Musica dell’anima

Stamattina su fb una collega ha messo il link al video dell’ultima apparizione del Coro e Orchestra sinfonica nazionale greci dell’Ert, la televisione nazionale che ha chiuso le trasmissioni qualche giorno fa. Le immagini sono molto commoventi e mi hanno toccato nel profondo, anche perché proprio ieri, durante una delle mie passeggiate campestri in compagnia di Mou, ascoltavo un vecchio podcast di “Uomini e profeti”. Era ospite Moni Ovadia che commentava così l’esecuzione del Kol Nidre, il canto che apre la liturgia del Kippur ebraico:

“Io penso che il canto redima la parola dalla monotonia, dalla banalità, anche dall’arroganza. La parola è canto prima di essere significato; la sua prima istanza è il canto. Questo accomuna tutte le fedi. La capacità del canto, della musica, di toccare l’anima trascende anche le coordinate della religione; è un elemento che tocca l’essere umano nelle sua profondità e gli permette di trascendere il dato puramente materico al quale è legato con quasi una sorta di immediatezza. Ci sono dei canti e delle musiche che toccano tutti gli uomini, le coordinate spazio-temporali cadono, cade tutto questo. Portano all’intimità più intima, dove non ci sono le pietrificazioni, i pregiudizi, le idee precostituite. Dice Abraham JoshuaHeschel che il cantore deve perforare l’armatura dell’indifferenza. Non è la dimensione del bel canto, della bella voce: qualcuno, non ricordo chi, ha detto che si può cantare senza voce, senza anima no.”

Nei volti di musicisti e cantori greci ho visto tanta anima, un’anima che non si può lasciare senza il cibo che la alimenti e che alimenti l’anima di ciascuno. La mia collega, musicista, ha così commentato il video: “Mettere a tacere la Musica penso sia una delle azioni più avvilenti e svilenti per una nazione… e purtroppo anche la nostra sta vivendo la stessa tristissima realtà”. Vivo la musica da ascoltatore e mi emoziona tantissimo. Questo post vuole essere una carezza per chi la musica la crea e la vive sulla propria pelle.

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Pendolanime

da-consumarsi-entro-la-fine.jpgL’inevitabile domanda sullo scorrere della vita, sul suo nascere e sul suo scomparire, nasce dopo aver raccolto una foglia autunnale caduta da una quercia. Dal cuore arriva un frammento di un aldilà indecifrabile. Resterà l’interrogativo anche se non ci sarà risposta: e il desiderio di sapere, di capire, di intendere non è una colpa che si può imputare all’uomo: “È una brutta malattia e non c’è medicina, ma ci tortura tutti fin dal giorno della nascita”. Ed eccola la domanda: “Dimmi perché sono qui e cosa vuoi da me. Dimmi se stai ascoltandomi. Dimmi perché.” In realtà non ci sono punti interrogativi: sembrano più degli imperativi. In ogni caso, la questione è il senso, il significato dell’umano esistere, con un’apertura sul dubbio di essere ascoltati da qualcuno… E in una quotidianità che lascia spazio a mutevoli atteggiamenti “Chi corre, chi dorme, chi fissa il vuoto: pendolanime” (bello questo neologismo che si aggiunge al precedente Mortepolitana), il dubbio diventa sfida: un dio che non sia attento alla terra e a quello che vi accade non interessa “non mi interessa che tu esista o meno se tanto non guardi giù”. E agli imperativi precedenti se ne aggiungono altri che tuttavia hanno anche il tono della supplica (in effetti la canzone ha nel titolo la parola pregheria…):

“Dimmi se è vero che esisti e ci osservi, dimmi se è vero che ci ascolti.

E se è vero che sei così buono con tutti, guarda giù. Guarda giù.

Se è vero che è grande la tua immensità, guarda quaggiù come va”.

Chi canta? Il gruppo lombardo degli “Io?Drama”. Il brano è “Preghiera agnostica”, quarta traccia del cd del 2010 “Da consumarsi entro la fine”

Là nella bruma d’autunno, gialla una quercia si fa.

Vede per terra le foglie, vede quello che accadrà.

Un uomo una foglia raccoglie e un brivido di assurdità

lo pervade dal cuore un frammento di aldilà.

Non han colpa gli uomini che vogliono sapere.

Non avranno mai risposta ma è lecito domandare.

È una brutta malattia e non c’è medicina,

ma ci tortura tutti fin dal giorno della nascita.

Dimmi perché sono qui e cosa vuoi da me.

Dimmi se stai ascoltandomi. Dimmi perché.

Stridente dal sottosuolo, caos di Mortepolitana.

Chi corre, chi dorme, chi fissa il vuoto: pendolanime.

Un uomo in grigio gessato, col dito scrive frasi sul vetro:

non mi interessa che tu esista o meno se tanto non guardi giù.

Guarda giù.

Se è vero che è grande la tua immensità guarda quaggiù come va.

Non han colpa gli uomini che vogliono sapere.

Non avranno mai risposta ma è lecito domandare.

È una brutta malattia e non c’è medicina,

ma ci tortura tutti fin dal giorno della nascita.

Dimmi perché sono qui e cosa vuoi da me.

Dimmi se stai ascoltandomi. Dimmi perché.

Dimmi se è vero che esisti e ci osservi,

dimmi se è vero che ci ascolti.

E se è vero che sei così buono con tutti,

guarda giù. Guarda giù.

Se è vero che è grande la tua immensità,

guarda quaggiù come va.

Dove sta la verità?

truth.jpgRitorno sul post dell’altro ieri sulla verità perché facendo un po’ di zapping internettiano mi sono imbattuto in una canzone di Pero Pelù del 2008 e contenuta nell’album Fenomeni. Il brano è caratterizzato da una domanda che viene ripetuta continuamente: “dove sta la verità?”. Nei versi tutta una serie di esempi di superficialità in cui sembra difficile andare al fondo delle cose, soprattutto nel mondo della comunicazione: “L’opinione conta più di ogni realtà, siamo eroi e mostri con un titolo ad effetto… Conta ciò che appare più di quello che è… Dimmi la memoria chi la salverà dalla propaganda, dai rifiuti e dal bla bla bla”. A questo si aggiunge il soggettivismo: “Tu mi vedi bianco lui mi vede nero l’altro vede rosso e fa già opinione…”. Nel mare di confusione che così si genera si spalanca la difficoltà di costruirsi un’idea propria, un’opinione fondata da poter coltivare e difendere: “Naufrago in tempeste di opinioni, ogni cosa ha mille facce e altrettante versioni: il mio punto di vista in questa giungla”. Rischiamo di essere spaesati, di perderci nel mare senza appigli o magari di ritrovarci naufraghi su isole sconosciute che hanno le loro leggi e le loro regole: “Sono fuori di testa dentro questa giostra, bugie a fin di bene, poi bugie in tribunale, bugie calcolate per farci sognare”. Solo verso la fine sembra aprirsi la possibilità di una risposta alla domanda frequente: “I muri non fermeranno le mie idee. Dove sta, dove sta, come sta la verità? … dietro le nostre bugie … Dove sta, dove sta, come sta la verità? … Nel nostro DNA”. La risposta sembra essere dentro l’uomo, in ciò che lo contraddistingue personalmente da tutti gli altri, il suo DNA che non può essere confuso con quello di qualcun altro. Mi resta però un tarlo: e quell’ultimo verso? “Dove sta, dove sta, dov’è mister verità? Dimmi dove quando e come”… E quel tarlo mi fa chiedere: ma la verità è l’opinione? Aveva ragione Gadamer, la verità è nomade?

Il mare lontano

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Un brano di letteratura e una canzone: li ho uniti perché li sento affini, come se facessero vibrare in me le stesse corde. Il nodo è quello di cercare il senso, l’anelito, la scintilla da cui poi derivano le passioni, le motivazioni, le ragioni del nostro agire. C’è chi lo trova in sé, chi lo trova negli altri, nella natura, in Dio, nell’idea di uomo. Antoine de Saint Exupéry ne scrive come di una sete da risvegliare, un qualcosa che quindi per l’uomo è esigenza, bisogno fondamentale, necessità di sopravvivenza; e che quando riceve soddisfazione dona piacere, un piacere atavico. Sergio Cammariere ne canta come di un punto in mezzo al mare, lontano dalla terra, dalle case e dal porto, un posto dove ricordi e cose note si confondono per dare spazio a una nuova possibilità, a una nuova creazione in cui dare un nome nuovo ai sentimenti.

“Se vuoi costruire una nave non devi chiamare gente che procuri la legna e prepari gli attrezzi necessari, o distribuire compiti e organizzare il lavoro. E non devi raccogliere le persone per dar loro ordini e spiegare ogni dettaglio o dire loro dove trovare qualunque cosa. Prima, invece, risveglia la nostalgia del mare lontano e sconfinato. Appena si sarà svegliata in loro questa sete, le persone si metteranno subito al lavoro per costruire la nave”. (Antoine de Saint Exupéry)

Dalla pace del mare lontano fino alle verdi e trasparenti onde

dove il silenzio non ha più richiamo e tutto si confonde

Dalle lagune grigie e nere, dal faticare senza riposo

dalla sete alla fame allo spavento al più segreto tormento

Avemmo padri avemmo madri fratelli amici e conoscenti

Ed imparammo a dare un nome nuovo ai nostri sentimenti

E così un giorno a camminare su questa terra sotto a un sole avaro

Per un amore che sembrava dolce e si è scoperto amaro

Ma è solo un’eco nel vento nel vento che mi risponde

Venga la pace dal mare lontano venga il silenzio dalle onde

E in mezzo al mare c’è un punto lontano così lontano dalle case e dal porto

Dove la voce delle cose più care è soltanto un ricordo

Ma da quel punto in poi non si distingue più

La linea d’ombra confonde ricordi e persone nel vento

Avemmo padri avemmo madri …

Oggi e domani

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Una bella giornata in compagnia di cari amici. In questo scatto il loro bimbo, nella mente queste parole di Guccini: “che l’oggi restasse oggi senza domani o domani potesse tendere all’infinito”. Non come una condizione esistenziale, ma come desiderio momentaneo sì…

In attesa di un tuo sbaglio

MartaSuiTubi _Cecchetti--400x300.jpgUno dei gruppi che in pochi pensavano di trovare quest’anno a Sanremo è senza dubbio quello dei Marta sui tubi. Hanno presentato, come tutti i partecipanti, due brani e Vorrei è quello che è passato ed è diventato più famoso. Tuttavia voglio soffermarmi sull’altro pezzo, intitolato Dispari. L’argomento è quello della superficialità dei rapporti, soprattutto quelli virtuali: falsi amici, falsi sorrisi, foto che mostrano magari ciò che non si è solo per attirare apprezzamenti e sguardi, il mondo delle citazioni che riescono a dire meglio di noi ciò che pensiamo. C’è però anche qualcosa che pur essendo virtuale diventa fortemente reale ed è la crudezza dei rapporti: “chi ti assale ti uccide sempre lì in attesa di un tuo sbaglio, di una fuga o resa; chi ti loda e ti ammira è il nuovo e falso profeta”. Basta fare dei giri sui principali social o blog per poter leggere quanta acredine si celi dietro ad anonimi o pseudonimi… Canta il ritornello: “E non soffro se mi sento solo, soffro solo se mi fai sentire dispari”. Tutto da interpretare. Come? Mi è venuto in mente solo il sentirsi di più, ma chissà se è giusto.

Il video mostra i cinque componenti del gruppo che si picchiano al rallentatore per poi ricomporsi solo alla fine, senza senso. L’ultimo frammento, già in dissolvenza, mostra la ripresa delle botte, senza senso. Però il sangue delle botte resta (e fa anche un po’ di impressione). E’ un mondo virtuale, ma se usato male causa danni del tutto reali.

La gabbia d’oro

Nel 1971 esce un disco che mi è tornato in mente in questi giorni: i progressivi Jethro Tull pubblicano Aqualung. Chitarre e il flauto di Ian Anderson dominano l’album. Il lato B del vinile si apre con My God, una canzone di denuncia nei confronti della Chiesa Anglicana per aver ingabbiato Gesù e aver creato un Dio diverso dal suo. La metto qui, a mo’ di monito…

Gente che avete fattoaqualung.jpg

L’avete chiuso nella Sua gabbia d’oro

L’avete piegato alla vostra religione

Lui che è risorto dalla tomba

Lui è il dio di niente

Se questo è tutto quello che riuscite a vedere

Voi siete il dio di tutto

E’ dentro voi e me

Quindi affidatevi a lui gentilmente

E non invocatelo per farvi salvare

Dai vostri onori sociali

E dai peccati ai quali siete soliti rinunciare

L’insanguinata Chiesa d’Inghilterra

Incatenata dalla storia

Richiede la vostra presenza terrena

Al vicariato per il tè

E la figura intagliata di tu-sai-chi

Con il suo crocifisso di plastica

L’ha messo a posto

Mi confonde sul chi e il dove e il perché

E il come prende i suoi calci

Confessando al peccato infinito

L’infinito lamento

Pregherai fino a Giovedì prossimo

Tutti gli dei che riesci a contare

Hey Ho! Let’s go!

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Un invito ai giovani a non farsi mettere i piedi in testa, soprattutto a non lasciare che qualcuno calpesti i sogni. L’essere disponibili ai sacrifici e a passare i tempi difficili pur di perseguire un obiettivo (montare grate alle finestre, consegnare messaggi… o vivere insieme ad altre persone per riuscire a pagare l’affitto e avere come unica preoccupazione guadagnare qualcosa per poter mangiare). Mantenere aperta la mente a molte esperienze (“abbiamo creato il punkrock, ma ascolto Sinatra, Miles Davis, il jazz…”). L’importanza della cultura e dell’istruzione.

Ecco qui: ho appoggiato semplicemente così alcuni dei punti toccati stamattina da Marky Ramone nell’aula magna del nostro liceo. Un refolo di storia del rock ha soffiato oggi a Udine.

Un Boss a fior di pelle

E’ partito dalla Norvegia, da Oslo, il nuovo tour di Bruce Springsteen. Piero Negri ne ha scritto su La Stampa:

Bruce-Springsteen-la-scaletta-del-concerto-di-Oslo-video_h_partb.jpg“Alle sette e 35, con un leggero ritardo sull’orario previsto, Bruce Springsteen è salito sul palco della Telenor Arena, a Oslo, Norvegia, ha ceduto per pochi minuti l’onore della scena al vecchio compare Steven Van Zandt, tornato a suonare con lui dopo una licenza concessagli per girare una serie tv, e ha colpito il suo pubblico con un trittico ripescato dai suoi anni ’70-’80: Two Hearts, No Surrender, Badlands. Il messaggio è chiaro: lo show rock più potente del Pianeta è tornato in Europa per confermarsi, più che per sorprendere. E gli italiani, che già hanno portato vicino all’esaurito due date su quattro, potranno presto rendersene conto: a Napoli, il 23 maggio, a Padova, il 31, a Milano, il 3 giugno, a Roma, l’11 luglio (in occasione di Rock in Roma).

Un paio d’ore prima, concluse le velocissime prove, lo stesso Springsteen aveva spiegato a una rappresentanza della stampa europea che cosa attendersi da questi concerti: «Siamo cresciuti in un’epoca in cui i grandi maestri della costruzione degli show erano ancora attivi – aveva detto – e sto parlando di gente come James Brown, Sam and Dave, i maestri della musica soul che a loro volta avevano imparato l’arte dai pastori, alla Messa della domenica: domanda e risposta, vi dico qualcosa perché voglio da voi una risposta. È un’arte perduta, quella dello show, col tempo, chissà perché, si è cominciato a pensare che lo spettacolo sia artificio. Sbagliato, è una presentazione che se è fatta bene, rende più profondo e più efficace ciò che stai cercando di dire». Della perduta arte dello show, Springsteen si sente insomma l’ultimo sacerdote. Le immagini religiose nascono spontanee ad assistere allo show, che spesso ha accenti gospel, e ancor di più incontrando Springsteen, che questa volta indossa all’orecchio sinistro un minuscolo pendaglio a forma di croce: «È come dice Al Pacino nel Padrino: più cerco di uscirne, più mi spingono dentro. Ho avuta un’educazione cattolica, e dunque cattolico lo sarò sempre, almeno in parte, e si capisce bene dalla mia musica. Ho trascorso otto anni della mia vita in una scuola cattolica, tutte le mattine sono stato indottrinato, e non lo dico solo in senso negativo: per un bambino quello è un mondo molto poetico, e anche molto drammatico».

Il risultato è che oggi Springsteen incarna una figura unica nel panorama mondiale, un po’ leader politico, un po’ guida morale. Lui non sembra dolersene: «Politica e spiritualità, oggi non riesco bene a distinguerle, più cresci probabilmente più è difficile farlo. È chiaro, la mia espressione migliore, sia politica sia spirituale, è la musica, che non intende mai essere polemica, o schierata: semplicemente, vuole raccontare come vive la gente. Penso alle mie canzoni come a quei discorsi che si fanno la sera in cucina, con la famiglia, dopo una giornata di lavoro. Tutto qui, tutto molto semplice. Vita vera. Il mio lavoro consiste prima di tutto nello scrivere, e scrivere è un atto dell’immaginazione. Però ho passato i primi diciotto anni della mia vita in una piccola città, con miei genitori, e come tutti sanno i primi diciott’anni di vita non ti lasciano mai. Quella persona è sempre dentro di te, e il modo di vedere il mondo non cambia più per il resto della tua vita. Quando il mattino leggo il giornale, interpreto gli avvenimenti con quel modo di pensare, è la mia prima natura. Poi, se fai l’artista sviluppi un vocabolario e un’abilità nell’indossare le scarpe altrui, impari anche a camminarci dentro, se sei un grande come Martin Scorsese fai bellissimi film sulla mafia pur non essendo un mafioso. Non sono un politico, ma i problemi della società americana sono evidenti, negli ultimi trent’anni la forbice tra chi ha e chi non ha si è allargata a dismisura, e questo non smette di indignarmi. Ma lo faccio sempre con la mia prima natura».

La musica, allora: se questo sessantaduenne del New Jersey, statura media, forma fisica invidiabile, origini piccolo borghesi (madre segretaria in uno studio legale, padre incapace di tenere a lungo un posto di lavoro) è diventato una star mondiale, è certamente grazie a concerti come questi, interminabili, esaltanti, divertenti, a tratti emozionanti. Glielo diciamo e lui la questione l’analizza così: «Il nostro gruppo è un po’ particolare, siamo 16 sul palco, ma siamo in grado di fare una svolta di 180 gradi sullo spazio di una monetina. Il nostro spettacolo non è pianificato, non abbiamo luci né scenografie che ci vincolano, siamo una band da bar. Il bello di suonare nei bar è che è tutto molto informale, non conta tanto come ti presenti, conta quanto sei flessibile, devi essere capace di suonare per cinque ore in una sola sera. Io posso decidere quale canzone suonare e cambiare idea, in tre, cinque secondi, batterista e bassista leggono il mio labiale e trascinano tutti quanti. E tutto ciò è fondamentale, perché personalizza ogni serata, nessuno deve avere mai l’impressione di assistere a uno show qualunque, lo show in cui ci sei tu deve essere il tuo show, diverso da quello di chiunque altro. Il nostro concerto riconosce la tua individualità».”

L’amore che si muove dal cuore

Se faccio un tuffo nel passato e ripenso a cosa aveva nella testa e nel cuore un Simone adolescente, occhialuto, spigoloso (nell’aspetto e nel carattere), lungagnone, trovo un’anima in cerca d’amore, in cerca di una presenza femminile che lo potesse completare e che lo sollevasse un po’ dal peso che sentiva dentro. Era un po’ come sentire la mancanza di qualcosa che comunque non sapevo cosa fosse. Un’immagine fissa avevo davanti agli occhi: io seduto davanti al mare e all’improvviso due braccia che mi cingevano le spalle da dietro. Nessun volto, nessuna voce, nessun profumo, nessun tratto distinto. Una prese0.jpgnza calda, premurosa, serena. Una presenza che mi innalzasse e mi facesse volare. Mi vengono allora alla mente oggi, in cui mi sento decisamente sollevato, le parole di Elisa: “Ti vorrei sollevare, ti vorrei consolare, ti vorrei sollevare, ti vorrei ritrovare, vorrei viaggiare su ali di carta con te, sapere inventare, sentire il vento che soffia e non nasconderci se ci fa spostare quando persi sotto tante stelle ci chiediamo cosa siamo venuti a fare? cos’è l’amore? Stringiamoci più forte ancora, teniamoci vicino al cuore.”

E poi c’è una canzone di Lucio Dalla intitolata Henna. E’ del 1993. Parla del dolore che cambia le persone e parla soprattutto dell’amore che salva, tutti i tipi di amore. Stamattina in prima una ragazza per parlare dell’amore ha portato un suo disegno di mamma e papà, fatto quando era bambina: “penso che il modo in cui ama un bambino sia uno dei modi più belli, più completi e puri”. Grazie.

Adesso basta sangue ma non vedi,

non stiamo nemmeno più in piedi… un po’ di pietà

Invece tu invece fumi con grande tranquillità

Così sta a me, a me che debbo parlare fidarmi di te

Domani domani domani chi lo sa che domani sarà

Oh oh chi non lo so quale Dio ci sarà io parlo e parlo solo per me

Va bene io credo nell’amore, l’amore che si muove dal cuore

che ti esce dalle mani e che cammina sotto i tuoi piedi

L’amore misterioso anche dei cani e degli altri fratelli animali

delle piante che sembra che ti sorridono anche quando ti chini per portarle via

L’amore silenzioso dei pesci che ci aspettano nel mare

L’amore di chi ci ama e non ci vuol lasciare

Ok ok lo so che capisci ma sono io che non capisco cosa dici

Troppo sangue qua e là sotto i cieli di lucide stelle nei silenzi dell’immensità

Ma chissà se cambierà oh non so se in questo futuro nero buio

forse c’è qualcosa che ci cambierà

Io credo che il dolore è il dolore che ci cambierà

Oh ma oh il dolore che ci cambierà

E dopo chi lo sa se ancora ci vedremo e dentro quale città

Brutta fredda buia stretta o brutta come questa sotto un cielo senza pietà

Ma io ti cercherò anche da così lontano ti telefonerò

In una sera buia sporca fredda brutta come questa

Forse ti chiamerò perché vedi

Io credo che l’amore è l’amore che ci salverà

Vedi io credo che l’amore è l’amore che ci salverà

Mastro burattinaio

Mi piace il metal, penso di averlo già scritto. Questo è un pezzo dei Metallica che parla della schiavitù dell’uomo nei confronti delle droga che si erge a burattinaio e Signore assoluto, despota carnefice e assassino, distruttore di sogni e aspettative, eliminatore di futuro. Ero molto indeciso se pubblicare o meno il video sottostante perché alcune immagini sono particolarmente forti e dure: le persone più sensibili si astengano dalla visione della parte finale. Il brano è “Master of puppets”.

Finisce la commedia della passione, si sbriciola

Sono la tua fonte di autodistruzione

Vene che pulsano per la paura

succhiando la chiarezza più tetra

che porta alla costruzione della tua morte.

Assaggiami e vedrai che tutto quello che ti serve è solo di più

Osserva come ti sto uccidendo

Vieni strisciando più velocemente, obbedisci al tuo Signore

La tua vita brucia più rapidamente, obbedisci al tuo Signore

Mastro burattinaio, sto manovrando i tuoi fili

Sballando la tua mente frantumo i tuoi sogni

Accecato da me non riesci a vedere niente

Ti basta chiamarmi per nome, perché ti sentirò gridare

Signore, Signore devi solo chiamarmi per nome,

perché ti sentirò gridare Signore, Signore

Cesella la tua strada, non tradire mai

Una vita di morte si sta delineando

Monopolio del dolore, miseria rituale

Preparati la colazione su uno specchio

Assaggiami e vedrai che tutto quello che ti serve è solo di più

Osserva come ti sto uccidendo

Vieni strisciando più velocemente, obbedisci al tuo maestro

La tua vita brucia più rapidamente, obbedisci al tuo maestro

Mastro burattinaio, sto manovrando i tuoi fili

Sballando la tua mente frantumo i tuoi sogni

Accecato da me non riesci a vedere niente

Ti basta chiamarmi per nome, perché ti sentirò gridare

Signore, Signore devi solo chiamarmi per nome,

perché ti sentirò gridare Signore, Signore

Signore, Signore, dove sono i sogni che prima avevo?

Signore, Signore, hai promesso solo menzogne

Risate, risate, tutto ciò che vedo o sento sono risate

Risate, risate, ridendo delle mie grida

L’ inferno vale tutto questo habitat naturale

Solo una rima senza senso

Labirinto senza fine, vagabondaggio con i giorni contati

Adesso la tua vita è fuori stagione

Mi impossesserò di te, ti aiuterò a morire

correrò attraverso di te e adesso governo anche te

Vieni strisciando più velocemente, obbedisci al tuo maestro

La tua vita brucia più rapidamente, obbedisci al tuo maestro

Mastro burattinaio, sto manovrando i tuoi fili

Sballando la tua mente frantumo i tuoi sogni

Accecato da me non riesci a vedere niente

Ti basta chiamarmi per nome, perché ti sentirò gridare

Signore, Signore devi solo chiamarmi per nome,

perché ti sentirò gridare Signore, Signore.

ATTENZIONE: LE IMMAGINI DELLA PARTE FINALE DEL VIDEO SONO FORTI

ATTENZIONE: LE IMMAGINI DELLA PARTE FINALE DEL VIDEO SONO FORTI

La terra da quassù

image_gallery.jpgHo bisogno di volo, di distacco, di sogno. Capita giusto…

Era oggi. Ma era il 1961. Yuri Gagarin effettuava il primo volo nello spazio da parte di un uomo. Le sue parole da lassù: “la terra è azzurra, i colori sono straordinari. Dal blu il cielo passa al blu scuro, al violetto, al viola, al nero. Uscendo dall’ombra la terra sembra circondata da un anello di colore arancio, il sole è dieci volte più brillante. Non posso distinguere le costellazioni, passano troppo velocemente davanti al mio oblò. Così mi sembra il cielo: diamanti che brillano in un velluto nero”.

Canta Claudio Baglioni: “Quell’aprile si incendiò, al cielo mi donai, Gagarin figlio dell’umanità e la terra restò giù più piccola che mai. Io la guardai non me lo perdonò e l’azzurro si squarciò, le stelle trovai lentiggini di Dio col mio viso sull’oblò. Io forse sognai e ancora adesso io volo… come un falco mi innalzai e sul Polo Nord sposai l’eternità… nell’infinito io volo”

Canta Cisco: “Luci e colori galleggiano intorno a un mare sospeso nel vuoto, ali moderne veloci che brillano nei voli antichi sognati da Icaro. Dentro una capsula pressurizzata gesti compressi e rarefazione oltre ogni limite mai sfiorato, dentro ogni sogno mai realizzato. La Terra da qua su è meravigliosa senza più frontiere, senza più confini. Ho superato l’umana ragione in una incredula contemplazione, alla bellezza occorre distanza, allo splendore la lontananza. In quei momenti non ho più pensato, mi sono perso nell’infinito, dimenticando la mia presenza ho misurato l’onnipotenza. La Terra da qua su è meravigliosa senza più frontiere, senza più confini.”

Quel tocco ai piedi

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Oggi, per i cattolici, è il giorno dell’ultima cena, nel corso della quale Gesù fa uno di quei gesti che sbaragliano le carte sul tavolo. Mi piace chiamarlo il gesto del tocco: è il chinarsi a lavare i piedi degli apostoli, a prendere in mano le propaggini del corpo umano, quelle che stanno a contatto con la terra, quelle più lontane dal cielo. E allora suggerisco la riflessione di Francesca Lozito, una giornalista che sto cominciando a conoscere su fb e che ha scritto queste parole molto significative su Vinonuovo:

“Ci vedete da lì. Non potete toccarci, perché siamo separati da uno schermo. Ma a chilometri di distanza ci vedete da lì.

Siamo lo scarto, siamo quelli venuti male. I disgraziati della terra. Quelli che magari ci staranno meno di voi. Sulla terra.

Siamo disabili per i politicaly correct. Storpi, ciechi, malati di cancro. Distrofici, senza gambe o senza braccia.

Ci vedete da lì, e sarebbe un vedere e basta. Un dolore esibito dice qualcuno, per non toccarlo con mano.

Invece quest’uomo vestito di bianco ci tocca.

Non ci benedice in modo freddo e formale. No. Sentiamo la sua carezza tenera, da papà.

A volte ci sembra quasi che sia lui ad avere bisogno di noi.

E non è un bisogno di comodo, no. Non ci usa, non ci cerca per far vedere quanto e bravo. Non ne ha bisogno.

Il tocco dell’uomo vestito di bianco è una storia lontana.

È l’amore che sta lì, proprio dove tutto ti farebbe dire il contrario. L’amore che vince dove sei autorizzato a dire «perché a me, perché io».

È Giobbe.

È noi.

Ci portano in questa piazza da ogni parte del mondo. E «quella bianca tenerezza» non ci farà guarire nel corpo, ma renderà più lieve il nostro passaggio sulla terra degli uomini. E meno pesante il giogo dei nostri cari.

Ma nelle vostre vite non possiamo rimanere solo un passaggio sullo schermo.

L’uomo vestito di bianco, voi non lo capite ancora, ma vi sta facendo un invito. Vi sta dando una opportunità. Sta a voi coglierla.

Aprite il vostro cuore, allargate le porte di ingresso delle vostre parrocchie. Smettetela di perdere tempo in vuoti formalismi, in una fredda cultura del fare. Cambiate il linguaggio. Abbandonatevi a gesti di tenerezza.

Lasciate entrare anche noi. Toccateci. Senza timore.

Perché non vi spaventi il pianto che sgorga dai vostri occhi tutte le volte che vedete quest’uomo farci una carezza: è solo l’umano bisogno, che per troppo tempo avete nascosto anche a voi stessi, di abbandonare le tante parole, troppo spesso inutili, che abbiamo detto sul dolore. È il bisogno di sentire prima di dire.

Il bisogno di vivere.”

Vi collego una vecchissima canzone, con la speranza che nessuno debba sentire la voglia di andare via di là per non aver trovato la carezza e la presenza di cui aveva bisogno:

“Quando tornava mio padre sentivo le voci, dimenticavo i miei giochi e correvo lì

mi nascondevo nell’ombra del grande giardino e lo sfidavo a cercarmi: io sono qui

Poi mi mettevano a letto finita la cena lei mi spegneva la luce ed andava via

io rimanevo da solo ed avevo paura ma non chiedevo a nessuno: rimani un po’.

Non so più il sapore che ha quella speranza che sentivo nascere in me

Non so più se mi manca di più quella carezza della sera

o quella voglia di avventura voglia di andare via di là

Quelle giornate d’autunno sembravano eterne quando chiedevo a mia madre dov’eri tu

io non capivo cos’era quell’ombra negli occhi e cominciavo a pensare: mi manchi tu

Non so più il sapore che ha quella speranza che sentivo nascere in me

Non so più se mi manca di più quella carezza della sera”

o quella voglia di avventura voglia di andare via”

(Quella carezza della sera, New Trolls)

Per una femminilizzazione del mondo

Nelle ultime settimane sto sempre meno volentieri su fb, dove sempre più spesso leggo rabbia e livore, se non odio. Il tutto mi sta nauseando e annoiando. I Radiodervish escono con un nuovo cd, Human. In un’intervista di Chiara Calpini per XL che ho letto oggi pomeriggio affermano: “Quello che da tempo aspettiamo è una femminilizzazione del mondo, nel senso di far corrispondere le nostre risposte e i nostri comportamenti all’emisfero destro del cervello che sovraintende ai sentimenti, all’intuizione e alla creatività. Ma anche trovare un’armonia che superi il dualismo e lo scontro. Smettere con le recriminazioni e lavorare con gioia al cambiamento. La musica può fare tutto questo, raccontando storie positive ed emblematiche”.

radiodervish, facebook, armonia, cambiamento, gioia, livore, odio

Sarajevo si ergeva sui libri

Sto terminando di leggere il libro di Paolo Rumiz “Maschere per un massacro”. All’inizio del 7° capitolo riporta le parole di Miljenko Jergovic sull’incendio dell’edificio della Vijećnica che ospitava la Biblioteca Nazionale, bombardata il 25 agosto del 1992 (bruciarono 600.000 volumi):

“Sopra la testa senti un sibilo, passa qualche istante di tensione e poi laggiù, da qualche parte in città, si scaraventa il boato. Dalla tua finestra quel punto lo vedi sempre chiaramente. Un’alta e slanciata colonna di polvere che si trasforma in fumo e fuoco. Aspetti ancora un poco per capire di che tipo di abitazione si tratta. Se il fuoco è lento e pigro, è la casa di qualche poveraccio. Se prende la forma di una grossa sfera bluastra, allora è un loft elegante, rivestito di legno laccato. Se invece il fuoco divampa lungo e costante, allora brucia la casa piena di mobili in legno massiccio di qualche ricco proprietario della čaršija. Se le fiamme si impennano repentine, selvagge e dissolute come i capelli di Farrah Fawcett per poi svanire più repentine ancora lasciando al vento sfoglie di cenere plananti sopra la città, tu sai che poco prima è andata a fuoco una qualche biblioteca privata. E quando in tredici mesi di bombardamenti ne hai viste molte di queste torce giocose, pensi che un tempo Sarajevo si ergeva sui libri.”

Libreria-cerca-libri.jpgConclude il paragrafo Paolo Rumiz: “La storia di Sarajevo, sigillata nella biblioteca universitaria, raccontava proprio questo: dei grandi edifici pubblici costruiti all’inizio del Cinquecento da Gazi Husrefbeg, ricco filantropo figlio di uno slavo convertito, o degli ebrei sefarditi in fuga dalle pulizie etniche della cristianissima Spagna, che laggiù trovarono aperta ospitalità e spazio per floridi commerci. In quei volumi stava scritto che – assai più dei cattolici, costretti più volte alla fuga – proprio gli ortodossi vissero bene sotto l’Islam, ebbero in Costantinopoli la loro capitale religiosa esattamente come i turchi, e spesso si convertirono spontaneamente. Tutto questo doveva sparire, essere cancellato. Distrutto con un grande fuoco purificatore”.

E nel 1996 Giovanni Lindo Ferretti compone la canzone “Cupe vampe”:

“Di colpo si fa notte, s’incunea crudo il freddo, la città trema, livida trema

brucia la biblioteca i libri scritti e ricopiati a mano

che gli Ebrei Sefarditi portano a Sarajevo in fuga dalla Spagna

s’alzano i roghi al cielo, s’alzano i roghi in cupe vampe

brucia la biblioteca degli Slavi del sud, europei del Balcani

bruciano i libri, possibili percorsi, le mappe, le memorie, l’aiuto degli altri

s’alzano gli occhi al cielo, s’alzano i roghi in cupe vampe

s’alzano i roghi al cielo, s’alzano i roghi in cupe vampe

di colpo si fa notte, s’incunea crudo il freddo, la città trema, come creatura

cupe vampe livide stanze occhio cecchino etnico assassino

alto il sole: sete e sudore; piena la luna: nessuna fortuna

ci fotte la guerra che armi non ha, ci fotte la pace che ammazza qua e là

ci fottono i preti i pope i mullah, l’ONU, la NATO, la civiltà

bella la vita dentro un catino bersaglio mobile d’ogni cecchino

bella la vita a Sarajevo città questa è la favola della viltà”

Un deserto di silenzio

Le tentazioni di oggi sono ambientate nel deserto. Trovo in rete queste parole di Fabrizio Fabroni:

“Da sempre mi entusiasmano i viaggi in zone desertiche e remote della terra, angoli del pianeta che sembrano apparentemente dimenticati dal tempo. Immense distese di sabbia che possono addirittura trasmettere un senso di inquietudine e smarrimento… All’inzio mi chiedevo cosa esattamente mi coinvolgesse così tanto di questi luoghi e soprattutto cosa mi legasse ad essi così profondamente. Ho trovato dentro di me la risposta…; senza dubbio si tratta di una sorta di correlazione tra il silenzio del deserto e la necessità di un silenzio interiore; affinché tutti i rumori nascosti in me, dati dai pensieri continui, da quelli associativi e da quelli avversi, cessino anche solo per pochi istanti di invadere me stesso. Ed è allora, in quegli attimi silenziosi, che riesco a gustare una nuova vita, un nuovo mondo, quello reale, privo di immaginazioni e di inganni, privo di illusioni e inutili tormenti.”

Inevitabile, per me, pensare a Franco Battiato:

“Quanta pace trova l’anima dentro
scorre lento il tempo di altre leggi
di un’altra dimensione
e scendo dentro un Oceano di Silenzio
sempre in calma.”

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Il canto di Ofir

Prendo questo articolo di Davide Frattini dal Corriere. Suggerisco di leggere anche alcuni degli oltre 80 commenti presenti sul giornale: c’è chi si lamenta di Israele, c’è chi informa che Israele è anche e soprattutto altro, c’è chi si meraviglia che gli articoli su questioni ben più importanti non abbiano che pochi commenti… Buona lettura.

b-sisterhood-thevoice-012713.jpg.jpg“Ofir porta l’abito nero e giallo con la gonna che copre le ginocchia e le maniche che nascondono i gomiti. Osserva le regole della sua famiglia e del villaggio religioso dove vive, il moshav Nir Galim sulla costa verso sud. Non è bastato ai rabbini che dirigono la sua scuola: Ofir ha cantato da sola in pubblico – davanti a milioni di israeliani – perché ha voluto partecipare al concorso televisivo The Voice , versione locale dello show americano. È stata punita, sospesa per due settimane, i genitori hanno accettato il castigo, non l’hanno tenuta a casa. Ofir Ben-Shetreet è andata avanti, si è presentata ai giudici dello spettacolo che definiscono la sua voce «angelica» e tra loro ha scelto come mentore il «diavolo»: Aviv Geffen, il simbolo della Tel Aviv libertaria e trasgressiva. La rockstar l’ha sfidata a lasciarsi guidare da lui, lei ha intuito che può aiutarla a sviluppare il suo talento di diciassettenne.

Zvi Arnon, il rabbino del villaggio, giustifica la decisione della scuola (che sta ad Ashdod, metropoli portuale poco lontana), la sospensione è arrivata dopo le proteste dei genitori di altri allievi. «Per me Ofir resta – ha commentato in un’intervista al Canale 7 – una giovane con una forte moralità, molti nel villaggio la difendono. Ma nessun leader religioso può permettere che una donna canti davanti agli uomini». La regola del kol isha è tra le più contestate dai laici, viene applicata alle cerimonie di Stato o militari, dove spesso i soldati ortodossi lasciano la sala per non ascoltare le donne cantare. Un anno fa la Giornata della Gioventù aveva spaccato la cittadina di Kfar Sava, quando i movimenti religiosi avevano preteso che nessuna ragazza si esibisse.

«Io canto fin da quando sono bambina – racconta Ofir – e sento il bisogno di realizzare il mio talento. La Torah vuole che siamo felici e invita ad ascoltare la musica per esserlo. Credo sia possibile conciliare le regole con questi insegnamenti, per questo ho scelto di partecipare allo show». Rabbini moderati come Aaron Leibowitz sentono in lei «la voce di una generazione che sta cambiando. Non ha rinunciato alla religione, sta cercando la sua strada attraverso le definizioni classiche di giudaismo. Questi giovani – uso una metafora musicale – stanno attuando un remix». Lo psicanalista Carlo Strenger invita sul quotidiano Haaretz il presidente americano Barack Obama a seguire l’accoppiata Ofir-Aviv Geffen per scoprire «un’Israele normale»: «Le elezioni di fine gennaio sono state presentate come una guerra tra tribù, gli ultraortodossi contro i laici. Dobbiamo capire che siamo una società multiculturale di immigrati che deve imparare la tolleranza per sopravvivere».

C’è ancora una luce

1969. 31 gennaio, come oggi. Agli Apple Studios i Beatles registrano la versione definitiva di una delle loro canzoni più famose: Let it be. E’ un testo semplice, che invita alla speranza nei momenti bui e oscuri. Molti hanno vista nella Mother Mary dell’inizio un riferimento alla madre di Gesù; Paul McCartney afferma che è una lettura che non gli dispiace, ma in realtà si tratta della madre scomparsa nel 1956, apparsagli in sogno durante un periodo di difficoltà del gruppo.

Quando mi trovo in momenti difficili madre Maria viene da me

con parole di saggezza, Lascia che sia

E nella mia ora di oscurità lei sta proprio davanti a me

con parole di saggezza, Lascia che sia

Lascia che sia, lascia che sia, lascia che sia, lascia che sia

sussurra parole di saggezza, Lascia che sia

E quando la gente con il cuore spezzato che vive nel mondo andrà d’accordo

ci sarà una risposta, Lascia che sia

Perché anche se sono divise vedranno che c’è ancora una possibilità

ci sarà una risposta, Lascia che sia

Lascia che sia, lascia che sia, lascia che sia, lascia che sia

ci sarà una risposta, Lascia che sia

Lascia che sia, lascia che sia, lascia che sia, lascia che sia

sussurra parole di saggezza, Lascia che sia

E quando la notte è piena di nuvole c’è ancora una luce che splende su di me

splendi fino a domani, Lascia che sia

Mi sveglio al suono della musica madre Maria viene da me

Con parole di saggezza, Lascia che sia

Lascia che sia, …

Una voglia di esitere

Una breve canzone di Paola Turci: I colori cambiano. In una giornata grigia come questa e come quelle che ci attendono, ci vuole un po’ di colore. E’ una canzone sulla speranza, quella di cui si ha bisogno quando le cose non girano e si vede tutto nero e buio. Paola Turci canta di una voglia di esistere che cresce dentro ogni croce, dentro ogni dolore, dentro ogni cosa che ci fa star male: anche lì ci sono segni di vita e, magari nascosta, volontà di andare avanti. Ogni possibilità che ci viene data può essere colta: l’incontro con persone, animali, esperienze, ci dà qualcosa (anche dolore, perché no?) e ha bisogno di essere percorso, capito, meditato, sedimentato, ricordato (anche per poi cercare di dimenticarselo…)… perché la vita ci propone sempre qualcosa di nuovo… i colori cambiano continuamente… Quanta resurrezione c’è in questa canzone…

In ogni angolo di mondo, in ogni sud, anche quello più lontano

dentro ogni croce nasce e cresce una voglia di esistere.

Ogni incontro ha bisogno di ascolto di cammino e di memoria.

Qualcuno dice che il tempo non aiuta io dico invece che il tempo fa sperare.

I colori cambiano continuamente… I colori cambiano continuamente…

Un canto ladino

Ho scoperto su Il venerdì la cantante Yasmin Levy e ora la sto ascoltando e yasmin-levy-konser-müzikoza.jpgapprezzando. Racconta di sé: “Nata nel 1975 a Gerusalemme, città dove sono poi cresciuta, canto in ladino, spagnolo, ebreo antico e interpreto brani di mia composizione, ma anche alcuni temi della tradizione, con un mio particolare stile che si richiama a flamenco e fado. La musica sefardita e il ladino non sono nati per stare sul palcoscenico. Non sono canzoni per i concerti, ma pezzi che i giudei cantavano per l’anima in quanto quella musica, il ladino e la memoria erano le uniche cose che gli ebrei poterono portare con sé quando furono espulsi cinquecento anni fa dalla Spagna. Direi che solamente negli ultimi cinquant’anni abbiamo cantato queste canzoni anche per il pubblico e si tratta di canzoni che le donne cantavano mentre facevano i lavori di casa e che gli uomini intonavano nella sinagoga, cioè canti liturgici. Non sono canzoni difficili da interpretare, la musica sefardita si canta come una ninna nanna, con molto amore, è molto delicata, ma senza passione, è un canto di testa. Il nostro è un canto molto melodrammatico, ma la maggioranza delle persone del pubblico mi chiedono spesso del perché di tanta malinconia, perché di tanta tristezza. E’ vero in questo repertorio c’è molta tristezza e io paradossalmente mi esprimo al meglio quando c’è questo clima cupo.”