Un vicino passato per leggere il presente


Monastero dorato di San Michele a Kiev (fonte)

Se cerchiamo “Chiesa ortodossa dell’Ucraina” su Wikipedia troviamo :

“La Chiesa ortodossa dell’Ucraina (in ucraino: Православна церква України, Pravoslavna cerkva Ukraïny) è una Chiesa ortodossa nazionale ucraina. È stata fondata il 15 dicembre 2018 con un “concilio di riunificazione” tra la Chiesa ortodossa ucraina – Patriarcato di Kiev e la Chiesa ortodossa autocefala ucraina, con l’autorizzazione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, che ha riconosciuto alla nuova Chiesa l’autocefalia.
Tale decisione è stata però fortemente contestata dalla Chiesa ortodossa russa, che riconosce invece una differente Chiesa ortodossa ucraina, e che ha quindi denunciato lo “sconfinamento” del Patriarcato di Costantinopoli, rompendo le relazioni con esso e dichiarando il concilio “illegale” e la nuova Chiesa “scismatica”. Questa crisi religiosa, chiamata “scisma ortodosso del 2018”, è iniziata nel 2014 con l’occupazione russa della Crimea e la conseguente annessione della Crimea alla Federazione Russa. L’autocefalia della Chiesa ucraina è infatti stata fortemente voluta e supportata dal presidente ucraino Petro Porošenko, collocato su posizioni filo-atlantiste e filo-europeiste.
Il primate della Chiesa ha il titolo di metropolita di Kiev e di tutta l’Ucraina ed è, dal 15 dicembre 2018, Epifanij.”

La vicenda non è di facile comprensione per chi non conosce il mondo delle Chiese ortodosse, i suoi termini, le sue parole, il suo linguaggio (e non posso mettermi a spiegare qui tante cose). Però conoscere questi fatti, anche in generale, è utile per comprendere alcuni vissuti di ieri e di oggi. Per questo, essendo abbonato da anni alla rivista Confronti, ho recuperato alcuni articoli del 2018 e del 2019. Prima li elenco e poi li pubblico integralmente. Sarà un post lungo, IL PIÙ LUNGO DI QUESTO BLOG, ma per approfondire e comprendere ci vuole tempo. Specifico anche che le elezioni in Ucraina si sono tenute il 21 aprile 2019 (secondo turno): prima di quella data il presidente era, come letto sopra, Petro Porošenko.

2018.10.04: Scisma tra Mosca e Costantinopoli? qui

2018.11.02: La questione ucraina innesca uno scisma qui

2019.02.07: Dopo la scelta di Kiev un futuro inquietante qui

2019.04.05: Si acuisce lo scisma tra Mosca e il Fanar qui

2019.07.15: Morire per Kiev? Un tragico duello ecclesiale qui

2019.10.03: L’autocefalia ucraina secondo Costantinopoli qui

2019.10.31: Il patriarcato russo contro gli “scismatici” ucraini qui

SCISMA TRA MOSCA E COSTANTINOPOLI?

4 Ottobre 2018

di Luigi Sandri.

L’aereo, destinazione Kiev, è già pronto all’aeroporto di Istanbul per portare il tomos (decreto sinodale) con cui il patriarcato ecumenico di Costantinopoli concederebbe la “autocefalia” alla Chiesa ortodossa ucraina, con ciò avviando una rottura che, dopo quella tra Oriente ed Occidente del 1054, innescherebbe un nuovo e più aspro scisma, stavolta intra-ortodosso, con la nuova Roma (l’ex Bisanzio) e la terza (Mosca) irriducibilmente contrapposte.

Le parole rassicuranti – «Abbiamo parlato cuore a cuore» – pronunciate il 31 agosto dai protagonisti al Fanar (il quartiere dell’antica capitale bizantina dove sorge il palazzo del patriarcato), al termine del vertice tra il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, e quello di Mosca, Kirill, giunto apposta nella metropoli turca “per discutere temi di comune interesse”, sul problema decisivo – la “indipendenza canonica” ucraina pur mai citata nei comunicati – hanno pietosamente nascosto un fallimento, esploso poi alla luce del sole nelle settimane seguenti.

KIEV, MADRE SPIRITUALE DI MOSCA

Già da tempo conosciuto attraverso mercanti e missionari che, provenienti da Costantinopoli, attraversato il Mar Nero risalivano il fiume Dniepr, a Kiev il Cristianesimo nella Rus’ divenne religione ufficiale dopo che nel 988 il principe Vladimir si fece battezzare: il che comportò la “conversione” di tutti i sudditi alla nuova religione. La reciproca scomunica del 1054 tra l’antica e la nuova Roma non scompose Kiev, che salomonicamente cercò di mantenere buoni rapporti con ambedue.

Dopo l’invasione mongola del 1240 che devastò Kiev, i metropoliti della città trovarono rifugio in varie città russe, finché non fissarono la residenza a Mosca, fondata pochi decenni prima, nel 1147. Vi erano, allora, città russe più importanti di essa: Novgorod, Iaroslavl, Vladimir; Mosca, però, s’impose, e il suo Gran Principe divenne la guida del paese, in prima fila per scuotere il giogo tartaro.

Il 29 maggio 1453 i turchi ottomani prendono Costantinopoli, ponendo fine al millenario impero romano d’Oriente. Un decennio dopo, papa Paolo II si adopera per far sposare la nipote dell’imperatore, Zoe, con il Gran Principe di Mosca: il sogno è che la principessa convinca il marito, Ivan III, a farsi cattolico e ad attaccare i turchi, mentre una crociata occidentale sarebbe accorsa per sconfiggere gli “invasori” musulmani. Il progetto, però, abortisce: la Russia, in ciò spronata da Zoe (diventata Sofia) che porta in dono allo sposo le insegne imperiali bizantine, rimane ortodossa e in comunione con il patriarcato di Costantinopoli che, tramontato il rapporto “sinfonico” Chiesa-Stato, deve muoversi sotto il potere del sultano. Nel paese, intanto, cresce il mito di Mosca “terza Roma” (“l’antica, quella del Tevere, è caduta nell’eresia del papismo; la nuova in mano ai turchi; la terza, colonna dell’Ortodossia, non cadrà mai!”).

A metà del Cinquecento Ivan il Terribile debella i tartari, e si fa “zar”. Nel 1589, ottenendo poi il consenso dei quattro patriarcali orientali (Alessandria, Antiochia, Costantinopoli e Gerusalemme), Mosca diventa patriarcato che, nel 1686, incorporerà la sostanza dell’eredità di Kiev. E – secoli dopo! – stante l’Urss l’Ucraina, dal punto di vista ecclesiastico, rimane un esarcato legato a Mosca. Ma nel 1991 – proclamazione dell’indipendenza dell’Ucraina e, poi, collasso dell’Urss – la Chiesa ortodossa là si spacca in tre: Chiesa ortodossa ucraina (la più numerosa), legata a Mosca, e oggi guidata dal metropolita Onufry; l’autonominatosi Patriarcato di Kiev, guidato dal metropolita Filaret, scomunicato dal patriarcato russo; la piccola Chiesa autocefala. Queste ultime due non riconosciute da nessuna Chiesa ortodossa.

Con la “nuova” Ucraina riprendono vigore i greco-cattolici (dagli ortodossi polemicamente chiamati “uniati”, perché considerati uniti con la forza al papato). Nati nel 1595-96 con l’approvazione di molti vescovi ortodossi, accolti allora da Clemente VIII, sotto l’Urss subiranno poi persecuzione. Essi ritengono di aver compiuto, a fine Cinquecento, una libera scelta ecclesiale (e senza prima mai aver rotto ufficialmente con Roma); il patriarcato russo, invece, li considera “traditori” sorti per le pressioni dei re polacco-lituani che volevano usarli come “cavallo di Troia” per distruggere dall’interno l’Ortodossia.

CHIESA AUTOCEFALA UCRAINA: LA MOSSA DEL PRESIDENTE POROSHENKO

Tra XX e XXI secolo. Bartolomeo – regna dal 1991 –, rifacendosi agli antichi Concili ecumenici, che diedero alla “nuova Roma” privilegi simili alla antica, rivendica il suo ruolo di primus inter pares tra i primati ortodossi; i patriarchi russi (Aleksij II e, poi, dal 2009, Kirill) lo accusano però di voler strafare, quasi fosse “il papa degli ortodossi”. Aspro è il loro dissenso sulla “giurisdizione” di alcuni paesi: l’Estonia, ad esempio, deve dipendere da Mosca, come questa sostiene, o da Costantinopoli, come affermano i greci? E l’Ucraina? Sullo sfondo un dato, pur non teologico, che pesa: Bartolomeo sovraintende a circa cinquemila ortodossi in Turchia (erano milioni, stante l’impero ottomano, in Anatolia) e a tre milioni tra Europa occidentale e due Americhe; il patriarcato di Mosca, invece, ha sotto di sé circa il 65-70% dei duecento milioni di ortodossi nel mondo, e un centinaio di milioni in patria. Una sproporzione invalicabile.

La questione religiosa ucraina viene poi avvelenata, e appesantita, dal contrasto politico-militare tra Mosca e Kiev, che ha portato, ancor oggi accesa, a una guerra “a bassa intensità” (ma ha fatto diecimila vittime!), nella zona del Donbass e, nel marzo 2014, alla occupazione della Crimea da parte russa. “Aggressione” la definiscono il governo di Kiev, il “patriarca” Filaret e Sviatoslav Shevciuk, arcivescovo maggiore dei greco-cattolici; “liberazione e ritorno alla patria”, secondo il Cremlino – e, implicitamente, per Kirill – perché la Crimea, russa dal 1783, era stata sbrigativamente “regalata” all’Ucraina sovietica da Kruscëv nel 1954.

Su questo sfondo si pongono gli eventi susseguitisi nei due ultimi anni. Kirill, pur dopo aver annunciato la sua partecipazione al Concilio ortodosso di Creta, che si sarebbe celebrato nell’isola greca nel giugno 2016, pochissimi giorni prima che esso iniziasse informò che lui e la sua delegazione avrebbero disertato l’appuntamento. “Un sabotaggio”, sentimmo dire, là, da molti padri “conciliari”. E, di fatto, quell’assenza amputò l’autorevolezza ecclesiale di quella pur importante Assemblea. Calò il gelo tra Costantinopoli e Mosca.

Il 9 aprile 2018 il presidente ucraino Petro Poroshenko si è recato al Fanar per chiedere il riconoscimento di una Chiesa autocefala ucraina, che raccoglierebbe le tre Chiese ortodosse del paese; il 19 aprile il parlamento di Kiev ha appoggiato la richiesta. Bartolomeo ha assicurato che lui con il suo Sinodo avrebbero studiato a fondo la questione. Allora il metropolita Hilarion di Volokolamsk, “ministro degli esteri” del patriarcato russo, ha replicato: la “pretesa” ucraina non ha fondamento canonico; e, se accolta da Costantinopoli, drammatiche sarebbero state le conseguenze per l’intera Ortodossia.

D’altra parte, un’”autocefalia” di Kiev farebbe perdere a Mosca, in prospettiva, molto suo clero, che è di origine ucraina. Kirill ritiene che l’analogia con altre Chiese autocefale – la romena, la bulgara, la greca, la serba… – che nel loro paese sono la Chiesa ortodossa nazionale, non possa valere per il caso ucraino, perché la Chiesa russa è sovranazionale, e al suo patriarcato appartengono metropoliti che guidano sue Chiese in Ucraina, Estonia, Lettonia, Kazakhstan, Uzbekistan, Azerbaigian, Bielorussia, Moldova…

LO SCENARIO DI UN EVENTUALE SCISMA TRA LA NUOVA E LA TERZA ROMA

Kirill, insieme con Hilarion, per due ore e mezza il 31 agosto scorso ha incontrato al Fanar il patriarca che era accompagnato dal metropolita Emmanuel di Francia. La delegazione, poi, non si è fermata per il pranzo, dove era attesa, ed è ripartita subito per Mosca. Le due Parti, senza entrare nei dettagli, hanno detto di aver discusso in spirito fraterno; lasciava tuttavia meravigliati che, nella sua dichiarazione prima di tornare in patria, Kirill non avesse mai pronunciato la parola “Ucraina”, come tema affrontato; mentre quel nome lo ha fatto Emmanuel, facendo intendere che la procedura per l’attesa “autocefalia” non si si sarebbe fermata.

Se, in teoria, sul “vertice” erano possibili valutazioni attendiste, a darne l’aspra interpretazione autentica ci hanno pensato i protagonisti. L’8 settembre, dopo una riunione di urgenza, il Santo Sinodo di Mosca, in una dichiarazione proclamava la “decisa protesta e profonda indignazione” per la decisione “anti-canonica” con la quale il giorno prima Costantinopoli, senza consultarsi con la Chiesa russa, nominava due suoi vescovi del Nord America – Daniil (Usa) e Hilarion (Canada) – come “esarchi” in Ucraina, cioè aventi, là, il compito di “preparare la concessione dell’autocefalia”. «Bartolomeo – chiosava il “ministro degli esteri” del patriarcato russo – risponderà della sua azione di fronte al giudizio di Dio e a quello della storia».

Poi, il 14 settembre, in una sua riunione straordinaria lo stesso Santo Sinodo – che, insieme al patriarca, ha raccolto una quindicina di metropoliti e di alti dirigenti della Chiesa russa – lanciava un solenne ultimatum a Costantinopoli. Il testo fa un’ampia ricostruzione della storia del Cristianesimo da Kiev a Mosca, e dei rapporti di questa con Costantinopoli. È vero – afferma – che la fede cristiana arrivò prima a Kiev, e poi a Mosca, rimanendo Costantinopoli il punto di riferimento ecclesiale; ma, a partire dal XV secolo Mosca si regolò da sola, fino a diventare, nel Cinquecento, patriarcato, del quale è diventata parte l‘Ucraina: questa, perciò, si trova nel “territorio canonico” del patriarcato russo; e Bartolomeo, volendo legiferare in essa, o inviandovi “esarchi”, si immischia negli “affari” interni di un’altra Chiesa ortodossa, il che – concludeva la dichiarazione – è vietato dai canoni degli antichi Concili.

Poi, venendo all’attualità, afferma:

«Nel gennaio 2016 all’incontro dei primati delle Chiese locali [presente Kirill] a Chambésy, Ginevra, Bartolomeo pubblicamente indicò il metropolita Onufryi come “il solo primate canonico della Chiesa ortodossa in Ucraina”. E allora il patriarca promise che né durante il Concilio di Creta, né dopo, avrebbe legittimato lo scisma [di Filaret e degli “autocefali”] o garantito, unilateralmente, l’autocefalia a quella Chiesa. Prendiamo atto con grande rincrescimento che quella promessa è stata violata… con una decisione anti-canonica che costituisce un diretto appoggio allo scisma ucraino».

Conclusione: «Il patriarcato di Mosca è costretto a sospendere la commemorazione liturgica del patriarca Bartolomeo. Inoltre, con grande dispiacere, sospendiamo la concelebrazione con autorità del patriarcato di Costantinopoli, e così pure la partecipazione della Chiesa ortodossa russa in Assemblee episcopali, in dialoghi teologici, in commissioni multilaterali e simili strutture presiedute o copresiedute da rappresentanti del patriarcato di Costantinopoli. Se questo prosegue le sue attività anti-canoniche nel territorio della Chiesa ortodossa ucraina [quella guidata da Onufry], saremo costretti a interrompere totalmente la comunione eucaristica con esso. La piena responsabilità di queste tragiche conseguenze e di questa divisione incombe personalmente su Bartolomeo e su quanti stanno con lui. Chiediamo alle Chiese autocefale sostegno in questo momento difficile. Facciamo appello ai primati di tutte le Chiese perché ben comprendano la nostra responsabilità condivisa per il destino del mondo ortodosso».

La Chiesa sotto accusa, però, contesta questa ricostruzione. Un autorevole rappresentante del patriarcato, l’arcivescovo Job di Telmessos, in un’intervista del 15 settembre ad una agenzia ucraina ha affermato: «Costantinopoli si è sempre considerata – canonicamente – la “Chiesa-madre” dell’Ucraina; non fu legittima la presa ecclesiale russa del paese; il Fanar, e solo lui, ha il diritto di proclamare la “autocefalia” della Chiesa ucraina, come nei secoli XIX e XX ha proclamato quelle delle Chiese di Romania, Serbia, Bulgaria; anche la Chiesa ucraina legata a Mosca, nel 1991, voleva l’autocefalia! Il patriarcato ecumenico – ha sottolineato – non propone l’autocefalia in Ucraina come arma di guerra, ma come medicina per sanare uno scisma ecclesiale che dura da trent’anni». Ed ha concluso rilevando che sarebbe increscioso che Mosca facesse uno scisma per ragioni canoniche, quando non è in questione nessun dogma di fede.

A questo punto manca un solo passo perché Mosca proclami lo scisma, cioè la cancellazione nei dittici – l’elenco, nella divina liturgia, dei capi delle Chiese sorelle con le quali si è in comunione – del nome di Bartolomeo. Sarebbe uno scisma eucaristico, dunque lacerante. Le altre dodici Chiese ortodosse dovrebbero, poi, scegliere da che parte stare. Finora, solo l’arcivescovo Hieronymos di Atene si è schierato con Costantinopoli; quasi tutti i patriarchi, invece, con Mosca: Theophilos III, di Gerusalemme; Theodoros II di Alessandria (Filaret è “scismatico”); Ilia II della Georgia; Johannes X di Antiochia; Irenej di Serbia («quanto sta succedendo in Ucraina è molto pericoloso o addirittura catastrofico, probabilmente fatale per l’unità della Santa Ortodossia»). Non si sa, per ora, la reazione del patriarca rumeno Daniel.

Gran parte dell’Ortodossia mette dunque in dubbio il ruolo di Bartolomeo come primus inter pares. E il papa di Roma? Imbarazzatissimo, e attento a non schierarsi; prudentissimi anche la Curia romana e la diplomazia pontificia. Ma se i contendenti si appellassero a lui per un arbitrato? Egli farebbe quello che, talora, il papato romano fece nel primo millennio… Se però fallisse? Intanto – primo “effetto collaterale” dello scisma, che poi lambirà anche il Consiglio ecumenico delle Chiese – va in crisi la commissione mista cattolico-ortodossa, istituita nel 1980 per affrontare i problemi teologici pendenti (primo fra tutti il ruolo del vescovo di Roma nell’ecumene); infatti, essa, con un cardinale romano, è co-presieduta da un metropolita di Costantinopoli… dunque out per Mosca.

Un terremoto ecclesiale, dalle conseguenze devastanti, incombe sull’Ekklesìa, e per ragioni estranee all’Evangelo. Ma se, stante il muro tra Mosca e Costantinopoli, il “popolo ortodosso” ucraino, il quale – lo abbiamo constatato in loco – fatica a sentirsi rappresentato da diatribe come queste, e superando le sue stesse lacerazioni interne, in ciò sollecitato da     gruppi più arditi della diaspora ortodossa in Occidente, con una pacifica e dolente insurgenza obligasse i “vertici” a un soprassalto di audacia ecclesiale, e di fantasia creativa per immaginare soluzioni canoniche mai esperimentate, pur di impedire l’irreparabile? Intanto, all’aeroporto di Istanbul l’aereo per Kiev è sulla pista, in attesa del tomos. Qualcuno lo fermerà?

LA QUESTIONE UCRAINA INNESCA UNO SCISMA

2 Novembre 2018

di Luigi Sandri.

Dopo le “sciabolate” estive, in ottobre hanno fatto un passo avanti verso lo scisma ufficiale i patriarcati di Mosca e Costantinopoli irriducibilmente divisi sulla questione della “autocefalia” della Chiesa ortodossa ucraina.

A settembre, in seguito al problematico incontro del 31 agosto, a Istanbul, tra il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, e quello di Mosca, Kirill, il primo aveva proseguito con iniziative che andavano nel senso opposto ai desiderata dei russi, che reagirono perciò con durezza [vedi Confronti 10/18].

LA STRADA DI BARTOLOMEO

Ma, convinti di fare la cosa giusta, Bartolomeo e il suo Sinodo l’11 ottobre hanno infine deciso di: 1) “procedere” alla concessione dell’autocefalia della Chiesa ucraina; 2) ristabilire nei loro ranghi gerarchici Makariy Maletich (della piccola e già esistente Chiesa autocefala ucraina) e Filaret Denisenko, l’autoproclamatosi “patriarca” di Kiev, nel 1997 scomunicato dal Santo Sinodo russo, del quale pure aveva fatto parte per tanti anni; 3) revocare il vincolo giuridico della Lettera sinodale del 1686, che dava al patriarca di Mosca il diritto di ordinare il metropolita di Kiev; 4) lanciare un appello «a tutte le parti coinvolte, perché evitino l’indebita appropriazione di chiese, monasteri e altre proprietà, e qualsiasi altro atto di violenza».

LA RISPOSTA DEL SINODO DI MOSCA

Fermissima, il 15 ottobre, la risposta del Santo Sinodo di Mosca, riunitosi a Minsk, in Bielorussia: 1) interruzione della comunione eucaristica con Costantinopoli (teologicamente, la proclamazione dello scisma), e proibizione agli ortodossi russi di partecipare alle liturgie di quella Chiesa; 2) accuse a quel Sinodo di aver violato i canoni stabiliti dai Concili ecumenici; 3) rivendicazione dell’Ucraina come proprio territorio canonico; 4) inammissibilità della revoca della lettera del 1686 (che, secondo Mosca, affidava “per sempre” a essa la metropolia di Kiev, mentre ora Costantinopoli sostiene essersi trattato di una decisione “temporanea”, e “revocabile” anche dopo secoli); 5) scandalo per la riabilitazione dello “scismatico” Filaret.

Perché la decisione “politica” del Sinodo costantinopolitano diventi concreta, occorre però che esso appronti un tomos ad hoc, cioè un documento ufficiale che stabilisce esattamente i termini dell’autocefalia. Allora sarà il momento della verità: si vedrà la “composizione” della futura Chiesa autocefala. Per ora, in Ucraina l’Ortodossia è spezzata in tre: una, legata a Mosca (un terzo delle circa trentamila parrocchie dell’intera Chiesa russa stanno in quel paese!); il “patriarcato” di Kiev; la Chiesa autocefala (del tutto distinta da quella di cui si discute). Queste due – finora non riconosciute da nessuno nell’Ortodossia – formeranno la nascente Chiesa autocefala; ma, da sole, esse rappresentano solo un terzo degli ortodossi ucraini, perché i due terzi (alcuni dicono: la metà) appartengono alla Chiesa legata a Mosca.

Quanti di questi ucraini-russi rimarranno con la Chiesa oggi guidata dal metropolita Onufry, e quanti passeranno alla neonata “autocefala”? Se i “trasmigratori” saranno davvero molti, e magari la maggioranza, avranno vinto Bartolomeo e il presidente ucraino Petro Poroshenko che il 9 aprile scorso si era recato apposta da quel patriarca, per chiedere il tomos dell’autocefalia (un auspicato traguardo che, a suo parere, rappresenterà «la caduta della Terza Roma [Mosca]); se, invece, la Chiesa ucraino-russa manterrà sostanzialmente i suoi fedeli, avrà vinto Kirill. Per chi perderà la “scommessa”, il fallimento sarà rovinoso. Al di là dei numeri, è comunque assai probabile che sorgano contrasti, per non dire atti di violenza – magari per il possesso dell’unica chiesa del villaggio – tra ortodossi “ucraini” (considerati patrioti) e “filo-moscoviti” (considerati “traditori” dal governo di Kiev). E chi dovrebbe difendere questi ultimi, se le cose prendessero una brutta piega?

LA RISPOSTA DI PUTIN

Meraviglia assai che in Occidente non si sia dato rilievo a un dettaglio: Vladimir Putin, subito dopo la decisione dell’11 ottobre, ha riunito il Consiglio russo per la sicurezza, per discutere della Ortodossia in Ucraina. Lo “zar” voleva predisporre le sue mosse nel caso in cui Poroshenko, che ha legato le sue fortune politiche alla “autocefalia”, favorisse misure repressive contro gli ortodossi ucraino-russi. E il ministro degli esteri del Cremlino, Serghiei Lavrov, ha definito quella organizzata da Bartolomeo «una provocazione con il diretto sostegno pubblico di Washington»!

Quali che siano ragioni e torti nel Da (sì) o Niet (no) all’autocefalia, su essa pesano questioni geopolitiche e nazionaliste, con risvolti militari – perché nell’Ucraina orientale continuano gli scontri tra ucraini e filo-russi (sostenuti dal Cremlino), mentre Poroshenko esige la restituzione della Crimea “brutalmente occupata”, che Putin, con la sua annessione, approvata da un referendum nel 2014 ma non riconosciuto dalla comunità internazionale, ormai ritiene “per sempre” russa.

Dal punto di vista canonico, il cuore della discordia è la questione del “territorio canonico”: per il patriarcato russo l’Ucraina fa parte del “suo” territorio e, dunque, ritiene intollerabile che Costantinopoli abbia osato intervenire in esso. Analoga contesa tra i due patriarcati per la giurisdizione sull’Estonia, nel 1996 portò Mosca a proclamare uno scisma, chiuso però dopo sei mesi con un  compromesso: la compresenza, a Tallinn, di due vescovi ortodossi, l’uno legato alla Chiesa russa, l’altro a quella di Bartolomeo. Insopportabile, per Kirill, e “inaudita interferenza politica”, è poi che la richiesta ufficiale dell’autocefalia sia stata presentata dal presidente ucraino, e confermata dal parlamento di Kiev. A tali obiezioni il Sinodo di Bartolomeo replica, apportando ampia documentazione storica: l’Ucraina è parte del “suo” territorio canonico, anche perché Bisanzio è stata la Chiesa-Madre che inviò missionari a Kiev dove infine, nel 988, portarono il principe Vladimir a farsi battezzare. Del resto, secondo il patto del 1686 il metropolita di Kiev doveva porre al primo posto, nella liturgia, il patriarca di Costantinopoli.

Catastrofica, comunque, sul fronte intra-ortodosso, è la deflagrazione della questione ucraina: le quattordici Chiese autocefale ora dovranno schierarsi. Dopo l’11 ottobre, il patriarca di Antiochia, Johannes X, ha dato torto a Bartolomeo; e così Ireneo di Serbia; pure un metropolita bulgaro si è schierato con Mosca. Qualche rara voce sostiene che dovrebbe essere un Concilio panortodosso a dirimere la vertenza: epperò Mosca non lo vuole; del resto, pur dopo aver assicurato la sua partecipazione al Concilio ortodosso di Creta del 2016, lo aveva poi disertato. Esso, comunque, non avrebbe potuto, per l’opposizione previa di Kirill, mettere in agenda i criteri per concedere l’autocefalia, sui quali russi e greci divergono. Osserva Bartolomeo: nell’Ottocento e Novecento è stato il patriarca di Costantinopoli – primus inter pares – a dare il tomos dell’autocefalia alle Chiese di Romania, Serbia e Bulgaria.

BUIO SULL’ECUMENISMO

Anche il Consiglio ecumenico delle Chiese – del quale sono membri le due Chiese in dissidio – è in enorme imbarazzo. E ancora più lo è papa Francesco (che il 19 ottobre ha ricevuto in udienza privata il metropolita di Volokolamsk, Hilarion, “ministro degli esteri della Chiesa russa”): ormai la commissione mista cattolico-ortodossa, attiva dal 1980, viene depotenziata, perché Mosca – che rappresenta quasi i tre quarti dei duecento milioni di ortodossi nel mondo – ha annunciato che non prenderà più parte a organismi co-presieduti da un rappresentante di Costantinopoli. Come, appunto, quella commissione.

Il buio scende sul cammino ecumenico di tanti anni. Forse ai semplici fedeli ortodossi dei paesi coinvolti nulla interesserà delle beghe dei loro capi; e nelle liturgie continueranno a pregare con devozione, senza preoccuparsi a quale Chiesa appartengano. Forse. Perché lo scisma in atto è potenzialmente lacerante. Infatti, le due Parti in contrasto citano, sì, canoni e eventi storici per sostenere le proprie tesi; mai, però, l’Evangelo. Che, infatti, non potrebbe essere addotto per questioni di potere ecclesiastico.

DOPO LA SCELTA DI KIEV UN FUTURO INQUIETANTE

7 Febbraio 2019

di Luigi Sandri.

Il 5 gennaio a Istanbul il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, presente il presidente ucraino Poroshenko, ha firmato il “tomos” – decreto sinodale – che concede l’autocefalia alla neonata Chiesa ortodossa d’Ucraina; e l’indomani l’ha consegnato al neo-primate Epifanyi. Che il patriarcato di Mosca, furente, considera “scismatico”.

Ora che lo “scisma” tra i patriarcati di Mosca e di Costantinopoli – irrimediabilmente divisi sulla questione dell’autocefalia (indipendenza) della Chiesa ortodossa in Ucraina – è stato consumato, ci pare utile qualche considerazione sulle ragioni apportate dai protagonisti della vicenda, e su «che cosa», ora, prevedibilmente accadrà. Lasciando sullo sfondo quanto già raccontato [vedi Confronti 10 e 11/18, 1/19], rivisitiamo i tre fronti della “battaglia”: ucraino, moscovita, costantinopolitano.

Il 5 gennaio, nella cattedrale di san Giorgio al Fanar (antico quartiere di Istanbul, residenza dei patriarchi di Costantinopoli) Bartolomeo I ha firmato il tomos – decreto sinodale – con il quale, come Chiesa-madre a una Chiesa-figlia, concedeva la “autocefalia” alla neonata Chiesa ortodossa in Ucraina.

Alla solenne cerimonia erano presenti il presidente ucraino Petro Poroshenko, e il metropolita di Kiev e primate della nuova Chiesa, Epifanyi, eletto a quella carica il 15 dicembre, da un Concilio per la riunificazione – “Conciliabolo”, secondo il patriarcato russo – formato da delegati del “Patriarcato di Kiev” e della piccola e preesistente Chiesa autocefala ucraina. Presenti anche due (due, su novanta) vescovi della Chiesa ortodossa ucraina legata a Mosca, che gode di amplissima autonomia, e fino al momento la più numerosa nel paese. Essa è guidata dal metropolita Onufryi. Il 6 gennaio Bartolomeo ha consegnato a Epifanyi il tomos che poi già l’indomani era esposto nella cattedrale di Santa Sofia, a Kiev, a perenne memoria dell’evento.

Sul lato ucraino, il protagonista principale – ci pare – è stato colui che fino al 15 dicembre 2018 era il “patriarca” di Kiev (“cosiddetto”, secondo Mosca), Filaret. Nato in Ucraina nel gennaio 1929, Mykhailo Antonovych Denysenko, diventato monaco – con il nome di Filaret – e poi prete, fece tutti i suoi studi in Russia e rappresentò poi il patriarcato di Mosca in varie missioni all’estero. Infine, fu scelto come metropolita di Kiev e, come tale, per anni fu membro permanente del Santo Sinodo di Mosca. Quando, nel maggio 1990, morì il patriarca russo Pimen, Filaret fu locum tenens del patriarcato. Egli sperava di diventare il successore del defunto, ma fu invece eletto Aleksij II, già metropolita di Leningrado. Pieno di rancore – questa l’accusa dei moscoviti – per la mancata nomina, nel ’92 (l’anno prima era collassata l’Urss e nata l’Ucraina indipendente) Filaret favorì la nascita del “patriarcato di Kiev”, al quale aderì una parte minoritaria degli ortodossi ucraini: il Concilio episcopale russo lo ridusse, allora, allo stato laicale. Ma egli nel ’95 accettò l’elezione a “patriarca” di Kiev: e perciò, nel ’97, lo stesso Concilio lo scomunicò. Bartolomeo riconobbe legittime le due punizioni.

Filaret, sdegnato, rifiutò quei provvedimenti, e continuò a ordinare preti e vescovi. Si adoperò perché Costantinopoli riconoscesse il “patriarcato” di Kiev; infine è stato il massimo sostenitore del “Concilio” del 15 dicembre. Bartolomeo e il suo Sinodo l’11 ottobre ‘18 gli avevano tolto le censure comminategli dall’episcoparo russo; una provocazione intollerabile, per quest’ultimo. I critici di Filaret sostengono che, stante l’Urss, egli fosse legato al Kgb: accusa, a dire il vero, rivolta a tutto l’establishment della Chiesa russa del tempo sovietico; e quindi da valutare criticamente e imparzialmente (tutti gli ecclesiastici di alto rango che viaggiassero all’estero, rientrati in patria dovevano in qualche modo riferire ai servizi di sicurezza russi). Gli ucraini fautori della nuova (quindicesima) Chiesa autocefala, considerano Filaret un padre della patria e della Chiesa. I suoi avversari, invece, ritengono che egli abbia agito per orgoglio. Il “Concilio” gli ha attribuito il titolo di “patriarca emerito di Kiev”. Il quale conta ancora molto perché l’ora quarantenne Epifanyi è una sua creatura, quasi un alter ego.

Sul fonte politico, è Poroshenko il grande vincente per la nascita della Chiesa indipendente.

Egli, in opposizione a Mosca (suo lo slogan: «Via da Putin, via da Kirill»), si è battuto con energico e pubblico impegno per la “autocefalia” ucraina, e vorrebbe che la Chiesa filorussa esprimesse anche nel nome… che dipende da una autorità straniera, il patriarcato russo. Ma la sua trasbordante presenza – al “Concilio” e alle cerimonie del Fanar – hanno impresso un tale sigillo politico e nazionalista alla vicenda da esacerbare i russi e, forse, infastidire i gerarchi di varie Chiese ortodosse. Però – salvo possibili differimenti – il 31 marzo si vota in Ucraina, per l’elezione presidenziale. A dicembre i sondaggi davano appena il 10% dei voti a Poroshenko: a questi, eletto nel giugno 2014, si rimprovera di non aver recuperato la Crimea, occupata e poi annessa dai russi nel marzo di quell’anno; di non aver sconfitto la Russia nel Donbass (dove la guerra “a bassa intensità” in cinque anni ha fatto diecimila vittime); di non aver tratto l’Ucraina fuori dalla sua grave crisi economica. Lui, però, è convinto che la sua battaglia per la “autocefalia” convincerà il popolo a rieleggerlo presidente. Le urne, tra poche settimane, diranno…!

Sul fronte russo, la vicenda ucraina ha visto la costante presenza del patriarca di Mosca, Kirill; e poi un convitato di pietra, il presidente Vladimir Putin. Dopo vari altri interventi, il 31 dicembre il capo della Chiesa russa ha scritto una lettera, dai toni drammatici, a Bartolomeo, ritenuto reo, con la sua iniziativa “scismatica”, per: 1) aver interferito nel “territorio canonico” della Chiesa russa, dato che proprio un suo predecessore, Dionigi IV, nel 1686 aveva affidato a Mosca la metropolia di Kiev; 2) aver restituito dignità ecclesiale a Filaret, pur scomunicato dal Concilio episcopale russo, come se questo nulla contasse; 3) aver sostenuto il “Conciliabolo” del 15 dicembre 2018. Conclusione: Kirill scongiurava Bartolomeo di annullare il programma annunciato per il 5 e 6 gennaio a Istanbul: «Non è troppo tardi per fermarlo». Al di là di queste motivazioni, ve ne è una, inespressa, che molto preoccupa Kirill: se la Chiesa ucraina guidata da Onufryi iniziasse a sgretolarsi, con intere parrocchie e diocesi che passassero alla neonata Chiesa autocefala, gravissime sarebbero, per i filorussi, le perdite di edifici, personale, strutture.

E se un domani – questa la domanda cruciale – facessero lo stesso le Chiese, oggi legate al patriarcato di Mosca, di Bielorussia, Lituania, Lettonia, Estonia, Kazakhstan, Uzbekistan, Moldova? La rivendicata “sovra-nazionalità” del patriarcato russo andrebbe in frantumi. È vero che i legami storici ed ecclesiali tra Mosca e Kiev non hanno paragoni, per la loro unicità; e, tuttavia, guardando in lunga prospettiva, la frana avviata con l’Ucraina potrebbe riproporsi in altri casi.

Versante politico: a differenza dell’“onnipresente” Poroshenko, Putin formalmente ha mantenuto un low profile. Ma già da ottobre aveva fatto sapere che non avrebbe tollerato violenze contro ucraini filo-moscoviti. I quali, se considerati in patria “traditori”, potrebbero ora trovarsi in situazioni spiacevolissime. In effetti, è sul filo del rasoio, a Kiev, la distinzione tra amore per la patria, scelta della propria Chiesa, libertà religiosa, separazione tra Chiesa e Stato. In ogni caso, il capo del Cremlino conta che gli ortodossi filorussi non mettano in discussione quella che lo “zar” considera “liberazione della Crimea” mentre per gli ucraini filo-Kiev si tratta di brutale “occupazione e annessione illegale”, da rovesciare. Ad aggrovigliare l’aspetto politico vi è Donald Trump, favorevolissimo alla Chiesa di Epifanyi, un tassello in più – egli pensa – per dare comunque addosso alla Russia.

Saranno i fatti, adesso, a premiare speranze o a stroncarle. Se la Chiesa ucraina filorussa rimarrà sostanzialmente compatta, l’intero disegno Filaret-Pososhenko-Bartolomeo andrà in fumo. Se invece essa iniziasse a sgretolarsi, esso sarebbe premiato. Ma, intanto, come si porranno – tolte la russa, la costantinopolitana e la neonata ucraina – le rimanenti dodici Chiese ortodosse autocefale?

Al momento il panorama è nebbioso: a favore di Kirill si è schierato il metropolita di Varsavia, Sawa, primate della Chiesa ortodossa di Polonia. Da parte sua, il metropolita di Volokolamsk, Hilarion, il “ministro degli esteri” del patriarcato di Mosca, il 10 gennaio a Gerusalemme ha incontrato il patriarca greco di quella città, Theophilos III, per convincerlo a porsi pro-Kirill: ci è riuscito? Non si sa. Chrysostomos II, capo della Chiesa autocefala di Cipro, pare aver scelto Mosca; così, anche l’arcivescovo di Tirana, Anastasios. Filo-Kirill il patriarca serbo Irenei, e quello di Antiochia, Johannes X: questi ha poi proposto che sia un Concilio panortodosso a dirimere la questione ucraina (ma chi potrebbe convocarlo, e su quale ordine del giorno, stante il dissidio in atto, e dato che la Chiesa russa rifiuta assolutamente un Bartolomeo che faccia “il papa degli ortodossi”?). Anche Bartolomeo dunque, rischia credibilità e autorità. Ma, il suo, era un rischio obbligato. Umiliato da Kirill che, nel giugno 2016, all’ultimo momento aveva disdetto la partecipazione della Chiesa russa al Concilio di Creta, con la vicenda ucraina ha cercato di rientrare in scena.

Infatti una forte Chiesa ucraina autocefala sarebbe un contraltare alla straripante Chiesa russa che, da sola, conta il 70% dei duecento milioni di ortodossi nel mondo; infatti, se essa raccogliesse tutti gli ortodossi ucraini, sarebbe la seconda Chiesa ortodossa al mondo, per numero di fedeli, e dunque capace di aprire un’efficace dialettica con Mosca.

In Turchia il patriarcato ecumenico – primus inter pares nell’Ortodossia – ha meno di cinquemila fedeli: una piccolezza numerica che rischia di diventare irrilevanza ecclesiopolitica.

Se l’operazione ucraina si imporrà, si rafforza il ruolo di Costantinopoli, e gli ucraini – che aspettano Bartolomeo a Kiev per accoglierlo trionfalmente – saranno riconoscenti in eterno alla “Chiesa-madre” che li ha liberati dal “giogo” di Mosca; altrimenti, dolorosa sarebbe la sconfitta.

La lite tra la “seconda” Roma, Costantinopoli, e la “terza”, Mosca, pone in estremo imbarazzo la “prima” Roma, cioè il papato (non a caso Francesco, finora, non ha mai parlato!). Ma, in realtà, il Vaticano si esprime. Infatti, monsignor Andrea Palmieri, sottosegretario del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, su L’Osservatore romano del 19 gennaio, in un articolo dedicato al dialogo teologico tra le Chiese cattolica e ortodossa – dal 1980 in mano ad una commissione mista – scrive:

«Nonostante la posizione di assoluta neutralità della Chiesa cattolica sulla questione dell’autocefalia ucraina, è gravida di conseguenze potenzialmente negative la decisione del Santo Sinodo del patriarcato di Mosca, del 14 settembre».

Il quale, quel giorno, ha stabilito: la Chiesa russa diserterà ogni commissione (come la citata!) che preveda la co-presidenza di un delegato del patriarcato di Costantinopoli. E lo scisma – forse più aspro di quello del 1054, che separò le due Rome di allora – taglia come una spada l’intera oikoumene, che inevitabilmente dovrà schierarsi per l’una o l’altra parte.

Saprà, l’Ortodossia, superare la sua crisi? Oppure Mosca non citerà più Bartolomeo nei dittici, le preghiere della divina liturgia in cui si ribadisce la comunione con i singoli capi delle Chiese sorelle autocefale, rimanendo dunque in stato di scisma con lui? O, invece, esso sarà ricucito? Lo chiederebbero la ragionevolezza e, anche, molti semplici fedeli sconcertati da un tale asperrimo contrasto; e l’Evangelo, questo sconosciuto nella disputa ucraina.

SI ACUISCE LO SCISMA TRA MOSCA E IL FANAR

5 Aprile 2019

di Luigi Sandri.

Piervy sriedì ravnikh oppure Piervy biez ravnykh? Questi, in russo, i lemmi giuridici latini Primus inter pares (primo tra pari) o Primus sine paribus (primo senza pari, cioè senza uguali)? La divergente risposta che danno all’interrogativo il Patriarcato di Mosca, oggi guidato da Kirill, e quello di Costantinopoli, retto da Bartolomeo I, fonda il loro irriducibile contrasto sulla autocefalia (indipendenza) della Chiesa ucraina. Una drammatica disfida che ha spinto i vertici della Chiesa russa a proclamare l’interruzione della comunione eucaristica – cioè lo scisma in senso stretto – per le scelte della consorella che ha la sua base a Istanbul, nel quartiere del Fanar.

Riassumiamo una vicenda tormentata, di cui abbiamo scritto più volte su Confronti. Il 19 aprile 2018 la Verkhovna Rada (parlamento di Kiev) aveva fatta sua la richiesta del presidente Petro Poroshenko al Fanar di concedere l’autocefalia alla Chiesa ortodossa ucraina. Bartolomeo, senza rispondere con un rotondo “sì”, lo lasciava balenare, allarmando così Mosca. In settembre, poi, accettava la proposta, per finalmente – sosteneva – riunire le tre Chiese ortodosse del paese:

  1. Chiesa ortodossa, legata a Mosca, e guidata dal metropolita di Kiev, Onufry;
  2. Patriarcato di Kiev, in mano a Filaret;
  3. Chiesa autocefala ucraina, una modesta comunità.

La prima è la più numerosa; le altre due, sorte nel 1992 dopo il collasso dell’Urss e la nascita dell’Ucraina indipendente, sono considerate scismatiche da Mosca (che già nel 1995 aveva ridotto allo stato laicale, e nel ’97 scomunicato Filaret, l’autoproclamatosi “patriarca” di Kiev). Kirill, il 31 agosto ‘18 si recava da Bartolomeo, per fermarlo: ma questi con il suo Sinodo procedeva, infine “benedicendo” un “Concilio per la riunificazione” – considerato illegale da Mosca – che il 15 dicembre ha poi dato vita, a Kiev, alla Chiesa ortodossa d’Ucraina, formata dal Patriarcato di Kiev e dalla Chiesa autocefala ucraina, e eletto come primate Epifany. Poroshenko si è speso moltissimo per l’intera operazione: una pressione politica assai indigesta per i russi. Poi il 5 gennaio Bartolomeo ha firmato il tomos (decreto sinodale) dell’autocefalia e l’indomani lo ha consegnato al nuovo primate.

Ai russi che contestavano la legittimità canonica della decisione, il patriarcato ecumenico replicava invocando il suo diritto di concedere l’autocefalia agli ucraini: come dimostrerebbe la storia ecclesiale dei Balcani – della quale qui diamo una nostra sintesi.

Quando la Bulgaria, nel 1393, cadde in mano turca, perse la sua autocefalia. Cinque secoli dopo, nel 1870 il governo ottomano permise la ricostituzione di una Chiesa nazionale bulgara; ma il Fanar la dichiarò scismatica, e solo nel 1945 esso riconobbe l’autocefalia della Chiesa bulgara, e pose fine allo scisma. Altro caso: nel 1922 la Chiesa ortodossa albanese si proclamò autocefala, decisione non riconosciuta da Costantinopoli e da gran parte dell’episcopato greco (irritati che a Tirana si usasse l’albanese, invece del greco, come lingua liturgica). Ma, infine, nel 1937 il patriarcato ecumenico concesse l’autocefalia agli albanesi.

Ancora: dopo la fusione dei principati di Valacchia e Moldavia, la Romania divenne indipendente nel 1878. Il Fanar, sotto la cui giurisdizione stavano quando facevano parte dell’impero ottomano, riconobbe l’autocefalia della Chiesa romena nel 1885. Esso già nel 1879 aveva riconosciuto l’autocefalia della Chiesa serba. Invece contrasto vi fu, dopo il 1945, tra il Fanar e Mosca, per la concessione dell’autocefalia alla Chiesa ortodossa cecoslovacca e, con la divisione nel 1993 di quel paese, a quella che è diventata la Chiesa delle terre céche e della Slovacchia il cui primate dal 2014 è Rostislav. L’autocefalia delle Chiese balcaniche iniziò, a quanto pare, senza obiezioni da parte di Mosca. Va però ricordato che dal 1721 al 1917 la Chiesa russa – per decisione di Pietro il grande, e poi dei successivi zar – rimase senza patriarca; e di nuovo senza, per volontà dei sovietici, dal 1925 al ’43. In ogni modo, rifacendosi a questi precedenti, ora Bartolomeo ribadisce di avere solo lui, e non altri, il diritto di concedere l’autocefalia. A Kiev, intanto, nella neonata Chiesa è stato istituito il Sinodo, di cui fa parte il “patriarca d’onore Filaret”. Il quale, novantenne, l’indomani del “Concilio” ha precisato che lui «rimane patriarca, perché questi è a vita e, insieme col primate, governa la Chiesa ortodossa d’Ucraina». Non solo: il 5 febbraio il Sinodo lo ha nominato vescovo della diocesi di Kiev (escluso il monastero di san Michele). Rimane però un mistero che cosa ciò significhi, dato che Epifany è metropolita di Kiev.

Affermando che Bartolomeo è “primo” sriedì ma non biez ravnykh, il santo Sinodo russo gli nega il diritto di prendere, da solo, decisioni riguardanti l’intera Ortodossia: egli può coordinare il lavoro degli “uguali a lui”, mai però interferendo negli affari interni delle altre Chiese sorelle, o addirittura ignorando il loro parere. Perciò, ribadisce Kirill: solo la Sinassi (riunione) dei capi delle Chiese autocefale – oggi quattordici, perché la quindicesima, l’ucraina nata il 15 dicembre 2018, non è riconosciuta da Mosca – potrebbe concedere a una Chiesa l’autocefalia.

Per i russi, il “come” siano nate le Chiese autocefale balcaniche non prova nulla; d’altronde nessuna di esse è paragonabile alla situazione ucraina, dove la maggior parte degli ortodossi, per ora, si riconosce nella Chiesa filo-russa che considera anti-canonico e scismatico il “Concilio” del 2018. Il 31 gennaio scorso a Mosca è stato solennemente celebrato il decimo anniversario dell’elezione di Kirill a patriarca. In un discorso ai rappresentanti di Chiese autocefale presenti (mancava Costantinopoli!) egli ha ironizzato sul “nuovo” principio del piervy biez ravnykh: per i russi – sottinteso – non può esistere un “papa” degli ortodossi.

Serbia. Come si è posizionata l’Ortodossia di fronte alla lacerazione in atto? Vediamo, per ora, la risposta di alcune Chiese europee. Il patriarca serbo, Irenej – che era stato a Mosca per il decennio di Kirill – e il suo Sinodo a fine febbraio hanno emesso una dichiarazione ufficiale. Premesso che lo stesso Irenej si era recato a Salonicco, per invitare il primus inter pares a tornare sui suoi passi, vista l’inutilità di questi sforzi «la Chiesa ortodossa serba:

  1. Non riconosce l’anti-canonica “invasione” del patriarcato di Costantinopoli nel territorio canonico della santa Chiesa russa, dato che la metropolia di Kiev, che include dozzine di diocesi, nel 1686, sulla base di decisioni del patriarca di Costantinopoli, Dionigi IV, fu posta sotto quello di Mosca.
  2. Non riconosce la “Chiesa autocefala d’Ucraina” che, dal punto di vista canonico, non esiste. Gli scismatici rimangono scismatici, a meno che, con una sincera confessione, non si pentano.
  3. Non riconosce il “Concilio” di Kiev. Esso è erroneamente chiamato di “riunificazione” e ha disintegrato ancor più l’infelice Ucraina.
  4. Non riconosce un episcopato scismatico, che appartiene all’ala di Denishenko [Filaret, ndr], ridotto [da Mosca, ndr] allo stato laicale e scomunicato.
  5. Raccomanda ai gerarchi e al clero di astenersi da ogni comunione liturgica e canonica non solo con il Signor Epifany e con altri come lui, ma anche dai vescovi e chierici che concelebrano con loro… La Chiesa serba implora sua Santità il patriarca ecumenico di riconsiderare la decisione presa».

Romania. Più sfumata la posizione del Sinodo romeno, riunitosi il 21 febbraio:

  1. Per circa trent’anni il problema della divisione [della Chiesa ortodossa, ndr] in Ucraina non è stato risolto.
  2. Il patriarcato ecumenico ha deciso di uscire dall’impasse e ha concesso il tomos dell’autocefalia. Ma esso è stato accolto solo dall’Ortodossia ucraina non in comunione con Mosca; e così la questione dell’unità della Chiesa in Ucraina rimane non del tutto risolta.
  3. Si raccomanda al patriarcato ecumenico e a quello di Mosca di trovare le vie per risolvere il contenzioso, per preservare l’unità nella fede, rispettare la libertà pastorale e amministrativa di clero e fedeli di quel paese (compreso il diritto all’autocefalia) e di ristabilire la comunione eucaristica.
  4. Nel caso fallisca il dialogo bilaterale, è necessario riunire la Sinassi dei primati delle Chiese ortodosse per risolvere il problema pendente».

Il Sinodo insiste poi perché alle 127 parrocchie rumeno-ortodosse in Ucraina, soprattutto in Bukovyna (regione già della Romania, durante la Seconda guerra mondiale passata all’Ucraina sovietica) sia garantita piena libertà, e l’uso del rumeno nella liturgia. Proposte che Epifany – in procinto di recarsi a Bucarest – ha assicurato di accogliere (del resto nel paese opera un Vicariato ucraino ortodosso libero di organizzarsi).

Albania. Già il 4 gennaio il Sinodo della Chiesa albanese aveva invocato la Sinassi: una proposta che l’arcivescovo di Tirana, Anastasios, aveva comunicata a Bartolomeo, dieci giorni dopo, con una lettera resa nota solo il 7 marzo e, tradotta in russo, a Mosca pubblicata tre giorni dopo.

Il primate albanese deplora che la Chiesa russa abbia disertato il Concilio di Creta; e che abbia rotto la comunione eucaristica con il Fanar. Ma, insieme, critica a fondo Filaret (uno scomunicato che – ricorda – ha consacrato perfino vescovi, che perciò tali non sono!); e rifiuta di riconoscere la canonicità della Chiesa ucraina nata dal Concilio di dicembre.

E allora? Bartolomeo, che ha questo “privilegio esclusivo”, convochi una Sinassi, o un Concilio, «per scongiurare l’evidente pericolo dell’avvio di un doloroso scisma, che minaccia la solidità dell’Ortodossia e la sua persuasiva testimonianza al mondo d’oggi». Bartolomeo, ha risposto ad Anastasios il 20 febbraio (ma la lettera è stata pubblicata settimane dopo), ribadendo le proprie tesi (in particolare, la validità dell’ordinazione dei vescovi della nuova Chiesa d’Ucraina). Ma ignora del tutto l’auspicata riunione della Sinassi. In merito, dato che le decisioni di questa vanno prese all’unanimità, e siccome Mosca e Costantinopoli divergono sui criteri per concedere l’autocefalia, in passato si era stabilito di sottrarre la questione all’esame del Concilio ortodosso (poi celebrato nel 2016 a Creta: ma, all’ultimo momento, la Chiesa russa – che pur rappresenta circa il 70% dei duecento milioni di ortodossi nel mondo – rifiutò di partecipare).

Domanda: ciò che fu improponibile tre anni fa, sarà possibile adesso? Intanto, hanno condiviso le tesi russe Rostislav («Filaret è un impostore»), e Sava, primate degli ortodossi polacchi. Da altre Chiese autocefale vi sono state dichiarazioni di singoli gerarchi, spesso nebulose – come quelle di Theophilos III, patriarca greco di Gerusalemme. Si attendono impegnative parole dei vari Sinodi: saranno filo-russe le Chiese slave, e filo-Fanar quelle greche? Non è detto. Intanto si fa più profonda la faglia aperta nell’Ortodossia dal terremoto ecclesiale ucraino. 

MORIRE PER KIEV? UN TRAGICO DUELLO ECCLESIALE

15 Luglio 2019

di Luigi Sandri (Redazione Confronti) e Paolo Emilio Landi (Regista teatrale e giornalista, rubrica Protestantesimo Rai 2).

[da Kiev, Ucraina]

Irrisolvibile. Questa, per ora, la nostra “diagnosi” – dopo aver ascoltato in loco le Parti contrapposte – del puzzle delle Chiese ortodosse ucraine, dove la maggioritaria [Cou], legata al patriarcato di Mosca, guidato da Kirill, considera “scismatica” la neonata e autocefala Chiesa ortodossa d’Ucraina [Codu], benedetta dal patriarcato di Costantinopoli, guidato da Bartolomeo, ma già insidiata dell’autoproclamatosi “patriarca” di Kiev, Filaret, pur sponsor, con il presidente Petro Poroshenko, della “indipendenza” ecclesiale ucraina.

LE TAPPE DELLO SCISMA

Con una troupe di Protestantesimo (Raidue), guidata dal regista Paolo Emilio Landi, dal 22 al 25 giugno siamo stati a Kiev per meglio capire l’intricata vicenda: di essa molto ha già scritto Confronti, e qui riepiloghiamo per flash.

09/04/2018: Poroshenko si reca al Fanar, la residenza a Istanbul dei patriarchi di Costantinopoli, per chiedere la concessione dell’autocefalia alla Chiesa ucraina. Il 19 la Verkhovna Rada (parlamento di Kiev) appoggia la proposta.

31/08: Kirill, accompagnato dal metropolita di Volokolamsk, Hilarion, “ministro” degli esteri del patriarcato russo, raggiunge il Fanar per ribadire il secco “no” della Chiesa russa all’ipotetica “autocefalia”. Bartolomeo rimane vago.

07/09: Il Fanar annuncia l’invio di due suoi vescovi a Kiev per preparare la concessione dell’autocefalia.

14/09: il Santo Sinodo di Mosca riconosce che quella di Kiev è anche la Chiesa-madre della Chiesa russa, ma ricorda che nel 1686 Costantinopoli affidò a lui la metropolia di Kiev; dunque il Fanar non può interferire nei suoi affari interni. Se Bartolomeo procederà con la “indipendenza” ucraina, Mosca sospenderà la sua partecipazione in Assemblee e commissioni presiedute o copresiedute da rappresentanti del patriarcato di Costantinopoli; e interromperà totalmente la comunione eucaristica con esso. E precisa: nel paese è canonica solo la Chiesa ortodossa ucraina [Cou], guidata dal metropolita Onufriy di Kiev, legata a Mosca.

15/09: l’arcivescovo Job di Telmessos (Fanar), ribadisce: Costantinopoli ha il diritto di proclamare la “autocefalia” dell’Ucraina, come nei secoli XIX e XX ha proclamato quelle delle Chiese di Romania, Serbia, Bulgaria.

11/10: Bartolomeo e il suo Sinodo decidono di: 1) “procedere” verso la “indipendenza” ucraina; 2) ristabilire nei loro ranghi gerarchici Makariy Maletich [della piccola e già esistente Chiesa autocefala ucraina] e Filaret Denisenko [l’autoproclamatosi “patriarca” di Kiev, nel 1992 ridotto allo stato laicale e nel 1997 scomunicato dal Santo Sinodo russo, del quale pure aveva fatto parte per tanti anni]; 3) revocare il vincolo giuridico della Lettera sinodale del 1686.

15/10: il Santo Sinodo di Mosca: 1) interrompe la comunione eucaristica con Costantinopoli (teologicamente, la proclamazione dello scisma); 2) rivendica l’Ucraina come proprio territorio canonico; 3) rifiuta la revoca della lettera del 1686; 4) esprime sconcerto per la riabilitazione dello “scismatico” signor Filaret.

15/12: a Kiev Concilio della riunificazione tra la Chiesa di Makariy e quella di Filaret. Creata la Chiesa ortodossa d’Ucraina [Codu], autocefala, e di essa è eletto primate Epifaniy. Dei 90 vescovi della Cou, solo due vi entrano. L’ambasciatore Usa a Kiev plaude alla nuova Chiesa. Il Cremlino tace.

05/01/2019: Bartolomeo, presente Poroshenko, firma il tomos – decreto sinodale – dell’autocefalia alla Codu. E il 6 lo consegna a Epifaniy. Per Mosca lo scisma è consumato.

LA PAROLA ALLA CHIESA UCRAINA FILORUSSA

In una piccola cappella alla periferia di Kiev incontriamo l’arciprete Nikolay Danilevich, portavoce della Cou. Parla un po’ italiano e un po’ russo: «Fino al 1992 in questo paese vi era, in pratica, una sola Chiesa Ortodossa, inserita in un esarcato del patriarcato di Mosca. Metropolita di Kiev era Filaret: questi, e altri, dopo il collasso dell’Urss, volevano assolutamente la “autocefalia”». La Chiesa russa non era, di per sé, contraria all’ipotesi; ma rilevava: «La situazione ora è molto confusa, occorre aspettare».

Ma lui ha proceduto, appoggiando l’autoproclamato Patriarcato di Kiev di cui nel ’95 sarà eletto titolare. Una realtà non canonica, come lo era la piccola Chiesa di Makariy… Con il cosiddetto Concilio della riunificazione, benedetto dal Fanar, queste due Chiese si sono sciolte, formando la Codu. A essa il 5 gennaio Bartolomeo ha dato l’indipendenza canonica. Ma la Cou non è entrata in questa nuova Chiesa, per noi scismatica. E finora nessuna delle quattordici Chiese ortodosse autocefale l’hanno riconosciuta come la quindicesima autocefala. Essa ha circa 4mila parrocchie; la nostra, 12.500.

Non si mescolano troppo, nella vicenda, questioni religiose e politiche?

Certo che sì. Poroshenko è stato presente a tutte le tappe che hanno portato alla “autocefalia”. È stato al Fanar a perorarla. Gestiva il “Concilio” di dicembre. Sperava forse che questo suo impegno, più la retorica nazionalista antirussa, lo portasse a vincere le elezioni presidenziali di due mesi fa; ma le ha perse, e ha vinto Volodymyr Zelenskij. Insomma, la strumentalizzazione politica della religione non ha funzionato. D’altronde, la Chiesa non è un dipartimento dello Stato e non è legata alle sue ideologie. Noi non siamo né contro l’Est né contro l’Ovest.

Perché rifiutate il metodo del Fanar per la concessione della “autocefalia”?

Perché esso porta allo scisma, come dimostra quanto accaduto, il 20 giugno. Filaret, malgrado le vibranti proteste della Codu, quel giorno ha convocato un suo proprio Concilio locale per proclamare che il “patriarcato di Kiev”, di cui si proclama titolare, continua a esistere: siamo a uno scisma nello scisma della Chiesa “autocefala”! Comunque, noi non riconosciamo validi i sacramenti della Codu: se una persona là battezzata viene da noi, la ribattezziamo.

Padre Nikolay, come si esce da questo groviglio?

Non sono un profeta, e non so come finirà. Molte Chiese ortodosse locali (=autocefale) propongono di celebrare una sinassi – vertice dei vari primati – , oppure un Concilio ortodosso per risolvere una questione che interpella l’intera Ortodossia. I responsabili della “indipendenza” ucraina debbono venire al Concilio, e pentirsi di quello che hanno fatto. Li aspettiamo a braccia aperte. Dimentichiamo le loro male parole contro di noi.

LA PAROLA ALLA NUOVA CHIESA AUTOCEFALA

Brillano al sole del tramonto le cupole dorate della Lavra di san Michele, dove incontriamo l’arcivescovo Yevstratiy, portavoce della Codu:

Cosa è successo in Ucraina negli ultimi trent’anni?

Abbiamo una ferita, e occorre tempo per guarire.

Prima del Concilio di riunificazione di dicembre qui v’erano tre Chiese ortodosse; poi due si sono unite, mentre la Chiesa filorussa è rimasta fuori. Nel ’91 era stata proclamata l’indipendenza dell’Ucraina. Ma il patriarcato di Mosca crede ancora che l’Ucraina non sia uno Stato reale ma solo una parte della Grande Russia. Ha una mentalità imperiale… Da noi il sentimento religioso e quello nazionale sono molto intrecciati: come vi è una Chiesa autocefala in Romania, Serbia, Bulgaria… perché Mosca non vuole una Chiesa autocefala ucraina?

Per ora, tuttavia, nessuna Chiesa ortodossa riconosce la Codu.

Abbiamo avviato un processo; occorre pazienza e fiducia. Il consenso arriverà. Prima o poi le circostanze politiche più complicate cambieranno, come avvenne nel ’91 con la fine dell’Unione sovietica. Quando il regime del Cremlino crollerà, anche la posizione del patriarcato di Mosca cambierà. In ogni caso, è innegabile che, dal punto di vista religioso, quella ucraina è una “figlia” – nata nel 988 – della Chiesa-madre di Costantinopoli. Perciò a essa abbiamo chiesto l’autocefalia. Aggiungo che la Chiesa di Mosca non ha mai condannato l’aggressione russa contro la Crimea e le interferenze russe nel nostro paese. Per Kirill quella in atto dal 2014 in Ucraina orientale [ha provocato, finora, oltre 13mila vittime eingentissimi danni anche ecologici] è una “guerra civile” intra-ucraina!

E il recentissimo (20 giugno) miniscisma di Filaret?

È una vicenda personale.

Ma non così piccola – rileviamo – se il 24 giugno il Sinodo della Codu si è riunito, sotto la guida di Epifanyi, per precisare quanto già detto in un comunicato del 20 giugno: 1) il Concilio convocato da Filaret è illegale; 2) non si può parlare di “scisma” (perché – sottinteso – non ha avuto un seguito significativo); 3) le parrocchie già legate al “patriarcato di Kiev” passano tutte alla Codu; 4) nel Concilio di riunificazione il “patriarcato” di Kiev aveva accettato di confluire nella neonata Chiesa autocefala; 5) «Riconoscendo i suoi speciali meriti, nel passato, verso la Chiesa ortodossa ucraina, il Sinodo ha deciso che il patriarca Filaret rimane parte del suo episcopato». Rileviamo, infine: fonti della Codu ci hanno detto di non vedere possibile un Concilio che smentisse l’operato di Bartolomeo.

Poi, sia p. Nikolay che il vescovo hanno ammesso che la gente ortodossa ucraina poco sa di queste diatribe; spesso frequenta la chiesa più vicina senza domandarsi a che giurisdizione appartenga (ma i filorussi rischiano di passare per “traditori della patria!”). E, ancora, i due ci hanno confermato che, a parte contributi per mantenere o restaurare opere d’arte preziose – chiese, monasteri – non ricevono aiuti dallo Stato.

PUTIN DAL PAPA: IRRISOLTO IL NODO UCRAINO

Il 4 luglio il presidente russo Vladimir Putin è stato ricevuto in udienza (era la terza volta) dal papa. Espressa soddisfazione per lo sviluppo delle relazioni bilaterali – ha affermato poi un comunicato – «sono state affrontate alcune questioni di rilievo per la vita della Chiesa cattolica in Russia.

Ci si è poi soffermati sulla questione ecologica e su alcune tematiche dell’attualità internazionale, con particolare riferimento alla Siria, all’Ucraina e al Venezuela».

Sul Medio Oriente, i due – si è appreso – concordano nell’urgenza di difendere laggiù le minoranze cristiane, messe in pericolo da conflitti e persecuzioni da parte di gruppi estremisti islamici. Ma sull’Ucraina? Il comunicato non specifica: forse Putin e Francesco non concordano. Infatti, per la Santa Sede, la questione della Crimea, e dell’Ucraina orientale, va risolta in base al diritto internazionale; per il capo del Cremlino un ritorno della penisola all’Ucraina non è più pensabile.

E l’ipotesi di un viaggio del papa in Russia? Il Santo Sinodo russo, oggi, è contrario all’idea; e Putin, per ora (per ora!), non vuole imporsi. Il 12 febbraio 2016 si ebbe, all’Avana, il primo incontro di un papa con un patriarca di Mosca: incontro malvisto da settori importanti – come il mondo monacale – della ortodossia russa. D’altronde, alla vigilia dell’evento del 4 luglio, un portavoce del patriarcato, Vladimir Legoyda, precisava: «la Chiesa russa non ha commenti da fare sull’incontro tra i due capi di Stato». Tuttavia, aggiungeva, esso è «importante e utile dato che il Vaticano e la Russia sostengono il matrimonio tradizionale e la famiglia, e proteggono i diritti dei cristiani in regioni dove sono perseguitati».

Comunque, Francesco, sulla questione dell’ipotetico viaggio in Russia non vuole forzature, come invece fece Giovanni Paolo II. Questi, malgrado l’esplicito “no” di Aleksij II, allora patriarca di Mosca, nel giugno del 2001 visitò l’Ucraina; e, nell’incontro ecumenico con lui, chi lo salutò a nome di tutti? Il “patriarca” Filaret: uno schiaffo per i russi. Due anni dopo Wojtyla aveva progettato di andare, in agosto, a Ulan Bator, in Mongolia e, per l’occasione, contava di fare uno scalo a Kazan, nel Tatarstan – 800 km a est di Mosca – per consegnare nelle mani di Aleksij una preziosa icona, in Vaticano ritenuta l’originale scomparso da Kazan all’inizio del Novecento e, dopo varie peripezie, giunto da New York come regalo al papa polacco. Al netto rifiuto del patriarca, quel pontefice annullò l’intero viaggio.

IL CONTROCANTO DEI GRECO-CATTOLICI UCRAINI

Dopo la ouverture del vertice papa-Putin, i due giorni successivi ve ne è stato un altro in Vaticano, già preannunciato da due mesi: Francesco, con tre cardinali di Curia (Parolin, tra essi), insieme a Sviatoslav Shevchuk, arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyc, e i membri permanenti del suo Sinodo, più i metropoliti. Scopo della riunione quello di «individuare i modi con cui la Chiesa cattolica in Ucraina, e in particolare la Chiesa greco-cattolica, sempre più efficacemente può dedicarsi alla predicazione del Vangelo, contribuire al sostegno di quanti soffrono e promuovere la pace, d’intesa, per quanto è possibile, con la Chiesa cattolica di rito latino e con le altre Chiese e comunità cristiane».

A proposito di aiuti unitari verso Kiev, va ricordato che con il progetto Il Papa per l’Ucraina, avviato nel 2016, Francesco e organismi vaticani hanno inviato là sedici milioni di euro in viveri, materiali, soccorsi vari.

A incontro avvenuto, la sera del 6 luglio, un comunicato vaticano ne riassumeva i risultati. Dopo aver detto che il papa ha molto apprezzato la fedeltà dei greco-cattolici «alla comunione con il Successore di Pietro, confermata e sigillata con il sangue dei martiri», precisava: «Particolare attenzione è stata dedicata al lavoro pastorale, all’evangelizzazione, all’ecumenismo, alla vocazione specifica della Chiesa greco-cattolica nel contesto delle sfide odierne della situazione socio-politica, in particolare della guerra e della crisi umanitaria in Ucraina».

La “guerra” in Ucraina è, dunque, nominata: ma chi l’ha provocata? Il testo non lo dice. Invece, alla vigilia dell’incontro, Shevchuk aveva dichiarato: «La guerra non può terminare con una pace a tutti i costi; sarebbe una capitolazione. È impossibile la pace senza giustizia». E il 28 gennaio 2018, al papa in visita alla basilica di Santa Sofia – a Roma il centro dei greco cattolici ucraini – aveva ricordato la “aggressione” russa contro la Crimea.

FRA RELIGIONE E POLITICA

Qualche flash storico, per capire tale atteggiamento. Alla fine del Cinquecento l’Ucraina centro-occidentale era in mano ai re polacco-lituani, cattolici, mentre la parte orientale del paese era legata agli zar, ortodossi. Nel 1595 due vescovi ucraini a Roma riconobbero l’autorità di papa Clemente VIII, e l’anno dopo al Sinodo di Brest Litovsk la maggioranza dei vescovi confermò questa scelta degli “uniati” (così gli ortodossi chiamano i greci riuniti a Roma). Nel 1946 uno pseudo-Sinodo a Leopoli, imposto da Stalin, dichiarò “nulla” l’unione del 1596: dunque i grecocattolici tornavano, per legge, ortodossi: chi non accettò, iniziando da vescovi e preti, subì persecuzione e carcere. Poi, nell’Ucraina indipendente essi furono e sono la punta di lancia per distanziare il paese dalla Russia. Shevciuk si considera di fatto “patriarca” greco-cattolico (e ha diocesi non sono solo in patria, ma anche all’estero, in particolare nelle Americhe. Nell’insieme 5 milioni di fedeli), il che indispettisce Mosca e dispiace anche a Roma.

Avrà soluzione il conflitto ecclesiale ucraino? Intanto, esso si mescola con la politica. Se l’Ucraina vuole diventare l’avamposto dell’Occidente, e la sentinella della Casa Bianca e della Nato per tenere sulla corda la Russia, tutto peggiorerà; solo un nuovo corso tra Kiev e Cremlino, e viceversa, potrebbe avviare una schiarita. E sul fronte religioso? Hilarion, in questi mesi, a Damasco, Gerusalemme e Atene ha perorato, con i rispettivi patriarchi e primati, la causa russa.

Ma l’arcivescovo ortodosso di Cipro, Chrysostomos, si dà da fare per riconciliare Kirill e Bartolomeo: impresa forse possibile, in futuro, ma non oggi: insieme a ragioni storiche e canoniche, a minare il terreno ora gravano rivalità personali e istituzionali che complicano il tutto. Kirill non accetterà mai che uno scomunicato dal Santo Sinodo sia stato da Bartolomeo riabilitato.

Fino a che un personaggio oscuro e inquietante come Filaret continua a tessere le sue trame, la soluzione del tragico conflitto intra-ortodosso sarà impossibile. Poi, per la gioia della Prima Roma, la Seconda (Costantinopoli) e la Terza (Mosca) forse – nulla, però, è scontato – troveranno pace.

L’AUTOCEFALIA UCRAINA SECONDO COSTANTINOPOLI

3 Ottobre 2019

di Luigi Sandri, redazione Confronti, e Paolo Emilio Landi, regista teatrale e giornalista, rubrica Protestantesimo RAIDUE.

Bartolomeo, il patriarca ecumenico di Costantinopoli, rivendica le radici antiche del suo patriarcato per sostenere il diritto a concedere l’autocefalia alle Chiesa Ucraina – che il patriarcato di Mosca considera, invece, scismatica. Solo la Chiesa greca, per ora, appoggia questa decisione. Il Fanar rifiuta l’ipotesi della “sinassi”, o di un Concilio, per risolvere il caso.

Portata da missionari e marinai bizantini, la religione cristiana nel 988 fu accolta dal principe Volodymyr (Vladimir in russo) che si fece battezzare e, di conseguenza, dalla popolazione della Rus’. Passati i secoli, con le loro mille turbinose vicende, oggi la Chiesa “figlia” della “nuova Roma” è al centro di un’asperrima disputa tra il patriarcato di Costantinopoli e quello di Mosca a causa della “autocefalia” (indipendenza) della Chiesa ortodossa in Ucraina. Per cercare di meglio capire l’intricata questione, il 7 settembre siamo andati pellegrini al Fanar – l’attuale residenza, a Istanbul, dei patriarchi ecumenici – per intervistare il suo titolare, Bartolomeo. La chiesa di san Giorgio, al Fanar, non ha certo la solennità di Santa Sofia; eppure è là che il patriarca celebra l’Eucaristia, e dove la domenica convengono alcuni greco-ortodossi di Istanbul (sono, nell’insieme, circa duemila; altri due/tremila nell’intera Turchia); e dove, in una situazione geopolitica pur diversissima dal lontano e glorioso passato, egli rivendica il suo permanente ruolo di primus inter pares (primo tra eguali) tra i gerarchi dell’Ortodossia.

BIZANTINI. OTTOMANI. IMPERO. REPUBBLICA

Verso il 330 Costantino aveva deciso di trasformare l’antica Bisanzio in Costantinopoli; perciò anche l’importanza del vescovo della “nuova Roma” crebbe in modo esponenziale, divenendo il primo, nell’ordine onorifico, tra i patriarcati orientali: Alessandria, Antiochia, e poi Gerusalemme. Proclamerà, nel 381, il Concilio di Costantinopoli I, secondo ecumenico (il primo fu a Nicea nel 325): «Il vescovo di Costantinopoli avrà il primato d’onore dopo il vescovo di Roma, perché tale città è la nuova Roma»

[can. III]. E il Concilio di Calcedonia, del 451, nel canone XXVIII – non accolto dai papi – preciserà: «Giustamente i padri [nel 381] concessero privilegi alla sede dell’antica Roma, perché questa città era imperiale. I padri hanno accordato uguali privilegi alla santissima sede della nuova Roma, la città onorata dalla presenza dell’imperatore e del senato». Inoltre, «i vescovi delle parti delle diocesi del Ponto, dell’Asia [in Anatolia] e della Tracia poste in territorio barbaro saranno consacrati dalla Chiesa di Costantinopoli».

Costantino costruì la prima basilica di Santa Sofia; essa rovinò, come un’altra, costruita un secolo dopo. L’imperatore Giustiniano, negli anni 532-37, ne fece costruire una terza: una grandiosità senza pari, cuore religioso dei cristiani greci (là, nel luglio 1054, ci fu lo scambio di scomuniche tra il cardinale Umberto di Silva Candida, e il patriarca Michele Cerulario: l’avvio del reciproco scisma tra la Chiesa latina e quella greca) ma, anche, potente simbolo politico perché in essa venivano incoronati gli imperatori bizantini. La “sinfonia” – lo stretto intreccio tra trono e altare, non raramente in claudicante simbiosi – terminò, dopo mille anni di vita, quando il 29 maggio 1453 il capo degli ottomani Mehmet II conquistò Costantinopoli: la croce che spuntava sull’ardita cupola di Santa Sofia fu sostituita da una mezzaluna, e la basilica divenne moschea. Crollato, dopo la prima guerra mondiale, l’impero ottomano, e finito il sultanato, sulle sue ceneri nascerà la moderna Turchia, portata all’indipendenza da Mustafa Kemal, Atatürk. Il quale nel 1935 trasformò Santa Sofia in museo: da allora è rimasta così. Rispetto ai tempi ottomani, lo status giuridico del patriarcato è mutato: per molte questioni deve regolarsi come ente di diritto turco. Ma, dal punto di vista ecclesiale, il suo titolare si considera sempre primus inter pares tra i gerarchi ortodossi. Quello attuale, Bartolomeo, nato come Demetrios Archondonis nel 1940 a Imbro, un’isoletta turca del Mar Egeo, dopo i normali studi liceali entrò nella Facoltà teologica ortodossa di Halki (nel Mar di Marmara) e quindi prestò servizio militare, per due anni, nell’esercito turco. Ripresi gli studi – specializzazioni a Monaco di Baviera e al Pontificio Istituto Orientale di Roma, con laurea all’università Gregoriana – tornò a Istanbul, dove divenne prete, e poi vescovo. Nel ’91, alla morte del patriarca Demetrios, fu eletto suo successore. Ha dato molto impulso ai rapporti ecumenici e inter-religiosi; e invitato tutti a una nuova consapevolezza sulla necessità di salvaguardare la creazione.

AUTOCEFALIA UCRAINA: IL RUOLO DI BARTOLOMEO

Bartolomeo è stato più volte a Roma, incontrando i successivi papi. Conversando con noi, ha sottolineato con gioia particolare il fatto di essere stato, nella storia, l’unico patriarca di Costantinopoli presente alla “incoronazione” di un papa, quella di Francesco, il 19 marzo 2013. Poi il nostro dialogo si è addentrato nel nodo cruciale dell’Ucraina. Sul quale, per “situare” alcuni riferimenti, ricordiamo qui alcuni fatti essenziali (per approfondire, cfr.: Confronti, 7-8/19).

Con il crollo dell’Urss, la Chiesa ortodossa in Ucraina, prima esarcato del patriarcato russo, si spaccò in tre parti: Chiesa ortodossa ucraina [Cou], legata a Mosca, la maggioritaria; l’autoproclamato patriarcato di Kiev, dal 1995 guidato poi da Filaret, già membro del Santo Sinodo di Mosca, e da questo prima ridotto allo stato laicale, e poi scomunicato; la piccola Chiesa autocefala ucraina: due comunità, per il patriarcato russo, “scismatiche”.

Nel settembre 2018 Bartolomeo e il suo Sinodo, richiesti dal presidente e dal Parlamento ucraino, avviarono le procedure per concedere la “autocefalia” alle Chiese ucraine riunite: iniziativa che il patriarcato di Mosca, guidato da Kirill, considerò “anti-canonica”. Ma il 15 dicembre, nella cattedrale di Santa Sofia a Kiev, in un Concilio per la riunificazione (un “Conciliabolo”, per i russi) le due citate Chiese non moscovite hanno formato la Chiesa ortodossa d’Ucraina (Codu), autocefala, avente come primate Epifany. Il 5 gennaio 2019, al Fanar, alla presenza dell’allora presidente ucraino Petro Poroshenko, e di Epifany, il patriarca ha firmato il tomos, documento che attesta l’ autocefalia; e l’indomani l’ha consegnato ai due. In giugno Filaret ha tentato di ricostituire il “patriarcato di Kiev”: ipotesi stroncata dal Sinodo della Codu. Bartolomeo, da parte sua, ha anche respinto l’idea di una “sinassi” (riunione dei capi delle Chiese autocefale).

GLI SCHIERAMENTI DELLE CHIESE ORTODOSSE

Dovendo, il titolare del Fanar, essere cittadino turco, ma essendo pochissimi gli ecclesiastici grecoortodossi nati in Turchia, sarebbe arduo avere un adeguato “corpo” elettorale per scegliere il capo della Chiesa di Costantinopoli. Ma, ci dice Bartolomeo (cfr. intervista a pag. 19), «il presidente Recep Tayyip Erdogan ci ha fatto un regalo, dando la cittadinanza turca a una trentina di nostri vescovi e metropoliti nati in Europa occidentale o nelle Americhe, e che là vivono. Alla loro cittadinanza originaria è stata, dunque, aggiunta quella turca: così l’assemblea che eleggerà il mio successore è formata, ora, da una cinquantina di persone».

E veniamo a un tema spinoso: la “sinassi”. Se si computa anche Epifany (tesi del Fanar), i primati delle Chiese autocefale sono quindici; ma se lo si rifiuta (Mosca), sono quattordici. Il patriarca romeno, Daniel, e l’arcivescovo di Tirana, Anastasios, hanno proposto una “sinassi” (o – il primate albanese – un Concilio), per affrontare la questione di Kiev. Anche altri capi hanno visto con favore l’ipotesi, che però Bartolomeo rifiuta. A proposito poi del riconoscimento, da parte del Sinodo della Chiesa ellenica, guidato dall’arcivescovo di Atene, Hieronymos II, del diritto del Fanar di concedere l’autocefalia ucraiina, esso è venuto il 28 agosto; ma non è stato – per così dire – sbandierato. Forse perché in Grecia, accanto a canonisti e teologi e concordi con tale posizione, ve ne sono di contrari. A metà settembre, infatti, è stata diffusa una lettera aperta, firmata da centosettantanove archimandriti, sacerdoti, monaci e laici, i quali ritengono del tutto illegale l’iniziativa del Fanar. E – altro quadro – in settembre anche la diaspora ortodossa russa in Francia, finora legata a Costantinopoli, è passata a Mosca.

GEOPOLITICA DELL’ORTODOSSIA

Ma – non c’entra con la “autocefalia”, però arricchisce lo scenario – il 28 giugno scorso il papa aveva consegnato, a una delegazione del Fanar, delle reliquie ritenute ossa dell’apostolo Pietro rinvenute nelle grotte vaticane. Gesto che Francesco ha spiegato in una lettera a Bartolomeo del 30 agosto; e che il patriarca ha salutato con gioiosa gratitudine. Sempre a Roma, il 16 settembre Bartolomeo si è incontrato con Sviatoslav Shevchuk, arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyc dei greco-cattolici ucraini. Secondo agenzie di stampa, il prelato ha riconosciuto che il patriarca aveva il pieno diritto di concedere l’autocefalia alla Chiesa ucraina; e ha auspicato il rafforzamento del dialogo tra la sua Chiesa, la Codu e quella di Costantinopoli.

Infine: sulle schermaglie ecclesiali tra Costantinopoli e Mosca, gravano pesanti questioni geopolitiche di un paese – l’Ucraina – schiacciato tra l’Occidente (e la Nato) che vorrebbe inglobarlo nella sua area, e il Cremlino contrarissimo all’ipotesi. E in Ucraina orientale continua la guerra “a bassa intensità” tra le regioni separatiste di Donetsk e Lugansk, sostenute dai russi, e l’esercito di Kiev: il conflitto, dal 2014 a oggi, ha fatto più di tredicimila vittime, e ingentissimi danni materiali.

Poi c’è la questione della Crimea, annessa dei russi nel 2014. Il neopresidente ucraino Volodymyr Zelenski e Vladimir Putin hanno – finalmente! – raggiunto un accordo per lo scambio di prigionieri: riusciranno ora a stipulare la pace? Non sarà facile. Le Chiese ucraine, nel frattempo, sono dilaniate e divise dal “con chi” stare, e “come”, perdurando la guerra. E così Bartolomeo; e così Kirill.

LE DUE SANTA SOFIA

E torniamo al Fanar, il 7 settembre. Dopo l’intervista Bartolomeo ci ha affidati al suo autista che, in macchina, e avendo come cicerone uno studente statunitense di origine greca, ci ha fatto attraversare ripide stradine, arroccate attorno al patriarcato, che sarebbe stato impervio percorrere da soli. Siamo entrati nel liceo greco di Istanbul: dal suo cortile si gode uno spettacolare panorama, che spazia sull’intero Corno d’oro e sul quartiere di Galata. Poi abbiamo visitato tre “perle” straordinarie che documentano lo splendore dei mosaici bizantini, e la pietà popolare dei greci: la chiesa della Madonna Mouchliotissa (dei Mongoli), della Vergine Vlachernitissa (dei Valacchi), e di San Salvatore in Chora.

Domenica 8 abbiamo assistito a una divina liturgia celebrata in una chiesetta nel centro di Istanbul: difficile da raggiungere, perché dalla strada non si vede. Si entra in un portone – come quello di un qualsiasi condominio – e ci si trova in un giardino. Era stato Atatürk a volere che, nella “laica” Turchia, possibilmente i luoghi di culto non fossero visibili. Bartolomeo ha assistito alla liturgia da un tronetto. Poi, con la cinquantina dei presenti, nel giardino vi è stato un simpatico aperitivo. Quindi, per noi, velocissima partenza verso l’aeroporto, destinazione Roma. Dal taxi, scorgiamo un’ultima volta la cupola e i minareti del museo di Santa Sofia risplendere al sole; e il pensiero va alla decisione che, benedette da Bartolomeo, nella cattedrale di Santa Sofia a Kiev due Chiese ucraine hanno preso nel dicembre scorso. Malgrado il no di Kirill.

IL PATRIARCATO RUSSO CONTRO GLI “SCISMATICI” UCRAINI

31 Ottobre 2019

di Luigi Sandri, redazione Confronti, e Paolo Emilio Landi, regista teatrale e giornalista, rubrica Protestantesimo RAIDUE.

In un’intervista a Confronti, in settembre, il metropolita Hilarion, “ministro degli esteri” della Chiesa russa, ha ribadito che quella “autocefala” ucraina è “scismatica”. Ma, in ottobre, questa è stata riconosciuta dal primate greco; il patriarca russo Kirill, allora, ha tagliato la comunione eucaristica anche con lui.

Gospodi pomilui (Signore, pietà) canta il coro, ripetendo l’invocazione decine di volte, andando dal fortissimo al pianissimo, mentre il metropolita Hilarion di Volokolamsk innalza verso ogni punto cardinale una croce, circondata da una ghirlanda di fiori; poi si abbassa fino a prostrarsi, mentre i molti fedeli convenuti anch’essi si inginocchiano. Siamo a Mosca, nella chiesa della Madonna “consolatrice di tutti gli afflitti”, che è come la parrocchia del metropolita. È la festa dell’esaltazione della Santa Croce, che nell’Ortodossia, legata al calendario giuliano, si celebra il 26 settembre (il 14 del mese di quello gregoriano). Terminata l’affascinante cerimonia, negli uffici “parrocchiali” incontriamo il metropolita, dal 2009 presidente del Dipartimento degli affari ecclesiastici esterni del patriarcato di Mosca: il numero due di una Chiesa al cui vertice vi è il patriarca Kirill (era, a fine settembre, in visita pastorale a Samara, città sul Volga). Per situare alcuni cenni del “ministro degli esteri” del patriarcato russo, scattiamo qualche flash: per approfondimenti, si vedano recenti servizi su Confronti [7-8, e 10/19].

MOSCA, LA “TERZA ROMA”

Il Cristianesimo nella Rus’ di Kiev era entrato ufficialmente nel 988 con il battesimo del principe Vladimir; a quel tempo Mosca non esisteva – sarà fondata nel 1147. Dopo che nel 1240 i tartari assaltano la Rus’, il metropolita di Kiev troverà riparo in Russia, a Vladimir e, dal 1325, a Mosca. Dunque, la Chiesa russa è “figlia” di Kiev. Nel 1380, battendo i tartari nella piana di Kulikovo, sul Don, il principe Dmitri avvia il declino degli invasori che, infine, saranno debellati a metà Cinquecento da Ivan IV il Terribile che ormai è zar, imperatore. Su questo sfondo cresce il mito di Mosca “terza Roma”, “colonna dell’Ortodossia, che non cadrà mai” (la prima, quella sul Tevere, è caduta – questa l’accusa – nell’eresia del papismo; la seconda, Costantinopoli, è in mano turca).

Nel 1589 la Chiesa russa – con il consenso (obtorto collo?) di Costantinopoli, dal 1453 conquistata dagli ottomani – diventa patriarcato. Nel 1686 il patriarca ecumenico Dionigi IV affida a Mosca la metropolia di Kiev – “temporaneamente”, sostiene oggi il Fanar (il quartiere di Istanbul ove risiedono i suoi successori); “per sempre”, affermano invece i russi. E… saltiamo tre secoli: dopo che, nel 1991, crolla l’Urss e l’Ucraina diventa indipendente, la Chiesa ortodossa del paese, fino ad allora esarcato del patriarcato russo, si spacca in tre: Chiesa ortodossa ucraina (Cou), legata a Mosca; “Patriarcato di Kiev”, la cui anima sarà Filaret – dalla Chiesa russa nel ‘92 ridotto allo stato laicale, e nel ‘97 scomunicato; piccola Chiesa autocefala. Nel 2018 il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, favorisce la nascita della Chiesa autocefala d’Ucraina (Codu), in realtà formata solamente dalle ultime due appena nominate, e creata il 15 dicembre di quell’anno dal Concilio di Kiev (“Conciliabolo”, secondo Mosca, che considera “scismatica” la nuova Chiesa, e che taglia la comunione eucaristica con il Fanar). Il 5 gennaio ’19 Bartolomeo firma il tomos, il documento ufficiale con il quale lui e il suo Sinodo concedono la “autocefalia” alla neonata Chiesa; su novanta vescovi della Cou, solo due vi aderiscono. In giugno, a Kiev, avevamo ascoltato il punto di vista della Chiesa autocefala e di quella moscovita; il 7 settembre, a Istanbul, Bartolomeo; e, il 26 del mese, il metropolita Hilarion, a Mosca, dove ci siamo documentati sulla “rinascita” della Chiesa russa: devastata, ma non cancellata, sotto il potere sovietico, essa ora è punto di riferimento per i due terzi dei centocinquanta milioni di russi; il patriarcato di Mosca considera suo “territorio canonico”, oltre la Russia, anche le altre ex repubbliche sovietiche. Il presidente Vladimir Putin è ortodosso, e nelle feste importanti si fa vedere in chiesa; forte è l’alleanza tra lui e Kirill. Ma la secolarizzazione percorre anche la Russia: grande sfida per la sua Chiesa ortodossa è saldare l’ancoraggio al passato con la modernità che pone domande inedite e difficili.

Due settimane dopo che siamo tornati dalla Russia, a metà ottobre il primate greco Hieronymos – smentendo le speranze di Hilarion – ha riconosciuto la Codu [vedi scheda pag. 22]. Ma che ci aveva detto, in settembre, il metropolita di Volokolamsk?

HILARION: «L’EVIDENTE ERRORE DI BARTOLOMEO»

La contestazione dell’“autocefalia” non esaurisce, infatti, però, i problemi della Chiesa russa, stretta tra tradizioni del passato, modernità e incombente secolarizzazione della società. Il “ministro degli esteri” della Chiesa russa denuncia nell’intervista gli “errori” del patriarca di Costantinopoli. E affronta poi il desiderato ruolo del Cristianesimo in un’Europa che “dimentica” le sue radici e che su alcuni temi (difesa della sua eredità di fronte all’islam che avanza, famiglia, aborto), lui sottolinea, è del tutto secolarizzata.

Vostra eminenza, noi ci incontrammo per la prima volta a Harare (Zimbabwe), alla VIII Assemblea generale del Consiglio ecumenico delle Chiese, che molto ribadì l’impegno per l’unità visibile tra i cristiani. Come vede lei, oggi, l’ecumenismo?

Ritengo che dobbiamo essere realisti e non vivere di sogni, immaginando che si possano fare, presto, grandi passi, e soprattutto che si possa presto raggiungere l’unità eucaristica. Purtroppo, oggi siamo molto lontani da questa meta. Dobbiamo dunque misurarci serenamente con queste difficoltà e vivere in modo consapevole tale situazione. Tuttavia, esistono non pochi àmbiti dove cattolici e ortodossi, o ortodossi, cattolici e altri cristiani, possiamo collaborare: ad esempio, nel settore degli aiuti umanitari, in quelli dell’istruzione, nella difesa dei diritti dell’uomo e, ovviamente, e nella protezione di quei cristiani che in Medio Oriente, in Africa e in altre regioni del mondo subiscono emarginazione, persecuzione, o addirittura genocidio.

Tra gli eventi positivi di questi ultimi anni si potrebbe ricordare quello tra il papa e Kirill all’Avana. Lei ritiene che sia possibile un altro incontro analogo?

Non penso che il primo incontro tra Francesco e il patriarca Kirill [a Cuba, il 12 febbraio 2016] debba essere anche l’ultimo! Dunque, essi potranno ancora incontrarsi: quando le due Parti riterranno che sia arrivato il tempo e ci siano le condizioni adatte, noi lo prepareremo.

In merito alla dolorosa divisione nell’Ortodossia, a causa del contrasto in atto tra il patriarcato di Mosca e quello di Costantinopoli, per quali motivi voi considerate “scismatica” la neonata Chiesa ortodossa d’Ucraina?

Riassumo in due parole la storia dello scisma ucraino. Nel 1991, all’allora metropolita di Kiev, Filaret [da anni membro del Santo Sinodo di Mosca, e capo dell’esarcato ucraino legato alla Chiesa russa], fu tolta quella carica: lui però ignorò la decisione, e collaborò per la formazione di una Chiesa parallela e contrapposta a quella canonica, il cosiddetto Patriarcato di Kiev, indipendente, del quale poi divenne “patriarca”, e dunque capo degli scismatici. Egli sostenne, cioè, in senso proprio, uno scisma. Nessuna Chiesa ortodossa ha mai riconosciuto quella Chiesa come legittima. La Chiesa russa, che già nel ’92 aveva ridotto Filaret Denisenko allo stato laicale, nel ’97 lo scomunicò: decisioni riconosciute canoniche da tutte le Chiese ortodosse, inclusa la costantinopolitana. Nel 2016 si è svolto il Concilio di Creta [Confronti 7-8/16], organizzato dal patriarca Bartolomeo: a esso la Chiesa russa non partecipò, perché anche diverse altre Chiese ortodosse [antiochena, bulgara e georgiana] avevano deciso di non andare. E le decisioni riguardanti l’intera Ortodossia debbono essere prese con il consenso di tutte le sue Chiese, non solo quelle presenti in un Concilio. Dopo che la Chiesa russa fece quella scelta, il patriarca Bartolomeo ha cambiato radicalmente la sua precedente posizione sulla questione ucraina, riconoscendo la legittimità delle Chiese ucraine scismatiche. Ma l’unica Chiesa canonica a Kiev è quella ortodossa ucraina, legata al patriarcato di Mosca, ma autonoma e indipendente nelle sue decisioni; a essa appartiene l’assoluta maggioranza degli ortodossi ucraini. E né i vescovi né i semplici fedeli di questa Chiesa – l’avevamo detto a Bartolomeo! – sarebbero stati disposti a confluire nella Chiesa scismatica.

Quindi, non ci sarebbe bisogno di una Chiesa nazionale in Ucraina, perché là quella ortodossa è già tale?

La Chiesa ortodossa ucraina è una chiesa nazionale della quale fa parte il popolo ucraino e, quando l’ex presidente Poroshenko disse che si doveva formare una Chiesa nazionale ucraina, gli abbiamo risposto che già esisteva.

Questo conflitto ecclesiale è inserito in un conflitto più grande, politico, tra due parti dell’Ucraina, che storicamente appartengono a due parti dell’Europa e, per così dire a due parti del mondo. Lei che ne pensa?

La divisione ecclesiale avviata dall’ex metropolita Filaret, e poi dal potere politico ucraino, ha portato alla divisione del popolo ucraino e a una polarizzazione tra la parte orientale e quella occidentale del Paese. Non a caso la maggioranza degli scismatici si trova nella parte occidentale. Ma invece la Chiesa canonica dell’Ucraina è diffusa in tutto il Paese, soprattutto a Oriente.

Vostra eminenza, vi è un’uscita da questa situazione?

Dobbiamo avere pazienza. La soluzione non arriverà presto. L’errore compiuto da Bartolomeo è ora davanti a tutti. Del resto finora nessuna delle Chiese ortodosse ha riconosciuto la “autocefala” e, invece, riconoscono il metropolita Onufry come capo della Chiesa ortodossa ucraina – fino al 2017 riconosciutala come legittima dallo stesso patriarca di Costantinopoli.

Qual è la sua risposta all’affermazione che Bartolomeo ci fece: «Mosca può contare su potere, denaro, mentre la Chiesa di Costantinopoli può contare su un potere diverso, ecclesiale»?

Quello che Lui ha fatto in Ucraina lo ha compiuto seguendo i consigli dell’ex presidente Poroshenko, il quale pensava che ottenendo il tomos dell’autocefalia sarebbe rimasto al potere a Kiev. Ma si è sbagliato: infatti, nelle elezioni [dell’aprile 2019, vinte da Volodymyr Zelensky] ha ottenuto una percentuale molto bassa: e questo non a caso. Lui voleva una Chiesa tutta sua, che avrebbe potuto manipolare. Una Chiesa tascabile. Bartolomeo, d’altronde, si era affrettato a concedere l’autocefalia, temendo che, se Poroshenko non avesse vinto, sarebbe stato per lui molto più difficile realizzarla. E questo ha provocato un serio problema ecclesiale.

Vostra eminenza, sta forse mettendo in discussione lo status del patriarca ecumenico come primus inter pares, e quindi il suo ruolo nella creazione di Chiese nazionali ortodosse?

Noi non abbiamo mai rifiutato il ruolo del patriarca ecumenico come primus inter pares; quello che ha fatto Bartolomeo negli ultimi mesi esce, però, da questo quadro, perché ha agito da primus sine paribus (primo senza pari). Egli ha assunto quasi un ruolo di papa della Chiesa orientale: ora vogliamo ricordare che questa non ha mai avuto papa. Per i cattolici va bene avere un papa; ma non certo per noi. Il sistema papale che in Occidente ha quasi duemila anni, in questi ultimi anni si vorrebbe forse crearlo in Oriente!?

Ha parlato della delicata relazione del patriarca di Costantinopoli con Poroshenko e il suo uso della religione per avere potere politico. Qual è la sua risposta alle persone che in Ucraina dicono – cito – «la Chiesa russa sta dalla parte di Putin, quindi in un certo senso sta dalla parte della Federazione russa e non della Chiesa»?

La questione ecclesiale ucraina non ha nessun rapporto con il problema tra lo Stato della Federazione russa e quello dell’Ucraina: sono due problemi distinti. Per capire perché i credenti e i vescovi ortodossi ucraini desiderano rimanere con la Chiesa russa, bisogna chiedere a loro e non a noi. Il patriarca Bartolomeo ha sempre detto che era il patriarca Kirill che non voleva dare l’autocefalia; dunque pensò: «Preparate il documento e vedrete che tutti aderiranno alla nuova Chiesa». Ciò, però, non è avvenuto; sono rimasti solo gli scismatici con le loro strutture.

Parliamo di Europa. Qual è la sua maggiore preoccupazione per essa? Che cosa dovrebbero fare le chiese per creare un continente migliore?

Intanto, voglio fare riferimento alla dichiarazione comune del papa e del patriarca Kirill a Cuba, che ci offre una base comune per valutare il rapporto Cristianesimo- Europa. Molti paesi del continente cercano di emarginare il Cristianesimo; noi non siamo assolutamente d’accordo. Infatti, essendo l’Europa la casa di diverse Confessioni cristiane, le basi della sua identità sono cristiane. Andate in qualsiasi città europea, guardate la sua architettura, i suoi monumenti, e vedrete l’influenza cristiana.

Quando parla di Stati cristiani, sembra che Le dispiaccia che non esistano più questi Paesi in cui la religione e lo Stato erano dalla stessa parte e uniti nel potere. Forse bisognerebbe tornare indietro: Italia cattolica, Russia ortodossa, Germania protestante?

Noi diciamo che i paesi d’Europa dovrebbero custodire la loro eredità cristiana. La religione cristiana ha fondato l’identità dell’Europa. Ovviamente non richiediamo privilegi ma quando accade che, invece del Christmas si celebra il Xmas, e invece di augurarsi «Buon Natale», si dice «Buone feste» [in sostanza si usano forme più generiche che vanno bene per tutti, cristiani e non], allora non siamo d’accordo. Queste abitudini provano la marginalizzazione del Cristianesimo.

Veniamo all’etica. Ci sono valutazioni comuni tra Chiesa cattolica e Ortodossia su problemi come l’aborto, il divorzio e altri. La Chiesa dovrebbe avere un’influenza sulle leggi dello Stato circa tali questioni critiche?

Vorremmo, prima di tutto, che la voce delle Chiese fosse ascoltata quando si tratta di leggi riguardanti la vita. Noi diciamo: ogni persona ha diritto a nascere e a vivere. Siamo in linea di principio contro l’aborto, tanto più se la sua pratica è pagata dallo Stato, con i soldi di tutti. Anche in Russia esiste l’aborto legale. Io sono disposto a pagare per guarire le persone, ma no a pagare per ucciderle. L’aborto è la diretta conseguenza di una ideologia secolarizzata che ha distrutto la vera idea di famiglia. Certo, sappiamo che non sarebbe realistico pensare che tutti i paesi d’Europa siano contro l’aborto (come è accaduto in Polonia). Ma speriamo che le voci dei credenti e le posizioni delle Chiese siano ascoltate.

L’islam è il pericolo più grande per l’Europa? Magari un giorno, Notre Dame a Parigi sarà trasformata in moschea, come è successo sei secoli fa a Costantinopoli con la chiesa di Santa Sofia?

Non si può escludere l’ipotesi…, se le cose continueranno come vanno adesso! Intanto, i musulmani non vogliono in alcun modo perdere la loro religione. Guardate negli aeroporti: quando è l’ora della preghiera, essi tirano fuori il loro tappeto e pregano, pubblicamente. Ho parlato di queste cose con il cardinale Koch [presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani] quando lui non aveva ancora la porpora. Diceva: «Non dobbiamo temere un islam forte ma un cristianesimo debole».

Quali sono i punti fondamentali di cui dovrebbe occuparsi la Chiesa in Europa?

La cosa più importante è darsi da fare perché l’Europa si ricordi di chi l’ha nutrita nella sua crescita. È vero che la situazione economica in Europa è migliore di quella dell’Africa, dell’America Latina e dell’India, ma qui in Europa l’ideologia laica distrugge la comprensione della famiglia. Dicono, infatti, che la famiglia non è l’unione di un uomo e di una donna, ma può essere anche l’unione di persone dello stesso sesso. Da queste premesse deriva una crisi demografica.

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