Senza Dio

Prendo dal numero di Jesus di dicembre questa densa riflessione di Enzo Bianchi.

Sempre più spesso, in modo quasi martellante, si afferma che «senza Dio tutto è4079185180_be1778f1b8_o.jpg permesso», citando in modo abusivo Fëdor Dostoevskij. Questo per sostenere che «con Dio o senza Dio tutto cambia» oppure che «se Dio non è affermato, allora c’è perdizione per l’uomo». A partire da tali posizioni vorrei dunque riflettere sull’espressione «senza Dio». Innanzitutto, che cosa può significare questa espressione per i credenti, in particolar modo per i cristiani? Non può certo significare che vi siano uomini e donne che non stanno davanti a Dio, che non sono sue creature e dunque suoi figli in «Adamo, figlio di Dio» (Lc 3,38). Ogni persona è stata voluta da Dio, è venuta al mondo per vocazione di Dio; Dio la accompagna e la sostiene, anzi la benedice in ogni giorno della sua vita; Dio la ama sempre, anche quando questa persona contraddice la sua volontà, persino nel caso che lo bestemmiasse o lo negasse. Come il padre della parabola (cf. Lc 15,11-32), il Dio narrato da Gesù Cristo continua ad amare e ad aspettare chi è lontano da lui, addirittura anche chi desidera la sua morte, la morte del padre. Sì, è scandaloso, ma questa è la verità del Dio cristiano! Nell’ottica dei credenti, dunque, nessuno può essere senza Dio, neanche l’a-teo che si vuole senza Dio, neanche lo stolto che dice: «Dio non c’è» (Sal 14,1; 53,1).

Ma c’è un altro modo di intendere l’espressione «senza Dio». È quello che si trova in una lettera scritta dal carcere dal teologo luterano Dietrich Bonhoeffer, il 16 luglio 1944: «Non possiamo essere onesti senza riconoscere che dobbiamo vivere nel mondo “etsi Deus non daretur”», anche se Dio non ci fosse, dunque senza Dio. Anche questa espressione in realtà è spesso citata a sproposito e tradita da chi vi legge l’annuncio di un cristianesimo secolarizzato, di un umanesimo modellato sull’ateismo. Bonhoeffer non diventa ateo, come dimostra ciò che egli stesso afferma poche righe dopo: «Davanti a Dio e con Dio viviamo senza Dio», cioè senza prendere Dio in ostaggio, senza la necessità mondana di Dio, senza considerare Dio come un’ipotesi di lavoro, senza pensare di avere Dio dalla nostra parte, ma nella gratuità di Dio, la gratuità dell’amore. Bonhoeffer chiede che l’uomo diventi umano e faccia riferimento, per questo, all’umanità di Gesù Cristo, colui che «ha narrato Dio» (exeghésato: Gv 1,18) anche sulla croce. Occorre pertanto fare grande attenzione a non strumentalizzare queste parole del grande martire cristiano, finendo per negare la sua fede o per condannare le sue espressioni, che costituiscono un’altissima testimonianza di un cristianesimo adulto e pensante, in un mondo diventato capace di vivere senza l’ipotesi Dio, in un’autonomia umana che non nega Dio e il suo amore. «Dio» – ha scritto Eberhard Jüngel – «è più che necessario», sta nello spazio della gratuità, perché il suo amore trascende la legge della necessità.

Quanto a quelli che si dicono atei, senza Dio, noi cristiani dobbiamo rispettare la loro affermazione, chiedendoci però subito: quale Dio negano? Di quale Dio vogliono essere privi? Del Dio che noi cristiani raccontiamo, che tramandiamo culturalmente, oppure del Dio che è vita, amore, misericordia, del Dio vivente? Qui va detto con chiarezza: noi credenti dobbiamo essere consapevoli che a volte forgiamo immagini perverse di Dio, e quindi rendiamo Dio causa di bestemmia tra le genti (cf. Ez 36,20-22; Rm 2,24). Ecco perché anche di fronte a coloro che si definiscono atei, non credenti in Dio, dobbiamo innanzitutto interrogarci e rispettare il loro mistero. In ogni uomo c’è l’immagine di Dio (cf. Gen 1,26-27), che secondo i padri della chiesa non può essere cancellata neppure dai crimini peggiori commessi dall’uomo. Questa immagine rende ogni persona capace di compiere il bene, di avere una coscienza, di discernere il bene dal male. E solo Dio vede cosa accade nella coscienza, conosce la ricerca del bene praticata dai cosiddetti atei, la loro ricerca dell’amore. Essi non la chiamano ricerca di Dio ma di fatto, come ha affermato Benedetto XVI il 25 settembre scorso durante il suo viaggio in Germania, «sono più vicini al Regno di Dio di quanto lo siano i credenti “di routine”». Solo Dio conosce la vicinanza o la lontananza dal Regno di chi si dice senza Dio e di chi si dice credente.

Infine, non possiamo dimenticare che i cristiani delle origini erano accusati dai pagani proprio di essere “a-tei”, senza Dio: essi cioè risultano atei per le altre religioni, come afferma l’amico teologo Joseph Moingt. Sì, noi tutti viviamo davanti a Dio, con Dio, senza Dio. E attendiamo di vedere il suo volto di amore, di pace e di vita al di là della morte.

La felicità è una piccola cosa

Trilussa scriveva in romanesco: “C’è un’ape che se posa / su un bottone de rosa: / lo succhia e se ne va…/ Tutto sommato, la felicità / è una piccola cosa.” In questo periodo di forte austerità, di riduzione degli sprechi e dei consumi, di tempi accelerati e frenetici per le mille cose da fare e i tanti impegni, insieme a degli amici abbiamo deciso di farci questo regalo per Natale: tempo per stare insieme. Tutto sommato, la felicità è una piccola cosa… 

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Guardare le stelle

Già il 9 ottobre ho citato il gesuita Silvano Fausti. Posto un estratto delle sue parole che si possono trovare qui per esteso.

“… Tutte le religioni presentano dei doveri dell’uomo verso Dio, presentano una norma di vita, una legge: se la fai sei bravo, e se sei bravo sei salvato; se non sei bravo sei condannato. Questo è il mondo che conosciamo. Ora è il principio di un mondo nuovo e diverso: il mondo del Vangelo della buona notizia, di un Dio che è diverso da come lo pensavi. Di un Dio che non giudica, un Dio che non è legge, un Dio che non è dovere, non è giudizio, non è condanna. Quel Dio che da sempre l’uomo ha pensato non è così. E tutto il Vangelo sarà per mostrare un nuovo Dio che è il contrario di come noi pensiamo Dio. Quindi, è davvero il principio, e questo principio è una persona: è Gesù. Il Cristianesimo non è una ideologia, non è una legge, non è una morale. È una persona concreta. Che differenza c’é tra un principio e una legge? Un abisso! Il primo abisso è questo: uno è vivo e l’altro ti fa morire. Poi l’idea ce l’ho in testa io e grazie a Dio la cambio spesso; la persona non ce l’ho in testa e non posso cambiarla. Sulle idee ci ragiono, con la persona c’è un rapporto dinamico, di scoperta, di intesa, di interesse, di litigio, di incomprensione. È tutta un’altra cosa. Per noi normalmente il Cristianesimo, se non stiamo attenti, è ridotto a un insieme di norme, di leggi, di regole. Ma non è questo.

… Tutto l’A.T. è una protesta contro la fatalità del male. Si ritiene che ci sia il male, lastelle.jpg storia, i potenti che dominano, e che quindi non c’è rimedio. No, no. Arriverà l’angelo del Signore che liquida il male. È la nostra utopia. È importante però che ci sia. Perché se all’uomo togli i desideri, l’hai già ucciso, un uomo che non ha desideri è morto. La parola “desiderare” vuol dire smettere di guardare le stelle. L’uomo per prima cosa “con-sidera”. Considerare vuol dire guardare le stelle. Nelle stelle guarda qual è il suo destino: dov’è che bisogna andare? Interroga il cielo, l’alto, il mistero. Quando poi ha capito qual è la sua stella, qual è la sua direzione, allora smette di guardare e desidera. Va in quella direzione. I desideri sono la direzione profonda della nostra vita. Se abbiamo nessun desiderio, la nostra direzione è nessuna-direzione: è il nulla. Per questo sono importantissimi i desideri. E il primo desiderio è che le cose siano diverse. Questo si intende con la giustizia.

… Nel libro dell’Esodo si narra l’uscita degli israeliti dall’Egitto verso Gerusalemme. Gerusalemme è la città santa, luogo di Dio, della religione, del tempio, del culto. Ora, invece, si esce da lì. Cioè: bisogna anche uscire dalla nostra religione, dalle nostre persuasioni, dalle nostre liti per incontrare Dio. La vera conversione non è quella diventare religiosi – ce ne sono tanti di religiosi! –, la vera conversione è quella di uscire dalla religione che ti costruisci tu per conoscere davvero Dio. Dio non lo trovi in nessun luogo sacro. Lo trovi nell’uomo Gesù, lo trovi nei fratelli.”

Verso una pienezza

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Questo è il paradosso dell’amore tra l’uomo e la donna:

due infiniti si incontrano con due limiti;

due bisogni infiniti di essere amati

si incontrano con due fragili e limitate capacità di amare.

E solo nell’orizzonte di un amore più grande

non si consumano nella pretesa e non si rassegnano,

ma camminano insieme verso una pienezza

della quale l’altro è segno

(Rainer Maria Rilke)

Ma se io lo chiamo

Dio che non esisti ti prego

che almeno su questa grande nave

che mi porta via

le cabine siano … siano ben areate

Ma se non esiste perché lo preghi?

Non esiste fintantoché io non ci credo

finché continuo a vivere

come viviamo tutti

desiderando, desiderando

ma se io lo chiamo …

Troppo tardi …

Per la forza terribile

dell’anima mia, forse vile, trascurabile in sè,

però anima nella piena portata del termine,

se lo chiamo verrà.

(Dino Buzzati)

Verrà

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Verrà come la caduta dell’ultima foglia.

Una notte quando il vento di novembre

ha flagellato gli alberi all’osso, e la terra

si sveglia asfissiando dalla muffa,

dal dispiegarsi del morbido sudario.

Verrà come il gelo.

Una mattina quando la terra rattrappita

si apre sulla nebbia, per trovarsi

bloccata nella rete

di una bellezza sconosciuta, affilata.

Verrà come il buio.

Una sera quando il sole rosso fiammante

di dicembre tira su il lenzuolo

e copre il suo occhio con una moneta per mietere

i campi di cielo nevicati di stelle.

Verrà, verrà,

verrà come pianto nella notte,

come sangue, come rottura,

non appena la terra si dibatterà per liberarlo.

Egli verrà come bambino.

(Rowan Williams, Calendario dell’Avvento)

La storia di Michele

Michele Aiello è l’uomo che ha ispirato a Fabrizio De Andrè questo brano, molto probabilmente un immigrato del sud a Genova. La vicenda non è complessa: Michè è in carcere e deve scontare vent’anni per l’omicidio di un rivale in amore, l’uomo che voleva rubargli la bella Marì. Solo che Michè non resiste all’idea di stare lontano dalla sua amata per un periodo così lungo e decide pertanto di impiccarsi con una corda, l’unico sistema escogitato per costringere la Corte che lo aveva condannato ad aprirgli la porta del carcere in anticipo. Il gesto viene compiuto di notte, al buio, come sottolinea tre volte De Andrè che si ricorderà di Michè tutte le volte che sentirà cantare un gallo. Viene allora alla mente un’altra notte di circa duemila anni fa, dove risuonò il canto di un altro gallo, quello del Vangelo di Luca (Lc 22, 60: “…E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò.”.), così come l’atto dell’impiccagione riporta al gesto di Giuda (Mt 27,5: “Egli allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi.”). Ma Pietro e Giuda sono narrati nella Bibbia come rinnegatore l’uno e traditore l’altro, mentre Michè non tradisce né rinnega nessuno. Anzi, forse ciò che lo ha portato all’omicidio è stata proprio la paura di poter essere tradito, il timore di perdere l’unica ragione della sua vita: Marì. E ora la constatazione di non poter vivere vicino al suo amore e di dover attendere vent’anni lo fanno decidere per la morte; De Andrè canta che Michè con la morte vuole anche mantenere la propria condizione di innamorato, ricordare il bene profondo che prova per la sua amata. Nessuna pietà poi per il defunto Michè neanche da un prete: nessuna messa prevista per un suicida. Solo la consolazione di una croce col nome e la data posta dalla mano di qualcuno nella terra bagnata proprio alla stessa ora della morte di Gesù (Mc 15, 34-37: “Alle tre… Gesù, dando un forte grido, spirò”). Mi piace cogliere in questa immagine piovosa e umida il calore di una speranza che viene dal Cristo, quella speranza che l’uomo di Chiesa non ha saputo dare. De Andrè tornerà su tale questione in Preghiera in gennaio: intollerabile per lui (e non solo) che al suicida, proprio a colui che maggiormente può aver bisogno dell’abbraccio del Cristo sofferente, venga tolta tale possibilità.

L’istinto del bello

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 E’ questo immortale istinto del bello che ci fa considerare il mondo e tutte le sue bellezze come un riflesso, come una corrispondenza del cielo. La sete inestinguibile di tutto ciò che è al di là, e che rivela la vita, è la prova più viva della nostra immortalità. Con la poesia e, insieme, attraverso la poesia, con la musica e attraverso la musica, l’anima intuisce la luce che splende al di là della tomba; o quando una poesia perfetta fa nascere le lagrime agli occhi, queste lagrime non sono segno di eccessiva gioia, ma piuttosto indice di una malinconia esasperata, di una esigenza nervosa, di una natura esiliata nell’imperfetto che bramerebbe possedere subito, in questo mondo, un paradiso rivelato.

(Charles Baudelaire, in Art Romantique)

L’ombrello rosso

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I campi erano arsi e screpolati dalla mancanza di pioggia. Le foglie pallide e ingiallite pendevano penosamente dai rami. L’erba era sparita dai prati. La gente era tesa e nervosa, mentre scrutava il cielo di cristallo blu cobalto. Le settimane si succedevano sempre più infuocate. Da mesi non cadeva una vera pioggia. Il parroco del paese organizzò un’ora speciale di preghiera nella piazza davanti alla chiesa per implorare la grazia della pioggia. All’ora stabilita la piazza era gremita di gente ansiosa, ma piena di speranza. Molti avevano portato oggetti che testimoniavano la loro fede. Il parroco guardava ammirato le Bibbie, le croci, i rosari. Ma non riusciva a distogliere gli occhi da una bambina seduta compostamente in prima fila. Sulle ginocchia aveva un ombrello rosso. (Bruno Ferrero)

Attesa

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Domani inizia l’Avvento. Il 2 dicembre 1928 Dietrich Bonhoeffer così predicava:

“Celebrare l’Avvento, significa saper attendere, e l’attendere è un’arte che, il nostro tempo impaziente, ha dimenticato. Il nostro tempo vorrebbe cogliere il frutto appena il germoglio è piantato; così, gli occhi avidi, sono ingannati in continuazione, perché il frutto, all’apparenza così bello, al suo interno è ancora aspro, e, mani impietose, gettano via, ciò che le ha deluse. Chi non conosce l’aspra beatitudine dell’attesa, che è mancanza di ciò che si spera, non sperimenterà mai, nella sua interezza, la benedizione dell’adempimento.”

Entra nel tuo cuore

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Disse il maestro all’uomo d’affari: “Come il pesce muore sulla terra asciutta, così tu muori quando resti intrappolato nel mondo. Il pesce deve tornare nell’acqua… tu devi tornare alla solitudine”. L’uomo d’affari era atterrito: “Devo rinunciare ai miei affari ed entrare in convento?”. “No, no. Continua nei tuoi affari ed entra nel tuo cuore”.

(Da Un minuto di saggezza, di Anthony de Mello)

La patrona di teologi, filosofi e studenti

Domani è Santa Caterina d’Alessandria patrona dei teologi, filosofi e studenti. Visto che tocca da vicino il mondo della scuola, ecco una sintesi della sua storia.

Caterina è una diciottenne cristiana, figlia di nobili e vive ad Alessandria d’Egitto. Qui, nel 305, arriva Massimino Daia, governatore di Egitto e Siria. Per l’occasione si celebrano feste grandiose, che includono anche il sacrificio di animali alle divinità pagane, un atto obbligatorio per tutti i sudditi, e quindi anche per i cristiani, ancora perseguitati. Caterina si presenta a Massimino, invitandolo a riconoscere invece Gesù Cristo come redentore dell’umanità, e rifiutando il sacrificio. Massimino allora convoca un gruppo di intellettuali alessandrini, perché la convincano a venerare gli dèi. Ma è Caterina che convince loro a farsi cristiani; per questa conversione così pronta, Massimino li fa uccidere tutti, poi richiama Caterina e le propone addirittura il matrimonio. Nuovo rifiuto, sempre rifiuti, finché il governatore la condanna a una morte orribile: una grande ruota dentata farà strazio del suo corpo. Un miracolo salva la giovane, che poi viene decapitata: ma gli angeli portano miracolosamente il suo corpo da Alessandria fino al Sinai, dove ancora oggi l’altura vicina a Gebel Musa (Montagna di Mosè) si chiama Gebel Katherin. Questo avviene il 24-25 novembre 305. Dal Gebel Katherin, infine, e in data sconosciuta, le spoglie vengono portate nel monastero a lei dedicato, sotto quel monte. A una sua biografia così poco attendibile si contrappone la realtà di un culto diffuso anche fuori dall’Egitto.

 

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Miracoli

Un uomo traversò terre e mari per verificare personalmente la fama straordinaria di un grande maestro. “Che miracoli ha operato il vostro maestro?” chiese a un discepolo. Egli rispose: “C’è miracolo e miracolo. Nel tuo paese è considerato un miracolo che Dio faccia la volontà di qualcuno. Da noi, invece, è considerato un miracolo che qualcuno faccia la volontà di Dio”.

Due bocche di papaveri

In molti abbiamo letto l’Antologia di Spoon River, in molti l’abbiamo anche ascoltata nelle canzoni di Fabrizio De Andrè nell’album Non al denaro, non all’amore né al cielo. Ma una delle più belle epigrafi, a mio avviso, è quella della teologa Adriana Zarri, scomparsa il 18 novembre dell’anno scorso.

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è triste e funebre.

Non mi vestite di bianco:

è superbo e retorico.

Vestitemi

a fiori gialli e rossi

e con ali di uccelli.

E tu, Signore, guarda le mie mani.

Forse c’è una corona.

Forse

ci hanno messo una croce.

Hanno sbagliato.

In mano ho foglie verdi

e sulla croce,

la tua resurrezione.

E, sulla tomba,

non mi mettete marmo freddo

con sopra le solite bugie

che consolano i vivi.

Lasciate solo la terra

che scriva, a primavera,

un’epigrafe d’erba.

E dirà

che ho vissuto,

che attendo.

E scriverà il mio nome e il tuo,

uniti come due bocche di papaveri.

Il preludio

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È una benedizione questa lieve brezza

che soffia dai campi verdi e dalle nuvole

e dal cielo: mi batte sulla guancia

quasi consapevole della gioia che dà.

Benvenuta messaggera, benvenuta amica,

ti saluta un prigioniero che esce da una casa

servile, affrancato dalle mura di codesta città,

un carcere che a lungo l’ha serrato.

Oro sono libero, emancipato, all’aria aperta,

posso prendere casa dove mi piace.

                                            (William Wordsworth)

Foglie morte

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Le foglie morte cadono a mucchi

come i ricordi e i rimpianti.

Ma il mio amore silenzioso e fedele

sorride ancora e ringrazia la vita.

                                              (Jacques Prévert)

Pur sempre il cielo

Stamattina pedalavo lungo lo Stadionkade e mi godevo l’ampio cielo ai margini della città, respiravo la fresca aria non razionata. Dappertutto c’erano cartelli che ci vietano le strade per la campagna. Ma sopra quell’unico pezzo di strada che ci rimane c’è pur sempre il cielo, tutto quanto.

(Etty Hillesum, Diario)

Imparare dalla natura

 

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In questi giorni, passeggiando in mezzo ai campi in compagnia del fido Mou, sto ammirando i colori dell’autunno. Sembra quasi che la natura abbia tenuto il meglio per il momento prima di addormentarsi… Mi è venuto in mente questo brano di Nietzsche che leggiamo in quarta:

“Osserva il gregge che pascola dinnanzi a te: non sa che cosa sia ieri, che cosa sia oggi; salta intorno, mangia, riposa, digerisce, salta di nuovo, e così dal mattino alla sera e giorno dopo giorno, legato brevemente con il suo piacere e con la sua pena al piuolo, per così dire, dell’attimo, e perciò né triste né annoiato. Vedere tutto ciò è molto triste per l’uomo poiché egli si vanta, di fronte all’animale, della sua umanità e tuttavia guarda con invidia la felicità di quello – giacché egli vuole soltanto vivere come l’animale né tediato, né addolorato, ma lo vuole invano, perché non lo vuole come l’animale. L’uomo chiese una volta all’animale: “Perché mi guardi soltanto, senza parlarmi della tua felicità?” L’animale voleva rispondere e dire: “La ragione di ciò è che dimentico subito quello che volevo dire” ma dimenticò subito anche questa risposta e tacque: così l’uomo se ne meravigliò.” (Sull’utilità e il danno della storia per la vita. Considerazioni inattuali, II, cap.1, 1874)

E’ una lettura che abbiniamo sempre al Canto notturno di un pastore errante dell’Asia:

“…O greggia mia che posi, oh te beata,

che la miseria tua, credo, non sai!

Quanta invidi ti porto!

Non sol perché d’affanno

quasi libera vai;

ch’ogni stento, ogni danno,

ogni estremo timor subito scordi;

ma più perché giammai tedio non provi.

Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,

tu se’ queta e contenta;

e gran parte dell’anno

senza noia consumi in quello stato.

Ed io pur seggo sopra l’erbe, all’ombra,

e un fastidio m’ingombra

la mente, ed uno spron quasi mi punge

sì che, sedendo, più che mai son lunge

da trovar pace o loco.

E pur nulla non bramo,

e non ho fino a qui cagion di pianto.

Quel che tu goda o quanto,

non so già dir; ma fortunata sei.

Ed io godo ancor poco,

o greggia mia, né di ciò sol mi lagno.

Se tu parlar sapessi, io chiederei:

dimmi: perché giacendo

a bell’agio, ozioso,

s’appaga ogni animale;

me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?…”

Ecco, in questi giorni di preoccupazioni, di ansie per il futuro economico, di timori, penso che possiamo imparare un po’ dalla natura.

Insegnante difficile

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“L’esperienza è il tipo di insegnante più difficile. Prima ti fa l’esame, poi ti spiega la lezione.”

(Oscar Wilde)

L’ultimo sacro custode dell’Himalaya

Marta Franceschini ha scritto questo articolo per Famiglia Cristiana.

L’ultimo sacerdote dell’Himalaya, Samdup Taso, si è spento all’età di 83 anni senza lasciare successori. Sacro guardiano della terza vetta più alta del mondo, il Khangchendzonga Bongthings era considerato il capo spirituale dei Lepchas, unaThe-death-of-Samdup-Taso-Lepcha-300x271.jpg popolazione che vive in Sikkim, nell’Himalaya indiana, da oltre 2000 anni. I Lepchas, che oggi sono rimasti poco più di 50.000, venerano da 700 anni la montagna ai piedi della quale si stabilirono nel 13° secolo. Nel mese di Kursong (Febbraio-Marzo) il sacerdote, dopo una intera notte di preghiere presso la sua residenza privata, guidava una affollata processione fino al Lha-thu, un altare all’aria aperta nel villaggio di Nung, dove con canti e danze veniva ripercorsa la storia dei Lepchas e venivano spiegati i suoi rituali. La tradizione prevedeva anche il sacrificio di uno “yak”, il bufalo selvatico dell’Himalaya, ma questo rituale fu messo fuorilegge nel 1973 dalla monarchia regnante, rappresentata dalla dinastia dei Chogyals. Quando due anni dopo i Chogyals furono deposti e la regione venne assimilata dalla confederazione indiana, in Sikkim furono in pochi a dubitare che l’avversa sfortuna del regno fosse dovuta proprio all’abolizione del sacrificio. I Lepchas credono che la montagna sia stata creata da Dio e che loro compito sia venerarla e proteggerla. In caso contrario, la vetta incollerita manderebbe un mitico serpente, Payelbu, ad arrotolarsi ai piedi della montagna, bloccando le acque del fiume Talung che scorre nella regione, e provocando una serie infinita di calamità. La leggenda vuole che il ruolo di sacro guardiano del monte sia stato passato di generazione in generazione dai mitici antenati della comunità, che per primi si assunsero il compito di onorare la montagna. Ma con la morte dell’ultimo sacerdote questo antico lignaggio è giunto al termine. Oscuri restano i motivi che hanno spinto Samdup Taso a non nominare un successore.