Giorgio Perlasca


Carissimi, quasi due mesi di assenza dal blog… Chiedo perdono, ma da un lato avevo bisogno di tirare il fiato e dall’altro ero impegnato a tenere una tre sere di formazione che terrò a Palmanova tra fine gennaio e inizio febbraio dal titolo “L’algoritmo di Dio”. Per riprendere, visto che ci stiamo avvicinando al 27 gennaio, giorno della memoria, posto un vecchio articolo di Dimensioni Nuove del 2001 su Giorgio Perlasca. Nella sezione di STORIA si possono trovare molti altri articoli sull’argomento che, riguardando la memoria, “non scadono mai”…

I 90 GIORNI DI GIORGIO PERLASCA

di Teresio Bosco

Hoppi Palmer è oggi impiegata nella «Comunità Ebraica» di Budapest. Accompagna Enrico Deaglio alla casa protetta dove da bambina visse giorni terribili. Indicando un angolo: «Lì stava seduta la mia povera mamma, e accanto a lei stava una cantante lirica, che ogni tanto cantava. Là c’era il mucchio di carbone. Ogni volta che c’era un pericolo grave, noi bambini venivamo coperti con il carbone. Perlasca veniva a portarci da mangiare, a farci coraggio. Se non fosse stato per lui, non saremmo sopravvissuti. Saremmo finiti ammazzati sulle rive del Danubio». Quelle rive si vedono dai balconi dei piani superiori. Nell’inverno 1944 erano coperte di neve, che diventava rossa quando gli ebrei venivano portati al fiume ed erano uccisi. In quell’inverno i rifugiati nella casa protetta ne videro migliaia trascinati sugli argini. Legati a coppie con filo spinato, venivano liquidati con una pallottola alla testa e spinti nel fiume… Hoppi vide per l’ultima volta Perlasca alla fine dell’assedio di Budapest, quando diede loro l’addio. «Ci disse che ormai non ci sarebbe più stato bisogno di lui. Ci augurò di farcela. Poi scomparve, e risentii parlare di lui solo 45 anni dopo, su un trafiletto di giornale. Annunciava un suo ritorno a Budapest per essere ringraziato dal Parlamento…».

LA RIVELAZIONE DELLA CONTESSA IRENEperlasca.jpg

Quel trafiletto di giornale che la signora Hoppi aveva letto nel 1989 diede inizio alla «scoperta di Perlasca», dopo anni di silenzio e di oblio. Era andata così. A Berlino, nel 1987, la ricercatrice universitaria Eveline B. Willinger radunava notizie su Wallenberg, il leggendario inviato del re di Svezia a Budapest, misteriosamente scomparso all’arrivo dei russi. La contessa Irene von Borosceny andò da lei e le disse: «Io Wallenberg l’ho conosciuto personalmente. Ma, oltre a lui, ho conosciuto un altro uomo eccezionale, un italiano di nome Giorgio Perlasca. Un uomo che ha rischiato più volte la vita per gli ebrei, e di cui nessuno si ricorda».

Da quel momento la ricerca di Eveline si concentrò su Perlasca. Il 15 maggio 1988, sulla rivista della comunità ebraica di Budapest comparve questo appello: «Cerchiamo tutti coloro che nel 1944-45 conobbero Giorgio (Jorge) Perlasca, di origine italiana e a quel tempo incaricato dell’ambasciata di Spagna…». Il risultato di quell’appello fu esplosivo. Centinaia di persone si presentarono portando i passaporti e i salvacondotti firmati «Giorgio Perlasca». A Budapest il parlamento ricevette l’italiano in seduta straordinaria, e gli conferì il più alto riconoscimento: la Grande Stella d’oro dell’Ungheria. A Gerusalemme, il 24 settembre 1989, fu proclamato giusto fra i giusti e fu invitato a piantare, come segno di massimo riconoscimento, un albero ai bordi della Strada dei Giusti, sul monte del Ricordo. Nel settembre 1990, a 80 anni compiuti, fu invitato a un viaggio d’onore degli Stati Uniti. A Washington e a New York fu premiato, abbracciato, intervistato, invitato a grandi banchetti. Dalla Spagna arrivò al «magnifico impostore», per decreto del re Juan Carlos, l’insegna di commendatore numerario dell’ordine di Isabella.

Buon’ultima, si mosse anche l’Italia (in gioventù Perlasca era stato fascista, e quindi nessuno osava…). Il presidente Cossiga lo nominò Commendatore Grand’Ufficiale, e poiché Perlasca era vecchio e povero, il governo gli concesse il contributo vitalizio della «legge Bacchelli», destinato alle persone insigni e povere. Appena in tempo, perché Perlasca se ne andò in pace il 15 agosto 1992, a 82 anni.

LA SUA STORIA

Ma chi era Giorgio Perlasca? A 25 anni, convinto fascista, parte volontario per la conquista dell’Etiopia. A 26, artigliere, ancora volontario per la guerra di Spagna. È uno dei 70 mila che il dittatore Mussolini manda in aiuto al generale Franco che tenta di abbattere il governo social-comunista di Madrid. Quando, dopo la vittoria di Franco, ripartì per l’Italia, ricevette un attestato in cui era scritto: «Caro camerata, in qualsiasi parte del mondo tu ti troverai, rivolgiti alla Spagna». Quel «pezzo di carta» si sarebbe rivelato più prezioso dell’oro. Nel 1938, sollecitato da Hitler, il dittatore fascista Mussolini vara le «leggi razziali» contro gli ebrei. Perlasca affermò: «Mi diedero molto fastidio. Ho smesso di essere fascista. Io sono nato da una famiglia cattolica. Per me, tutti gli uomini sono uguali». Nel 1940, l’Italia entrò in guerra a fianco dei tedeschi. Perlasca non fu richiamato: di guerre ne aveva già combattute due. Sposò la triestina Nerina Dal Fin, si impiegò alla SAIE (importazione di bovini) e partì con la moglie per la Jugoslavia e poi da solo per Budapest. «Era un gran bell’uomo», ricordava Nerina. «Molto alto, occhi azzurri, capelli chiari, elegante. Le donne gli ronzavano intorno. E lui non era insensibile!».

NELL’AMBASCIATA SPAGNOLA

La sera dell’8 settembre 1943 arrivò a Budapest la notizia che l’Italia, abbandonando l’alleato tedesco, si era arresa e si ritirava dalla guerra. Perlasca riuscì a fermare gli ultimi 12 vagoni di bestiame che stava spedendo in Italia. Un mese dopo, l’Italia del re dichiarò guerra alla Germania. Perlasca (poiché l’Ungheria era alleata e semioccupata dai tedeschi) pensò a salvare la pelle. La Spagna era una nazione neutrale. Perlasca ricercò quindi l’attestato rilasciatogli a Madrid e si recò all’ambasciata spagnola. Il primo segretario Angel Sanz Brin lo ricevette con onore. Il 18 marzo 1944 otto divisioni tedesche occuparono interamente l’Ungheria, e per le strade iniziò la caccia all’ebreo. Le case protette dall’ambasciata spagnola (erano cinque e molto grandi) cominciarono a riempirsi di persone ebree che chiedevano rifugio alla Spagna. Perlasca ne domandò il motivo, e venne a sapere che nel lontano 1492 gli ebrei spagnoli erano stati cacciati dalla Spagna. Si chiamavano sefarditi, poiché la Spagna, in ebraico, viene chiamata Sepharad. Per cancellare questa pagina nera, nel 1924 il dittatore Primo del Ribera aveva concesso ai discendenti degli ebrei sefarditi (ovunque fossero) la cittadinanza spagnola. Dovunque si scatenava la persecuzione razziale di Hitler, quindi, le ambasciate spagnole e le case da loro dipendenti divenivano rifugio per gli ebrei sefarditi (o dichiarati tali).

Perlasca ora possiede un passaporto spagnolo. Sanz Brin gli chiede di dargli una mano nell’aiutare gli ebrei. «Ne fui felice. Ero contento di fare qualcosa di utile».

I TRENI DEI DEPORTATI

Cominciarono così i 90 giorni di Perlasca. Davanti all’ambasciata c’era una folla sterminata di ebrei che chiedeva rifugio. Perlasca procedette con il suo stile impetuoso: il salvacondotto che certificava la protezione spagnola non si concedeva dopo aver esaminato i documenti, ma subito, a chiunque lo richiedesse. Così si abbreviavano enormemente i tempi. Le case protette si riempirono di colpo di 3000 ebrei, il massimo di capienza. I rifugiati in soprannumero, dopo alcuni giorni, venivano consegnati alla Croce Rossa che pensava all’espatrio in Spagna. Perlasca andava alla stazione dove partivano i treni dei deportati, e tirava giù dai vagoni gli anziani sfiniti, le donne con bambini. Gridava. «Questi sono cittadini spagnoli! Nessuno li può toccare!». Sanz Briz dovette partire per la Svizzera. Dal 1° dicembre 1944 al 16 gennaio 1945 Perlasca rimase l’unico rappresentante dell’ambasciata. Non era né spagnolo, né diplomatico. Se i tedeschi l’avessero sospettato l’avrebbero giustiziato. Lui lo sapeva, e continuò spavaldo a giocare con la sua vita. Un giorno in cui la tensione era altissima, successe un fatto strano. Una bimba di dieci anni, tremante di terrore, gli disse con voce alterata: «Se lei salva mia mamma, io vengo a letto con lei». Perlasca le diede uno schiaffo, come per svegliarla da un incubo. Alla mamma accorsa, raccontò ciò che era accaduto e disse: «Dobbiamo salvare la nostra dignità, altrimenti saremo perduti». Il 16 gennaio le truppe russe si impadronirono di Budapest. Alle case protette arrivò un gruppo di soldati ubriachi. Sfondarono le porte, picchiarono tutti, rubarono gli orologi.

IL RITORNO IN ITALIA E IL SILENZIO

Solo il 29 maggio, munito di un documento del nuovo governo socialdemocratico e salutato da una piccola folla di persone alle quali aveva salvato la vita, Perlasca potè ripartire per l’Italia. Mentre sull’Ungheria si stendeva pesantissima la «cortina di ferro», Perlasca riabbracciò Nerina e il figlio Franco, e cominciò la vita grama del dopoguerra. Vivendo tra Trieste e Padova (non tornò mai a Como dov’era nato) credeva che la sua avventura fosse ormai dimenticata. Ma a Berlino, una sera del 1987, la contessa ungherese Irene parlò, a chi cercava notizie di Wallenberg, di Giorgio Perlasca…

(Da “Dimensioni Nuove” Maggio 2001, pagg.46-48)

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Stele dedicata a Giorgio Perlasca al museo Yad Vashem di Gerusalemme

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