E’ vietato calpestare i sogni!

Copio dal blog Ho ascoltato il silenzio questo piccolo intervento. Aggiungo che sulla miaÈVIETA~1.JPG stufa c’è un piccolo sasso verniciato con una scritta “E’ vietato calpestare i sogni!”. Un prof che lascia calpestare i sogni può smettere di fare il prof, così come uno studente, ma un prof che li calpesta è veramente un cattivo prof…

Le dirò che io quest’anno a scuola non ci volevo proprio tornare. Pensare che voi (lei e i suoi colleghi) mi farete perdere il primo mese di scuola per ambientarmi (è l’undicesimo anno che varco quella soglia!), che comincerete già dalla seconda ora a parlarmi degli esami di maturità quando mancano ancora tre anni, che parlerete male di Berlusca e dei suoi inservienti, che mi riempirete la testa della nuova Manovra e dell’incapacità del Governo di rappresentarci e che condirete il tutto intervallandolo con i vostri problemi familiari ed esistenziali un po’ mi fa incavolare. Perchè lei, prof, dovrebbe sapere che sotto la mia faccia da asino ci sta un alfabeto di desideri: di correre, di gridare, di piangere, di amare, di sognare, di diventare grande, di sognare da capitano. Per fare questo le sue frustrazioni mi sono più d’intralcio che d’aiuto. Scusi se glielo dico, ma se ci torno a scuola è perchè anche quest’anno – mi creda: non giochi con la bontà degli studenti – spero che la musica cambi per davvero. Io vorrei tanto vederla piangere mentre spiega la sua materia, scoprire dentro il suo sguardo la passione per quello che dice, inabissarmi nel suo entusiasmo per poi scoprire che lei è davvero quello che dice. Sentirmi raccontare di quando Pasteur tratteneva il fiato sopra il suo miscroscopio, di quando Cèzanne immobile e muto scrutava il mare dentro i suoi quadri, di quando Platone s’accorse di consumare più olio nella lampada che vino nella coppa. Quest’estate ho sognato tante notti di entrare in classe e scoprire che la mia prof crede davvero che la vita abbia un senso splendido da far sbocciare, che noi non siamo qui per caso, che dentro noi c’è un microcosmo meraviglioso da illuminare. Quando penso che alla mia età Mozart già componeva musica, Domenico Savio era già santo, Alessandro Magno stava per vincere la battaglia di Cheronea e Pascal già scrivera opere, sento nascere la passione nel mio cuore. Le chiedo solamente, prof, che qualora lei non l’avvertisse questa passione mi faccia il piacere di starsene a casa quest’anno: s’inventi una scusa qualsiasi, ma ci faccia il favore di non scegliere ancora noi come destinatari della sua frustrazione esistenziale. C’abbiamo grandi aspettative noi ragazzi. E tanta speranza che qualche prof entri in classe e ci faccia finalmente innamorare delle cose più alte e nobili. Di Berlusca ne parli pure. In sala docenti, però.

Let’s go

Oggi c’è il rimasuglio di questa perturbazione che ci ha dato il primo segnale che l’estate sta finendo; non penso di fare il mio solito giretto a piedi in compagnia del fido Mou (eccolo qui in foto) per le strade di campagna che circondano il mio paese. Tra l’altro stasera inizia la nuova stagione pallavolistica e non posso arrivare stanco ad allenamento. Mi mancherà quel giretto di corsa per i campi, quel contatto quotidiano con la natura e i suoi ritmi. Nel giro di una settimana molte viti si sono svuotate dei grappoli che portavano e molte pannocchie sono diventate grumi di grani: la campagna torna ad aprirsi a perdita d’occhio senza essere delimitata dalle pareti di granoturco. Le giornate si stanno accorciando e il buio inizia sempre prima. Le cimici iniziano a cercare riparo nei pressi delle case, tra infissi e zanzariere. Sono tutte cose che mi dicono che la scuola è iniziata anche se il caldo delle aule della scorsa settimana facesse più pensare a giugno che a settembre… Insomma desidero augurare un buon anno a tutti, un anno ricco di nuove conoscenze e nuove esperienze, un anno di molte cose e di molti incontri. Ho fatto riferimento alle mie passeggiate o corse nella natura perché mi piacerebbe che durante quest’anno ci ricordassimo anche dei ritmi della natura, fatti di accelerazioni ma anche di periodi di rallentamenti. Mi piacerebbe che a volte ci concentrassimo sull’essenziale, sulle cose importanti, su ciò che dà senso e significato alla vita di ciascuno. Quindi buon anno a tutti!

 

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Di generazione in generazione…

I tempi non sono più quelli di una volta. I figli non seguono più i genitori. (Papiro egizio, 3000 a.C.)

Questa gioventù è guasta fino al midollo; è cattiva, irreligiosa e pigra. Non sarà mai come la gioventù di una volta. Non riuscirà a conservare la nostra cultura. (frammento babilonese di argilla, 1000 a.C.)

Non nutro più alcuna speranza per il futuro se deve dipendere dalla gioventù superficiale di oggi, perché questa gioventù è senza dubbio insopportabile, irriguardosa e saputa. Quando ero ancora giovane mi sono state insegnate le buone maniere ed il rispetto per i genitori: la gioventù di oggi invece vuole sempre dire la sua ed è sfacciata.” (Esiodo, 700 a.C.)

Facebook a scuola

Prendo dalla rete questa notizia. Sapete che io ho deciso di accettare amicizi su fb dagli studenti solo dopo l’ultimo scrutinio dell’ultimo anno. Ma vietarlo per legge è un’altra cosa…

STATI UNITI – Una nuova legge sta per entrare in vigore nello stato del Missouri: sarà fatto divieto assoluto agli insegnanti e studenti di diventare amici tramite siti di social networking come Twitter e Facebook. La legge entrerà in vigore il 28 agosto ed è emanata per rafforzare il senso di ‘limite’ tra studenti e insegnanti. Dopo tutto, se uno studente diventa amico di un insegnante su Facebook e gli altri non lo sono, si può anche dare l’impressione di essere favoriti. Il disegno di legge non esclude del tutto il contatto online. Gli insegnanti possono avere pagine su Facebook e Twitter che permettono il contatto diretto con tutti gli studenti online ma senza essere amici. Restano domande su come il divieto sarà applicato e se è davvero costituzionale impedire alla gente di avere rapporti sociali con gli altri. Tuttavia, il Missouri povrebbe essere solo il primo di una lunga serie a proporre una legge per regolare il contatto online tra insegnanti e studenti.

Jesus punk

Chi legge XL sa che nella prima parte del giornale c’è una rubrica intitolata Mondo che pubblica 4 brevi pezzi provenienti da altrettanti corrispondenti da città straniere. Barbara Pantanella ha scritto un articolo da Berlino, eccolo qui:

Nella “capitale atea d’Europa”, dove la maggioranza dei cittadini si professa senza Dio, i punk sembrano aver ritrovato la fede. Un grosso segnale è stata la conversione di Nina Hagen (cfr qui, ndr), icona del punk berlinese che è diventata una devota cristiana evangelica e si è messa a scrivere un libro su Gesù. Poi sono arrivati i Jesus Freaks, un movimento di ex punk e anarchici che amano Cristo più di qualsiasi Sid Vicious o Joey gebetomat_3.jpgRamone e che si sentono rifiutati dalle chiese tradizionali. Si riuniscono la domenica pomeriggio – perché la domenica mattina i punk dormono fino a tardi – in una ex birreria e il loro logo è una combinazione delle lettere greche alfa e omega, che però a ben guardare ricorda molto la A cerchiata degli anarchici. La messa è in realtà un concerto di musica rock, metal o indie secondo i casi, dove si suona, si balla, si mangiano patatine fritte al posto dell’ostia e si beve birra. Si legge anche la Bibbia, naturalmente, ma anche questa è poco tradizionale: scritta in un linguaggio giovanilistico infarcito di termini slang, è un progetto open source distribuito con licenza Creative Commons, in modo che tutti possano contribuire su Internet con suggerimenti e modifiche. L’edizione più recente è la Volxbibel 3.0 Reloaded. Fedeli alla filosofia punk, i Jesus Freaks organizzano anche un festival rock annuale, il Freakstock, e hanno creato anche la linea di abbigliamento Freakstyle. E per chi di spiritualità non ne ha ancora abbastanza, Berlino offre tanti altri modi per entrare in contatto con Dio senza passare dalla chiesa: basta entrare nel Gebetomat, il distributore automatico di preghiere in tutte le lingue e per tutte le religioni, che l’artista Oliver Sturm ha piazzato in centro città. Oppure fare un salto al chiosco Ixtys, che offre ottima cucina casalinga coreana. Le pareti sono tappezzate di estratti dalla Bibbia e il menu spiega che il kimchi, piatto tradizionale coreano, contiene tante vitamine e fa benissimo alla salute, ma che ancora meglio del kimchi è l’amore per Gesù Cristo.

Ora, sapete quanto sia di vedute ampie la mia religiosità… Solo che a volte tale ampiezza non ce la fa proprio a comprendere certe iniziative, o meglio, anche le comprende ma le colloca ben presto nell’ambito del ridicolo, del comodo, del kitsch; le tiene in considerazione come provocazioni, ma nulla più… Un problema di ristrettezza mentale mio?

E ora? E poi?

Posto questo ottimo articolo pubblicato sul sito di Limes.

Odyssey Dawn: l’inizio di un conflitto imprevedibile

di Claudia Gazzini

Non avrei mai pensato che sarebbe venuto il giorno in cui mi sarei trovata d’accordo con la Lega Nord. Ma oggi forse è così. Non mi riferisco al pericolo sbandierato da Bossi sulla possibile invasione di profughi provenienti dalla Libia. Al contrario, credo che sarà doveroso aiutare chi fuggirà dal paese. Mi riferisco invece al fatto che la Lega è l’unica coalizione politica italiana che ha preso posizione contro la chiamata alle armi.

Non si tratta di pacifismo ideologico a tutti i costi, ma di una posizione, simile a quella della Merkel, dettata dal timore che i bombardamenti aerei in sé non bastino né a mettere fine al quarantennio di Gheddafi né a tutelare i libici. Credo anch’io che ci sarebbe voluta più cautela e un’accurata analisi della situazione prima di votare a favore di un intervento militare internazionale contro il regime di Tripoli.SpecRpt_MITCHELL_0319_615PM_320x240.jpg

La velocità con cui il Consiglio di Sicurezza ha approvato la risoluzione 1973 e con la quale Francia, Inghilterra e Stati Uniti sono passati ai fatti ha colto tutti di sorpresa. Qualcuno dirà che non c’era tempo per riflettere. Le immagini di Bengasi assediata all’alba di un possibile ulteriore massacro dei civili sollecitavano una decisione rapida. Altri diranno che ragioni di Stato ci hanno spinto a questo intervento immediato.

Inutile sprecare fiato in un dibattito politico sui pericoli dell’intervento. Di fronte alla minaccia di vedere la Francia rimpiazzare l’Italia come primo partner commerciale della Libia e alla possibilità di lasciare che la futura politica mediterranea fosse decisa oltralpe, il governo non ha potuto far altro che salvare il salvabile accodandosi alla coalizione internazionale. Era anche chiaro che, avendo pubblicamente denunciato Gheddafi come sovrano illegittimo, l’Italia (e dunque l’Eni) desiderasse ormai una rapida uscita di scena del Colonnello, il quale aveva già minacciato di offrire le risorse naturali libiche a Russia, Cina e India.

Comunque sia, ora che sono iniziati i bombardamenti sui cieli di Tripoli, è più che mai urgente fare luce sulle possibili conseguenze di questa scelta pericolosa. Se avessimo la certezza che un divieto di sorvolo aereo e un bombardamento delle installazioni strategiche siano sufficienti per far arrendere Gheddafi, impedire l’assedio a Bengasi e permettere così alla Libia di diventare un paese democratico, sarei io la prima degli interventisti. Ma le cose non stanno così. È più probabile che l’imposizione della no-flyzone sia solo l’inizio di un lungo e complicato percorso dai risvolti imprevedibili sia sul piano tattico-militare che sul fronte domestico libico.

Il primo ovvio problema è l’idea che la no-fly zone sia uno strumento per proteggere i civili. Si inizia con un bombardamento aereo di basi militari e installazioni strategiche per annientare la capacità di fuoco delle forze di Gheddafi e ridurre quindi il rischio che vengano abbattuti i velivoli della coalizione impegnati nel pattugliamento dello spazio aereo libico. Lo scopo di tale operazione – ci viene detto – è di impedire che Gheddafi faccia volare i suoi aerei per assediare la popolazione civile nelle zone che si sono sollevate contro il raìs.

Tuttavia, a me risulta che fino ad ora gli aerei del Colonnello sono stati impiegati per riconquistare i terminal petroliferi di Brega e Ras Lanuf e per distruggere depositi di armi e munizioni in mano ai rivoltosi, e non contro i centri abitati. Le notizie di bombardamenti aerei su Tripoli diffuse nelle prime settimane della crisi libica si sono dimostrate infondate. Anche l’aereo in fiamme che precipita sopra un quartiere residenziale di Bengasi la mattina dopo l’inizio dei bombardamenti alleati – le cui immagini sono state usate per dimostrare che Gheddafi era pronto a bombardare la città ribelle – non era un aereo del Colonnello ma dell’opposizione.

Ciò che è certo è che nei centri abitati, anche nelle città più assediate come al-Zawiya e Misurata, gli attacchi ai civili sono stati effettuati mediante carri armati. Ancora più letali si sono mostrate le scorribande delle milizie del regime su jeep o pick-up trucks. È sufficiente dunque una no-fly zone per proteggere i civili? E se le rappresaglie dell’artiglieria dei fedeli di Gheddafi dovessero continuare, quale ulteriore strategia militare verrà adottata per frenare il raìs?

Il secondo problema è nell’attuazione della no-fly zone. È stato annunciato che il pattugliamento dello spazio aereo libico si concentrerà principalmente lungo la zona costiera (lunga oltre mille chilometri) dal confine con la Tunisia a quello con l’Egitto. È la zona più popolata del paese dove si trova la gran parte delle installazioni militari del governo di Tripoli. Il pattugliamento non prevede la copertura del sud perché i libici di questa zona prevalentemente desertica si sono dichiarati neutrali oppure fedeli al regime e quindi non c’è ragione di temere in tali aree un attacco contro civili. Tuttavia il confine meridionale della Libia, considerata storicamente la porta dell’Africa, è strategico perché da qui possono arrivare rinforzi militari al governo di Tripoli.

Molti stati africani infatti, storici alleati del raìs, hanno ribadito la loro fedeltà a Gheddafi. Tra questi spicca il Ciad, confinante con la Libia, il cui presidente Idriss Deby è rimasto al potere in parte grazie al sostegno finanziario del Colonnello. Si crede che nelle prime settimane del conflitto Deby abbia rifornito il governo di Tripoli di armi e uomini. Per questa ragione l’ambasciatore libico a N’Djamena è ora nella lista nera delle Nazioni Unite con l’accusa di aver reclutato mercenari. Se la no-fly zone non verrà estesa al confine meridionale la coalizione internazionale non potrà impedire l’arrivo di aiuti militari provenienti da Ciad, Mali, Niger e Algeria.

Il terzo problema è nella tacita convinzione che la no-fly zone costringerà il Colonnello e i suoi fedeli ad arrendersi. La risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza non pone come fine ultimo la rimozione di Gheddafi, ma solamente la protezione della popolazione civile. Tuttavia è chiaro che tra i membri della coalizione internazionale sia radicata la convinzione che la sovranità di Gheddafi non sia più legittima. Di conseguenza l’unico modo per garantire un futuro democratico alla Libia (e tutelare gli interessi dei paesi della coalizione) è far uscire di scena il raìs.

La Francia, paese leader dell’intervento militare, ha già riconosciuto il consiglio rivoluzionario di Bengasi come il rappresentante legittimo del popolo libico. Anche gli altri alleati della coalizione sono consapevoli che al punto in cui si è giunti lasciare al potere Gheddafi significa mettere a rischio la stabilità politica ed economica del Mediterraneo. Ma cosa farà la coalizione internazionale se la no-fly zone non basterà a far soccombere il Colonnello? La coalizione non si arresterà fino a quando non lo porterà davanti al tribunale dell’Aja o lo avrà fisicamente eliminato?

Da queste domande emerge un quarto problema, ovvero fin dove il mandato Onu permetterà alla coalizione internazionale di operare e fin dove hanno intenzione di spingersi i paesi che partecipano all’intervento. La risoluzione 1973 non si limita a sancire la legalità di una no-fly zone, ma permette di utilizzare “tutte le misure necessarie” per fermare l’assedio alla popolazione civile e tutelare gli interessi della popolazione libica. E questo è un mandato piuttosto ampio. È pur vero che la risoluzione esclude esplicitamente un intervento di terra, ma lasciare alla coalizione la possibilità di usare tutte le misure necessarie dà loro una ampia possibilità di manovra.

I bombardamenti delle forze alleate, quindi, potrebbero non limitarsi a bersagli strategici (aeroporti, basi militari e radar), precondizione, come abbiamo detto, per l’imposizione della no-fly zone. I bombardamenti potrebbero continuare ogni qual volta la coalizione riterrà che la popolazione civile sarà in pericolo. A rigor di logica anche la presenza di carri armati e truppe del raìs messi a pattugliare le strade di Tripoli potrebbero essere ragione sufficiente per estendere il bombardamento.

Quali sono “tutte le misure” che la coalizione ha intenzione di usare e oltre le quali non andrà? Innanzitutto armare le forze dell’opposizione di Bengasi così che possano difendersi da possibili incursioni via terra da parte delle forze di Gheddafi. Armare l’opposizione è previsto dal mandato Onu e quindi legittimo. Ma se un domani le forze dell’opposizione, ben equipaggiate e addestrate grazie agli aiuti degli alleati, dovessero poi passare dalla difesa all’attacco e muovere contro Tripoli, sarebbe sempre con il beneplacito delle Nazioni Unite?

Il quinto problema è chi c’è e chi non c’è nella coalizione. Prima di intervenire gli Stati Uniti hanno sostenuto che le condizioni necessarie per un intervento contro Gheddafi dovevano essere un mandato Onu, la creazione di una coalizione multilaterale e l’appoggio della Lega Araba e dell’Unione Africana. L’approvazione Onu è arrivata di sorpresa quando il consiglio di sicurezza ha approvato la risoluzione 1973 con un voto 10-0 in favore e 5 astenuti. La composizione della coalizione internazionale è emersa al summit di Parigi a meno di 48 ore dall’approvazione della risoluzione.

L’ok della Lega Araba è arrivato ancora prima del voto al palazzo di vetro, e ha permesso al Libano, unico membro arabo sul consiglio di sicurezza, di votare a favore della risoluzione. Ma la grande assente rimane l’Unione Africana. Considerato inizialmente un prerequisito per l’intervento, l’appoggio dell’Unione ha inspiegabilmente perso importanza. Non solo, ma il disaccordo con la coalizione e la condanna dell’attacco da parte dell’Unione sono state palesemente ignorate. I tre stati africani del Consiglio di Sicurezza hanno appoggiato la risoluzione Onu.

L’Unione si è invece rifiutata di prendere parte al vertice di Parigi, riunendosi invece lo stesso giorno in Mauritania per studiare una soluzione diplomatica alla crisi libica. È ovvio che l’opposizione dell’Unione non avrebbe potuto fermare la coalizione , tanto più che – si sa – l’Unione ha in Muammar al-Gheddafi il suo maggior finanziatore. Ma non credono i membri della coalizione che il mancato appoggio dell’Unione Africana all’intervento possa favorire la collaborazione sia finanziaria che militare degli stati africani con il regime di Gheddafi e contribuire così a tenere in vita il regime di Tripoli?

Ma oltre agli aspetti strategico-militari, sono problematiche le ripercussioni che l’intervento della coalizione potrebbe avere nella Libia del futuro. L’intervento della coalizione internazionale rischia infatti di alienare tripolini che finora sono stati spettatori relativamente quieti di un conflitto tra Gheddafi e le forze dell’opposizione. Con l’eccezione di alcuni abitanti dei quartieri di Tajura e Fashlum, dove ci sono stati scontri con le forze governative, la gran parte degli abitanti della capitale (che conta quasi due milioni di persone) non ha preso parte attiva alle proteste contro il regime. Ora invece gli abitanti di Tripoli rischiano di diventare le vittime di una guerra che non hanno mai voluto.

Per questo molti tripolini hanno iniziato a condannare la chiamata alle armi che i loro connazionali di Bengasi hanno rivolto all’Occidente e ad avvicinarsi alla posizione antioccidentale del raìs. Di conseguenza si rischia di provocare una cesura, che prima dell’intervento non c’era, tra tripolini e bengasini. È stato il consiglio nazionale di transizione di Bengasi a richiedere l’intervento straniero contro Gheddafi ma al momento sono i tripolini che ne stanno subendo le conseguenze. A lungo termine ciò significa che l’intervento aereo in corso contro il regime, che agli occhi dei tripolini appare come l’inizio di una nuova guerra coloniale, indebolisce la possibilità che la transizione politica dopo Gheddafi possa avvenire in maniera pacifica e compatta. Ciò che l’intervento della coalizione mette a rischio è l’unità nazionale libica.

Forse, prima di lanciare le bombe contro Tripoli, sarebbe stato il caso di soffermarsi almeno su alcuni di questi problemi. Sarebbe stato anche opportuno decidere fin dall’inizio la leadership militare della coalizione. Ciò per non trovarci a dover seguire in gran fretta una politica interventista dai modi incerti e soprattutto voluta da altri. A tre giorni dall’inizio dell’intervento, l’Italia brancola nel buio. Calma e prudenza ci avrebbero giovato.

Dare per scontato

Leggendo il bell’articolo di Azzurra Meringolo preso da www.rivistailmulino.it mi è venuto in mente che spesso ci capita di dare per scontate alcune cose come andare a votare, confrontare idee diverse e magari opposte, esprimere liberamente opinioni. L’esercizio dei diritti si accompagna a quello dei doveri, è la condizione per rendere possibili gli spazi di libertà e di espressione.

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Il Cairo, 21/03/2011

La prima volta ai seggi. “Awal marra” continuavano a ripetere mentre stavano in fila, a volte anche per più di un paio d’ore. “È la prima volta” questo il motto degli egiziani che sabato hanno assolto, dopo anni di sudditanza, il loro dovere di cittadini, votando al referendum che deciderà se approvare o meno gli emendamenti costituzionali proposti dalla Commissione  nominata dal Consiglio delle Forze Armate il 15 febbraio scorso, poco dopo la caduta di Mubarak. “È la prima volta che sono andata a un seggio e ho avuto la sensazione che quello che scrivevo sulla scheda avrebbe avuto un peso” scrive una blogger egiziana. “Per la prima volta io non avevo paura di dire quello che avrei votato”, commenta un’altra utente. L’appuntamento elettorale è arrivato dopo settimane che, avvicendandosi sul palcoscenico di piazza Tahrir, roccaforte della rivoluzione del 25 gennaio, giovani e adulti non facevano altro che spiegare perché sostenevano il “sì” o preferivano il “no”. Nelle vie del centro si sono visti capannelli di gente che rifletteva pubblicamente sull’argomento, cosa che al Cairo, a causa della morsa che il regime aveva stretto attorno alla libertà di espressione, non si vedeva da decenni.

Anche se sulla questione referendaria non esisteva un consenso unanime, tutti concordavano su almeno due aspetti. Il referendum di sabato sarebbe stato una pietra miliare della storia del Paese, probabilmente il primo appuntamento elettorale non truffato degli ultimi sessant’anni. Ciononostante questo ha navigato in un mare di confusione visto che quando, dopo l’uscita di scena del raís Mubarak, i militari hanno preso il potere, hanno di fatto sospeso la Costituzione, lo stesso testo del quale hanno chiesto in questa votazione l’approvazione del cambiamento di alcune sue briciole. Gli emendamenti costituzionali proposti introducono alcuni cambiamenti per quanto riguarda l’elezione del presidente: limitano la durata della presidenza a due mandati di quattro anni ciascuno, reintroducono la supervisione giuridica delle elezioni, rendono più complicato per il presidente mantenere lo stato di emergenza e lo obbligano a nominare un vicepresidente, impedendogli di avere una moglie straniera. Prevista poi l’aggiunta di un comma all’articolo 189, per permettere al Parlamento di emendare la Costituzione.  Anche se sembrano tutti passi positivi, tra gli emendamenti più criticati c’è quello che definisce i criteri per l’eleggibilità del presidente, perché anche se sono stati ampliati, continuano ad essere restrittivi. Tuttavia, non sono stati tanto questi tecnicismi a dividere il fronte del “sí” da quello del “no”, quanto le conseguenze che tale referendum potrebbe avere sul processo di transizione in corso. Dicendo di volersi liberare dei militari al più presto possibile, i sostenitori del “sì”, la Fratellanza Musulmana, il Wafd, e le briciole del Partito Nazional Democratico del deposto raís, sanno che una volta approvati  tali emendamenti si andrebbe in fretta a elezioni parlamentari e presidenziali. Ed è proprio questo aspetto a preoccupare maggiormente il fronte del “no”, nel quale troviamo tutti gli altri movimenti di opposizione e l’ala riformista della Fratellanza, che ritengono prematuro andare a elezioni ora, non sentendosi adeguatamente pronti a tale appuntamento e temendo di lasciare gioco facile alla Fratellanza, che ha tutti gli interessi ad accelerare i tempi. Tra chi si oppone agli emendamenti troviamo anche il Movimento del 6 aprile, i giovani protagonisti della rivoluzione, e i due candidati alle prossime presidenziali, Amr Moussa e Mohammed El Baradei, al quale alcuni estremisti islamici hanno impedito di votare, lanciandogli sassi quando l’hanno visto arrivare nei dintorni del seggio. A parte qualche sporadico episodio di disordine, fuori dai riflettori degli ultimi tempi, l’Egitto ha vissuto la sua grande giornata, quella che ha segnato l’inizio di un pezzo di cammino, difficile, ma entusiasmante. I dati definitivi non sono ancora noti, ma ormai indietro non si torna. Nonostante i rischi di una controrivoluzione.

In memoria delle vittime delle mafie

Giornata della memoria e dell’impegno Si ricordano le vittime delle mafie Centro Balducci – Lunedì 21 marzo ore 18.00

E’ questa l’occasione nella quale “Libera” rilancia ogni anno un impegno che non deve venire mai meno.
In continuità con le altre edizioni, il 21 marzo 2011 ribadisce con forza la voglia di tanti di essere contro tutte le mafie, contro la corruzione politica e gli intrecci clientelari che alimentano gli affari delle organizzazioni criminali e l’illegalità, e di voler continuare a costruire percorsi di libertà, cittadinanza, informazione, legalità, giustizia, solidarietà.

Con alcuni momenti di riflessione e la lettura dei nomi delle vittime delle mafie.


Prima che

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Nel triennio abbiamo parlato in queste 2 settimane di quello che stava succedendo nel bacino del Mediterraneo, cercando di capire quello che stava realmente accadendo là. Tra le altre cose abbiamo anche riflettuto su come le vicende riguardassero da vicino l’Italia, anche per i notevoli interessi politici, economici, culturali coinvolti. Eppure due settimane fa nessuno si chiedeva quale vita conducessero gli abitanti della periferia di Tripoli o di Bengasi, di quali libertà godessero i cittadini del Cairo, quale impresa potesse mettere in piedi un piccolo imprenditore di Tunisi. La maggior parte di noi si interessa a questi paesi nel momento in cui deve andarci in vacanza (preferibilmente organizzata). Ma poco o nulla sappiamo di quanto succede al di fuori dell’Italia: qualcosa arriva dall’Europa, dagli Stati Uniti e nulla più. Purtroppo non possiamo fare affidamento sui canali televisivi e neppure sui giornali; ci dobbiamo affidare alla rete. Ed è necessario farlo: ormai penso sia visibile a tutti che viviamo in un mondo unico, in cui non è possibile essere interessati soltanto a quanto accade nel proprio orticello o al massimo nel cortile del vicino. E’ da tempo che dico quanto sia assurdo ripetere per tre volte durante il percorso scolastico la “storiella” (perché alla fine troppo spesso si riduce a questo) delle guerre puniche e non arrivare mai o quasi mai ad affrontare seriamente la storia contemporanea, che poi è la storia della nostra vita. Nei miei ricordi di bambino di 8 anni c’è l’immagine di mio padre in lacrime davanti alla tv durante i funerali del Generale Dalla Chiesa: la storia me la sono ricostruita da solo, perché nessun programma scolastico vi è mai arrivato (ma neppure agli anni ’60). Penso allora sia necessario mantenersi informati, aperti alle notizie, andandosi a cercare autonomamente i fatti da sapere senza attendere l’urgenza della cronaca e possibilmente sintonizzandosi sul cuore del mondo che non sempre ha un battito chiaro e distinto.

Ribollente

Ecco un’ulteriore infornata di articoli presi da Limes, Il Sole 24 ore e Nigrizia

17. Medio Oriente tra tecnologia e capitalismo.pdf

18. Internazionalizzazione della questione libica.pdf

19. Gheddafi contrattacca.pdf

20. I ribelli chiedono aiuto.pdf

21. Il ruolo della Cina.pdf

22. Costa d’Avorio nel caos.pdf

Che ne è stato?

Nel post Cose mediterranee e non solo e in classe ci siamo chiesti cosa ne sia stato degli scontri tra cristiani e musulmani in Egitto antecedenti alla caduta di Mubarak. Oggi ho letto questo interessante articolo su Nigrizia di febbraio

CHI DIVIDE CRISTIANI E MUSULMANI

di Moustafa El Ayoubi

In Medio Oriente la strumentalizzazione politica dell’islam e l’ingerenza dell’Occidente sono i due fattori determinanti.attentato.jpg

Gli episodi di violenza contro i cristiani in Egitto e Iraq, avvenuti negli ultimi mesi del 2010, hanno riacceso i riflettori sull’annosa questione della discriminazione delle minoranze religiose nei paesi arabi. I cristiani dell’Iraq, dell’Egitto e di altri paesi mediorientali non sono minoranze etniche o culturali. Essi, in effetti, parlano la stessa lingua e hanno in comune con altri arabi molti usi e costumi. Ciò che differenzia gli arabi del Medio Oriente – culla del cristianesimo prima ancora dell’islam – è la religione. I cristiani d’Oriente hanno contribuito in maniera importante alla lotta politica durante il 19° secolo, alla resistenza contro il colonialismo e alla realizzazione del panarabismo. Lo storico partito politico arabo Ba’ath fu fondato nel 1947 da due siriani: Salah ai-din al-Bitar, musulamo, e Michel Aflaq, cristiano. Perché, allora, la convivenza secolare tra arabi cristiani e musulmani è in crisi da ormai molte decine di anni? È colpa dell’islam “intollerante nei confronti delle altre religioni”? La posizione del Corano riguardo al rispetto delle altre fedi è chiara. «Dite: Crediamo in Allah e in quello che è stato fatto scendere su di noi e in quello che è stato fatto scendere su Abramo, Ismaele, Isacco, Giacobbe e sulle Tribù, e in quello che è stato dato a Mosè e a Gesù» (2,136).

II problema di fondo è la strumentalizzazione politica dell’Islam. Negli ultimi 60 anni, i guai seri dei cristiani nel Medio Oriente sono nati con l’affermazione dell’islam politico, predicato dai movimenti radicali che si sono diffusi dopo il fallimento del panarabismo e come conseguenza del consolidamento dei regimi totalitari nella regione. Il caso dell’Egitto è significativo. Il movimento dei Fratelli Musulmani ha condannato il feroce attentato contro la chiesa copta ad Alessandria del 31 dicembre scorso. Tuttavia, la sua lotta politica è incentrata sull’edificazione di uno stato basato esclusivamente sulla shari’a. E ciò costituirebbe una discriminazione nei confronti dei cristiani egiziani. Anche il governo egiziano ha condannato la strage. Ma è nota la strumentalizzazione politica della minoranza cristiana da parte del regime. Sull’attentato sono rimasti molti dubbi.

La pista degli estremisti islamici rimane aperta. Ma vi è un forte dubbio circa la responsabilità del governo. Perché non sono state rafforzate le misure di sicurezza attorno alle chiese, dopo l’attentato mortale contro i cristiani nell’ottobre scorso in Iraq? È possibile che il regime abbia volutamente ignorato il pericolo? Rimane il sospetto che il presidente Mubarak si serva di questi tragici eventi per mantenere una politica securitaria, indispensabile alla sua dittatura. Il regime egiziano ha favorito un’islamizzazione simbolica di facciata per contrastare i Fratelli Musulmani, cercando così di dotarsi di una legittimità religiosa. Questa strumentalizzazione della religione ha, di fatto, marginalizzato i copti. La loro comunità affronta oggi insormontabili ostacoli burocratici per la costruzione dei propri luoghi di culto. Inoltre, i cristiani hanno meno possibilità di accedere ad alcuni incarichi nell’amministrazione pubblica e sono poco rappresentati nelle istituzioni del paese. C’è da notare che la gerarchia copta mantiene una posizione di neutralità nei confronti del regime. Per conservare privilegi, non interferisce nella politica se non per sostenere simbolicamente il regime. Il patriarca Chenouda III ha pubblicamente dichiarato, di recente, di essere a favore della candidatura del figlio di Mubarak alle prossime elezioni presidenziali. Un altro fattore determinante nel rendere sempre più complicata la situazione dei cristiani arabi è l’ingerenza – che dura da circa due secoli – di alcuni governi occidentali negli affari del Medio Oriente. La creazione di un sistema politico confessionale in Libano fu imposto dalla Francia, con l’intento di favorire gli interessi dei cristiani maroniti. In Iraq gli Usa hanno imposto uno stato “etnico-confessionale” condiviso tra sciiti, sunniti e curdi. L’ingerenza dell’Occidente “cristiano” in questa regione a maggioranza islamica ha portato alla sedimentazione nella memoria della popolazione musulmana di un’immagine negativa dei cristiani, visti come la quinta colonna delle potenze occidentali. Purtroppo l’atteggiamento odierno di alcuni governi europei rafforza questo grave pregiudizio. Qual è il sentimento che gli iracheni, alle prese con lutti e funerali causati da una devastante guerra americana, provano quando vedono l’Occidente scegliere le vittime della violenza da accogliere e da curare in base alla loro appartenenza religiosa? E che conseguenza ha ciò sulla convivenza tra due iracheni vicini di casa: uno musulmano e l’altro cristiano? A pagare il prezzo più alto di questa ingerenza sono i cristiani e i musulmani, figli della stessa terra.

Mediterranée

Posto un’altra serie di articoli. Consiglio il sito di Limes e di Linkiesta. Buona lettura

9. L’equilibrio dei bisogni.pdf

10. L’Occidente e le crisi petrolifere.pdf

11. Il potere dei Gheddafi.pdf

12. La Libia nel caos.pdf

13. La Libia e noi, storia delle crisi petrolifere.pdf

14. Libia, la rivolta delle tribù.pdf

15. Libia, dalla tribù alla coscienza nazionale.pdf

16. Questa rabbia laica contagerà la Palestina.pdf

Cose mediterranee… e non solo

In questi giorni sto cercando di seguire il più possibile la situazione che si sta sviluppando nella parte di Africa che si affaccia sul Mediterraneo. Negli ultimi anni non ricordo di aver visto manifestazioni popolari senza che venissero bruciate bandiere “occidentali” o simboli del mondo capitalista o senza che venissero invocati costantemente Allah e l’Islam. In Egitto, prima della caduta di Mubarak, le cronache erano concentrate sugli scontri tramusulmani e cristiani: cos’è sucesso? Si sono improvvisamente riappacificati? Tali scontri erano, in qualche maniera, pilotati, provocati? Sono tante le domande che mi passano per la mente e per trovare risposte possibili conosco una sola strada: conoscere, conoscere, conoscere. Posto qui sotto alcuni articoli tratti da Nigrizia, Limes, Corriere della Sera che abbiamo letto e commentato in classe o lo faremo a breve. Attenzione alle date perché non tutti sono recenti, ma certamente utili…

1. Maghreb, saldi di regime.pdf

2. Il crollo del Muro della paura.pdf

3. La fine del colonialismo inizia adesso.pdf

4. Le rivolte viste dall’Europa.pdf

5. Libia,il colonnello nel labirinto.pdf

6. Medioriente tra laicismo e fondamentalismo.pdf

7. Yemen.pdf

8. Fallaci e Gheddafi.pdf

Sei connesso?

Sul sito del Corriere di oggi c’è un pezzo allarmistico che ci mette in guardia sul futuro di internet: dall’estate del 2011 non ci sarà più spazio su internet per un nuovo utente che volesse navigare sol suo nuovo pc o smart-phone. E’ poi sufficiente dare un’occhiata ai commenti dei lettori per ridimensionare notevolmente l’allarmismo generato dell’articolo. Sta di fatto che la questione dell’accesso alla rete è ormai diventata oggetto di rivendicazione dei diritti umani. E in Italia gli amministratori non sembrano averlo capito: non è questione di colorazione politica, perché non vedo grosse differenze. A livello locale ci sono zone dell'”avanzatissimo e produttivo Frìuli” (per dirlo alla TG) scoperte da Adsl o con velocità lentissime… Pensiamo semplicemente alla velocità della connessione nella nostra scuola… Ecco allora due notiziole che arrivano dal nord-europa che ci possono far riflettere non poco: son prese da Dimensioni Nuove

Se è vero che da tempo i Paesi del Nord Europa si distinguono per propensione all’innovazione e attenzione al welfare, negli ultimi mesi i casi di Finlandia e Islanda hanno costituito un interessante connubio di questi due fattori e un coraggioso tentativo di valorizzare le nuove tecnologie, Internet in particolare, per diminuire le disuguaglianze sociali e garantire diritto di informazione e libertà d’espressione.

La Finlandia è il primo Paese al mondo che ha riconosciuto, per legge, la connessione Internet a banda larga come diritto universale per iinternet_la_rete.jpg suoi 5 milioni di cittadini. E’ stata infatti attuata dai primi di luglio del 2010 la legge sul Mercato delle Comunicazioni, che mirava a garantire a un prezzo ragionevole la connessione ad almeno 1 Megabit per secondo all’interno dei servizi di comunicazione di base come il telefono e la posta. Questo ha significato, per i provider, l’obbligo di fornire a ogni residente una linea a banda larga, che, tra l’altro, dovrà raggiungere i 100 Megabit per secondo entro il 2015. Secondo la ministra per le Telecomunicazioni Suvi Linden “i servizi Web non sono più solo intrattenimento, la Finlandia infatti ha lavorato duramente per lo sviluppo della società dell’informazione e un paio di anni fa abbiamo scoperto che non tutti avevano un accesso”, da cui questa legge innovativa e unica per portare l’accesso a tutti. Se si fa il confronto con l’Italia si può solo constatare come, nonostante il susseguirsi di governi di diverso colore, Internet non sia mai stato considerato una priorità e un’opportunità per il nostro Paese. Ci sono sì differenze non trascurabili a livello demografico e ambientale rispetto a Paesi come la Finlandia, ma il punto è che un deciso investimento sull’innovazione, e sulla rete in particolare, nel nostro Paese non è mai stato fatto. Prova ne è l’ultima indagine UE, che fotografa la situazione a metà 2009 e indica un tasso di penetrazione della banda larga in Italia pari al 20%, contro il 37% di Olanda e Danimarca e il 29% di Francia e Germania. E non è un caso se proprio da Wired Italia sia nato il progetto Internet for Peace, la proposta-provocazione di Riccardo Luna di candidare Internet a Premio Nobel per la pace 2010. Non si tratta, a mio avviso, di voler eleggere Internet a panacea di tutti i mali, ma semplicemente di capire come possa avere un ruolo importante nell’informazione e nella partecipazione dei cittadini e come possa, al tempo stesso, diventare un elemento di divisione e disuguaglianza sociale nel momento in cui sia privilegio di pochi.

L’altro caso interessante dell’anno è quello dell’Islanda, il “Paese senza bavaglio”, secondo un provocatorio titolo di Repubblica di quest’estate. In effetti il progetto approvato il 16 giugno dal parlamento islandese, denominato Icelandic Modern Media Iniziative, mira a “garantire uno scudo quasi totale a chi metterà su Internet segreti militari, giudiziari, societari e di Stato di pubblico interesse”, contemplando, tra le altre cose, una considerevole protezione per i blogger e per tutte le fonti, in nome della libertà d’espressione. Sebbene si prevedano per questa risoluzione tempi di attuazione di circa un anno, in tempi di leggi anti-intercettazioni la mossa dell’Islanda coglie piacevolmente di sorpresa, soprattutto se si considera che il parlamento di Reykjavik l’ha votata con cinquanta voti a favore, zero contrari e un solo astenuto. Nel nostro Paese invece si susseguono proposte di legge, dal centrosinistra come dal centrodestra, che cercano di limitare, se non impedire, le attività dei blogger e delle piccole webTV. Così, mentre in Italia la banda larga avanza a passo di lumaca e il mondo dei blog si prepara alla graticola, ci sono fortunatamente Paesi che si muovono e legiferano per garantire diritti come l’accesso a Internet e la libertà d’espressione, candidandosi a diventare la nuova frontiera dell’innovazione e del giornalismo d’inchiesta.

Terre promesse

Ellis_island_1902.jpgIl post precedente parlava di nuove immigrazioni e allora per fare un po’ di contrappeso pensando al passato e per ascoltare un po’ di musica ho pensato a un pezzo del mitico Bruce. La canzone è American Land ed è stata proposta dal vivo la prima volta nel 2006. Viene raccontato il mito della terra promessa americana, la terra dove ogni sogno è possible: là fantastica di recarsi un uomo che dialoga con la moglie. Lei lo raggiungerà per costruire la loro casa in questo paese delle favole descritto nel ritornello. Ma la realtà a cui va incontro l’uomo è ben diversa: sbarca nella baia di New York dove arriva anche la moglie e insieme alla quale costruisce la città e la casa, col proprio sudore e le proprie mani. Sono gli immigrati ad aver costruito gli Stati Uniti: i McNicholas, i Posalski, gli Smith, gli Zirilli (il nome della famiglia della madre di Bruce), i negri, gli irlandesi, gli italiani, i tedeschi e gli ebrei, i portoricani, i clandestini, gli asiatici, gli arabi. E il loro sforzo è arrivato spesso al sacrificio della vita. Dura è l’accusa finale di Bruce Springsteen al suo paese, un’accusa che giunge fino ai giorni d’oggi: “Sono morte per arrivare fin qui cento anni fa e ancora muoiono, le braccia che hanno costruito il Paese che ha sempre cercato di opprimerle.” Il testo rimanda soprattutto per le prime due strofe alla poesia “He lies in the American land” di Andrew Kovaly. Kovaly era un minatore slovacco che aveva così raccontato la storia di un conterraneo che, poco dopo aver spedito a moglie e figli il denaro necessario a raggiungerlo, muore in una miniera.

Eccola qua:

What is this land of America, so many travel there

I’m going now while I’m still young, my darling meet me there

Wish me luck my lovely, I’ll send for you when I can

And we’ll make our home in the American land

Over there all the woman wear silk and satin to their knees

And children dear, the sweets, I hear, are growing on the trees

Gold comes rushing out the river straight into your hands

If you make your home in the American land

There’s diamonds in the sidewalks, there’s gutters lined in song

Dear I hear that beer flows through the faucets all night long

There’s treasure for the taking, for any hard working man

Who will make his home in the American land

I docked at Ellis Island in a city of light and spire

I wandered to the valley of red-hot steel and fire

We made the steel that built the cities with the sweat of our two hands

And I made my home in the American land

Chorus

The McNicholas, the Posalski’s, the Smiths, Zerillis too

The Blacks, the Irish, the Italians, the Germans and the Jews

The Puerto Ricans, illegals, the Asians, Arabs miles from home

Come across the water with a fire down below

They died building the railroads, worked to bones and skin

They died in the fields and factories, names scattered in the wind

They died to get here a hundred years ago, they’re dyin’ now

The hands that built the country we’re all trying to keep down

Chorus

 

Ed eccone la traduzione (Bruce Springsteen Come un killer sotto il sole, Colombati, pag.135)

 

Cos’è questa terra chiamata America dove in tanti stanno andando?

Ci andrò ora che sono giovane; là mi raggiungerai, mia cara:

augurami buona fortuna, amore mio, ti manderò a prendere quando potrò

e costruiremo la nostra casa in terra americana.

Le donne, laggiù, vestono di seta e raso da capo a piedi,

i bambini, cara, e i dolci, ho sentito, crescono sugli alberi

e l’oro sgorga dai fiumi dritto nelle tue mani

se costruisci la tua casa in terra americana.

Ci sono diamanti sui marciapiedi, ci sono rigagnoli dritti come fusi

e, cara, ho sentito che la birra sgorga dai rubinetti tutta la notte

e che ci sono tesori a portata di mano per chiunque lavori sodo

e costruisca la propria casa in terra americana.

Sono sbarcato a Ellis Island in una città di guglie e luce

e ho riabbracciato il mio amore li nella valle di acciaio incandescente;

col nostro sudore e le nostre mani abbiamo fatto l’acciaio per erigere le città

e abbiamo costruito la nostra casa in terra americana.

Rit.

I McNicholas, i Posalski, gli Smith e anche gli Zirilli,

i negri, gli irlandesi, gli italiani, i tedeschi e gli ebrei

i portoricani, i clandestini, gli asiatici, gli arabi lontani miglia da casa

hanno attraversato l’oceano col fuoco nel cuore

(hanno attraversato l’oceano, mille miglia da casa,

con le pance vuote ma col fuoco nel cuore: così nel booklet).

Sono morti costruendo le ferrovie, hanno lavorato fino a ridursi pelle e ossa,

sono morti nei campi e nelle fabbriche – i loro nomi dispersi nel vento.

Sono morte per arrivare fin qui cento anni fa e ancora muoiono,

le braccia che hanno costruito il Paese che ha sempre cercato di opprimerle.

Rit.

Nuove rotte di immigrazione

Posto un interresantissimo pezzo di Adriano Remiddi tratto dal sito di Limes sulle nuove rotte dell’immigrazione verso l’Europa. Nelle quinte stiamo parlando di globalizzazione e abbiamo accennato al fatto che alcune emergenze possono trovare soluzione solo se affrontate a livello internazionale: fin tanto che ogni stato continua a guardale al cortile di casa sua non ci sono molte possibilità…

Le nuove rotte dell’immigrazione verso l’Europa

La pratica del respingimento in mare dei migranti clandestini ha abbassato del 70% gli sbarchi sulle coste siciliane. Ma i flussi migratori non sono diminuiti: hanno solo cambiato percorso.

La crisi economica ha rallentato i flussi migratori verso l’area Ocse ma la materia è sempre ai primi posti nelle agende dei governi dell’Unione europea. Negli ultimi dieci anni l’Europa ha visto assestarsi alcune principali rotte extra-europee, che incidevano prevalentemente a sud su Spagna e Italia e a est su Polonia e Ungheria. Tuttavia, grazie anche alle politiche migratorie promosse dall’Italia, è in corso una mutazione di tendenza. Di recente il nostro paese ha ratificato il trattato di Bengasi, meglio conosciuto come Trattato di amicizia italo-libica. L’accordo bilaterale firmato il 30 agosto 2008 da Gheddafi e Berlusconi prevede un controllo congiunto del canale di Sicilia allo scopo di contenere il flusso di immigrazione clandestina proveniente dal Nordafrica. Seguendo l’esempio di Spagna e Malta, quindi, anche l’Italia ha rafforzato la pratica del respingimento in mare, suscitando roventi polemiche internazionali.

Nel breve periodo il risultato è stato evidente, perché i controlli hanno ridimensionato consistentemente l’emergenza-sbarchi sulle coste siciliane: c’è stata una riduzione del 71% nell’ultimo anno. Anche il Centro di identificazione ed espulsione (Cie) di Lampedusa, tristemente celebre per il suo cronico sovraffollamento, era ormai deserto in pieno agosto – proprio nel periodo di potenziali sbarchi in massa. Inizialmente, nella controllatissima rotta che dal Nordafrica porta all’Italia, gli sbarchi si sono diretti perlopiù sulla piccolissima isola di Linosa e sulle spiagge agrigentine, ma i continui respingimenti hanno scoraggiato definitivamente questa soluzione. I movimenti dei popoli, ci insegna la storia, sono difficilmente arrestabili e non stupisce quindi che i migranti arginati via mare stiano utilizzando altre rotte.

Nel 2010 infatti, il totale degli ingressi illegali in Europa è aumentato rispetto all’anno precedente, a dimostrazione che i flussi non si sono samos-musumeci-img_2126-2-large.jpgfermati ma sono solo stati deviati. La legge del mercato, della domanda e dell’offerta, trova attuazione anche quando si tratta di vite umane. Non sorprende quindi che sia bastato poco tempo perché si riorganizzassero nuove piste di clandestini via terra. Tantomeno stupisce constatare che la pressione migratoria è cresciuta visibilmente e progressivamente prima in Egitto e in Turchia, poi in Grecia e Albania, paesi di transito che rappresentano la porte d’Europa e dell’area Schengen. Stando ai numeri forniti dal Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere, negli ultimi 12 mesi l’80% degli immigrati è entrato nell’Unione attraverso la Grecia, provenendo dal Nordafrica. Nel 2010 infatti il numero di tentativi di ingresso attraverso la Grecia è più che quadruplicato, passando da 6.616 casi a circa 31.021 (+369%). La chiusura delle rotte nel Mediterraneo ha fatto sì che i flussi africani verso l’Europa si  riorganizzassero su terra, permettendo l’arrivo di migliaia di migranti attraverso la Libia, l’Egitto e la Turchia, che vanno a sommarsi al già gravoso flusso proveniente da Afghanistan, Pakistan, Iraq e Iran. Il problema è che la Grecia dimostra di non saper accogliere questa mole di immigrati che di fatto non riesce a respingere, tanto da essere stata definita “palesemente incapace” dal ministero degli Interni di Istanbul. Parte di questo flusso su terra sembra quindi transitare progressivamente attraverso la penisola balcanica diretta verso Croazia, Slovenia e Italia, paesi nei quali, secondo l’ultimo rapporto annuale della stessa agenzia europea, si è registrato un netto aumento del numero di respingimenti alle frontiere terrestri.

Va inoltre segnalato un sorprendente ritorno degli sbarchi sulla costa adriatica, fenomeno ormai estremamente contenuto dopo la pacificazione della penisola balcanica ma tornato alle cronache durante la scorsa estate dopo gli sbarchi in Puglia e Calabria di nordafricani provenienti dalle coste turche. Proprio in queste settimane, per ristabilire il controllo dei confini europei in Grecia, la Commissione europea ha predisposto l’invio delle Rabit – le Squadre di intervento rapido alle frontiere – prevedendo l’impiego sul territorio di 175 unità provenienti dai paesi dell’area Schengen, che affiancheranno Atene nei pattugliamenti e nei respingimenti. È la prima volta che viene dispiegata un’operazione congiunta di questo tipo e le aspettative dell’Unione sono ovviamente molto alte.

Ciò che resta di un eroe

Ho fatto l’obiettore di coscienza, quindi non ho fatto il servizio militare: quando c’era l’anno di leva obbligatorio ero dell’idea che non fosse assolutamente corretto che uno stato obbligasse un giovane diciottenne a imparare come si usa un’arma. Non penso che il sistema corretto per alzare il livello di democrazia di uno stato sia quello della forza, ma penso anche che sia necessario confrontarsi su questo. Penso anche che a volte il dialogo con un regime totalitario sia difficoltoso se non impossibile. Insomma sono convinto che idee e pareri siano molto diversi. Quando però sento di un attentato in cui perde la vita un giovane soldato mi si stringe il cuore al pensiero di chi quel militare ha amato e che ora piange quella vita che non c’è più. Penso alle vittime delle guerre, di quelle combattute ufficialmente (con tanto di nome ridondante) e di quelle ufficiose ma molto più numerose, a tutte le vittime. E allora torna alla mente una delle primissime canzoni scritte da Fabrizio De André: “La ballata dell’eroe”.Senza titolo-2.jpg

E’ la storia di un soldato che parte per la guerra con l’intento di dare il suo aiuto (o il suo sangue, in un’altra versione) alla sua terra: è la stessa motivazione che sento ripetere spesso dai tanti amici che hanno scelta la professione militare, anzi la missione militare, come preferiscono dire loro. Dai superiori il soldato riceve, oltre a mostrine e stellette, il consiglio di vendere cara la pelle (attenzione: non di riportarla a casa…). Riceve l’ordine di andare avanti e commette l’errore di spingersi troppo lontano nella ricerca della verità: davanti agli occhi mi sono passate le vignette del fumetto “Logicomix”, laddove si parla della I guerra mondiale col tentativo da parte del filosofo Wittgenstein di vivere il suo essere umano stando il più possibile accanto alla morte (e concludendo “Spingete un uomo sull’orlo dell’abisso e … se riesce a non caderci dentro… diventerà un mistico o un pazzo… che forse sono la stessa cosa” pag. 256-7).

Dalla morte del soldato derivano due conseguenze.

La prima non riesce proprio a entrare nelle mie corde: la Patria ha un eroe in più da aggiungere alla propria gloria. Troppe sono le domande che si rincorrono nella mia mente: ne pongo solo tre. Che dire di tutti i morti sul lavoro e che lavorano nella società civile, tra mille rischi e accettando anche mille compromessi? Che dire dei soldati tornati dalle missioni con gravi malattie e neppure risarciti? E’ necessario cadere sul campo per dire che la vita è stata vissuta da eroi?

La seconda conseguenza è quella degli affetti, quella che stringe il cuore: quella della donna che amava il militare e che avrebbe preferito il soldato vivo all’eroe morto, di colei che avrebbe voluto avere accanto a sé, nel letto, colui che avrebbe potuto regalarle un caldo abbraccio piuttosto che la gloria di una medaglia alla memoria. E il cuore si stringe. 

Un po’ di chiarezza

Ozzy_Osbourne_-_Black_Sabbath.jpgSpulciando tra le riviste accumulate in questi mesi di trasloco, staccando i pezzi interessanti prima di gettare nell’apposito cassonetto differenziato la carta, mi è venuto in mano un pezzo-intervista su Ozzy Osbourne preso sempre da XL di giugno:

«Diggin’ Me Down potrebbe essere tranquillamente definita blasfema. “Non credo”, si oppone Ozzy, con gli occhi roteanti dietro gli occhialini tondi. “Mi chiedo solo: ma quanto male deve esserci nel mondo perché arrivi Dio a salvarci? Cosa deve succedere ancora?”. Il principe delle tenebre non crede in Dio. Ci mancherebbe. Ma prega sempre prima di un concerto: “Lo faccio perché penso: ‘Adesso vado là fuori e qualcosa va storto e la gente mi fischia’. La preghiera mi tranquillizza”. Satana con il rosario in mano.»

E allora associando questo pezzo a quello su Mika da poco postatomi chiedo: ma non è che devono fare un po’ di chiarezza dentro di sé? Cosa significa pregare? Messo in questa maniera mi ricorda tanto la grattata data alla cartolina anti-sfiga di Lupo Alberto prima dei compiti in classe al liceo…

Una felicità essenziale

federicozampaglione.jpgIl 26 ottobre esce il nuovo album dei Tiromancino, di cui gira già da un po’ il nuovo singolo L’essenziale (video ufficiale qui). In un’intervista presente nel numero di ottobre di XL Federico Zampaglione racconta di essere stato da adolescente un fan di Iron Maiden, Judas Priest, Cream. Riguardo al singolo guida del nuovo album afferma: “Nell’epoca in cui viviamo si cerca sempre di ottenere e di raggiungere di più, inseguendo mete che poi alla fine si rivelano inutili. Non serve a un cazzo correre, è solo un affanno: quello che serve veramente, quello che ti fa alzare la mattina e che ti fa sentire una persona che sta nelposto giusto è l’essenziale. Una donna, un volto, una casa di campagna, qualsiasi cosa sia, è importante che tu la viva sapendo che è tutto ciò che ti serve per vivere ed essere contento di te stesso… …calmati e guardati intorno, accorgiti di quello che ami, quelle poche cose che vanno protette e difese, con cura e amore, da tutto il rumore e il casino che ti gira intorno”. In terza stiamo parlando di valori e in quarta a breve di felicità: penso che l’essenzialità si leghi bene a entrambi 🙂

Perdonare e dimenticare

Il 26 settembre su Repubblica è uscita questa intervista molto interessante che riprenderemo in IV quando parleremo di giustizia, pena, colpa e perdono

intervista a ENZO BIANCHI, a cura di CHIARA CAROLI

«Dimenticare le colpe? Quello lo può fare solo Dio. Il perdono non può essere cancellazione, né oblio, né gesto di vanità o di arroganza. È un percorso arduo, faticoso. È un dono elargito senza opportunismo, nel nome della fiducia nei confronti dell’uomo». Un’assunzione di responsabilità condivisa, per costruire una giustizia davvero al servizio di una società fondata sui valori più alti: la solidarietà, la pace, la pietà. È una sfida intellettuale impegnativa quella che lancia padre Enzo Bianchi dal palcoscenico di Torino Spiritualità, dove ieri mattina, nel Cortile di Palazzo Carignano, ha dialogato con Gustavo Zagrebelsky sull’idea del perdono, del perdono concesso al “nemico”, inteso come realizzazione estrema della gratuità. «Il perdono non è un patteggiamento di pena – dice il priore di Bose – ma è il fondamento dei rapporti più limpidi e profondi. È reciprocità. È la riconciliazione, è l’andare oltre che offre una possibilità di futuro. E che si applica all’intera vicenda umana, dal privato di un tradimento tra marito e moglie a una grande vicenda storica come il conflitto tra Israele e Palestina».

forgive.jpgPadre Bianchi, come distinguere il perdono dall’impunità?

«Il perdono non cancella la colpa ma è il riconoscimento che la persona è più grande del male che ha compiuto. È un atteggiamento costruttivo, che porta a sfuggire il rancore e rinunciare alla vendetta».

Zagrebelsky teme che la deresponsabilizzazione produca una società di eterni bambini perennemente ricondotti allo stato di fanciullezza, che dalla storia dei loro errori non sono in grado di imparare nulla. È d’accordo?

«Questa idea non mi convince e credo non aiuti il futuro. Non è la fanciullezza la malattia della nostra società, ma l’illegalità. In questo paese da almeno dieci anni è accettato come un fatto naturale che abbiano diritto di esistenza il sopruso e la mancanza di regole. È questa la causa dell’imbarbarimento».

Può esistere felicità senza responsabilità?

«No. Se parliamo della beatitudine evangelica, essa non può che realizzarsi nella responsabilità non solo di sé ma anche dell’altro, dell’altro che è mio fratello. Questa condivisione di responsabilità è la strada che fa crescere tutti e realizza una società matura».

Lei sostiene che una vera “communitas” contrassegnata dalla qualità della convivenza sociale e dalla solidarietà non può escludere “ciecamente” il perdono dal concetto e dalla prassi della giustizia. Come distinguere questa idea dall’iper-garantismo?

«La giustizia contiene in sé il concetto di perdono. La filosofia del diritto lo sta elaborando. L’idea di perdono non esclude quella di memoria. La colpa va ricordata, non dimenticata né cancellata. Il fine di una società umana costruita sull’amore deve lavorare per la riconciliazione e per la riabilitazione di chi ha peccato».

Riconciliazione in Sudafrica, in Israele. E qui, in Italia, tra carnefici e vittime del terrorismo. È possibile?

«Il cammino della riconciliazione è difficile. Nel privato è affidato alla coscienza e ai sentimenti dei parenti delle vittime. Ma a livello politico mi pare che lo Stato abbia già perdonato, attraverso l’indulto o gli sconti di pena. Il che non significa annullare la responsabilità ma offrire a chi ha commesso un delitto una via d’uscita per non essere identificato con la propria colpa e ricominciare una vita con dignità. C’è una virtù in tutti gli uomini, che la Bibbia chiama “immagine e somiglianza di Dio”, che nessun misfatto può cancellare del tutto».

Non crede che il buddismo, che quest’anno a Torino Spiritualità è stato protagonista con tre grandi maestri tibetani, abbia riposte più efficaci del Cristianesimo ai disagi interiori dell’uomo contemporaneo?

«Credo che la religione cristiana abbia qualcosa da imparare dal buddismo in materia di compassione e il buddismo dalla religione cristiana sul tema del perdono. Ma mi pare che l’approccio alle discipline orientali sia più intellettuale che autenticamente spirituale. È effetto della globalizzazione. Tutti vogliono conoscere un po’ di tutto. Ma non credo al bricolage dell’anima. Prendere sulle bancarelle un po’ di questo e un po’ di quello non può produrre che una spiritualità omologata e superficiale. Un pizzico di tutto non fa la buona cucina».