La solitudine secondo Keats

In prima affronteremo l’argomento della solitudine. Anticipo l’argomento con questa poesia di John Keats.

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Solitudine, se vivere devo con te,

sia almeno lontano dal mucchio confuso

delle case buie; con me vieni in alto,

dove la natura si svela, e la valle,

il fiorito pendio, la piena cristallina

del fiume appaiono in miniatura;

veglia con me, dove i rami fanno dimore,

e il cervo veloce, balzando, fuga

dal calice del fiore l’ape selvaggia.

Qui sarei felice anche con te. Ma la dolce

conversazione d’una mente innocente, quando le parole

sono immagini di pensieri squisiti, è il piacere

dell’animo mio. E’ quasi come un dio l’uomo

quando con uno spirito affine abita in te.

                                                              (John Keats)

Vincere nel dolore

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Il 9 aprile 2009 Alda Merini partecipa al Chiambretti Night. Siamo nei giorni del terremoto de L’Aquila. Mi sono venute in mente dopo i fatti di Bangkok, della Liguria e della Toscana, ma anche di Haiti, del Giappone…

“La natura sarà arrabbiata con noi. Dio è con noi anche nel dolore, ma noi non possiamo capirlo. Noi non abbiamo gli strumenti per capire la volontà di Dio […] Anch’io sono stata ‘terremotata’ da un manicomio all’altro. Ognuno di noi ha avuto le sue scosse, però è nel momento del dolore che bisogna stringere i denti. Noi adesso partecipiamo a questa tragedia italiana, però non fermiamoci al dolore. Stringiamo i denti e andiamo avanti. Dio guarda tutti, ci vede, guarda i terremotati, vede gli infelici e non abbandona il mondo. Io sono sicura. E uno dei mezzi perché Dio ci ascolti è proprio la poesia, la preghiera, il canto. Anche nel dolore bisogna saper vincere. In questi momenti di tragedia la forza del poeta può aiutare: lui che ha subito, che ha saputo magnificare il dolore credo che serva da esempio per chi è colpito. La mia ignoranza di poeta e di donna non capisce il male. Mi rifiuto. Il silenzio non deve essere un silenzio mortale, ma di rinascita; un silenzio di compassione, ma non di sconvolgimento totale. Guai se si perde la speranza nella nostra forza”.

Fuoco sotto la cenere

 

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Sul numero di novembre di Jesus, Enzo Bianchi ha pubblicato un’interessante riflessione sul modo di essere Chiesa oggi.

In una recente intervista, il card. Carlo Maria Martini, interrogato sulla situazione della chiesa oggi e sulle sue tentazioni più manifeste, ha espresso poche ma significative parole: “Una chiesa che vuole vincere”. Per un cristiano della mia generazione, questa tentazione non è nuova: si può anche dire che siamo cresciuti con quell’anelito nel cuore che ci faceva desiderare una chiesa vincitrice e per questo forte, grande, imponente… Poi venne un’ora, inaugurata da papa Giovanni ma da tempo in maturazione in molti spazi della vita ecclesiale: il fuoco del vangelo resta infatti sempre vivo nella comunità dei credenti, anche se coperto di cenere. Alcuni profeti e molti cristiani anonimi e santi seppero scoprire la brace, gettare qualche pezzo di legno e… il fuoco riprese ad ardere. La chiesa si rendeva conto della sua povertà e delle sue mancanze, voleva rinnovarsi con un “aggiornamento” che fosse obbediente alla grande tradizione e ai segni dei tempi, scrutati ascoltando l’umanità, la storia con le sue opacità e i suoi faticosi cammini di umanizzazione. La chiesa reimparò ancora una volta che nella debolezza manifesta la grazia di Dio, che nella povertà è arricchita dalla povertà di Cristo, cioè dalla sua presenza, che quando non gode privilegi mondani la chiesa è più libera e più capace di profezia. Per tutti noi fu una chiamata a una migrazione, a una conversione di sguardi e giudizi. Certo, in questo scoprire la brace e riattizzare il fuoco del vangelo ci fu chi patì scandalo e inciampò, chi non riuscì a sopportare il cambiamento e anche chi, abbagliato, si perse su strade anche generose ma non più munite di fede e di comportamento cristiano. Ma oggi questa stagione è passata e appaiono le vecchie e, oserei dire, abituali e normali tentazioni delle religioni e dunque delle chiese. Così si dà tanta importanza a iniziative che non vanno certo condannate ma che non andrebbero sopravvalutate: ormai la vita ecclesiale sembra ritmata da “grandi manifestazioni”, “estese adunanze” in cui si cerca di unire numero, identità e potere vincente. In verità, per un cristiano che lascia che il suo sguardo sia formato dal vangelo, non è decisivo che a un raduno ci sia un milione di giovani né il loro numero (sovente accresciuto ad arte, sintomo di un confidare nella grandezza delle cifre) autorizza a dire che hanno ragione o che sono portatori di autentiche ragioni cristiane: proprio la mia generazione ha conosciuto tirannie che radunavano giovani e meno giovani in adunate oceaniche, senza contare che ancora oggi numeri così elevati di giovani li si possono trovare anche ai concerti degli “idoli” della musica. Perché a noi cristiani di oggi dovrebbe accadere il contrario di quello che è accaduto a Gesù, la cui venuta al mondo è stata riconosciuta da pochi poveri e anziani, e la cui predicazione ha avuto sì folle di ascoltatori alle quali tuttavia egli si rivolgeva chiamandoli pusillus grex, piccolo gregge di pochi discepoli disposti a seguirlo? Il gusto del numero va di pari passo con la negazione della relazione, del dialogo, del confronto: non si dimentichi che nella celebrazione dei sacramenti – che devono sempre conservare anche la dimensione umanissima della “materia” – un numero eccessivo di partecipanti ne deforma forzatamente la comprensione e la stessa celebrazione. In ogni caso l’identità cristiana non risiede né in grandi raduni né in “eventi” creati a ripetizione, quasi si vivesse con fatica l’ordinarietà e il quotidiano della fede. Dovremmo chiederci senza scetticismo dove sono tanti giovani nella veglia pasquale, dove sono alla notte di Natale, dove sono alla domenica… L’identità cristiana è un’identità di incarnazione, di umanizzazione, legata quindi all’incontro, alla relazione, all’ascolto reciproco, alla volontà di camminare insieme, riconoscendo non solo l’alterità dell’altro, ma l’alterità che abita ciascuno di noi nello svolgersi del tempo e nel mutamento dei luoghi. Sì, ciò che deve stupirci è la ripresa del fuoco sotto la cenere, il fuoco del vangelo che è sempre vivo nella comunità cristiana anche se in certe stagioni pare spento. Non temiamo, riprenderà ancora…

Bambino

 

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Bambino, se trovi l’aquilone della tua fantasia

legalo con l’intelligenza del cuore.

Vedrai sorgere giardini incantati

e tua madre diventerà una pianta

che ti coprirà con le sue foglie.

Fa delle tue mani due bianche colombe

che portino la pace ovunque

e l’ordine delle cose.

Ma prima di imparare a scrivere

guardati nell’acqua del sentimento.

(Alda Merini)

Distanze

Un giorno, un vecchio saggio fece la seguente domanda ai suoi discepoli:

“Perché le persone gridano quando sono arrabbiate?”

“Gridano perché perdono la calma” rispose uno di loro.

“Ma perché alzare la voce se la persona sta di fronte a noi?” chiese nuovamente il saggio.

“Beh, gridiamo perché desideriamo che l’altra persona ci ascolti” replicò un altro discepolo.

Il maestro tornò a domandare: “Ma non è proprio possibile parlargli a voce bassa?”

Varie altre risposte furono date ma nessuna convinse il vecchio maestro.

“Non sapete proprio dirmi perché si grida contro un’altra persona quando si è arrabbiati? Il fatto è che quando due persone sono arrabbiate i loro cuori si allontanano molto. Per coprire questa distanza bisogna gridare per potersi ascoltare. Quanto più arrabbiati sono, tanto più forte dovranno gridare per sentirsi l’uno con l’altro. D’altra parte, che succede quando due persone sono innamorate? Loro non gridano, parlano soavemente e dolcemente. E perché? Perché i loro cuori sono molto vicini. La distanza tra le loro anime è breve. A volte sono talmente vicini i loro cuori che neanche parlano, solamente sussurrano. E quando l’amore è più intenso non è necessario nemmeno sussurrare, basta guardarsi. I loro cuori si intendono. E’ questo quello che accade ai cuori di  due persone che si amano, si avvicinano.” Il vecchio saggio concluse dicendo: “Quando voi avrete l’occasione di discuterete con qualcuno, non permettete che i vostri cuori si allontanino, non dite parole che li possano distanziare ancor di più, perché prima o poi arriverà un giorno in cui la distanza sarà tale che non incontreranno mai più la strada per tornare.”

 

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Parole e parole

Dice Bruno Ferrero

5112136232_ed65f7e5eb_b.jpg“Quello che ci siamo sentiti dire da bambini: stai fermo, muoviti, fai piano, sbrigati, non toccare, stai attento, mangia tutto, lavati i denti, non ti sporcare, ti sei sporcato, stai zitto, parla t’ho detto, chiedi scusa, saluta, vieni qui, non starmi sempre intorno, vai a giocare, non disturbare, non correre, non sudare, attento che cadi, te l’avevo detto che cadevi, peggio per te, non stai mai attento, non sei capace, sei troppo piccolo, lo faccio io, ormai sei grande, vai a letto, alzati, farai tardi, ho da fare, gioca per conto tuo, copriti, non stare al sole, sta al sole non si parla con la bocca piena.

Quello che avremmo voluto sentirci dire da bambini: ti amo, sei bello, sono felice di averti, parliamo un po’ di te, troviamo un po’ di tempo per noi, come ti senti, sei triste, hai paura, perché non hai voglia, sei dolce, sei morbido e soffice, sei tenero, raccontami, che cosa hai provato, sei felice, mi piace quando ridi, puoi piangere se vuoi, sei scontento, cosa ti fa soffrire, che cosa ti ha fatto arrabbiare, puoi dire tutto quello che vuoi, ho fiducia in te, mi piaci, io ti piaccio, quanto non ti piaccio, ti ascolto, sei innamorato, cosa ne pensi, mi piace stare con te, ho voglia di parlarti, ho voglia di ascoltarti, quando ti senti più infelice, mi piaci come sei, è bello stare insieme, dimmi se ho sbagliato.

Ci sono accanto a te molte persone adulte che ancora aspettano le parole che avrebbero voluto sentire da bambini.”

Dietro il presente non c’è il nulla

In quarta stiamo parlando di morte e aldilà. Stamattina, in una classe, ci sono state molte domande su resurrezione, giudizio, reincarnazione, aldilà… Ho appena trovato una parte dell’udienza di Benedetto XV del 2 novembre.

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“C’è in noi un senso di rifiuto perché non possiamo accettare che tutto ciò che di bello e di grande è stato realizzato durante un’intera esistenza, venga improvvisamente cancellato, cada nell’abisso del nulla. Soprattutto noi sentiamo che l’amore richiama e chiede eternità e non è possibile accettare che esso venga distrutto dalla morte in un solo momento. In un certo senso i gesti di affetto, di amore che circondano il defunto, sono un modo per proteggerlo nella convinzione che essi non rimangano senza effetto sul giudizio. Questo lo possiamo cogliere nella maggior parte delle culture che caratterizzano la storia dell’uomo”. Oggi, “almeno apparentemente” il mondo “è diventato molto più razionale”, ha osservato il Papa, per cui “si è diffusa la tendenza a pensare che ogni realtà debba essere affrontata con i criteri della scienza sperimentale, e che anche alla grande questione della morte si debba rispondere non tanto con la fede, ma partendo da conoscenze sperimentabili, empiriche. Non ci si rende sufficientemente conto, però, che proprio in questo modo si è finiti per cadere in forme di spiritismo, nel tentativo di avere un qualche contatto con il mondo al di là della morte, quasi immaginando che vi sia una realtà che, alla fine, sarebbe una copia di quella presente. … nonostante la morte sia spesso un tema quasi proibito nella nostra società, e vi sia il tentativo continuo di levare dalla nostra mente il solo pensiero della morte, essa riguarda ciascuno di noi (…) E davanti a questo mistero tutti, anche inconsciamente, cerchiamo qualcosa che ci inviti a sperare, un segnale che ci dia consolazione, che si apra qualche orizzonte, che offra ancora un futuro. La strada della morte, in realtà, è una via della speranza e percorrere i nostri cimiteri, come pure leggere le scritte sulle tombe è compiere un cammino segnato dalla speranza di eternità. Solamente chi può riconoscere una grande speranza nella morte, può anche vivere una vita a partire dalla speranza. Se noi riduciamo l’uomo esclusivamente alla sua dimensione orizzontale, a ciò che si può percepire empiricamente, la stessa vita perde il suo senso profondo. L’uomo ha bisogno di eternità ed ogni altra speranza per lui è troppo breve, è troppo limitata (…) L’uomo è spiegabile, trova il suo senso più profondo, solamente se c’è Dio. Nel recarci ai cimiteri a pregare con affetto e con amore per i nostri defunti, siamo invitati a rinnovare con coraggio e con forza la nostra fede nella vita eterna, anzi a vivere con questa grande speranza e testimoniarla al mondo. Dietro il presente non c’è il nulla. E proprio la fede nella vita eterna dà al cristiano il coraggio di amare ancora più intensamente questa nostra terra e di lavorare per costruirle un futuro, per darle una vera e sicura speranza”.

Cimiteri

Sto per uscire, andando a far visita ad amici e parenti che non sono più parte di questa vita. Ho avuto giusto il tempo di leggere questo articolo da Avvenire.

Tutti ci domandiamo, appena la coscienza si accende in noi: dove va chi muore? Dove vanno i morti? Ogni civiltà cerca la risposta, fin dai tempi più antichi. Si fanno guerre, si compiono eccidi, genocidi, olocausti, si sono eretti roghi, patiboli, contro chi non la pensava e non la pensa come noi a questo proposito. Il terribile muro tra vivi e morti, ilcim_praga.jpg muro invalicabile, diventa anche il muro tra vivi e vivi. I morti, i vincoli che ci legano a essi ci accompagnano per tutta la vita. Appaiono nei nostri sogni, nei nostri pensieri, nelle nostre angosce e nella nostra memoria. In molti luoghi della terra abitata si conservano i loro resti, le ossa, i denti, i capelli. In molti luoghi tutto questo si brucia, si lascia divorare dalle bestie, liquefare sotto il cielo. Gran parte delle civiltà del mondo occidentale conserva i corpi dei morti. I morti convivono con noi. A loro è riservato uno spazio speciale nelle nostre città: i cimiteri. Le città dei morti. Alcune sono mete di pellegrinaggi, altre sono note per la bellezza dei monumenti eretti all’interno, altre per i verdi prati, per i viali lungo i quali svettano cipressi, ippocastani, alberi d’altro tipo o corrono siepi. I vivi convivono con i morti. Anche dentro il proprio corpo, nel proprio assetto genetico. Si inviano ultimamente anche nello spazio. Ai morti ci rivolgiamo per aiuto nei momenti di necessità o di disperazione, o con la preghiera di far esaudire desideri particolari. E, nelle leggende e nei miti, dalle loro file facciamo sorgere esseri artificiali, come il Golem, la statua di argilla, che un rabbino di Praga, il rabbino Loewe, nel Cinquecento, avrebbe destato a vita inserendo nella fronte la parola emet, “verità”.

Una delle “città dei morti”, uno dei cimiteri più famosi del mondo è proprio il Cimitero ebraico vecchio di Praga, lo Stary Zidovski Hrbitov. Rispetto ad altri cimiteri non è vecchissimo, in realtà. È lì dove sta, vicino alla Sinagoga vecchia nuova, a Praga, da appena cinquecento anni. I morti che ci “abitano”, sono più di centomila. In certi punti le tombe sovrapposte verso la profondità sono a nove piani. Gli ebrei non celebrano i morti lo stesso giorno in cui lo fanno i cristiani, il 2 novembre. Eppure per chi conosce quel posto, durante il giorno dei Morti, il pensiero corre lì. In pochi luoghi come in quel cimitero si sente, nella propria anima, la voce, il coro di chi ci ha preceduti sulla terra ed è poi scomparso. Le vecchie pietre infitte nella terra disordinatamente, l’oscurità del luogo le tristi fronde degli alberi suggeriscono l’idea dell’abbandono, ma anche della caparbia, irresistibile presenza di chi sta lì, e fa tutt’uno con la società dei viventi. … Ancora oggi i visitatori infilano nelle fessure della tomba del rabbino Loewe bigliettini contenenti speciali richieste di miracoli o benefici.

Ma è questo il mondo dei morti di cui noi custodiamo la memoria? Che la nostra civiltà occidentale venera e rispetta? Un mondo di terrore e di paure? Sinistramente misterioso? Il culto dei morti, fin dalla più remota antichità, in alcune parti del mondo oltre a esprimere affetto e riconoscenza, è volto ad esorcizzare il terrore di fronte al cessare dell’io, alla sparizione, in noi, da noi, della coscienza di esistere, di fronte alla morte. Molte religioni della terra sono basate su questi culti, sulla ferma, sincera devota credenza in una continuazione della vita dopo la morte, e anche nella possibilità, anzi, la costrizione di tornare a soffrire sulla terra, per correggerci, fino alla perfezione che ci concede di estinguerci finalmente e riunirci all’Infinito Spirito Universale. Anche l’ebraismo ammette la metempsicosi.

Oltre al Cimitero ebraico vecchio di Praga, ne esiste anche uno nuovo, la cui fondazione risale a tempi molto più recenti: si trova appena fuori città, oltre un’ampia fermata della metropolitana. In quel cimitero è seppellito uno degli scrittori più geniali mai esistiti, Franz Kafka, dagli ebrei di Praga considerato un grande saggio. Anche questo immenso personaggio è come se appartenesse alle ombre del vecchio cimitero, ne ripete le leggende, i miti. La sua tomba è semplice. Anche i suoi familiari sono seppelliti lì. Le tre sorelle di lui, Elli, Walli e Ottla hanno invece un loro cippo commemorativo poco lontano dalle tombe. Le tre donne sono state uccise tutte e tre dai nazisti tedeschi. Purtroppo quel vecchio cimitero, che ora dà anche il titolo all’ultimo romanzo di Umberto Eco, non è simbolo soltanto di un’antica e complessa tradizione religiosa, ma anche di un’antica, terribile, plurimillenaria sofferenza, quella del popolo ebraico. Il libro di Eco proietta quel cimitero al centro di intrighi e odii internazionali, giocandoci con abilità, sul filo del rasoio, ma quella sofferenza, quella discriminazione maledetta e malvagia, rivolta anche verso altri gruppi umani, come i rom, non è ancora terminata. Si ridesta di tanto in tanto nel cuore del nostro continente che oltre a questi sentimenti e moti dell’animo ha dato pure inizio a due terribili massacri, i peggiori di tutti i tempi: le due guerre mondiali. Quella mesta, misteriosa città dei morti che si trova a Praga stringe il cuore. Poco lontano, sul Ponte Carlo c’è un crocefisso al cui basamento c’è l’antica scritta messa lì per avvertirci che quel crocefisso è stato eretto con il Judengeld, con il “denaro giudeo”, cioè di gente che paga la tassa per essere nata. Per essere nata in un determinato popolo. Ma così almeno siamo avvertiti del veleno mortale che può rappresentare il denaro, al posto di funzionare come semplice e pacifico mezzo di scambio tra gli esseri umani.

Per amore di bene

“Se fai per raccoglierne il frutto, sappi che il frutto marcisce. Se fai per compiacere altrui, sappi che appassisce ogni fiore. Ma se fai per amore di bene, il tuo atto dimora nel bene, staccato dalle cose e da te. E sul punto di morte vedrai lungo le ore dei giorni la filza dei tuoi atti come ghirlande appese, e vista da quel punto, la vita parrà una festa.”

(Lanza del Vasto, da Giuda)

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Il sasso

Il matto: “Se vuoi crederlo, non c’è niente al mondo che non serve. Lo vedi questo sassolino? Tutto serve. Serve anche questo sassolino.”

Gelsomina (guardando attentamente il sassolino che il matto aveva in mano: “A che cosa?”

Il matto: “E che ne so io? Se lo sapessi sai chi sarei?”

Gelsomina: “Chi?”

Il matto: “Gesù Cristo. Se uno sapesse tutto, quando si nasce, quando si muore! Chi è che lo sa? Non lo so a che serve questo sasso, ma serve. Se non serve questo sasso, non servono neanche le stelle.”

(Dalla sceneggiatura originale de LA STRADA, di Fellini e Pinelli)

 

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Se gli affari per Padre Pio non girano più…

Il 4 luglio 2009 ho postato un pezzo sulla cripta dorata della nuova chiesa di San Pio da Pietrelcina, a San Giovanni Rotondo. Ecco che oggi mi cade l’occhio su questo lungo, dettagliato, ricco articolo de Linkiesta.

«Nelle case ormai c’è più l’immagine di Padre Pio che non un crocifisso o una Madonna.padre_pio_chiesa_san_giovanni_rotondo.jpg Comincio a preoccuparmi, la gente dice “io credo a Padre Pio”, ma io la domenica non lo professo nel Credo né dico ‘credo ai santi’». È quasi rassegnato don Alessandro Amapani, dal 2002 al 2008 responsabile italiano della Giornata mondiale della gioventù e oggi voce critica nel barese. A San Giovanni Rotondo, 27mila anime nel Parco Nazionale del Gargano, fa spesso da guida a giovani fedeli nella cripta dorata del frate da Pietrelcina. «L’uomo è misericordioso – spiega il 36enne con 13 viaggi in Terra Santa – tra Pio e i giovani c’è un dialogo fortissimo e non è facile perché ti mettono sempre in discussione. Ne hanno sentito parlare da nonni e bisnonni ma ora si danno da fare per conoscerlo, è ridicolo dire che è più vicino a noi solo perché ha vissuto il Novecento. Andate ad Assisi a vedere l’invasione di famiglie giovanissime lì per San Francesco o solo per curiosità».

“Padre Pio è il santo più amato dagli italiani” diceva un sondaggio di Casa.it sulle immagini sacre nelle case del Belpaese. Più di Sant’Antonio e San Francesco d’Assisi. «Guardi – replica Amapani – è nei bunker dei mafiosi e camorristi perché appare più potente addirittura di Dio, sembra ci sia del magico semplicemente nel rivolgersi a questa entità forte e misteriosa. Chi arriva ha un bisogno di protezione autentico e di salvezza spirituale ed è convinto che risolva i problemi fisici. Dà risposte molto forti a situazioni di vita drammatiche. È una figura mistica ancora tutta da conoscere, ma non sempre i pellegrini vanno in profondità».

Francesco Forgione (questo al secolo il nome di Padre Pio) per Agostino Gemelli resta uno “psicopatico”, per Andreotti “l’uomo del secolo”, per Wojtyla venerabile nel ‘90, beato nel ’99 e santo nel 2002. Qui son saliti Bartali nel 1947, Lefebvre nel 1968, lo stesso Giovanni Paolo II nel 1987 e Benedetto XVI nel 2009 quando l’hanno trasferito nella nuova chiesa. L’ha disegnata Renzo Piano. Inaugurata nel 2004, è tra le più grandi e discusse d’Italia. Chiedetelo a Ravasi e Sgarbi. L’hanno voluta i frati per ospitare la marea di fedeli che negli anni ha invaso quella realizzata nel ’59, la Santa Maria delle Grazie che appena finita appare “una scatola di fiammiferi” allo stesso Padre Pio. Oggi c’è uno scatolone di 6mila metri quadri per 7mila persone e fino a 40mila sul sagrato. Croce di bronzo dorato di Arnaldo Pomodoro e tabernacolo di Floriano Bodini. Nella chiesa inferiore la cripta con la salma, 3 sale conferenze, 31 confessionali e ampie zone per pregare. In più 2mila metri di mosaici in oro (e non solo) di un artista e teologo sloveno, Ivan Rupnik: 36 nicchie (a destra la vita di San Pio e a sinistra quella di San Francesco) e 16 temi spirituali, dalla “chiamata” fino alla “felicità nella vita dello Spirito Santo”. Tutto questo Padre Pio non lo sa, direbbe De Gregori. Ma non è semplice trovare un ponte anche con Lourdes, Fatima o Medjugorje. Silvia Godelli, assessore regionale alla Cultura e Turismo, guarda al popolo della Puglia. «Padre Pio non ha omologato la spiritualità della gente – dichiara a Linkiesta – il tessuto sociale è intriso di devozione e la venerazione dei santi patroni resiste al tempo e ai flussi migratori. Ogni borgo è uno scenario di culti autentici e di attaccamento alla tradizione, tra cerimonie millenarie, religiose ma anche pagane, di grandissimo fascino e di rappresentazione scenica assolutamente teatrale. Si pensi a San Nicola a Bari, Sant’Oronzo a Lecce, San Michele a Monte Sant’Angelo, ma anche alla Focara di Novoli, ai Fucacoste di Orsara e alle Fracchie di San Marco in Lamis».

Dei e diavoli. Etica e capitali. Sud e magia. Da Erodoto a Weber fino a Ernesto De Martino, la partita è ancora aperta. Il 23 settembre scorso, il giorno della festa di San Pio, i frati hanno donato ai bambini dell’ospedale il fumetto “Piuccio e Lolek”, Padre Pio e Giovanni Paolo II in favole per piccini. Lo ricorda a Linkiesta Francesco Colafemmina, filologo e autore nel 2010 del libro “Il mistero della Chiesa di San Pio”. «I frati hanno trasformato la devozione in fenomeno da baraccone – taglia corto lo studioso barese – è un pellegrinaggio per eventi. Con quei fumetti stanno banalizzando la santità. Chi viene cerca un luogo riconoscibile, la tomba o i luoghi in cui Pio ha vissuto e invece trova la nuova chiesa senza nemmeno inginocchiatoi. La vecchia cripta era un luogo semplice e racchiusa nel neoromanico, ora ci sono le etichette con le spiegazioni perché tra l’oro e i mosaici la gente si distrae». Ma il santo, ammette Colafemmina, ha una “affinità elettiva” col dna del Sud. «Anche se i fedeli seguono i santi che ritengono fare più grazie e c’entra poco il marketing della santità, sentite cosa vi risponde un meridionale se gli chiedete chi è Edith Stein (Santa Teresa nel 2008 e patrona d’Europa, ndr)». I meridionali qui piangono, ma singhiozzano anche bresciani, polacchi, irlandesi e coreani. Il luccichio spiazza i novizi. «I mosaici – precisa Amapani – sono un’esperienza di fede che ha bisogno di tempo per essere capita e vissuta, c’è l’ignoranza di chi vuole subito toccare il corpo perché prima arrivi e prima non so che ti succede. Un genio di spiritualità come Pio si manifesta anche con un genio artistico come Rupnik. Un capannone come altrove sarebbe stato squallidissimo». E il San Francesco delle elementari? «Quando parla della liturgia delle chiese e delle messe, dice che bisogna usare l’oro più prezioso, così devo preparare il meglio che ci sia nei riti in cui Cristo si rende presente. Quando l’uomo smetterà di fare arte e bellezza il mondo sarà finito».

Laici e cattolici, post comunisti ed ex scudi crociati, sono tutti d’accordo: l’unica eredità del frate è l’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza. Misteri e miracoli a parte, è Padre Pio infatti che nel 1940, nella provincia di Di Vittorio, coltiva il sogno di «una sanità dal volto umano», una sorta di Primavera alla Dubcek per le malattie del mondo. Il nosocomio è oggi un centro d’eccellenza per la sanità in deficit del Meridione (e non solo): nel 2010 agli ambulatori sono giunti 125mila pazienti, più di 1 milione di prestazioni e 56mila ricoveri ordinari. Medicina rigenerativa, oncogenomica, oncologia sperimentale, cellule staminali somatiche e pluripotenti indotte. Ha anche le banche biologiche, tra cui la banca cordonale (nel 2009 con la maggior raccolta in Italia) e quella del latte umano. «Basta ad alimentare la fede dei credenti e dunque i pellegrinaggi – conferma la Godelli – se la città fosse soltanto un luogo finto, un parco a tema religioso, un mercato del sacro, non avrebbe visto decine di milioni di persone raggiungere il Santuario». Il mercato, in realtà, va avanti dal 1918. Sboccia con la vendita occulta di false pezzuole intrise di sangue appena Padre Pio dice di avere le stimmate, le ferite divine del suo ispiratore, San Francesco. Oggi si parla di “Padre Pio spa”, un flusso di quattrini, tra donazioni, fondi per l’Ospedale, diritti editoriali sui libri, antenne tv, giornali, siti internet, banner pubblicitari e souvenir. Secondo una ricerca del 2007 di Marketing Tv, il brand ha in mano il 4% del mercato italiano. Ma la chiesa di Piano e le bancarelle sono staccate. A gennaio 2010 i carabinieri qui scoprono un clan che spaccia droga, così nel 2004. A 2-300 metri, con 130 euro si fa la spesa: francobolli da 800 lire del ‘98 a 70 cent, magneti per il frigorifero e angeli proteggi-bimbi a 4, portachiavi per auto a 6, la statua con saio a 8, l’acquasantiera per la casa a 9, il nocino alle erbe di Padre Pio e l’altarino in legno a 10, la candela col santo nascosto nella cera a 6 e 50, l’orologio da taschino a 15 e con 50 il modellino in scala del carro funebre del ’68. Vicini a orecchiette, caciocavallo e al rosso locale, il nero di Troia. A Roma, con uva moscata, pasta e mandorle, nel 2002 hanno tirato fuori il “gelato del Santo”. I fedeli sono cambiati. Sono nei gruppi di preghiera: 3324 in tutto il mondo, 2580 in Italia e 744 all’estero. Pregano, cantano, raccolgono soldi per opere di beneficenza e tornano «rinati nello spirito e nel corpo», dicono. Hanno rosari, ma anche tablet. L’applicazione? “Padre Pio Tv”, le funzioni locali live da Tele Radio Padre Pio. «Amplifica il messaggio del santo che in vita comunicava con radio e giornali di tutto il mondo» dice a Linkiesta Stefano Campanella, direttore del canale nato nel 1987, come Radio Tau, su idea dei cappuccini di Sant’Angelo e Padre Pio. Satellite, digitale terrestre e internet non bastano più. «Ci chiedono i fatti ma anche soluzioni ai problemi di tutti i giorni attraverso l’esempio di Padre Pio che è la via per arrivare a Cristo e non il monopolio dei santi. Già in vita il frate aiutava e accoglieva i sacerdoti di Santa Rita». Per Don Alessandro, con forme e formule diverse, il fenomeno “bancarellaro” è nella storia dei pellegrinaggi e non è solo ecclesiale. «Ci sarà sempre un business – sottolinea il parroco – in Terra Santa hanno portato via i pezzi del sepolcro e sulla nuova basilica hanno cominciato a fare prima le croci nei muri per dire ‘io sono stato qui’ e poi a portar via la polvere del santuario. Così coi rosari e le immagini a Medjugorje o nei santuari buddisti e musulmani. Il mondo religioso e dei souvenir non è Padre Pio ed è fuori dalla basilica. I frati nel sagrato non fanno vendere neppure un rosario. Danno al luogo e al personaggio la vera identità come a Lourdes e a Fatima e tolgono garanzie a chi ha questo senso religioso». Intanto gli alberghi e “chi ha questo senso religioso” hanno cambiato la città. Per l’Organizzazione mondiale del turismo (Wto) San Giovanni Rotondo è la quarta meta mondiale della fede. Da 7 anni, tra Foggia e i Comuni dauni, espositori e buyers del pianeta son qui per la Bitrel, la Borsa Internazionale del turismo religioso (Aurea fino al 2009), stile Expocattolica di San Paolo. Quest’anno, dal 26 al 31 ottobre, si è tornati sulle Vie Francigene del Sud, i sentieri longobardi da Otranto a Roma, passando per la grotta di San Michele a Monte Sant’Angelo. Santuari e mercati, ma col Gargano mal collegato (vedi la frana di Montaguto), nemmeno l’aeroporto “Gino Lisa” di Foggia riesce a far decollare il turismo. Ci prova invano dal 1989, ma con una pista di 1.560 metri, Boing 737 e Airbus A320 fanno fatica. Così Aeroporti di Puglia, con l’ok di Comune, Provincia e Camera di Commercio di Foggia, ha deciso di portarla a 2.000 metri contando su 14 milioni di fondi Fas per il Mezzogiorno (sbloccati solo a luglio scorso). Ultima parola ora a Regione e conferenza di servizi. Resta però un “aeroporto bonsai”: costa tanto e viene usato poco. Tra arrivi e partenze, il traffico aumenta, ma è sotto i 72mila viaggiatori nel 2010 (68mila nel 2009). E dopo Club Air, Myair e Air Alps, i voli sono ancora per poco in mano alla svizzera Dream Airline che, in tre anni, ha fatto volare circa 130mila viaggiatori da e per Milano, Torino e Palermo. Sì, perché il 5 novembre lo scalo chiude i battenti: la Regione ha deciso di non versare più l’annuale cofinanziamento di 4,8 milioni.

Nel 2010 la città è tra le 31 bellezze mondiali per il New York Times. L’anno scorso, stando ai dati del Comune sul turismo locale (Istat e Agenzia di promozione turistica locale), sono arrivati da ogni parte del globo in 7 milioni e 45mila, tra pellegrini, turisti, gente in visita a parenti o in ospedale. Un record per gli ultimi 15 anni e più del 2008, quando l’ostensione delle spoglie di San Pio ne fa porta 6 milioni e 567mila (420mila in meno rispetto al 2009). Il problema è un altro: non entrano negli alberghi. Sono 163, inclusi bed&breakfast, affittacamere, case per ferie, villaggi e campeggi. La Camera di Commercio la chiama “industria dell’accoglienza”: un indotto senza 5 stelle e con circa 4mila addetti colpito dalla crisi e dalla moria di clienti. Ha registrato 426mila arrivi nel 2009 e appena 276mila lo scorso anno. E in 36 mesi l’uso medio dei posti letto è sceso da 118 giorni a 74, il peggior dato dal ’96, quando i cuscini servivano per 286 notti. In 12 mesi hanno chiuso i battenti 3 albergatori, anche se la cura dimagrante ha partorito 87 posti più del 2009. I turisti vanno anche a San Marco in Lamis, Vieste e Barletta e la media di permanenza è quasi la stessa da anni: nei 6.392 lettini dormono meno di due giorni (1,74). «È colpa della crisi economica – è la tesi del direttore Campanella -, tra l’altro Padre Pio consigliò a una persona, che faceva tutt’altro, di comprarsi un albergo ma senza sfruttare i pellegrini. Non aveva una visione trascendentale della vita, aveva i piedi per terra, poi è la legge di mercato che misura il business». Ma la politica cosa ha fatto? Chi ha messo mani al turismo o è andato a casa o ha dato il sonnifero ai piani di rilancio. Come quello di Federico Massimo Ceschin, l’esperto di marketing urbano che nel 2010, su incarico del sindaco di centrosinistra Gennaro Giuliani (in carica dal 2008 a natale scorso), stila un “Proposta progettuale per lo sviluppo del turismo” e poi arrivederci. “Dovevo riportare in equilibrio la città anche con la partecipazione popolare al nuovo piano urbanistico generale – chiarisce il manager che oggi cura la Bitrel per la Regione – la parola d’ordine era “normalità” contro le contraddizioni urbanistiche. Si pensava a una crescita qualitativa riportando spiritualità e senso autentico di devozione a partire dal centro storico, ripercorrendo i passi del frate, senza esagerazioni, senza egemonie, con l’immagine reale di un borgo capace di ritrovarsi con la ruralità e con l’ambiente, e i flussi turistici finalmente opportunità per uno sviluppo fondato sulla lentezza di questa terra». Così lenta che aspetta i guadagni sognati col Giubileo quando da Roma arrivano 50 miliardi di lire (8 per mille escluso) in deroga al piano regolatore e tirano su nuovi alberghi e vecchie pensioni. E con la beatificazione del ’99, il sindaco di centrosinistra Davide Pio Fini (dal ’96 a 2000 e poi delega al turismo con Giuliani) sfrutta il momento. «Recuperiamo un ritardo trentennale per la viabilità e per l’accoglienza – diceva – ed è giusto farlo ora che i mezzi ci sono. Tutte queste opere tornano a vantaggio degli abitanti di San Giovanni Rotondo e dei Comuni vicini». Con 20 miliardi anche per i parcheggi, Fini dice poi sì a 36 nuovi alberghi, ma riceve altre 464 domande. Il passo sembra più lungo della gamba. La sinistra locale va in crisi, la città viene commissariata e a maggio scorso passa al centrodestra (Luigi Pompilio). «Ma per ricucire quello strappo urbanistico ci vorrà molto tempo – spiega Ceschin -. C’è una sola area verde, il Parco del Papa, senza un piano di gestione e senza piscina, auditorium, centro congressi, pista ciclabile, impianto sportivo o valorizzazione del contesto rurale o forestale cittadino». Sembra di essere tornati al paesello selvaggio di pastori ritratto nel 1957 da Vittorio Sala per l’Istituto Luce, “Le capitali d’estate. Itinerario adriatico da Pescara a Ravenna”. C’erano solo la foresta e l’ospedale, ma anche allora San Giovanni Rotondo era in bianco e nero.

Il cielo e l’inferno

Una storiella estratta da “Il diavolo e la signorina Prym” di Paulo Coelho.

«Come ti stavo dicendo, Ahab raccontava sempre una storia sul cielo e l’inferno; uomo-cavallo-e-il-suo-cane.jpganticamente i genitori la tramandavano ai figli, ma oggi è dimenticata. Un uomo, il suo cavallo e il suo cane camminavano lungo una strada. Mentre passavano vicino a un albero gigantesco, un fulmine li colpì, uccidendoli all’istante. Ma il viandante non si accorse di aver lasciato questo mondo e continuò a camminare, accompagnato dai suoi animali. A volte, i morti impiegano qualche tempo per rendersi conto della loro nuova condizione. […] Il cammino era molto lungo; dovevano salire una collina, il sole picchiava forte ed erano sudati ed assetati. A una curva della strada, videro un portone magnifico, di marmo, che conduceva a una piazza pavimentata con blocchi d’oro, al centro della quale si innalzava una fontana da cui sgorgava dell’acqua cristallina. Il viandante si rivolse all’uomo che sorvegliava l’entrata.

“Buongiorno”.

“Buongiorno” rispose il guardiano.

“Che luogo è mai questo, tanto bello?”

“E’ il cielo”

“Che bello essere arrivati in cielo, abbiamo tanta sete”

“Puoi entrare e bere a volontà”, il guardiano indicò la fontana.

“Anche il mio cavallo e il mio cane hanno sete”

“Mi dispiace molto” disse il guardiano “ma qui non è permessa l’entrata agli animali”

L’uomo fu molto deluso: la sua sete era grande ma non avrebbe mai bevuto da solo. Ringrazio’ il guardiano e proseguì.

Dopo aver camminato a lungo su per la collina, il viandante e gli animali giunsero in un luogo il cui ingresso era costruito da una vecchia porta, che si apriva su un sentiero di terra battuta, fiancheggiato da tanti alberi. All’ombra di uno di essi era sdraiato un uomo che portava un cappello, probabilmente era addormentato.

“Buongiorno” disse il viandante.

L’uomo fece un cenno con il capo.

“Io, il mio cavallo e il mio cane abbiamo molta sete”

“C’è una fonte fra quei massi” disse l’uomo e, indicando il luogo, disse: “Potete bere a volontà”

L’uomo il cavallo e il cane si avvicinarono alla fonte e si dissetarono.

Il viandante andò a ringraziare, “Tornate quando volete” rispose l’uomo.

“A proposito, come si chiama questo posto?”

“Cielo”

“Cielo? Ma il guardiano del portone di marmo ha detto che il cielo era quello là”

“Quello non è il cielo, è l’inferno”

Il viandante rimase perplesso. “Dovreste proibire loro di utilizzare il vostro nome. Di certo questa falsa informazione causa grandi confusioni”

“Assolutamente no. In realtà ci fanno un grande favore. Perché là si fermano tutti quelli che non esitano ad abbandonare i loro migliori amici…”»

In cammino verso la verità. Quale verità?

Pubblico un post piuttosto lungo e non proprio di leggera lettura preso da Asianews. E’ parte dell’intervento di stamane del papa ad Assisi. Ci sono molti spunti interessanti; resta la mia perplessità sul concetto di ateismo espresso dal papa, perplessità che ho già esplicitato in altre occasioni.

L’incontro di Assisi è una spinta al “cammino verso la verità”, facendosi “carico insiemeassisi.jpg della causa della pace contro ogni specie di violenza distruttrice del diritto”. Lo ha affermato Benedetto XVI nel suo discorso a conclusione della mattinata di interventi delle varie personalità religiose e non nella basilica di S. Maria degli Angeli, radunati per la Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo. Il pontefice ha sottolineato che nel mondo attuale la pace è messa a rischio da due tipi di violenza: quella che fa “uso della religione” e quella che deriva “dall’assenza di Dio”. Ma è importante sottolineare che accanto alle “realtà di religione e anti-religione” che portano violenza, vi sono anche coloro che “cercano la verità, sono alla ricerca di Dio”. Essi sono importanti collaboratori del dialogo e della pace perché correggono le pretese dell’ateismo, teorico e pratico, e spingono “i credenti a purificare la propria fede, affinché Dio – il vero Dio – diventi accessibile”. Nel suo magistrale discorso, Benedetto XVI valorizza in modo forte la novità di questo incontro di Assisi rispetto a quello di 25 anni fa. Allora, Giovanni Paolo II aveva invitato solo rappresentanti religiosi. Questa volta, il papa ha invitato anche rappresentanti non religiosi, ma profondi ricercatori della verità e attribuisce ad essi una funzione fondamentale.

Il pontefice ha fatto anzitutto un bilancio dell’incontro di Assisi del 1986. “Allora – ricorda il papa – la grande minaccia per la pace nel mondo derivava dalla divisione del pianeta in due blocchi contrastanti tra loro. Il simbolo vistoso di questa divisione era il muro di Berlino che, passando in mezzo alla città, tracciava il confine tra due mondi. Nel 1989, tre anni dopo Assisi, il muro cadde – senza spargimento di sangue. La causa più profonda di tale evento è di carattere spirituale: dietro il potere materiale non c’era più alcuna convinzione spirituale. La volontà di essere liberi fu alla fine più forte della paura di fronte alla violenza che non aveva più alcuna copertura spirituale. Siamo riconoscenti per questa vittoria della libertà, che fu soprattutto anche una vittoria della pace”. Ma “a che punto è oggi la causa della pace?”, si domanda Benedetto XVI. Il mondo – egli risponde – è ancora “pieno di discordia”, non solo per la presenza di guerre qua e là nel pianeta, ma anche perché “il mondo della libertà si è rivelato in gran parte senza orientamento, e da non pochi la libertà viene fraintesa anche come libertà per la violenza”.

Il pontefice si diffonde poi nell’indicare due tipi di violenza. Il primo è “il terrorismo, nel quale, al posto di una grande guerra, vi sono attacchi ben mirati che devono colpire in punti importanti l’avversario in modo distruttivo, senza alcun riguardo per le vite umane innocenti che con ciò vengono crudelmente uccise o ferite. Agli occhi dei responsabili, la grande causa del danneggiamento del nemico giustifica ogni forma di crudeltà. Viene messo fuori gioco tutto ciò che nel diritto internazionale era comunemente riconosciuto e sanzionato come limite alla violenza. Sappiamo che spesso il terrorismo è motivato religiosamente e che proprio il carattere religioso degli attacchi serve come giustificazione per la crudeltà spietata, che crede di poter accantonare le regole del diritto a motivo del ‘bene’ perseguito. La religione qui non è a servizio della pace, ma della giustificazione della violenza”. Il papa sottolinea che “sì, nella storia anche in nome della fede cristiana si è fatto ricorso alla violenza. Lo riconosciamo, pieni di vergogna. Ma è assolutamente chiaro che questo è stato un utilizzo abusivo della fede cristiana, in evidente contrasto con la sua vera natura”. L’incontro di Assisi del 1986 voleva proprio esprimere il messaggio che la vera religione è un contributo alla pace e che ogni altro uso è un “travisamento e contribuisce alla sua distruzione”. Per questo, continua il papa, è importante un dialogo interreligioso per ricercare “una natura comune della religione, che si esprime in tutte le religioni ed è pertanto valida per tutte”. Tale “compito fondamentale” serve a “contrastare in modo realistico e credibile il ricorso alla violenza per motivi religiosi”.

Il secondo tipo di violenza “è la conseguenza dell’assenza di Dio”, che porta con sé la “perdita di umanità” . “Il ‘no’ a Dio – ha spiegato – ha prodotto crudeltà e una violenza senza misura, che è stata possibile solo perché l’uomo non riconosceva più alcuna norma e alcun giudice al di sopra di sé, ma prendeva come norma soltanto se stesso. Gli orrori dei campi di concentramento mostrano in tutta chiarezza le conseguenze dell’assenza di Dio. Qui non vorrei però soffermarmi sull’ateismo prescritto dallo Stato; vorrei piuttosto parlare della “decadenza” dell’uomo, in conseguenza della quale si realizza in modo silenzioso, e quindi più pericoloso, un cambiamento del clima spirituale. L’adorazione di mammona, dell’avere e del potere, si rivela una contro-religione, in cui non conta più l’uomo, ma solo il vantaggio personale. Il desiderio di felicità degenera, ad esempio, in una brama sfrenata e disumana quale si manifesta nel dominio della droga con le sue diverse forme. Vi sono i grandi, che con essa fanno i loro affari, e poi i tanti che da essa vengono sedotti e rovinati sia nel corpo che nell’animo. La violenza diventa una cosa normale e minaccia di distruggere in alcune parti del mondo la nostra gioventù. Poiché la violenza diventa cosa normale, la pace è distrutta e in questa mancanza di pace l’uomo distrugge se stesso”.

Proprio davanti a questo quadro di violenze derivate dallo stravolgimento della religione e dall’assenza di Dio, Benedetto XVI mette in luce un fattore importante: “nel mondo in espansione dell’agnosticismo” vi sono “persone alle quali non è stato dato il dono del poter credere e che tuttavia cercano la verità, sono alla ricerca di Dio… Esse soffrono a motivo della sua assenza e, cercando il vero e il buono, sono interiormente in cammino verso di Lui. Sono ‘pellegrini della verità, pellegrini della pace’”. Esse – dice il papa – “pongono domande sia all’una che all’altra parte. Tolgono agli atei combattivi la loro falsa certezza, con la quale pretendono di sapere che non c’è un Dio, e li invitano a diventare, invece che polemici, persone in ricerca, che non perdono la speranza che la verità esista e che noi possiamo e dobbiamo vivere in funzione di essa. Ma chiamano in causa anche gli aderenti alle religioni, perché non considerino Dio come una proprietà che appartiene a loro così da sentirsi autorizzati alla violenza nei confronti degli altri”. Questi cercatori della verità spingono le religioni a purificarsi: “Che essi non riescano a trovare Dio dipende anche dai credenti con la loro immagine ridotta o anche travisata di Dio. Così la loro lotta interiore e il loro interrogarsi è anche un richiamo per i credenti a purificare la propria fede, affinché Dio – il vero Dio – diventi accessibile. Per questo – ha concluso – ho appositamente invitato rappresentanti di questo terzo gruppo al nostro incontro ad Assisi, che non raduna solamente rappresentanti di istituzioni religiose. Si tratta piuttosto del ritrovarsi insieme in questo essere in cammino verso la verità, dell’impegno deciso per la dignità dell’uomo e del farsi carico insieme della causa della pace contro ogni specie di violenza distruttrice del diritto. In conclusione, vorrei assicurarvi che la Chiesa cattolica non desisterà dalla lotta contro la violenza, dal suo impegno per la pace nel mondo. Siamo animati dal comune desiderio di essere “pellegrini della verità, pellegrini della pace”.

Religioni a servizio della pace

A 25 anni da un evento storico pubblico questo articolo di Andrea Riccardi.

Assisi%201986%202.jpgAssisi, 27 ottobre 1986: Giovanni Paolo II si reca nella città di san Francesco con i leader cristiani e delle religioni mondiali per pregare per la pace. È tempo di Guerra fredda. Vari conflitti locali sono aperti. Con un gesto ricco di simbolismo il Papa chiede alle religioni di farsi carico della pace, pregandole une accanto alle altre, mai più le une contro le altre. L’avvenimento stupisce il mondo. Ma c’è chi lo considera come svendita della verità, mettendo la Chiesa sullo stesso piano delle religioni. È una giornata storica. Esprime la visione di papa Wojtyla: la Chiesa cattolica (la cui missione è comunicare il Vangelo) è al servizio della convivenza, valorizzando il messaggio di pace che è nel cuore di ogni religione. Nasce l’espressione “Spirito di Assisi”. Il mondo francescano la diffonde. La Comunità di Sant’Egidio, anno dopo anno, raduna i leader religiosi per continuare il cammino di dialogo in tante parti del mondo.

Giovanni Paolo II, nel 1993, di fronte alla crisi jugoslava, ritorna ad Assisi con alcuni leader religiosi per la pace. Alla vigilia del 2000, vuole incontrare a Roma i rappresentanti delle religioni. 24 gennaio 2002: dopo l’11 settembre 2001, con l’attentato terroristico agli Stati Uniti, Giovanni Paolo II sente il rischio di un conflitto di religione. Ha parole accorate sul terrorismo. Convoca ad Assisi le religioni per impegnarle per la pace e contro il terrorismo. Il Papa, fin dal 1986, aveva intuito come le religioni siano una forza di pace, ma possano anche benedire la violenza. Dal 2001, invece, il dialogo è spesso sotto accusa come debolezza di fronte ai fondamentalismi. I dieci anni trascorsi si sviluppano all’insegna della cultura del conflitto, che cresce – pur in diversa misura – in vari mondi politici e religiosi.

27 ottobre 2011: a venticinque anni dal 1986, Benedetto XVI si fa pellegrino di pace e verità con i leader religiosi. Lo scopo è – dice il Papa – «rinnovare solennemente l’impegno dei credenti di ogni religione a vivere la propria fede religiosa come servizio per la causa della pace». Oggi, la pace non significa solamente, come nel 1986, fine della minaccia atomica, ma è una sfida diffusa e profonda. È risposta a una cultura conflittuale. Questa sta permeando la società con la diffusione di comportamenti violenti e antagonistici, con l’allargamento delle reti criminali attraverso veri eserciti della violenza, con la crescita dell’odio. Le religioni sono l’unica realtà che, cambiando il cuore dell’uomo e della donna, può condurli su una via di pace. Credo che, in questo 27 ottobre 2011, i leader religiosi non siano stati soli ad Assisi: li ha circondati una corale invocazione per la fine delle guerre e per una pace vera, che è dono di Dio e costruzione degli uomini. Perché la preghiera per la pace, dal 1986, ha conquistato tanti cuori. Non è poco. Anzi è speranza che i nostri Paesi e il mondo divengano società del vivere insieme in pace.

Un po’ d’argento

“Rabbì, che cosa pensi del denaro?” chiese un giovane al maestro.

“Guarda dalla finestra”, disse il maestro,” cosa vedi?”.

“Vedo una donna con un bambino, una carrozza trainata da due cavalli e un contadino che va al mercato”.

“Bene. Adesso guarda nello specchio. Che cosa vedi?”.

“Che cosa vuoi che veda rabbì? Me stesso, naturalmente”.

“Ora pensa: la finestra è fatta di vetro e anche lo specchio è fatto di vetro. Basta un sottilissimo strato d’argento sul vetro e l’uomo vede solo se stesso”.

Siamo circondati da persone che hanno trasformato in specchi le loro finestre. Credono di guardare fuori e continuano a contemplare se stessi.

Non permettere che la finestra del tuo cuore diventi uno specchio. (Bruno Ferrero)

 

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Dalla vita io attendevo l’infinito

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“Penso spesso al giorno in cui vidi il mare per la prima volta. Il mare è grande, il mare è vasto, il mio sguardo spaziava lungi dalla riva e sperava di trovare la libertà: ma in fondo c’era l’orizzonte. Perché ho un orizzonte? Dalla vita io attendevo l’infinito.” (Thomas Mann)

Come uno specchio?

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Dio è come uno specchio; lo specchio è sempre lo stesso, ma chiunque lo guarda vede una cosa diversa. (Anonimo)

Sospeso

Dedico questa storiella ai ragazzi di quinta e a tutti quelli che in questo momento si sentono un pochino o un bel po’ sotto stress…

Un uomo stava camminando nella foresta quando s’imbatté in una tigre. Fatto dietro-front precipitosamente, si mise a correre inseguito dalla belva. Giunse sull’orlo di un precipizio, scivolò e trovò un ramo sporgente a cui aggrapparsi. Guardò in basso, e stava per lasciarsi cadere, quando vide sotto di sé un’altra tigre. Come se non bastasse, arrivarono due grossi topi, l’uno bianco e l’altro nero, che incominciarono a rodere il ramo. Ancora poco e il ramo avrebbe ceduto. Fu allora che l’uomo scorse accanto a sé una bellissima fragola. Tenendosi con una sola mano, con l’altra staccò la fragola e la mangiò. Com’era dolce!

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Festa delle capanne

Domani è il settimo giorno della festa di Sûkkôt, il più solenne. È indicato con il nome di Hôsha‘nā’ rabbā’h, che è un canto tratto dal Sal 118,25. Per invocare da Dio le piogge per tutto l’anno, si fanno sette giri (haqqā’fôth) intorno alla sinagoga con frasche di salici e vestiti di bianco. Nel video il centro culturale Naar israel chabad lubavich inaugura la sukkah, la capanna per ricordare che gli ebrei vissero per 40 anni nel deserto prima di arrivare alla terra promessa. Victor Bendaud spiega storia e teologia della festa di sukkot che è una delle tre feste comandate direttamente da Dio agli Israeliti per bocca di Mosé.

Ambizione dagli occhi di bronzo

Gianfranco Ravasi ha postato questo testo su Parola & parole.

“L’ambizione ha occhi di bronzo che mai il sentimento riesce a inumidire. I corpi dei bronzi di Riace sono perfetti, ma quel loro sguardo metallico sembra vuoto e cieco. Non per nulla definiamo «faccia di bronzo»  la persona impudente e arrogante che ci oppone un volto ipocrita, senza nessuna contrazione facciale di pudore o vergogna. Ha, perciò, ragione Schiller quando, nella sua tragedia “genovese” Fiesco, dipinge l’ambizione come una faccia dagli occhi di bronzo, mai rigati da lacrime. Per la carriera e il successo a tutti i costi non ci si può attardare nel lusso dei sentimenti. Si procede inesorabili calpestando gli altri più deboli, ignorando le remore morali, gelando le emozioni e la compassione. «L’ambizione – scriveva Tolstoj – non può permettersi di accordarsi con la bontà; essa si accorda solo con l’orgoglio, l’astuzia, la crudeltà».”

Concordo su tutto se per ambizione si intende la brama di potere e di successo, l’essere disposti a passare sopra tutto e tutti pur di riuscire nei propri intenti. Se invece ambizione è l’aspirazione a migliorarsi, il desiderio caparbio di riuscire in qualcosa penso possa anche accordarsi con il “lusso dei sentimenti”.