Gemma n° 1966

“Ho deciso di portare questa foto perché mi ricorda un momento piacevole passato con alcuni miei amici; si tratta di una specie di gita fatta a Venezia durante il Carnevale. Ho semplicemente trascorso del tempo piacevole con loro e non li vedo da un po’”.

Nella loro semplicità, le gemme sugli amici, come questa di E. (classe terza), si portano dietro la grande verità della diversità del tempo. Un’ora è un’ora, sono sempre 60 i minuti che passano. Eppure il tempo dell’amicizia ha un valore differente da altri tempi. Scriveva Herman Hesse: Troppo spesso togliamo tempo ai nostri amici per dedicarlo ai nostri nemici.

Gemma n° 1964

“Uso l’oggetto che ho portato come segnalibro. E’ una cordicella trovata da mio nonno su un albero il giorno in cui mia madre ha saputo di essere incinta di me: lui ha pensato che fosse un segno del destino, un po’ perché io sono la sua prima nipote femmina e un po’ perché lui aveva la mentalità di un bambino e credeva in queste cose. La mamma ha deciso di regalarmelo per i miei 15 anni: infatti per l’ultimo compleanno ho ricevuto una busta con dentro questo, una foto insieme al nonno e un biglietto che non ho portato perché ci sono scritte delle cose troppo personali. E’ l’unica cosa materiale che mi rimane di lui: non c’è più da quasi dieci anni, ho pochissimi ricordi, in particolare quando l’ho visto nella bara o nel letto d’ospedale e quando se n’è andato perché in quel momento mi teneva in braccio e gli stavo dando il gelato. Nel biglietto c’è scritto che mi vorrà sempre bene, che gli mancherò; mi dispiace non avergli detto che anche io gli volevo bene”.

Sabato notte ho terminato il libro di Gemma Calabresi Milite, la moglie di Luigi Calabresi, ucciso nel 1972 e mi sono annotato questa frase: “Viviamo non sapendo mai quando sarà l’ultima volta di qualcosa, gli addii si consumano nell’inconsapevole indifferenza, nei giorni uguali ai giorni”. Mi risuonano in mente subito dopo la gemma di M. (classe seconda). Mi consola pensare che il filo del dialogo non si spezzi (un po’ come quella cordicella), che il rapporto con chi non c’è più continui, e che quindi lo spazio del rimpianto si trasformi in luogo di consolazione e di ricordi cari e in luce di speranza. Il titolo del libro è poi emblematico: La crepa e la luce.

Gemma n° 1962

“Ho portato una collana che mi ha regalato la mia migliore amica, non me la tolgo mai. Oltre a ricordarmi lei, mi ricorda anche il giorno in cui me l’ha data, la prima volta che ci siamo viste, uno dei giorni più belli della mia vita. Ogni volta che sono triste o sono giù ripenso a quel giorno, a quanto ci divertivamo e quanto stavamo bene insieme”.

C’è una frase di George Bernanos che mi fa spesso pensare: “Le amiche si meritano. E bisogna meritarle sempre, senza interruzione, correndo ogni giorno il rischio di contraddirle e di perderle”. Mi fa riflettere sul fatto che l’amicizia non è solo naturalezza, istinto, divertimento ma anche sforzo, scelte non facili, impegno. Commento così questa gemma di M. (classe prima).

Dare la vita

Fonte Pangea

Lunedì 14 marzo, nella sua rubrica settimanale sul Corriere della Sera, Alessandro D’Avenia, partendo da alcuni scritti dello scrittore ucraino Vasilij Semënovič Grossman conduce una riflessione che parla sì di guerra, in particolare della II guerra mondiale (e col pensiero ovviamente all’attuale conflitto), ma soprattutto di vita e dell’importanza di generare vita.

«Lavorando al libro negli ultimi dieci anni ho pensato a te costantemente. Il mio romanzo è dedicato al mio amore per il popolo. Questa è la ragione per cui è dedicato a te. Per me tu sei l’umanità e il tuo terribile destino è il destino dell’umanità in questi tempi inumani».
Queste parole dello scrittore ucraino Vasilij Grossman, in cui si riferisce al suo capolavoro «Vita e destino», sono tratte da una lettera scritta alla madre nel 1961, benché fosse morta vent’anni prima. Le scrisse infatti due lettere, una a 10 e una a 20 anni dalla morte, cercando di elaborare un lutto impossibile: di lei non era rimasto nulla, neanche la tomba.
Le sue parole mi sono tornate in mente vedendo l’immagine di una madre con in braccio un bambino in fuga da Kiev o quella della madre incinta, ferita e scampata al bombardamento dell’ospedale di Mariupol in cui era ricoverata per l’imminente parto.
In sua madre Grossman vede l’umanità intera. Il suo non è un ricordo sentimentale: cronista dell’assedio di Stalingrado e delle imprese dell’Armata rossa contro Hitler, aderì con convinzione al progetto imperialistico sovietico di Stalin, lo stesso rievocato da Putin. Ma quando, nel 1944, tornò nella sua città natale, Berdicev, in Ucraina, scoprì che la madre era stata uccisa dai nazisti insieme ad altri trentamila ebrei, con la collaborazione di molti ucraini in cui covava la stessa violenza.
L’evento e poi l’orrore che vide nella Russia stalinista incrinarono la sua fede politica: aveva capito che nazismo e comunismo erano figli della stessa volontà di potenza e ciò che salva l’umanità non sono le «ideologie del bene» ma «i buoni». Lo narra in ogni pagina di Vita e destino, il capolavoro dedicato proprio alla madre che, sequestrato dalla polizia sovietica, fu preservato dall’amico fisico Andrej Sacharov nei microfilm dei suoi esperimenti di laboratorio e portato fuori dai confini sovietici: uscì in Svizzera nel 1980, in Italia nel 1984, quando l’autore era morto in disgrazia ormai da vent’anni.
Nella prima delle due lettere alla madre Grossman scrive: «Carissima Mamma, sono venuto a sapere della tua morte nell’inverno del 1944. Sono arrivato a Berdicev, sono entrato nella casa dove avevi vissuto e ho capito che eri morta. Eppure già dal settembre 1941 sentivo nel mio cuore che te ne eri andata. Mentre ero al fronte, una volta ho fatto un sogno: entravo in una stanza, che sapevo essere tua, e vedevo una poltrona vuota. Sono stato a lungo a osservare la poltrona vuota e quando mi sono svegliato sapevo che eri morta. Non conoscevo la terribile morte che avevi patito. Ne venni a conoscenza dopo aver chiesto a quelli che sapevano del massacro avvenuto il 15 settembre 1941. Ho provato a immaginare il tuo assassinio centinaia di volte e il modo in cui sei andata incontro alla tua fine. Ho provato a immaginare l’uomo che ti ha uccisa. E stata l’ultima persona che ti ha vista viva. So che hai pensato a me per tutto il tempo… Oggi ti penso proprio come se fossi viva, come quando ci siamo visti per l’ultima volta e come quando da piccolo ti ascoltavo mentre leggevi ad alta voce. E sento che il mio amore per te e questa terribile agonia sono ancora oggi uguali e rimarranno con me fino alla fine dei miei giorni».
Le due lettere sono state trovate dai biografi di Grossman (John e Carol Garrard, Le ossa di Berdicev) nel fascicolo a lui dedicato negli archivi del KGB, con la foto di corpi gettati in una fossa comune scattata dopo la fucilazione. Vita e destino è un tributo alla madre. Indimenticabile il capitolo in cui immagina che il suo alter ego narrativo, Viktor Strum, riceva l’ultima lettera proprio da sua madre, non a caso ebrea mandata nel ghetto di Berdicev come quella di Grossman e consapevole della fine ormai vicina: «Sento piangere delle donne, per strada, sento i poliziotti che imprecano; guardo queste pagine e mi sento in salvo da questo mondo tremendo e pieno di dolore. Come posso finire questa lettera? Dove troverò le forze, figlio mio? Ci sono forse parole d’uomo in grado di esprimere il mio amore per te? Ti bacio, bacio i tuoi occhi, la tua fronte, i capelli. Ricordati che l’amore di tua madre è sempre con te, nella gioia e nel dolore, e che nessuno potrà mai portartelo via. Viktor, mio caro… È l’ultima riga dell’ultima lettera che ti scrive tua madre. Vivi, vivi per sempre».
L’amore della madre fu per Grossman la salvezza nell’orrore e il cuore del suo capolavoro: che cosa salva l’uomo? Che cosa gli consente di avere vita e non soccombere al destino? Non trovò la risposta in nessuna filosofia, religione, morale o fede politica, ma nell’esempio materno, a lei infatti Grossman scrive così nella seconda lettera-anniversario: «Piango sulle tue lettere perché in esse vedo la tua bontà, la purezza del tuo cuore, il tuo destino terribile e amaro, la tua onestà e generosità, il tuo amore per me, la tua attenzione nei confronti del prossimo e la tua stupenda intelligenza. Non ho timore di nulla, perché il tuo amore è con me e perché il mio amore rimarrà con te per sempre». La parola «per sempre» chiude sia la lettera immaginaria della madre a lui nel romanzo sia la lettera vera di lui alla madre nell’anniversario della morte. Un per sempre reso possibile solo dall’indistruttibile amore materno, come Grossman, benché non credente, scrisse nel 1955 nel suo racconto più bello, La Madonna Sistina (consiglio di leggerlo in queste ore), in cui, guardando il famoso quadro di Raffaello della Madonna con in braccio il bambino, custodito a Dresda, ricorda le donne che ha visto proteggere i figli nell’orrore della guerra, madri che restarono madri, pronte a «ri-dare» la vita, e così scopre ciò che salva l’uomo e preserva la vita dal destino: «La forza della vita, la forza dell’umano nell’uomo è enorme, e nemmeno la forma più potente e perfetta di violenza può soggiogarla. Può solamente ucciderla. Per questo i volti della madre e del bambino sono così sereni: sono invincibili. In un’epoca di ferro, la vita, se anche muore, non è comunque sconfitta… E accompagnando con lo sguardo la Madonna Sistina, continuiamo a credere che vita e libertà siano una cosa sola, e che non ci sia nulla di più sublime dell’umano nell’uomo. Che vivrà in eterno, e vincerà».
L’umano nell’uomo, per Grossman, è la Madre con il Bambino in braccio. Quando noi maschi riusciamo a guarire dall’oscuro fascino della guerra, maschera ultima del potere con cui cerchiamo un po’ di consistenza per il nostro piccolo io che cerca di esistere un po’ di più? Quando scopriamo che a dare consistenza all’io non è il potere ma l’amore, che amore è privarsi volontariamente del potere senza rinunciare per questo alla forza, una forza che serve a difendere e confortare e non a sottomettere, e questo lo possiamo imparare dalle madri che sanno «dare la vita», «mettere al mondo», «dare alla luce», ma non usano questa possibilità per affermare se stesse attraverso l’altro ma per affermare nell’altro l’unicità che hanno trovato in se stesse, come Grossman scrive in righe di Vita e destino che non dimenticherò mai: «La vita diventa felicità, libertà, valore supremo solo quando l’uomo esiste come un mondo che mai potrà ripetersi nell’infinità del tempo. Solo quando riconosce negli altri ciò che ha già colto dentro di sé l’uomo assapora la gioia della libertà e della bontà».
Dare la vita è il compito a cui siamo chiamati tutti, indipendentemente dal generare biologicamente: questo è ciò che Grossman mi ha insegnato e questo è ciò che lui aveva imparato da sua madre.

Gemma n° 1953

“Ho deciso di portare un posto, che io e mia sorella chiamiamo ‘la roccia’: è un luogo che ho scoperto da un anno, più o meno, e mi fa stare proprio bene quando ho bisogno di andare via da casa un attimo e pensare, oppure parlare e consultarmi con mia sorella. Prendiamo e andiamo lì e stiamo lì quanto ci serve, un’oretta o due. Ci piace andare sempre quando è buio, è come essere in un altro mondo, è una cosa a parte, ci siamo solo noi e ci fa stare bene. Qui mi sento a casa, ci vado quando ho bisogno di andare via da tutto e lo condivido solo con mia sorella. Non c’è un appuntamento fisso, quando abbiamo bisogno ci andiamo, quando vogliamo parlare di cose di cui a casa non parli andiamo lì; certo, potremmo parlarci anche a casa, ma è più magico parlarne lì”.

Cesare Pavese scrive: “Pensai a quanti luoghi ci sono nel mondo che appartengono così a qualcuno, che qualcuno ha nel sangue e nessun altro li sa” (La bella estate, 1949). Penso sia questo uno degli aspetti affascinanti messi in rilievo dalla gemma di C. (classe seconda): luoghi che ad alcuni dicono nulla, ad altri tutto.

Gemma n° 1952

“Inizialmente avrei dovuto portare un’altra cosa, poi in questi giorni ho deciso di cambiare. Mercoledì scorso io e la mia famiglia ci siamo svegliati con una notizia che mai avremmo pensato di ricevere. Mia cugina doveva essere operata al cuore, ma l’intervento era andato male perciò avrebbero dovuto trapiantargli un altro cuore e se non lo trovavano entro 5 giorni le avrebbero staccato le macchine. Alla fine ce l’ha fatta. Quei giorni di attesa sono stati struggenti e non passavano più, volevamo solo che finissero. Credo in quei giorni di avere realmente capito quanto il tempo sia importante, e che non vada sprecato. Penso che una persona riesca a capire il valore della vita solo provando certi dolori. Tante volte, anche se non sembra, diamo per scontate tante cose, è difficile pensare che una persona un giorno c’è e il giorno dopo potrebbe non esserci più. Spesso ci perdiamo in cose che non hanno un senso quando in realtà i veri problemi sono altri. Quello che voglio dire è che è inutile sprecare il tempo dietro a  sciocchezze e dovremmo vivere con più felicità, spesso prendendo esempio dai bambini che riescono ad essere felici con le piccole cose. Per questo ho deciso di portare un disegno fatto dal figlio di mia cugina qualche giorno fa; mentre disegnava continuava a chiedere di sua mamma non sapendo che non la potrà vedere per un po’, ed è comunque riuscito ad essere felice in quel momento semplicemente disegnando. In più vorrei aggiungere che non riesco a capire perché alcune persone preferiscono investire su una guerra, come nell’attuale caso, che potrebbe essere evitata, invece di trovare cure per le malattie, stanno distruggendo intere famiglie, ma soprattutto il futuro dei bambini e dei ragazzi.”

Mi soffermo sull’attenzione che S. (classe terza) ha posto sul disegno del figlio di sua cugina e sul collegamento che ha fatto alla fine della sua gemma con l’attuale situazione. Anni fa mi è stato regalato un volume fotografico sull’attività nel mondo di Emergency: fotografie, numeri, frasi. Sfogliandolo in questi giorni ne ho sottolineate tante, ne riporto una dello storico greco Erodoto: “Nessuno è tanto privo di senno da preferire la guerra alla pace: ché in questa i figli seppelliscono i genitori, in quella i genitori i figli”. Lo stesso avviene quando si considera la vita in generale: ce ne dovremmo andare “in ordine cronologico”, soltanto una volta raggiunta una certa età… ma sappiamo bene che così non è.

Gemma n° 1944

Fonte immagine

“Come gemme ho deciso di portare la musica e la danza: due elementi fondamentali della mia vita. Ho deciso di portare queste due perché sono fortemente e inevitabilmente legate l’una all’altra. La danza per me é tutto, è un intersecarsi di gioia, dolore, frustrazione, delusione, realizzazione, emozione e talvolta é ciò che mi motiva a migliorarmi quasi ogni giorno, anche se fare la ballerina non è la mia aspirazione. Il movimento lo sento parte di me, nella danza ci sono forza, grazia, agilità, espressione, delicatezza, ma anche impetuosità. Anche quando non sono a lezione io ballo, esprimendomi attraverso ciò.
La danza e la musica hanno per me un elemento in comune, sono una specie di terapia per qualsiasi cosa, che sia positiva o negativa. Sto con la musica praticamente tutto il giorno, che io la ascolti, che io canti, che suoni uno strumento o che mi risuoni nella mente, lei c’è. È proprio una presenza che da piccola mi ha aiutato a superare paure e tensioni, che alle medie mi aiutava a fare i compiti di matematica e che ora mi dà la motivazione giusta per affrontare ogni giornata. Non penso sarei me stessa senza la musica e la danza, ed è qualcosa difficile da immaginare se non lo si prova. Una delle sensazioni più belle che la danza mi abbia mai fatto provare è quando, iniziando una lezione piena di rabbia, delusione o frustrazione, ne uscivo fisicamente esausta e sfinita e ciò mi dava una pace mentale e una riconciliazione con me stessa incredibile.
Per concludere e riassumere tutto potrei dire che la danza e la musica fanno respirare la mia anima.”

Platone diceva che “La musica è per l’anima quello che la ginnastica è per il corpo”. In E. (classe seconda) i due elementi si fondono e danno vita alle bellissime parole della sua gemma. Il respiro della sua anima lei lo trova lì e ognuno ha il compito di trovare come far respirare la propria. Goethe suggerisce una possibilità: “Si dovrebbe, almeno ogni giorno, ascoltare qualche canzone, leggere una bella poesia, vedere un bel quadro, e, se possibile, dire qualche parola ragionevole.” Grazie a E. per la sua parola ragionevole e appassionata.

Gemma n° 1937

“Ho portato questa stella marina: un’estate fa sono andata al mare con un’amica e il tempo passato insieme è stato bellissimo. In quell’occasione abbiamo trovato questa stella e ogni volta che la vedo penso alla mia amica e alle belle vacanze che abbiamo passato insieme”.

Fortunatamente ho ritrovato in rete una storiella che avevo letto almeno 30 anni fa, utile a commentare la gemma di G. (classe prima).
“Un uomo d’affari in vacanza stava camminando lungo una spiaggia quando vide un ragazzino. Lungo la riva c’erano molte stelle di mare che erano state portate lì dalle onde e sarebbero certamente morte prima del ritorno dell’alta marea. Il ragazzo camminava lentamente lungo la spiaggia e ogni tanto si abbassava per prendere e rigettare nell’oceano una stella marina.
L’uomo d’affari, sperando d’impartire al ragazzo una lezione di buon senso, si avvicinò a lui e disse, “Ho osservato ciò che fai, figliolo. Tu hai un buon cuore, e so che hai buone intenzioni, ma ti rendi conto di quante spiagge ci sono qui intorno e di quante stelle di mare muoiono su ogni riva ogni giorno? Certamente, un ragazzo tanto laborioso e generoso come te potrebbe trovare qualcosa di meglio da fare con il suo tempo. Pensi veramente che ciò che stai facendo riuscirà a fare la differenza?”
Il ragazzo alzò gli occhi verso quell’uomo, e poi li posò su una stella di mare che si trovava ai suoi piedi. Raccolse la stella marina, e mentre la rigettava gentilmente nell’oceano, disse: “Fa la differenza per questa.””

Gemma n° 1929

“Ho deciso di portare il ricordo dei miei nonni: loro sono morti un paio di anni fa a distanza di un anno l’uno dall’altra. Ho sempre cercato di negare la loro morte, anzi più che negare cercavo di non pensarci in modo da non rendere vera la loro assenza. Però a fine gennaio c’è stato il compleanno di mia nonna e due settimane fa quello del nonno e ho pensato a loro. Ho capito che quando penso a loro non voglio pensare al fatto che non ci sono più: la gemma vuol significare che il loro ricordo è una cosa preziosa che voglio conservare, e che è rimasto sempre presente con me. Penso a loro non come a due persone che non ci sono più nella mia vita ma che ci resteranno sempre; pensare a loro voglio che mi porti felicità e non tristezza. E’ una cosa che ho realizzato da poco il fatto che il loro ricordo sia una cosa preziosa che ho sempre avuto dentro di me”.

La gemma di M. (classe quarta) mi ha fatto pensare ad un testo di Khalil Gibran dal libro Il profeta:
“Allora una donna disse: Parlaci della Gioia e del Dolore.
Ed egli rispose:
La vostra gioia è il vostro dolore senza la maschera.
E il pozzo da cui scaturisce il vostro riso fu spesso pieno delle vostre lacrime.
E come potrebbe essere diversamente?
Quanto più penetra e scava il dolore dentro di voi, tanta più gioia potrete contenere.
La coppa che contiene il vostro vino non è la stessa coppa che fu bruciata nel forno del vasaio?
E non è il liuto che accarezza il vostro animo il legno stesso scavato dai vostri coltelli?
Quando siete gioiosi, guardate a fondo nel vostro cuore e vedrete che solo quello che vi ha dato dolore vi dà ora gioia.
Quando siete dolenti, guardate ancora nel vostro cuore, e vedrete che state in realtà piangendo per quello che vi ha dato diletto.
Alcuni di voi dicono: “La gioia è più grande del dolore”, e altri dicono: “No, il dolore è più grande”.
Ma io vi dico che essi sono inseparabili. Essi giungono insieme, e quando l’uno siede con voi alla vostra mensa, ricordate che l’altro dorme sul vostro letto.
In verità siete come bilance oscillanti tra il dolore e la gioia. Soltanto quando siete svuotati, siete fermi e bilanciati. Quando il tesoriere vi solleva per pesare l’oro e l’argento, necessariamente gioia o dolore dovranno alzarsi o ricadere”.

Gemma n° 1914

“Ho scelto questo quadernino di Barbie che mi era stato regalato come diario segreto quando avevo circa 7 anni. Ho iniziato anche a scriverlo, non sono tante pagine, una decina circa tra 2014 e 2016. E’ bello vedere come scrivevo quella volta e come raccontavo le mie giornate”.

Mi soffermo sulle ultime parole di F. (classe prima) e le sintetizzo con un “che bello vedermi crescere”, che bello vedere questo processo potenzialmente infinito e che può durare tutta una vita. E che può essere anche quotidiano. Oggi mi hanno regalato uno di quei calendari che hanno una frase per ogni giorno dell’anno. La prima frase, quella del 1° gennaio è di Eckhart Tolle e dice “Il viaggio esteriore può contenere milioni di passi, il viaggio interiore ne ha uno solo, il passo che compi adesso”. Insomma, tornando al quadernino di F., pagine di diario da scrivere ogni giorno.

Gemma n° 1913

“Ho portato una statuetta regalatami da mio padre per il compleanno: anche se non poteva essere presente perché era in missione, ha voluto comunque farmi sentire la sua vicinanza e quindi ci tengo molto”.

Abbino alla gemma di L. (classe prima) un pezzettino del Sonetto 47 di William Shakespeare. Certo, lui non si rivolgeva al padre in missione, ma quelle parole penso che qui ci possano stare bene:
Con la tua immagine e con il tuo amore,
tu, benché assente, mi sei ogni ora presente.
Perché non puoi allontanarti oltre il confine dei miei pensieri;
ed io sono ogni ora con essi, ed essi con te.

L’assenza di libri

Ho passato diverse ore delle ultime settimane a maneggiare i miei libri. Una delle mie librerie ha ceduto e mi sono ritrovato a dover riorganizzare spazi e ordini. Sono anche emersi tre libri che devo restituire ai legittimi proprietari. Da uno di essi voglio fissare, qui sul blog, un passaggio che calza a pennello. E’ tratto da “Il giardino di Amelia” della scrittrice cilena Marcela Serrano:
Più tardi mi raccontò nei dettagli una punizione di cui aveva letto in un romanzo inglese. Il criminale viene rinchiuso in una stanza lussuosissima, con tutte le comodità possibili e immaginabili, per cui all’inizio non gli sembra neanche di stare in prigione, ma poi si rende conto che nonostante il cibo fantastico, le coppe d’oro e le lenzuola di lino, nella stanza c’è un movimento quasi impercettibile: le pareti si avvicinano piano piano e capisce che quando lo spazio tra i muri si ridurrà al minimo, quel movimento inesorabile lo schiaccerà, uccidendolo.
Puoi interpretarlo così, mi disse: lo spazio è l’intelligenza e le pareti che si avvicinano sono l’assenza di libri.

(Marcela Serrano, Il giardino di Amelia, Feltrinelli, 2016, p.39)

Gemma n° 1904

“Ho scoperto questa canzone un anno fa; appena visto il video mi è subito piaciuta e lo guardavo ogni giorno. Quando ero triste mi faceva sentire meglio. E’ diventata la mia canzone preferita e vi sono molto affezionata”.

La gemma di E. (classe seconda) consiste nel video di 4th of July di Aidan Gallagher. Ci sta  bene il 14 febbraio. Per non essere accusato di essere mieloso, cito il libro Scheletri di Stephen King (va bene?): “Ora aggrappati al mio braccio, tieniti forte. Visiteremo luoghi oscuri, ma io credo di sapere la strada. Tu bada solo a non lasciarmi il braccio. E se dovessi baciarti nel buio, non sarà niente di grave: è solo perché tu sei il mio amore.” (Fregati! :D)

Gemma n° 1896

“Ho portato una foto: ci siamo io, mia sorella e mio nonno. Siamo a casa del nonno, su questa collina da cui si può vedere tutto il Friuli. In questo posto mi sento libera, mi siedo e non penso a nulla. Ci sono anche due generazioni a confronto: quando ci sediamo con il nonno e lui inizia a raccontare la sua storia, la sua vita, lo ascoltiamo sempre volentieri e ci permette di dare anche alle nostre esperienze altri significati”.

Quelle di A. (classe terza) sono parole e immagini che sanno proprio di Friuli per chi, come me, in questa terra ci è nato e ci è cresciuto, per chi questa terra la ama profondamente. Prendo le parole friulane di Celso Macor da una pubblicazione curata dal collega Gabriele Zanello:
Svualâ senza slaifs
tun zîl diliberât da rimis
e da pauris
cun pinsîrs a slàs, come ch’a’ vegnin
e si fermin culì come zïuladis di anima
tal sburît dal timp.
Volare senza freni / in un cielo liberato da rime / e da paure / con pensieri in disordine, / così come vengono / e si fermano qui come grida di anima / nel precipitare del tempo.
(da Svualâ senza slaifs, 2018, Società filologica friulana)

Gemma n° 1891

“La gemma che ho voluto portare quest’oggi è questa vecchia fotocamera che mi è stata regalata da una persona che adesso c’è ancora fisicamente ma purtroppo non mentalmente: mia nonna, che da qualche anno è affetta da una gravissima forma di Alzheimer. Ho usato questa fotocamera veramente tanto, ne ha passate di cotte e di crude: quando ha smesso di funzionare mi sono molto rattristato perché ho pensato a chi me l’aveva regalata. Adesso è stata sostituita da un’altra, però i ricordi che ho su questa e le foto che conservo ancora sono per me veramente importantissime”.
Isabel Allende ha scritto delle parole che vedo ben adattarsi alla gemma di L. (classe seconda): “L’essenziale è spesso invisibile; è solo il cuore, e non l’occhio, a poterlo cogliere, ma la macchina fotografica a volte sfiora tracce di quella sostanza.”

Gemma n° 1870

“Lei è A.
Questa foto fu scattata più o meno a giugno dell’anno scorso, avevamo appena finito il nostro doppio e nonostante non avessimo più fiato eravamo felici, davvero felici. Io e A. ci siamo appunto conosciute circa 5 anni fa ad allenamento, inizialmente pensavo fosse come le altre ragazze più grandi, che non considerano le nuove arrivate poiché lei aveva iniziato nuoto qualche anno prima di me.
Con il passare del tempo abbiamo iniziato ad instaurare un legame fortissimo. Inizialmente eravamo un gruppo di 5 ragazze, ci volevamo molto bene ed eravamo sempre pronte ad ascoltarci a vicenda, poi invece, col passare del tempo abbiamo capito che ci serviva dello spazio. Ma io e A. non ci siamo separate.
Ne abbiamo passate tante assieme.
Lei riesce a convincermi a fare tutto, anche le cose più stupide, che magari, per come sono fatta, non farei mai e viceversa.
Tornando alla foto di prima voglio raccontarvi il retroscena.
Sfortunatamente A. era da anni che non riusciva più a esibirsi durante le gare perché soffriva molto di attacchi di ansia, si fermava durante la coreografia e non riusciva a completare un esercizio.
Lei, la persona più disponibile e generosa di tutte, non era in grado però di gestire le sue paure.
Poi, arrivò il giorno in cui facemmo il nostro doppio per la prima volta assieme. Inutile dire che riuscì a finirlo tutto e per questo, subito dopo l’esibizione ci abbracciamo fortissimo. Io perché ero orgogliosa di lei e di come era riuscita ad affrontare questo suo grande ostacolo, lei aveva capito che la nostra amicizia era talmente forte che grazie ad essa era riuscita a trovare quel conforto che le serviva da tempo.
Non so spiegarvi quanto sono grata di avere una persona del genere al mio fianco, ci capiamo solo con uno sguardo e capita spesso che diciamo le stesse cose nello stesso momento. Forse siamo un po’ strane sì, ma vi assicuro che nella nostra stranezza riusciremmo a perderci per giorni interi, a ridere, cantare a squarciagola e ballare. Con lei provo quel senso di libertà che nessun’altra persona mi ha dato prima.
Non ho paura di essere giudicata e posso sempre dirle tutto e lei è sempre pronta ad ascoltarmi.
Auguro anche a voi di trovare una A.”
E’ stata forte l’emozione destata dalla gemma di A. (classe terza), un elogio dell’amicizia in tutte le sue dimensioni. Jorge Luis Borges è autore di questi versi:
Non posso darti soluzioni
per tutti i problema della vita
Non ho risposte per i tuoi dubbi o timori,
però posso ascoltarli e dividerli con te
Non posso cambiare né il tuo passato
né il tuo futuro
Però quando serve starò vicino a te
Non posso evitarti di precipitare,
solamente posso offrirti la mia mano
perché ti sostenga e non cadi
La tua allegria, il tuo successo e il tuo trionfo
non sono i miei
Però gioisco sinceramente quando ti vedo felice
Non giudico le decisioni che prendi nella vita
Mi limito ad appoggiarti a stimolarti
e aiutarti se me lo chiedi
Non posso tracciare limiti
dentro i quali devi muoverti,
Però posso offrirti lo spazio
necessario per crescere
Non posso evitare la tua sofferenza,
quando qualche pena ti tocca il cuore
Però posso piangere con te e raccogliere i pezzi per rimetterlo a nuovo.
Non posso dirti né cosa sei né cosa devi essere
Solamente posso volerti come sei
ed essere tua amica.

Gemma n° 1865

“Innanzitutto vorrei proporre uno spezzone de Il giovane favoloso, film che parla della vita di Leopardi, non solo delle poesie ma anche delle sue vicende e della sua personalità.

L’ho scelto per due motivi. Il primo è che ho studiato Leopardi con una prof che mi ha insegnato un sacco di cose, il secondo è la lettura de L’arte di essere fragili di D’Avenia che ci ha consigliato la nostra attuale prof di lettere. La prof delle media mi ha fatto capire, attraverso questa poesia, un sacco di cose sull’adolescenza e su quello che può aspettarmi nella vita: nonostante ci saranno momenti difficili, saranno seguiti da momenti di felicità. Inoltre mi ha fatto capire che Leopardi non è un pessimista, ma un uomo speranzoso che celebra la vita e mi ha fatto apprezzare anche le altre poesie sue. Poi nel 2018 ho fatto delle vacanze a Recanati, prima ancora di sapere che fosse il paese di Leopardi. Ho visitato la casa ma mi hanno colpito soprattutto i luoghi delle sue poesie, la torre, la finestra da cui si affacciava, dal paesaggio che lascia senza fiato e senza parole. La passione per Leopardi mi è stata trasmessa poi da mia madre.”
E’ ricca questa gemma di E. (classe seconda) e per commentarla prendo a prestito delle parole di Alessandro D’avenia dal libro citato da lei: “Mi sono convinto che gli adolescenti non hanno domande: sono domande. Riformulano con i loro silenzi gli stessi “perché” reiterati tipici dei bambini, ma su un piano diverso: il bambino chiede come mai ci sono le stelle, l’adolescente chiede come ci si arriva, perché la speranza è desiderio (de-sidera, distanza dalle stelle), la sua mancanza è un disastro (dis-astro, assenza di stelle)”.

Gemma n° 1864

“E’ una gemma doppia. La prima la collego a mia madre, è una frase di Anna Frank che dice Sii gentile, abbi coraggio. Fin da piccola, ogni volta che succedeva qualcosa che mi buttava giù il morale oppure ero triste o arrabbiata per qualcosa che non andava nel verso giusto e magari dicevo delle cose che era meglio che non dicessi, mia madre mi metteva in un angolo, mi tranquillizzava e mi ripeteva questa frase aggiungendo di farmi amare da tutti, di non provare mai odio, un sentimento che non porta da nessuna parte. La seconda è collegata a mio padre ed è Alice nel paese delle meraviglie: quand’ero piccola avevo l’abitudine di vedere un film della Disney ogni sabato con lui e questo era il suo preferito e cercava di propormelo ogni volta. In qualche modo è diventato anche il mio preferito anche perché per carattere e modo di fare mi rivedo molto in Alice. Ho voluto portare la prima canzone”.

Non penso che debba scrivere di cosa parli il libro Wonder (e il film derivatone). Vi è contenuto un concetto molto caro a Palacio, l’autrice: “Bisogna essere più gentili di quanto ci viene richiesto. Il motivo per cui amo questa frase, questo concetto, è perché mi rammenta che portiamo con noi, in quanto esseri umani, non solo la capacità di essere gentili, ma prima di tutto la gentilezza come vera scelta di vita.”

E per completezza della gemma proposta da C. (classe seconda) lascio qua una delle mie frasi preferite di Alice nel paese delle meraviglie

Un giorno Alice arrivò ad un bivio sulla strada e vide lo Stregatto sull’albero.
«Che strada devo prendere?» chiese.
La risposta fu una domanda: «Dove vuoi andare?»
«Non lo so», rispose Alice.
«Allora, – disse lo Stregatto – non ha importanza».

Gemma n° 1861

“Ho deciso di portare questa castagna perché mio nonno mi dice sempre che porta fortuna e la tengo sempre in tasca. Inoltre mi ricorda un periodo molto bello in cui ero davvero felice”.

La gemma di S. (classe seconda) mi ha portato alla mente il ricordo di zia Stellina, una prozia che è stata un po’ nonna per me, che nascondeva nelle tasche del cappotto una castagna per tenere lontani raffreddore e malanni di stagione. 

Le castagne sono la pace
del focolare. Cose d’altri tempi.
Crepitare di vecchi legni,
pellegrini smarriti.
(Federico García Lorca)

Gemma n° 1859

“Io avrei voluto portare una storia che mi raccontava mia nonna da piccola, soprattutto perché in quest’ultimo periodo è stata ricoverata in ospedale e temevo che la sua memoria la abbandonasse ancora di più, ma in realtà ieri ho ripensato a un mio zio che ho perso qualche anno fa. Per i primi anni di vita lui è stato importante per me, mi faceva divertire e riusciva a strapparmi sempre un sorriso: ero molto legata a lui. Poi, a causa di alcune vicende familiari, ci siamo persi di vista e quando è deceduto per una malattia, io ho vissuto il rimorso di non essere andata in ospedale a salutarlo. Stamattina stavo cercando una figura di compensato che mi aveva fatto quando ero piccola e che custodisco gelosamente (e che simboleggia anche il forte legame con mia cugina), ma ho trovato un’altra cosa regalatami da mio zio quand’ero piccola: uno Zippo di quando era stato in Vietnam con una scritta un po’ dark, una delle poche cose portate a casa da quel viaggio. Lo tengo sul comodino e anche solo a guardarlo i pensieri riaffiorano e sono pensieri che a volte fanno male, altre volte danno sollievo”.

Stamattina, mentre attendevo di entrare a scuola e pensavo a come commentare la gemma di T. (classe terza), mi sono imbattuto in queste parole tratte da Cedi la strada agli alberi, libro di poesie di Franco Arminio:

Non solo dobbiamo morire,
ma prima di noi 
assistiamo alla morte degli altri,
lenta o improvvisa, sempre ingiusta,
infame, orrenda.
Chiarito che contro la morte
nulla possiamo,
non abbiamo altro da fare
che stare attenti
e donarci
un attimo di bene, uno alla volta,
uno per noi e uno per gli altri.
Possono essere persone care
o persone sconosciute, poco importa,
quello che conta è rubare il seme del bene
e piantarlo sulle facce della gente.