Posto un articolo di Claudio Risé comparso su Il Mattino di Napoli il 19 gennaio scorso
I bravi ragazzi ci sono ancora. Le loro buone azioni, però, fanno notizia per un solo giorno, diventano un breve spot pubblicitario sul «bene», per lasciar subito spazio alle consuete celebrazioni dei soliti «cattivi e cattive ragazze» che, come dicono molte pubblicità: «Vanno dappertutto».
Come mai questo diverso trattamento del sistema di comunicazione, che a parole deplora il male, ma poi non si occupa granché di chi lo contrasta, non presenta la sua vita come esempio per gli altri? Prendiamo la storia di Ermir.
Diciassette anni, vive e studia al quartiere Laurentino di Roma, dove è arrivato dall’Albania 10 anni fa con la mamma, che ha potuto allora ricongiungersi al marito, meccanico. Ermir qualche giorno fa ha rischiato di farsi ammazzare per difendere un compagno, aggredito sul campo di basket del liceo da tre bulli con coltello e pistola. Un fendente gli ha perforato il polmone; è grave, ma ce la farà.
«Non potevo restare fermo e lasciarlo solo», ha raccontato uscendo dalla sala operatoria, «volevano fare del male al mio amico». Questa è la visione della vita del bravo ragazzo: il male da contrastare, il bene da favorire, gli affetti, come, appunto, l’amicizia, da mettere sempre al primo posto. Una visione molto semplice, netta, senza tante storie e tanti ragionamenti.
Anche se non la conosce, né ci pensa, un ragazzo così mette in pratica istintivamente l’esortazione di Gesù nel vangelo di Matteo: «Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il resto viene dal diavolo».
Forse è proprio per questa semplicità, così lontana dagli intorcinamenti pseudo psicologici dei trionfatori dei reality show, che il sistema delle comunicazioni punisce questi eroi di tutti i giorni, lasciandoli affacciare alla cronaca quando salvano la vita a qualcuno, ma poi condannandoli rapidamente al silenzio. Come si fa, infatti, a costruire una «tendenza» sulla semplice bontà?
Per fare tendenza ci vogliono (si pensa) cose complicate: bizzarrie sessuali, pettegolezzi, dispetti, carognate di cui i media possano parlare a lungo; raccogliendo testimonianze, personaggi di contorno; promuovendo consumi, gadgets, luoghi di ritrovo, meglio se un po’ ambigui e «maledetti».
Nel personaggio Ermir, invece, tutto questo manca. Qui non c’è nulla di superfluo, non ci sono optional. Una storia di autenticità: la lotta per la sopravvivenza nella povertà, il padre meccanico che viene da Durazzo a Roma, la famiglia che lo raggiunge, tutti che fanno la loro parte, con intelligente prontezza, e, di nuovo, senza far storie.
Ermir, per esempio, che è bravissimo a smontare e rimontare i motorini, per ora impara a scuola tutto quello che c’è da imparare, e poi farà l’ingegnere meccanico. Tutto semplice e lineare. Com’è caratteristico della forza vitale: una volta riconosciuta, e nutrita con gli affetti e le spinte elementari dell’esistenza (la fame, l’amore, la volontà di affermarsi per come si è), si sviluppa e si esprime. Il resto, il superfluo (che spesso è la materia prima dei commenti mediatici), qui manca del tutto.
Infatti, la forza è, da sempre, nelle cose, sentimenti e personaggi, semplici. «O sole mio», canzone tra le più amate e cantate in tutto il mondo, è semplicissima: «’O sole mio sta nfronte a te». Elementare, ogni innamorato lo pensa, da sempre.
«Non potevo restare fermo e lasciarlo solo, volevano fargli del male». Quintali di discorsi inutili polverizzati da un sentimento, e un comportamento conseguente. Persone così, fedeli alla forza elementare della vita, possono andare più lontano che da Durazzo a Roma: possono, con qualche rischio, costruire una vita felice.
34711. ROMA-ADISTA. La ‘zingara rapitrice’? Un mito senza alcun fondamento: questi i risultati di una ricerca presentata lo scorso 10 novembre presso Radio Vaticana dalla Fondazione Migrantes. La ricerca, commissionata dalla Fondazione al Dipartimento di Psicologia e Antropologia culturale dell’Università di Verona, si è articolata in due diversi studi: il primo – a cura di Carlotta Saletti Salza e ancora in corso di pubblicazione – volto a verificare quanti bambini figli di rom o sinti siano stati dati in affidamento e/o adozione a famiglie gagé (così i romanì chiamano i non romanì); il secondo – a cura di Sabrina Tosi Cambini, già edito con il titolo La zingara rapitrice. Racconti, denunce, sentenze (1986-2007) – incentrato sui presunti casi di tentata sottrazione di minori gagé da parte di rom.
I risultati sorprenderanno, forse, quanti in questi mesi hanno cavalcato l’“isteria collettiva” che ha portato, tra l’altro, al pogrom di Ponticelli (v. Adista n. 43/08): sui quaranta casi presi in esame da Sabrina Tosi Cambini nessuno si è concluso con una condanna per sequestro o sottrazione di persona (ci sono sì tre condanne, ma per tentato sequestro o tentata sottrazione di minore). Nessun bimbo gagiò scomparso è stato mai trovato tra rom o sinti. Il dato è sconcertante, ha affermato nel corso della conferenza stampa mons. Piergiorgio Saviola, direttore generale della Migrantes, “non tanto in riferimento agli zingari, quanto in riferimento a chi punta il dito verso di loro”: “Sarebbe reato, crimine infamante rapire un bambino, ma non meno infamante e criminoso è attribuire a qualcuno questa infamia senza averne le prove; atto criminoso forse non giudiziariamente perseguibile, che tuttavia grava pesantemente sulla coscienza”. Risultato ancor più inquietante se confrontato con i dati emersi dalla ricerca condotta da Carlotta Saletti Salza: “La scelta – spiega la ricercatrice – è stata quella di condurre una ricerca sull’affidamento e sull’adozione dei minori rom e sinti a partire dai dati relativi alle dichiarazioni di adottabilità registrati presso le sedi dei tribunali minorili”. L’analisi mostra la facilità con la quale “la tutela sociale (dei servizi di territorio) e civile (dell’Autorità Giudiziaria) scivolano nell’indifferenziare l’identità di un minore rom con quella di un minore maltrattato. Come se la cultura ‘altra’ potesse fare del male al bambino”. “L’intervento di tutela operato in molti contesti – continua la ricercatrice – diventa quindi quello di allontanare, togliere il minore dal suo contesto famigliare, per educarlo, come se la cultura rom non avesse un modello educativo o, per lo meno, come se la cultura rom non avesse un modello educativo valido. I concetti impliciti che precedono questa riflessione propria di molti operatori così come di molti magistrati minorili, vedono il bambino rom come soggetto di una situazione di pregiudizio solo e proprio perché è rom”. “L’antropologia – ha scritto il coordinatore della ricerca Leonardo Piasere nella presentazione al volume La zingara rapitrice – insegna da tempo che spesso una società crea dei miti che rappresentano il contrario di quanto avviene nella realtà”. “Il mito della zingara rapitrice fa pendant con un’altra denuncia, quella di rom e sinti che si vedono ‘sottratti’ i figli dai gagé. Ma quello non è un mito, è una realtà: inquietante e perciò censurata dai gagé e trasfigurata nel suo contrario: la zingara rapitrice”.
Anche il mensile Confronti ha ritenuto necessario, “in questo periodo di ‘strana euforia securitaria’”, un approfondimento sul tema e, con la collaborazione del Servizio Rifugiati e Migranti della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (Fcei), ha realizzato un dossier, Mamma li zingari!, allegato al numero di ottobre: “Questo dossier – spiega il direttore di Confronti, Gian Mario Gillio -, è un breve viaggio alla scoperta di un popolo ricco di tradizioni, musiche, storie, e che da tempi lontani abita il nostro Paese, ma non solo: un popolo di pace, che non ha mai fatto la guerra a nessuno”. (ingrid colanicchia)
Il tuo Cristo era ebreo La tua scrittura è latina I tuoi numeri sono arabi La tua democrazia è greca Il tuo player musicale è giapponese Il tuo pallone è coreano La tua playstation è di Hong Kong La tua camicia è thailandese Le tue stelle del calcio sono brasiliane Il tuo orologio è svizzero La tua pizza è italiana
E tu pensi ai lavoratori immigrati come stranieri da disprezzare?
Ti confesso che non m’interesso molto al successo ma appassionatamente al succede e al succederà. Il successo è un paracarro, una pietra miliare che segna il cammino già fatto. Ma quanto più bello il cammino ancora da fare, la strada da percorrere, il ponte da traversare verso l’imprevedibile orizzonte e la sorpresa del domani che hai costruito anche tu…
Somalia: lapidata adultera, un parente la aiuta e nel conflitto a fuoco muore bimbo
Sentenza eseguita dalle Corti islamiche. Ma per i familiari non ha ricevuto un processo coranico equo
CHISIMAIO (SOMALIA) – Miliziani somali fedeli alle deposte Corti islamiche hanno giustiziato in pubblico una giovane donna accusata di adulterio, ricorrendo all’arcaico e macabro metodo della lapidazione: lo hanno denunciato testimoni oculari, secondo cui l’esecuzione è avvenuta nella tarda serata di lunedì a Chisimaio, città portuale situata circa 520 chilometri a sud-ovest di Mogadiscio, davanti a centinaia di spettatori, molti dei quali costretti ad assistervi, parenti della vittima compresi.
La ragazza si chiamava Asha Ibrahim Dhuhulow e aveva 23 anni; tradizionale velo verde sul capo, il volto coperto da un panno nero, è stata condotta sul luogo del supplizio a bordo di un furgone per poi essere massacrata. Ai presenti è stato detto che lei stessa aveva riconosciuto la propria colpa, e accettato il suo crudele destino: ma, al momento di essere trucidata, si è messa a urlare e a divincolarsi, mentre i carnefici la immobilizzavano legandole mani e piedi. A quel punto un congiunto le è corso incontro, tentando di aiutarla, ma gli integralisti di guardia hanno aperto il fuoco per fermarlo, e hanno ucciso un bambino. Secondo i familiari, Asha non ha ricevuto un processo coranico equo: «L’Islam», ha ricordato uno di loro, «non permette che una donna sia messa a morte per adulterio se non sono presentati pubblicamente l’uomo con cui ha avuto rapporti sessuali e quattro testimoni del fatto». I giudici fondamentalisti si sono però limitati a replicare che puniranno in maniera adeguata la guardia responsabile della morte del bimbo. È il primo episodio del genere di cui si abbia notizia in Somalia da due anni: da prima cioè che, alla fine del 2006, le truppe del governo transitorio di Mogadiscio sconfiggessero le Corti islamiche con il determinante appoggio militare dell’Etiopia. I ribelli hanno però intrapreso una guerriglia difficile da contrastare, e lo scorso agosto si sono reimpadroniti di Chisimaio, reimponendovi leggi ispirate alla più vieta concezione dell’Islam; in città, per esempio, è proibita qualsiasi forma di svago perchè considerata blasfema.
E’ stato presentato proprio ieri 15 ottobre il rapporto Caritas su povertà ed esclusioni. Posto, dopo un breve ma interessante intervento, 2 begli allegati utili a tutti e non solo alle quinte in cui stiamo parlando di globalizzazione
LA QUESTIONE POVERTÀ NON È UN INCIDENTE DA POCO SVILUPPO
«Se si è perso tempo, in particolare negli ultimi anni, è anche perché si è dato credito a una tesi convincente e seducente: la povertà potrà essere ridotta grazie allo sviluppo economico. In sostanza: “maggiore sviluppo economico, maggiore redistribuzione dei vantaggi di tale sviluppo, quindi meno povertà”. Si tratta di una tesi che ha avuto, almeno fino al recente crack finanziario, un’indubbia capacità di convinzione e nello stesso tempo ha contribuito a rinviare un impegno responsabile per affrontare il problema».
Se questa tesi fosse vera, nel Paese che, pur con molte contraddizioni e fragilità messe a nudo dall’attuale crisi dei mercati finanziari, è ai primi posti dello sviluppo mondiale – gli USA – non dovrebbero esserci 13 milioni di bambini che vivono in condizione di povertà. Se consideriamo i bambini che vivono in famiglie povere e in famiglie a basso reddito, la percentuale passa dal 17% al 39%.«Se prendiamo in esame la condizione dei bambini poveri in quel paese negli anni dal 2000 al 2006, risulta che la povertà infantile è aumentata dell’11%, cioè 1.200.000 bambini si sono aggiunti ai già tanti costretti a crescere poveri ed emarginati(National Center for Children in Poverty, 2007). Se la tesi della riduzione della povertà, grazie allo sviluppo economico, avesse mantenuto le sue promesse, non dovrebbe essere così, anzi il contrario». Evidentemente «la questione povertà non è un incidente “da poco sviluppo”. È invece fortemente radicata nelle economie occidentali».
Nel libro “Tenebre su tenebre” di Ferdinando Camon a pag. 9 si leggono queste parole che mi sono tornate alla mente in questi giorni in cui si è riparlato di Eluana Englaro:
“Di fronte ai casi di giovani o vecchi tenuti in vita in condizioni dì enorme sofferenza (sepolti in polmoni d’acciaio, in camere di rianimazione, intubati, con assistenza ininterrotta, diurna e notturna, tra strumenti e medicinali di ogni tipo), esseri umani che non possono né lavorare né godere ma soltanto soffrire, e che comunicano solo con uno sguardo, un sospiro, il silenzio, noi sentiamo che i medici curanti conducono una lotta meritoria, anche se si dovesse tradurre, come spesso succede, non nella guarigione, ma in un semplice prolungamento dell’esistenza per qualche settimana, qualche giorno, qualche ora, un minuto: in quel minuto è possibile che colui che è ancora vivo senta qualcosa che non aveva mai sentito, un pensiero, un’emozione, che scopra una novità: fosse pure che tutti vogliono salvarlo pur sapendo già che non ce la faranno che nessuno si arrende pur sapendo già che lui si è arreso: se egli se ne va con la sensazione che tutti vogliono trattenerlo mentre precipita, la sua vita è profondamente diversa da quella di chi precipita sentendo che tutti lo mollano e lo spingono.
Un mondo in cui gli altri ti aiutano anche quando non ce la fai più, è migliore del mondo in cui, se vuoi un’iniezione mortale, c’è il medico pronto con la siringa in mano.
Ma questo vale finché un filo, magari sottile, congiunge la corteccia cerebrale al sistema nervoso. Tagliato quel filo, è tagliata la vita. Il malato non è più tra noi, e non potrà tornare.
Il credente non vuole che al malato in stadio vegetativo da quindici anni si stacchi la macchina che lo nutre, perché la vita del malato è legata a un principio che la supera. Ma questa è fede, non è amore.
Il medico lascia che il malato muoia di fame e di sete, anche se ci mette settimane, perché non vuole infrangere la legge.
L’amico va al malato e gli da una morte dolce, istantanea e indolore.
Il credente ama Dio, il medico ama la scienza, solo l’amico ama l’amico.
Ma l’amico ama l’uomo e ama Dio: Dio ha deciso che quell’uomo deve finire, l’amico rispetta questa decisione e vi collabora.
Il credente che fa vivere il malato nell’incoscienza all’infinito non ha pietà del malato né dei famigliari né degli uomini in generale. Il medico che lascia morire il malato di morte naturale, per giorni e giorni, non ha pietà del malato né dei suoi parenti né di chiunque venga a conoscere quella morte. L’amico che uccide il malato dolcemente ha pietà dell’amico, e avendo pietà dell’amico ha pietà di sé stesso e della condizione umana.”
10 ottobre 2008: s’intitola “La pena di morte nel mondo – I FATTI PIÙ IMPORTANTI DEI PRIMI NOVE MESI DEL 2008” il dossier che Nessuno tocchi Caino ha presentato in occasione della Giornata europea contro la pena capitale.
L’evoluzione positiva verso l’abolizione della pena di morte in atto nel mondo da oltre dieci anni, si è confermata anche nei primi nove mesi del 2008, rileva l’Associazione.
I paesi o i territori che hanno deciso di abolirla per legge o in pratica sono oggi 150. Di questi, i paesi totalmente abolizionisti sono 95; gli abolizionisti per crimini ordinari sono 7; quelli che attuano una moratoria delle esecuzioni sono 4; i paesi abolizionisti di fatto, che non eseguono sentenze capitali da oltre dieci anni o che si sono impegnati internazionalmente ad abolire la pena di morte, sono 44.
I paesi mantenitori della pena di morte sono 47. Nei primi nove mesi del 2008, è diminuito il numero di paesi che hanno fatto ricorso alle esecuzioni capitali: sono stati 18, a fronte dei 26 del 2007 e dei 28 del 2006.
Nei primi nove mesi del 2008, vi sono state almeno 5.454 esecuzioni, a fronte delle almeno 5.851 del 2007 e delle almeno 5.635 del 2006. Una diminuzione significativa rispetto allo stesso periodo del 2007, dovuta sicuramente alla approvazione, il 18 dicembre 2007, della risoluzione delle Nazioni Unite sulla moratoria universale delle esecuzioni capitali.
Dei 47 mantenitori della pena di morte, 38 sono paesi dittatoriali, autoritari o illiberali. In 18 di questi paesi, nei primi mesi del 2008, sono state compiute almeno 5.409 esecuzioni, oltre il 99% del totale mondiale. A ben vedere, in tutti questi paesi, la soluzione definitiva del problema, più che alla lotta contro la pena di morte, attiene alla lotta per la democrazia, l’affermazione dello Stato di diritto, la promozione e il rispetto dei diritti politici e delle libertà civili.
Sul terribile podio dei primi tre paesi che nei primi mesi del 2008 hanno compiuto più esecuzioni nel mondo figurano, come nel 2007, tre paesi autoritari: la Cina , l’Iran e l’Arabia Saudita.
Le democrazie liberali che nei primi mesi del 2008 hanno praticato la pena di morte sono state 4 e hanno effettuato in tutto 45 esecuzioni, meno dell’1% del totale mondiale: Stati Uniti (24), Giappone (13), Indonesia (almeno 7) e Botswana (almeno 1). Esecuzioni potrebbero essere avvenute anche in Mongolia, anche se non risultano dati ufficiali.
Ancora una volta, l’Asia si conferma essere il continente dove si pratica la quasi totalità della pena di morte nel mondo. Se contiamo che in Cina vi sono state almeno 5.000 esecuzioni (anche se diminuite rispetto all’anno precedente), il dato complessivo dei primi nove mesi del 2008 nel continente asiatico corrisponde ad almeno 5.410 esecuzioni, in netto calo rispetto al 2007 quando erano state almeno 5.782 e al 2006 quando erano state almeno 5.492.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, dopo che nel 2007 il New Jersey è diventato il primo Stato Usa in quarant’anni ad abolire la pena di morte, l’Illinois, per il nono anno consecutivo, ha rispettato la moratoria delle esecuzioni. I dubbi sul metodo dell’iniezione letale hanno investito della questione la Corte Suprema e di fatto portato ad una sospensione delle esecuzioni in molti stati che è iniziata nel settembre del 2007 e si è protratta per otto mesi fino a maggio 2008. Questo ha fatto sì che le esecuzioni nei primi nove mesi del 2008 siano state “solo” 24, mentre nel 2007 erano state 42, il numero più basso degli ultimi 14 anni.
Prima di tutti vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendermi, e non c’era rimasto nessuno a protestare.
Gli avvenimenti degli ultimi giorni hanno dimostrato una volta per tutte quanto il sistema economico e finanziario statunitense sia in uno stato di crisi profonda.
Internazionale, 15 settembre 2008
Dopo l’azione di salvataggio messa in atto dal governo per salvare i colossi dei mutui Fannie Mae e Freddie Mac, ieri la notizia che era nell’aria di un prossimo fallimento della banca di investimenti Lehman Brothers si è concretizzata. La stampa statunitense si mostra decisamente pessimista.
“Stiamo assistendo a un vero e proprio collasso, la cui gravità ricorda molto da vicino la crisi del 1929”, scrive il New York Times, che spiega: “Come allora, il risultato finale di questo crollo finanziario, potrebbe portare alla rovina tutto il sistema bancario. Rispetto ad allora, però, le cause sono diverse, in quanto è cambiato completamente il modello di gestione del denaro. Il sistema finanziario tradizionale, per cui chi era in possesso di risparmi li depositava concretamente in banca, è stato sostituito da un sistema bancario fantasma, dove la maggior parte degli affari sono realizzati con transazioni fittizie e molto rischiose”.
Secondo il Wall Street Journal “la scelta del governo di non coprire le spalle a Lehman Brothers è stata giusta, anche se incoerente rispetto a quella del marzo scorso, quando Bush aveva deciso di salvare l’altra grande banca di investimenti Bear Stearns; un ulteriore salvataggio avrebbe fatto passare l’idea che il governo è pronto a correre in soccorso di qualsiasi istituto privato in crisi. Adesso, però, si apre una fase in cui l’azione del governo sarà decisiva per riuscire a stabilizzare la finanza statunitense”.
L’impressione, però, è che a essere in crisi sia l’intero sistema economico, come spiega il Washington Post: “Tutti i settori sono in affanno. Giovedì scorso il Congresso ha stanziato 8 miliardi di dollari per creare l’Highway Trust Fund, un fondo fiduciario che ha come obiettivo quello di evitare l’insolvenza alle società che gestiscono il sistema stradale”.
Qualche settimana fa avevo già manifestato sul blog l’idea di non guardare le Olimpiadi di Pechino come forma di contrapposizione alla politica cinese nei confronti del Tibet. Chi mi conosce sa quanto mi costi rinunciare allo sport…
Ieri sera ho ricevuto da Marta questa mail che volentieri condivido con tutti coloro che sono interessati.
Cari amici,
Non guardiamo le Olimpiadi di Pechino 2008 La CINA sta perpetrando un GENOCIDIO in TIBET dal 1959, Non lasciamo che genocidi passino in silenzio, non premiamo i colpevoli con l’onore di ospitare le ‘OLIMPIADI’, antichi giochi nati in segno di CIVILTA’ e PACE !
Diamo un segnale noi che abbiamo ancora una voce………..
Ribelliamoci pacificamente: – in memoria del Tibet, una volta cuore pulsante della spiritualità mondiale (più di 6000 monasteri distrutti, rimasti circa 15)
– in onore di tutti i Tibetani pacifici e disarmati uccisi a sangue freddo (più di 1milione di vittime, circa 1/6 della popolazione, e decine di migliaia esiliati, imprigionati, torturati e deportati nei campi di concentramento)
– ribelliamoci alla sterilizzazione subita dalle donne Tibetane per non aver accettato matrimoni con l’invasore (più di 7.5 milioni di Cinesi vivono in Tibet) – ribelliamoci all’incapacità dell’ONU (per mancati poteri effettivi) di difendere i diritti civili, assistendo impotenti ad uno sterminio di massa ed alla cancellazione di una civiltà, nonostante le continue accuse di genocidio mosse ufficialmente dalle Nazioni Unite alla Cina fin dal 1959. Insieme di fatti che rendono la Cina luogo’inadeguato’ad ospitare le Olimpiadi… Sarebbe bello se tutto questo non fosse vero, ma tutti i documenti ufficiali dell’ONU parlano chiaramente, vedi sitowww.tibet.com – MANIFESTIAMO IL NOSTRO DISSENSO EVITANDO DI SEGUIRE LE OLIMPIADI 2008 IN CINA – TENIAMO SPENTI TUTTI I MONITOR/TV IN DIRETTA DA PECHINO PER TUTTO IL TEMPO DELLA CERIMONIA INAUGURALE
Se volete unirvi a questo abbraccio di solidarietà in nome di tutte le vittime del male e della follia del potere, comunichiamo via mail questo pensiero a chi crediamo lo possa ‘condividere’.
L’ONU siamo noi, gli stati siamo noi, il pianeta siamo noi. L’autodeterminazione è un diritto di tutti i popoli E anche se pensiamo che ci sia poco da fare…, come disse Ghandi ‘sii tu il cambiamento che vorresti dal mondo’.
Copia questo testo e incolla su nuovo msg per inoltrarlo a più persone possibile.
NON SI GIOCA CON I DIRITTI UMANI……….. NON GUARDIAMO LE OLIMPIADI DI PECHINO 2008. www.sostibet.org
E’ iniziato venerdì 28 marzo e continuerà per due settimane il massacro delle foche da parte del governo canadese. La denuncia è stata fatta da alcuni gruppi ambientalisti. Per Greenpeace nelle prossime due settimane saranno 275mila le foche uccise. Secondo il ministro canadese “senza crudeltà”, in modo “assolutamente incomprensibile” per gli ambientalisti che per dimostrarlo hanno diffuso un video che visibile qui: http://www.youtube.com/watch?v=pSAca-qq06s
Da segnalare che anche la Russia oggi dà inizio alla stessa pratica crudele.
Nuovo record per l’esportazione di armamenti italiani che nel 2007 sfiorano i 2,4 miliardi di euro con un incremento del 9,4% rispetto al 2006. Sono queste le prime anticipazioni del Rapporto annuale previsto dalla legge 185 del ’90, e rese note dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri in occasione dell’incontro fra alcuni rappresentanti della Rete Disarmo e la Segreteria tecnica del sottosegretario Enrico Letta.
Una crescita contenuta rispetto all’anno passato, quando le autorizzazioni alle esportazioni erano invece aumentate di oltre il 60% sul 2005, ma pur sempre “un trend di crescita dell’export alquanto preoccupante” ha commentato Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Disarmo presente all’incontro.
Fra gli esportatori primeggia, come volume finanziario, l’MBDA ITALIA con oltre il 18,49% , pari a circa 442,9 milioni di euro, seguita da:
INTERMARINE con il 10,22%, pari a circa 244,8 milioni di euro;
FINCANTIERI con il 7.99%, pari a circa 191,6 milioni di euro
AGUSTAWESTLAND con il 7,93%, pari a circa 190,0 milioni di euro;
OTO MELARA con il 7,0%, pari a circa 167,65 milioni di euro;
GALILEO AVIONICA con il 6,72%, pari a circa 160,99 milioni di euro;
AVIO con il 5,97%, pari a circa 143,1 milioni di euro;
IVECO con il 4,48%, pari a circa 107,3 milioni di euro.
ALENIA AERMACCHI con il 3,98%, pari a circa 95,3 milioni di euro;
ORIZZONTE Sist. Nav. con l’2,48%, pari a circa 59,4 milioni di euro.
Per quanto riguarda, invece, i principali destinatari delle autorizzazioni alle esportazioni definitive di materiale d’armamento (non considerando le operazioni da compiere nell’ambito dei Programmi Intergovernativi per lo più destinate a Paesi Europei), dopo il Pakistan, al primo posto, merito soprattutto di un’autorizzazione per missili contraerei (di tipo Spada-Aspide prodotti dalla MBDA, controllata Finmeccanica), si scopre qualche altro nome a dir poco imbarazzante come Turchia, Malaysia e Iraq. Ma ecco la classifica completa fino al decimo posto:
PAKISTAN con il 19,91% delle operazioni pari a circa 471,6 milioni di euro;
FINLANDIA con il 10,59%, pari 250,96 milioni di euro;
TURCHIA con il 7,37%, pari a circa 174,57 milioni di euro;
REGNO UNITO con al 5,98%, pari a 141,77 milioni di euro;
STATI UNITI con il 5,81%, pari a circa 137,72 milioni di euro;
AUSTRIA con il 5,05%, pari a 119,72 milioni di euro;
MALAYSIA con il 5,04%, pari a 119,28 milioni di euro;
SPAGNA con il 5,02%, pari a circa 118,84 milioni di euro;
IRAQ con il 3,55%, pari a circa 84,0 milioni di euro;
FRANCIA con il 3,48%, pari a 82,39 milioni di euro.
Record, infine, anche per le operazioni autorizzate alle banche che salgono ad oltre 1,2 miliardi di euro. Il gruppo Unicredit con oltre 183 milioni di euro di operazioni si profila come la prima banca d’appoggio al commercio di armi del 2007 nonostante la policy di “uscita progressiva dal settore” annunciata fin dal 2001 dal suo Amministratore delegato, Alessandro Profumo, in attesa, dopo l’acquisito di Capitalia l’anno scorso di definire una linea di comportamento per quanto riguarda questo tipo di operazioni.
Diminuiscono, invece, le operazioni del gruppo Intesa San Paolo: un primo effetto della nuova policy entrata in vigore solo nel luglio scorso, ma che già sembra presentare risultati positivi.
“Preoccupa invece soprattutto la crecita di operazioni di istituti esteri come Deutsche BankBear-Stearns-Troubles (173,9 milioni di euro), Citybank (84 milioni), ABC International Bank (58 milioni) – ha sottolineato Giorgio Beretta della Campagna ‘banche armate’ in occasione della presentazione del Rapporto – e BNP ParibasMassive-Bailout-Planned-for-Banks (48,4 milioni) a cui vanno sommati i valori dell’acquisita BNL (63,8 milioni). Se siamo riusciti a portare diverse banche italiane ad esplicitare una policy precisa e il più possibile restrittiva in questa materia – ha aggiunto Beretta – dobbiamo creare la stessa azione di pressione sia in Italia sia negli altri paesi europei per quanto riguarda le banche estere”.
Ma ecco la classifica completa delle prime dieci banche per attività:
Inserisco per le prime, visto che stiamo parlando delle relazioni, una versione più completa del racconto letto in classe…
Raccontano che un giorno si riunirono in un luogo della terra tutti i sentimenti e le qualità degli uomini.
Quando la noia si fu presentata per la terza volta, la pazzia come sempre un po’ folle propose: “Giochiamo a nascondino!”.
L’interesse alzò un sopracciglio e la curiosità senza potersi contenere chiese: “A nascondino? di che si tratta?”
“E’ un gioco -spiegò la pazzia – in cui io mi copro gli occhi e mi metto a contare fino a 1.000.000 mentre voi vi nascondete; quando avrò terminato di contare il primo di voi che scopro prenderà il mio posto per continuare il gioco”.
L’entusiasmo si mise a ballare, accompagnato dall’euforia. L’allegria fece tanti salti che finì per convincere il dubbio e persino l’apatia, alla quale non interessava mai niente…. però non tutti vollero partecipare.
La verità preferì non nascondersi. Perché se poi tutti alla fine la scoprono?
La superbia pensò che fosse un gioco molto sciocco (in fondo ciò che le dava fastidio era che non fosse stata una sua idea) e la codardia preferì non arricchirsi.
“UNO, DUE, TRE…” cominciò a contare la pazzia.
La prima a nascondersi fu la pigrizia che si lasciò cadere dietro la prima pietra che trovò sul percorso.
La fede volò in cielo e l’invidia si nascose all’ombra del trionfo che con le proprie forze era riuscito a salire sull’albero più alto.
La generosità quasi non riusciva a nascondersi. Ogni posto che trovava le sembrava meraviglioso per qualcuno dei suoi amici.
Che dire di un lago cristallino? Ideale per la bellezza.
Le fronde di un albero? Perfetto per la timidezza.
Le ali di una farfalla? Il migliore per la voluttà.
Una folata di vento? Magnifico per la libertà.
Così la generosità finì per nascondersi in un raggio di sole.
L’egoismo, al contrario trovò subito un buon nascondiglio, ventilato, confortevole e tutto per sé.
La menzogna si nascose sul fondale degli oceani (non e’ vero, si nascose dietro l’arcobaleno!).
La passione e il desiderio al centro dei vulcani.
L’oblio….non mi ricordo…dove?
Quando la pazzia arrivò a contare 999.999, l’amore non aveva ancora trovato un posto dove nascondersi poiché li trovava tutti occupati; finché scorse un cespuglio di rose e alla fine decise di nascondersi tra i suoi fiori.
“Un milione!” – contò la pazzia. E cominciò a cercare.
La prima a comparire fu la pigrizia, solo a tre passi da una pietra.
Poi udì la fede, che stava discutendo con Dio su questioni di teologia, e sentì vibrare la passione e il desiderio dal fondo dei vulcani.
Per caso trovò l’invidia e poté dedurre dove fosse il trionfo.
L’egoismo non riuscì a trovarlo: era fuggito dal suo nascondiglio essendosi accorto che c’era un nido di vespe.
Dopo tanto camminare, la pazzia ebbe sete e nel raggiungere il lago scoprì la bellezza.
Con il dubbio le risultò ancora più facile, giacché lo trovò seduto su uno steccato senza avere ancora deciso da che lato nascondersi.
Alla fine trovò un po’ tutti: il talento nell’erba fresca, l’angoscia in una grotta buia, la menzogna dietro l’arcobaleno e infine l’oblio che si era già dimenticato che stava giocando a nascondino.
Solo l’amore non le appariva da nessuna parte. La Pazzia cercò dietro ogni albero, dietro ogni pietra, sulla cima delle montagne e quando stava per darsi per vinta scorse il cespuglio di rose e cominciò a muovere i rami. Quando, all’improvviso, si udì un grido di dolore: le spine avevano ferito gli occhi dell’amore! La pazzia non sapeva più che cosa fare per discolparsi; pianse, pregò, implorò, domandò perdono e alla fine gli promise che sarebbe diventata la sua guida.
Da allora, da quando per la prima volta si giocò a nascondino sulla terra, l’amore è cieco e la pazzia sempre lo accompagna…
Per le quarte e per chi vuole posto questo articolo, che penso interessante, anche se non condivido alcune cose.
di Angelo Crespi
Spesso solo la morte restituisce dignità alla vita. “Un bel morir, tutta la vita onora” epigrammava Petrarca. Ma al di là della retorica e delle frasette, molti saggi e molti santi hanno insegnato che la vita davvero è un prepararsi al morire. Pur essendo il morire un fatto prettamente individuale (“Non è che ho paura di morire, solo che non voglio esserci quando accadrà” ironizza Woody Allen), resta il fatto che la morte da sempre ha risvolti sociali, perché il morto è morto, mentre i vivi restano. Sarà per questo che ogni civiltà ha tramandato modi e forme per elaborare il lutto sempre più rivolti ai vivi che ai morti. Gli egiziani approntavano di cibo le tombe per il defunto, duemila anni dopo i Sepolcri del Foscolo servivano soprattutto ai vivi perché ne traessero insegnamenti e aspirazioni. Oggi le cose sono ancora cambiate. La morte da costante della vita si è trasformata in una variabile sociale sempre meno considerata. Ciò nonstante, sembra incredibile, si continua a morire. Allontanata dall’orizzonte di una società inconsapevole, scacciata in termini collettivi, resta un fatto privato difficile da gestire. Si muore in silenzio, da soli, si viene tumulati in fretta e furia, senza preci, nessun corteo funebre per non intralciare il traffico, nessuna prefica. Che a pensarci bene, viene da chiedersi: perché dunque morire? Ci sono però casi eclatanti, in cui la morte diventa di nuovo fatto pubblico: morti eccellenti, morti tragiche di bambini o soldati. Proprio qui ci si accorge che i riti difettano, che non abbiamo più neanche la mimica per celebrare il defunto. Spesso a questi funerali, quando transita il feretro la folla applaude, come si applaude allo stadio. I visi degli astanti si irrigidiscono in espressioni di circostamza. Nei giorni scorsi, una foto sui giornali ci spinge a qualche ulteriore riflessione. Il funerale di un attore hollywoodiano, il ventottenne Heath Ledger, si è concluso con una festa, una sorta di beach party stile australiano. Ledger pare sia morto per un’overdose accidentale di farmaci. Nessuno ci toglie dalla mente l’idea che il giovane attore, nonostante il successo mondiale, non avesse trovato ragione per vivere, come molti altri della sua generazione, della mia generazione, di tante altre generazioni precedenti. è sempre una scommessa la vita, un gioco il cui scopo è trovare le regole del gioco. Vedere gli amici di Ledger spiaggiati, l’ex compagna, l’attrice Michelle Williams, concedersi un bagno tra spruzzi e risa, genera un senso di spaesamento. Quasi che la morte non fosse nulla. Ma non perché la combriccola ridanciana e miliardaria abbia dato senso definitivo alla morte, o possa chiamarla “sorella” al pari di San Francesco. Piuttosto, ci sembra, perché non sono riusciti a dare un senso neppure alla vita.
LA FIGLIA DEL MARESCIALLO UCCISO UNA RAGAZZA CI INSEGNA COS’È L’IDEALE di DAVIDE RONDONI Poi arriva Giusy, che ha solo diciott’anni e un dolore che non si può capire. Perché le hanno ammazzato il padre mentre faceva il soldato. Arriva lei e con addosso un dolore che non si può capire dice una cosa che invece si capisce benissimo. Arriva con addosso un amore che non si può capire e dice una cosa che si capisce benissimo. Dice cos’è un ideale. Dice ‘non ti voglio ricordare in una bara’. Dice ‘continuerò il tuo lavoro’. Dice cose così umane da mettere quasi paura. Perché ormai siamo così rattrappiti nel cuore e nella mente da pensare che cose così esistano solo nei film o nei momenti speciali. E invece questa è l’Italia, questa è Giusy. In piedi signori presidenti, signori professori, signori dei signori di questo Paese che troppo spesso avete ridotto nei vostri pensieri prima ancora che nelle vostre azioni a selva di retorica e di giochi di potere, a noia, a banalità. Deve arrivare ancora una ragazza a dirci cosa è l’ideale. Che è cosa diversa dall’emozione. Diversa dal sogno. E diversa dall’ideologia. L’emozione non basta a far parlare così. I sogni passano col tempo, l’ideale invece in lei è cresciuto nel tempo, anche grazie a quel padre vicino e lontano. L’ideologia vuole capire e possedere il mondo, l’ideale invece vuole servire. Per ideologia si diventa potenti o intellettuali. Per ideale si diventa soldati, servitori con la maiuscola. Non prendete in giro Giusy, non trattatela come se fosse un ‘bel momento di retorica’. I suoi diciotto anni non sono per nulla retorici. Il taglio doloroso di essere rubata in tal modo del padre non è retorica, è vita durissima. E l’ideale è fatto della stessa pasta della vita. Ma non si conosce cosa è l’ideale se non si conoscono uomini che ne vivono davvero. Giusy conosceva suo padre. Come lo conosceva sua madre, che ha chiesto venisse avvolta nel tricolore la bara. E non per consuetudine retorica o militaresca, ma ‘perché lui lo amava’. Fermiamoci un attimo, un attimo prima della campagna elettorale, prima di guardare fuori dalla finestra, un attimo prima di dire il nome delle persone che ci sono care, dei luoghi che ci sono cari. Per guardare cosa c’è dentro queste frasi di figlia e di madre. Cosa c’è dentro questo ritratto di padre e marito. E di donna e di ragazza. Se non si considera quanto pesa, e quanto s’innalza la natura dell’ideale, se non si considera quanto bene e quanta giustizia e quanta verità il cuore di queste persone ha visto e vede in un ideale, non si capisce più niente dell’Italia. Se non si onora questo ideale, si finisce per disprezzare tutto. Giusy ha capito di più l’Italia di tanti politici, di tanti presidenti, di tanti analisti economici o sociali. Ha capito che la vita di un uomo è innanzitutto il suo ideale. Cioè l’obbedienza a quel che il cuore desidera veramente. Non il suo conto in banca, non quante tasse paga, non che tipo di contratto ha. Ha capito che la vita di suo padre ha un anticipo di infinito già ora perché ha vissuto un ideale. E che se non si nutre, se non lo si continua, se non lo si assume come responsabilità la vita sa già di morte, come l’Italia di tanti tromboni della politica o della cultura o della tv sa già di mummia. Giusy è arrivata senza orgoglio a dire queste cose. Ha chiesto aiuto, perché l’ideale non lo si sostiene da soli. Ha chiesto a suo padre di starle vicino. Anche ora che non è in un lontano Afghanistan, ma così vicino come quando abbracci una persona e non la vedi più.