Dio risponde a Giobbe

In classe è capitato spesso di far riferimento alla vicenda di Giobbe: ne ho raccontato sommariamente la storia fino all’incontro con i tre amici Elifaz, Bildad e Zofar. Poi mi sono fermato dicendo che chi lo volesse avrebbe potuto trovare il seguito sulla Bibbia. Bene, ecco un finale alternativo:

http://www.youtube.com/watch?v=rS7C-EDdPKs&feature=fvwp&NR=1 

Un’immagine di ogni cosa

– Raphaela: E’ diventato così faticoso amare qualcuno che scappa da noi con il cuore sempre più indurito, perché ci evitano sempre di più gli uomini?
– Cassiel: Perché abbiamo un nemico potente Raphaela, gli uomini credono al mondo molto più che a noi.
– Raphaela: E per potergli credere molto di più si sono creati un’immagine di ogni cosa. Con le immagini pensano di potersi liberare delle loro angosce, pensano di aver realizzato le loro speranze, appagato i loro piaceri, placato i loro desideri.
– Cassiel: Gli uomini non hanno assoggettato la terra, ne sono divenati sudditi.

L’isola dei…

C’è una terra molto adatta alla coltivazione di banane, ananas, fagioli, mais. Su questa terra hanno messo le mani delle multinazionali interessati al biocarburante: hanno imposto la coltivazione intensiva della palma. Addio a banane, ananas, fagioli, mais.

C’è una terra in cui un contadino che possiede dei terreni può trovarsi all’improvviso senza le sue proprietà perché qualche ricco possidente è riuscito a corrompere il catasto. E se il contadino protesta viene ammazzato.

C’è una terra in cui aborti, deformità alla nascita, sterilità, morti di cancro sono stati causati dal pesticida Dagon, utilizzato dalla Standard Fruit Company.

C’è una terra in cui Katia Figueroa Franco ha ottenuto di passare qualche ora del giorno di san Valentino in carcere col marito. Katia è morta nell’incendio che ha ucciso altri 350 detenuti.

Ecco, mi piacerebbe che, ogni tanto, fossero questi i FAMOSI di quell’isola, che poi, ricordiamocelo, è la loro isola. Ah sì, si chiama Honduras.

(liberamente ispirato a un articolo di Tonio Dell’Olio comparso su Nigrizia del 15 marzo 2012)

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Mi solleverò

Ci sono dei momenti nelle nostre vite o nelle nostre giornate in cui fa piacere che qualcuno ci dia una pacca sulle spalle, una spinta di incoraggiamento, un sussurrato “non mollare”. Così, semplicemente, per chi ne ha bisogno, da “Into the wild” la canzone “Rise” di Eddie Vedder:

Questo è il modo in cui va il mondo, non puoi mai sapere

dove mettere tutta la tua fede e come crescerà.

Mi solleverò bruciando dei buchi neri nei ricordi bui,

mi solleverò trasformando gli errori in oro.

Questo è il modo in cui passa il tempo troppo veloce da domare,

improvvisamente ingoiato dai segni, guarda!

Mi solleverò troverò la mia direzione magneticamente,

mi solleverò giocherò il mio asso nella manica.

Ne “Il coperchio del mare” Banana Yoshimoto scrive: “A differenza che nelle grandi difficoltà della vita, nelle piccole cose, nei momenti che passano in un lampo, risplende quella luce misteriosa che si vede quando si realizza un sogno.”


Libri

E dopo aver rivisto per l’ennesima volta, a notte fonda, Fahrenheit 451 di Truffaut… “Non riesco a saziarmi di libri. E sì che ne posseggo un numero probabilmente superiore al necessario; ma succede anche coi libri come con le altre cose: la fortuna nel cercarli è sprone a una maggiore avidità nel possederne. Anzi coi libri si verifica un fatto singolarissimo: l’oro, l’argento, i gioielli, la ricca veste, il palazzo di marmo, il bel podere, i dipinti, il destriero dall’elegante bardatura e le altre cose del genere, recano con sé un godimento inerte e superficiale; i libri ci danno un diletto che va in profondità, discorrono con noi, ci consigliano e si legano a noi con una serie di familiarità attiva e penetrante; e il singolo libro non insinua soltanto sé stesso nel nostro animo, ma fa penetrare in noi anche i nomi di altri, e così l’uno fa venire il desiderio dell’altro.” (Francesco Petrarca, Estratto dalla lettera a Giovanni Anchiseo)

 

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Zapping not found

Oggi ho ripensato alla mia infanzia. Stavo preparando la cena e in tv è passato uno spot di uno degli innumerevoli programmi di cui non ho mai sentito parlare, più o meno la stessa sensazione di quando all’inizio della classe prima i ragazzi mi raccontano di trasmissioni su tv a pagamento o su internet a me sconosciute. E’ stato lì che ho pensato: ma io cosa guardavo in tv da piccolo, quando ero alle elementari? Prima mi è venuto in mente che la guardavo veramente pochissimo: passavo il tempo libero a giocare, da solo o con gli amici. Poi ho pensato che i canali erano veramente pochi e quindi lo zapping era veramente ridotto. E lì un flash: non avevo il telecomando! Mettevo un canale e poi andavo a sedermi, per cui la scelta doveva essere ben oculata se non si voleva fare avanti e indietro… Tempi diversi!

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Patty: Tu cosa pensi che sia la sicurezza?
Ciccio: La sicurezze è dormire sul sedile posteriore di un’auto. Quando sei piccolo e sei stato in qualche posto con papà e mamma ed è notte e stai tornando a casa in macchina, puoi dormire sul sedile posteriore. Non hai da preoccuparti di niente, il papà e la mamma sono seduti davanti e si occupano di tutto..
Patty: Che bello.
Ciccio: ma non dura! Improvvisamente ti trovi cresciuto e non può mai più essere così. Di colpo è finita e non dormirai mai più sul sedile posteriore. Mai più!
Patty: Tienimi la mano Ciccio.

Il pianoforte su cui suona Dio

Abbiamo letto il testo di questo monologo di Baricco in III, eccone la resa cinematografica

La prima impressione non è sempre quella che conta

Ci sono delle volte in cui le apparenze ingannano e la prima impressione non è quella che conta. E’ bellissimo vedere come cambia lo sguardo di Mélanie, ed è anche bello sentirla mormorare “La prego si scusarmi”. Tra l’altro, un film memorabile

Ad Adriano

Premetto: non ho letto alcun editoriale o articolo di quanto successo al Festival. Ho solo visto il Festival commentando la serata su Fb e Twitter insieme ad amici.

Penso che Celentano sia incorso in un grosso errore: dire che Avvenire e Famiglia Cristiana siano “giornali inutili che andrebbero chiusi definitivamente” è una lesione del diritto alla libertà di opinione e stampa che lui tanto difende (successiva tirata su Santoro). Sarebbe problematico se queste due fossero le uniche testate o fonti accessibili, ma non è così. Navigo su Internet e ho questo blog su cui cito Avvenire, Famiglia Cristiana, L’Osservatore, Jesus, Dimensioni Nuove, Internazionale, Liberal, Linkiesta, Limes, Asianews, Misna… Leggo Ratzinger, leggo Kung, don Gallo, Giussani, Martini, Di Piazza, Panikkar, Accattoli, Zizola, testi esegetici, teologici, etici e non ho mai pensato “dovrebbero tacere definitivamente”. Al massimo “avrei potuto fare a meno di leggerlo e dedicarmi a qualcosa di più interessante”. Ormai chiunque ha accesso alle fonti che desidera e può esercitare il libero arbitrio, farsi le proprie idee, approfondire gli argomenti che preferisce. Uno che ci mette tante pause dovrebbe avere tutto il tempo di pensare al peso delle sue parole: un Celentano che mette il bavaglio non avrei pensato di vederlo.

Storia d’amore

Stamattina in III parlavamo dei valori. E’ stata proposta una scena del film d’animazione Up per parlare del rispetto. Allora mi è venuta in mente la sequenza della storia d’amore dolcissima e commovente… Non ho potuto fare a meno di postarla!

Trovate la vostra voce

“… è proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva, anche se può sembrarvi sciocco o assurdo ci dovete provare. Ecco, quando leggete, non considerate soltanto l’autore, considerate quello che voi pensate, figlioli dovete combattere per trovare la vostra voce, più tardi cominciate a farlo, più grosso è il rischio di non trovarla affatto. Thoreau dice “molti uomini hanno vita di quieta disperazione”, non vi rassegnate a questo, ribellatevi, non affogatevi nella pigrizia mentale, guardatevi intorno, osate cambiare, cercate nuove strade…” (prof. Keating)

Ulisse e cinema come esperienza di soglia

Un video di presentazione di un libro sul rapporto tra cinema e filosofia

Il sasso

Il matto: “Se vuoi crederlo, non c’è niente al mondo che non serve. Lo vedi questo sassolino? Tutto serve. Serve anche questo sassolino.”

Gelsomina (guardando attentamente il sassolino che il matto aveva in mano: “A che cosa?”

Il matto: “E che ne so io? Se lo sapessi sai chi sarei?”

Gelsomina: “Chi?”

Il matto: “Gesù Cristo. Se uno sapesse tutto, quando si nasce, quando si muore! Chi è che lo sa? Non lo so a che serve questo sasso, ma serve. Se non serve questo sasso, non servono neanche le stelle.”

(Dalla sceneggiatura originale de LA STRADA, di Fellini e Pinelli)

 

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Into the wild

Ringrazio Sara di 5CL per avermi prestato il dvd di Into the wild. E’ stata una bella esperienza vedere questo film dalla colonna sonora strepitosa. Riporto una delle frasi che mi son piaciute di più col relativo video:

Ho vissuto molto, e ora credo di aver trovato cosa occorra per essere felici: una vita tranquilla, appartata, in campagna. Con la possibilità di essere utile alle le persone che si lasciano aiutare, e che non sono abituate a ricevere. E un lavoro che si spera possa essere di una qualche utilità; e poi riposo, natura, libri, musica, amore per il prossimo. Questa è la mia idea di felicità. E poi, al di sopra di tutto, tu per compagna, e dei figli forse. Cosa può desiderare di più il cuore di un uomo? (C. J. McCandless che legge Lev Tolstoj)

Giorgio Perlasca

Carissimi, quasi due mesi di assenza dal blog… Chiedo perdono, ma da un lato avevo bisogno di tirare il fiato e dall’altro ero impegnato a tenere una tre sere di formazione che terrò a Palmanova tra fine gennaio e inizio febbraio dal titolo “L’algoritmo di Dio”. Per riprendere, visto che ci stiamo avvicinando al 27 gennaio, giorno della memoria, posto un vecchio articolo di Dimensioni Nuove del 2001 su Giorgio Perlasca. Nella sezione di STORIA si possono trovare molti altri articoli sull’argomento che, riguardando la memoria, “non scadono mai”…

I 90 GIORNI DI GIORGIO PERLASCA

di Teresio Bosco

Hoppi Palmer è oggi impiegata nella «Comunità Ebraica» di Budapest. Accompagna Enrico Deaglio alla casa protetta dove da bambina visse giorni terribili. Indicando un angolo: «Lì stava seduta la mia povera mamma, e accanto a lei stava una cantante lirica, che ogni tanto cantava. Là c’era il mucchio di carbone. Ogni volta che c’era un pericolo grave, noi bambini venivamo coperti con il carbone. Perlasca veniva a portarci da mangiare, a farci coraggio. Se non fosse stato per lui, non saremmo sopravvissuti. Saremmo finiti ammazzati sulle rive del Danubio». Quelle rive si vedono dai balconi dei piani superiori. Nell’inverno 1944 erano coperte di neve, che diventava rossa quando gli ebrei venivano portati al fiume ed erano uccisi. In quell’inverno i rifugiati nella casa protetta ne videro migliaia trascinati sugli argini. Legati a coppie con filo spinato, venivano liquidati con una pallottola alla testa e spinti nel fiume… Hoppi vide per l’ultima volta Perlasca alla fine dell’assedio di Budapest, quando diede loro l’addio. «Ci disse che ormai non ci sarebbe più stato bisogno di lui. Ci augurò di farcela. Poi scomparve, e risentii parlare di lui solo 45 anni dopo, su un trafiletto di giornale. Annunciava un suo ritorno a Budapest per essere ringraziato dal Parlamento…».

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Quel trafiletto di giornale che la signora Hoppi aveva letto nel 1989 diede inizio alla «scoperta di Perlasca», dopo anni di silenzio e di oblio. Era andata così. A Berlino, nel 1987, la ricercatrice universitaria Eveline B. Willinger radunava notizie su Wallenberg, il leggendario inviato del re di Svezia a Budapest, misteriosamente scomparso all’arrivo dei russi. La contessa Irene von Borosceny andò da lei e le disse: «Io Wallenberg l’ho conosciuto personalmente. Ma, oltre a lui, ho conosciuto un altro uomo eccezionale, un italiano di nome Giorgio Perlasca. Un uomo che ha rischiato più volte la vita per gli ebrei, e di cui nessuno si ricorda».

Da quel momento la ricerca di Eveline si concentrò su Perlasca. Il 15 maggio 1988, sulla rivista della comunità ebraica di Budapest comparve questo appello: «Cerchiamo tutti coloro che nel 1944-45 conobbero Giorgio (Jorge) Perlasca, di origine italiana e a quel tempo incaricato dell’ambasciata di Spagna…». Il risultato di quell’appello fu esplosivo. Centinaia di persone si presentarono portando i passaporti e i salvacondotti firmati «Giorgio Perlasca». A Budapest il parlamento ricevette l’italiano in seduta straordinaria, e gli conferì il più alto riconoscimento: la Grande Stella d’oro dell’Ungheria. A Gerusalemme, il 24 settembre 1989, fu proclamato giusto fra i giusti e fu invitato a piantare, come segno di massimo riconoscimento, un albero ai bordi della Strada dei Giusti, sul monte del Ricordo. Nel settembre 1990, a 80 anni compiuti, fu invitato a un viaggio d’onore degli Stati Uniti. A Washington e a New York fu premiato, abbracciato, intervistato, invitato a grandi banchetti. Dalla Spagna arrivò al «magnifico impostore», per decreto del re Juan Carlos, l’insegna di commendatore numerario dell’ordine di Isabella.

Buon’ultima, si mosse anche l’Italia (in gioventù Perlasca era stato fascista, e quindi nessuno osava…). Il presidente Cossiga lo nominò Commendatore Grand’Ufficiale, e poiché Perlasca era vecchio e povero, il governo gli concesse il contributo vitalizio della «legge Bacchelli», destinato alle persone insigni e povere. Appena in tempo, perché Perlasca se ne andò in pace il 15 agosto 1992, a 82 anni.

LA SUA STORIA

Ma chi era Giorgio Perlasca? A 25 anni, convinto fascista, parte volontario per la conquista dell’Etiopia. A 26, artigliere, ancora volontario per la guerra di Spagna. È uno dei 70 mila che il dittatore Mussolini manda in aiuto al generale Franco che tenta di abbattere il governo social-comunista di Madrid. Quando, dopo la vittoria di Franco, ripartì per l’Italia, ricevette un attestato in cui era scritto: «Caro camerata, in qualsiasi parte del mondo tu ti troverai, rivolgiti alla Spagna». Quel «pezzo di carta» si sarebbe rivelato più prezioso dell’oro. Nel 1938, sollecitato da Hitler, il dittatore fascista Mussolini vara le «leggi razziali» contro gli ebrei. Perlasca affermò: «Mi diedero molto fastidio. Ho smesso di essere fascista. Io sono nato da una famiglia cattolica. Per me, tutti gli uomini sono uguali». Nel 1940, l’Italia entrò in guerra a fianco dei tedeschi. Perlasca non fu richiamato: di guerre ne aveva già combattute due. Sposò la triestina Nerina Dal Fin, si impiegò alla SAIE (importazione di bovini) e partì con la moglie per la Jugoslavia e poi da solo per Budapest. «Era un gran bell’uomo», ricordava Nerina. «Molto alto, occhi azzurri, capelli chiari, elegante. Le donne gli ronzavano intorno. E lui non era insensibile!».

NELL’AMBASCIATA SPAGNOLA

La sera dell’8 settembre 1943 arrivò a Budapest la notizia che l’Italia, abbandonando l’alleato tedesco, si era arresa e si ritirava dalla guerra. Perlasca riuscì a fermare gli ultimi 12 vagoni di bestiame che stava spedendo in Italia. Un mese dopo, l’Italia del re dichiarò guerra alla Germania. Perlasca (poiché l’Ungheria era alleata e semioccupata dai tedeschi) pensò a salvare la pelle. La Spagna era una nazione neutrale. Perlasca ricercò quindi l’attestato rilasciatogli a Madrid e si recò all’ambasciata spagnola. Il primo segretario Angel Sanz Brin lo ricevette con onore. Il 18 marzo 1944 otto divisioni tedesche occuparono interamente l’Ungheria, e per le strade iniziò la caccia all’ebreo. Le case protette dall’ambasciata spagnola (erano cinque e molto grandi) cominciarono a riempirsi di persone ebree che chiedevano rifugio alla Spagna. Perlasca ne domandò il motivo, e venne a sapere che nel lontano 1492 gli ebrei spagnoli erano stati cacciati dalla Spagna. Si chiamavano sefarditi, poiché la Spagna, in ebraico, viene chiamata Sepharad. Per cancellare questa pagina nera, nel 1924 il dittatore Primo del Ribera aveva concesso ai discendenti degli ebrei sefarditi (ovunque fossero) la cittadinanza spagnola. Dovunque si scatenava la persecuzione razziale di Hitler, quindi, le ambasciate spagnole e le case da loro dipendenti divenivano rifugio per gli ebrei sefarditi (o dichiarati tali).

Perlasca ora possiede un passaporto spagnolo. Sanz Brin gli chiede di dargli una mano nell’aiutare gli ebrei. «Ne fui felice. Ero contento di fare qualcosa di utile».

I TRENI DEI DEPORTATI

Cominciarono così i 90 giorni di Perlasca. Davanti all’ambasciata c’era una folla sterminata di ebrei che chiedeva rifugio. Perlasca procedette con il suo stile impetuoso: il salvacondotto che certificava la protezione spagnola non si concedeva dopo aver esaminato i documenti, ma subito, a chiunque lo richiedesse. Così si abbreviavano enormemente i tempi. Le case protette si riempirono di colpo di 3000 ebrei, il massimo di capienza. I rifugiati in soprannumero, dopo alcuni giorni, venivano consegnati alla Croce Rossa che pensava all’espatrio in Spagna. Perlasca andava alla stazione dove partivano i treni dei deportati, e tirava giù dai vagoni gli anziani sfiniti, le donne con bambini. Gridava. «Questi sono cittadini spagnoli! Nessuno li può toccare!». Sanz Briz dovette partire per la Svizzera. Dal 1° dicembre 1944 al 16 gennaio 1945 Perlasca rimase l’unico rappresentante dell’ambasciata. Non era né spagnolo, né diplomatico. Se i tedeschi l’avessero sospettato l’avrebbero giustiziato. Lui lo sapeva, e continuò spavaldo a giocare con la sua vita. Un giorno in cui la tensione era altissima, successe un fatto strano. Una bimba di dieci anni, tremante di terrore, gli disse con voce alterata: «Se lei salva mia mamma, io vengo a letto con lei». Perlasca le diede uno schiaffo, come per svegliarla da un incubo. Alla mamma accorsa, raccontò ciò che era accaduto e disse: «Dobbiamo salvare la nostra dignità, altrimenti saremo perduti». Il 16 gennaio le truppe russe si impadronirono di Budapest. Alle case protette arrivò un gruppo di soldati ubriachi. Sfondarono le porte, picchiarono tutti, rubarono gli orologi.

IL RITORNO IN ITALIA E IL SILENZIO

Solo il 29 maggio, munito di un documento del nuovo governo socialdemocratico e salutato da una piccola folla di persone alle quali aveva salvato la vita, Perlasca potè ripartire per l’Italia. Mentre sull’Ungheria si stendeva pesantissima la «cortina di ferro», Perlasca riabbracciò Nerina e il figlio Franco, e cominciò la vita grama del dopoguerra. Vivendo tra Trieste e Padova (non tornò mai a Como dov’era nato) credeva che la sua avventura fosse ormai dimenticata. Ma a Berlino, una sera del 1987, la contessa ungherese Irene parlò, a chi cercava notizie di Wallenberg, di Giorgio Perlasca…

(Da “Dimensioni Nuove” Maggio 2001, pagg.46-48)

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Stele dedicata a Giorgio Perlasca al museo Yad Vashem di Gerusalemme

E i Simpsons ottengono il placet del Vaticano

Traggo da L’Osservatore Romano del 17 ottobre in attesa di leggere il pezzo originale cui fa riferimento questo articolo:

“Homer e Bart sono cattolici” di Luca M. Possati

Pochi lo sanno, e lui fa di tutto per nasconderlo. Ma è vero:  Homer J. Simpson è cattolico. E se non fu vocazione – complice un’ammaliante pinta di “Duff” – ci mancò davvero poco. Tanto che oggi il re della ciambella fritta di Springfield non esita a esclamare che “il cattolicesimo è mitico”. Salvo poi ricredersi in un catartico “D’oh!”.

La battuta – tratta dall’episodio “Padre, Figlio e Spirito Pratico”, in cui Homer e Bart si convertono grazie all’incontro con il simpatico padre Sean – è lo spunto dell’interessante articolo I Simpson e la religione di padre Francesco Occhetta comparso nell’ultimo numero di “La Civiltà Cattolica”. L’autorevole rivista dei gesuiti italiani traccia una raffinata analisi antropologica ed etica del cartoon cogliendo al contempo l’occasione – questo l’aspetto più notevole – di dare qualche consiglio pratico a genitori e figli.simpsons.jpg

È fuori discussione che la serie creata da Matt Groening ha portato nel mondo del cartone animato una rivoluzione linguistica e narrativa senza precedenti. Abbandonata la tranquillizzante distinzione tra bene e male tipica delle produzioni “a lieto fine” della Disney, Homer&Company hanno aperto un vaso di Pandora. Ne è uscita comicità surreale, satira pungente, sarcasmo sui peggiori tabù dell’American way of life e un’icona deformante delle idiosincrasie occidentali. Ma attenzione, ci sono anche altri livelli di lettura. “Ogni episodio – scrive Occhetta – dietro la satira e alle tante battute che fanno sorridere, apre temi antropologici legati al senso e alla qualità della vita” (p. 144). Temi come l’incapacità di comunicare e di riconciliarsi, l’educazione e il sistema scolastico, il matrimonio e la famiglia. E non manca la politica.

Pomo della discordia, la religione. Che dire al cospetto delle sonore ronfate di Homer durante le prediche del reverendo Lovejoy? E che dire delle perenni umiliazioni inflitte al patetico Neddy Flanders, l’evangelico ortodosso? Sottile critica o blasfemia ingiustificabile? “I Simpson – sostiene Occhetta – rimangono tra i pochi programmi tv per ragazzi in cui la fede cristiana, la religione e la domanda su Dio sono temi ricorrenti” (p. 145). La famiglia “recita le preghiere prima dei pasti e, a suo modo, crede nell’al di là” ed è lei il mezzo attraverso cui la fede viene trasmessa. La satira, invece, “più che coinvolgere le varie confessioni cristiane travolge le testimonianze e la credibilità di alcuni uomini di chiesa”.

Sia chiaro, i pericoli esistono, perché “il lassismo e il disinteresse che emergono rischiano di educare ancora di più i giovani a un rapporto privatistico con Dio” (p. 146). Ma cum grano salis occorre separare l’erba buona dalla zizzania. I genitori non debbono temere di far guardare ai loro figli le avventure degli ometti in giallo. Anzi, il realismo dei testi e degli episodi “potrebbe essere l’occasione per vedere alcune puntate insieme, e per coglierne gli spunti per dialogare sulla vita familiare, scolastica, di coppia, sociale e politica” (p. 148). Nelle storie dei Simpson prevale il realismo scettico, così “le giovani generazioni di telespettatori vengono educate a non illudersi” (p. 148). La morale? Nessuna. Ma si sa, un mondo privo di facili illusioni è un mondo più umano e, forse, più cristiano.

Venerdì santo

Nel 1987 è uscito un film di Damiano Damiani intitolato “L’inchiesta”, in cui il protagonista Tito Valerio Tauro ha il compito di cercare e trovare il corpo di un uomo ucciso qualche anno prima, un certo Gesù, falegname galileo. Alla fine del film queste sono le sue conclusioni:El Greco. Crocifissione.jpg

La mia missione è fallita, non ho trovato quel corpo e nemmeno un ribelle annidato fra le montagne … … Se c’è qualcuno che chiede di essere liberato, non dagli eserciti, ma dagli insegnamenti di un uomo crocifisso, allora il mondo sta già cambiando; questo è ciò che temevi, non è vero Tiberio, mio amato imperatore? … … La mia inchiesta è finita. Gesù di Nazareth è morto; sulla croce, dove lo abbiamo inchiodato. Ma i suoi seguaci hanno la certezza che è morto e risorto e aspettano il suo ritorno, senza sapere quando e come apparirà. … … Qui, in questa strana terra è nato un pericolo per l’impero. Bisogna indagare meglio: capire che cosa significano certe parole come “Ama il tuo nemico”. Capisci Pilato? Io dovrei amare te, e tu me! … … Con questa spada Roma ha conquistato il mondo. Lungo questo filo sottile corre la logica e la morale nella quale sono cresciuto… e se fosse tutto? e niente… Aiutami Trifone! Spingimi nel mistero”.

Il modo per entrare nel mistero in questo caso è la morte… Ma penso che l’amore sia già un ottimo invito al mistero. E allora posto un brano di bellezza incredibile del corregionale David Maria Turoldo

“Teologi e chiesasti, pulite (o complicate) quanto volete la fede, ma lasciatemi credere.

Cristo non è una cavia o un sistema; è l’evento dentro e oltre i fatti.

E, distrutto, sempre si ricompone dalla sua e nostra morte, per la sua e nostra risurrezione.

Non già “la causa dell’uomo che continua”, ma dimensione biologica, tensione della terra: sempre vivo mistero del genere umano.

Egli è il solo frutto possibile, l’eterno presente ove t’infuturi, dandogli tu la carne e il sangue.

Nessuno può narrare l’evento. Leggenda che muove il mondo, essa è la storia più vera: allora finalmente crederemo.

Lingua non serve a dire le ragioni dell’ultimo donarsi, la suprema gratuità dell’amore.

Abbiamo appena fragili simboli; e cercare prove e sillogi alla fede è come voler spegnere il sole o incatenare il vento.

E quanto pagheremo amaramente: fede di atei, fede senza incantesimo e senza mistero.

Egli è la luce fattasi corpo, nato dalla creazione pura, nato da donna vergine per opera dello Spirito, venuto sotto la legge per amore.

Era nel principio e nulla ha vita senza di lui: e la vita è venuta e vive.

Cristo, unico uomo: l’uomo povero e libero, l’ultimo di tutti gli uomini! Mio Cristo, vero sacramento di Dio.”

(D.M. TUROLDO, Mio atto di fede, in O sensi miei, Rizzoli, Milano 1990).

House, dottore in ricerca

Il Dottor House un uomo in ricerca? religioso?

http://spiritualseeds.wordpress.com/2010/02/08/il-dottor-house-e-la-religione-i-rapporti-indagati-in-due-recenti-volumi/

Le piccole cose

In IV stiamo parlando di amore e morte e abbiamo visto anche questa scena del film Will Hunting – Genio ribelle, basta cliccare su CONTINUA

All the invisible children

In V stiamo parlando di globalizzazione, e in BL abbiamo iniziato a vedere alcune parti del film “All the invisible children”, opera formata da 7 cortometraggi di grandi artisti. All’inizio del dvd qualcuno ha detto “Che bella questa canzone”. Il brano Teach me again è scritto da Elisa ed è interpretato da lei e Tina Turner. Vi posto qui sotto il video col testo tradotto.