le dinastie succedutesi dopo i “califfi ben guidati”, cioè gli Omayyadi di Damasco (r. 661-750) e gli Abbasidi di Baghdad (r. 750-1258), hanno rappresentato un arretramento dell’ideale e hanno vissuto una progressiva decadenza. Ma la mitologia del califfato è sopravvissuta alle tempeste della storia.
Tuttavia, dal punto di vista del pensiero politico, la teorizzazione del califfato è avvenuta tardivamente rispetto all’evolversi dell’istituzione. I due autori che hanno costituito le pietre miliari, insieme ad altri pensatori che non è il caso di ricordare qui, sono Ibn Hanbal (m. 855) e al-Mawardi (m. 1058). Il primo è il teorizzatore o forse meglio il sistematizzatore dell’utopia retrospettiva dell’eccellenza e della precedenza. Secondo questa concezione utopica, l’epoca dei califfi ben guidati è stata appunto quella della perfezione dell’Islam, il modello cui rivolgersi per costruire il futuro della politica; e inoltre i califfi ben guidati si sono succeduti in ordine di eccellenza e di perfezione morale, per cui Abu Bakr era migliore di ‘Umar e così via (questa idea è respinta dagli sciiti secondo i quali il migliore era ‘Ali ed ‘Ali avrebbe dovuto diventare califfo del Profeta immediatamente dopo la morte di Muhammad).
Dal canto suo, al-Mawardi è stato il primo sistematico teorizzatore della dottrina del califfato sunnita nel celebre Al-Ahkam al-Sultaniyya (Le istituzioni del potere). Le dottrine di al-Mawardi rappresentano tuttora la più compiuta delineazione della teoria e si fondano sui seguenti capisaldi: 1) il califfo deve essere maschio, libero, pubere, sano di corpo e di mente; 2) deve essere qurayshita cioè appartenere alla tribù del Profeta Muhammad; 3) deve essere dotto in scienze religiose, deve insomma essere un ‘ulema, in grado di emettere pareri giuridici e religiosi; 4) deve saper guidare gli eserciti in battaglia; 5) deve essere eletto per libera scelta della comunità (ikhtiyar) attraverso i suoi rappresentanti che sono poi gli stessi ‘ulema.
In età contemporanea la teorizzazione del califfato è stata ripresa e rinnovata dal siro-egiziano Rashid Rida (1865-1935) che nel 1922 ha pubblicato il Califfato o imamato supremo (Al-Khilafa aw al-imama al-‘uzmà). Il libro anticipava di poco l’abolizione del califfato ottomano, l’ultimo sopravvissuto nel mondo islamico, da parte di Mustafa Kemal Ataturk. Rida recuperava alcuni princìpi classici, come l’origine qurayshita del califfo e la sua expertise in scienze religiose, ma li inseriva nell’orizzonte di una profonda trasformazione del pensiero politico islamista in reazione alla modernità. Dopo Rida, la rivendicazione del califfato è diventata un leit-motiv delle organizzazioni di islamismo politico, a partire dai Fratelli Musulmani, nati in Egitto nel 1928 per opera di Hasan al-Banna (1906-1949). In ogni caso, si è trattato sempre di una rivendicazione universalista, trans-nazionale, che mirava a una composizione pacifica delle variegate anime del mondo islamico.
Questa necessaria ricostruzione storica dimostra in maniera evidente che le pretese al califfato del jihadista Abu Bakr al-Baghdadi sono largamente illegittime e infondate. Non solo non è né qurayshita né un ‘ulema, non solo non è stato eletto dalla libera scelta della comunità ricevendo l’approvazione e il giuramento di fedeltà (bayʻa) del popolo, ma soprattutto il suo obiettivo non è il ricompattamento universalistico della umma, ma la sua lacerazione settaria. I jihadisti contemporanei, infatti, aspirano a scatenare una fitna interna alla comunità, un “dissenso” o meglio “discordia”, che consenta loro di fare piazza pulita dei loro nemici, di imporre la loro visione integralista dell’Islam, di condannare come peccatori e anti-musulmani tutti coloro che non ne condividono le idee.
Da questo punto di vista è ovvio che la maggioranza dell’opinione pubblica sunnita, così come – e questo è più importante – la maggioranza degli ‘ulema sunniti, guardi con sospetto, o addirittura con aperta ostilità, alle pretese di Abu Bakr al-Baghdadi e dell’ISIS. D’altro canto, è altrettanto ovvio che i jihadisti cerchino di reprimere e di conculcare i diritti (delle donne), i cosiddetti falsi musulmani (tutti quelli che non la pensano come loro), le minoranze (gli sciiti – la questione dei cristiani, sebbene mediatica, è marginale nel contesto locale). La fitna, la discordia e il caos che le organizzazioni jihadiste progettano di diffondere nel Levante, si pone un passo avanti della strategia dello scomparso Bin Laden. Il suo jihadismo pretendeva di unire sotto la bandiera del Profeta tutti i sinceri musulmani nemici dell’Occidente sia pure attraverso il terrorismo. La strategia dell’ISIS è di gettare il Levante nel caos per destabilizzare gli stati e le monarchie e così favorire una presa del potere violenta a prescindere dal consenso comunitario.”

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Che avesse ragione Ali Shari’ati?

Scrive Giulio Albanese su Avvenire di oggi:

In alcuni Paesi del mondo islamico l’estremismo religioso sta assumendo una connotazione fortemente esclusiva, repressiva e violenta. I fatti di cronaca sono sotto gli occhi di tutti: dal rapimento di centinaia di ragazze, perpetrato dai famigerati ribelli Boko Haram in Nigeria alle aberranti malefatte del neonato Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis) che ha confiscato case e beni dei cristiani di Mosul, costringendoli all’esilio. Per non parlare del caso di Meriam Yehya Ibrahim, la cristiana condannata a morte per impiccagione in Sudan con l’accusa di apostasia, poi prosciolta ma che di fatto non ha ancora potuto lasciare il Paese.
Di fronte a questa ondata di fondamentalismo, non v’è dubbio che il consesso delle nazioni dovrebbe interrogarsi sul perché di una flagrante violazione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata il 10 dicembre 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. D’altronde, non è un caso se allora furono pochissimi i Paesi a maggioranza musulmana che parteciparono all’elaborazione e alla firma di tale dichiarazione. Molti entrarono nell’Onu successivamente e diedero un’adesione solo di principio alla Dichiarazione stessa, senza ratificare e firmare l’insieme degli accordi e dei protocolli.
Nell’ultimo trentennio, alcuni organismi islamici – Avvenire ne ha scritto a più riprese – hanno formulato specifiche dichiarazioni che si rifanno alla visione occidentale, pur mantenendo nella loro essenza un approccio teocratico. Il problema di fondo è che nel mondo musulmano la concezione dei diritti umani è fortemente condizionata dalla propria specifica identità culturale e religiosa. Basta leggere la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo nell’islam adottata nel 1981 dal Consiglio islamico d’Europa, come anche la Dichiarazione del Cairo del 1990 elaborata dall’Oci (Organizzazione della Conferenza islamica) per rendersi conto del forte influsso della componente teologica e del costante richiamo al dettato della sharia. Solo nella Carta araba dei diritti dell’uomo del 1994 è possibile individuare un’impronta giuridica in qualche modo più laica, attribuibile alla necessità di allinearsi, sul piano formale, agli standard internazionali dei diritti umani. Prendendo in esame queste Carte islamiche sorge, però, qualche dubbio sul fatto che esse possano essere considerate, dal punto di vista giuridico, veri documenti di codificazione finalizzati al rispetto dei diritti umani. Nella maggior parte dei casi, infatti, si tratta di Carte con una forte connotazione declamatoria che non prevedono, ad esempio, l’istituzione di meccanismi di controllo effettivo sull’operato dei singoli Stati.
Ali-Shariati-2È possibile allora ricondurre alla ragionevolezza l’islam integralista? Circa una cinquantina di anni fa, il padre del riformismo islamico iraniano, Ali Shari’ati, affermava che l’islam contemporaneo è nel suo XIII-XIV secolo; e se facciamo un raffronto con la storia europea, cioè con il XIII-XIV secolo, scopriremo che il Vecchio Continente doveva ancora vedere la riforma protestante e la riforma cattolica. Secondo Shari’ati, per superare il Medio Evo islamico (sebbene il Medio Evo cristiano non sia stato un’epoca buia), i musulmani non possono pensare di saltare a pie’ pari cinque, sei secoli, arrivando di colpo alla cultura moderna. «Dobbiamo riformare l’islam – scriveva l’intellettuale iraniano – rendendolo il volano di liberazione delle nostre società ancora ferme a una dimensione sociale tribale, cioè al Medio Evo dell’Oriente, mentre oggi è lo strumento usato dai reazionari per evitare il progresso e lo sviluppo sociale».
Le parole e la vita di Shari’ati, morto ufficialmente per arresto cardiaco in Inghilterra nel giugno del 1977 (anche se sono in molti a ritenere che sia stato eliminato dalla polizia segreta dello Scià) indicano chiaramente il percorso che occorre seguire. In questi anni, i Paesi Occidentali hanno fatto poco o niente per aiutare la società civile musulmana a uscire dall’immobilismo e sostenere politicamente e finanziariamente l’intelligentia islamica moderata. Una sfida che, visti i tempi, non può essere disattesa.”

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Consolazione

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Ben ritrovati! Riprendo l’aggiornamento del blog dopo un periodo di pausa, tranquillità e pace coincidente con le ferie di mia moglie. Il primo post lo dedico a una foto che ho scattato domenica. Michele, il figlio di una coppia di cari amici, è appena scivolato e sta piangendo per lo spavento. Piano piano si avvicina Mou che inizia a leccargli dolcemente le manine. Quando un bimbo piange non per puro capriccio, fa un singhiozzo molto lungo e finisce in una specie di apnea e sembra non respirare, prima di immettere nei propri polmoni una grande boccata di aria e lanciarsi in un grido di disperazione. In ebraico i termini consolare-consolazione giungono dalla radice nhm, respirare profondamente, gemere, “far respirare”, far tirare il fiato. La vicinanza, la condivisione, anche muta, ma presente, l’essere accanto, il prendersi cura, il dire “sono qui”. Ne abbiamo bisogno tutti. E conoscendone il bisogno, sono chiamato a farlo per l’altro.

Pubblicato in: blog life

Pausetta…

alba

Come ogni anno mi prendo una pausetta dal blog. Sarà un tempo di relax, coccole, letture, natura, relazioni… A presto