La passione della terra

Fusine_0045 fbRingrazio un mio studente per aver segnalato questo articolo di Vito Mancuso, comparso ieri su La Repubblica. Vi sono molte delle idee contenute anche nel libro “Il principio passione”.

“La nostra civiltà è malata, è in corso una via crucis del pianeta davanti ai nostri occhi distratti. L’aria delle nostre città, i nostri mari ormai quasi privi di pesci, l’acqua, le foreste, gli oceani, sono vittime di un’ideologia rapace e utilitaristica che considera la natura solo come un’inanimata risorsa da sfruttare e che alimenta la fiorente industria della fiction per la finzione necessaria a sedare le coscienze. I rifiuti prodotti dagli oltre 7 miliardi di esseri umani sono ormai superiori alle possibilità di smaltimento, e per alcuni di essi come le scorie nucleari lo smaltimento è praticamente impossibile. Che cosa avverrà quando nel 2025 la popolazione sarà di 8,1 miliardi? E quando nel 2050 giungerà a 9,6 miliardi? Una nuova guerra mondiale? Una serie permanente di inarrestabili conflitti locali?

Barbara Spinelli l’altro giorno ricordava Hans Jonas e la sua nuova formulazione dell’imperativo etico in senso ecologico. In un’intervista del 1992 a “Der Spiegel” Jonas segnalava il pericolo del “tragico fallimento della cultura superiore, la sua caduta in una nuova primitivizzazione”, intendendo con ciò “la povertà di massa, la morte di massa, l’uccisione di massa”. Da allora sono passati oltre vent’anni e questo declino verso la primitivizzazione e la massificazione è proseguito: lo vediamo nei costumi, nel gusto estetico, nella politica, nel linguaggio dove tutto diventa più grossolano e più violento. E più irrazionale.

Ai nostri giorni un terzo del cibo prodotto viene buttato via, sono 1,3 miliardi di tonnellate di cibo su scala annuale che finiscono tra i rifiuti, con l’uso scriteriato di acqua, energia e vita animale e vegetale che tutto questo comporta. E ciò a fronte del fatto che ogni giorno muoiono per fame 24.000 esseri umani, 8 milioni e mezzo all’anno. Basta questo per evidenziare la pericolosa malattia mentale di cui soffre la nostra società? Nutriamo la nostra anima con le manifestazioni di massa dell’effimero (sport di massa, musica di massa, cinema di massa…) pagandone i protagonisti con cifre esorbitanti, mentre miliardi di esseri umani vivono con meno di due dollari al giorno. Proprio nell’epoca del trionfo della scienza assistiamo a un tracollo della razionalità nel governo del mondo, con la conseguenza che a trionfare non è veramente la scienza, la quale è sempre ricerca e dubbio, ma è piuttosto la tecnica che ammanisce certezze e cattura le menti. Anche la modalità con cui nelle nostre società si conquista il consenso e si accede al potere è sempre più all’insegna dell’irrazionalità, perché vince chi sa suscitare emozioni forti mentre chi pratica l’onestà dell’analisi è inevitabilmente destinato alla sconfitta: se penso ai leader politici di quand’ero ragazzo (Moro, Zaccagnini, Berlinguer) vedo che per loro non vi sarebbe oggi nessuna chance.

Quando Francesco d’Assisi compose il suo testo più bello, il Cantico delle creature, la pagina più antica della letteratura italiana, era quasi cieco per una malattia agli occhi e soffriva per una serie di altri mali che da lì a un anno l’avrebbero condotto alla morte. Ciò non gli impedì di cantare la luce di frate sole e di frate focu e di celebrare le altre realtà naturali. Penso che guardando alla sua vita sia possibile capire le due principali malattie di cui soffriamo oggi: 1) una filosofia di vita opposta a quella di Francesco e analoga a quella del ricco mercante suo padre, cioè all’insegna dell’accumulo e del consumo, a cui si viene indotti fin da piccoli dalla potenza della pubblicità e dall’industria dell’intrattenimento che le gira attorno; 2) una filosofia della natura opposta a quella del Cantico delle creature che considera la materia come inerte e la vita come lotta, e da cui discende un atteggiamento predatorio verso il pianeta e il conseguente inquinamento. Dal canto suo la religione tradizionale dell’Occidente non è stata in grado di fronteggiare questi due mali, anzi vi ha persino contribuito a causa del suo antropocentrismo, per cui anche il cristianesimo si deve rinnovare, anzi direi convertire.

L’umanità, se vuole sopravvivere, deve cambiare la mentalità che guida le sue politiche economiche e che orienta il suo atteggiamento verso la natura. L’unica possibilità di una svolta è nella presa di coscienza che la Terra è un organismo che deve la sua origine e la sua esistenza alla logica dell’armonia relazionale. Il passaggio da una civiltà basata sulla lotta a una civiltà basata sulla cooperazione può avvenire solo se si comprende che è la stessa logica dell’evoluzione naturale a basarsi sulla cooperazione e si educano i nostri ragazzi in questa prospettiva. Occorre quindi superare la cupa filosofia della vita trasmessa dal darwinismo e comprendere che a guidare l’evoluzione non è soltanto la lotta ma prima ancora il rapporto di complementarietà e di armonia, visto che non esiste vita se non in relazione, non esiste bios se non come symbios, come simbiosi.

Dalla crisi ecologica ed etico-spirituale non si uscirà se non si risaneranno le idee che l’hanno prodotta. Occorre che l’urgenza ecologica trasformi la nostra visione della biologia e ci faccia prendere coscienza del legame che unisce tutte le cose, dell’interconnessione di ogni ente con il tutto, di ciò che la fisica chiama entanglement e che costituisce il paradigma ontologico più avanzato. Tutto ciò è traducibile in filosofia dicendo che la prima categoria dell’essere non è la sostanza ma è la relazione, all’insegna di una relazionalità globale che supera l’antropocentrismo e l’utilitarismo che ne discende.

Da Francesco d’Assisi malato e alla vigilia della morte nacque uno dei testi più sublimi della spiritualità di tutti i tempi. Dalla nostra civiltà, malata e così cieca da non riconoscere la sua malattia, può emergere ancora la possibilità di una svolta per non precipitare nell’abisso sempre più vicino? Penso che nessuno lo sappia ed è per questo che le tenebre del venerdì santo avvolgono le nostre esistenze e il nostro futuro, senza sapere se ci sarà data la luce di pasqua. Ma credere di sì è un dovere morale, oltre all’unica concreta possibilità che la svolta possa prodursi davvero.”

3+1 Giuda

Tre canzoni, tre Giuda. E Massimo Troisi. Senza Lady Gaga.

Diluvi

HicksIn alcune classi abbia dato un’occhiata al racconto del Diluvio Universale presente nel libro della Genesi. Carolina Orsini mostra velocemente come la radice del racconto appartenga a diverse tradizioni:

“Nella storia dell’umanità, di diluvi ce ne sono stati a centinaia. E ogni cultura racconta il suo «Diluvio universale» come quella ebraica fa nella Genesi. Ne abbiamo scelti alcuni che raccontano come diversi popoli abbiano dato ragione di un fenomeno naturale.

SIOUX (Iowa). Unktehi, un mostro acquatico, provocò un grande diluvio per distruggere l’umanità. La gente si ritirò su una montagna, ma l’acqua uccise tutti. Le anime degli uomini si pietrificarono e divennero pipe di pietra.

NAVAJO (Arizona e Nuovo Messico). Gli Uomini-Insetto vennero mandati via dal mondo a causa dei loro peccati: gli dei li inondarono con un grande muro d’acqua.

ESKIMO (Canada). Un diluvio uccise uomini e animali, tranne due sciamani. Essi dormirono insieme ed ebbero dei figli, tra cui la prima donna del mondo.

MAYA (Messico). Gli dei mandarono un diluvio per uccidere gli uomini di legno, una versione imperfetta che abitava il mondo prima dell’umanità attuale.

AZTECHI (Messico). Il dio Tezcatlipoca rivelò a un uomo e una donna che sarebbe giunto un diluvio. Loro si costruirono una imbarcazione con un tronco d’albero e si salvarono. Ma gli venne fame e pensarono di cucinare del pesce. Gli dei, sentendo l’odore del fuoco mandarono Tezcatlipoca a punire i sopravvissuti. Il dio scese sulla terra e li trasformò in cani.

IPURINA (Amazzonia). Mayuruberu, capo delle cicogne, provocò un’inondazione facendo scaldare un paiolo d’acqua vicino al sole e facendolo poi traboccare. L’umanità sopravvisse, ma tutte le piante vennero distrutte.

INCA (Perù). L’acqua crebbe fino a sormontare le montagne più alte. Tutto il creato perì, tranne un uomo e una donna che galleggiarono in un guscio.

PIGMEI (Africa). Un giorno un camaleonte, sentendo un rumore dentro un albero, riuscì ad aprirne il tronco. Ma dal tronco uscì una tale massa d’acqua da inondare tutta la terra.

YORUBA (Africa). Il dio Ifa, stanco di vivere sulla terra, andò ad abitare in cielo. Senza il suo aiuto, l’umanità fece arrabbiare gli dei, finché uno di questi, adirato, la distrusse con un grande diluvio.

KIKUYU (Kenya). Gli spiriti anziani distrussero una città inondandola di birra. Gli abitanti si rifugiarono nelle caverne.

HINDU (India). Manu, il primo essere umano, trovò un piccolo pesce nell’acqua in cui si bagnava. L’animale lo pregò di proteggerlo dai pesci più grandi, e in cambio consigliò a Manu di costruire una barca per proteggersi dall’imminente diluvio.

MAORI (Nuova Zelanda). Ci fu un tempo in cui il culto della divinità Tane era trascurato. Due maestri pregarono perché venisse un diluvio, che convincesse gli uomini della sua potenza.

KOOTENAY (Canada). Una piccola femmina di uccello, incurante degli avvertimenti del marito, bevve da un lago proibito. Dalle acque uscì un mostro che la rapì. Il marito la salvò, ma il mostro sollevò una grande mole d’acqua che invase la terra.

PIMA(Arizona). Un grande muro d’acqua verde venne e distrusse tutto. Szeuka, il figlio della terra, si salvò galleggiando su di una imbarcazione a sfera.”

Lo avresti ucciso subito

vangelo5Racconto spesso la storia di Giobbe e della sua ribellione a Dio. Oggi trascrivo una pagina de “Il maestro e Margherita” di Bulgakov: mi sembra che le corde suonate siano le stesse e sono efficaci in questi giorni che precedono la settimana santa dei cristiani.

“Quando aprì gli occhi, constatò che nulla era mutato sulla collina, solo le macchie fiammeggianti sul petto del centurione si erano spente. Il sole dardeggiava sulle schiene dei condannati, il cui viso era rivolto a Jerushalajim. Allora Levi proruppe in un grido:

— Iddio, ti maledico!

Con voce roca gridava che si era convinto dell’ingiustizia di Dio e che non aveva più l’intenzione di credere in lui.

— Tu sei sordo! — urlava Levi. — Se non fossi sordo, mi avresti ascoltato e lo avresti ucciso subito!

Con le palpebre serrate, Levi attendeva il fuoco che sarebbe caduto dal cielo per colpirlo. Questo non accadde, e senza disserrare le palpebre, egli continuò a gridare al cielo parole insolenti e mordaci. Gridava che era completamente deluso e che esistevano altri dèi e altre religioni. Sì, un altro dio non avrebbe permesso, non avrebbe mai permesso che un uomo come Jeshua fosse riarso dal sole sui pali.

— Mi sbagliavo! — gridava Levi quasi senza voce. — Tu sei il Dio del male! Oppure i tuoi occhi sono completamente coperti dal fumo degli incensieri del tempio, e le tue orecchie non odono più altro che i suoni di osanna dei sacerdoti! Tu non sei un Dio onnipotente! Tu sei un Dio nero! Ti maledico, Dio di ladroni, loro protettore e anima!”

Forse in questa casa

atelierIl 7 luglio 1973, nel giorno di un suo compleanno, Marc Chagall, all’inaugurazione del Museo con alcune delle suo opere, ha detto queste parole: “Se ogni vita va inevitabilmente verso la fine, dobbiamo, durante la nostra, colorarla, con i nostri colori di amore e di speranza… Forse in questa casa verranno i giovani e i meno giovani a cercare un’ideale di fraternità e d’amore, così come i miei colori e le mie linee l’hanno sognato… Forse non ci saranno più nemici…”.

Mi piacciono perché le posso pensare abbinate a un luogo fisico (una casa, una città, un ufficio, un atelier, uno studio, un luogo di culto, un parco) e a un luogo meno fisico se non addirittura metafisico (la mente, il proprio lavoro, un libro, un quadro, una canzone, un film, una poesia, un sorriso, una relazione, una storia d’amore, una fede, il cuore di ognuno…)

Come una madre con amore e dolore mette al mondo un bambino, i giovani e i meno giovani costruiranno il mondo dell’amore con un nuovo colore e tutti, qualsiasi religione abbiamo, potranno venirvi e parlare di questo sogno, lontano dalle malvagità e dalla violenza. Vorrei che in questo luogo si esponessero opere d’arte e testimonianze della spiritualità di tutti i popoli; che si facesse udire la musica e la poesia dettate dal cuore di tutto il mondo. E’ possibile questo sogno? Ma nell’arte come nella vita, tutto è possibile se, alla base, c’è l’Amore

Praise the Almighty

Leggo su UdineToday questo articolo di una collaborazione tra Dj Tubet e Mikeylous. Il pezzo è di Giancarlo Virgilio. A presto ci sarà il videoclip ufficiale.

djtubet«“Praise the Almighty”, l’ultima produzione di Dj Tubet è una canzone nata in rete. Su internet, attraverso Facebook, Soundcloud, Myspace e altri portali musicali, il rapper di Nimis ha conosciuto il giamaicano Mikeylous e da là è iniziata una forte amicizia rafforzata anche da alcune analogie.

“Lui è un campagnolo del nord della Giamaica, luogo dove è nato inoltre Bob Marley e che presenta forti affinità con il Friuli, essendo anche la terra che ospita il festival reggae Sunsplah, come un tempo noi ospitavamo il nostro Rototom Sunsplash. Il pezzo – ci spiega dj Tubet – è andato avanti e indietro tramite internet fra la Giamaica e Nimis. Volevamo dare un’idea generale di umiltà attraverso le nostre culture . La mia parte è in italiano e friulano, la sua in patois giamaicano”.

La canzone, il cui titolo è ‘Prega l’Altissimo’, rappresenta un punto di incontro tra la visione della preghiera di Mauro Tubetti e la religiosità giamaicana. Il pezzo ha un ritmo registrato a Ocho Rios – Saint Ann in Giamaica e contiene delle liriche che mettono in luce l’importanza di percorrere la strada affidandosi al volere del Padre. Questo il senso che l’artista vuole trasmettere.

“La mia idea del Divino e l’importanza delle sacre scritture come ispirazione. La preghiera come fondamento della nostra esperienza religiosa. Tutto questo va poi a mescolarsi con la visione religiosa nera. Una sorta di Europa che incontra l’Africa e le isole caraibiche. Mikeylous in una sua strofa afferma che hanno venduto e ucciso tutti i profeti, da Cristo ai profeti neri (Malcom X, Martin Luter, Marcus Garvey e lo stesso Bob Marley), perciò non resta altro che porre la sorte nelle mani di Dio.”

La canzone, contenete anche delle parti in lingua friulana, è stata trasmessa da Irie fm, la radio numero 1 per il reggae in Giamaica, e da alcune radio inglesi come City Lock Radio e Stingdemradio, oltre che da alcune radio regionali, fra cui Radio Onde Furlane.

“Penso che questa collaborazione sia un passo molto importante anche per la nostra lingua. Varca i confini e viene trasmessa su stazioni radiofoniche dove, molto probabilmente, è la prima volta che la sentono parlare. Fra poco dovrei andare a Londra per girare il video. Incrociamo le dita”.»

Intanto questo è il video con il testo (Dj Tubet canta prima in italiano e poi in friulano).

Travolto da Leonard

Prenditi 8 minuti scarsi di tempo, un paio di cuffie e poi scegli un posto in cui poterti abbandonare alle emozioni: una vecchia poltrona, il letto, una panchina, un prato verde, uno scoglio. Poi clicca play su questa col volume al massimo. Inizia piano, in maniera quasi superficiale, poi comincia a lavorare a fondo e si insinua con una tromba e gli archi nelle vene e si fa tutt’uno col sangue; un po’ come fa il dolore di cui parla che può essere salvato solo dall’amore. Il testo è complesso e come quasi tutte le canzoni di Leonard Cohen si presta a più piani di lettura. Ma qui resto sull’emozione e sullo struggimento che questa canzone mi dà.

Dimmi ancora di quando siamo stati al fiume
e sulla riva mi sono tolto la sete
dimmelo ancora
qui siamo soli e ti ascolto così forte da star male
dimmi ancora finché sono lucido e sobrio
di quando ho attraversato l’orrore
dimmelo mille volte ancora dimmi che mi vuoi allora amen…
Dimmi ancora di quando le vittime cantano
e tornano in auge le Leggi del Rimorso
dimmi ancora
che sai cosa penso ma la vendetta spetta a Dio
dimmi ancora finché sono lucido e sobrio
dimmi ancora di quando ho attraversato l’orrore
dimmi ancora dimmelo mille volte ancora
dimmi che mi ami allora amen…
Dimmi ancora di quando il giorno è stato preso in ostaggio
e la notte non ha il diritto di iniziare
mettimi ancora alla prova mentre gli angeli ansimano
e grattano alla porta per entrare
dimmi ancora finché sono lucido e sobrio
dimmi ancora dimmelo mille volte ancora
che hai bisogno di me allora amen…
Dimmi ancora di quando la sporcizia del macellaio
viene lavata nel sangue dell’agnello
dimmi ancora di quando tutta l’altra cultura è passata
attraverso la Torre di Controllo del Campo
dimmi ancora di quando ho attraversato l’orrore
dimmi ancora dimmelo mille volte dimmi che mi ami allora
amen…
(la traduzione l’ho presa qui)

Il paradosso dell’intelligenza

narcisoPeriodo di narcisi… Nel libro “Il principio passione”, Vito Mancuso, riportando il pensiero sul peccato di Origene, si sofferma su quello che per l’alessandrino è il più pericoloso dei peccati, la superbia. E scrive: “Eccoci quindi al paradosso: la libertà della mente nasce dalla capacità di capire la realtà, e quanto più si capisce la realtà tanto più cresce la libertà verso di essa nella capacità di indipendenza e di autodeterminazione; ma da questa libertà frutto dell’intelligenza nasce facilmente la schiavitù dell’intelligenza verso se stessa e la propria immagine, così che la libertà si ritrova prigioniera di se stessa in un circolo autoreferenziale tradizionalmente detto narcisismo”. Viene in mente Siddharta Gautama che, al culmine del percorso induista, alle soglie della morte, dopo anni di sforzi e fatiche, avverte una sottile forma di orgoglio e compiacimento per se stesso e capisce che quella non è la via…

Pensare a Domani

Stasera ho un bisogno personale, mi serve questa canzone, mi serve questo testo. E’ “Tomorrow” degli U2.Ha una duplice chiave di lettura:
• una madre preoccupata che invita il figlio a non uscire di notte (soprattutto se il contesto intorno è quello di una città nordirlandese)
• Bono che non vuole che la madre partecipi ai funerali del nonno perché sa che là lei avrà l’ictus che la porterà alla morte (il pezzo si apre con le uilleann pipes, delle specie di cornamuse suonate a braccio, molto utilizzate durante i funerali).
La paura è che la notte possa prolungarsi ben oltre la sua durata e che quindi regnino il buio, la morte, la solitudine, il senso di mancanza. E che sia una notte senza riposo, senza lasciare la possibilità di prendere sonno… Al centro della canzone si stagliano delle domande: “Chi ha rotto la finestra? Chi ha sfondato la porta? Chi ha squarciato il velo? E a causa di chi lo ha fatto? Chi sana le ferite? Chi guarisce le cicatrici?”. Il velo squarciato richiama il velo del tempio di Gerusalemme che si strappa al momento della morte in croce di Gesù. Qualcosa di importante si è squarciato anche nel cuore di Bono alla morte del nonno e della madre: ma c’è qualcuno che quelle ferite può sanare e cicatrizzare… Se nella prima parte della canzone non bisognava andare ad aprire la porta, ora bisogna fare proprio il contrario: “Apri la porta, apri la porta.” E l’apertura è alla risurrezione, a colui che porta la luce per far superare la notte e permettere al domani di arrivare: “Apriti, apriti, all’Agnello di Dio, All’amore di Colui che ridonò la vista ai ciechi. Sta ritornando. Sta ritornando. Oh credete in Lui.”

Non ritornerai domani? Non ritornerai domani?
Non ritornerai domani? Posso dormire stanotte?
Fuori, c’è qualcuno là fuori Qualcuno che sta bussando alla porta.
C’è un’auto nera parcheggiata Sul lato della strada
Non andare ad aprire Non andare ad aprire.
Sto uscendo. Sto andando fuori madre. Sto andando là fuori.
Non ritornerai domani, Non ritornerai domani,
Ritornerai domani? Posso dormire stanotte?
Chi ha rotto la finestra? Chi ha sfondato la porta?
Chi ha squarciato il velo? E a causa di chi lo ha fatto?
Chi sana le ferite? Chi guarisce le cicatrici?
Apri la porta, apri la porta.
Non ritornerai domani? Non ritornerai domani?
Ritornerai domani? Posso dormire stanotte?
Perché io ti voglio Io, io ti voglio
Io davvero ti voglio. Io, io voglio, io, io
Voglio che torni domani Io voglio che torni domani.
Ritornerai domani? Posso dormire stanotte?
Io voglio che torni domani Io voglio che torni domani
Ritornerai domani?
Apriti, apriti, all’Agnello di Dio
All’amore di Colui Che ridonò la vista ai ciechi.
Sta ritornando Sta ritornando Oh credete in Lui.

Quando Gesù tace

Bruno Maggioni è uno dei maggiori biblisti italiani. Ieri Francis, un’amica di fb, ha segnalato questo articolo di Avvenire: è piuttosto lungo ma ricchissimo di spunti di riflessione e approfondimento. L’argomento centrale è il rapporto tra Gesù e il silenzio. Mi sono permesso di evidenziare con il colore rosso due passi, il primo utile per le quinte, il secondo (brevissimo) per le seconde.
Gauguin. Getsemani“Quando si accenna al silenzio di Gesù, subito il pensiero corre al silenzio della passione. E difatti è qui che il silenzio ha raggiunto il punto più alto della sua forza espressiva. A volte il silenzio dice più della parola.
Ma i Vangeli non parlano soltanto del silenzio della passione. C’è anche il silenzio dell’uomo che resta ammutolito di fronte a Gesù, o perché la sua parola lo riempie di meraviglia, o perché la sua verità lo infastidisce. E c’è il silenzio di Gesù di fronte alle domande pretestuose, o inutili, di chi finge di interrogarlo. E c’è il silenzio che Gesù impone a chi vorrebbe parlare di Lui prima di averne intravisto la novità, che è la Croce.
Alla domanda posta da Gesù nella sinagoga di Cafarnao (Mc. 2,1-6), se fosse meglio di sabato, salvare una vita o perderla, i farisei, che lo stavano ad osservare, non risposero: «Ma essi tacevano». Non è il silenzio di chi non sa e si pone in ascolto, ma è il silenzio di chi osserva per accusare. È il silenzio dell’uomo il quale, non avendo ragioni da opporre a una verità che lo infastidisce, ricorre alla violenza per zittire il profeta che la pronuncia. E difatti l’episodio si conclude dicendo che «I farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio per farlo morire» (3,6). È questo un silenzio ostinato, immobile, consapevole, frutto di un cuore indurito, che non intende per nessuna ragione lasciarsi inquietare dalla domanda che lo pone in questione. Un silenzio irritante, uno di quei pochi casi in cui gli evangelisti annotano l’indignazione di Gesù: «Guardandoli tutti attorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori». Indignato e rattristato: la rabbia e la compassione. Dietro l’ostinazione che suscita lo sdegno, Gesù scopre il vuoto di quelle persone, e ne prova pena. Un uomo che si chiude all’ascolto, si chiude alla vita.
Di fronte alle domande insincere Gesù oppone il silenzio. Così di fronte ai farisei che gli chiedono “un segno dall’alto”: «E lasciatili, risalì sulla barca e si avviò all’altra sponda» (Mc. 8,13).
Dopo la purificazione del tempio (Mc. 11,27-33), pongono a Gesù una domanda importante («con quale autorità fai queste cose?»), ma insincera; ed egli non risponde. È inutile rispondere se non c’è la sincerità della ricerca. Gesù non sta al gioco di un dialogo per finta.
Commovente e maestoso è poi il silenzio di Gesù di fronte a Erode (Lc. 23,8-11), che lo interroga “con molte domande”. Ma sono domande curiose, superficiali, perché non sorgono dal desiderio della verità, ma dalla speranza di vedere qualche prodigio. E Gesù non risponde.
Più degli altri Vangeli, quello di Marco ricorda in più occasioni che Gesù imponeva il silenzio a chi voleva divulgare la sua messianità. Non permetteva ai demoni di parlare, «perché lo conoscevano» (Mc. 1,25.34). Ordina al lebbroso di non dire niente a nessuno (1,44). Raccomanda con insistenza che nessuno venga a sapere della risurrezione della figlia di Giairo (5,43). Anche ai discepoli comanda severamente di non parlare a nessuno della sua messianità (8,30). Ma poi, di fronte al sommo sacerdote e al sinedrio, sarà Lui stesso a proclamarla apertamente (14,61). Il fatto è che sono mutate le circostanze: prima la sua messianità correva il rischio di essere fraintesa, durante la passione non più. Il Messia non corre più il rischio di essere separato dalla Croce. Al contrario, è chiaro a tutti che la sua messianità va letta proprio a partire dalla Croce, sia per riconoscerla (15,39) come per rifiutarla (15,29-32). Non basta il coraggio dell’annuncio a fare un vero discepolo. Occorre anche lo spazio del silenzio necessario per cogliere la novità di Gesù. Altrimenti si parla di Lui senza comunicare quella novità che sorprende, di fronte alla quale non trova posto l’indifferenza (come sempre, invece, di fronte a ciò che è scontato), ma solo il sì e il no.
Stupisce il silenzio di Gesù di fronte alla morte di Lazzaro (Gv. 11). Gesù lascia cadere nel silenzio la domanda delle sorelle: «Signore, ecco, il tuo amico è malato» (11,2). Gesù tace di fronte a una domanda che nasce dall’angoscia, a una domanda posta da una persona amata. Questo comportamento può sembrare sconcertante. In realtà è lo specchio del silenzio di Dio, un silenzio che lo stesso Gesù incontra nella sua preghiera nel Getsemani e nella sua domanda sulla Croce.
Il racconto del Getsemani (Mc. 14,32-42) è apparentemente un dialogo. Gesù parla cinque volte, sempre rivolgendosi a qualcuno: ai discepoli o al Padre. Ma nessuno gli risponde, quasi fosse un monologo. Le cinque parole di Gesù cadono nel vuoto, persino la sua preghiera al Padre.
Ma vogliamo commentare questo testo con una poesia di padre Davide Turoldo. Le sue ultime poesie sono state raccolte in un volume dal titolo Canti ultimi (Garzanti, Milano 1991). Ultimi perché sono gli ultimi canti della sua vita, ma ultimi anche perché dicono l’esperienza ultima dell’uomo, la più profonda, la più rivelatrice: l’uomo davanti alla morte, l’uomo nella sua nuda verità. Padre David ha vissuto la sua lunga esperienza di dolore con lo sguardo fisso alla Croce di Gesù. Nella sua poesia l’esperienza di Gesù e la propria si sovrappongono, vicendevolmente rischiarandosi. Fra le sue poesie più belle è forse da annoverare questa rilettura del Getsemani: «Ti invocava con tenerissimo nome:/ la faccia a terra/ e sassi a terra bagnati/ da gocce di sangue:/ le mani stringevano zolle/ di erba e fango:/ ripeteva la preghiera del mondo:/ “Padre, Abba, se possibile”…/ solo un ramoscello d’olivo/ dondolava sopra il suo capo/ un silenzioso vento…».
Il motivo del silenzio di Dio è ricorrente nella poesia di Turoldo: lo scorge nella passione di Gesù e lo ritrova in se stesso: «Ma non una spina Tu/ gli levasti dalla corona… e non una mano/ gli schiodasti dal legno…». L’esperienza del silenzio di Dio non dice la debolezza della fede, ma la profondità e l’umanità della fede, e porta al centro dell’uomo e della storia, là dove Dio e l’uomo sembrano contraddirsi, dove Dio sembra assente o distratto, dove la morte sembra avere l’ultima parola sulla vita e la menzogna sulla verità. Ma se compreso nel mistero di Cristo, allora il silenzio di Dio appare nella sua realtà, cioè come un diverso modo di parlare.
Difatti nel Getsemani il Padre ha parlato: non con il miracolo che libera dalla morte, ma con il coraggio di affrontare la morte, attraversandola. Se all’inizio Gesù è angosciato e impietrito, alla fine, dopo aver pregato, Egli è tornato sereno e pronto: «Alzatevi, andiamo! Colui che mi tradisce è vicino» (14,42).
Il momento più espressivo del silenzio di Gesù è la passione. Qui il silenzio è veramente più denso delle parole. Nella passione Gesù parla poche volte, mai per difendersi, ma soltanto per spiegare la sua identità. Il silenzio è una parola importante per spiegare chi Egli è.
Sollecitato dal sommo sacerdote a rispondere alle molte accuse, Gesù tace (Mc. 14,60). È il silenzio di chi anche nell’umiliazione conserva intatta la sua dignità. È il silenzio di chi è lucidamente consapevole dell’insincerità dei giudici, che fingono un interrogatorio, in realtà avendo già deciso la condanna: inutile difendersi. La verità tace di fronte alla violenza, non perché non abbia nulla da dire, ma perché ha già detto tutto ed è inutile ridire. Soprattutto è il silenzio del giusto, che di fronte alle accuse non si difende, perché ha posto interamente la sua fiducia nel Signore, che non abbandona.
Questo silenzio di Gesù suggerisce diverse allusioni anticotestamentarie. La più nota è Isaia 53,7: «Maltrattato accettò l’umiliazione e non aprì la sua bocca». Di fronte agli uomini che lo condannano a motivo della sua giustizia, il silenzio del servo del Signore esprime dignità; e di fronte a Dio esprime accettazione e fiducia: «Sto in silenzio, non apro bocca, perché sei tu che agisci» (Sl 39,10). Questo silenzio di Gesù è stato poi ripreso e interpretato in un inno della prima comunità cristiana: «Oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a Colui che giudica con giustizia» (1 Pt 2,23).
Nei racconti della passione, accanto ai personaggi espressamente nominati, è sempre presente – apparentemente in ombra, ma in realtà luminosissima – la figura del Giusto sofferente, che Gesù rivive e ingigantisce. È una figura senza tempo, presente in ogni momento della storia e in ogni luogo. Gesù ne è la gigantografia. È la figura dell’uomo che annuncia la verità e proprio per questo è colpito. Come già notato, un tratto importante di questa figura è il silenzio. Non esprime indifferenza, ma dignità. Ed è un silenzio che parla più di molte parole.
La scena degli oltraggi (Mc. 14,65) è di sorprendente densità. Non c’è una parola di troppo, né un aggettivo, né una ridondanza, né una qualche parvenza di retorica. Ma proprio per questo la figura di Gesù insultato e percosso è scolpita al vivo, come su una pietra. In una specie di gioco a mosca cieca, col volto coperto, schiaffeggiato, Gesù deve indovinare chi lo colpisce. Ha preteso di essere Messia e profeta, lo dimostri! Ma Gesù sta in silenzio e non indovina. E così da una parte, la pretesa di essere il Messia che siede alla destra di Dio e viene sulle nubi del cielo; dall’altra il silenzio di un pover’uomo che neppure (sembra) sa indovinare chi lo percuote. L’evidenza contro la pretesa, qui sta il contrasto che tanto fa ridere. Ma qui sta anche la ragione che fa credere. Il silenzio di Gesù può infatti essere letto in due modi: come la prova della totale infondatezza della sua pretesa messianica, o come la rivelazione della sorprendente e affascinante novità del suo essere Messia. Un Messia che sta al gioco e indovina chi lo percuote è una assoluta ovvietà. Un Messia, invece, che sta al gioco a modo suo e non indovina chi lo percuote, ma rimane nel silenzio, svela tutta la sua differenza, una differenza teologica, la differenza che corre tra il modo con cui l’uomo immagina Dio e il modo in cui Dio è veramente.
Anche nel racconto giovanneo del processo romano si fa menzione del silenzio di Gesù (19,9). Egli ha risposto alla domanda sulla sua regalità, persino indugiandovi per metterne in chiaro la diversità. La novità di Gesù non può fare a meno della parola che la spiega. Ma ha anche bisogno del silenzio. Gesù rimane in silenzio nei due momenti culminanti: quando la sua regalità è derisa (19,1-3), e quando essa è mostrata in pubblico (19,5). Proprio quando la sua regalità, derisa e rifiutata, aveva maggior bisogno di una parola o di un segno, Gesù non dice una parola, né compie un gesto.
Ma l’annotazione esplicita del silenzio di Gesù Giovanni la riserva per la domanda più importante (19,6): «Di dove sei?». Qui non è più in discussione semplicemente la sua regalità, ma il mistero più profondo della sua origine. E su questo Gesù tace. Non collabora, lasciando Pilato solo di fronte alla domanda che lo turba: o perché è inutile dire dal momento che tutto è già stato detto; o perché la risposta va cercata nei fatti che Pilato vede e non nelle parole che potrebbe sentire; o perché è una domanda alla quale può rispondere soltanto chi la pone. Di fronte al mistero che lo interpella e lo inquieta, ogni uomo deve trovare personalmente la risposta. È una decisione personale che non si può delegare a nessuno, una risposta che neppure Dio può dare al tuo posto.
Nei racconti di Marco (15,24-39) e Matteo (27,32-50) attorno al Crocifisso sono in molti a parlare: i passanti, i sacerdoti, le guardie, i due ladroni. Tutti parlano di Gesù e contro Gesù, ma Lui tace. Rivolge una domanda al suo Dio (‹‹Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?››) che cade nel silenzio. Muore con un grido senza parole: ‹‹Ma Gesù, dato un forte grido, spirò››. E sullo sfondo, più nitida che mai, la grande figura del Giusto sofferente, evocata dal Salmo 22.
Il Padre parlerà, ma dopo, con la risurrezione. La Croce è il momento in cui tocca al Figlio manifestare tutta la sua fiducia nel Padre. Tocca al Crocifisso manifestare fino a che punto un Figlio di Dio condivide l’esperienza del silenzio che l’uomo incontra davanti al suo Dio. Tocca al Crocifisso rivelare fino a che punto giunge l’amore di Dio. Tutta questa sorprendente rivelazione è racchiusa nel silenzio di Gesù sulla Croce.”

La quaresima di Radio Deejay

quaresimaScrive Diego di Radio Deejay (!):
“bentornata tra noi! So che non sei abituata ad essere notata, ma quest’anno prometto di considerarti per quel che meriti, un’occasione per alzare l’asticella. Da oggi cominciano i quaranta giorni (che ricordano gli anni di esodo degli ebrei, nel deserto, e i giorni di digiuno e tentazione di Gesù, prima che iniziasse a predicare) che precedono la Pasqua. La festa più importante dei cristiani. No? Beh, così dovrebbe essere! Da oggi iniziano giorni in cui poter, se non seguire i precetti del digiuno ecclesiastico e dell’astinenza dalla carne il venerdì, quantomeno rimettere in discussione le nostre priorità. Provare a riempirci un po’ meno di cibo – e di cose materiali in genere – ad ascoltare ciò che abbiamo dentro. E magari scoprire che molte frustrazioni, tristezze e malesseri, ci vengono solo come conseguenza del nostro vivere in modo vorace, e che non abbiamo un tempo infinito per accumulare piacere sulla terra,e che presto o tardi si tornerà ad esser cenere (che dà il nome a questo speciale mercoledì) per cui vale la pena di pensare a chi aspetta le nostre scuse, un nostro sorriso, o un’attenzione che non abbiamo mai concesso. E imparare – come recita un antico libro, il Qoelet – che c’è un tempo giusto per ogni cosa, e vivere bene il tempo del digiuno, porta a godere il tempo della festa. E se viviamo bene il tempo presente , arriveremo pronti al nostro tempo per morire. Altrimenti tutta la nostra vita è inutile. E il tempo del ravvedimento, che c’è nell’ebraismo, nell’islam, e in tutte le pratiche religiose, è l’unico modo per cambiare in meglio, per far morire in noi le cose brutte e farne nascere di belle; per diventare uomini e donne nuovi. Che poi, per chi ci crede, si esprime con il termine risorgere.
Bentornata attesa!
Diego”

C’è qualcuno?

Ancora per sorridere: la utilizzeremo in seconda per discutere. Sta spopolando su fb e può essere spunto per numerose riflessioni.

Kurt, Marilyn, Lenny, Giona

Per me uno dei vantaggi più grandi della rete è la possibilità di ascoltare tutta la musica che voglio. Quando avevo 15 anni non era facile sperimentare nuovi ascolti: potevo solo contare sul giro di amici o piazzarmi con la radio o mtv accese e sperare che passasse qualcosa di interessante. Di certo non potevo permettermi di comprare un vinile o un cd per il gusto di provare: andavo sul sicuro, sulla musica preferita. Oggi sicuramente manca un po’ di affezione agli ascolti, sicuramente si ascolta un disco meno volte, ma si può facilmente sperimentare ed è una delle cose che preferisco fare mentre lavoro a casa. In questi giorni sto ascoltando Brunori Sas con il suo Vol. 3 – Il cammino di Santiago in taxi. Questa sera ho ascoltato più volte il brano “Kurt Cobain”: con un titolo del genere non poteva non attirarmi… (tra l’altro quest’anno sono 20 anni che il cantante dei Nirvana non c’è più). Nel ritornello vengono citati Kurt Cobain e Marilyn Monroe, due persone la cui morte è avvolta nel mistero (più o meno montato) e su cui vi è l’ombra del suicidio. Il tema centrale qui è l’insensatezza del successo, la fatica dell’essere sotto i riflettori e di non poter mai spegnerli o abbassarne l’intensità, la falsa sensazione di essere amati da tutti mentre in realtà si è soli: “Ma chiedilo a Kurt Cobain come ci si sente a stare sopra a un piedistallo e a non cadere, chiedilo a Marilyn quanto l’apparenza inganna e quanto ci si può sentire soli e non provare più niente e non avere più niente da dire”. Parole dure che mi portano alla mente “Circus” di Lenny Kravitz, in cui lui si ribella al circo mediatico e al turbine del successo: “che tipo di circo è questo? ma che genere di clown siamo? quando c’è l’ultimo spettacolo? cosa posso fare per liberarmi?”.
Nelle strofe di Brunori ci sono le similitudini: vivere è come volare, come nuotare, come sognare. Ma il senso della canzone non è così semplice e immediato, almeno per me. Nella prima strofa c’è qualcuno che è in difficoltà, che si sente un recipiente senza contenuto, che non si sente protagonista della propria vita, che si sente proprio in fondo alla “classifica” umana; un giorno può succedere che desideri capire se questo sia vero oppure no (“un giorno qualunque ti viene la voglia di andare a vedere, di andare a scoprire se è vero che non sei soltanto una scatola vuota o l’ultima ruota del carro più grande che c’è”). La terribile possibilità del togliersi la vita si legge sia nei riferimenti del ritornello, sia nelle parole “non si può ignorare la voce che dice che oltre le stelle c’è un posto migliore” o “d’altronde non si può tacere la voce che dice che in fondo a quel mare c’è un mondo migliore”. Ma è proprio in fondo alla seconda strofa che si può trovare altro, quello che voglio leggere come un’alternativa: “proprio quel giorno ti viene la voglia di andare a vedere, di andare a scoprire se è vero che il senso profondo di tutte le cose lo puoi ritrovare soltanto guardandoti in fondo”. Conoscersi, sapersi leggere, dare voce alle proprie emozioni, ascoltare i propri pensieri, con sincerità e schiettezza, con serietà e benevolenza, andando dai voli più alti alle profondità più oscure. Lo stesso Brunori afferma: “Il pezzo richiama la necessità di andare “dietro le quinte”, di osservare l’altalena fra profondità e superficie. Addormentarsi felici o soffrire per restare svegli?”.
In sottofondo riecheggiano le parole di Marilyn Monroe: “Una volta celebri, sapete, potete leggere cose sul vostro conto, le idee di qualcun altro su di voi; ma ciò che conta — per sopravvivere, per affrontare giorno per giorno ciò che vi capita — è quel che pensate di voi stessi.”
Infine mi stacco dalla canzone con un personaggio biblico che mi è venuto in mente durante l’ascolto: Giona (di nuovo! Ne avevo scritto poco tempo fa qui). Dal ventre del pesce che l’ha inghiottito si rivolge a Dio e prega così: “Le acque mi hanno sommerso fino alla gola, l’abisso mi ha avvolto, l’alga si è avvinta al mio capo. Sono sceso alle radici dei monti, la terra ha chiuso le sue spranghe dietro a me per sempre. Ma tu hai fatto risalire dalla fossa la mia vita, Signore mio Dio. Quando in me sentivo venir meno la vita, ho ricordato il Signore. La mia preghiera è giunta fino a te, fino alla tua santa dimora. Quelli che onorano vane nullità abbandonano il loro amore.” (2, 6-9).

Il volo di Chagall

compleanno«“Cosa c’è?”. Mi lasci entrare in fretta e sgrani gli occhi. “Da dove arrivi?”.
“Pensi forse che, avendo dei pacchetti, stia tornando dalla stazione? Indovina che giorno è oggi?”.
“Fammi una domanda più facile. Io non so mai che giorno sia oggi”.
“Ebbene, oggi è il giorno del tuo compleanno!”.
Sei rimasto a bocca aperta. Se ti avessi annunciato l’arrivo dello zar nella nostra città non avresti potuto essere più stupefatto.
“Come hai fatto a saperlo?”.
Io estraggo velocemente dai pacchetti i miei scialli multicolori e li appendo al muro. Ne metto uno sul tavolo, stendo il copriletto sulla tua cuccetta. E tu… Tu ti volti, frughi fra le tue tele, ne scegli una, raddrizzi il cavalletto.
“Non ti muovere. Resta ferma dove sei…”.
Ho ancora i fiori tra le mani. Non so dove metterli. Vorrei immergerli nell’acqua. Potrebbero appassire. Ma, ben presto, me ne dimentico.
Ti sei gettato sulla tela, che trema fra le tue mani. Premi i colori dai tubetti e intingi i pennelli: rosso, bianco, nero, blu. E mi trascini nel torrente dei colori. Ad un tratto, mi sollevi da terra, e tu stesso prendi slancio con un piede, come se la stanzetta fosse troppo angusta per te. T’innalzi e ti distendi, fluttuando fino al soffitto. La tua testa gira intorno alla mia. Sfiori le mie orecchie sussurrando qualcosa…
Ascolto la melodia della tua voce dolce e grave. Perfino nei tuoi occhi intendo quel canto e tutti e due insieme, lentamente, ci solleviamo sulla camera adorna e ci involiamo. Arriviamo alla finestra e vogliamo attraversarla.
Fuori ci chiamano le nuvole e il cielo blu. I muri con tutti i miei scialli variopinti girano intorno a noi e ci fanno girare la testa. Ora voliamo abbracciati nel cielo e i campi di fiori, le case, i tetti, i cortili e la chiese sembrano galleggiare sotto di noi…
“Ti piace il mio quadro?”. Ecco che torni improvvisamente sulla terra.
Guardi la tua tela, mi guardi. Ti allontani dal cavalletto, ti riavvicini.
“C’è ancora molto da fare? Non potresti lasciarlo così? Dove puoi ancora ritoccarlo?”. Parli con te stesso. Aspetti e hai paura di ciò che andrò a dire.
“Oh! E’ bello. E’ bello come ti sei involato… Lo chiameremo ‘Il Compleanno’!”.
Il tuo cuore si placa.
“Tornerai domani? Prenderò un’altra tela e ci involeremo…”.»
(Bella Chagall, nel Diario sentimentale, descive la genesi del dipinto Il Compleanno di Marc Chagall)
Questa la fonte.

Fuori categoria

In classe (in quinta in particolare, ma anche in seconda) stiamo parlando di fede, agnosticismo, ateismo, Dio, non-Dio, silenzio di Dio, onnipotenza-impotenza-assenza… Ciascuno di voi si è messo in gioco dicendo come la pensa, idee, dubbi, opinioni. Oggi pubblicodiario_etty il pensiero di una donna che non può essere incasellata all’interno di un certo credo religioso. In quinta ho già citato Etty Hillesum, e anche qui sul blog ho già riportato qualcosa di questa giovane di origini ebraiche e dal pensiero singolare, originale, tormentato e molto profondo. Ecco qui poche righe da cui si potrebbe trarre un trattato di teologia interreligiosa.
Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. Forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Sì, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: (…) tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi.” (E. Hillesum, Diario 1941-1943. Edizione integrale)

Fuori e dentro la tempesta

Oggi facciamo un salto indietro grazie al post di facebook di una collega (grazie Silvia) che ha citato un passaggio che riporto più sotto. Quello che chiedo di fare è un salto nel tempo e nello spazio.
Andiamo al 616 d.C. oltre il Canale della Manica. E’ appena diventato re il pagano Edwin, che chiede in moglie la cristiana Etelburga, figlia del re del Kent. Edwin garantisce di non interferire nella vita religiosa della futura sposa che quindi si mette in viaggio insieme al proprio cappellano Paolino per raggiungerlo. Secondo la “Historia ecclesiastica gentis Anglorum” del Venerabile Beda, Edwin è molto indeciso sul fatto di diventare cristiano o meno e decide di ascoltare il pare di alcune persone. Uno dei suoi consiglieri gli dice: “O re, la vita degli uomini sulla terra, a confronto di tutto il tempo che ci è sconosciuto, mi sembra come quando tu stai a cena con i tuoi dignitari d’inverno, con il fuoco acceso e le sale riscaldate, mentre fuori infuria una tempesta di pioggia e di neve, e un passero entra in casa e passa velocissimo. Mentre entra da una porta e subito esce dall’altra, per questo poco tempo che è dentro non è toccato dalla tempesta ma trascorre un brevissimo momento di serenità; ma subito dopo rientra nella tempesta e scompare ai tuoi occhi. Così la vita degli uomini resta in vista per un momento, e noi ignoriamo del tutto che cosa sarà dopo, che cosa è stato prima. Perciò se questa nuova dottrina ci fa conoscere qualcosa di più certo, senz’altro merita di essere seguita.”. Edwin si battezza a York nel 627. Stop, fine del viaggio.
Mi piace molto l’immagine utilizzata nella metafora e la chiave di lettura cristiana è data dallo stesso Beda nell’ultima riga. Ma voglio giocare e vederla diversamente, facendo finta che quell’ultima riga non ci sia, e immaginare che il volo del passero rappresenti tutta la vita, fatta di tempeste e calme piatte, di momenti turbolenti e momenti sereni, con la consapevolezza che spesso proprio le tempeste ci permettono (o ci costringono) a rimettere a punto la nostra barca e a ricalcolare la rotta. Senza passare attraverso la burrasca il Jim Carrey di The Truman Show non potrebbe capire di essere immerso in una vita fittizia, né troverebbe il coraggio di disobbedire al regista Christo. Ci aggiungo un verso del brano La tempesta di Angelo Branduardi:
“Non c’è più vento per noi, tempo non ci sarà
per noi che stelle cercavamo sotto quel cielo scuro.
Si alzerà il vento per noi, tempo per noi sarà
il nostro viaggio, la guida,la mano del destino
ma se la vita è tempesta, tempesta allora sarà”.

http://www.youtube.com/watch?v=CoB6qMgbhU4

Lontano?

desertoUn racconto sull’amicizia preso dalla tradizione islamica e contenuto nel libro “La saggezza del mistico cammello” di Franco Ometto.
«Un dervisc racconta che camminando nel deserto, vide un uomo con una veste rappezzata, un bastone in mano e una ciotola.
Gli chiese. “Da dove vieni?”.
Quello rispose: “Dall’Andalusia”.
“Dove vai?”.
“In Cina”.
“A quale scopo?”.
“A visitare un amico”.
“Ma è lontano!”.
“Sì, è lontano per un debole, sfinito, ma per un amante è molto vicino!”.»

La nota di Kant

tentazioni2A proposito delle riflessioni che stiamo conducendo in quinta sul male, ho trovato questo breve ma significativo testo che compare in una nota de “La religione entro i limiti della semplice ragione” di Immanuel Kant e che ho trovato citato nel libro “Il principio passione” di Vito Mancuso.
“Padre Charlevoix narra che un catecumeno irochese, al quale stava spiegando tutto il Male che lo Spirito maligno ha introdotto nella creazione originariamente buona e tutti i continui tentativi da lui compiuti per vanificare le migliori istituzioni divine, gli chiese con impazienza: «Ma perché Dio non uccide il Diavolo?», e confessa francamente di non aver saputo trovare lì per lì nessuna risposta”.

Qualche pensiero di Grün

Un po’ in seconda, un po’ in terza, un po’ in quinta, sono argomenti che stiamo trattando: valori, etica, crescita, fede, preghiera, religione. L’articolo è di Claudio Gallo ed è preso da La Stampa di venerdì 14 febbraio: ne pubblico solo alcune parti, sufficienti a offrire notevoli spunti di discussione.
“Si è appena conclusa la preghiera di mezzogiorno all’abbazia benedettina di Münsterschwarzach, ventidue chilometri da Würzburg, Baviera settentrionale, Franconia per la gente del posto. Capelli fluenti ormai scappati dalla fronte, la lunga barba incanutita, Anselm Grün, 69 anni, ha scritto trecento libri sulla psiche e sullo spirito, vendendo in tutto il mondo 20 milioni di copie.

Perché dovrei avere dei valori morali quando l’obiettivo supremo della nostra società, lagrun ricchezza, si raggiunge più facilmente senza?
«Al monastero mi capita spesso di fare conferenze a manager e banchieri. Ci sono due atteggiamenti: uno che non rispetta e non crede ai valori, l’altro che invece ha capito come sia importante salvaguardarli, perché alla fine un mondo senza valori danneggia anche l’economia».
L’economia rincorre la crescita illimitata, la morale del mercato è il desiderio infinito. Lei invece parla di senso del limite, perché?
«Come dice il Papa, il capitalismo puro diventa disumano. Per fortuna in Germania abbiamo l’economia di mercato sociale dove il capitalismo è sottoposto a una critica, a certe limitazioni. Limite ha due significati diversi: il primo è il limite personale, i miei limiti umani. Il secondo è la finitezza della natura, per cui ogni crescita è limitata e destinata a finire, a morire. Questo tipo di crescita naturale dovrebbe essere il modello dell’economia. La concezione di una crescita senza limiti è una idea malata».

Che cos’è la fede?
«La fede è un’esperienza. Quando un non-credente mi dice: io non posso credere, gli dico: non devi credere, prova! Gesù dice: Dio è il pastore, non manco di nulla. Non bisogna credere ma provare se questa parola è vera. Poi c’è un altro aspetto: che cosa vedo quando vedo la bellezza della natura, che cosa ascolto quando ascolto Mozart. Non è solo chimica. Nella bellezza della natura e nella bellezza della cultura riluce la bellezza assoluta. Questo è Dio. Quando uno dice non credo a Dio, in genere si riferisce a un’immagine particolare di Dio. Ma Dio è totalmente altro, mistero, come dice il teologo Karl Rahner. Quando uno ha il senso del mistero ha anche il senso di Dio».

Che cos’è la preghiera?
«La preghiera è un incontro con Dio. Mostro la mia verità a Dio. Alcuni credono che la preghiera serva a chiedere qualcosa, ma ciò che conta è l’incontro: offro la mia verità e le mie ombre a Dio perché lui le accetti».
Che cos’è la meditazione?
«La meditazione è un metodo. Una cinquantina di anni fa abbiamo riscoperto la meditazione dall’Oriente, grazie al buddhismo, ma la tecnica esisteva già nella nostra tradizione, nei padri del deserto o nell’esicasmo degli ortodossi. A volte bisogna andare lontano per trovare le cose vicine».”

Serenità o sgomento?

bruxIn una quinta stamattina avrei voluto leggere questo passo di Henry Newman (in rapporto a questa frase di Riccardo Pampuri “In questi bei giorni sereni in cui tutta la natura sembra si risvegli a nuova vita sotto il soffio della primavera come più dovremmo sentire la infinita bontà del nostro Padre celeste che tante cose belle e buone e perennemente crea per noi.”), ma non l’avevo a disposizione. Ho promesso di portarlo sabato prossimo, ma per evitare di scordarmelo, lo pubblico qui, così lo recupero sicuramente… Faccio notare che è un testo del 1864 e che a scrivere è un teologo cardinale (beato dal 2010).
“Ad osservare il mondo in lungo e in largo, le vicende della sua storia, la molteplicità delle razze umane, i loro inizi, le loro sorti, il loro contrapporsi l’una all’altra, le loro lotte; e i loro usi, costumi, governi, forme di culto; le loro imprese, il loro procedere senza meta, la casualità delle conquiste, la misera fine di realtà millenarie, i segni così deboli e dispersi di un disegno superiore (the tokens so faint and broken of a superintending design), l’evoluzione cieca (the blind evolution) di quelle che poi si rivelano grandi forze o grandi verità, il procedere delle cose, come da elementi privi di ragione, non verso cause finali, la grandezza e la miseria dell’uomo, la grandiosità delle sue aspirazioni, la brevità della sua vita, il velo che nasconde il suo destino futuro, le delusioni della vita, la sconfitta del bene, il successo del male, il dolore fisico, l’angoscia morale, il dominio e la forza del peccato, la diffusione dell’idolatria, la corruzione, la tristezza di una religione senza speranza, quella condizione dell’intero genere umano che l’apostolo descrive con così tremenda precisione: «senza speranza e senza Dio in questo mondo»; si ha una visione che dà sgomento e vertigine, e impone all’anima un senso di profondo mistero, assolutamente al di là di una possibile soluzione umana. Che dire di fronte a questa realtà che strazia il cuore e disorienta la ragione?” (John Henry Newman, Apologia pro vita sua)