Gemme n° 58

Sono scorse le immagini di una delle scene più famose de “La vita è bella” di Roberto Benigni nella classe quarta grazie alla scelta di M. “E’ una delle scene che mi è rimasta più impressa. Mi ha colpito il film, apprezzo Benigni che riesce a trattare argomenti pesanti in modo leggero. Emerge l’amore del padre per il figlio in una situazione tragica, riesce a fargli vivere tutto come un gioco: penso sia una delle cose più difficili dell’essere genitore”.

Eugène Ionesco, in “Note e contronote”, scrive: “Dove non c’è umorismo non c’è umanità; dove non c’è umorismo (questa libertà che ci si prende, questo distacco di fronte a sé stessi) c’è il campo di concentramento.” Sembra di essere all’opposto di film come “La vita è bella” o “Train de vie”. E allora viene in mente un’altra citazione di Herman Hesse, presa da “Il lupo della steppa”: “Vivere nel mondo come non fosse il mondo, rispettare la legge e stare tuttavia al di sopra della legge, possedere come se non si possedesse, rinunciare come se non si fosse in rinuncia: tutte queste esperienze di un’altra saggezza di vita si possono realizzare solo con l’umorismo”.

Gemme n° 54

La sequenza de “L’attimo fuggente” che E. (classe seconda) ha scelto di proporre alla classe è una delle più famose del film: “In questa scena del film si dice di cogliere il momento, di non aspettare troppo tempo, di essere anche un po’ impulsivi per afferrare ciò che si vuole”.

Stacco un po’, cogliendo solo un aspetto del “cogliere il momento”: ci sono volte in cui la propria decisione di prendere il treno che sta passando possa essere giusta. Può capitare però che ad essere sbagliato sia il treno su cui si è saliti… E’ quello che mi è venuto in mente ascoltando la recente “Magnifico” in cui Fedez si è fatto accompagnare da Francesca Michielin (lasciando perdere il video decisamente banale, a mio avviso): “Sorridi quando piove, sei triste quando c’è il sole, devi smetterla di piangere fuori stagione. Dai proviamo e poi vediamo che succede, per ogni mia parte che ti vuole, c’è un’altra che retrocede… Quante volte ad un “Ti Amo” hai risposto “No, non posso”, hai provato dei sentimenti e non ti stanno bene addosso. Parliamo allo stesso modo ma con diversi argomenti, siamo nello stesso hotel ma con due viste differenti.” E quindi? Desistere? Continua Fedez: “L’amore è un punto di arrivo, una conquista. Ma non esiste prospettiva senza due punti di vista. Anche se poi tutto è magnifico”.

Gemme n° 50

“Con la mia gemma desidero affrontare un tema serio in modo leggero”. Così B. (classe quarta) ha voluto presentare la sua gemma, un’intervista a Jim Carrey al David Letterman Show (fino al min. 4,30).

“Anche io penso che il paradiso sia qua, ma credo che vada cercato e costruito, attraverso il modo in cui si affrontano le cose. Si possono creare situazioni in cui c’è il paradiso. In estate ho avuto un brutto litigio con una carissima amica, e in conseguenza di quello ci siamo staccate a lungo. Tre settimane fa, ho deciso di vivere il mio paradiso, sono andata da lei e l’ho solo abbracciata: abbiamo iniziato a tremare e a ridere, era come se fossimo in paradiso. Non serve aspettare per arrivare in paradiso”.
Mi sono venuti in mente la sequenza finale di Una settimana da Dio e un racconto:

“Una volta un samurai grosso e rude andò a visitare un piccolo monaco. “Monaco”, gli disse “insegnami che cosa sono l’inferno e il paradiso!”.
Il monaco alzò gli occhi per osservare il potente guerriero e rispose con estremo disprezzo: “Insegnarti che cosa sono l’inferno e il paradiso? Non potrei insegnarti proprio niente. Sei sporco e puzzi, la lama del tuo rasoio si è arrugginita. Sei un disonore, un flagello per la casta dei samurai. Levati dalla mia vista, non ti sopporto.”
Il samurai era furioso. Cominciò a tremare, il volto rosso dalla rabbia, non riusciva a spiccicare parola. Sguainò la spada e la sollevò in alto, preparandosi a uccidere il monaco.
“Questo è l’inferno”, mormorò il monaco.
Il samurai era sopraffatto. Quanta compassione, quanta resa in questo ometto che aveva offerto la propria vita per dargli questo insegnamento, per dimostrargli l’inferno! Lentamente abbassò la spada, pieno di gratitudine e improvvisamente colmo di pace.
“E questo è il paradiso”, mormorò il monaco.”
(Bruno Ferrero, L’importante è la rosa)

Gemme n° 48

“Se mi mettessi a commentare la canzone che ho portato, sarei banale, per cui lascio parlare Bono” ha esordito M. (classe quinta).

“E’ un brano che può avere più sfaccettature, più piani di lettura, lascia molto alla riflessione personale e alla libera interpretazione. Personalmente mi fa pensare alle piccolo cose quotidiane.” Beh alla fine, M. qualcosa l’ha detto 🙂
Quello che è venuto in mente a me è la necessità dell’amore: è come se non si potesse cadere più in basso senza percepire l’amore ordinario, comune, ma neppure volare più in alto senza accettarlo. E i pensieri vanno a un altro ritornello: “Ti vorrei sollevare, ti vorrei consolare, ti vorrei sollevare, ti vorrei ritrovare, vorrei viaggiare su ali di carta con te, sapere inventare, sentire il vento che soffia e non nasconderci se ci fa spostare. Quando persi sotto tante stelle ci chiediamo cosa siamo venuti a fare, cos’è l’amore, stringiamoci più forte ancora, teniamoci vicino al cuore”.

Gemme n° 47

“La mia gemma si compone di due parti. Prima faccio ascoltare un branno di Ennio Morricone che all’inizio mi rilassa e mi proietta in un altro mondo, mentre poi mi dà la carica. La ascolto almeno 4-5 volte alla settimana”. Ecco la canzone proposta da A. (classe quarta):

“La seconda parte della gemma, invece, è un breve pezzo preso dal film Rocky 6, in cui Sylvester Stallone si rivolge al figlio Robert ormai grande parlandogli delle difficoltà della vita. Mi ci rivedo in molti aspetti”. Ascoltando il pezzo di film mi è venuta in mente questa frase al cui autore non sono mai riuscito a risalire: “Ogni volta che punti un dito contro qualcun altro, ricordati che ce ne sono tre rivolti verso di te”.

Gemme n° 41

Qualche anno fa mi aveva colpito il cortometraggio «Il circo della farfalla». E’ lungo per proporlo interamente e allora mostro questo video che riguarda sempre la testimonianza di Nick Vujicic. Mi hanno stupito la sua forza di volontà, il suo voler continuare a lottare, la fiducia.” Queste sono state le parole di M. (classe quarta) e questo il video che ha fatto conoscere ai compagni di classe:

Aggiungo una citazione dello stesso Vujicic e il video del cortometraggio di cui è stato protagonista: “Non dovete mai pensare che basti semplicemente credere in qualcosa. Va bene credere nei propri sogni, ma bisogna agire affinché si realizzino. Si può avere fiducia nei propri talenti e fede nelle proprie capacità, ma se non si fa nulla per svilupparli e sfruttarli, quale utilità avranno? Forse vi ritenete persone buone e gentili, ma se non trattate gli altri con bontà e gentilezza, dov’è la prova di ciò che asserite? Ognuno di noi può scegliere di credere o di non credere. Ma se avete scelto di credere (non importa in cosa), dovete assolutamente agire. In caso contrario, perché credere?”

Gemme n° 34

La gemma che ha portato M. (classe terza) è la parte finale del suo saggio di danza. “Ballare per me è tutto, è la cosa più importante. Guardi prof, mi tremano le mani solo a pensarci. E’ ciò che mi fa stare bene con me stesso, che mi rende orgoglioso di ciò che sono e rende orgogliosi anche i miei genitori”.
Mi è venuta in mente la lezione di ballo liscio di ieri sera, in cui sono impazzito per capire come funziona il giro a sinistra della mazurka (sigh!). Non è la mia passione il ballo, almeno per ora, però è una cosa che mi piace fare insieme a mia moglie e per questo è importante. Però adoro vedere chi ci mette l’amore e la passione nelle cose che fa, e si emoziona parlando di esse e si fa trasportare come nel video qui sotto…

Gemme n° 33

Ho scelto la scena finale di un grande film per tre motivi:

  1. spesso gli uomini costruiscono prima la scatola del contenuto. Andrebbe fatto il contrario
  2. Si racconta di una grande amicizia, e penso che questo sia l’unico legame che resti vivo anche dopo morte
  3. Gatsby ha cercato di seguire un proprio sogno, ne ha fatto una ragione di vita, anche se, come dice la sequenza l’aveva già superato perché lui valeva più del suo stesso sogno”

Queste sono state le parole di H. (classe seconda) ad accompagnare la sua gemma. A vedere la scena iniziale del video con quella solitudine agghiacciante mi è venuto in mente questa struggente canzone di “Antony and the Johnsons” che inizia così: “Spero che ci sia qualcuno che si prenderà cura di me quando morirò, me ne andrò? Spero che ci sia qualcuno che libererà il mio cuore, che mi stringa gentilmente quando sono stanco”. I brividi, ogni volta che la sento.

Gemme n° 31

Ero arrabbiata con il mio ragazzo e lui mi ha inviato questo video. Mi ha commosso perché il giovane fa di tutto per conquistare e conoscere la ragazza. Nelle vere storie d’amore si pensa sempre prima alla persona amata che a se stessi (in “paperman” il protagonista scappa dall’ufficio pur di seguire il suo sogno d’amore). E aggiungo che due persone se sono destinate a stare assieme si ritroveranno indipendentemente dal luogo e dal tempo (è un po’ il ruolo giocato dagli aeroplanini di carta che prendono vita e tessono trame imprevedibili).” Alcune di queste cose D. (classe quarta) me le ha raccontate fuori dall’aula perché in classe, sul momento, non ce la faceva, ma mi ha concesso di scriverle qui.

Anime gemelle, persone destinate a trovarsi, treni che passano nel medesimo istante, colpo di fulmine, la persona giusta… Possibile? Impossibile? Una risposta in un breve video

Gemme n° 28

FranciaLa gemma che ha portato questa mattina A. (classe terza) è una mail, “una cosa a cui tengo molto, la risposta di accettazione della mia richiesta di soggiorno-studio all’estero, in Francia: il prossimo anno, infatti, andrò là 3 mesi a studiare. Non è tantissimo ma è importante e ci saranno senz’altro delle difficoltà. Non dico di aver paura di essere dimenticata dagli amici, ma un po’ di essere sostituita (la mia migliore amica troverà un’altra spalla? Il mio moroso, sempre se ce l’avrò, mi aspetterà? La mia compagna di banco riempirà quel vuoto?). Penso sia vera la frase che dici che si piange quando si va e si piange quando si torna; i miei genitori mi hanno detto che basta che non pianga quando sono là. Poi ho scritto una cosa sulle scelte: siamo continuamente costretti a scegliere tra più alternative, tra bene e male, e chiedo al prof di leggerla per me sulle note di “Hall of fame”…

Ogni anno, ogni mese, ogni giorno, ogni ora ci troviamo davanti a decisioni da prendere, e ogni volta non sappiamo da che parte incominciare: ci domandiamo se agire d’ istinto, o ragionarci su; se sia meglio pensare di testa nostra o chiedere un consiglio; e se sia più opportuno riferirsi ai genitori che ci conoscono dal nostro primo istante di vita, ai nonni che sono “vecchi e saggi”, o agli amici che condividono i nostri interessi. Così finiamo spesso per lanciare una moneta, se non altro, per poter dare la colpa alla sorte e non a noi stessi in caso di insoddisfazione.
La nostra intera esistenza è continuamente condizionata da scelte.
A partire da quelle giornaliere “ Come mi vesto oggi?”, “Cosa mangio a colazione?”, “Vicino a chi mi siedo in autobus?”, “Mi offro in matematica?”, “Torno subito a casa o mi fermo in centro con gli amici?”, “In TV guardo Dottor House o Gossip Girl?”. E poi ci sono quelle scelte “grandi”, che ti condizionano la vita, come la scelta della scuola superiore, dell’ università, di un lavoro, di un marito, di una famiglia, di una casa.
Una volta ho letto che “ Avere la possibilità di scelta ci rende infelici e insoddisfatti: quando scegliamo una cosa ci sentiamo tristi perché pensiamo che stiamo rinunciando ad un’altra opportunità, e ciò ci rende insoddisfatti di quello che abbiamo scelto”, ed è vero, perché ottenere qualcosa per perderne un’ altra non potrà mai essere piacevole. Il segreto quindi rimane solo quello di capire cosa non si è disposti a perdere.
Prendere una decisione è sempre molto difficile, soprattutto per quanto riguarda le relazioni! Pensa, anche se può essere un esempio un po’ stupido, a quando la tua migliore amica non va d’ accordo con il tuo ragazzo: sei costretto a schierarti, per forza. Ed è orribile, soprattutto perché in ogni caso farai soffrire qualcuno, ma prima di tutti a soffrire sarai tu.
La maggiore difficoltà quando si tratta di una scelta, è data dal fatto che non sempre Amore e Ragione la pensano allo stesso modo; anzi: quasi mai. Provare a farli conciliare è come pretendere che un ghiacciolo non si sciolga nel deserto. Inoltre, le scelte più facili sono raramente quelle più giuste: sta a noi assumerci la responsabilità delle nostre decisioni.”

Riporto una frase di Bob Marley e la scena finale de “La leggenda del pianista sull’oceano” con lo splendido monologo finale di Novecento (dal libro “Novecento” di Alessandro Baricco): “Quando sei davanti a due decisioni, lancia in aria una moneta. Non perché farà la scelta giusta al posto tuo, ma perché, nell’esatto momento in cui essa è in aria, saprai improvvisamente in cosa stai sperando di più.” (Bob Marley)

Gemme n° 22

Stamattina I. (classe seconda) ha presentato questa gemma.

Devo ammetterlo: sono allergico ai motivatori e ai toni di video come questi, per cui cerco di prenderne i lati positivi e scartare il resto che mi fa sinceramente paura per i toni usati e la sicumera mostrata. I. ha sottolineato che il video le piace perché fa parte di un percorso che ha fatto e che sta facendo e che le sta permettendo di vivere in modo migliore rispetto al passato. Buona strada I.! Io intanto pubblico questo, glielo devo a Christopher McCandless

Gemme n° 21

La gemma di oggi ha bisogno di un po’ di introduzione: M. (classe quinta) ha infatti proposto un breve dialogo in inglese tratto da una serie tv statunitense. In alcuni passi le parole sono forti. Piper Chapman è una giovane donna condannata a quindici mesi di carcere per trasporto di droga. Deve lasciare la casa che condivide con il suo promesso sposo Larry per entrare nella prigione federale. Nel decimo episodio della prima serie, le prigioniere hanno il compito di spaventare un gruppo di giovani delinquenti in visita alla prigione, ma hanno difficoltà a spaventare Dina, una ragazza sulla sedia a rotelle. Piper ci riesce con una frase: “le altre persone non sono la parte spaventosa della prigione Dina. È il faccia a faccia con chi davvero sei”. Piper ha paura di non essere se stessa in prigione e ha paura di esserlo.

“Ci sono delle situazioni” ha concluso M. “in cui è importante sapere chi si è fino in fondo e non è così facile farlo e ammetterlo”. Mi sono venute in mente le mie “prigioni”, i miei momenti in cui ho dovuto, per forza di cose, confrontarmi con me stesso, guardandomi veramente in faccia cercando di dare un nome a ciò che vedevo. Non è sempre facile, soprattutto se la ricerca è sincera, ma costituisce uno dei passaggi necessari: pena la finzione.

Gemme n° 8

La prima gemma di oggi è quella proposta da S. (classe quarta). E’ una sequenza tratta da “La tigre e la neve”. E’ una scena che la emoziona, che le fa pensare alla bellezza, alla poesia. “E’ come dice Benigni: Per trasmettere la felicità, bisogna essere felici e per trasmettere il dolore bisogna essere felici”.

Allego semplicemente la trascrizione del monologo; penso possa essere utile soffermarcisi sopra con un po’ di calma:

Su, su, svelti, veloci, piano, con calma, non vi affrettate.
Non scrivete subito poesie d’amore che sono le più difficili, aspettate almeno un’ottantina di anni. Scrivete su un altro argomento, che ne so… sul mare, vento, un termosifone, un tram in ritardo. Non esiste una cosa più poetica di un’altra. La poesia non è fuori, è dentro.
Cos’è la poesia? Non chiedermelo più, guardati allo specchio, la poesia sei tu.
Vestitele bene le poesie. Cercate bene le parole, dovete sceglierle. A volte ci vogliono otto mesi per trovare una parola. Scegliete, perché la bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere, da Adamo ed Eva. Lo sapete quanto c’ha messo Eva prima di scegliere la foglia di fico giusta? Ha sfogliato tutti i fichi del paradiso terrestre.
Innamoratevi. Se non vi innamorate è tutto morto. Vi dovete innamorare e diventa tutto vivo, si muove tutto. Dilapidate la gioia, sperperate l’allegria. Siate tristi e taciturni con l’esuberanza. Fate soffiare in faccia alla gente la felicità.
Per trasmettere la felicità, bisogna essere felici e per trasmettere il dolore bisogna essere felici.
Siate felici. Dovete patire, stare male, soffrire. Non abbiate paura a soffrire. Tutto il mondo soffre.
E se non vi riesce, non avete i mezzi, non vi preoccupate, tanto per fare poesia una sola cosa è necessaria: tutto.
E non cercate la novità. La novità è la cosa più vecchia che ci sia.
E se il verso non vi viene da questa posizione, da questa, da così, buttatevi in terra, mettetevi così.
E’ da distesi che si vede il cielo. Guarda che bellezza, perché non mi ci sono messo prima?!
Cosa guardate? I poeti non guardano, vedono.
Fatevi obbedire dalle parole.
Se la parola è “muro” e “muro” non vi dà retta, non usatela più per otto anni, così impara!
Questa è la bellezza come quei versi là che voglio che rimangano scritti lì per sempre..
Forza, cancellate tutto!”

Isis e immagine

occhio

Un articolo “colorato”, pubblicato su Limes, del critico cinematografico Oscar Iarussi sul ruolo delle immagini e dei video negli scontri in atto in medio oriente. Per coglierne sfumature e sottintesi bisogna leggerlo più volte.

L’homo videns? Non è solo occidentale. Anche l’Islam sembra in preda al “post-pensiero” televisivo di cui scrisse Giovanni Sartori in un suo saggio polemico (Laterza, 1997).
L’ultimo stadio dell’evoluzione è all’insegna del climax. L’acme, l’orgasmo, la dismisura risultano sempre provvisori, puntualmente scavalcati da un nuovo eccesso nella corsa all’effetto prodigioso che annichilisce il residuo pudore. L’immaginario collettivo si affranca così definitivamente dai tabù dell’eros e della morte, ovvero li sacrifica a uno sguardo onnivoro e sadico. Se non è “l’occhio che uccide” di un famoso film, poco ci manca.
Fino a non molti anni fa nessun aguzzino avrebbe pensato di documentare le umiliazioni, il dolore e la fine delle sue vittime. Anzi, gli orrori venivano nascosti e negati. L’esibizione della ghigliottina e “la macelleria del potere” attengono al premoderno, quando – Foucault docet – la punizione esemplare sanzionava l’offesa al corpo sacro del re (Einaudi, 1976). Persino dal tragico recinto di Auschwitz le rare testimonianze visive sono postume o esterne: i filmati dei registi al seguito degli Alleati che liberano i lager o le immagini aeree della Raf nelle quali la colonna di fumo dei forni crematori allude allo sterminio.
Ripensiamo, invece, alle fotografie dei soldati statunitensi che torturano i prigionieri di guerra iracheni nel carcere di Abu Ghraib, scattate nel 2004 dagli stessi torturatori in posa (i primi selfie). D’altro canto, cominciarono a essere recapitati ad Aljazeera e in seguito diffusi sul web i video delle decapitazioni per mano jihadista degli ostaggi americani e europei. Una barbarie che “parla” all’inconscio occidentale in cui sono sedimentate le rappresentazioni bibliche di Salomè o di Giuditta e Oloferne (Caravaggio, Donatello, Strauss). Dopo Daniel Pearl (2002, in Pakistan), nel 2004 il primo decollato in Medio Oriente fu il giovane imprenditore Nicholas Berg, statunitense di origine ebraica. Si ipotizzò che il boia fosse Abu Musab al-Zarqawi, uno dei teorici dell’odierno “califfato” sunnita, il cosiddetto Stato Islamico (Is).
Da ultimo il macabro spettacolo è diventato seriale, come s’addice al pubblico dei kāfir, gli “infedeli”, o dei musulmani in Europa. Nei video delle decapitazioni c’è uno svilimento della tragedia che ha del pornografico: l’inimicizia, la guerra e il suo cuore di tenebra ridotti a immagini di propaganda. Una beffarda “amatorialità” per comunicare con la vasta schiera dei dilettanti/protagonisti su Facebook e Instagram.
Non manca il corredo feticistico. Le tute arancio dei condannati a morte occidentali evocano quelle imposte ai qaedisti reclusi a Guantanamo. Soprattutto c’è il cappuccio nero già usato a Abu Ghraib e nei black site della Cia per gli interrogatori a mo’ di lampante smentita dell’habeas corpus. Adesso a indossarlo sono i tagliagole: simbolo di una “pedagogia del terrore” che a sua volta dà del tu all’horror e allo splatter di certi B-movie gettonati dagli adolescenti americani ed europei.
Sarebbe questo il famoso “scontro delle civiltà”? Una squallida rincorsa al protagonismo, all’annientamento altrui nel nome dell’exemplum, dell’icona sequenziale? Se ne può dubitare. Sembra piuttosto una guerra (in)civile intestina alla civiltà dell’immagine, che porta alle estreme conseguenze lo sciacallaggio quotidiano che le è proprio, appena stemperato dal dibattito su censura sì o no, in fin dei conti risolto nell’ipocrisia di oscurare lo shock del momento fatale.
Dopo il kolossal “hollywoodiano” dell’11 settembre 2001 e dopo i filmini sui sacrifici dei “martiri di Allah”, le decapitazioni dell’Is ribadiscono una procedura televisiva che sgomenta anche per la sua diabolica banalità. Quei terribili video validano l’interpretazione del terrorismo come “conflitto mimetico” rispetto al modello occidentale, avanzata da René Girard come aggiornamento dei suoi studi sul legame tra la violenza e il sacro nel capro espiatorio (La pietra dello scandalo, Adelphi 2004).
Nell’ultima esecuzione “Johnny il jihadista”, il boia britannico di Alan Henning, ha “nominato” la prossima vittima, Peter Kassig, come in un luttuoso Grande fratello. Mentre Abu Saeed Al Britani, alias Omar Hussain, da ex londinese delle periferie qual è, minaccia a viso scoperto il premier Cameron in un video recitato e montato alla maniera di un rap! La suggestione spettacolare è provata fin dall’episodio dell’agosto 2004 quando il californiano Ben Vanderfort mise in scena in un video-burla l’esecuzione di se medesimo in Iraq, attribuendola ad al-Zarqawi.
Prende piede (prende occhio) uno scenario nichilista in cui la morte viene piegata alle esigenze mediologiche. Un paradosso, giacché non v’è nulla di più profano di tale presunta “guerra santa”. Scherzi della storia: l’Islamismo iconoclastico della distruzione dei Buddha giganti nella valle afghana di Bamiyan e dell’imposizione del burqa alle donne perde la faccia quando la mostra.”

Domande e risposte

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Prima ero innamorato solo delle risposte, ma da quando ho conosciuto te mi piacciono anche le domande. Credo che le risposte rendano saggi, ma le domande rendono umani.”
(L’amica delle 5½, di Vincente Minnelli, con Yves Montand e Barbra Streisand)

Gemme n° 2

La gemma di oggi l’ha regalata B. (classe quarta). Per la verità ne ha regalate due, entrambe facenti riferimento a vecchi film. La prima, tuttavia, ha come punto di interesse una canzone: siamo nel film “Colazione da Tiffany” e Audrey Hepburn canta con in braccio la chitarra “Moon River”. “E’ una canzone che riesce a mettermi calma e serenità ogni volta che la ascolto”.

La seconda gemma è un’istantanea: le parole conclusive di Rossella O’Hara in “Via col vento”, il film preferito di B. La motivazione della scelta? “Ammiro la forza di questa donna, disposta a fare mille sacrifici, e che non perde mai la speranza come confermano le sue parole finali «Dopotutto, domani è un altro giorno»”.

Accompagno questa gemma con una canzone di Roberto Vecchioni, un suo inno alle donne: “Le mie donne”. Fa parte dell’album “Io non appartengo più”, uscito un anno fa e ha delle cadenze folk irlandesi. Consiglio di ascoltare bene tutto il testo, ma segnalo alcune delle parole che più mi piacciono: “La mia donna ha combattuto con le nuvole dietro l’orizzonte della verità, senza un tonfo di speranza e con i brividi di portare in seno quello che sarà; dalle donne stanche di arare in una terra fradicia di sole, dalle donne in un ospedale con le mani piene di dolore, dalle ragazze dentro un urlo lungo le strade a pugni chiusi, da una storia senza fine da un universo di soprusi. Dove lanciano aquiloni dietro i fulmini, per vedere quanti sogni vengon giù, e ci insegnano il mestiere d’esser uomini, cosa che non ricordiamo quasi più”.

Gemme n° 1

Ho chiesto ai miei studenti di pensare a qualcosa (una canzone, una scena di un film, una pagina di un libro, un quadro, una foto, un oggetto…) per loro significativo e che desiderano far conoscere ai compagni come fosse una gemma preziosa.

C. (classe seconda) ha proposta questo video, tratto dal film “Mr. Nobody”. Il video presenta i sottotitoli in quanto in Italia non è uscito. C. è stata colpita dalle scelte e dalle responsabilità che sono presenti dietro ad una decisione. “Dopo averlo visto, beh, questo pezzo di video mi viene in mente ogni volta che faccio una scelta”. A me è venuto in mente il libro “Uno” di Richard Bach, uno dei primi libri facenti parte della mia vita da lettore consapevole, iniziata proprio ai tempi del liceo. Lo consiglio. Immaginiamo che accanto al nostro mondo ci siano tanti mondi paralleli abitati da dei me stesso che hanno scelto le possibilità che io ho scartato: che vita stanno facendo? Cosa sarei diventato? Chi sarei diventato? E se io e questi me stesso ci potessimo incontrare?

Sussurri di paura

Ieri mattina ho presentato, al Cervignano Film Festival, il film “Orizzonti di Gloria” di Stanley Kubrick, opera del 1957. Il film è ricchissimo e vi sono mille ottimi motivi per vederlo. Uno dei dialoghi più interessanti (e sottovalutati) dura pochissimo: poco più di un minuto di sussurri e bisbigli tra due soldati nella notte che precede un importante attacco. Afferma uno dei due in apertura: “Io non ho paura di morire domani, ho paura che mi uccidano”. Discutono su come sia preferibile morire, se colpiti da una mitragliatrice o da una baionetta, con la conclusione che la maggior parte degli uomini ha più paura del dolore che di morire. “Se è la morte che veramente ti spaventa, perché ti preoccupi di che cosa ti uccide?”. “Sei troppo profondo per me, professore. So solo che nessuno vuole morire”.
Ne potremmo parlare per una lezione intera.

Felicità, Poesia, Amore

In quarta guardiamo assieme questa sequenza

Guardarla ora sarà diverso, per me. Inoltre, ero al liceo, in seconda, quando la nostra prof. di italiano ci ha accompagnati al cinema a vedere, nel pomeriggio, “L’attimo fuggente”. Inevitabile, la mattina dopo, farci trovare sui banchi con lei che diceva “Che scemi che siete!”. E mi torna anche alla mente il film che mi ha fatto scoprire Robin Williams: “Good morning, Vietnam”.
Good-Morning-VietnamStamattina Veronica, una mia ex studentessa, ha scritto così su fb: “Solitamente sono refrattaria a simili annunci, eppure non posso fare a meno di richiamare alla mente le mille e più volte in cui ho riso, pianto, sorriso, riflettuto e apprezzato maggiormente la vita grazie all’intensità e alla misura di Robin Williams, attore a tutto tondo che come pochi ha saputo suscitare in me riflessioni di cui non posso che essere eternamente grata. Che sia soltanto questione di sceneggiatura o opportunità, poco importa; sono intimamente convinta che trasmettere un messaggio sia possibile soltanto se si crede davvero nel suo contenuto: le parole non trapassano silentemente e facilmente lo schermo, a meno che non siano di notevole rilevanza concettuale…eppure il professor John Keating e il dottor Sean McGuire hanno travalicato ogni mia riserva mentale, raggiungendo il più profondo del cuore, lì dove covano sentimenti, passioni, emozioni, pulsioni latenti. Fra dialoghi di straordinaria potenza espressiva e interpretazioni autenticamente sentite, ho compreso sin da bambina insegnamenti che difficilmente ho sentito espressi ma che fortunatamente ho assimilato e racchiuso nell’Es del mio essere, per portare un po’ di ordine e pace laggiù, dove scalfire l’impalpabile è quasi sempre un’impresa…quasi. Il linguaggio del cinema, universale per definizione, non è rimasto inascoltato, e anzi è riuscito spesso e volentieri a entrare in zone inesplorate, suonando le mie corde più dolci e al contempo quelle dal suono più screziato, grazie a perle dell’arte visiva come “L’attimo fuggente” e “Good Will Hunting”… Ho appreso che la vita va guardata adottando angolazioni differenti, che un uomo senza libertà è soltanto una sincope, che l’autoconsapevolezza dei propri desideri e delle proprie emozioni è la chiave per il raggiungimento della Felicità, che la Poesia non è semplicemente questione di metrica e figure retoriche, che l’intelligenza scolastica e/o accademica nulla ha a che vedere con l’esperienza esistenziale e con la capacità sensoriale, che l’empatia (ciò che più si avvicina alla saggezza umana) non si impara sui libri, che il talento non può giacere a lungo sottaciuto da convenzioni e imperativi sociali (prima o poi si sprigionerà con tutta la sua forza con effetti più o meno desiderati e desiderabili), che l’Amore rende sublime e grande anche l’uomo più comune…
Un piccolo omaggio a una delle persone che più fra tutte mi ha saputa emozionare, permettendomi di veder lontano e, così facendo, tracciando una via nel firmamento…”

Grazie a Veronica e a tutte le anime che si lasciano interrogare e a chi, quegli interrogativi, pone.

Questioni di cuore

Cuor di Clauiano

“… ma se ognuno di noi, diceva, riuscisse anche solo un istante a intravedere la luce del suo cuore nascosto, allora capirebbe che quello è un cuore sacro e non potrebbe più fare a meno del calore della sua luce.” (Cuore sacro, regia di F. Özpetek, 2005)

La foto è di ieri sera. Ero a camminare con Sara e Mou, quando lei si è accorta di questa “macchia cardiaca” sull’asfalto. Ho scattato con lo smartphone cercando di metterci sullo sfondo la chiesa del mio paese.