Nuove lapidazioni

Non avevo intenzione di scrivere su Roma. Poi mi sono imbattuto sul sito di Dimensioni Nuove in un articolo di Domenico Sigalini che commenta un pezzettino di Vangelo (qui sotto un estratto). E il mio pensiero, seppur trasversalmente, è andato a Roma, a tutti quegli imbecilli sempre pronti a usare la violenza, a voler far valere la ragione del più forte, a voler lapidare le idee degli altri. Non è questa la via, non può mai essere questa la via…

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I Giudei portarono di nuovo delle pietre per lapidarlo. Gesù rispose loro: “Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre mio; per quale di esse mi volete lapidare?”. Gli risposero i Giudei: “Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio”… Ritornò quindi al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava, e qui si fermò. Molti andarono da lui e dicevano: “Giovanni non ha fatto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero”. E in quel luogo molti credettero in lui.

Non avevano potuto lapidare l’adultera, gli si erano a forza aperte le mani per lasciare cadere il sasso, ciascuno aveva rivisto al rallentatore la sua vita ed erano stati costretti a reprimere una catarsi fin troppo comoda, irresponsabile, assassina. È sempre facile la tentazione di farsi una coscienza pulita scaricando la colpa sugli altri, su quella povera donna, su quella famiglia fallita. Stavolta però sono tornati i sassi in quelle mani, e la presa è più forte e sicura. Saremo moralmente non irreprensibili; siamo fatti tutti di carne, è pur vero ma bestemmiatori no! Noi sappiamo stare al nostro posto. Dio è l’altissimo, sia sempre benedetto il suo nome, noi sappiamo di essere creature. La nostra religione è la forza che tiene assieme il nostro popolo Lui è la roccia, noi siamo il popolo e gregge del suo pascolo. In quelle mani contratte, in quelle dita che trattengono nervosamente le pietre c’è tutta la storia, la cultura, ma anche l’ingessatura di un cuore indurito, di una religione tentata di fondamentalismo. E Gesù cerca di smontare questa schiavitù interiore. Ne va della sua missione! Dio Padre, l’abbà dei miei colloqui quotidiani, non è il Dio delle lapidazioni, ma dell’amore. Cercavano allora di prenderlo di nuovo. Gesù era veramente braccato, doveva giocare d’astuzia. Il suo primo nemico non era solo l’establishement, ma la gente di “parrocchia”, i cristiani della messa prima, i cattolici del conformismo, noi che ci siamo abituati a Dio come al colore delle pareti. E noi ci trova dovunque fuorché nel Getsemani, là dove ci si deve convertire, purificare, affrontare anche nella solitudine il fallimento e il necessario cambiamento di vita.

L’attesa dell’agnostico

Il biblista Gianfranco Ravasi ha aperto un blog all’interno 4314146861_f73d845f80_o.jpgde Il Sole 24 ore. Nell’ultimo post ha annunciato che oggi avrebbe pubblicato un articolo sul quotidiano che poi sarebbe apparso anche sul blog. Nell’attesa ha anticipato un pezzetto: “L’incontro tra credenti e non credenti avviene quando si lasciano alle spalle apologetiche feroci e dissacrazioni devastanti e si toglie via la coltre grigia della superficialità e dell’indifferenza, che seppellisce l’anelito profondo alla ricerca, e si rivelano, invece, le ragioni profonde della speranza del credente e dell’attesa dell’agnostico”. Resto in attesa pure io di leggere l’intero articolo, tuttavia ci sono delle parole che mi fanno sorgere una domanda: a cosa si riferisce quell’ “attesa dell’agnostico”?

Pezzetto di cielo

Si deve essere capaci di vivere
anche senza niente.
Esisterà pur sempre un pezzetto
di cielo da poter guardare.

Etty Hillesum

Un tempio d’amore

Qualche anno fa ho frequentato un master in pastorale giovanile. In quell’occasione ho conosciuto il biblista Silvano Fausti. Questa è una sua riflessione su un brano del Vangelo. E’ lunghetta e non è fatta per una lettura superficiale: bisogna mettersi lì con calma e pensarci perché è ricchissima di spunti sia per credenti che per non credenti.

Marco 11, 12-19     E il giorno dopo uscendo essi da Betania, ebbe fame. E vedendo da lontano un fico che aveva foglie, venne a vedere se dunque vi trovò qualcosa. E, venuto, vi trovò nient’altro che foglie. Non era infatti il tempo di fichi. E, rispondendo, gli disse: Nessuno più in eterno mangi frutti da te. E udirono i suoi discepoli. E vengono a Gerusalemme, e entrato nel tempio, cominciò a scacciare quelli che vendono e comprano nel tempio. Rovesciò le tavole dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe. E non lasciava che alcuno trasportasse qualcosa attraverso il tempio. E insegnava e diceva loro: Non sta scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Ma voi ne avete fatto una spelonca di ladri. E udirono i sommi sacerdoti e gli scribi e cercavano di rovinarlo, avevano infatti, paura di lui, perché tutta la folla era colpita dal suo insegnamento. E quando fu sera, uscirono fuori dalla città.

Il Vangelo parla sempre di cose buone che Gesù fa: fa vedere i ciechi, fa udire i sordi, fa tante cose buone. Invece questa sera fa un contromiracolo: c’era un fico con tante belle foglie e lo lascia lì secco. Poi va nel tempio e prende la frusta: è l’unica volta che sembra contro la mitezza, la misericordia. Vediamo dunque una cosa non gradita ai preti moderni e antichi. Si parla di una pianta di fico e del tempio. Il popolo è rappresentato dal fico, e il tempio dal tempio stesso con quello che c’è dentro.  Sembrano due immagini abbastanza diverse; in realtà ci sono similitudini: sulla pianta di fico ci sono tante foglie, nessun frutto; nel tempio c’è tanto mercato, nessuna preghiera. Quindi c’è un po’ di accostamento: spoglia il fico delle foglie, caccia via il mercato dal tempio. Quindi c’è molta similitudine. La similitudine è ancora più profonda, perché il tempio rappresenta Dio in mezzo agli uomini. E quel che Gesù farà sarà scacciare via tutte le cattive immagini di Dio che abbiamo; distruggerà il tempio che è l’immagine di Dio che noi abbiamo e il tempio distrutto sarà lui crocifisso; e risorgerà dopo tre giorni il nuovo tempio. Così il fico maledetto, l’albero maledetto richiamerà un altro albero maledetto: l’albero della maledizione, la Croce. Lui sulla Croce porterà tutta la nostra maledizione e finalmente ci sarà il frutto sulla Croce, il frutto dell’Amore di Dio per noi.

E il giorno dopo uscendo essi da Betania, ebbe fame.

L’unica cosa di cui il Signore ha bisogno in tutta la Bibbia, ed è il bisogno dell’asinello; l’asinello è l’animale del servizio e servire è il modo concreto di amare. Ciò di cui Dio ha bisogno è l’Amore, perché Lui è l’Amore. E l’Amore ha bisogno di essere amato. Ora ha fame. Questa fame risponde al bisogno che aveva dell’asinello. Che fame ha il Signore che viene a visitare la sua vigna? Ha fame che il popolo ami davvero: questo è il frutto del fico. La fame di Dio, il desiderio di Dio è che noi sappiamo amarci gli uni gli altri come Lui ci ha amato. È interessante: Dio ha una fame e un bisogno; l’unica fame e l’unico bisogno. Che poi questa fame e questo bisogno sono la nostra salvezza. Amare come Lui ci ha amato.

E vedendo da lontano un fico che aveva foglie, venne a vedere se dunque vi trovò qualcosa. E venuto, vi trovò nient’altro che foglie. Non era infatti il tempo dei fichi.

Il fico è il punto centrale della vigna, ed è la parte che dà il frutto dolce. Il  fico è una pianta interessante per molti motivi. Il primo: è la prima pianta a fare frutti. Fa frutti senza fiori e senza foglie. I fiori sono i primi frutti stessi. Poi fa frutti tutta estate e tutto l’autunno ed è ancora l’ultima pianta a produrre frutto. E poi d’inverno, anche quando tutto è secco, trovi almeno un fico secco sulla pianta, se no… non trovi nemmeno un fico secco, come si dice. Quindi, non c’è stagione che tenga per la pianta di fichi, fa sempre frutti. Se la vigna è Israele che deve dare i frutti (l’osservanza della Parola), il fico rappresenta la sintesi dell’osservanza della Parola: l’amore di Dio e del prossimo. Così noi in qualunque stagione siamo chiamati ad amare, perché siamo a immagine di Dio. Verrà notato dopo che non era stagione di fichi. È importante questa notazione perché noi diciamo: non è il tempo, ci saranno tempi migliori! No, non c’è stagione che tenga. Che sia primavera, che sia estate, che sia autunno o anche inverno, almeno un fico secco ci sarà sempre. Ci si aspetta sempre di trovare qualcosa perché ogni tempo è tempo per amare e per perdonare. Se no non esisti. E Gesù cosa trova? Trova sì il fico, ma tante foglie. Le foglie hanno una storia lunga nella Bibbia: proprio le foglie di fico. Servono solo per nascondere. Noi facciamo tante cose per nascondere l’unica cosa che manca. Ci manca l’unica cosa essenziale che è l’amore di Dio e del prossimo. Senza questo tutto è nulla, tutto è frascame, tutto è pura apparenza.

Rispondendo gli disse: nessuno più in eterno mangi frutto da te. E udirono i suoi discepoli.

Questa è una grande maledizione, è la maledizione di chi non ama. Chi non ama è maledetto, non dà frutto, è morto. E sarà quella maledizione che porterà Cristo sulla Croce; porta la maledizione del nostro peccato e della nostra morte. E noi avremo in cambio la sua vita. Quindi è interessante. Questo unico contromiracolo dove Gesù si mostra duro è l’origine di tutti i miracoli. È duro, ma può attirare su di sé tutta la durezza del nostro cuore. È duro contro il male, perché ci fa male. Però sarà lui a portare su di sé il male per darci il frutto. E i discepoli udirono, perché la scena verrà ripresa il giorno successivo:

E vengono a Gerusalemme. Entrato nel tempio cominciò a cacciare quelli che vendono e comprano nel tempio e rovesciò i tavoli dei cambiavalute, le sedie dei venditori di colombe.

L’ingresso di Gesù nel tempio è la grande attesa di tutto l’Antico Testamento che termina col capitolo 3 del profeta Malachia che dice: verrà il Signore nel suo tempio. E cosa farà? Viene a purificare il tempio. Il tempio è Dio. Gesù sulla Croce purificherà la nostra immagine di Dio. Noi pensiamo a un Dio tremendo, a un Dio giudice che condanna, punisce il male. Invece, sì, il male è male, tant’è vero che ci fa male. Allora lui che ci vuol bene cosa fa? Porterà su di sé il nostro male sulla Croce. E il tempio distrutto sarà Cristo stesso che muore in Croce. E il nuovo tempio sarà Lui risorto che ha vinto la morte e proprio nel suo amore ci dà la vita nuova, e il nuovo tempio sarà ciascuno di noi con il dono del suo Spirito. Questa scena del tempio è fondamentale, perché è il tempio è il centro della religione di Israele e di ogni religione: è Dio. Uno può dire: ma come, va dentro lì e fa tutto questo disastro? Non è garbato. In fondo, quello che qui viene messo in evidenza in questi due episodi – il contromiracolo e la cacciata dal tempio – è il male e il danno che questo procura. È inutile far finta di niente. Non si può stare indifferenti di fronte a un albero che invece di dare frutti non dà niente, c’è qualcosa che non va. C’è qualcosa che non va, anche, se il tempio è ridotto così, non vi si può passare sopra e dire: poveracci, hanno bisogno di vivere anche loro, lasciamoli commerciare. I profeti sentivano di tradire la missione ricevuta se non andavano a rimproverare coloro che sbagliavano.

Allora Gesù, entrato nel tempio, cominciò a cacciare quelli che vendono e comprano nel tempio. E rovesciò le tavole dei cambiavalute.

Nel tempio si vendevano e comperavano oggetti che servivano per la purificazione. Per la purificazione infatti bisognava presentare o due colombe, o due tortore o gli animali dei sacrifici stessi. Allora hanno pensato bene: mettiamo su un mercatino. Era un po’ un supermercato. Tra l’altro occupava un’area di 475 metri per 300, tale era la misura del cortile. Quindi un’area infinita. Oltre al mercato degli animali che poteva servire per i sacrifici, i riscatti e gli ex voto, c’era poi l’immancabile cassetta delle offerte e in più c’erano i cambiavalute, perché venivano israeliti da tutti le parti del mondo con monete romane e greche che non valevano perché immonde. Bisognava pagare in moneta ebraica, così si cambiavano e, come sapete, sui cambi ci si guadagna bene. Il mercato era floridissimo e lo stesso tempio diventava poi la banca centrale, perché il tesoro del tempio era la banca centrale dove c’era tutto il valore di Israele. Allora, cosa fa Gesù? Con la sua morte toglie coloro che vendono e comprano per i sacrifici. Cioè il nostro rapporto con Dio in genere qual è? Io ti faccio questo sacrificio e tu mi dai questo; stabiliamo un rapporto di compravendita; io ti prego e tu in cambio mi dai la salvezza. Cioè trattiamo Dio, che è Amore, pagandolo. Questo pagare l’amore si chiama prostituzione. È il peccato più grave contro Dio che è l’Amore: trattarlo da prostituta. Non è che noi compriamo Dio con le buone azioni. Lui ci vuole bene: siamo figli amati gratuitamente. E Gesù purificherà il tempio – l’immagine di Dio – dicendo: guardate che non siete voi con le vostre buone azioni a salvarvi, vi salvo io, perché vi amo, per grazia; allora potrete anche amare e fare frutto. Se no, resterete sempre nell’egoismo, anche nell’egoismo spirituale che diventa una compravendita; non farete mai l’amore. E così nel tempio, invece di esserci l’amore e la fiducia in Dio, il rapporto filiale, cosa c’è? La compravendita. Ti faccio questo e mi dai questo. Tutte le religioni fanno così, tutte le religioni pagane.

Non lasciava che alcuno trasportasse qualcosa attraverso il Tempio.

Il Duomo di Milano ha una porta laterale. C’era una porta corrispettiva anche dall’altra parte. L’hanno chiusa perché quando facevano mercato, dovendo trasportare delle cose, invece di fare il giro della piazza era più comodo attraversare il Duomo. Lo stesso capitava a Gerusalemme: chi doveva passare da una parte all’altra della città, si trovava di mezzo il tempio, tanto valeva entrare con i suoi buoi da una parte e uscire dall’altra. Il tempio era la scorciatoia per raggiungere l’altra parte della città. In realtà anche il nostro rapporto con Dio tante volte è una scorciatoia. Cioè Dio ci serve per raggiungere i nostri obiettivi. Non è il fine dei nostri obiettivi. Passo da lì perché è più comodo. È interessante questo. Non è che si manifesti sempre platealmente come nel caso del fare commercio, con un opportunismo, una strumentalizzazione della religione per interessi personali, ma è qualcosa di più profondo e noi ce ne possiamo accorgere quando anche nel rapporto con Dio mettiamo al centro noi stessi. Magari non c’è questo interesse materiale – come farsi degli amici per avere appalti o altro  – si tratta di un rapporto più diretto e più pulito, dove però ci mettiamo ancora noi, ed è ancora Lui che deve essere a nostro servizio. In fondo noi ci serviamo di Dio. Che va benissimo: Dio serve perché è amore. Ma se noi amiamo anche noi serviamo, nel senso che amiamo, allora è reciproco e non ci serviamo di Lui: amiamo come siamo amati. È un po’ come il figlio che sfrutta il genitore dicendo: tanto mi vuole bene! Ma senza voler bene. Quindi nel primo caso dice: è un po’ tremendo, faccio delle cose buone, così me lo tengo buono; nel secondo caso, è buono e allora va bene, mi serve. In realtà uno che fa così non ha ancora capito che c’è qualcosa di molto più profondo: tu diventi libero, diventi uomo, diventi te stesso, se proprio diventi come Lui, se sai amare gratuitamente. Allora fai il frutto. Allora il tempio è tempio, è presenza di Dio, se no, non è presenza di Dio. E Gesù che muore in Croce sarà proprio la fine del tempio. Di fatti Lui in Croce non ci guadagna niente, ci perde tutto, non è una facile scorciatoia, sa amare in pura libertà il Padre e i fratelli dando la vita. E così mi fa vedere chi è Dio: è uno che ama in libertà, in gratuità, dando la vita. E Gesù in fondo è venuto per stabilire nel mondo questo nuovo rapporto con Dio che è di amore reciproco.

E insegnava e diceva loro: non sta scritto: la mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Ma voi ne avete fatto una spelonca di ladri.

La mia casa – il luogo di Dio, Dio stesso – è un luogo di preghiera, cioè di comunione. Comunione con Lui è la preghiera. Comunione per tutte le genti – le “genti” vuol dire i “pagani” –quindi per tutti gli uomini. La comunione con Dio stabilisce la comunione fra tutti gli uomini, perché Dio è Padre e allora siamo tutti fratelli. Per questo c’è il tempio, cioè Dio in mezzo a noi è proprio colui con il quale siamo in comunione col Padre, quindi con tutti gli uomini, con tutte le genti come fratelli e sorelle. Per questo c’è il tempio, per questo c’è Dio al mondo e c’è il mondo. Noi, invece, ne abbiamo fatto una spelonca di ladri. Il primo ladro è stato Adamo che ha voluto rapire l’eguaglianza con Dio, ciò che gli era donato. Noi, in fondo, di tutta la nostra vita, invece che un dono che riceviamo, che viviamo nell’amore e sappiamo donare, ne facciamo qualcosa del nostro possesso, una spelonca di ladri. L’opposizione tra banda di ladri e tutte le genti vuol proprio dire qualcosa di cui ci si appropria e che impedisce agli altri di entrare. Vedete allora chiaramente: c’è un parallelo tra il fico e il tempio. Sul fico nessun frutto, tante foglie; nel tempio niente preghiera, niente comunione tra le persone, un grande mercato. Praticamente uno vive egoisticamente sia il proprio rapporto con Dio, sia il rapporto coi fratelli. Quindi non c’è alcun frutto. E lo stesso Dio serve per vivere questo.

E udirono i sommi sacerdoti e gli scribi e cercavano di rovinarlo. Avevano infatti paura di Lui perché tutta la folla era colpita dal suo insegnamento.

I sommi sacerdoti e gli scribi cercano di rovinarlo. Fin dal principio dicono: costui bestemmia, perché perdona, perché porta l’amore di Dio tra gli uomini e qui si dice chiaramente che ormai cercano di farlo fuori. Perché? Anche se uno non lo sa, dove non c’è amore, c’è uccisione c’è morte. E c’è la morte in chi non ama. E chi l’ha dentro la porta anche fuori. Per ora però non eseguono il disegno – passeranno solo tre o quattro giorni, poi lo eseguono – perché la folla lo ascolta volentieri. E hanno paura della folla. Quindi si presenta una differenza tra i capi e la folla, una differenza che poi andrà sempre diminuendo. L’ultima volta diceva “osanna”, ora lo vede volentieri, è colpita dal suo insegnamento. Quando poi lo vedrà lì, un pover’uomo coronato di spine, allora dirà crocifiggilo.

E quando fu sera uscirono fuori della città.  

Si scandisce “quando fu sera” e poi si dirà: “e il mattino dopo”,  come nei giorni della creazione “e fu sera, e fu mattina”.  Cala la sera definitiva sul tempio. La sera è immagine della morte: finisce il tempio, finisce il popolo. E il popolo maledetto e il tempio maledetto sarà Cristo stesso che finisce in Croce e così salva da ogni maledizione. Questi due fatti della vita di Gesù sono il contrario di quello che ci aspettiamo: una maledizione e il fico resterà secco; un atto di violenza che rovescia i banchi dei cambiavalute. In realtà, questi fatti simboleggiano ciò che noi facciamo con Dio.

Coraggio

Siamo troppo attaccati allo scoglio. Alle nostre sicurezze.
Ci piace la tana.
Ci attira l'intimità del nido.
Ci terrorizza l'idea di rompere gli ormeggi, di spiegare le vele, di avventurarci al mare aperto.
Di qui la predilezione per la ripetitività, l'atrofia per l'avventura, il calo della fantasia.
(don Tonino Bello)

L’accidia e il volo

Posto un pezzo di Laura Cioni sull’accidia preso da Il sussidiario e una canzone che vedo ben collegata all’articolo. La canzone è dei miei amati Helloween: “Eagle fly free” e il ritornello canta “Aquila, vola libera, lascia che le persone vedano, fallo a modo tuo, lascia indietro il tempo, segui il segno. Un giorno voleremo insieme”

“Tra i vizi capitali il meno noto, anche se molto diffuso, è l’accidia. Se ne è scritto in tutti i tempi, riflettendo sulla vita morale in base ai concetti di vizi e virtù, in una modalità concreta e facilmente osservabile anche nella vita quotidiana. Orazio, così saggiamente epicureo, in una sua epistola definisce l’accidia strenua inertia, smaniosa inerzia, in altre parole inquietudine. Tacito racconta il languire degli studi in tempi di oppressione politica e realisticamente afferma che la ritrovata libertà ne favorirà la ripresa, ma con fatica, perché vi è una segreta dolcezza anche nell’inoperosità che, dapprima invisa, alla fine viene amata.

Per san Tommaso l’accidia non è solo l’indugio a decidersi per il bene e l’incostanza nel perseguirlo, ma più precisamente la tristezza del bene, una inattività dell’anima che non vuole e insieme non può volgersi alla vera gioia.

Dante la rappresenta nell’Inferno ponendo gli accidiosi insieme agli iracondi nel pantano dello Stige: Fitti nel limo, dicon: “Tristi fummo/ nell’aere dolce che dal sol s’allegra,/ portando dentro accidioso fummo:/ or ci attristiam nella belletta negra”: come furono tristi nella vita, avvolti nel fumo della negligenza, così nell’eternità vivono lo stesso umor nero, che li stringe alla gola come la melma di cui hanno piena la bocca. Il poeta ritorna sull’accidia nei canti centrali del Purgatorio, dove spiega la dinamica della libertà umana; per bocca di Virgilio definisce l’accidia amor del bene scemo/del suo dover, ovvero desiderio solo intenzionale, privo degli atti necessari a raggiungerlo e a gustarlo. Dante spiega come ogni uomo desideri il vero bene e lotti per ottenerlo: Ciascun confusamente un bene apprende/ nel qual si queti l’animo, e disira;/per che di giugner lui ciascun contende. E proprio sul limite della balza vede gli accidiosi pentiti espiare il fatto di non aver assecondato alcun desiderio e di non averlo perseguito con amore lesto e operoso: Se lento amore in lui veder vi tira,/ o a lui acquistar, questa cornice,/ dopo giusto penter, ve ne martira.

L’insufficiente energia morale dell’accidia è riconosciuta come propria da Petrarca nel Secretum, il dialogo letterario con sant’Agostino; in quest’opera egli la fa risalire al disinganno. Anche in questo i moderni, e non solo i poeti, sono un po’ tutti suoi eredi.

Si può ipotizzare che l’accidia sia un vizio predominante dei nostri giorni; molti segnali lo indicherebbero alla semplice osservazione: la disistima di direttive decise, la noia, lo spreco, la mania dell’effimero, la scontentezza, il risentimento sono comportamenti diffusi e poco percepiti e proprio per questo generatori di mali peggiori che riempiono la società di violenza e di ingiustizia.

Come si corregge questa cattiva abitudine dell’anima connessa con l’inattività, con l’inquietudine, con l’ira, con la malinconia?  E’ difficile vincere la tristezza del bene con le sole proprie forze, ma  anche tante parole che ingombrano di pareri, di consigli, di prediche appaiono poco efficaci. Un avvenimento  può scuotere la vita e cambiarle direzione, come si nota nelle biografie dei grandi e in vicende famigliari più nascoste. Certo, la grande risorsa è quella di essere presenti a se stessi, di ammettere i propri errori, di prevedere la fatica di rialzarsi e di ricominciare a camminare. Magari la scoperta di un nuovo amore. Ma una esperienza data a taluni, decisiva, è stata descritta da Agostino negli ultimi dialoghi con sua madre: egli immagina che per l’uomo tutto taccia, la terra, il cielo, l’anima stessa e in questo silenzio egli possa udire la voce di Dio parlare non attraverso le cose, ma con la sua stessa bocca; allora non sarebbe questo l’“entra nel gaudio del tuo Signore”? Se la scoperta della gioia di Dio, imprevedibile e duratura, irrompesse in un punto cruciale della vita, vincerebbe l’accidia di schianto: “Noi siamo stati liberati come un uccello dal laccio dei cacciatori; il laccio si è spezzato e noi siamo scampati”. Resterebbe la libertà di volare.”

La domanda

“I cristiani e la Chiesa non dovrebbero mai temere le domande. Anzi, dovrebbero suscitarle, amarle, sostare in esse. Perché è dalle domande che cresce la ricerca della fede, il desiderio di scrutare i pensieri di Dio.”
Simone Weil

I 40 anni di Bose

Una delle esperienze religiose che mi ha sempre colpito è quella del Monastero di Bose. Senza sapere questa mia preferenza, i ragazzi di 5BL da poco usciti dal Percoto mi hanno regalato l’ultimo libro di Enzo Bianchi, il priore della Comunità. Ecco che nell’ultimo numero di Jesus trovo questo pezzo di Piero Pisarra monastero_di_bose_02.jpg

C’è una frase della tradizione monastica che Enzo Bianchi ripete spesso: «Oggi io ricomincio». Il segreto di Bose è forse qui: nel mettersi in gioco quotidianamente, nel non adagiarsi, perché la vita monastica è appunto «vita», movimento, cammino. Un invito incessante alla conversione dello sguardo e del cuore. Nella sequela dell’unico necessario, Gesù il Signore. Chi tornasse dopo trent’anni in questa frazione del Comune di Magnano, sulla Serra morenica tra Ivrea e Biella, stenterebbe a riconoscere la piccola comunità in cui circolavano le parole del Concilio e la voce dello Spirito suggeriva forme nuove di presenza, una testimonianza radicale, senza compromissioni mondane. Alla cappella spoglia degli inizi e alla casa per gli ospiti si sono aggiunti una bella e grande chiesa, edifici per l’accoglienza e l’ospitalità. E tra i visitatori non passano più di mano in mano i ciclostilati dalla copertina gialla con i detti dei Padri del deserto o gli scritti della tradizione monastica, bensì i libri bianchi – e sobriamente eleganti – delle edizioni Qiqajon.

Eppure lo spirito è il medesimo: se altre comunità nate negli stessi anni sono cambiate in profondità, mettendo in cantina il carisma degli inizi, se con gli anni hanno barattato la profezia con la diplomazia, non così a Bose. Ne è prova anche l’ultima lettera agli amici per la Pentecoste di quest’anno: un invito a perseverare nella speranza, anche quando l’orizzonte è chiuso, manca il respiro e la realtà ecclesiale è dominata da «un grigiore che come nebbia autunnale sembra avvolgere e intridere tutto». Nel tempo della prova e della sofferenza, «in un’epoca appiattita sull’immediato e sull’attualità » e «che non ha più il coraggio di parlare né di perseveranza né tanto meno di eternità », i fratelli e le sorelle di Bose ricordano il télos, il fine della vita cristiana: «L’incontro con il Dio che viene». Come la sentinella di Isaia, scrutano l’orizzonte alla ricerca dei primi bagliori dell’alba e, a chi chiede quanto resti della notte, rispondono: «Viene il mattino, poi anche la notte; se volete domandare, domandate, convertitevi, venite!» (Is 21,12). Sentinelle: ecco il vero ruolo dei monaci. Uomini e donne dalla vista lunga, capaci – come la civetta che è il loro simbolo – di vedere al di là della notte. E di coniugare fedeltà e perseveranza, due virtù che, «nel tempo frantumato e senza vincoli» di oggi, «si configurano come una sfida per ogni essere umano e, in particolare, per il cristiano».

Fedeltà al Vangelo e alla tradizione monastica, alla «grande nube di testimoni» – Elia e Giovanni il Precursore, Antonio e i Padri del deserto, Pacomio e Maria, Basilio e Macrina, Benedetto e Scolastica, Francesco e Chiara e tanti altri – cui fa riferimento Enzo Bianchi nelle Tracce spirituali all’origine della Regola di Bose. E perseveranza: nelle scelte essenziali, in ciò che davvero conta, sapendosi sbarazzare dell’accessorio e di quanto ingombra il cammino. Da queste due virtù dipende anche la qualità delle relazioni e l’attenzione all’altro, la capacità di sondare i cuori e le menti. Fin dall’inizio, Enzo Bianchi dice di essere stato «abitato dalla convinzione che ogni monaco sia innanzitutto un cristiano “generato” al monachesimo dal monachesimo stesso»: non un cristiano speciale, ma un semplice laico che in fedeltà al battesimo si pone sulla scia degli ebbri di Dio e di quei primi monaci che, in reazione alla pace costantiniana, andavano nel deserto egiziano muniti di bastone e di melote, il mantello di pelle di pecora che serviva da unico indumento. Perché, come diceva Antonio il Grande, «i monaci possiedono solo due cose: le sacre Scritture e la libertà». A Bose le Sacre Scritture, studiate, indagate, meditate, sono la bussola. E la libertà, il tratto distintivo. Una libertà che si esprime nell’esercizio di un’altra virtù dimenticata, la «parresìa», il parlar chiaro e forte, senza i veli delle convenienze, delle prudenze ecclesiastiche o dell’ipocrisia. Bose è insomma la testimonianza di una vita «altra», paradossale, e di relazioni nuove: una comunità mista e interconfessionale, profezia di unità. Ma c’è un binomio che forse la caratterizza meglio di altri. È il binomio della tradizione monastica medievale di cui parla padre Jean Leclercq nel suo Amore per le lettere e desiderio di Dio, ampiamente citato da Benedetto XVI nel discorso agli intellettuali francesi il 12 settembre 2008: grammatica ed escatologia (accostamento apparentemente incongruo tra due realtà che poco hanno in comune).

Ma la «grammatica», l’amore per lo studio, il lavoro ben fatto, il rispetto delle regole, la ricerca filologicamente accurata è ciò che contraddistingue lo scriptorium di Bose: nelle molteplici traduzioni dei Padri della Chiesa o nelle altre imprese editoriali, dalle Regole monastiche d’Occidente, per Einaudi, ai testi su Maria nella collana dei Meridiani Mondadori e al Libro dei testimoni, il martirologio ecumenico pubblicato dalle edizioni San Paolo. Senza dimenticare la nuova traduzione del Salterio. E la Preghiera dei giorni che permette ai tanti amici della Comunità di celebrare le ore canoniche come parte di un monastero invisibile che dal paesino del Piemonte si estende all’intera Europa e oltre. Perché Bose è anche questo: un monastero senza mura, fatto di persone che alla Comunità guardano come a un riferimento sicuro, di amici che frequentano i corsi biblici e spirituali o che aspettano con impazienza la registrazione in cd delle nuove conferenze, le lezioni di Enzo Bianchi o di Luciano Manicardi, le letture bibliche di Sabino Chialà o di Daniel Attinger, gli interventi o le meditazioni di altri fratelli e sorelle. Un monastero che con i convegni annuali di spiritualità ortodossa getta un ponte verso l’Oriente cristiano, eliminando incomprensioni e pregiudizi nel dialogo ecumenico. In quarant’anni di esistenza, Bose ha intrecciato rapporti con numerosi monasteri occidentali, con i grandi centri spirituali dell’Ortodossia russa, ha ospitato vescovi, teologi e monaci di ogni confessione, ponendosi come luogo di uno scambio libero e fecondo. Senza cedimenti new age, senza cavalcare mode, ha proposto, nei libri del priore (ma non solo), un’arte di vivere, una saggezza dei giorni che parla al cuore anche di molti non credenti e di uomini in ricerca, musicisti e artisti di primo piano. Come il compositore estone Arvo Pärt, o il pianista Stefano Battaglia e il percussionista Michele Rabbia che a Enzo Bianchi hanno dedicato uno dei brani più belli di Pastorale (Ecm), il loro ultimo disco. E poi la pratica della lectio divina, del confronto quotidiano con le Scritture, che Bose ha contribuito a rinnovare e a diffondere in tutta la comunità cristiana.

Questo per la «grammatica». E l’escatologia? Essa è «memoria del futuro », tensione verso il non ancora, segno di un desiderio che sarà colmato nel Regno. Perché i monaci, più di altri, sanno di abitare una dimora provvisoria, in attesa della città definitiva. La loro non è fuga mundi, ma ricerca, sequela: è quaerere Deum, cercare Dio. Sovente Enzo Bianchi ricorda le parole di Evagrio, il brillante diacono che nel IV secolo da Costantinopoli scelse la via del deserto, sulle tracce dei primi anacoreti: «Monaco è colui che è separato da tutti e unito a tutti». La ricerca dell’unità in sé stessi implica questo doppio movimento: il ritrarsi in una cella e l’aprirsi alle dimensioni del mondo. Coltivare il silenzio e la solitudine come beni preziosi, amando profondamente la compagnia degli uomini. «Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa», ha detto Benedetto XVI degli antichi monaci. Ed è così anche per Bose. Se il nostro è tempo di nebbia, di grigiore e di torpore spirituale, su questa collina del Piemonte si gettano i semi di una stagione nuova, di un rinnovamento che non si intravede ancora, ma che verrà. Preparato silenziosamente da quanti, come i fratelli e le sorelle di Bose, testimoniano la novità del Vangelo e l’intelligenza della fede.

Il piacere e l’amore

In terza stiamo parlando dei valori. Ecco un breve pensiero di Herman Hesse:

“Tutti sanno per esperienza che è facile innamorarsi, mentre amare veramente è bello ma difficile. Come tutti i veri valori, l’amore non si può acquistare. Il piacere si può acquistare, l’amore no.”

Una pace dello spirito che va sul concreto

“La pace nel mondo può passare soltanto attraverso la pace dello spirito, e la pace dello spirito solo attraverso la presa di coscienza che tutti gli esseri umani nonostante le fedi, le ideologie, i sistemi politici ed economici diversi, sono come membri di una stessa famiglia.”

Dalai Lama

Accendo il sole per te

Un’altra cantante che amo moltissimo è Gianna Nannini che in questo brano parla del rapporto di amore-odio con suo padre. Il titolo è “Babbino caro”. La canzone l’avevo già proposta all’interno del post “A caccia!” ma vale la pena riprenderla

Aiutami a non piangere adesso siamo soli

La rabbia ormai è cenere mio eterno dittatore

Stai qui stai qui e dammi il buon esempio

Non devi far vedere al cielo che hai paura oh oh

Babbo non l’avevi detto che finiva tutto e mi lasciavi qui

Babbo dammi ancora addosso

la vita è un gioco rotto se non ci sei più

Stai giù stai giù, fermiamo questo tempo

ed io con la forza che ho di te non ti abbandono oh oh

Babbo non l’avevi detto che finiva tutto e mi lasciavi qui

Babbo stammi ancora addosso

la vita mi fa freddo se non mi copri più

E vai via dalle mani babbino caro

accendo il sole per te e non ti perderò

E la vita non è come un angelo che

si alza e danza sulla punta dei piedi

E la vita che hai e che vedi andar via

io vorrei ridartela come se fosse mia.

Babbo non l’avevi detto che finiva tutto e mi lasciavi qui

Babbo stammi ancora addosso

la vita mi fa freddo se non mi copri più

E vai via dalle mani babbino caro

accendo il sole per te e non ti perderò

Verso l’altro lato del mare

In 4BL abbiamo cominciato a parlare di un argomento molto delicato che va a toccare corde profondamente personali: morte e aldilà. Mi è venuto in mente il testo della canzone “I don’t wanna cry no more” del mio gruppo metal preferito, gli Helloween. Vi posto testo (tradotto da www.dartagnan.ch) e video.

Hey, fratello, ti ho perso così

hai bussato alla porta del Paradiso

e non t’abbiamo più visto

dev’essere assurdo ciò per cui viviamo

perchè Dio ha smesso di tenerti sulla scala della tua vita

chiamo il tuo nome con le lacrime agli occhi

Non voglio più piangere

il passato mi ha dato felicità e dolore

la vita è fuggita come un fiore

da una distanza, dopo la sofferenza

prego il Signore di custodire la tua anima

non voglio più piangere mentre ti perdiamo

La vita è come una passeggiata su un filo alto

tu sei scivolato ti ho visto in una vena morente

alti come le montagne sembrano tutti i problemi che ho

ma quando sento la tua voce molto lontano fuori dal buio

ti fai strada in fondo alla mia mente

Non voglio più piangere

il passato mi ha dato felicità e dolore

la vita è fuggita come un fiore

da una distanza, dopo la sofferenza

prego il Signore di custodire la tua anima

non voglio più piangere mentre ti perdiamo

Pelle ed ossa non toccano il cielo

Spero che troverai il passaggio fuori dal buio

verso l’altro lato del mare e so che ti vedrò ancora

Non voglio più piangere

il passato mi ha dato felicità e dolore

la vita è fuggita come un fiore

da una distanza, dopo la sofferenza

prego il Signore di custodire la tua anima

non voglio più piangere mentre ti perdiamo

Riga o fune?

Se tracci col gesso una riga sul pavimento, è altrettanto difficile camminarci sopra che avanzare sulla più sottile delle funi. Eppure chiunque ci riesce tranquillamente perché non è pericoloso. Se fai finta che la fune non è altro che un disegno fatto col gesso e l’aria intorno è il pavimento, riesci a procedere sicuro su tutte le funi del mondo. Ciò che conta è tutto dentro di noi; da fuori nessuno ci può aiutare. Non essere in guerra con se stessi, vivere d’amore e d’accordo con se stessi: allora tutto diventa possibile. Non solo camminare su una fune, ma anche volare. (Hermann Hesse)

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Perdono e giustizia

Pubblico un altro pezzo di Enzo Bianchisulla questione del male e in particolare sul rapporto tra perdono e giustizia.

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Perché il perdono è un tema così decisivo nella nostra vita umana e cristiana? Perché la nostra vita conosce il male, questa contraddizione, questa negazione del bene che non possiamo rimuovere né negare. Il perdono ha a che fare con il male, il male che noi facciamo a noi stessi e agli altri, il male che gli altri ci fanno. Il male – nelle sue varie forme del cattivo pensare, del malvagio agire, dell’offensivo parlare – è una realtà nella nostra vita e nelle nostre relazioni. Il male – dice Gesù – è ciò che nasce dal nostro cuore e diventa aggressività, violenza, odio verso gli altri e verso noi stessi (cf. Mc 7,20-23; Mt 15,18-20). Il male è ciò che io faccio nonostante voglia fare il bene, confessa l’Apostolo Paolo (cf. Rm 7,18-19). Non a caso le domande che rivolgiamo a Dio nel Padre nostro, la preghiera insegnataci da Gesù, sono: «Non abbandonarci alla tentazione» e «Liberaci dal male» (Mt 6,13); e queste richieste sono precedute da quella del perdono di Dio, invocato perché ci renda capaci di perdonare i nostri fratelli: «Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12).

Il male come azione malvagia compiuta da noi esseri umani ci accompagna per tutta la vita. Nel quotidiano il più delle volte non è epifanico, non ha conseguenze vistose; in alcune circostanze invece esplode e ci spaventa, provocando in noi indignazione. In ogni caso, il male è sempre banale… L’uomo si abitua al male, e soprattutto la violenza può nutrire il male, farlo crescere fino alla negazione dell’altro, degli altri. Siamo sinceri con noi stessi: non arriviamo talvolta alla tentazione di voler vedere scomparire chi ci è nemico, di voler vedere escluso dal nostro orizzonte un altro che ci ha fatto del male? Non siamo tentati di ripagare con lo stesso male chi ci ha fatto del male? Non giungiamo perlomeno a sperare il male per chi ci ha fatto soffrire?

Questo è il nostro istinto di conservazione: vogliamo vivere e vivere a ogni costo, anche senza gli altri e magari contro gli altri. Siamo tutti malati di philautía, l’egoistico amore di noi stessi, e quando siamo offesi il nostro istinto è quello di difenderci attaccando, non diversamente dagli animali. Siamo tentati di rispondere al male con il male, alla violenza con la violenza, alimentando così una spirale di odio e di vendetta che ben presto finisce per mostrare la sua qualità mortifera. Noi esseri umani, in verità, sappiamo che per intraprendere il cammino di umanizzazione in vista di una vita piena di senso, di una vita segnata dalla qualità della convivenza, dobbiamo impedire la vittoria del male su di noi e la spirale di violenza che ne consegue: è qui che si colloca il perdono, che è innanzitutto, umanamente, un’interruzione del male, un porre un argine al male, un dire no a una logica di morte.

Gesù con la sua vita ha cercato di narrarci questo volto di Dio fino a vivere lui stesso, in prima persona, il perdono fino all’estremo. Perdono donato anche ai suoi carnefici, ai suoi aguzzini, a quanti lo hanno condannato a morte, a quanti lo hanno angariato durante la sua esecuzione: «Padre, perdona loro perché non sanno né quello che dicono né quello che fanno» (cf. Lc 23,34). Proprio per aver ricevuto la testimonianza e l’insegnamento di Gesù, Paolo nella Lettera ai Romani ha potuto rivelarci Dio quale fonte di ogni perdono. Ascoltate questo straordinario annuncio dell’Apostolo: “Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita” (Rm 5,8-10).

È una scandalosa simultaneità: mentre noi odiamo Dio, Dio ci ama e ci perdona; mentre noi siamo peccatori, Dio ci riconcilia con sé. Questo è il cristianesimo, a tal punto che Hannah Arendt, una filosofa ebrea e non credente, è giunta a scrivere: «A scoprire il ruolo del perdono nell’ambito delle relazioni umane fu Gesù di Nazaret» (Vita activa. La condizione umana V,33 [orig., 1958; Bompiani, Milano 200814, p. 176]). Questo è lo scandalo della croce di Cristo (cf. 1Cor 1,23), e solo nella folle logica della croce (cf. 1Cor 1,18.23.25) si può comprendere il perdono di Dio verso di noi, e quindi il nostro perdono verso noi stessi e gli altri.

Ma nel nostro cuore, di fronte a questo perdono così radicale ed esteso, sorge una domanda, un dubbio: e la giustizia? Sentiamo dire: misericordia, perdono; e ci chiediamo: sì, ma la giustizia? Certo, la giustizia è anch’essa un attributo del Nome di Dio («… non lascia senza punizione, castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione»: Es 34,7). Ma guai a noi se misurassimo la giustizia di Dio con i nostri criteri umani, se proiettassimo in Dio la nostra giustizia. La giustizia degli uomini è necessaria, è capace di arbitrare, di sanzionare il male, talvolta anche di arginarlo; ma solo la misericordia sa rendere all’uomo la sua dignità, sa fare del colpevole una creatura nuova, perché l’uomo ha bisogno certamente della giustizia, ma anche dell’amore e della gratuità del perdono. Solo la misericordia permette di fare giustizia senza vendicarsi, senza umiliare il colpevole, e di perdonare senza svuotare la legge, il diritto. Noi cristiani dobbiamo fare un ulteriore passo avanti nella comprensione della giustizia e nel cammino di umanizzazione. È stato il beato Giovanni Paolo II a farci il dono di aprire il cammino alla comprensione di come sia possibile coniugare insieme perdono e giustizia. Nel suo Messaggio per la giornata mondiale della pace del 1° gennaio 2002 egli ha innanzitutto confessato che, confrontandosi con la Parola di Dio contenuta nelle sante Scritture, era giunto a comprendere che il Vangelo esige che il principio «perdono» sia immanente al principio «giustizia» (cf. § 2). Così ha potuto coniare un’affermazione lapidaria, che dà il titolo all’intero suo testo: «Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono». Questo il messaggio annunciato ai cristiani e anche ai non cristiani, messaggio straordinario che osa chiedere a tutti una prassi di perdono affinché sia possibile edificare insieme una polis, una città segnata da giustizia, pace, solidarietà comune. Ma Giovanni Paolo II con forza e audacia ha anche chiesto che l’esercizio del perdono non avvenga soltanto a livello personale, ma sia una virtù proposta all’intera comunità civile. Così scriveva: “Solo nella misura in cui si affermano un’etica e una cultura del perdono, si può anche sperare in una «politica del perdono», espressa in atteggiamenti sociali e istituti giuridici, nei quali la stessa giustizia assuma un volto più umano” (ibid.§ 8).

Questa la risposta vera alle patologie della società, ai conflitti che dividono gli uomini e li contrappongono tra loro. L’ordine sociale e la costruzione della polis non possono avvenire senza coniugare tra loro giustizia e perdono. In quest’ottica – lo ripeto – è particolarmente necessario situare il perdono anche nell’ambito giuridico: occorre sì arginare e disarmare il colpevole, occorre anche la detenzione per impedirgli di reiterare i delitti; ma nello stesso tempo occorre pensare a una rieducazione, ad apprestare un cammino di umanizzazione e di reinserimento nella società, mostrando anche la possibilità di un perdono, di un condono. Nel contesto politico, già ad Atene, nell’antichità, si conosceva la legge dell’amnistia, con lo scopo della riconciliazione tra partiti politici e della pace nella polis. Nel contesto economico, il perdono può essere esercitato con la remissione del debito dei paesi poveri, dando loro la possibilità di un’economia che conosca uno sviluppo. Sì, il perdono, come ha detto Giovanni Paolo II («Le famiglie, i gruppi, gli stati, la stessa comunità internazionale, hanno bisogno di aprirsi al perdono per ritessere legami interrotti, per superare situazioni di sterile condanna mutua, per vincere la tentazione di escludere gli altri non concedendo loro possibilità di appello. La capacità di perdono sta alla base di ogni progetto di una società futura più giusta e solidale»:ibid.§ 9), a livello giuridico, politico ed economico internazionale non è solo un atto che vuole dimenticare un passato che altrimenti potrebbe solo alimentare il conflitto, ma è un atto che apre a un nuovo futuro. Perdonare è prendere coscienza che è necessario rinnovare la comunicazione, la relazione con l’altro, per non negarlo, per non lasciarlo nella condizione di nemico. Si pensi al perdono reciproco che si è attuato tra neri e bianchi in Sudafrica o a quello assolutamente necessario tra ebrei e palestinesi al fine di giungere a una pace vera e duratura. Il cammino del perdono è il cammino dell’umanizzazione, è il cammino di Dio per noi uomini.

Tra cielo e terra

Pubblico da Avvenire questo racconto di Alessandro D’Avenia che mi è piaciuto molto.

icaro.jpgIcaro e la caduta verso l’alto

Il mio segreto è volare. Per volare bisogna avere le ali e io le ali adesso le ho. Sono quelle che mi ha costruito mio padre. Sono ali di carne, penne e cera. Sono ali pesanti, ma il loro peso mi permette di non avere peso. L’ho imparato dai gabbiani e dalle aquile che hanno ali grandi, più pesanti di tutti gli altri uccelli: così si librano alti nell’aria più a lungo di tutti e guardano fisso il sole.

Non mi sono mai accontentato della Terra. Io volevo guardarla dall’alto, sorprenderla a vivere e respirare, dall’alto. L’ho scoperto fissando le stelle nelle notti tranquille d’estate e in quelle fredde dell’inverno. Ne avevo fame. Tutto passa. Le sofferenze, i tormenti, il sangue, ma le stelle resteranno, anche quando l’ombra del mio corpo non striscerà più sulla terra. Non c’è uomo che non lo sappia. Le stelle mi hanno insegnato a volare, a volerle contare a una a una capisci come si fa.

Ho chiesto a mio padre le ali. Lui è un inventore, un creatore, oltre che mio padre. Mi ha costruito e regalato le ali: una specie di medicina per guarire la mia nostalgia del cielo. Così ho cominciato a volare. Volevo innalzarmi nel puro azzurro dei cieli e accompagnare aquile e gabbiani nelle loro cacce. Ma poi… ho avuto nostalgia della Terra. A guardarla dall’alto me ne sono innamorato come avevo desiderato il cielo, perché solo dall’alto scopri che anche la Terra è piena di stelle, di fuochi che si accendono.

Volevo imparare le strade degli uomini, lambire le loro costruzioni, i palazzi, i tetti, le guglie, le case degli uomini con i loro fuochi accesi per i racconti, le parole, le fatiche e gli amori. Amavo le loro vite ora che le guardavo dall’alto. Ho accarezzato la Terra con il mio volo e scoperto il segreto delle rondini e dei martin pescatori, del loro volo radente, che parla con le cose più da vicino, senza paura. Quante vite ho ascoltato dietro mura, finestre, porte… Quanti fuochi ho visto accendersi e pulsare, stelle di cieli quotidiani.

Quando mi abbasso troppo sulla Terra, però poi torna la nostalgia dell’altezza, delle stelle. Quando sto solo con le stelle, mi afferra la nostalgia della Terra, dei fuochi nelle case. Non sono fatto né per il cielo né per la Terra, mai contento solo dell’uno o dell’altro, o forse sono fatto per unirli, come fanno i poeti. Solo le parole infatti hanno lo stesso potere, per questo i poeti le chiamano alate.

Ho capito che il cielo e la terra non si uniscono sulla linea dell’orizzonte, ma all’altezza del mio cuore. Ora mi innalzo in cielo con le mie membra di fango, ora sprofondo nel fango con il mio respiro di cielo. Sollevo la terra di cui sono fatto in cielo, soffio il cielo di cui sono fatto dentro la terra.

Rinnovo l’uno e l’altra, do respiro all’una, carne all’altro. Tranne quando mi perdo e ci si perde sia nel cielo sia sulla Terra. Mi perdo nelle altezze celesti quando non voglio più saperne del peso della terra. Le ali si seccano, le penne si staccano, la mia carne si scioglie e il volo diviene folle, perché non sono un angelo, ho il sangue di terra. Ma mi perdo anche negli abissi terresti, creatura del sottosuolo, quando mi stanco del cielo. Sento allora le ali inumidirsi, appesantirsi al punto da non riuscire a prendere il volo e il volo farsi schianto, la bocca attaccata alla terra, gli occhi pieni di polvere.

Quante volte mio padre ha riparato le mie ali, come un padre con la bicicletta del figlio, per liberarle dal peso dell’umidità o dall’arsura del sole. Lui me lo dice sempre: “Assomigli agli alberi, sospeso tra cielo e terra. Sei fatto per vivere in mezzo, tra cielo e Terra. Tu sei fatto per unirli. E quando non ne avrai più le forze farai come i martin pescatori che si adagiano sul dorso degli alcioni che li trasportano ancora in alto quando loro non ne hanno più la forza.”

E quando cadrò ormai stanco vorrei ascoltare ancora una volta quella canzone che mia madre un tempo cantava: Le foglie cadono, cadono / come se giardini lontani avvizzissero nei cieli. / E nelle notti cade, cade la terra pesante da tutte le stelle. / Noi tutti cadiamo. Questa mano cade. / Eppure c’è Uno che senza fine, dolcemente, / tiene questo cadere nelle sue mani.

Sono fatto per cadere in alto.

Gmg e catechesi

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Nel 2005 ho partecipato alla Gmg di Colonia ed è stata un’esperienza particolare, sicuramente forte. Una delle cose che ricordo con più felicità è il momento delle catechesi mattutine (a parte le difficoltà logistiche che hanno caratterizzato tutta quell’avventura: organizzazione tedesca pessima!). Le ho trovate decisamente arricchenti e meno dispersive degli altri appuntamenti, magari più suggestivi. Pubblico allora la sintesi che Silvia Guidi ha fatto per L’Osservatore romano delle due catechesi di Bagnasco e Crociata, entrambe molto interessanti.

«Ognuno sta solo sul cuore della terra / trafitto da un raggio di sole / ed è subito sera»: il cardinale Angelo Bagnasco, nella sua prima catechesi alla Giornata mondiale della gioventù di Madrid, il 17 agosto, cita la lirica sulla precarietà della vita di Salvatore Quasimodo. Un canto accorato su «giorni che sono come un raggio, presto inghiottito dall’oscurità della morte»; un canto apparentemente in contraddizione con il tema della settimana madrilena, «Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede». «Sembrerebbero queste parole — ammette lo stesso presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei) — non avere particolare significato per il nostro tema; ma così non è. Il canto della brevità inarrestabile dell’esistenza ha uno sfondo sottinteso ma presente: il desiderio di non morire, di vivere per sempre, di una felicità senza fine. Qui emerge il paradosso e il dramma umano di tutti i tempi, anche dei nostri». Il cardinale cita Camus, che nel suo romanzo Il mito di Sisifo porta questo paradosso alle sue estreme e tragiche conseguenze: «Vi è assolutamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la penna di essere vissuta. Il resto (…) viene dopo». L’uomo non solo vuole vivere, ma vuole sapere: sapere inteso come ricerca e conoscenza sempre più ampia e profonda del mondo, ma anche come conoscenza del perché e del significato del mondo, e, innanzitutto, di se stesso. L’esperienza insegna che vivere non è consumare delle cose e del tempo, non è un calendario di giorni, ma è un intreccio di significati, un orizzonte di senso. È conoscere non solo gli scopi immediati delle nostre singole azioni e scelte particolari — il lavoro, gli affetti, la casa — ma soprattutto il fine ultimo dell’esistenza, è rispondere alla domanda che vibra dentro ciascuno: perché, per che cosa vivo? Qual è il fine pieno che dà valore a ogni altro scopo particolare? Lo stupore di fronte al mistero dell’Essere, ha ricordato ancora Bagnasco, è profondamente radicato nel cuore dell’uomo: «Difficilmente — affermava Albert Einstein — tra i pensatori più profondi nel campo scientifico riuscirete a trovarne uno che non abbia un proprio sentimento religioso». Ma viandante e pellegrino non sono sinonimi, spiega il cardinale: «La meta di un pellegrinaggio ci fa pellegrini, che conoscono da dove partono e verso dove vanno; tutto ciò che accade nel tempo del pellegrinaggio è segnato e misurato dall’obiettivo, dalla meta. Altrimenti siamo dei vagabondi senza casa e senza terra, naufraghi della vita, che vivono alla giornata, come viene, per i quali ciò che conta è quanto sta loro davanti momento per momento: sarà naturale allora cercare di spremere la maggiore soddisfazione possibile dall’attimo presente».

L’istante presente va accolto come un dono, non «spremuto»; il carpe diem tanto spesso raccomandato dai cattivi maestri della nostra epoca nasconde un retrogusto amaro, e un pericoloso e «nevrotico» potenziale di violenza e prevaricazione. Lo ha spiegato, nella stessa giornata, il vescovo Mariano Crociata, segretario generale della Cei: i beni materiali non sono una rete di protezione sufficiente dagli imprevisti della vita. «Quando anche avessi assicurato tutto ciò di cui ho bisogno, chi può dirmi che la mia vita sarà sempre al sicuro? In realtà non c’è nulla di empirico, ma alla fine nemmeno di umano, che possa darmi questa garanzia. Potremmo anzi riconoscere nella ricerca spasmodica di una sicurezza sempre maggiore il meccanismo che sta all’origine di tendenze e comportamenti umani ultimamente frustranti anche se talmente diffusi da sembrare naturali e ragionevoli». All’idolatria della sicurezza materiale — ha ricordato Crociata — si affianca «un altro meccanismo, più elaborato, che può essere innescato dalla ricerca di sicurezza, ed è quello che si basa non tanto, o soltanto, sul possesso di beni, ma sul bisogno di riconoscimento, di stima, di amore, e perciò cerca negli altri il punto di appoggio alla propria ricerca di un solido fondamento alla vita. Anche in questo caso si produce facilmente una distorsione che trasforma le relazioni in una prigione insopportabile. Questo si verifica quando si cerca di ottenere con la costrizione o altre forme di strumentalizzazione un riconoscimento e un amore che raramente arriva spontaneamente dagli altri. Sono molte le forme che assume la pretesa di estorcere dagli altri riconoscimento e amore ad ogni costo; questo genera solo un groviglio di ricatti, insoddisfazioni e infelicità». La vittoria contro le insicurezze è frutto di uno stabile rapporto con Dio, continua il segretario generale della Cei: diventiamo «liberi da ogni possibile schiavitù di cose e persone, poiché la sicurezza della nostra vita non ha bisogno di essere cercata nel surrogato di un possesso pur sempre alienabile né in creature finite come noi, il cui riconoscimento e apprezzamento è pur sempre sottoposto alle evenienze imponderabili della revoca improvvisa o semplicemente degli imprevisti esistenziali. Adesso che la vita trova la sua sicurezza e il suo fondamento in Dio, nell’unico Dio che è il Dio di Gesù, posso usare di tutti i beni senza ansia o nevrosi di sorta, posso vivere le relazioni con tutti senza aspettare o pretendere una dedizione e un riconoscimento che hanno trovato una realizzazione piena e irrevocabile nell’incontro con Gesù e con il Padre suo e nostro».

«Se l’esistenza di Dio — tornando all’intervento di Bagnasco — cambia tutto nella vita dell’uomo, e questo significa un vivere sensato e bello, vuol dire che Dio corrisponde all’uomo, al suo essere, e quindi dovrebbe essere facile e desiderabile accoglierlo nel proprio orizzonte di vita». Allora perché — si interroga l’arcivescovo di Genova — l’uomo contemporaneo fa così fatica a fidarsi di Dio? Il clima culturale che oggi si respira certamente non aiuta. «Che cosa significhi il termine nichilismo ce lo dice Nietzsche: significa “che i valori supremi perdono valore”. Vidi una grande tristezza invadere gli uomini — scrive in Così parlò Zarathustra — I migliori si stancarono del loro lavoro. Una dottrina apparve, una fede le si affiancò: tutto è vuoto, tutto è uguale, tutto fu! (…) Che cosa è accaduto quaggiù la notte scorsa dalla luna malvagia? Tutto il nostro lavoro è stato vano, il nostro vino è divenuto veleno (…) Aridi siamo divenuti noi tutti (…) Tutte le fonti sono esauste, anche il mare si è ritirato. Sentiamo un opprimente senso del tramonto. In questo orizzonte, le domande radicali – quelle che ci siamo posti insieme all’umanità – sembrano perdere di valore, sembrano diventare “domande oziose” come dicevano Comte, Marx e Feuerbach». Un’analisi puntuale del modo di pensare che sembra diffuso in Europa — continua il presidente della Cei — può essere rintracciata tra le pagine de I fratelli Karamazov di Dostoevskij: «Secondo me, non c’è proprio da distruggere nulla, ma è sufficiente che sia distrutta, nell’umanità, l’idea di Dio: ecco il punto su cui bisogna far leva! Di qui, di qui bisogna partire: ah, ciechi senz’ombra di intendimento! Una volta che l’umanità si sarà distaccata, nella totalità dei suoi membri da Dio, allora di per sé, senza bisogno di antropofagia, cadrà tutta la precedente concezione del mondo, e soprattutto la precedente morale, e a queste succederà qualcosa di assolutamente nuovo. Gli uomini si conosceranno per prendere dalla vita tutto ciò che essa può dare, ma senz’avere altra mira che la felicità e la gioia in questo mondo presente. L’animo dell’uomo si innalzerà in un divino, titanico orgoglio, e farà la sua comparsa l’uomo-Dio. (…) il problema ora è questo: esiste o non esiste la possibilità che un simile periodo sopravvenga un giorno? (…) Siccome, tenendo conto della radicale stupidità umana, questa sistemazione potrebbe tardare magari anche mille anni, a chiunque abbia fin d’ora riconosciuto la verità è permesso sistemare la propria vita come più gli fa comodo, su nuove basi. In questo senso, a costui “tutto è permesso”. (…) All’uomo nuovo è permesso mutarsi in uomo-Dio, dovesse essere il solo a farlo in tutto il mondo, e, inseritosi ormai nel nuovo ordine, con cuor leggero saltare oltre ogni vecchio ostacolo morale del vecchio uomo-schiavo: tutto è permesso, e tanto basta!».

Oltre la genuflessione

Spiritualità e corporeità: dall’Oriente può arrivare una lezione utile? In questo articolo di Vittoria Prisciandaro sul numero di agosto di Jesus si sostiene di sì

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Yoga e lectio divina, T’ai Chi e dialogo interreligioso: in questi anni la sapienza asiatica, soprattutto indiana e cinese, si è fatta strada nelle parrocchie d’Occidente. Non è solo moda, tanto meno gusto per i sincretismi esotici. Piuttosto un aiuto, per analogia, nella meditazione e un arricchimento della propria fede cristiana.

La mano destra va a cercare la sinistra e la impugna: è un gesto antico, è l’unione tra il sole e la luna, tra Yin e Yang, il rito del saluto secondo l’antica sapienza Ming. Così, l’ultima settimana di luglio, ha avuto inizio il corso di T’ai Chi Ch’üan, nella casa Pastor Bonus di Lecce. Qualcuno tra i partecipanti indossa la divisa dell’antica arte orientale appena smessi i paramenti della celebrazione eucaristica. La Messa di primo mattino e poi la ginnastica e la meditazione T’ai Chi. A centinaia di chilometri di distanza, nell’eremo camaldolese di Monte Giove, agli inizi di luglio, la lectio divina su un brano della Scrittura è accompagnata dalle meditazioni sui testi del Mahabharata, uno dei più grandi poemi epici dell’India. Dopo il confronto verbale, i presenti – molte donne, alcuni religiosi, qualche sacerdote – fanno pratica yoga e realizzano alcune sequenze che vanno ad «aprire» quella parte del corpo – il cuore se si parla per esempio della carità – su cui la meditazione si è soffermata. Segue la preghiera silenziosa.

Sono solo due esempi, tra i tanti, che dicono come in questi anni la sapienza orientale, cinese e indiana, si sia fatta strada tra il popolo cristiano. Pochi sanno che in passato fu un gesuita francese, Jean Joseph Marie Amiot, che nel 1700 anticipò nei suoi scritti quella che sarà l’odierna comparazione tra la saggezza cinese e l’ascesi cristiana, introducendo, tra l’altro, come definizione sintetica di una qualsiasi attività svolta bene e virtuosamente, il termine Kung Fu. Oggi, sul solco aperto da questo religioso e da altri precursori del dialogo interreligioso, in Italia si muovono diverse realtà, alcune più attente al contesto della preghiera e della meditazione, altre – come il T’ai Chi – più specificamente legate alla riscoperta della corporeità quale luogo fondamentale e indispensabile della pratica spirituale e terreno fecondo dell’incontro interreligioso: le esperienze di meditazione di consapevolezza, tra le quali va citato l’autodidatta 96enne padre Piras, in Sardegna, o la sezione italiana della Christian Meditation, fondata negli anni ’70 dal monaco trappista Thomas Keating. E ancora, la meditazione profonda curata dal padre gesuita Mariano Ballester a Roma; la pratica dello zazen cristiano del missionario saveriano Luciano Mazzocchi; i gruppi che si rifanno all’esperienza dell’incontro tra cristianesimo e zen del tedesco padre Johannes Kopp Rosh; i corsi di meditazione silenziosa tenuti dal cappuccino Andrea Schnoller; quelli di meditazione profonda al convento dei Barnabiti di Campello, guidati da padre Antonio Gentili, o organizzati in giro per l’Italia da suor Marisa Bisi, delle Figlie della Croce. Si tratta di un universo che non cerca la ribalta e in gran parte ruota attorno alla rivista Appunti di viaggio, nata come coordinamento delle esperienze nel campo della meditazione profonda, dove è possibile trovare indicazioni su percorsi e date dei diversi corsi e appuntamenti. Va detto che i sospetti nei confronti di pratiche lontane dalla cultura occidentale, e quindi avvertite come «altre » rispetto allo specifico cristiano, non sono mancati. Un paio di anni fa, dalle pagine del quotidiano Repubblica, Eros Selvanizza, il presidente della Federazione italiana yoga, invitava a un dialogo aperto tra teologi e yogi, dichiarando che alcune «suore e monaci hanno maturato un’esperienza notevole, ma preferiscono non farlo sapere. Non è che se ne vergognino: non hanno capito se per la Chiesa è un bene o un male». Il disagio è comprensibile: la Congregazione per la dottrina della fede, nella Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica su alcuni aspetti della meditazione cristiana pubblicata nel 1989, infatti, dichiarava: «Con l’attuale diffusione dei metodi orientali di meditazione nel mondo cristiano e nelle comunità ecclesiali, ci troviamo di fronte a un acuto rinnovarsi del tentativo, non esente da rischi ed errori, di fondere la meditazione cristiana con quella non cristiana». La Lettera entrava nello specifico: «Alcuni esercizi fisici producono automaticamente sensazioni di quiete e di distensione, sentimenti gratificanti, forse addirittura fenomeni di luce e di calore che assomigliano a un benessere spirituale. Scambiarli per autentiche consolazioni dello Spirito Santo sarebbe un modo totalmente erroneo di concepire il cammino spirituale». Eppure, più avanti, la stessa Congregazione affermava: «Ciò non toglie che autentiche pratiche di meditazione provenienti dall’Oriente cristiano e dalle grandi religioni non cristiane, che esercitano un’attrattiva sull’uomo di oggi diviso e disorientato, possano costituire un mezzo adatto per aiutare l’orante a stare davanti a Dio interiormente disteso, anche in mezzo alle sollecitazioni esterne».

«Il T’ai Chi Ch’üan, per esempio, è un’arte che è stata profondamente influenzata dalle più importanti correnti filosofiche e religiose cinesi: scuola Yin-Yang, confucianesimo, neoconfucianesimo, buddhismo Ch’an, taoismo…», dice Roberto Fassi, il pioniere di queste discipline in Italia, autore di alcuni volumi sul tema. «Siamo in un universo lontanissimo dalla meditazione e dalla preghiera cristiane. Non dimentichiamo tuttavia che, grazie al dialogo interreligioso che oggi fa parte della missione della Chiesa, si apre la possibilità di un arricchimento della tradizione cristiana. Certo, è necessario anche un accorto discernimento per evitare pericolosi sincretismi», aggiunge il gesuita Davide Magni, promotore con Roberto Fassi di corsi di T’ai Chi al Centro San Fedele di Milano. È su questa scia che si pongono le pratiche più serie prima citate. «Distinguerei il dialogo interreligioso a livello teologico dal piano della preghiera e meditazione», dice Antonia Tronti, che da molti anni tiene corsi di lectio divina e yoga in alcuni monasteri camaldolesi (Fonte Avellana, Monte Giove, Valledacqua); con l’Associazione Oreundici, dove lavora anche con i bambini; e con alcuni parroci, come a Padova, dove ha iniziato allo yoga un gruppo di giovani del coro e uno di preparazione alla Cresima. «Circa venti anni fa ho deciso di approfondire la mia fede cristiana cercando di trovare dei collegamenti con la spiritualità indiana», racconta Antonia. Un percorso sulle tracce di alcuni cristiani che agli inizi del ‘900 avevano provato a inculturare il Vangelo in terra indiana, come per esempio «il sacerdote francese Jules Monchanin e i monaci benedettini Henri Le Saux e Bede Griffiths», sottolinea padre Magni. «I primi due, nel 1950, fondarono nel Tamil Nadu il Saccidananda Ashram (Eremo della Trinità), a Shantivanam (Foresta della Pace). Alla morte di Monchanin, Le Saux si trasferì nel Nord dell’India, sulle rive del Gange, affidando l’ashram alla guida di Bede Griffiths, che trasformò l’eremo in una piccola comunità monastica di rito cattolico indiano affiliata all’ordine camaldolese, un luogo che sarebbe poi stato visitato da migliaia di persone da ogni parte del mondo». Proprio alla scuola dei camaldolesi Antonia Tronti ha approfondito la sua ricerca e oggi, con i suoi corsi, offre una mano a chi desidera conoscere un’altra via e a volte “usa” lo yoga come introduzione a un percorso più profondo di spiritualità che non finisce nella sola meditazione generica. «Sempre più spesso, capita che gente che si è allontanata dalla Chiesa scopra lo yoga e, facendo pratica, ritorni alla tradizione cristiana e si riavvicini alla fede conosciuta da bambini», dice Tronti. «Sento di fare un lavoro di servizio alla Chiesa, faccio da mediazione tra lo yoga e la preghiera ». In altri casi, capita che alcuni, «che si avvicinano allo yoga per un mal di schiena, poi scoprano un “oltre” e si accostino alla preghiera». Il successo dei corsi, anche tra i cristiani, testimonia – secondo Tronti – che «le persone sentono il bisogno di prendersi cura di sé in modo rallentato». Chi viene dall’area cattolica avvicina lo yoga anche perché sente che la spiritualità ha a che fare con qualcosa di più interno, che abita nel cuore dell’essere umano, e che va incontrata, riconosciuta, alimentata: «Un’esperienza che di solito è difficile fare nelle parrocchie». E scopre un approccio diverso alle discipline orientali, che all’immaginario collettivo vengono sempre più «vendute» per i risultati che permettono di raggiungere, associate all’idea di benessere e business: «Yoga, donne e leadership», «Yoga e T’ai Chi, le posizioni che aiutano a star bene», «La meditazione funziona da analgesico», «Yoga: la battaglia del copyright» sono alcuni titoli di articoli recenti sull’argomento.

Che ci sia, comunque, anche un risvolto salutista in queste pratiche, è ormai ufficialmente assodato: «In passato nei protocolli clinici il T’ai Chi era riconosciuto come medicina preventiva, ma adesso viene identificato anche come cura per la cronicità di alcune malattie», conferma il maestro Ignazio Cuturello, tra gli organizzatori del corso di Lecce e tra i promotori di numerose scuole in diverse regioni. «È interessante sapere che in Italia il T’ai Chi Ch’üan è conosciuto e apprezzato soprattutto per merito del maestro Chang Dsu Yao, che trascorse gli ultimi diciotto anni della sua vita nel nostro Paese. Militare di carriera e alto ufficiale dell’esercito cinese, per molti anni Chang Dsu Yao è stato istruttore capo delle Forze armate e della Polizia di Taiwan. Ha insegnato anche all’Università di Taipei», aggiunge padre Davide Magni, che con Francesco Tomatis, Roberto Fassi e Ignazio Cuturello ha curato un testo di prossima pubblicazione: Corpo e preghiera. La via del T’ai Chi Ch’üan. Il maestro Chang Dsu Yao era di fede cattolica e – ricorda Fassi – ogni sua lezione iniziava e terminava con la cerimonia del saluto a Dio, agli antenati e agli antichi maestri: «Metteva sovente in evidenza che, pur essendo questo un rito di matrice confuciana, i cristiani credenti dovevano rivolgere, prima e dopo la pratica, il loro saluto riverente al Dio uno e trino». Insomma – conclude padre Magni – ciascuna religione elabora differenti spiritualità, intese come cura della vita interiore: «La comparazione tra le diverse religioni e relative spiritualità è possibile solo nell’orizzonte dell’analogia, non attraverso la ricerca di equivalenze. E l’esperienza di questo dialogo mostra notevoli intersezioni tra cammini distinti. È per questa ragione che possiamo ricorrere a patrimoni lontanissimi dalla tradizione cristiana, quali lo yoga e il T’ai Chi Ch’üan: non facendo sincretismi, ma cogliendone le suggestioni per via analogica. Il luogo fecondo di questo dialogo è l’esperienza della corporeità». Una intuizione che è stata benedetta dallo stesso Pontefice: da 40 anni, infatti, Dominic Chan Chi-ming, attuale vicario generale della diocesi di Hong Kong, promuove la pratica del T’ai Chi quale via per una spiritualità matura, capace di integrare tutte le dimensioni della persona umana. Nel 2006 Benedetto XVI ha ufficialmente riconosciuto questa iniziativa pastorale, impartendo la sua benedizione apostolica all’associazione Holy Spirit Society for Tai Chi Spirituality.

Crediamo più al serpente che a Dio

Spesso mi capita che qualcuno dei miei studenti mi chieda come mai la Chiesa è lontana.imagesCAL7W1BD.jpg Quella di una Chiesa distante è una percezione che viene da molte parti, anche da chi è “dentro” le cose. E sovente vengono mosse delle critiche anche ai preti giovani, a coloro che più dovrebbero essere vicini alle nuove generazioni. Navigando su internet mi sono imbattuto in questo pezzo di Silvano Fausti, biblista gesuita che ho avuto modo di apprezzare di persona durante il master di pastorale giovanile che ho seguito qualche anno fa. E’ tratto da www.popoli.info

L’articolo è una risposta a questa mail di un lettore: “Tra i giovani preti è tutto un pullulare di vesti lunghe e turiboli, nelle loro prediche sento parlare molto più spesso di dogmi e di precetti che non di Vangelo e di Gesù. Come mai questa chiusura nelle sacrestie, così paradossale nel momento in cui si vorrebbe lanciare una «nuova evangelizzazione»?”

Ecco la risposta:

La tua è la domanda di chi crede che Gesù «è veramente il salvatore del mondo» (Giovanni 4,42). Il «mondo» per Giovanni è la struttura di peccato che schiavizza quanti non hanno «creduto all’amore che Dio ha per noi» (1Giovanni 2,16; 4,16). Purtroppo molti cristiani non credono all’amore. Preferiscono, come fanno tutte le religioni, cercare Dio con riti, divieti e precetti. Ma «Dio è amore»; e «in questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi, (…) noi amiamo, perché egli ci ha amato per primo» (1Giovanni 4,8.10.19). Nel Vangelo non è l’uomo che cerca Dio, ma Dio che cerca l’uomo, perché lo ama. Unico comando di Gesù è: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi». E spiega: «Come il Padre ama me, così io ho amato voi»; e dice di noi al Padre: «Li ami come ami me» (Giovanni 13;34; 15,9;17,23). Che vertigine! Quando, vivendo la libertà dell’amore, noi saremo una cosa sola tra noi, con lui e con il Padre, solo allora il mondo crederà nel Figlio inviato dal Padre per salvare tutti (Giovanni 17,13). Chi ignora questo amore, sostituisce il Vangelo con la legge. Scambia la libertà dei figli con obblighi e riti per placare un dio ostile: vive da schiavo, come il fratello maggiore nella «parabola del padre misericordioso» (Luca 15,25-32). Paolo oggi ci rimprovererebbe come fa con i cristiani di Colossi: siamo pagani, pieni di «precetti (…), prescrizioni, e insegnamenti di uomini! Queste cose hanno parvenza di sapienza, con la loro affettata religiosità, umiltà e austerità riguardo al corpo; ma in realtà non servono che a soddisfare la carne» (Colossesi 3,20-23; cfr. Marco 7,1-13). «Non avete più nulla a che fare con Cristo, voi che cercate la giustificazione dalla legge: siete decaduti dalla grazia». «Volesse il cielo che si mutilassero» quelli che vi propongono tali cose. Ma «Voi, fratelli, siete stati chiamati a libertà», per essere, mediante l’amore, «a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso» (Galati 5,4.12-15). Se è così, perché succede ciò che scrive il lettore? Perché, da Adamo in poi, crediamo più al serpente che a Dio! Più che nel suo amore, poniamo la nostra sicurezza in culti e culture, in liturgie e sacrifici. Ma il nostro «incenso è un abominio» per il Signore (Isaia 1,16-21). È facile per il cristiano dimenticare il Vangelo e tornare schiavo della legge. Anche e soprattutto oggi, che è tempo di cambiamenti. Chi ha paura, invece di coltivare le cose fondamentali, cerca segni esteriori che gli garantiscano di avere dio in tasca. Ma questo è un idolo morto che dà morte. Invece di «passeggiare in lunghe vesti» è meglio guardare alla vedova (Marco 12,38-44). Il Concilio di Gerusalemme pose il fondamento: la fede in Gesù e nel suo amore per noi ci salva. Quanto è costruito fuori dal fondamento, ci cade addosso. Urge un secondo Concilio di Gerusalemme. Nel primo si passò dal giudaismo al cristianesimo; ora dobbiamo tornare da un cattolicesimo chiuso su di sé a un po’ più di cristianesimo, aperto a tutti. Ci lamentiamo che il mondo non ci capisce. Se, invece di costruire un ghetto con siepi di tradizioni e credenze emerite, cominciassimo ad amare, il mondo ci capirebbe. Il Vangelo, infatti, offre la libertà e la salvezza che ogni uomo desidera. Unica condizione è che testimoniamo Gesù e non le nostre paure, nascoste da vesti e affumicate di incensi. La nuova evangelizzazione è nulla di nuovo: è prendere sul serio e vivere l’unico vangelo di salvezza. E non ce n’è un altro!

Gesubambini

Fra echi biblici e leggende di mare Erri De Luca narra una storia senza tempo calandola nelle vicende di oggi. Un testo scritto per il teatro che ha l’andamento di un indimenticabile racconto. Il lavoro (L’ultimo viaggio di Sindbad, Einaudi) è del 2003; i drammi e le tragedie di allora sono le stesse di questa stagione, di questi giorni.

Il capitano di un vecchio battello è al suo ultimo viaggio. Sottocoperta un carico di uomini, donne, bambini aspetta di arrivare alle coste italiane.

“Scena 12

Sera, in cabina di comando, capitano al timone, entra il nostromo.

NOSTROMO Capitano Sindbad, la donna ha partorito, abbiamo un altro gesubambino.

CAPITANO   Ha fatto male, il bambino piangerà e gli altri sbarcati l’abbandoneranno.

NOSTROMO Non piange, è morto.

CAPITANO   Fallo mettere in mare.

NOSTROMO La donna vuole portarlo a terra.

CAPITANO   A terra è infanticidio, in mare è vita restituita, piglialo e mettilo a mare.

Resta solo, dal fondo sale un principio di coro a bocca chiusa. Il nostromo ritorna.

NOSTROMO La donna chiede di metterlo lei in mare.

CAPITANO   Falla salire, mettile addosso una giacca da uomo.

Mentre si svolge la piccola cerimonia di una madre che accompagna la sua creatura al cimitero delle onde si ascolta un coro di donne.

DONNE        Nasce tra i clandestini,

il suo primo grido è coperto dai motori,

gli staccano il cordone con i denti,

lo affidano alle onde.

I marinai li chiamano Gesù

questi cuccioli nati

sotto Erode e Pilato messi insieme.

Niente di queste vite è una parabola.

Nessun martello di falegname

batterà le ore dell’infanzia,

poi i chiodi nella carne.

Nasce tra i clandestini l’ultimo Gesù,

passa da un’acqua all’altra senza terraferma.

Perché ha già tutto vissuto, e dire ha detto.

Non può togliere o mettere

una spina di più ai rovi delle tempie.

Sta con quelli che esistono il tempo di nascere.

Va con quelli che durano un’ora.”

 

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Lunedì dell’Angelo

Se si chiedesse alla maggior parte della gente “Che giorno è oggi?” ci risponderebbe “Pasquetta!”. Nulla di sbagliato. Anzi qualcuno aggiungerebbe “E’ il 25 aprile, la festa della liberazione!” e qualche palmarino d.o.c. pure “E’ san Marco!”. La liturgia festeggia il cosidetto “Lunedì dell’angelo”, il momento dell’annuncio della Risurrezione di Gesù a delle donne accorse alla tomba del defunto Gesù. Tale annuncio viene fatto da un angelo. Ora, bisogna tener conto del fatto che al tempo di Gesù le donne non erano considerate molto sincere, tanto che non potevano neppure testimoniare ai processi: le loro parole non erano ritenute veritiere. Pertanto, affidare il messaggio dell’annuncio della Risurrezione a loro non poteva essere pensata come una gran bella mossa da parte di Dio… Ecco perché mi piace simpaticamente pensare a questa festa come una delle prime feste di emancipazione femminile, una festa delle donne con la passiflora al posto della mimosa 🙂

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