Si son presi il nostro cuore

Il prossimo è un post lungo che parla di un vecchio episodio della storia. Perché l’ho scritto? Perché a volte faccio fatica ad avvicinarmi alla dura storia recente, come quella della strage in un sobborgo di Damasco con l’uccisione di tanti bambini. E anche perché questo episodio me lo porto dentro dalle superiori, quando Fabrizio De André me l’ha fatto conoscere.

Un balzo all’indietro di quasi 150 anni, ma sempre il 29 novembre: 1864 in Oklahoma. E’ l’alba, fa freddo, c’è la neve. Il campo Cheyenne si trova in un’ansa a ferro di cavallo del Sand Creek a nord del letto di un altro torrente quasi secco. In totale vi sono quasi seicento indiani nell’ansa del torrente, due terzi dei quali donne e bambini. La maggior parte dei guerrieri si trova diversi chilometri a est a cacciare il bisonte per i bisogni dell’accampamento, come ha detto loro di fare il maggiore Anthony, comandante del distaccamento a cui sono affidati.

Gli indiani sono così fiduciosi di non aver assolutamente nulla da temere che non mettono sentinelle durante la notte, tranne alla mandria di cavalli che è chiusa in un recinto sotto il torrente. Ma dal torrente sta avanzando a un trotto svelto un grosso contingente di truppe: uomini, donne e bambini corrono fuori dalle tende seminudi; donne e bambini che strillano alla vista delle truppe; uomini che corrono nelle tende a prendere le armi…

sand creek.jpgIl capo Pentola Nera ha una grande bandiera americana appesa in cima a un lungo palo e sta davanti alla sua tenda, aggrappato al palo, con la bandiera svolazzante nella luce grigia dell’alba invernale. Grida alla sua gente di non avere paura, che i soldati non faranno loro del male; poi le truppe aprono il fuoco dai due lati del Campo. I soldati appena smontati da cavallo cominciano a sparare con le carabine e le pistole. In quel momento centinaia di donne e bambini Cheyenne si stanno radunando intorno alla bandiera di Pentola Nera.

Antilope Bianca, un vecchio di settantacinque anni, disarmato, il volto scuro segnato dal sole e dalle intemperie, cammina a grandi passi verso i soldati. Crede ancora che i soldati smettano di sparare appena vedono la bandiera americana e la bandiera bianca della resa che ha innalzato Pentola Nera.

Polpaccio Stregato Beckwourth, che cavalca a fianco del colonnello Chivington, vede avvicinarsi Antilope Bianca. “Venne correndo verso di noi per parlare al comandante,” testimoniò in seguito Beckwourth “tenendo in alto le mani e dicendo: “Fermi! fermi!”. Lo disse in un inglese chiaro come il mio. Egli si fermò e incrociò le braccia finché cadde fulminato”. I sopravvissuti fra i Cheyenne dissero che Antilope Bianca cantò il canto di morte prima di spirare: “Niente vive a lungo. Solo la terra e le montagne”.

Provenienti dal campo Arapaho, anche Mano Sinistra e la sua gente cercano di raggiungere la bandiera di Pentola Nera. Quando Mano Sinistra vede le truppe, si ferma con le braccia incrociate, dicendo che non combatterà gli uomini bianchi perché sono suoi amici. Cade fucilato.

Il colonnello Chivington comanda l’attacco contro una popolazione inerme che quasi niente fa per reagire. Gli episodi sconvolgenti – come venne testimoniato dagli stessi indiani e da molti altri bianchi che parteciparono al massacro – non si contano. Gli uomini vengono scalpati e orrendamente mutilati, i bambini usati per un macabro tiro al bersaglio, le donne oltraggiate, mutilate e scalpate. Per commettere delitti così atroci bisogna possedere una innata cattiveria o non essere padroni delle proprie azioni. In effetti molti dei partecipanti erano ubriachi. In nessun modo si riuscì legalmente a rendere giustizia ai pellerossa.

Robert Bent, che si trova a cavallo suo malgrado con il colonnello Chivington, dice che, quando giungono in vista al campo, vede “sventolare la bandiera americana e udire Pentola Nera che dice agli indiani di stare intorno alla bandiera e lì si accalcano disordinatamente: uomini, donne e bambini. Questo accade quando siamo a meno di 50 metri dagli indiani. Vedo anche sventolare una bandiera bianca. Queste bandiere sono in una posizione così in vista che devono averle viste. Quando le truppe sparano, gli indiani scappano, alcuni uomini corrono nelle loro tende, forse a prendere le armi… Penso che ci siano seicento indiani in tutto. Ritengo che ci siano trentacinque guerrieri e alcuni vecchi, circa sessanta in tutto… il resto degli uomini è lontano dal campo, a caccia… Dopo l’inizio della sparatoria i guerrieri mettono insieme le donne e i bambini e li circondano per proteggerli. Vedo cinque squaws nascoste dietro un cumulo di sabbia. Quando le truppe avanzano verso di loro, scappano fuori e mostrano le loro persone perché i soldati capiscano che sono squaws e chiedono pietà, ma i soldati le fucilano tutte. Vedo una squaw a terra con un gamba colpita da un proiettile; un soldato le si avvicina con la sciabola sguainata; quando la donna alza un braccio per proteggersi, egli la colpisce, spezzandoglielo; la squaw si rotola per terra e quando alza l’altro braccio, il soldato la colpisce nuovamente e le spezza anche quello. Poi la abbandona senza ucciderla. Sembra una carneficina indiscriminata di uomini, donne e bambini. Vi sono circa trenta o quaranta squaws che si sono messe al riparo in un anfratto; mandano fuori una bambina di sei anni con una bandiera bianca attaccata a un bastoncino; riesce a fare solo pochi passi e cade fulminata da una fucilata. Tutte le squaws rifugiatesi in quell’anfratto vengono poi uccise, come anche quattro o cinque indiani che si trovano fuori. Le squaws non oppongono resistenza. Tutti i morti che vedo sono scotennati. Scorgo una squaw sventrata con un feto, credo, accanto. Il capitano Soule mi conferma la cosa. Vedo il corpo di Antilope Bianca privo degli organi sessuali e sento un soldato dire che vuole farne una borsa per il tabacco. Vedo una bambina di circa cinque anni che si è nascosta nella sabbia; due soldati la scoprono, estraggono le pistole e le sparano e poi la tirano fuori dalla sabbia trascinandola per un braccio. Vedo un certo numero di neonati uccisi con le loro madri. ” (In un discorso pubblico fatto a Denver non molto tempo prima di questo massacro, il colonnello Chivington sostenne che bisognava uccidere e scotennare tutti gli indiani, anche i neonati. “Le uova di pidocchio fanno i pidocchi” dichiarò.)

La descrizione di Robert Bent delle atrocità dei soldati è confermata dal tenente James Connor: “Tornato sul campo di battaglia il giorno dopo non vedo un solo corpo di uomo, donna o bambino a cui non sia stato tolto lo scalpo, e in molti casi i cadaveri sono mutilati in modo orrendo: organi sessuali tagliati a uomini, donne e bambini; sento un uomo dire che ha tagliato gli organi sessuali di una donna e li ha appesi a un bastoncino; sento un altro dire che ha tagliato le dita di un indiano per impossessarsi degli anelli che aveva sulla mano; per quanto io ne sappia John M. Chivington è a conoscenza di tutte le atrocità che sono state commesse e non mi risulta che egli abbia fatto nulla per impedirle; ho saputo di un bambino di pochi mesi gettato nella cassetta del fieno di un carro e dopo un lungo tratto di strada abbandonato per terra a morire; ho anche sentito dire che molti uomini hanno tagliato gli organi genitali ad alcune donne e li hanno stesi sugli arcioni e li hanno messi sui cappelli mentre cavalcavano in fila.”

Quando cessa la sparatoria sono morti 105 donne e bambini indiani e 28 uomini.

Pentola Nera riesce miracolosamente a trovare scampo su un burrone, ma sua moglie è gravemente ferita. Mano Sinistra, sebbene colpito da una pallottola, riesce ugualmente a salvarsi. Quando scende la notte i sopravvissuti strisciano fuori dalle buche. Fa’ molto freddo e il sangue si è congelato sulle loro ferite, ma non osano accendere i fuochi. L’unico pensiero che hanno in mente è di fuggire a est verso lo Smoky Hill e cercare di raggiungere i loro guerrieri. “Fu una marcia terribile,” ricordò George Bent “la maggior parte di noi procedeva a piedi, senza cibo, con pochi indumenti, impacciata dalle donne e dai bambini.” Per 80 chilometri sopportano il gelo dei venti, la fame e i dolori delle ferite, ma alla fine raggiungono il campo di caccia. “Come arrivammo nel campo vi fu una scena terribile. Tutti piangevano, persino i guerrieri, le donne e i bambini strillavano e gemevano . Quasi tutti i presenti avevano perso qualche parente o amico e molti di loro sconvolti dal dolore si sfregiavano coi coltelli finché il sangue usciva a fiotti.”

C’è il rischio della vendetta. Come reagisce, poco tempo dopo, Pentola Nera?

“Noi chiediamo di essere in pace con i Bianchi, vogliamo stringere la vostra mano. Stiamo viaggiando attraverso una nuvola. Il cielo è scuro da quando è cominciata la guerra. Questi uomini coraggiosi che sono qui con me sono pronti a fare ciò che dico. Noi vogliamo portare buone notizie al nostro popolo perché tutti possano dormire in pace. Vi chiedo di dire ai capi dei soldati che sono qui, che noi siamo per la pace e che non commetteremo l’errore di considerarli nemici”

(notizie prese da http://freeforumzone.leonardo.it/lofi/Il-grande-popolo-dei-Nativi-Americani/D9540662.html e da http://www.farwest.it/?p=1685).

Degna della mia voce interiore

«Ah, Marija Veniaminovna, noi la porteremmo in trionfo se solo… se solo Lei non credesse in Dio!». Ieri sera stavo sfogliando “Io donna” e mi sono imbattuto in un articolo su Marija Veniaminovna Judina, probabilmente la più grande pianista del ‘900. Le parole con cui ho iniziato il post sono di Pavel Fedorovic, uno degli esponenti del Partito Comunista russo. A lui risponde la Judina: «Non si darà mai il caso che mi portiate in trionfo, Pavel Fëdorovic. Non rinnegherò la fede e Dio. Sarete voi, invece, a venire tutti dalla nostra».

Da adolescente scrive: «Conosco solo una strada che porta a Dio, l’arte. Non voglio affermare che la mia strada sia universale, so che ne esistono altre. Ma sento che questa è per me. Questa è la mia vocazione. Io ci credo e credo anche nella forza che mi è data nel percorrerla. Io sono un anello di congiunzione nella catena dell’arte»

Scrive nel suo diario: «Una sera in cui il pubblico si ostinava a non volersi alzare al termine di un mio concerto nella sala Glinka dopo aver suonato già vari bis esco per l’ennesima volta e li vedo tutti lì seduti. “Ma siete ancora qui?”; e tutti di nuovo ad applaudire. “In questo caso vi reciterò delle poesie”. E recito Zabolockij, e poi Pasternak e si leva un uragano di applausi. Ma a causa dell’ottusità di qualcuno si vendicarono di me e i miei concerti a Leningrado si interruppero»

Nel 1933 la Judina viene assunta dal Conservatorio di Mosca e nel 1943 parte per il fronte, ma con come infermiera o interprete, come in un primo tempo avrebbe voluto, bensì per tenere concerti benefici alla radio o nelle sale della Leningrado stretta dalla morsa dei tedeschi. «È a questi anni che risale il leggendario episodio narrato dall’amico Sostancovic. Stalin ascolta alla radio il secondo movimento del concerto numero 23 K 488 di Mozart eseguito dalla Judina e ne rimane così colpito da chiedere immediatamente il disco, che però non esisteva trattandosi di un concerto eseguito in diretta. Convoca allora d’urgenza la pianista e l’orchestra in una sala di registrazione e ottenuto il disco invia in ringraziamento alla Judina ventimila rubli, una cifra da capogiro per l’epoca. E la pianista risponde: “La ringrazio per il Suo aiuto, Iosif Vissarionovic. Pregherò giorno e notte per Lei e chiederò al Signore che perdoni i Suoi gravi peccati contro il popolo e la nazione. Dio è misericordioso. La perdonerà. I soldi li devolverò per i restauri della chiesa in cui vado”. Si dice che quel disco venne trovato sul grammofono la notte che trovarono Stalin morto nella sua dacia. Ma pochi sanno che la Judina aveva sempre suonato quel secondo movimento interpretandolo come un requiem per le vittime del gulag».

«Sì, voglio mostrare alla gente che si può vivere senza odiare, pur essendo liberi e indipendenti. Sì, voglio cercare di essere degna della mia voce interiore».

Una storia tutta da scoprire:

http://www.tempi.it/onda-speciale-su-marija-judina-la-pianista-che-ha-commosso-stalin#.UJ932oawXw8

http://www.ilsussidiario.net/News/Storia-della-Settimana/2009/3/30/MARIJA-JUDINA-La-pianista-che-commosse-Stalin/15235/

http://www.ilsussidiario.net/News/Musica-e-concerti/2010/8/17/MARIJA-JUDINA-La-pianista-dimenticata/106653/

http://www.meetingrimini.org/default.asp?id=673&item=4991

http://www.ilsussidiario.net/News/Musica-e-concerti/2010/8/23/MARIJA-JUDINA-Piero-Rattalino-la-pianista-immortale-all-ombra-del-regime/107574/

La fiasca d’oro a dorso

Come vedete sto aggiornando poco il blog per impegni a scuola. Lascio qui al volo una canzone sull’alcolismo di Kendrick Lamar, presa dal suo concept disc GOOD KID, M.A.A.D. CITY. L’acronimo sta per My Angry Adolescent Divided. Difficile stare lontano dall’alcol quando tutti (famigliari e amici) attorno bevono, difficile ascoltare la voce della coscienza, difficile assecondare i rimorsi. Una battaglia, con tanto di colpi.

[Bridge]

Verso, beveva, mal di testa, beveva

Seduto, beveva, in piedi, beveva

Svenuto, beveva, sveglio, beveva

Sbiadito, beveva, sbiadito, beveva

[Verso 1]

Ora sono cresciuto

Attorno ad alcune persone che vivono le loro vite nelle bottiglie

Mio nonno aveva la fiasca d’oro a dorso ogni giorno a Chicago

Ad alcune persone piace il modo in cui ci si sente

Altre persone vogliono uccidere i loro dolori

Altre persone vogliono adattarsi al “popolare”

Questo era il mio problema

Ero in una camera buia

Tombe alte, cercando di fare una promessa al più presto

Questo mi ha fottuto, riempimi il bicchiere

Vedo la massa muoversi

Cambia di minuto in minuto e la canzone è in repeat

Bevo un sorso, poi un altro sorso, poi qualcuno mi ha detto:

[Rit.]

Negro perché prendi solo 2 o 3 bicchieri?

Ti mostro come girare la situazione

Prima ti mostro una piscina piena di liquore, poi ti tuffi dentro

Piscina piena di liquore, poi ti tuffi dentro

Sventolo qualche bottiglia, e vedo tutto il gruppo

Tutte le ragazze vogliono giocare a Baywatch

Ho una piscina piena di liquore e loro si tuffano dentro

Una piscina piena di liquore e mi tuffo dentro

[Bridge]

[Verso 2]

[si sente la voce della coscienza]

Ok, ora apri la tua mente e ascolta me, Kendrick

Io sono la tua coscienza, se tu non mi ascolti

Dopo sarai storia, Kendrick

So che sei nauseato in questo momento

E spero di condurti alla vittoria, Kendrick

Se tu ne prendi un altro

Io annegherò in qualche veleno abusando del mio limite

Penso che sto sentendo l’atmosfera

Vedo l’amore nei suoi occhi, vedo le sensazioni

La libertà è concessa tanto presto quanto il danno imminente della vodka

Questo è come vieni capitalizzato

Questo è un consiglio dei genitori

Ma a quanto pare, sono più influenzato da quello che fanno

Pensavo che stessi facendo il meglio possibile quando qualcuno mi ha detto:

[Rit.]

[Bridge]

[Bridge 2]

Io guido, tu guidi, bang

Una semi automatica, un milione di colpi

Salto fuori, fallo anche tu, bang

Due semi automatiche, due milioni di colpi, bang

Io guido, tu guidi, bang

Una semi automatica, un milione di colpi

Salto fuori, fallo anche tu, bang

Due semi automatiche, due milioni di colpi, bang

Aspettando che la Grande Zucca sorga

Come ho scritto l’altro giorno, il modo in cui ho conosciuto Helloween è stato questo: il mio gruppo metal preferito, con cui ho accompagnato la mia adolescenza. E questa è la loro canzone dal titolo Halloween… Così, per chi stasera festeggia: “Ma sta attento, fai attenzione, ascolta, sii cauto, sì, è Halloween, sì, è Halloween… stanotte”…

Mascherata, mascherata, afferra la tua maschera e non fare tardi

Esci, esci ben travestito, caldo e febbre nell’aria stanotte

Incontrati con gli altri al negozio, bussa alla porta di altra gente

Dolcetto o scherzetto, devono scegliere

Piccoli fantasmi stanno facendo un sacco di rumore

Ma sta attento, fai attenzione, ascolta, sii cauto

Nelle strade ad Halloween sta succedendo qualcosa

Non c’è modo di sfuggire alla potenza sconosciuta

Nelle strade ad Halloween gli spiriti risorgeranno

Fa la tua scelta, è l’inferno o il paradiso

Ah, è Halloween, Ah, è Halloween, stanotte!

Qualcuno è seduto in un campo che non ha mai dato raccolti

Seduto là con gli occhi scintillanti aspettando che la Grande Zucca sorga

Che sfortuna se ricevi un sasso come al buon vecchio Charlie Brown

Pensi che Linus possa aver ragione i ragazzi dicono che è solo una stupida bugia

Ma sta attento, fai attenzione, ascolta, sii cauto

Ascolta – Ti stiamo chiamando…

E c’è magia nell’aria, magia nell’aria, ad Halloween

Nera è la notte, piena di paura, ti mancherà il giorno

Ciò che sarà qui molto presto cambierà la tua vita

Un colpo alla tua porta. È vero o è un sogno?

Con le gambe tremanti apri la porta

E tu gridi… ad Halloween

Oscurità, dove sono adesso? C’è qualcuno là fuori?

Cosa è successo? Sono in paradiso o all’inferno?

Riesco a vedere una luce che arriva, si avvicina, sta brillando,

brillando intensamente, sta brillando su di me1345329984mzd.jpg

Io sono il prescelto, il destino è nelle mie mani

Ora fa la tua scelta, pentito o schiavizzato

Ti mostrerò passione e gloria, lui è un serpente

Ti darò potere e abbondanza, lui è il corruttore dell’uomo

Salvami dal maligno, dammi la forza per continuare

Combatterò per la liberazione e la tranquillità di tutta l’umanità

Ma sta attento, fai attenzione, ascolta, sii cauto

Sì, è Halloween, sì, è Halloween… stanotte

Tra cielo e fango

A breve, nelle prime, parleremo di solitudine. Anticipo un po’ l’argomento con questa canzone di Jovanotti, di qualche anno fa, nell’album Safari. L’invito che fa il cantante è quello a tenere aperti gli occhi, le orecchie, i sensi a tutti gli stimoli che possono arrivare dall’esterno, anche quando questo può far paura e rischia di spingerci a chiuderci in noi stessi (in mezzo a colpevoli, vittime e superstiti, le città si fanno incomprensibili e pericolose e il dialogo fra persone è frammentario). Ci si sente accusati, con le armi puntate addosso, si percepisce la solitudine, e se si commette un errore non c’è modo di rimediare: una sola possibilità. Ecco, allora, l’invito di Jovanotti: guardarsi attorno e cogliere il profumo dei fiori, l’odore della città, il suono dei motorini, il sapore della pizza, le lacrime di una mamma, le idee di uno studente, gli incroci possibili in una piazza… Così si possono vivere le emozioni, positive e negative (rido e piango), sognare il cielo e apprezzare la terra (mi fondo con il cielo e con il fango), avere il coraggio di innamorarsi, svegliarsi, alzarsi, non lamentarsi più e incamminarsi verso il domani: il battito di un cuore dentro al petto, la passione che fa crescere un progetto, l’appetito, la sete, l’evoluzione in atto, l’energia che si scatena in un contatto. Appunto, l’unico pericolo è l’apatia, non riuscire più a sentire niente: lì sì la solitudine è reale, ed è angoscia (un cartello di sei metri dice tutto è intorno a te ma ti guardi intorno e invece non c’è niente). Le antenne alzate verso il cielo, invece, ti fanno percepire gli altri: io lo so che non sono solo anche quando sono solo.

Io lo so che non sono solo anche quando sono solo…

sotto un cielo di stelle e di satelliti tra i colpevoli le vittime e i superstiti

un cane abbaia alla luna, un uomo guarda la sua mano

sembra quella di suo padre quando da bambino

lo prendeva come niente e lo sollevava su era bello il panorama visto dall’alto

si gettava sulle cose prima del pensiero

la sua mano era piccina ma afferrava il mondo intero

ora la città è un film straniero senza sottotitoli

le scale da salire sono scivoli, scivoli, scivoli il ghiaccio sulle cose

la tele dice che le strade son pericolose ma l’unico pericolo che sento veramente

è quello di non riuscire più a sentire niente

il profumo dei fiori l’odore della città il suono dei motorini il sapore della pizza

le lacrime di una mamma le idee di uno studente gli incroci possibili in una piazza

di stare con le antenne alzate verso il cielo

io lo so che non sono solo…

e rido e piango e mi fondo con il cielo e con il fango…

la città è un film straniero senza sottotitoli una pentola che cuoce pezzi di dialoghi

come stai quanto costa che ore sono che succede che si dice chi ci crede

e allora ci si vede

ci si sente soli dalla parte del bersaglio e diventi un appestato quando fai uno sbaglio

un cartello di sei metri dice tutto è intorno a te ma ti guardi intorno e invece non c’è niente

un mondo vecchio che sta insieme solo grazie a quelli che hanno ancora il coraggio di innamorarsi

e una musica che pompa sangue nelle vene e che fa venire voglia di svegliarsi e di alzarsi

smettere di lamentarsi

che l’unico pericolo che senti veramente è quello di non riuscire più a sentire niente

di non riuscire più a sentire niente

il battito di un cuore dentro al petto la passione che fa crescere un progetto

l’appetito la sete l’evoluzione in atto l’energia che si scatena in un contatto…

In cerca di un’esistenza

In questo articolo Andrea Pedrinelli presenta su Avvenire il nuovo album di Franco Battiato.

“Se qualcuno ieri avesse incontrato Franco Battiato alla presentazione di Apriti Sesamo, il 596x373_420111_franco-battiato-apriti-sesamo.jpgsuo primo album di inediti dal 2007, avrebbe avuto qualche problema nel comprendere quanto profondo sia il disco (scritto con la consueta collaborazione di Manlio Sgalambro). Giacché il cantautore, anziché spiegarlo, ha preferito divagare fra esperienze personali, come lasciando all’ascoltatore l’intera responsabilità di un ascolto adulto. Ma a ben vedere, questa faccenda è in linea col senso di Apriti Sesamo: dieci mondi musicali già noti per Battiato (e però qui sempre strettamente connessi ai contenuti), e soprattutto dieci testi che pesano, di fortissima carica etico-spirituale. Tra sguardi agli slanci perduti di ieri, compartecipazione al comune degrado, chiari richiami morali ed espliciti rimandi a un Oltre che non è mai fuga o allegoria: bensì sempre conseguenza di rigore etico e dell’ineludibilità del lato metafisico dell’uomo. Questo, emerge dall’ascolto di un cd che non rinuncia a suoni moderni ma vi osa riflessioni filosofiche: ben conscio dell’urgenza di un vero rinnovamento morale. «Posso dire che credo nell’uomo», ha esordito: «E sono estremamente ottimista sulla possibilità di un uomo nuovo che sappia cogliere della morte il valore di passaggio, cui è necessario arrivare preparati, e dell’amore il valore di risposta a ogni egoismo, il nostro in primis». Ovviamente, quando Battiato parla di Oltre, si rifà a proprie credenze: ma con rispetto dichiarato. «Mi sento mezzo di comunicazione tra chi crede in Qualcosa e chi non crede, con gran rispetto per chi il credere lo declina diversamente da me. Ho pure scritto una canzone (la prima del cd, nda) partendo dall’attrazione per il suono delle campane e unendovi le mie meditazioni con le certezze di esperienze come quella di santa Teresa d’Avila».

Il disco parte segnalando «tempi di forti tentazioni» cui si ribatte ricordando che «vivere è un dono che ci ha dato il Cielo» (Quand’ero giovane); poi Passacaglia (ispirata al sacerdote e compositore secentesco Stefano Landi e primo singolo dell’album) esplicita la necessità di una spiritualità forte, e La polvere del branco dice di una società odierna in cui «libertà» è termine frainteso. E qui invero Battiato spiega: «Il libero arbitrio è una nostra grande opportunità, ma non è capriccio. Dev’essere teso a ritrovare coscienza. Vedo cose inaccettabili, troppi guitti: e non mi fa rabbia, mi porta a compassione per l’uomo. Perciò, ho scritto incitando a nuovi modelli di vita e ad assumersi ognuno le sue responsabilità». Tanto che nel finale, dopo la splendida Il serpente, denuncia del denaro come tentazione dell’oggi che però si chiude con la certezza che «da qualche parte un uomo nuovo sta nascendo», Apriti Sesamo vede Battiato… lanciare la palla a noi. Sorge il sole della vita quotidiana, Sherazade interrompe il racconto, come finirà la fiaba? Alì Babà nella caverna dei ladroni cederà alle voglie più meschine o farà vincere i valori cantati da Battiato nel brano intitolato senza paura Testamento, con al centro l’uomo? Battiato non lo canta, e nell’incontro di ieri non l’ha detto. Perché in fondo il viaggio del nuovo Battiato – non per caso infarcito di richiami dichiarati alla cultura dell’umanità, dall’Arabia a Dante a Gluck – è esplicito. Ora tocca a noi ascoltarlo e scegliere: di vivere ricordando o meno le sue parole su cosa siamo e cosa invece, volendo, potremmo essere.”

Un popolo moderno

Sono un follower di Lorenzo Jovanotti su twitter. Oggi pomeriggio ho pescato un suo tt su un articolo scritto da lui e pubblicato su La Stampa, in cui parla del mito e del popolo americano e del senso della modernità. Eccolo.

404231_10151195146504322_346140027_n.jpg“Sto girando l’America in lungo e in largo. Sto seguendo un consiglio che mi ha dato Tiziano Terzani l’ultima volta che ci siamo visti, a casa sua, a Firenze. «Se avessi ancora le forze – mi disse – oggi farei un viaggio nel cuore dell’America, per capire cosa rende quel Paese quello che è, perchè tutto il mondo lo ha adottato come modello di mercato, di politica, di libertà, di cultura. È lì che andrei, Lorenzo», mi disse. Eccomi. Qui la mia musica è piccola e la mia faccia sconosciuta e questo mi permette di confondermi tra la folla, di andare a sentire un concerto nel locale dove – la sera dopo – suonerò io, di attaccare discorso in modo anonimo. Allo stesso tempo sto sperimentando la loro immensa macchina da entertainment, che gira a pieno ritmo nonostante anche qui ci sia la crisi del cinema, della televisione, della discografia. La crisi c’è e la risposta è darsi da fare di più, detto in poche parole. È una grande esperienza. Ogni giorno imparo qualcosa. Sto cercando di capire che cosa, di quello che vedo e respiro, potrebbe servire dalle nostre parti, se esiste qualcosa che potrebbe tornarci utile. Esiste.

La prima cosa: il mito. L’America è il Paese delle contraddizioni, e questa è una bella frase fatta (quale Paese non lo è?). È che qui fanno qualcosa di speciale che li rende quello che sono. O forse la fanno perché sono quello che sono: non perdono occasione per celebrare il proprio stesso mito, in continuazione, all’esasperazione. Intendetemi, non si può liquidare questo parlando di nazionalismo estremo, sarebbe un errore. Si tratta di senso dell’impresa bello e buono, si tratta di continuare a spingere la frontiera in avanti. Tutto quello che nutre la loro stessa contraddizione nutre anche una mitologia. La loro epica è adesso. Gli Stati Uniti sono un Paese in cui si crede che l’epica sia in atto ora, non che sia un racconto di gesta passate, l’epica è oggi, è quella in atto, e scusate se è poco. Tutti partecipano a scrivere questo grosso poema collettivo, dall’homeless al grande tycoon, dal dissidente a quello che espone la bandiera a sostegno dei militari. Il proprio verso del poema se lo scrivono sulla maglietta, anche in senso letterale. Se lo tatuano sulla pelle.

La musica è il mio campo e tendo a trasformarlo in metafora per mille altre cose. Ebbene, questo Paese, il Paese che ha inventato lo star system , il pop di plastica, in realtà si fonda su una visione completamente FOLK della musica e dell’entertainment. L’hip-hop, per fare un esempio, arriva sulle nostre tavole come un prodotto di fabbricazione industriale, quasi fosse una bibita gasata. In realtà qui l’hip-hop è musica folk. E lo stesso vale per il rock, per il jazz, per i dischi di Lady Gaga e dei Green Day. È una musica che rappresenta un’identità di popolo, di una parte di popolo che partecipa a comporre il mosaico. E il mosaico è fondamentale, è ciò che vediamo noi da fuori, perché è quello che si vede quando ci si allontana un po’.

L’altra settimana ho suonato in un festival rock. C’erano centomila persone, ad Austin, tre giorni di musica dalla mattina alla notte. Nel cast c’erano tutti, dalla dance elettronica sperimentale a Neil Young. Ho suonato di venerdì, primo e unico italiano di sempre a salire su quel palco, e mi hanno accolto con la curiosità con cui si guarda passare un camion del circo che trasporta la gabbia della giraffa. Io mi ci sento benissimo a fare la giraffa, non chiedo di meglio, non è questo il punto. Il punto è che sono entrato nel cuore di quel festival, per tre giorni mi sono infangato e ho sentito tutta la loro musica, mi sono guardato intorno come se fossi sbarcato su un pianeta sconosciuto e quello che ho trovato non me l’aspettavo: ho trovato un popolo, nel senso più classico del termine, non in senso etnico, perché la questione etnica la vediamo noi, che guardiamo il mosaico da lontano. Loro SONO il mosaico e ogni tessera percepisce se stessa per quello che è e fa la sua parte. Scrive un pezzo del poema. A questo festival c’erano i tipi con la cresta ossigenata e le signore con la sedia di stoffa portata da casa, insieme nello stesso spazio, e non si davano alcun fastidio, al contrario, scrivevano insieme il poema epico della loro «gens». Esistono una serie di regole fondamentali, riassunte nella loro costituzione, rigide e accettate da tutti. Il resto è folklore, nel senso più avanzato del termine.

Lo ripeto, l’America è forte perché è folk, anche quando suona elettronica o distorta l’america è folk, l’Uomo Ragno è folk, McDonald’s è folk. Quello che per noi è massificazione per loro è esattamente il contrario, e qui c’è da imparare qualcosa di importantissimo, che ci può servire. Ci può servire per guardare oltre, oltre ciò che rischiamo di diventare se non entriamo finalmente nella modernità, la zona in cui non si esiste in misura dell’essere contro qualcosa, ma in misura dell’essere in qualcosa. Il mio viaggio in questo pezzo di mondo è appena cominciato. Anche se qui sono venuto un sacco di volte, è solo lavorandoci che si aprono certe porte, perché è sempre il mercato sulla piazza del paese il luogo dove si percepisce lo spirito che anima i cittadini del luogo. Il commercio e l’amore sono le ragioni per cui la gente si muove, i due grandi motori della conoscenza, sia che si tratti di commercio di frutta e verdura sia che si tratti di canzoni ed emozioni. Tutto quello che non è amore è pubblicità, diceva qualcuno, e aveva ragione. L’America, l’amore e la pubblicità sembrano incontrarsi in un punto che è nevralgico. È il punto in cui si scatenano i venti del nuovo mondo, la frontiera su cui si gioca ancora la scoperta di cosa siamo e di cosa possiamo e vogliamo essere.”

Sulle montagne russe con loro…

Un testamento spirituale, un saluto ai fans: così è stato spesso definito il videoclip di “These are the days of our lives”, l’ultimo girato dai Queen in compagnia di un Freddie Mercury già visibilmente indebolito dall’Aids, che lo porterà alla morte da lì a sei mesi. Freddie canta di un tempo passato, quello della spensieratezza, della gioventù e della pazzia, del sole e del divertimento, con poche cose negative di cui preoccuparsi: quei giorni sono finiti, ma il ricordo vi ritorna con piacere e vorrebbe “mettere indietro le lancette dell’orologio… fermare la marea del tempo” per fare, magari, anche un semplice giro sulle montagne russe. I giorni della vita stanno finendo, ma “alcune cose restano”: le relazioni significative, i rapporti costruiti, l’amore. Quando ascolto questa canzone mi sembra di mandare indietro quelle lancette, fermare la marea, salire su un vagoncino delle montagne russe in compagnia di tutti gli amori che ho incontrato e che non sono più davanti agli occhi ma dentro il cuore.

A volte mi sento come se

fossi tornato ai vecchi tempi, molto tempo fa,

quando eravamo ragazzi, quando eravamo giovani:

tutto sembrava così perfetto, sai?

Quei giorni erano senza fine, eravamo pazzi, eravamo giovani,

il sole splendeva sempre, vivevamo solo per divertirci

A volte sembra che dopo, come dire,

il resto della mia vita sia stato solo uno spettacolo.

Quelli erano i giorni della nostra vita,

le cose negative della vita erano poche

Quei giorni sono tutti finiti ora, ma una cosa è certa:

quando ci penso e ti rivedo ti amo ancora

Non si possono mettere indietro le lancette dell’orologio,

non si può fermare la marea del tempo

Non è un peccato?

Mi piacerebbe tornare indietro almeno una volta

per fare una corsa sulle montagne russe

Quando la vita era solo un gioco

è inutile sedersi e pensare a ciò che si è fatto

quando puoi distenderti e vederlo attraverso i tuoi bambini

A volte sembra che dopo, come dire,

sia meglio sedersi e lasciarsi portare dalla corrente

Perché questi sono i giorni della nostra vita

Scivolati velocemente via col tempo

Questi giorni sono tutti finiti adesso, ma alcune cose restano

Quando ci penso e trovo che niente è cambiato

Quelli erano i giorni della nostra vita, yeah

Le cose negative della vita erano poche

Quei giorni sono tutti finiti ora, ma una cosa è ancora certa

Quando ci penso e ti rivedo, ti amo ancora

Ti amo ancora

Amare e lasciarti amare

Il pezzo è sicuramente più vecchio del film Moulin Rouge che l’ha riportato in auge. L’originale è di Nat King Cole, nel film canta David Bowie. Si intitola “Nature boy”.

C’era un ragazzo, un ragazzo molto strano, un sognatore

dicono che andò molto lontano, molto lontano, per terra e per mare

un po’ timido con gli occhi tristi, ma era molto saggio

e poi un giorno, un giorno magico, egli incontrò la mia strada

e mentre parlavamo di tante cose, di pazzi e di re, mi disse questo:

“La cosa più grande che tu possa imparare è amare e lasciarti amare”

Orfano dell’illusione della sua disillusione

Niccolò Fabi, dolore

Ricordo ancora il giorno, due anni fa, in cui ho saputo tramite fb della morte della bimba di Niccolò Fabi. Da quel giorno ho ascoltato con più attenzione il lavoro di questo artista che apprezzavo già prima, ma a cui non avevo dedicato molto tempo. La prossima settimana esce il nuovo cd e oggi ho trovato questo articolo su Avvenire.

“Non crede più ai grandi sogni, ma alle piccole cose utili e realizzabili il Niccolò Fabi di Ecco, settimo capitolo di una carriera iniziata cantando dei propri capelli e poi trasformata dall’esperienza nel seme da cui far germogliare la pianta della condivisione e della solidarietà. Uno strumento d’indagine interiore affinato canzone dopo canzone, album dopo album, viaggio dopo viaggio in Africa, alla ricerca di valori e cose vere su cui poggiare l’esistenza senza farsi condizionare più di tanto da un progresso spesso rivolto più a «consumare cose che non ci servono e nemmeno ci piacciono» che a costruire speranze. Per lui, oggi, scrivere canzoni significa innanzitutto «partire da un pezzo di me per arrivare a qualcosa che in un modo o nell’altro possa assomigliare ad un brandello di pensiero collettivo». E in questo viaggio verso gli altri il cantautore romano, 44 anni, preferisce farsi accompagnare dalla famiglia e dalle buone letture come Le cose che non ti ho detto di Azar Nafisi o quel Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer che nel suo sorprendente finale riavvolge la pellicola del salto nel vuoto di una vittima dell’attacco alle Torri Gemelle riportandola in ufficio e poi a casa tra i tepori delle mura domestiche. Un “rewind” che lui applica alla freccia nel suo viaggio a ritroso dal ramo dell’albero all’arco impugnato sulla foto di copertina, ma in cuor suo pure alla sventura di Olivia, la figlia persa due anni fa per una malattia fulminante (cui ha dedicato la Fondazione Parole di Lulù Onlus che aiuta l’infanzia), e ai vagiti del piccolo Kim che il mese scorso è tornato a riconciliarlo in qualche modo con la vita. «Faccio un lavoro che aiuta a metabolizzare il dolore trasformandolo in qualcos’altro» spiega lui, intenzionato a presentare Ecco (sul mercato da martedì prossimo) con un giro di concerti nelle Fnac assieme a Pier Cortese e Roberto Angelini nell’attesa di varare a gennaio un nuovo tour teatrale. «Gli artisti, infatti, si cibano di gioie e dolori e non scorderò mai che la mia prima canzone l’ho scritta sulla scia di una delusione sentimentale». Verosimile è un dito puntato contro la tv del dolore, Indipendente è contro l’effimero “bisogno” di libertà che pervade la vita d’oggi. «Tutti vogliono sentirsi indipendenti, dai genitori, dalla famiglia, dal capoufficio… ma io mi domando se davvero si può essere indipendenti da tutti e da tutto se essere dipendenti da qualcuno non vuol dire amarlo ed essere amati». Tutto con sensibilità musicali che spaziano da Bon Iver a Beirut o Mogwai, le sue frequentazioni più assidue del momento. Una buona idea è un affondo sulle «ideologie perdute, le religioni evaporate, le nostre vite senza direzione e senza meta» in cui Fabi si dichiara «orfano dell’illusione della sua disillusione / di uno slancio che ci porti verso l’alto / di una cometa da seguire / di un maestro da ascoltare». Di una vita in cui è sempre più faticoso riconoscersi se non hai valori che ti possano venire in soccorso perché «quando abbracci un albero di duecento anni, le tue problematiche si ridimensionano».”

Sono belle le cose

Sono belle le cose, belli i contorni degli occhi

e i contorni del rosso

gli accenti sulle a, lacrime di pagliacci

le ciglia delle dive, le bolle di sapone,

il cerchio del mondo è bello

l’ossigeno delle stelle e la poesia dei ritorni,

di emigranti e isole,

cercando l’invisibile: l’appartenenza

E’ bello il fuoco

e il sonno

e il buio petulante gola dei fantasmi

e il brodo primordiale padre nostro

che cola in questi nomi.

(Sono belle le cose, Gianmaria Testa)

A cavallo di un fulmine

Electric chair, old sparky, gruesome gertie, yellow mama, death chair, old smokey: sono modi di dire la condanna a morte su sedia elettrica negli Stati Uniti. C’è un gruppo musicale famoso in tutto il mondo, i Metallica, che hanno usato l’immagine di cavalcare un fulmine. Il brano è “Ride the lightning”. Si parte da un condannato che, in base alle accuse, è colpevole ed è già legato alla sedia elettrica: nell’aria aleggia la morte e non si capacita che la cosa stia succedendo a lui. Se la prende col boia o con lo stato, chiedendogli chi lo abbia reso Dio per permettergli di togliere una vita. La morte si sta avvicinando e le sensazioni sono forti e fugaci, come i pensieri, in questo percorso che segna l’inizio della fine. Il sudore è freddo, gelato, le mani fanno chiudere le dita, la morte di dipana e il condannato si trova da solo insieme alla propria coscienza. Il tempo, inesorabile, scorre in modo molto lento e il condannato naviga tra il rifiuto di morire e il desiderio che tutto si compia per essere liberato dallo spaventoso incubo. Un lampo davanti agli occhi, le fiamme nel cervello. Ride the lightning.

Colpevole secondo le accuse, ma dannazione, non è giusto

C’è qualcun altro che mi controlla

La morte nell’aria, legato alla sedia elettrica

Non è possibile che stia succedendo a me

Chi ti ha reso Dio per farti dire “Ti toglierò la vita!”?

Un lampo da vanti agli occhi è ora di morire

Bruciando nel cervello posso sentire le fiamme

Aspetto il segnale per girare l’interruttore mortale

E’ l’inizio della fine, sudore, freddo e gelato

Mentre osservo la morte spiegarsi

La coscienza la mia sola amicaTXHUNechair08.jpg

Le mie dita si stringono per la paura

Che cosa ci faccio qui?

Qualcuno mi aiuti, Oh per piacere Dio aiutami

Stanno cercando di portarsi via tutto

Non voglio morire

Il tempo scorre lento, i minuti sembrano ore

Vedo l’ultima chiamata di scena

Quanto è vero tutto ciò? Finiamola

Se è vero, facciamola finita

Svegliato dall’orrido urlo, liberato dal sogno spaventoso

Alla ricerca dell’onda perfetta

Ci sono delle volte in cui la vita si incasina e fai fatica a trovare un filo rosso che leghi fra loro i vari eventi che ti capitano. Poi, all’improvviso, in un attimo di istantanea chiarezza, riesci a leggere tutto e ti ritrovi; magari devi leccarti alcune ferite, magari ti culli in alcuni rimpianti, o magari ti volti indietro a guardare con orgoglio quel che eri e quel che sei diventato. E ci sono delle volte che ti sembra di essere in attesa di qualcosa che deve accadere e non capisci se sei tu che non ce la fai a vederlo o se non sei riuscito a creare i presupposti per il suo verificarsi. La canzone Onda perfetta de The sun ne parla e porta, nel ritornello, alla constatazione che la vita (il viaggio) è l’onda perfetta dove i tasselli si mettono a posto, anche i più impensabili e che ogni giorno è una pagina da scrivere, un cammino da percorrere. E’ una strada costellata di dubbi, di colpi, ma che vale la pena affrontare per far sì che speranze e sogni non si trasformino in illusioni. Lo stile di viaggio che hanno trovato The sun è: “mi fido e lo seguo, con Fede lo vivo”.

Mi sento come se aspettassi qualcosa
Tu chiamala svolta
Mi faccio mille viaggi ma li tengo nascosti bene, che forse conviene
Ho desideri un po’ comuni e un po’ folli, si danno il cambio tra virtù e vizi
Ma questo è il mio viaggio: un’onda perfetta dove tutto combacia anche quando non sembra
dove ogni mattino è una pagina bianca
di un nuovo destino, di un nuovo cammino
Accolgo più dubbi di un tempo, punto in alto e li sfido
Nel caso le prendo ma almeno vivo
Cammino più svelto, voglio qualcosa che non vedo
Ma Dio, come lo sento
Ho tutto un mondo di speranze e di sogni
Sono illusioni solo se non ci credi
E questo è il mio viaggio: un’onda perfetta dove tutto combacia anche quando non sembra
dove ogni mattino è una pagina bianca
di un nuovo destino, di un nuovo cammino
E’ questo il mio viaggio: si, adesso lo sento
e il senso lo trovo in ogni momento
anche quando non voglio c’è sempre un motivo
mi fido e lo seguo con Fede lo vivo
Ho tutto un mondo di speranze e di sogni
Sono illusioni solo se non ci credi

Vivere di passione 20 anni dopo la morte dell’Uomo Ragno

Hanno ucciso l' uomo ragno 2012 - Back.jpg

Ho appena finito il quarto anno di liceo. E’ il 1992, è estate e in radio c’è una canzone che domina le hit: Hanno ucciso l’uomo ragno degli 883. Dopo 20 anni Max Pezzali rifà l’album in collaborazione con alcuni rapper italiani. Lo sto ascoltando su grooveshark e, sinceramente, non sono molto convinto dell’operazione. In ogni caso, su Dimensioni Nuove ho trovato questo articolo di Claudio Facchetti.

“Il 2012 è l’anno dell’Uomo Ragno. Al cinema, dove è ritornato con il film The Amazing Spider-Man, ma anche nella musica, grazie a Max Pezzali che, in occasione del ventennale dalla sua pubblicazione, ha rispolverato Hanno ucciso l’Uomo Ragno, l’album con cui aveva esordito, siglato allora 883, ottenendo un clamoroso successo. All’epoca, era il 1992, gli 883, alias Max Pezzali e Mauro Repetto, si affacciavano sulla scena italiana portando grande scompiglio con le loro micidiali canzoni pop. Erano melodie che entravano subito in testa e fotografavano meglio di un reportage la vita della provincia di tanti ragazzi, tra discussioni al bar, ragazze da rimorchiare, giri su improbabili auto, tasche sempre vuote, amicizie, amori e delusioni. Il ritratto veritiero di un mondo che, trasformato in musica, vendette oltre 600 mila copie, aprendo la strada della grande popolarità agli 883. Il seguito è noto. Mauro Repetto lascerà presto il solo Max come titolare del “marchio”, che porterà avanti fino al 2000 senza perdere mai colpi. Dal nuovo millennio, Pezzali decide di mettere in soffitta la celebre “griffe” e firmare i cd con il suo nome e cognome. Un cambiamento che coincide anche con la crescita musicale dell’artista che prosegue mantenendosi sempre al top delle classifiche. Adesso è spuntato questo progetto, la riedizione di Hanno ucciso l’Uomo Ragno 2012, che segue il filo della nostalgia, ma solo per un po’. Pezzali, difatti, ha avuto l’idea di incidere nuovamente tutti i brani e riarrangiarli con i maggiori esponenti della scena rap nostrana. È scesa così in campo una squadra di rapper da Champions League formata da Entics, Ensi, Club Dogo, Two Fingerz, Emis Killa, Dargen D’Amico, Fedez, Baby K e J-Ax che ha dato vitalità e attualità ai brani. Un restyling che ha contagiato ovviamente anche il suono dei pezzi, che l’artista pavese ha colorato in buona parte con maggiore energia rock, pur rispettandone la contagiosa cantabilità. Prova ne sia l’unico brano inedito inciso per l’occasione insieme a J-Ax, Sempre noi, il singolo di lancio che ben rispecchia il mood del cd. Ed è interessante notare come da questo “viaggio nel passato”, dice Max, «sia emerso che i sogni, le paure, i bisogni e le emozioni dei ragazzi non sono poi così cambiati negli ultimi vent’anni». Non si sa se prenderla come una bella o cattiva notizia.

Quando è maturato questo progetto? È stato pianificato per i 20 anni o è scaturito per caso?

È nato in maniera estemporanea l’anno scorso a Torino, in occasione degli “MTV Days”. Nel giorno in cui era prevista la mia esibizione, partecipavano anche i Club Dogo e altri rapper della scena piemontese che, alla fine del mio concerto, mentre facevo un medley di vecchi brani, sono saliti sul palco. Ho visto, con sorpresa, che sapevano a menadito i miei pezzi e mi sono chiesto come mai artisti che provenivano da una realtà musicale così diversa dalla mia, conoscessero a memoria quei brani.

Cosa hai scoperto?

Che tutti erano cresciuti ascoltando i primi cd degli 883. Così, parlando con il produttore dei Club Dogo, ha preso corpo l’idea di rifare Hanno ucciso l’Uomo Ragno in occasione del ventennale dalla sua uscita coinvolgendo altri rapper. Lui ha contatto gli artisti della scena hip hop, nessuno si è tirato indietro e con mia soddisfazione ho iniziato a lavorare al progetto.

Ti sei sentito a tuo agio nel confrontarti con un mondo così lontano dal tuo?

Sì, senza dubbio. Ho trovato negli artisti grande professionalità, cosa che forse per qualcuno potrebbe sembrare sorprendente. L’ambiente dell’hip hop è spesso visto con dei pregiudizi, si pensa ci sia molta improvvisazione in ciò che fanno i rapper, invece producono brani di alto livello e lavorano con serietà, non a caso oggi dominano le classifiche e “parlano” ai giovani come pochi altri sanno fare.

Perché ci riescono così bene?

Sono persone dalla grande cultura, che sanno un sacco di cose e con le quali è divertente parlare. D’altra parte, se tu costruisci la tua professione sull’uso intelligente e sul gioco delle parole, devi avere per forza dei “contenuti” dentro di te, perché altrimenti rischi di dire delle banalità, se non addirittura nulla. Il rapper, dunque, è spesso più profondo e capace di leggere la realtà di un cantautore.

Nel “ridipingere” le canzoni ti sei sbilanciato verso sonorità rock abbastanza inconsuete per te. Come mai?

È un momento piuttosto strano per la musica italiana e tutto sembra assomigliarsi un po’. C’è un diffuso appiattimento, provocato anche dai talent. Intendiamoci, da questi programmi escono interpreti spesso di valore dal punto di vista tecnico, cresciuti nel giro dei tre mesi di durata dello show, capaci di fare un buon compitino, ma non può essere il tutto. Purtroppo, visto la crisi del mercato, per le case discografiche è una scorciatoia comoda che taglia tante spese, ma dispiace perché così si penalizza l’altra anima della musica, quella che ha sempre avuto un ruolo di rottura, di libertà, di slancio nell’uscire dagli schemi. Ecco perché ho sentito la necessità di avvicinarmi a un suono più grezzo e immediato nel cd, e di riappropriarmi dell’aspetto ludico della musica, di giocare con le note favorito dall’approccio con i miei ospiti.

Non hai avuto timore di cadere nell’effetto nostalgia?

Il pericolo c’era e per questo ho cercato di dare altra linfa al progetto. Il valore aggiunto doveva essere l’unione delle nuove realtà, senza scivolare da una parte nella retrospettiva e dall’altra nel tentativo sterile di riattualizzare le canzoni. Credo di essere riuscito a integrare bene le due anime, rendendo il lavoro moderno e contemporaneo.

Si è instaurato una sorta di confronto tra te e i tuoi ospiti?

È stato uno scambio quasi intergenerazionale. Mi spiego. La figlia di mia moglie, che ha 16 anni, è una fan dell’hip hop e quando ha ascoltato il cd ha visto in me qualcosa che si collegava al mondo dei rapper, quasi una specie di corto circuito. Questo mi ha fatto capire che sbagliavo nel criticare alcuni pensieri e atteggiamenti dei giovani di oggi. Non sono degli smidollati o dei viziati, come vogliono dipingerli certi sondaggi, ma vivono una crisi, come è accaduto a qualsiasi altra generazione. Ecco che allora torna utile osservarsi in uno specchio diverso dal solito per scoprire che, accanto alle istanze odierne, certe problematiche non tramontano mai. È stato quindi molto costruttivo per me lavorare con questi artisti.

Alcuni problemi, dunque, sono uguali a quelli di vent’anni fa, forse solo riverniciati.

Le grandi preoccupazioni di quando sei giovane sono sempre quelle: sentirsi incompresi dal mondo, soffrire la solitudine, la difficoltà nel confrontarsi con l’altro sesso e così via, tutta una serie di dinamiche che non sono poi tanto cambiate rispetto al passato. Piuttosto, registro una sorta di rassegnazione che un tempo non c’era nonostante le difficoltà.

In che senso?

Nel periodo in cui uscì l’album ricordo che la società non era messa bene: c’erano tangentopoli e le stragi di mafia, un’Europa in forte cambiamento dopo la caduta del muro di Berlino, oltre ad altri seri problemi. Eppure, si reagì con forza, scendendo per esempio in piazza in massa dopo l’uccisione di Falcone e Borsellino, e trovando gli stimoli per guardare al domani con positività. Oggi la differenza con ieri è palpabile: per tanti giovani il clima è cupo, sembrano attendere una catastrofe imminente, il futuro non può cambiare… Questo atteggiamento mi spaventa, consapevole che non è semplice dare risposte al “momento” che si sta vivendo, ma rassegnarsi non è la soluzione.

Si è spenta forse la fiamma della passione, che citi nel ritornello del singolo Sempre noi,che alimenta tanti sogni?

Quando ero giovane, sono cresciuto con alcuni “dogmi” trasmessi dai genitori: la laurea, il posto fisso, un tetto sulla testa, ecc., argomenti importanti dettati dal comprensibile filo delle ragione. Ma tutte le cose, belle e brutte, che ho fatto nella vita mi sono arrivate dalla passione, dal seguire irrazionalmente un obiettivo, che era di comunicare e divertirmi con la musica. Oggi, che quel percorso a tappe obbligate del passato non esiste più, l’unica possibilità per salvarsi è la passione, dire a se stessi: “Mi butto in un mestiere che mi piacerebbe fare”, qualsiasi esso sia. Insomma, vivere di passione può portarti lontano o perlomeno renderti felice.”

Il volo dei Nomadi

Ieri è uscito il nuovo cd dei Nomadi. Quando mi presento alle classi e racconto delle cose che mi piacciono, parlo dei miei gusti musicali dicendo che sono praticamente onnivoro con delle preferenze per il rock e il metal. Non cito mai i Nomadi. Eppure, probabilmente, sono il gruppo di cui conosco a memoria il maggior numero di brani (magari non dell’ultimissima produzione). Nella mia adolescenza sono stati fortemente presenti e ho ancora davanti gli occhi le due ore di disegno alle superiori con i Nomadi nelle cuffie del walkman per onorare il ricordo di Augusto Daolio appena deceduto. Ero all’inizio dell’ultimo anno di liceo. E allora mi è venuto in mente di proporre qui una canzone di dieci anni fa, dal cd “Amore che prendi amore che dai”. Solitamente propongo brani in cui la traccia spirituale è un po’ nascosta; beh, questa volta è decisamente esplicita, fin dal titolo: “Trovare Dio”. Il pezzo si apre con un incipit che piacerebbe allo scrittore Richard Bach: un volo notturno a bordo di un biplano, un volo piuttosto lungo in cerca delle stelle, senza paura. Pian piano la luce prende il posto del buio, l’alba si avvicina, il cuore fa sentire il proprio battito e l’altitudine aumenta verso il blu del cielo, in quell’ora in cui il sole non è ancora così forte da trasformarlo in bianco abbacinante. E’ qui che i Nomadi non avvertono presenze di angeli, ma di qualcos’altro in grado di rapirli: lo spazio infinito e l’armonia. Il cammino verso il mattino continua alla luce calda del primo sole che tinge di giallo l’aereo. Il desiderio profondo è quello di volare, di innalzarsi, di sentire il vento, di sentire se stessi, e di trovare Dio. Diceva sant’Agostino: “Dio è più addentro del tuo stesso cuore. Dovunque fuggirai è là. Dove andresti se volessi fuggire da te stesso?”.

Porta il mio biplano le antiche insegne e il valore,

ali forti e tiranti, possente il motore.

Voliamo radenti da circa sei ore, inseguo le stelle, nessun timore

E’ quasi luce, vedo l’alba ormai, mi batte il cuore, andiamo un po’ più in su,

saliamo verso il blu…

E no… non sono gli angeli che ora ci stan portando via

ma questo spazio infinito, quest’armonia, quest’armonia.

Viaggia l’aeroplano, punta il sole leggero, se viro piano si tinge d’oro

questa macchina alata, questo vecchio gabbiano mi sta portando

dove è sempre sereno, soli verso il mattino.

E sì, voglio volare perché così, così sono io

e poi sentire il vento e sentirmi mio

Così, voglio volare perché esisto anch’io

e solcando il cielo trovarci Dio, trovarci Dio,

solcando il cielo trovare Dio, trovarci Dio

e poi sentire il vento trovare Dio, trovarci Dio.

La salvezza dei Modà

Chi è causa del suo mal pianga se stesso… L’errore l’ho fatto quando ho deciso di regalare il cd Viva i romantici dei Modà a mia moglie: da quel giorno ogni volta che viaggio in macchina con lei non c’è altra colonno sonora. E a forza di sentirle, quelle canzoni entrano in mente. Mi aveva colpito una in particolare, a cui avevo attribuito subito un duplice significato. Ieri sera ho avuto la conferma: su RTL102.5, in diretta dall’Arena di Verona, c’era il concerto conclusivo dell’esperienza “Viva i romantici” e quando è stata presentata “Salvami” è stato chiarito che si tratta di una preghiera. “Un pezzo a cui sono molto legato, è un dialogo tra me e Dio fatto in un periodo difficile della mia vita”. Diamo un’occhiata. Il tempo passato che non ritorna, il mancato ascolto da parte delle altre persone, la volontà inutile di voler cambiare, il ritorno della persona amata che non si avvera, l’attesa di una cosa (il sole) e l’arrivo di un’altra (pioggia), la mancanza di tempo: sono queste le cose che portano i Modà a chiedere di essere salvati, aiutati, sollevati, spinti ad amare e ad essere migliori. Così, semplicemente.

E va sempre così… che tanto indietro non si torna

E va sempre così… che parli ma nessuno ascolta

E va sempre così… che vuoi cambiare ma non servirà

soltanto una promessa…

Salvami e allunga le tue mani verso me

Prendimi e non lasciarmi sprofondare

Salvami ed insegnami ad amare come te e ad essere migliore

E va sempre così… che tanto lei poi non ritorna

E va sempre così… che aspetti il sole e cade pioggia

E va sempre così… che credi di aver tempo e invece è già

invece è primavera

Salvami e allunga le tue mani verso me

Prendimi e non lasciarmi sprofondare

Salvami ed insegnami ad amare come te e ad essere migliore…

In attesa del samsara…

Il 18 settembre esce il nuovo album di Alice, cantante friulana d’adozione. Andrea Pedrinelli l’ha intervistata per Avvenire.

alice_2_4237.jpg«Volevo canzoni di un certo tipo. Perché mi sembra che non ascoltiamo, non guardiamo, siamo troppo concentrati su noi stessi: quando invece aprirsi può far persino scoprire che molto, fuori da noi, è meglio di come lo vorremmo. E sono tornata a fare un disco per questo, da interprete, da strumento di parole che spronino a unire e non separare, ad accogliere, a tornare a donarci l’un l’altro». È molto chiara, Alice, quando racconta il complesso – e però magnifico – Samsara, album (in uscita il 18 settembre) del suo ritorno ai dischi dopo ben 14 anni spesi certo nella musica, ma fra progetti antologici, live o di ricerca originali sì, e però senza inediti. Samsara è sanscrito, dice il fluire della vita e la vita è al centro del ragionamento che l’album porta avanti: fra begli originali di Battiato e Tiziano Ferro, l’esemplarità di Giovanna D’Arco e la messa in musica di Rimbaud o Verlaine, la poesia di Totò ’A cchiù bella riletta su note composte da Giuni Russo e le intuizioni della stessa Alice, suoni “avanti” e la “vecchia” conferma di un’artista per la quale il dire qualcosa conta più che struggersi su quanto, questo qualcosa, venderà.

Quattordici anni sono tanti. Quanti progetti non hanno visto la luce prima che nascesse questo?

In realtà nessuno. Sono dell’idea che pubblicare inediti debba legarsi all’urgenza di condividere qualcosa, non soltanto allo “stare sul mercato”.

E non ha mai pensato che il suo cammino di live nelle chiese o ricerca ormai fosse lontano da normali cd?

No, allora credevo di poter dare qualcosa al pubblico così ed oggi mi sento di tornare alla radice di interprete che può farsi strumento di diversi momenti di vita. Per questo ho scelto tanti autori, e qualche cover, in un lavoro di oltre due anni. Perché nessuno di noi vede tutto, e credo oggi serva, arricchisca far conoscere prospettive diverse.

Certo fra Giovanna D’Arco e il brano di Battiato, che pare quasi fatalista, c’è una bella differenza…

In realtà Eri con me è una canzone mistica, tipica di una ricerca di Franco. Mentre Giovanna D’Arco è l’emblema del sacrificio per un amore inteso come dare e non come avere. Ma un filo rosso c’è: è la vita, quei temi dell’esistenza che vivono tutti.

Sicura? «Un mondo a parte», forse la vetta del disco, parla di un amarsi totale, che oggi pare svilito…

Io credo si viva ancora l’amore dono e rispetto, ma se ne parla poco, vero: per questo nasce il brano.

E «Sui giardini del mondo»? “Insegnami a guardare”, “Aiutami ad agire”… Pare etica, ben oltre la coppia.

Esattamente. Volevo proprio dire che dobbiamo aprirci anche oltre la coppia. L’ho appreso io per prima. Sono un’introversa, la musica è stata la mia possibilità di capirmi e confrontarmi fuori di me.

In tour (già fissate date a Milano l’11 dicembre e Roma il 24 gennaio) renderà percorso dal vivo questa riflessione sulla vita o si concederà «Per Elisa»?

Tutte e due. Pure il passato remoto fa parte di me, sa? E mi diverto anch’io a rileggerlo.

A proposito di passato: lei ha avuto il coraggio di smettere, di cambiare, di uscire dall’industria tanto che questo disco se lo produce da sola. Ai giovani che i talent ingabbiano dietro maschere che direbbe?

Che la libertà la si impara. Certo trovo pericolosi i format della musica in tv: per come sono gestiti, in altro modo potrebbero anche aiutare. Ma vedrà che chi vale capirà da solo cosa vuole. Io andai a Sanremo a 17 anni, vidi cos’era davvero qualcosa che credevo sacro, cantai cose che non mi appartenevano… e smisi: pur avendo un contratto. Ma questo mi forgiò, mi fece capire chi ero e cosa volevo. E senza quell’esperienza, non sarei certo ancora qui.

Quanto brilla ancora quel diamante pazzo…

Oggi in prima, mentre mi presentavo: “Amo la musica, praticamente tutta, dal metal al jazz, dai cantautori italiani ai Pink Floyd”. E ora, navigando trovo queste parole di Walter Muto, a commento e introduzione di un capolavoro…

“Sarà stato il 1978. Forse ‘79. La maggior parte dei gruppi che suonavano nelle cantine suonavano rock. Da una sala prove ricavata sotto la casa parrocchiale provengono delle note lunghe di un sintetizzatore. Sta facendo buio, le ombre della sera si stagliano, un po’ come nei primi fotogrammi del video che state per vedere. Gli accordi lunghi di archi analogici (per forza, il digitale non esisteva ancora, almeno per noi) facevano l’effetto di musica che proveniva da un altro mondo. In quei tardi anni Settanta non si era ancora spento il fascino per un mondo futuribile, il 2000 sembrava (forse era) lontano e il nostro presente cinematografico era popolato di incontri ravvicinati di vario tipo. Il mio incontro ravvicinato era stato invece con una musica di cui dovevo assolutamente scoprire la provenienza. Avrei voluto avere Google e Shazam, e invece ho dovuto aspettare che qualcuno uscisse dalla saletta per chiedergli che brano stavano suonando (efficacia insuperabile dei rapporti personali). Erano i Pink Floyd e in particolare Shine on You Crazy Diamond, struggente ballata scritta e pubblicata cinque anni prima e dedicata al vecchio amico e co-fondatore della band, Syd Barrett.

Giocoforza, in breve ho dovuto procurarmi la canzone. Il primo ascolto, in cuffia, è stata come una rivelazione: suoni incredibilmente avvolgenti, fermi, statici, ma affascinanti. Per due minuti sostanzialmente non avviene niente. Un lungo, incredibile accordo di Sol minore. Poi sulle tastiere entra la chitarra elettrica (allora non lo sapevo, una Fender Stratocaster) e si muove su un fraseggio vagamente blues, ma il suono è pulito, effettato; il bending, la maniera di tirare le corde tipica del blues, misurato. E a un certo punto l’armonia si smuove, finalmente, come un cubo di due tonnellate che ruota da una faccia all’altra. Stiamo arrivando ai 4 minuti: normalmente a questo punto una canzone potrebbe anche essere finita: qui non è ancora cominciata.

Poi “quel” suono. Quella sequenza di quattro note (musicisti: per quattro minuti siamo stati in un ambito di Sol minore – Do minore e Re minore. Dal nulla, la frase: SI bemolle-Fa-Sol-Mi naturale – non bemolle come fino a quel momento). Potenza dell’idea musicale: quattro note, il suono giusto, e sembra che il mondo si sia ribaltato sottosopra. Ma non si può andare avanti a parlare senza ascoltare. Cominciate a gustarvi questa versione live del 1990.

Non voglio aggiungere molto di più. Ma stiamo parlando di un Guitar Hero, oppure no? Senz’altro siamo di fronte a un grande dello strumento, non particolarmente veloce, non particolarmente tecnico, forse particolarmente baciato dalla fortuna (alcuni pensano questo dei Pink Floyd, altri, molti per la verità, manifestano un culto che rasenta l’idolatria). In ogni caso, siamo davanti a un grande musicista, che ha scritto pagine memorabili nella storia del rock. Un musicista, David Gilmour, che ha saputo trovare una sua strada, legata a un uso originale delle sei corde, con pagine consistenti anche all’acustica e non solo all’elettrica, e che ha dato alla musica rock un tocco personalissimo e imitato da pochi. Tornando a Shine on you, l’assolo mette in mostra un fraseggio lineare e non affrettato, una bella pronuncia e una buona conoscenza del vocabolario blues. Se avete tempo, non mancate di ascoltare (magari in cuffia e chiudendo gli occhi) anche la versione originale di questa canzone-rivelazione.

Ogni giorno capitano cose strane

Ho letto sul Corriere una bellissima storia scritta da Fabio Genovesi, che merita di essere condivisa completamente. Chi ama la musica non può fare a meno di arrivare fino in fondo.

“Se sei una bimba nata nel 1915, in un paesino lungo il Mississippi che si chiama Cotton Plant, è normale che i tuoi genitori siano raccoglitori di cotone, che siano molto religiosi e che in casa non giri mai un soldo. È molto meno normale, invece, se a sei anni dici addio al paese e parti per un lungo viaggio, che ti porterà a far nascere il rock’n’roll. Eppure è proprio questo che succede alla piccola Rosetta Tharpe, la notte che sua madre Katie decide di lasciare il marito e diventare un pastore evangelico itinerante. Katie si porta dietro sua figlia e suona il mandolino per le strade del Sud, cercando di convertire i passanti, accompagnata dalla bimba che è già «il piccolo miracolo che canta e suona la chitarra». Così Rosetta incontra il blues del Delta e il jazz di New Orleans, poi si stabilisce a Chicago e qua comincia a cantare in piedi su un pianoforte, perché è così piccola che altrimenti il pubblico non la vedrebbe.

A dieci anni è già polistrumentista e manda in delirio i fedeli, poi a diciannove su consiglio della mamma sposa un predicatore: la musica di Sister Rosetta attirerà le persone in chiesa, poi il marito le convertirà dal pulpito. Ma l’uomo è un violento e la sfrutta per arricchirsi, allora Rosetta prende la mamma e insieme scappano fino a New York, dove il suo talento viene notato al volo e la ragazza si ritrova a cantare nei night club più rinomati. Il Cotton Club, il Café Society, luoghi così diversi dalle chiese in cui è cresciuta, frequentati da avventori ben poco timorati di Dio e ragazze seminude che le ballano di fianco. Ma Rosetta non ha nemmeno il tempo di guardarsi intorno, perché il successo arriva a valanga. Nel 1938 la Decca pubblica i suoi primi dischi, brani clamorosi come This Train e Rock Me, inni a Gesù sostenuti però da una carica quasi aggressiva e un ritmo travolgente, che catturano anche chi non ha la minima propensione spirituale. E scandalizzano invece la comunità dei fedeli, che non la riconoscono più e cominciano a pensare che Sorella Rosetta non sia degna di esibirsi nella casa del Signore.

Nel 1944 Strange Things Happen Every Day, da molti considerato il primo disco di rock’n’roll, scala la Harlem Hit Parade, classifica speciale creata per tenere separate la musica nera e quella dei bianchi. Rosetta è una star, canta con Duke Ellington, Cab Calloway e Benny Goodman, ma non dimentica la sua missione, ci mette tutta la passione e alla fine riesce a vincere le diffidenze dei fedeli, continuando a esibirsi anche nelle chiese: Sorella Rosetta canta per il Cielo, e non c’è nessuna differenza se il suo canto si leva da un altare o da un fumoso locale notturno. Gira la nazione a bordo di un autobus col suo nome scritto sulla fiancata, prototipo dei leggendari «Tour Bus» che nella mitologia rock dei decenni a venire saranno scenario di eccessi e bagordi inimmaginabili. Ma a Rosetta il bus serve per motivi meno piacevoli: nell’America del dopoguerra non è facile trovare alberghi che accettino clienti di colore, quindi conviene viaggiare con un mezzo su cui si può dormire comodi.

Nel suo continuo vagare, un giorno Rosetta scopre Marie Knight, contralto formidabile, e insieme cominciano a duettare in giro per l’America. Sono due donne coraggiose, formano una coppia che non è solo artistica, e sono decise a viaggiare e cantare per sempre. O almeno fino a una notte del 1950, in cui la madre di Marie e due figli piccoli muoiono in un incendio, la Knight è distrutta e sparisce, e Rosetta torna di nuovo sola. A gestire un successo sempre più grande.

Negli anni Quaranta e Cinquanta è una stella assoluta, e tra gli ammiratori catturati dal suo modo aggressivo di suonare, noncurante dell’etichetta e delle buone maniere, ci sono ragazzi di belle speranze come Elvis Presley, Jerry Lee Lewis, Chuck Berry, Johnny Cash e Little Richard, che la citeranno sempre tra le loro maggiori influenze. Ma Rosetta non è ancora pronta a cedere il passo, e nel 1951 annuncia che si sposerà, al gigantesco Griffith Stadium di Washington DC, e canterà in abito nuziale. I 25 mila biglietti vanno subito esauriti, e la Decca stamperà un disco-documento dell’evento. Tutto perfetto insomma, manca solo un dettaglio: lo sposo. Che si troverà a pochi giorni dal matrimonio.

Sarà proprio l’arrivo del rock’n’roll a rubarle l’attenzione del pubblico. Che adesso vuole impazzire per cantanti giovani, vuole bei ragazzi maledetti che i genitori non approvano, mica una signora sui cinquanta che canta di non bere e non fumare se speriamo di salire sul treno diretto alla Gloria. E quindi la fama cala, le serate pure, e Rosetta si trasferisce a Philadelphia con marito e mamma, per quella che sembra la fine della sua lunga avventura itinerante. Ma non è così. In Inghilterra scoppia la mania del blues, l’Europa celebra i maestri del genere e Rosetta è chiamata a suonare nel Vecchio Continente, per influenzare un’altra generazione di musicisti. Stregherà Ginger Baker, futuro batterista dei Cream, e nel 1964 il pubblico televisivo inglese resta sbalordito quando, sotto una pioggia incessante, questa signora sovrappeso con cappottone color panna e capelli bianchi sale sul palco, saluta cortese e poi imbraccia una clamorosa Gibson Les Paul, la stessa chitarra che sarà compagna fissa di musicisti come l’oscuro Tony Iommi dei Black Sabbath e Angus Young, l’adolescente indemoniato degli Ac/Dc. La signora aggredisce lo strumento, alza le mani al cielo e poi torna a picchiare sulle corde come se fosse il giorno del Giudizio. E Bob Dylan ricorda: «Sublime, splendida, una grande forza della Natura… Sono sicuro che tanti ragazzi inglesi hanno preso in mano una chitarra dopo averla vista suonare quella sera».

Ma gli anni passano, sua madre Katie muore e Rosetta cade in depressione. I soldi finiscono, e il diabete le farà perdere una gamba. Lei non si arrende e dichiara: «Tornerò a suonare. Non vi dico quando, ma tornerò». E invece no. Nel 1973 Sister Rosetta muore. Al funerale solo gli amici più stretti, e l’arrivo inatteso della vecchia compagna Marie Knight, che prima dell’ultimo viaggio la trucca e la pettina come la regina che è. La sua tomba a Philadelphia rimane a lungo anonima, perché il marito non vuole pagare per una lapide. Che verrà eretta solo nel 2008, coi soldi di un concerto appositamente organizzato. Sopra si legge «Sorella Rosetta, leggenda della musica gospel. Cantava fino a farti piangere e poi cantava fino a farti ballare di gioia». Nel frattempo il rock è nato, è cresciuto e ha conquistato il mondo. Accompagna la ribellione giovanile e scandalizza bigotti e benpensanti, che lo accusano di inneggiare alle droghe, alla violenza e pure al satanismo. E sembra così strano che tra i suoi genitori ci sia una gentile signora di colore, Sorella Rosetta, vissuta per cantare le lodi di Gesù. Ma come ricorda uno dei suoi successi, Strange Things Happen Every Day: ogni giorno capitano cose strane. E una cosa strana, e favolosa, è stata l’avventura di Sister Rosetta Tharpe.”

Credere ancora nelle persone

Prendersi cura, sentire i dolori degli altri come dolori propri, fare un pezzo di strada con l’altro nel senso di condividerne le sorti, le avventure fino a provare le stesse emozioni, o quantomeno intuirle.

Mi sono venuti in mente due personaggi biblici ascoltando la canzone “Luce” cantata da Fiorella Mannoia e scritta da Luca Barbarossa: il samaritano che si preoccupa in maniera sovrabbondante del malcapitato che incontra per strada (“Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.” Lc 10, 33-35) e il giovane ricco (“Il giovane gli disse: «Ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca ancora?». Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi».” Mt 16, 20-21). Quello che fa Gesù è evidenziare due modi di essere in sintonia con gli altri per riuscire a sentire come propri i figli degli altri, le loro ferite come il proprio dolore, la loro terra come la propria perché ogni vita merita amore. “Fa’ che non sia una follia credere ancora nelle persone… fa’ che non si perda tutto questo amore”.

Non c’è figlio che non sia mio figlio, né ferita di cui non sento il dolore,

non c’è terra che non sia la mia terra e non c’è vita che non meriti amore.

Mi commuovono ancora i sorrisi e le stelle nelle notti d’estate,

i silenzi della gente che parte e tutte queste strade.

Fa’ che non sia soltanto mia questa illusione

fa’ che non sia una follia credere ancora nelle persone.

Luce, luce dei miei occhi dove sei finita, lascia che ti guardi, dolce margherita.

Prendi la tua strada e cerca le parole, fa’ che non si perda tutto questo amore, tutto questo amore.

Non c’è voce che non sia la mia voce, né ingiustizia di cui non porto l’offesa,

non c’è pace che non sia la mia pace e non c’è guerra che non abbia una scusa,

non c’è figlio che non sia mio figlio, né speranza di cui non sento il calore,

non c’è rotta che non abbia una stella e non c’è amore che non invochi amore.

Luce, luce dei miei occhi vestiti di seta, lascia che ti guardi, dolce margherita.

Prendi la tua strada e cerca le parole, fa’ che non si perda tutto questo amore.

Luce, luce dei miei occhi dove sei finita, lascia che ti guardi, dolce margherita.

Prendi la tua strada e cerca le parole, fa’ che non si perda tutto questo amore, tutto questo amore.