Superjesus

Posto un articolo interessante di Dario Morelli che ho trovato su L’Huffington Post. Va a implementare l’argomento del secondo anno sul sacro nella pubblicità. Alla fine della lettura mi son portato dietro una gran tristezza senza viverla con la leggerezza di Morelli; forse perché ho la sensazione che molti desiderino proprio questo tipo di Jesus Superhero… E la cosa mi preoccupa non poco.

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“La Warner Bros sta promozionando “L’uomo d’acciaio”, il nuovo film di Superman, tra i pastori cristiani d’America. Li sta invitando gratuitamente alle proiezioni. Ha persino commissionato a un teologo un’omelia intitolata “Jesus: The Original Superhero”, da utilizzare per le prediche domenicali. Parla di un messia venuto da lontano, cresciuto da genitori umani che non comprendono la fonte dei suoi poteri, e che all’età di 33 anni è chiamato al supremo sacrificio per salvare l’umanità. Superman di Kripton o Gesù di Nazareth, siamo là. Lo riferisce l’autorevole CNN, in questo caso ancora più autorevole in quanto appartenente alla stessa Time Warner che controlla la Warner Bros. Tutto il materiale pubblicitario di stampo cristiano riferito al film è reperibile su un apposito sito. Questo tipo di promozione non è una novità. Campagne simili sono già state allestite per “I Miserabili”, “Soul Surfer” e “The Blind Side”. Il sistema comincia ad essere consolidato. Del resto si tratta solo di una evoluzione naturale del mercato pubblicitario, sempre più attento a targettizzare e personalizzare la comunicazione. Infatti è da sottolineare che “L’uomo d’acciaio” non viene presentato a chiunque come una rievocazione fantascientifica della vita di Gesù. Questa lettura è riservata soltanto ai ministri di culto delle chiese cristiane d’America, evangelisti del Verbo da tramutare anche in evangelisti della Warner. E questo anche in ottemperanza al nuovo comandamento del social marketing, secondo cui il prodotto va piazzato prima di tutto gli opinion leaders, lasciando poi a loro il compito di diffondere il verbo pubblicitario nella propria cerchia di influenza. Viceversa, per il resto del mondo – mediamente insensibile alla cristologia – il film di Superman è presentato soltanto come un film di Superman: eroismo, effetti speciali, crash boom bang.

Qualcuno potrebbe osservare che si tratta di una strumentalizzazione del sentimento religioso per fini commerciali. Assolutamente sì, ma di un tipo completamente nuovo rispetto al passato. Questa non è una di quelle solite pubblicità Benetton-style, che usano i riferimenti religiosi per provocare scandalo e far ricordare il brand. Qui siamo davanti a un uso molto più raffinato e strategico del sentimento religioso, un uso potremmo dire “integrato”. Si tenta di capire come la pensa ogni determinata fetta di pubblico per poi parlarle nel suo stesso linguaggio, presentando il prodotto nel modo più confacente al suo punto di vista. Non è niente di dissimile da quello che si fa nella comunicazione politica, quando il candidato tenta di “vendersi” parlando di valori cristiani ai cristiani, di lavoro ai disoccupati, di impresa agli imprenditori, etc. Questo è il portato del nuovo marketing basato sulla profilazione, sui messaggi ritagliati addosso a ciascun cluster di pubblico, idealmente a ogni singolo destinatario del messaggio stesso. Non c’è da scandalizzarsi se questo tipo di pubblicità comincia a intaccare una delle leve più potenti dell’animo umano, il sentimento religioso. L’importante, come sempre, è saperlo.”

Musica dell’anima

Stamattina su fb una collega ha messo il link al video dell’ultima apparizione del Coro e Orchestra sinfonica nazionale greci dell’Ert, la televisione nazionale che ha chiuso le trasmissioni qualche giorno fa. Le immagini sono molto commoventi e mi hanno toccato nel profondo, anche perché proprio ieri, durante una delle mie passeggiate campestri in compagnia di Mou, ascoltavo un vecchio podcast di “Uomini e profeti”. Era ospite Moni Ovadia che commentava così l’esecuzione del Kol Nidre, il canto che apre la liturgia del Kippur ebraico:

“Io penso che il canto redima la parola dalla monotonia, dalla banalità, anche dall’arroganza. La parola è canto prima di essere significato; la sua prima istanza è il canto. Questo accomuna tutte le fedi. La capacità del canto, della musica, di toccare l’anima trascende anche le coordinate della religione; è un elemento che tocca l’essere umano nelle sua profondità e gli permette di trascendere il dato puramente materico al quale è legato con quasi una sorta di immediatezza. Ci sono dei canti e delle musiche che toccano tutti gli uomini, le coordinate spazio-temporali cadono, cade tutto questo. Portano all’intimità più intima, dove non ci sono le pietrificazioni, i pregiudizi, le idee precostituite. Dice Abraham JoshuaHeschel che il cantore deve perforare l’armatura dell’indifferenza. Non è la dimensione del bel canto, della bella voce: qualcuno, non ricordo chi, ha detto che si può cantare senza voce, senza anima no.”

Nei volti di musicisti e cantori greci ho visto tanta anima, un’anima che non si può lasciare senza il cibo che la alimenti e che alimenti l’anima di ciascuno. La mia collega, musicista, ha così commentato il video: “Mettere a tacere la Musica penso sia una delle azioni più avvilenti e svilenti per una nazione… e purtroppo anche la nostra sta vivendo la stessa tristissima realtà”. Vivo la musica da ascoltatore e mi emoziona tantissimo. Questo post vuole essere una carezza per chi la musica la crea e la vive sulla propria pelle.

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Tra verità e risate

Ieri pomeriggio, mentre facevo un po’ di ordine tra il materiale che accumulo durante l’annola verità 4.jpg scolastico, mi sono appuntato su un file due citazioni che oggi pubblico e metto in parallelo (a dir la verità ora ricordo che la seconda è presa dal profilo fb di una collega). La prima è di Zygmunt Bauman, presa da “Il disagio della postmodernità”: “La religione appartiene a quella vasta e imbarazzante schiera di concetti che crediamo di comprendere perfettamente fino al momento in cui qualcuno non ci chiede di darne una definizione”. La questione può essere affrontata da un punto di vista semantico, e anche lì le opinioni sono diverse… Va anche riconosciuto che, nell’epoca contemporanea, il termine ha assunto una caratteristica, per dirla alla Bauman, di “liquidità” che nel passato non aveva. Concetti che un tempo erano delineati e chiari, ora hanno assunto specificità non sempre ben delineate. La questione si complica ulteriormente se si passa dalla religione, tipicamente umana, alla verità; “verità” e non “concetto di verità”. Il secondo è, per forza di cose, anch’esso tipicamente umano; la prima, nell’ambito della ricerca esistenziale ha, a mio avviso, una caratteristica particolare ben descritta da Albert Einstein: “Nel campo di coloro che cercano la verità non esiste alcuna autorità umana. Chiunque tenti di fare il magistrato viene travolto dalle risate degli dei”.

Riflessi siriani

L’intervista al professor Wael Abu Hassan (Arab American University di Jenin) che pubblico oggi è presa da Il Sussidiario. Fondamentalmente risponde a un’unica domanda: la questione siriana può avere delle ripercussioni sul panorama israelo-palestinese?

siria_etno_religiosa_800.jpg“Hezbollah e Hamas ai ferri corti dopo che il gruppo armato libanese guidato da Hassan Nasrallah ha annunciato il suo intervento militare in Siria al fianco di Assad. Fino al 2012 Khaled Mashal, leader di Hamas, è stato ospitato a Damasco, ma dopo la sua presa di posizione contro Assad è stato costretto a fuggire in Qatar. Ora Hezbollah minaccia di cacciare tutti gli esponenti di Hamas anche dal Libano. Un svolta che arriva alla vigilia del vertice di Ginevra2 voluto da Kerry e Lavrov in cui si discuterà del futuro della Siria. Come spiega il professor Wael Abu Hassan, dell’Arab American University di Jenin, la guerra siriana ha spaccato in due lo stesso fronte palestinese. Molti rifugiati si trovano nei campi profughi di Siria e Libano, e in alcuni casi hanno già partecipato agli scontri. Ora il rischio è quello di scatenare una vera e propria battaglia tra gli stessi palestinesi nelle strade di Gaza e Cisgiordania.

Quali ragioni ci sono dietro il conflitto tra Hamas e Hezbollah?

La situazione in Siria ha determinato la formazione di due schieramenti. Hezbollah, il governo di Damasco, Iraq e Iran formano insieme l’asse sciita. Quanti si oppongono al regime siriano sono invece in larga parte sunniti, e spesso vengono da Paesi stranieri quali Arabia Saudita e gli altri Stati del Golfo. Hamas è un partito sunnita, si è venuto così a trovare contro Assad e di conseguenza contro Hezbollah che appoggia il presidente siriano. Hezbollah ha quindi chiesto ad Hamas di lasciare il Libano perché i due movimenti non sono più alleati. L’intervento di Hezbollah in Siria avrà conseguenze per l’intero Medio Oriente, e per la stessa causa palestinese.

Quali saranno le conseguenze per la Palestina?

Ci sono diversi gruppi di palestinesi in Siria e in Libano, come il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina di Ahmed Jibril, che di recente ha preso pare agli scontri armati schierandosi con il governo di Damasco. Alcuni dei palestinesi espatriati sono a favore di Assad, altri contro di lui. Numerosi rifugiati palestinesi si trovano nei campi profughi in Siria, cui se ne aggiungono oltre 600mila in Libano. Queste divisioni tra i palestinesi espatriati investiranno la stessa arena politica di Gaza e del Cisgiordania.

In che modo?

Il rischio è che le fazioni palestinesi pro e contro Assad si scontrino anche a Gaza e Cisgiordania. Spesso si tratta di situazioni locali che poi degenerano, e che potrebbero portare a dei veri e propri combattimenti. Ciò che sta accadendo dopo l’intervento di Hezbollah in Siria avrà grandi conseguenze in Libano e potrebbe provocare una guerra civile nel Paese dei Cedri, con riflessi nella stessa Palestina. Dipende quindi dalla situazione che si creerà e da quanto si verificherà sul terreno, tanto in Libano quanto in Siria. Non sappiamo dove tutto ciò porterà, né per quanto riguarda i palestinesi né per la reazione degli israeliani. Hamas è passato dalla sfera d’influenza di Hezbollah e Siria a quella di Qatar e Arabia Saudita, caratterizzati da un Islam radicale.

Quali saranno le conseguenze?

Il radicalismo di Qatar e Arabia Saudita è differente. Da un punto di vista politico il Qatar non è estremista, eppure nel mondo arabo sostiene i gruppi fondamentalisti. E’ esattamente questo lo scenario cui stiamo assistendo in Siria, ma ovviamente si tratta soltanto di un gioco politico dettato da opportunismo. Il Qatar non è in buone relazioni con il regime siriano perché quest’ultimo è alleato con Teheran. Quanto sta avvenendo è un conflitto regionale tra le monarchie del Golfo come Arabia Saudita e Qatar da un lato e l’Iran dall’altro.

Qual è la posizione di Israele e Stati Uniti?

Da un lato Israele nel 2006 ha perso la guerra contro Hezbollah, e quindi non è certo a favore dell’asse sciita cui appartiene la Siria. Gli Stati Uniti d’altra parte sono alleati di Arabia Saudita e Qatar, mentre sono tutt’altro che in buone relazioni con Iran e Siria. La posizione delle monarchie del Golfo non è dettata quindi dal radicalismo ma da un calcolo politico, che consiste nel sostegno agli estremisti che combattono il regime siriano.

La guerra in Siria rallenterà il processo di pace tra Israele e Palestina?

Dipende da quanto avverrà in Siria. Se il regime di Assad crollerà, la posizione di Israele diventerà più forte. Se il governo di Damasco si rafforzerà fino al punto di riacquistare il controllo della situazione, ciò giocherà a favore dei palestinesi che stanno combattendo contro Israele con l’impegno politico o l’uso della forza. La situazione in Siria avrà quindi conseguenze inevitabili, siano esse positive o negative, sul processo di pace tra israeliani e palestinesi”.

Un matrimonio poco privato

Prendo una curiosa notizia del 25 maggio da Felafel Cafè.

“E’ stato uno dei matrimoni “più grandi e affollati” che Gerusalemme ricordi. Circa 25 mila matrimonio ebraico.jpgebrei ultraortodossi hanno preso parte alla cerimonia nuziale, questa settimana, del rabbino Shalom Rokeach, 18 anni – figlio del rabbino Tissachar Dov Rokeach – e Hannah Batya Penet, 19. Entrambi fanno parte di una delle più grandi dinastie d’Israele, quella dei Belz (hassidici). Il nome, Belz, è stato preso dalla città omonima in Ucraina, a pochi chilometri dal confine con la Polonia. La celebrazione è finita verso le 4 del mattino ed è stata gestita con “rigore militare”, raccontano alcuni degli ospiti. Soltanto gli uomini hanno usato qualcosa come un milione di bicchieri di plastica e per gestire l’enorme flusso di persone gli organizzatori dell’evento hanno mandato tra la folla individui con megafono per dare le disposizioni. In contemporanea alcuni maxi-schermi hanno trasmesso in diretta il matrimonio. Come da tradizione, uomini e donne festeggiano in luoghi separati. In questo caso le ospiti hanno seguito l’evento a due chilometri di distanza dagli uomini”.

La gabbia d’oro

Nel 1971 esce un disco che mi è tornato in mente in questi giorni: i progressivi Jethro Tull pubblicano Aqualung. Chitarre e il flauto di Ian Anderson dominano l’album. Il lato B del vinile si apre con My God, una canzone di denuncia nei confronti della Chiesa Anglicana per aver ingabbiato Gesù e aver creato un Dio diverso dal suo. La metto qui, a mo’ di monito…

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L’avete chiuso nella Sua gabbia d’oro

L’avete piegato alla vostra religione

Lui che è risorto dalla tomba

Lui è il dio di niente

Se questo è tutto quello che riuscite a vedere

Voi siete il dio di tutto

E’ dentro voi e me

Quindi affidatevi a lui gentilmente

E non invocatelo per farvi salvare

Dai vostri onori sociali

E dai peccati ai quali siete soliti rinunciare

L’insanguinata Chiesa d’Inghilterra

Incatenata dalla storia

Richiede la vostra presenza terrena

Al vicariato per il tè

E la figura intagliata di tu-sai-chi

Con il suo crocifisso di plastica

L’ha messo a posto

Mi confonde sul chi e il dove e il perché

E il come prende i suoi calci

Confessando al peccato infinito

L’infinito lamento

Pregherai fino a Giovedì prossimo

Tutti gli dei che riesci a contare

L’ottavo sacramento

Non so se papa Francesco scriverà dei libri come i suoi due predecessori o emanerà delle encicliche, certo è che se qualcuno desidera conoscere il suo pensiero può ascoltare o leggere le omelie che ogni giorno sta dicendo nella chiesa di Santa Marta alla messa del mattino. Ieri mattina ha esemplificato in maniera molto semplice il concetto di fede: “Ricordo una volta, uscendo nella città di Salta, la Festa patronale, c’era una signora umile che chiedeva a un prete la benedizione. Il sacerdote le diceva: ‘Bene, ma signora lei è stata alla Messa!’ e le ha spiegato tutta la teologia della benedizione nella Messa. Lo ha fatto bene … ‘Ah, grazie padre; sì padre’, diceva la signora. Quando il prete se ne è andato, la signora si rivolge ad un altro prete: ‘Mi dia la benedizione!’. E tutte queste parole non sono entrate, perché lei aveva un’altra necessità: la necessità di essere toccata dal Signore. Quella è la fede che troviamo sempre e questa fede la suscita lo Spirito Santo. Noi dobbiamo facilitarla, farla crescere, aiutarla a crescere”.

E a proposito del facilitare la fede ha fatto una serie di esempi che lasciano capire molto bene il cambio di atteggiamento che si sta verificando all’interno della Chiesa:

Roma0065fb.jpgIl Papa cita poi l’episodio del cieco di Gerico, rimproverato dai discepoli perché gridava verso il Signore: “Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me!”:

Il Vangelo dice che volevano che non gridasse, volevano che non gridasse e lui gridava di più, perché? Perché aveva fede in Gesù! Lo Spirito Santo aveva messo la fede nel suo cuore. E loro dicevano: ‘No, non si può! Al Signore non si grida. Il protocollo non lo permette. E’ la seconda Persona della Trinità! Guarda cosa fai…’ come se dicessero quello, no?”.

E pensa all’atteggiamento di tanti cristiani:

Pensiamo ai cristiani buoni, con buona volontà; pensiamo al segretario della parrocchia, una segretaria della parrocchia… ‘Buonasera, buongiorno, noi due – fidanzato e fidanzata – vogliamo sposarci’. E invece di dire: ‘Ma che bello!’. Dicono: ‘Ah, benissimo, accomodatevi. Se voi volete la Messa, costa tanto…’. Questi, invece di ricevere una accoglienza buona – ‘E’ cosa buona sposarsi!’ – ricevono questo: ‘Avete il certificato di Battesimo, tutto a posto…’. E trovano una porta chiusa. Quando questo cristiano e questa cristiana ha la possibilità di aprire una porta, ringraziando Dio per questo fatto di un nuovo matrimonio… Siamo tante volte controllori della fede, invece di diventare facilitatori della fede della gente”. E’ una tentazione che c’è da sempre – spiega il Papa – che è quella “di impadronirci, di appropriarci un po’ del Signore”. E racconta un altro episodio:

Pensate a una ragazza madre, che va in chiesa, in parrocchia e al segretario: ‘Voglio battezzare il bambino’. E poi questo cristiano, questa cristiana le dice: ‘No, tu non puoi perché non sei sposata!’. Ma guardi, che questa ragazza che ha avuto il coraggio di portare avanti la sua gravidanza e non rinviare suo figlio al mittente, cosa trova? Una porta chiusa! Questo non è un buon zelo! Allontana dal Signore! Non apre le porte! E così quando noi siamo su questa strada, in questo atteggiamento, noi non facciamo bene alle persone, alla gente, al Popolo di Dio. Ma Gesù ha istituito sette Sacramenti e noi con questo atteggiamento istituiamo l’ottavo: il sacramento della dogana pastorale!”.

Gesù si indigna quando vede queste cose” – sottolinea il Papa – perché chi soffre è “il suo popolo fedele, la gente che Lui ama tanto”. “Pensiamo oggi a Gesù, che sempre vuole che tutti ci avviciniamo a Lui; pensiamo al Santo Popolo di Dio, un popolo semplice, che vuole avvicinarsi a Gesù; e pensiamo a tanti cristiani di buona volontà che sbagliano e che invece di aprire una porta la chiudono … E chiediamo al Signore che tutti quelli che si avvicinano alla Chiesa trovino le porte aperte, trovino le porte aperte, aperte per incontrare questo amore di Gesù. Chiediamo questa grazia”.

Molto ora si affrettano a dire: “E’ sempre stata così all’interno della Chiesa, si son sempre dette queste cose”. Proprio no.

2+2

Stamattina, in quinta, parlavamo dei fondamentalismi religiosi, dei rischi che comportano le religioni quando si fanno ideologie e le idee quando si fanno assolutismi. E abbiamo letto una breve citazione presa da 1984 di George Orwell provando a immaginare un fondamentalismo religioso al posto del termine Partito:

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“Un bel giorno il Partito avrebbe proclamato che due più due fa cinque, e voi avreste dovuto crederci. Era inevitabile che prima o poi succedesse, era nella logica stessa delle premesse su cui si basava il Partito. La visione del mondo che lo informava negava, tacitamente, non solo la validità dell’esperienza, ma l’esistenza stessa della realtà esterna. Il senso comune costituiva l’eresia delle eresie. Ma la cosa terribile non era tanto il fatto che vi avrebbero uccisi se l’aveste pensata diversamente, ma che potevano aver ragione loro. In fin dei conti come facciamo a sapere che due più due fa quattro? O che la forza di gravità esiste davvero? O che il passato è immutabile? Che cosa succede, se il passato e il mondo esterno esistono solo nella vostra mente e la vostra mente è sotto controllo? … Libertà è la libertà di dire che due più due fa quattro. Garantito ciò, tutto il resto ne consegue naturalmente”.

Morire di apostasia

In terza stiamo parlando di pena di morte. Una delle tante cose che colpiscono è senza dubbio l’esistenza in taluni paesi, come l’Arabia Saudita, della pena capitale per apostasia. Su Il Sussidiario c’è un’intervista recente di Pietro Vernizzi a Massimo Introvigne.

“Il 64% dei musulmani in Egitto e in Pakistan sono convinti del fatto che chi si converte ISLAM_salafist.jpgdall’islam al cristianesimo vada punito con la morte. E’ quanto emerge da un rapporto del Pew Research Center, uno dei più importanti istituti di ricerca al mondo sulle religioni. A balzare agli occhi sono le differenze all’interno del mondo islamico. Se il 78% dei cittadini dell’Afghanistan è convinto che vada applicata la pena di morte per chi si converte, solo il 16% dei musulmani tunisini e il 13% di quelli libanesi è convinto della stessa cosa. Un’opinione che si riduce radicalmente tra i musulmani dei Paesi europei: il 2% in Bosnia e Turchia e l’1% in Albania. Ilsussidiario.net ha intervistato Massimo Introvigne.

Da questa ricerca emergono enormi differenze tra Paesi come Egitto e Turchia. Significa che non esiste un solo islam, ma molti islam differenti?

Le differenze sono state determinate dalla tradizione giuridica di queste nazioni. In Paesi come la Turchia, la Tunisia o l’Albania sono secoli che la pena di morte per apostasia, che pure è prevista secondo l’interpretazione della maggioranza delle scuole giuridiche del diritto islamico, non è più applicata e non è neppure all’ordine del giorno. Mentre in Egitto è notizia di pochi giorni fa che anche autorità giuridiche importanti si sono pronunciate a favore del ritorno alla pena di morte. E’ quanto sta succedendo anche in altri Paesi musulmani.

La pena di morte per l’apostasia è caratteristica soltanto dell’islam?

Questo è un grande punto di differenza tra una parte molto significativa del mondo musulmano e le altre religioni, perché effettivamente il diritto di cambiare religione, consacrato nelle carte internazionali dei diritti, per l’islam non esiste. In quest’ottica si ha diritto soltanto di convertirsi alla religione musulmana, ma non dall’islam a un’altra religione. Quest’ultimo è considerato un crimine, ed è la ragione per cui molti Paesi musulmani non hanno mai firmato neanche la Dichiarazione internazionale dei diritti dell’uomo del 1948. Quest’ultima comporta infatti il diritto di cambiare religione, che la tradizione islamica non può riconoscere. Scavando all’interno delle scuole giuridiche e delle interpretazioni, soprattutto in Turchia, si può arrivare a costruire qualcosa di simile alla libertà religiosa. E’ però molto difficile, perché nella tradizione giuridica islamica la libertà di cambiare religione non c’è.

Questi dati smentiscono chi afferma che la tradizione egiziana dell’Università di Al-Azhar sarebbe più tollerante rispetto a quella di altri Paesi come l’Arabia Saudita?

Il Pew Research Center non fornisce il dato sull’Arabia Saudita, che sarebbe stato forse pari al 90%, riflettendo così la legislazione vigente. Non c’è dubbio che in Egitto, anche in seguito alle vicende politiche della Primavera araba, qualcosa sia cambiato e ci sia stato uno spostamento verso posizioni di tipo fondamentalista. Tra l’altro quest’ultime posizioni erano già diffuse prima. A proposito di sondaggi di opinione fatti all’epoca di Mubarak, bisogna sempre chiedersi se esprimessero realmente le opinioni della maggioranza degli egiziani o se fossero manipolati dal regime. Sta di fatto che ora che è caduta la dittatura le opinioni che si manifestano sono molto meno tolleranti.

La seconda Sura del Corano afferma che non deve esserci “nessuna costrizione nella religione”. E’ in contraddizione con la pena di morte per chi commette apostasia?

Questa non deve essere interpretata in modo sbagliato. Con queste parole il Corano si riferisce non a chi è musulmano: nell’interpretazione che ne danno quasi tutte le scuole giuridiche, vuol dire che i cristiani e gli ebrei non devono essere costretti a diventare musulmani. L’islam tradizionale insegna che i cristiani e gli ebrei devono essere esclusi dalle posizioni di governo, ma che non ci deve essere nessuna costrizione perché qualcuno si converta. Questa tutto sommato è una regola a cui tra alti e bassi l’islam tradizionale si è sempre attenuto. Ciò non significa però che ci sia un diritto di chi è già musulmano a cambiare religione: questa non è una scelta religiosa ma un crimine di apostasia che deve essere punito.”

Tra estremismi e fondamentalismi

Il giornalista Mostafa El Ayoubi su Nigrizia di maggio scrive della situazione degli estremismi religiosi in Egitto.

egitto, morsi, fondamentalismi, estremismi, islam, copti, fratelli musulmani“L’ascesa al potere degli islamisti in Egitto, dopo la rivoluzione del 25 gennaio 2011, preoccupa molto la comunità cristiana in questo paese, la cui scena politica è dominata dal movimento islamista dei Fratelli musulmani (Fm). Di fatto tutti i poteri (giudiziario, legislativo ed esecutivo) sono concentrati nelle mani di Mohammed Morsi, il primo presidente eletto democraticamente dopo decenni di dittatura militare. Morsi è membro del movimento dei Fm, il quale ambisce a “reislamizzare” le istituzioni e la società civile. Le frange estremiste della confraternita dei Fm e quelle del movimento salafita, suo alleato, sono molto ostili ai copti: li considerano dei miscredenti ai quali lo stato deve impedire di costruire chiese e deve reintrodurre per loro lo statuto di dhimmi (cittadini non musulmani sottomessi con l’obbligo di pagare la jizya, una tassa prescritta dalla legge islamica).

In passato, anche sotto i regimi militari, cosiddetti laici, la vita dei copti non è sempre stata facile. Spesso sono stati strumentalizzati, specie nel trentennio Mubarak, per canalizzare la rabbia popolare verso lo scontro interconfessionale tra cristiani e musulmani, con lo scopo di sviare l’attenzione degli egiziani dai problemi della giustizia sociale, della libertà e della corruzione da un lato, e giustificare lo stato di polizia e la repressione dall’altro. Oggi, sotto il regime islamista, la questione copta continua a essere strumentalizzata. A quasi un anno dall’elezione di Morsi e a sei mesi da quella del nuovo patriarca copto ortodosso Tawadros II, nulla è stato fatto riguardo al processo di riconciliazione tra musulmani e copti. Gli episodi di violenza che all’inizio di aprile scorso hanno coinvolto cristiani, musulmani e forze dell’ordine, ripropongono le stesse dinamiche dei tempi passati in maniera ancora più drammatica; ne sono la dimostrazione gli scontri sanguinosi nel recinto della cattedrale di San Marco al Cairo, avvenuti il 7 aprile durante la celebrazione dei funerali di quattro copti rimasti uccisi due giorni prima in uno scontro con i musulmani. L’attacco alla cattedrale, luogo simbolo dei copti ortodossi, è stato considerato un atto gravissimo «senza precedenti» nella storia dell’Egitto dal patriarca Tawadros II, che ha esplicitamente chiamato in causa Morsi: «Ha promesso di fare di tutto per proteggere la cattedrale ma non è quello che noi vediamo». Un lancio della France Presse del 9 aprile ha parlato di «immagini diffuse da varie tivù che mostravano la polizia sparare lacrimogeni in direzione della cattedrale». Accuse gravi che denotano una tensione tra i vertici della Chiesa copta e lo stato. L’elezione di un islamista come raïs della repubblica post rivoluzionaria ha accentuato il sentimento di insicurezza e di marginalizzazione degli 8 milioni di copti.

La Chiesa copta imputa a Morsi di aver imposto agli egiziani una costituzione che favorisce gli islamisti nel loro intento di istituire l’islam come unica fonte della legislazione. Per questo, i copti si sono ritirati dalla commissione incaricata di redigere la nuova costituzione. È utile ricordare che questa è stata approvata nel dicembre 2012 con il sì del 63,8% della popolazione, ma con un tasso di partecipazione inferiore al 33%. Nonostante abbia dichiarato di voler essere il «presidente di tutti» e abbia condannato la violazione della sacralità della cattedrale di San Marco, Morsi (e i Fm) nutre risentimenti nei riguardi della comunità copta. Alle presidenziali i copti hanno votato in maggioranza per Ahmed Shafik, ex ministro di Mubarak, e al referendum sulla costituzione hanno votato “no”. Occorre inoltre rammentare che il precedente patriarca, Shenuda III, era a favore del passaggio del potere al figlio di Mubarak.

Le frange estremiste degli islamisti, non nutrono solo risentimento nei confronti della comunità copta e di altri cristiani. La massiccia diffusione dei canali tivù via satellite ha favorito il proliferare di telepredicatori jihadisti che seminano odio nei confronti dei copti, che considerano «infedeli», e di tutti coloro che non condividono la loro dottrina. E un estremismo tira l’altro. Anche dalla parte cristiana, vi sono frange intransigenti che attraverso le tivù diffondono all’interno della loro comunità impulsi islamofobi e fomentano lo scontro interconfessionale. Due giorni prima della violenza alla cattedrale, ragazzi copti hanno disegnato una croce sulla facciata di un istituto islamico nella città Al-khoussous: un pretesto servito su un piatto d’argento ai fanatici dell’altra sponda per replicare. Di fronte a questa nuova escalation di scontri tra musulmani e cristiani, il nuovo regime accusa fouloul a-nidam (i resti del vecchio regime) di strumentalizzare il discorso interconfessionale per mettere in difficoltà gli islamisti al potere e provocare il caos.”

Tauran e il buddhismo

tauran, ecumenismo, dialogo interreligioso, religioni, buddhismo, cristianesimoLa sera dell’annuncio dell’elezione del nuovo papa, sul balcone centrale di piazza San Pietro è apparso per l’“Habemus papam” il cardinale francese Jean Louis Tauran. Il web ha immediatamente cominciato a ironizzare in modo anche feroce su di lui, sul suo intercalare incerto e sulle sue movenze particolari (dovuti al morbo di Parkinson). Il cardinale è il presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso; rivolgendosi al mondo buddista in occasione dell’annuale festa di Vesakh ha affermato: «Il nostro autentico dialogo fraterno esige che noi buddisti e cristiani facciamo crescere ciò che abbiamo in comune, e specialmente il profondo rispetto per la vita che condividiamo». «L’amorevole gentilezza verso tutti gli esseri è la pietra angolare dell’etica buddista e l’amore di Dio e l’amore del prossimo sono invece il centro dell’insegnamento morale di Gesù». Penso, ha continuato il porporato che «sia urgente creare, sia per i buddisti che per i cristiani, sulla base dell’autentico patrimonio delle nostre tradizioni religiose, un clima di pace per amare, difendere e promuovere la vita umana».

L’articolo da cui ho preso le parole è di Luca Rolandi e appare su Vatican Insider.

Ancora streghe…

Un interessante articolo di Adriano Favole su moderne stregonerie. L’ho preso da Il club de La Lettura.

“Ci sono aree di mondo che, come insetti catturati nella tela del ragno, non riescono a l43-streghe-130409083349_medium.jpgliberarsi dagli stereotipi che li avvolgono. La Nuova Guinea è una di queste. Nel corso dell’Ottocento, gli esploratori occidentali chiamarono questa parte di mondo Melanesia («Isole nere»): il «nero» non evocava solo abitanti dalla pelle scura, ma preannunciava un vero e proprio noir antropologico. Da allora e fino a oggi infatti, quando in Occidente si parla della Nuova Guinea, lo si fa, per lo più, a proposito di cannibalismo e stregoneria, con qualche concessione a tsunami e altre calamità naturali. A meno che non siate appassionati cultori o frequentatori dell’Oceania, difficilmente avrete avuto modo di sapere che la Nuova Guinea è un luogo straordinario, in cui si parlano tuttora 850 lingue; in cui è racchiusa una biodiversità eccezionale, per nulla scalfita — almeno fino all’irrompere della modernità — dalla presenza delle società native, che hanno dato vita per millenni a economie sostenibili (ne parla Jared Diamond in Collasso, Einaudi); si tratta di un’isola i cui abitanti hanno inventato, oltre all’orticoltura, sistemi di scambio basati sulla condivisione, sul dono e sulla reciprocità e, in alcune aree, specie lungo il fiume Sepik, hanno dato vita a creazioni artistiche che lasciarono esterrefatti viaggiatori ed etnologi (il Museo Quai Branly di Parigi vi dedicherà una mostra nel 2014). Alla luce dello stereotipo, non stupisce più di tanto l’enfasi con cui in Australia (un Paese che ha colossali interessi in Nuova Guinea) alcuni giornali hanno diffuso la notizia relativa a casi di stregoneria avvenuti sia nella parte occidentale dell’isola — che fa parte dell’Indonesia, con le due province di Papua e West Papua — sia nelle Highlands della parte orientale, in cui si trova lo Stato indipendente di Papua Nuova Guinea. Secondo la testimonianza di una suora cattolica riportata da «Internazionale», nell’area di Simbu (considerata un epicentro stregonesco), in febbraio, una donna accusata di essere una strega sarebbe stata torturata nei genitali con ferri roventi, rischiando la morte. Pochi giorni fa, il quotidiano «Post Courier» riportava notizie di un presunto sacrificio pasquale nell’area delle Southern Highlands, in cui sei donne sarebbero state torturate e arse vive, e ancora il caso di due donne decapitate nell’isola di Bougainville. Ripetuti report di Amnesty International e della Ong Oxfam confermano la crescente violenza nei confronti delle donne e il ricorso dei nativi al linguaggio e alle pratiche della stregoneria.

Ma, allora, la stregoneria è una realtà o la proiezione mediatizzata di uno stereotipo? I papua praticano ancora la stregoneria? Il problema di fondo è che domande come queste sono mal poste. Il dato da cui partire è infatti la violenza nei confronti delle donne (ma non solo) che, stando alle fonti più attendibili, è in crescita in Papua Nuova Guinea così come in tanti altri Paesi del mondo. Perché questa escalation di violenza in un Paese che, certo, anche in passato era caratterizzato da forti tensioni e conflitti interetnici? E perché, in Melanesia come in molti Paesi africani i nativi evocano e incolpano streghe e stregoni? Numerosi studiosi hanno lavorato di recente a questo tema, fornendo risposte piuttosto interessanti.

C’è in primo luogo un enorme problema di traduzione. Per un occidentale, infatti, il termine «stregoneria» evoca condanne e roghi voluti dalla Chiesa nei confronti di donne ed eretici. I termini di altre lingue tradotti con «stregoneria» (come sanguma o kumo in Nuova Guinea) implicano scenari e immaginari molto differenti, che occorre conoscere se si vuole davvero combattere il fenomeno.

In secondo luogo, la cosiddetta stregoneria viene di solito presentata come una credenza atavica e irrazionale, frutto di una mentalità primitiva che dovrebbe essere modernizzata. Gli studi dell’antropologo olandese Peter Geschiere mostrano, al contrario, che la stregoneria contemporanea è un prodotto «moderno» e «postcoloniale». La diffusione dell’Aids, le crisi economiche, l’emarginazione sociale hanno comportato in molte parti dell’Africa una ripresa e una ricarica semantica del linguaggio della stregoneria, attraverso la ricerca dei «colpevoli» della povertà e del disagio. Allo stesso modo, secondo un recente studio di Ryan Schram, alcune popolazioni della Nuova Guinea ritengono che le streghe sottraggano ai nativi i beni materiali di cui i bianchi sono, al contrario, ricchissimi.

Un terzo punto rilevante concerne l’idea secondo cui l’irrazionalità della stregoneria andrebbe combattuta insegnando ai nativi a riconoscere le vere cause delle malattie e della sventura. È il punto più delicato. Già nel 1937, nel classico Stregoneria, oracoli e magia tra gli Azande (Cortina), Edward Evans-Pritchard aveva mostrato che la stregoneria non nasce dall’ignoranza delle cause ultime di un evento nefasto, ma dal fatto che pone domande che vanno al di là di esse. Gli indigeni africani Azande sanno che quell’uomo è morto perché, andando a caccia, si è ferito una gamba, ma il problema è: «Perché proprio lui e proprio adesso?». La stregoneria (mangu per gli Azande) è un pensiero sull’«oltre», su quegli ambiti della vita che stanno al di là della possibilità di controllo degli esseri umani. Ora, nella situazione postcoloniale globalizzata, la stregoneria, supposto che abbia ancora senso usare una categoria così ampia e trasversale, si presenta non come un sistema di credenze chiuso all’interno di società tradizionali, bensì come un tentativo di spiegare relazioni interculturali che hanno relegato strati sociali e intere comunità native in situazioni di estrema indigenza e marginalità. Il ritorno delle streghe, in Papua Nuova Guinea come in Africa, è un fenomeno preoccupante e la violenza (e a volte la morte) sofferta dalle donne, che divengono capri espiatori di una diffusa insicurezza, non va certo sottovalutata o, peggio ancora, negata. Ma la stregoneria non è una malattia indigena, frutto di sistemi di credenze ancestrali, bensì il sintomo di un disagio molto «moderno», le cui cause vanno ricercate nell’imporsi di modelli sociali ed economici fondati sull’esclusione, e non sulla condivisione, e di configurazioni della persona che hanno accentuato le differenze di genere, alimentando sospetti e violenze soprattutto nei confronti delle donne.”

Intanto a Washington un imam…

Leggo su Libero un articolo di Enrica Ventura del 19 aprile:

imamabdullah.jpg“Si chiama Daayiee Abdullah, è un imam dichiaratamente gay, forse l’unico al mondo, che vive a Washington e sposa le coppie omosex musulmane. Ieri si è presentato al pubblico con la presentazione di un documentario «Sono gay e musulmano» proiettato nell’Equality Center della città statunitense in occasione di una serata organizzata dall’associazione per i diritti dei gay Human rights campaign. «Penso che siamo all’inizio di un movimento per un islam più inclusivo in America», ha detto presentandosi al pubblico «così se volete un matrimonio tra persone dello stesso sesso io sono disponibile». E se i matrimoni fra persone dello stesso sesso sono un tema caldo nelle polemiche politiche negli stessi Stati Uniti (se ne sta occupando la Corte suprema) e in Francia (dove la legge voluta dal presidente François Hollande è vicina all’approvazione), in molti Stati dell’islam l’omosessualità viene addirittura punita con la pena di morte, ad esempio in Arabia saudita o in Sudan. Afroamericano convertito all’islam, Abdullah guida la moschea progressista «Luce della Riforma». Per il momento i matrimoni da lui celebrati sono stati fatti nella massima discrezione: lui stesso ha sempre chiesto di non pubblicare foto su Internet e di non fare troppa pubblicità alla cerimonia. Gli altri imam americani gli hanno già dichiarato la guerra e su Internet lo definiscono «deviato e perverso», un «trafficante di idee proibite in islam». In alcuni Paesi musulmani però l’apertura a quel mondo sta facendo dei progressi: sono infatti sette, su 23mila, i candidati transgender alle elezioni parlamentari che si terranno l’11 maggio in Pakistan. Una rappresentanza dei circa 500mila eunuchi pakistani che ha però la forza di una rivoluzione nel sistema politico locale. Perché è la prima volta che, come indipendenti, si presentano alle urne i rappresentanti di omosessuali, transessuali, travestiti, ermafroditi, uomini castrati. Eunuchi, appunto, che secondo la tradizione vengono chiamati a ballare ai matrimoni o alle celebrazioni per la nascita di un figlio secondo la credenza che chi è nato sfortunato porterà fortuna. «La gente non crede che possiamo essere corrotti perché non abbiamo né figli, né famiglia», dice la candidata indipendente Sanam Faqeer. «Non abbiamo bisogno di rubare soldi come fanno altri politici».”

Questione di centesimi

25 gradi, una passeggiata per i campi con Mou e le riflessioni di Moni Ovadia nello smart-phone con questo racconto che mi ha fatto sorridere:

photofinish.jpg“Un rabbino, ogni venerdì sera si mette davanti all’armadietto di santità, dove sono riposti i testi sacri, e comincia a invocare il Santo Benedetto, con la sua voce terribilmente petulante: «Senti, mi ascolti? Qui le cose vanno male: viviamo nella miseria più nera e io sono pieno di acciacchi. Ma sono un buon servo e tutti noi siamo pii». E continuava: «Perché non mi mandi un milione di dollari, che sistemiamo tutto e finalmente anch’io avrò qualcosa di buono!?». Alla fine, dopo giorni e giorni – forse mesi o anni – il Santo Benedetto decide di parlargli. «Sono qui, Samuelino, ti ascolto», gli dice. «Davvero, sei tu!?», urla il rabbino, petulante. «Sono io. Ma che voce fastidiosa hai!? Te l’ho data io? Beh, è proprio vero che tutti sbagliano. Ti ascolto, Samuelino. Cosa vuoi?». E il rabbino: «Niente, niente, Santo Benedetto. Voglio solo fare un ragionamento con te. Ascoltami. Che cosa sono per te un milione di anni?». L’Eterno risponde: «E cosa vuoi che siano per me un milione di anni? Meno di un centesimo di secondo». E il rabbino: «E dimmi: cosa sono per te un milione di dollari?». E il Santo: «E cosa vuoi che siano per me un milione di dollari? Meno di un centesimo di dollaro». «Allora», incalzò il rabbino, «ti costa così tanto mandarmi quello che per te è meno di un centesimo di dollaro?». E l’Eterno: «Perché pensi che non te lo voglia dare? Ti chiedo solo di aspettare un centesimo di secondo».”

Fessure di dialogo

Stamattina si è tenuta, in piazza San Pietro l’udienza generale del papa. Subito dopo Bergoglio ha incontrato l’ambasciatore saudita in Italia Salh Mohammad Al Ghamdi, che ha consegnato al papa un messaggio del re Abdullah. Il giornalista Giacomo Galeazzi su Vatican Insider fa il punto della situazione sull’Arabia Saudita per quanto riguarda le libertà religiose e i diritti delle donne.

“Il Regno wahhabita continua ad essere indicato da tutti gli osservatori internazionali abdullah.jpgcome un «Paese di particolare preoccupazione» per la persistenza di violazioni gravi della libertà religiosa, nei fatti e nelle disposizioni legislative. Negli ultimi anni si sono moltiplicate le dichiarazioni in cui responsabili sauditi hanno affermato la possibilità per i lavoratori non musulmani di celebrare il proprio culto in privato. Tuttavia, la nozione di “privato” rimane vaga. Il governo ha affermato che, finché le riunioni dei non musulmani avessero riguardato piccoli gruppi riuniti in case private, nessun organo della sicurezza sarebbe intervenuto. Questa posizione, sebbene ufficiale, viene comunque violata, dato che continuano a verificarsi casi in cui la polizia religiosa fa irruzione in abitazioni private in cui si svolgono simili riunioni di preghiera. Altro motivo di preoccupazione per i cristiani (come per tutti i non musulmani residenti nel Regno) è l’eccessivo lasso di tempo (settimane) necessario per l’espatrio delle salme di lavoratori stranieri deceduti. L’Arabia Saudita non autorizza la sepoltura nei propri territori di non musulmani e su tale questione ha richiamato l’attenzione una delegazione americana in visita nel Paese. Il rapporto Acs documenta diversi casi di arresto di fedeli cristiani; in alcuni casi, la notizia non sarebbe stata diffusa, per garantire il buon esito delle trattative per il loro rilascio che venivano stabilite tra governo saudita e il Paese di provenienza degli arrestati. Nel gennaio 2012, re Abdullah ha sollevato dall’incarico il capo della polizia religiosa Abdul-Aziz Humayen, sostituendolo con Abdul-Latif bin Abdul-Aziz Al Sheikh, appartenente alla famiglia degli Al Sheikh che guida l’establishment wahhabita. Non sono state fornite indicazioni sulle ragioni del cambio, anche se è utile segnalare che, nel 2009, il predecessore di Al Sheikh era stato scelto per riformare la polizia religiosa. Aveva assunto consulenti, incontrato gruppi per i diritti umani ed esperti d’immagine per migliorare la reputazione della polizia dopo episodi che avevano indignato l’opinione pubblica saudita. Gli agenti della polizia religiosa vegliano sull’applicazione delle leggi che regolano la sfera civile, religiosa e sessuale nel Paese. Tra i loro compiti c’è quello di verificare che i negozi siano chiusi durante la preghiera, fermare le coppie non sposate e le donne non coperte dalla testa ai piedi assicurandosi anche che esse non guidino automobili. Vita dura anche per gli sciiti e gli ismaeliti, così come per i blogger portatori di idee pseudo-rivoluzionarie.

Passo positivo l’istituzione per iniziativa del sovrano, in collaborazione con Austria e Spagna, di un Centro internazionale per il dialogo inter-religioso e inter-culturale. In Arabia Saudita per i cristiani non è possibile alcun culto pubblico. La situazione è particolarmente pesante soprattutto per l’altra metà del cielo. Muri divisori nei negozi per separare donne e uomini: è l’ultima forma di segregazione imposta nel regno saudita per “proteggere” commesse e clienti dagli sguardi maschili. La misura verrà applicata nei negozi in cui sono impiegati commessi di sesso diverso. Le barriere dovranno essere alte almeno 1,60 metri. Le donne possono lavorare solo in luoghi di sole donne oppure nella vendita di biancheria intima e cosmetici. Questi ultimi due settori di lavoro sono stati approvati nel giugno 2011, quando il governo impose che i commessi (in gran parte uomini di origine asiatica) fossero sostituiti con donne saudite. Un provvedimento che aprì 44mila nuove posizioni di lavoro per donne saudite (il tasso di inoccupazione femminile è del 36%, solo il 7% della popolazione occupata nel privato è composta da donne). Fu una decisione sollecitata dalle stesse saudite che si dicevano a disagio nell’acquistare biancheria intima e cosmetici dagli uomini. Ma l’arrivo di tante donne nei luoghi di lavoro misti – ad esempio i centri commerciali – aveva sollevato problemi diversi, non ultimi molti casi di molestie. La misura adottata per eliminare il problema è, come spesso è capitato nel Paese, drastica e orientata alla segregazione: i muri. Il cammino di emancipazione delle donne saudite è ancora allo stato embrionale. All’inizio dell’anno alle donne è stato permesso di partecipare al Consiglio consultiva della Shura, e 30 donne ne sono entrate a far parte – anche se per partecipare devono usare ingressi separati. Note ormai le campagne per il diritto di guida (soprattutto grazie alla popolare campagna di disobbedienza civile di Manal al Sharif divenuta popolare sui social network come #womentodrive), mentre il Regno del Golfo è uno dei pochi paesi al mondo che nega il suffragio universale. Le donne devono avere il permesso degli uomini per lavorare, viaggiare o aprire un conto corrente bancario.”

Nel 2050 più cattolici in India che in Germania

Articolo lungo ma, a mio avviso molto molto interessante; serve ad avvicinarsi un po’ a una realtà complessa come quella indiana e a intuire che le realtà religiose nel mondo non sono sempre semplici, chiare e ben delineate, come a volte può sembrare di poter dedurre da una cartina geografica delle religioni. E’ scritto da Francesca Marino su Limes.

“Secondo gli ultimi dati, la percentuale di cattolici in India cresce a un tasso maggiore di quello della popolazione totale. Significa che qui nel 2050 ci saranno circa 30 milioni di fedeli alla Chiesa di Roma: più che in Germania, ad esempio, e quasi quanto in Polonia. Il che rende l’India, per il Vaticano e la comunità cattolica, un paese di fondamentale importanza sia politica che geopolitica. Nonostante i cattolici indiani rappresentino soltanto un misero 1,6 % della popolazione locale, si tratta di circa 17,6 milioni di individui che seguono riti e tradizioni della Chiesa di Roma e guardano al papa come guida e fonte di ispirazione. Più o meno. In realtà il cattolicesimo in India, che ha una storia più che centenaria risalente alla conquista portoghese di Goa nel 1510, è ben lontano dal costituire un fronte unitario o scevro da problemi e complicazioni di natura sia sociale che teologica.

La Chiesa indiana comprende 3 grandi tradizioni: quella di rito siro-malabarese, la tradizione siro-malankarese e il rito latino. A seguire il primo rito sono circa 4 milioni di persone, che si rifanno a una tradizione locale secondo cui la Chiesa in questione fu fondata dall’apostolo Tommaso. Per questo motivo i suoi fedeli sono definiti: “cristiani di san Tommaso”. La Chiesa siro-malabarese ha una complessa e peculiare gerarchia, è profondamente sincretica e fortemente radicata nella tradizione e nella cultura locale. Tanto radicata da seguire regole proprie nella costruzione delle chiese, nella liturgia di matrimoni e funerali e nella formazione del clero. Di recente, il Sinodo sino-malabarese ha modificato anche gli abiti di vescovi e sacerdoti, cambiando colori e stili per renderli più consoni alla tradizione locale. Inoltre, ha deciso di inserire la raffigurazione dell’apostolo Tommaso all’interno dell’immagine della croce. Distinzioni liturgiche a parte, la Chiesa cattolica sta allargando la propria sfera di influenza dagli Stati del sud, dove prevale quella tradizionale, fino al nord-est che è stato fino a qualche anno fa “terreno di caccia” quasi esclusivo di cristiani appartenenti alle Chiese protestanti. Mentre le confessioni cristiane in generale sono guardate con diffidenza, la Chiesa cattolica riveste agli occhi degli indiani, anche di quelli non cattolici, una posizione molto peculiare. Gli indiani nutrono un estremo rispetto nei suoi confronti soprattutto per via della capillare rete di scuole, ospedali e organizzazioni di carattere sociale gestite da preti e suore. Le cosiddette convent schools hanno formato molte generazioni dell’attuale e passata classe dirigente indiana e costituiscono ancora uno dei capisaldi dell’istruzione privata locale. Il motivo è che al contrario di ciò che accade nel resto del mondo le convent schools, pur essendo gestite da religiosi, non impongono a nessun allievo la frequentazione della Chiesa, regole di catechismo o altro genere di istruzione religiosa. La misura della considerazione e del rispetto in cui sono tenute le organizzazioni cattoliche si è avuta nel 1997 in occasione della morte di madre Teresa di Calcutta, a cui sono stati tributati i funerali di Stato, omaggio in precedenza reso soltanto a un altro privato cittadino: il Mahatma Gandhi. Madre Teresa, pur essendo europea e cattolica, era riuscita a entrare nei cuori e nella coscienza della gente di Calcutta e del resto dell’India. La sua figura era controversa e per molti aspetti discutibile, ma la religiosa era riuscita a incarnare alla perfezione lo spirito e la forma del cattolicesimo indiano. Spirito e forma che, per certi versi, continuano a dare più di un mal di testa al Vaticano e alle gerarchie ecclesiastiche. Chi si avventura fino alla Casa madre delle suore di madre Teresa, troverà la tomba della piccola suora albanese e una statua della Vergine a grandezza quasi naturale venerata allo stesso modo, più o meno, in cui la dea Kali viene adorata a qualche chilometro di distanza, nel tempio che porta il suo nome. Perché per l’uomo della strada non esiste alcuna incompatibilità nella coesistenza, all’interno di un altare domestico, tra effigi di madre Teresa, Kali, Cristo e, perchè no, di Karl Marx. Non è un caso, d’altra parte, che gli Stati indiani in cui i cristiani e i cattolici sono più presenti sono anche quelli in cui è più forte il partito comunista. O la guerriglia, maoista o separatista che sia.

Il concetto dell’esistenza di un unico vero Dio, che implica la falsità delle altre religioni e degli altri dèi, è profondamente estraneo alla mentalità e alla cultura indiana: non soltanto alla cultura induista, ma anche in qualche misura alla cultura musulmana locale nella sua accezione più ampia. Il concetto, come realizzò papa Wojtyla nel suo viaggio in India, è di difficile digestione anche per molti preti cattolici locali. D’altra parte, la questione del pluralismo religioso peculiare alla società e alla religiosità indiana, inclusa quella cattolica e cristiana, è stata sollevata e discussa anche da fior di pensatori che, pur non essendo indiani, hanno una certa familiarità con l’India e con la spiritualità indiana: Raimond Panikkar, Jacques Dupuis, Felix Wilfred tra gli altri. L’attribuzione di un alto valore teologico e spirituale alle religioni non cristiane (a Panikkar si devono alcuni fondamentali studi e commenti sui Veda induisti) è inevitabile, se si considera la peculiare composizione della società e della cultura dell’India, e preoccupa le gerarchie vaticane. Uno dei primi compiti del “nuovo corso” dovrebbe essere l’incoraggiamento del dialogo religioso e l’apertura a discussioni teologiche e dottrinarie all’interno della Chiesa indiana che, senza violare precetti o dogmi, prendano in considerazione il patrimonio spirituale e culturale della patria di Gandhi. D’altra parte, la sopravvivenza della Chiesa cattolica nel mondo e la sua diffusione si devono, in ultima analisi, proprio alla storica capacità di incorporare riti e tradizioni appartenenti a diverse religioni e culture.

Dalit Christians1.JPGIl vero problema della Chiesa in India non è però legato a questioni dottrinarie quanto a motivi di carattere sociale. Circa il 70% dei cattolici indiani è composto da dalit, considerati intoccabili dagli induisti. La conversione e una Chiesa che predica l’uguaglianza tra gli uomini ha ovviamente sempre avuto un certo appeal su tutti coloro tenuti ai confini della società. La Chiesa cattolica si batte da anni contro la discriminazione praticata dagli induisti nei confronti dei fuori casta e tuona contro l’aberrazione del sistema castale. Tuttavia, raccontava l’arcivescovo Marampudi Joji nel 2005, le cose non sono esattamente come appaiono o come dovrebbero essere. Joji riportava l’aneddoto di un incontro tra Indira Gandhi e alcuni leader cattolici che protestavano contro il sistema castale. Indira, a quanto pare, avrebbe risposto secca: “Prima risolvete la questione dei dalit all’interno delle vostre fila e poi tornate da me con le vostre lamentale. Soltanto allora sarò disposta ad ascoltarvi”. In molti Stati i dalit sono più discriminati tra i cattolici di quanto non lo siano tra gli stessi induisti. Su un totale di 200 vescovi indiani, soltanto 6 sono dalit. In alcuni Stati esistono cimiteri separati per i fuori casta, posti separati all’interno delle chiese o addirittura chiese separate o messe celebrate per dalit e per non dalit. Secondo le denunce fatte da alcuni sacerdoti fuori casta, la Chiesa boicotta il loro ingresso nei seminari o espelle i giovani sacerdoti dalit. Nel 1992 un gesuita dalit, don Anthony Raj SJ, ha pubblicato uno studio sulla discriminazione dei fuori casta all’interno della Chiesa cattolica: inutile dire che le sue parole sono cadute in un assordante silenzio. Eppure, in alcune parrocchie di Stati tradizionalmente legati al concetto di intoccabilità come il Tamil Nadu, sono in essere consuetudini che dovrebbero far rabbrividire ogni cristiano degno di questo nome: ai dalit non è permesso fare i chierichetti, leggere i testi sacri durante la messa, stare in fila per ricevere l’ostia assieme agli altri fedeli. Giovanni Paolo II nel 2003 aveva ufficialmente preso posizione, sia pure in maniera molto morbida, al riguardo invitando la Chiesa a “vedere ogni essere umano come figlio di Dio”. Certo è che ancora oggi, se i dalit sono considerati figli di Dio, si tratta di figli di un dio minore. Il nuovo papa farebbe bene a invitare i propri vescovi in India a mettere in pratica l’evangelico racconto della trave nel proprio occhio la prossima volta che si batteranno contro le discriminazioni praticate dagli hindu. Dovrebbe, inoltre, invitare le gerarchie ecclesiastiche a non far finta di non sapere ciò che accade in Tamil Nadu, in Kerala o a Goa accogliendo finalmente le istanze dei cattolici dalit che domandano soltanto, in ultima analisi, quell’uguaglianza che gli è stata promessa quando si sono convertiti.

Il progressivo aumento delle conversioni ha causato negli ultimi anni un aumento delle persecuzioni di cattolici e cristiani in generale a opera di organizzazioni legate all’estrema destra nazionalista hindu che temono ufficialmente una “cristianizzazione” sempre più capillare del nord-est e del sud dell’India. Spesso la religione viene adoperata come mezzo per regolare questioni di altra natura. Accade lo stesso in Pakistan, dove la famigerata legge anti-blasfemia è diventata un mezzo potentissimo in mano a chiunque abbia conti da regolare con qualcuno. Accusare un vicino o un concorrente di blasfemia, musulmano, cristiano o induista che sia, è diventato il metodo più semplice e sicuro per regolare ogni genere di rivalità o conto in sospeso. In India non esiste una legge anti-blasfemia e la libertà religiosa è più o meno garantita ovunque. Tuttavia, in molte zone esistono particolari condizioni di natura socio-economica molto complesse, legate in qualche modo anche al fattore religioso in cui le lotte di potere tra rappresentanti di diversi interessi vengono spacciate per conflitti di confessione. Un esempio per tutti è Orissa, Stato in cui la presenza di tribali è molto significativa così come la presenza della guerriglia maoista. È uno degli Stati più poveri dell’India, se si considerano gli indicatori di povertà della popolazione locale, ma uno dei più ricchi di risorse minerarie di tutto il subcontinente indiano. A Orissa si svolge da anni una battaglia quasi epica tra il mondo dei tribali (destinato a tramontare malinconicamente come quello dei nativi americani) e il mondo delle acciaierie, delle società minerarie e della “nuova India” che investe sempre più massicciamente nella regione. I cristiani sono da anni molto attivi e presenti tra i tribali e i contadini, specialmente nella fascia centro-sud della regione. Le conversioni sono state numerose e hanno spesso suscitato invidie e rivalità profonde tra convertiti e non convertiti. I primi infatti sono aiutati economicamente, i loro figli possono andare a scuola, le loro famiglie si trovano all’improvviso a godere di un’agiatezza, sia pur minima, sconosciuta ai non convertiti. O a coloro che dall’animismo sono passati all’induismo. I cristiani hanno anche supportato le istanze di contadini e tribali nei confronti degli investimenti selvaggi a opera delle imprese sia indiane che straniere che operano nella regione. Istanze appoggiate anche dai guerriglieri maoisti, che della lotta contro le multinazionali e lo sfruttamento del territorio in Orissa hanno fatto una delle loro bandiere. Lo Stato è governato da una coalizione di partiti di destra, fortemente incline a difendere gli interessi degli investitori e fortemente compromessa con la mafia locale. Questa in alcuni casi è stata arruolata dai suddetti investitori per sgombrare il campo da dimostranti e contestatori. La divisione molto generalizzata tra induisti-governanti e cristiani-maoisti e contestatori è alla base di molte delle persecuzioni cosiddette religiose avvenute nell’area.

Purtroppo, i conflitti di natura socio-economica sono destinati ad aumentare nell’India del futuro. In luoghi in cui lo Stato è del tutto assente, il vuoto delle istituzioni è stato riempito in generale da organizzazioni sociali di natura più o meno religiosa; un po’, con le dovute differenze, come in Pakistan hanno fatto madrasa e organizzazioni integraliste islamiche. È un discorso impopolare, ma deve essere affrontato in qualche modo se si vuole risolvere il problema dei conflitti interreligiosi locali. Subordinare, come spesso accade, un piatto di minestra e benefici economici più o meno rilevanti ai cambi di religione e alle conversioni non fa bene a nessuno. E contribuisce a infiammare o a creare ex novo conflitti e lotte tra poveri mascherate da differenze religiose. Madre Teresa di Calcutta l’aveva capito immediatamente e non aveva mai subordinato aiuti e sostegno alla conversione dei suoi protetti. Così come l’hanno capito molti singoli religiosi che svolgono in India il loro lavoro e fanno della compassione e della carità senza etichette la loro regola di vita. Varrebbe forse la pena di valorizzare alcune voci e esperienze di dialogo tra confessioni diverse invece di bandirle tacitamente o di nasconderle. Per esempio le opere di padre Antony de Mello, a un certo punto scomparse dal radar delle Chiesa ufficiale. Oppure l’incredibile opera di padre Henry Le Saux, un monaco benedettino francese che aveva preso il nome di Abhishiktananda, che è stato un pioniere del dialogo interreligioso tra induisti e cattolici. Considerato un santo da induisti e cristiani, egli ha avuto un costante dialogo con Ramana Maharishi, una delle voci più alte della spiritualità indiana, e ha fondato il monastero di Shantivanam in cui la regola benedettina si fonde con la tradizione spirituale induista. Approfondire le sue intuizioni sarebbe forse il miglior modo per dare una decisiva svolta al corso del cattolicesimo indiano.”

Il mio sangue è il tuo sangue

Ho scoperto in rete il sito Notizie Geopolitiche, da cui ho preso questo articolo di Enrico Oliari.

277-0-34092_dalai-lama trento.jpg“Nel corso della recente visita a Trento, Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama premio Nobel per la Pace nel 1989 e fino al 2011 capo del Governo tibetano in esilio, ha ribadito la dottrina della non-violenza e della fratellanza universale: “quando incontro voi – ha spiegato in occasione della conferenza stampa indetta presso il Palazzo della Provincia – mi sento univoco, uguale a tutti. Tutti noi cerchiamo la felicità e, come si dice presso le isole Hawaii, il mio sangue è il tuo sangue, le mie ossa sono le tue ossa: sulla Terra siamo sette miliardi, dobbiamo essere tutti fratelli, senza discriminazione di alcuno. Se non siamo ‘noi’, ma ‘io e gli altri’, io mi isolo e questo è alla base di tutte le ansietà e di tutti i conflitti; per questo motivo è necessario liberarsi dell’‘io’ e, per raggiungere la felicità, vedere gli ‘altri’. Se ci stringiamo le mani, ma nella mente ci sono sentimenti di differenza, allora dobbiamo prendere delle decisioni. L’amicizia, invece, va donata agli altri senza aspettative e l’essere sinceramente amici non è qualcosa che deriva dalla pratica religiosa: io ho un gatto che capisce che gli sono amico, per cui mi viene vicino; mentre se ho nella mia testa ansietà, questi si allontana. Ecco, noi dovremmo prendere esempio come se quel gatto fosse un guru”.

Riferendosi agli operatori della stampa presenti ha poi indicato che “la felicità nasce dentro e proprio voi giornalisti potreste far capire messaggi di felicità e non vedere solo gli aspetti economici della professione: voi giornalisti avete questa missione”.

Notizie Geopolitiche ha posto al Dalai Lama domande di carattere politico, ovvero quale messaggio dà al popolo tibetano a fronte dei 105 arsi vivi dal 2009 in segno di protesta per l’occupazione della loro terra ed i soprusi da parte dei cinesi e se vede spiragli per un possibile dialogo con la nuova dirigenza cinese guidata da Xi Jinping e da Li Kequiang: “Non appena avvenne il primo caso di tibetano immolatosi in segno di protesta – ha raccontato il Dalai Lama – , ho cercato di mandare messaggi ed inviti a desistere da tali gesti. Sono un sintomo importante di malessere ed io, che vivo al di fuori del Tibet, ho chiesto ai cinesi di prendere provvedimenti. Coloro che si danno fuoco sono persone offese, non ubriaconi. Spesso escono dalle prigioni traumatizzati e persino menomati. Quello tibetano è un popolo di sei milioni di persone che soffrono ed io sono qui per servirli: si tratta di un problema che, come aveva detto lo stesso Deng Xiaoping, non può essere risolto con la forza ed io auspico che questi nuovi leader politici usino la saggezza, non la forza”.”

Globalizzazione e religioni

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Un’intervista a Marta Margotti, autrice di “Religioni e secolarizzazioni. Ebraismo, cristianesimo e islam nel mondo globale”: l’ho presa da Vatican Insider.

Professoressa Margotti nel suo libro emerge il concetto di globalizzazione della religione. Come interpretare oggi questa realtà?

Non ci sono dubbi su questo aspetto: le religioni sono coinvolte potentemente nei processi di globalizzazione che stanno trasformando il mondo attuale. Anzi, a ben guardare, i fenomeni religiosi sono tra i fattori che alimentano costantemente i processi di integrazione planetaria degli stili di vita e delle identità individuali, ma favoriscono pure i contatti tra le culture, i mutamenti della vita politica e la definizione degli assetti economici. L’interdipendenza tra fenomeni che si svolgono in luoghi diversi, anche molto distanti tra loro, non è però un fatto recente. La globalizzazione dei fenomeni religiosi ha origini antiche: negli ultimi due secoli (e con maggiore intensità negli ultimi cinquant’anni) ha registrato un’ampiezza tale da toccare società e spazi geografici che in precedenza erano stati soltanto sfiorati dai processi di integrazione del mondo.

Quali sono le cause di questa “globalizzazione delle fedi”?

Le migrazioni di milioni di uomini e donne e la diffusione dei mezzi di comunicazione di massa sono tra i principali veicoli di trasmissione da una parte all’altra del globo di visioni del mondo diverse da quelle tradizionalmente presenti in un certo territorio. E questi fatti hanno avuto, tra le altre, due notevoli ricadute. Da una parte, si è assistito al radicamento di molte tradizioni religiose in luoghi diversi rispetto a quelli in cui sono storicamente sorte (basti pensare ai missionari cristiani nell’Estremo Oriente, alle comunità ebraiche nelle Americhe o alla nascita di comunità indù in Europa), con conseguenze notevoli nelle società di arrivo. Dall’altra parte, la globalizzazione ha prodotto forme variegate di “meticciato delle fedi”, con scambi di riti, di simboli e di credenze che hanno trasformato le singole tradizioni religiose, in maniera spesso rilevante.

Secolarizzazione e secolarismo: cosa rappresentano questi fenomeni nella società contemporanea?

L’allontanamento dalle tradizioni religiose ha assunto in epoca contemporanea una dimensione sconosciuta nei secoli precedenti, coinvolgendo strati consistenti delle società: il distacco dal sacro, proprio perché solitamente percepito come rottura degli equilibri ereditati dal passato, ha accompagnato negli ultimi due secoli la modernizzazione delle strutture sociali e delle mentalità collettive. Almeno dagli anni Settanta del Novecento, sono state però fortemente criticate le teorie di sociologi e filosofi che ritenevano l’“eclissi del sacro” l’esito inevitabile cui sarebbero approdate le società moderne: queste tesi erano spesso basate sull’osservazione delle società industriali europee e ipotizzavano implicitamente la diffusione su scala planetaria del modello occidentale di sviluppo. Non a caso, dopo la fine della guerra fredda, quella che è stata definita la “rivincita di Dio” sembra caratterizzare le più rilevanti dinamiche sociali e politiche a livello planetario. In realtà, le religioni non erano mai sparite di scena, ma dall’ultimo scorcio del Novecento hanno assunto un nuovo ruolo nello spazio pubblico, all’interno dei singoli Stati come a livello internazionale, tanto che è possibile definire l’epoca presente come un tempo “post-secolarizzato”. L’incertezza lasciata dalla caduta delle ideologie politiche, la precarietà provocata dalla globalizzazione economica e l’insicurezza prodotta dai progressi scientifici che sembrano slegati da qualsiasi limite etico hanno provocato quello che soltanto un’osservazione superficiale potrebbe giudicare un “ritorno al sacro”. La situazione è molto più complessa: non si è di fronte a un ritorno al passato e non si assiste tanto al riemergere di società “sacrali” o “teocratiche”. I nostri anni sono immersi nell’apparente paradosso della presenza, nello stesso momento e negli stessi luoghi, di fenomeni religiosi e di fenomeni di secolarizzazione che non si annullano, ma sono anzi così strettamente collegati tra loro da rendere difficile capire dove finisca l’influsso degli uni e inizino gli effetti degli altri.

I grandi monoteismi hanno spesso avuto rapporti contrastati con i valori della laicità. Quali sono le ragioni?

La laicità e la democrazia sono stati considerati, in passato e ancora oggi, punti problematici del confronto tra religioni e modernità. Storicamente, i principi democratici si sono spesso affermati scontrandosi con il pensiero religioso, mentre le istituzioni laiche si sono formate da movimenti di opposizione o, comunque, di emancipazione dalle istituzioni religiose. Questa considerazione generale non consente però di affermare un’inconciliabilità insanabile tra religioni – e religioni monoteistiche in particolare – e principi della laicità. La secolarizzazione rappresenta la fuoriuscita dall’universo religioso da parte dei singoli e delle istituzioni, ma provoca pure un processo di trasformazione religiosa, in quanto nel corso del tempo le fedi non sono mai rimaste uguali a se stesse: il loro cambiamento è stato provocato anche dalla diffusione a livello sociale di visioni secolari della realtà.

Come sono cambiate le religioni di fronte all’affermazione degli Stati laici?

La laicizzazione degli Stati è stata solitamente subita dalle istituzioni religiose che spesso hanno reagito con veemenza per contrastare l’autonomia rivendicata dalle autorità civili. In alcuni casi, dopo lunghi conflitti, le religioni hanno trovato un equilibrio, anche se instabile, con i poteri statali (per esempio, nei paesi occidentali). In altri contesti, è il caso di alcuni paesi di tradizione islamica, il contatto con la modernità politica ha provocato decise reazioni di rigetto dei principi della laicità. Quello che è comunemente definito “islamismo” è una reazione che è sia un’affermazione di un’identità culturale e politica che si richiama miticamente a un passato immutabile, sia una dichiarazione di rifiuto dell’Occidente e dei suoi valori. Vi è da chiedersi, però, quanto queste reazioni siano state generate dai risultati catastrofici del contatto che queste società hanno avuto con l’Occidente coloniale, come pure il frutto delle politiche impopolari e antidemocratiche condotte dalle élite locali laiche, socialiste e nazionaliste.

Le religioni possono contribuire allo sviluppo delle società democratiche?

Attualmente nessun gruppo sociale riesce a ricoprire ruoli totalizzanti, soprattutto nelle società democratiche. Le istituzioni religiose, quando si trovano ad agire in una situazione di pluralismo culturale, sono costrette a definire il proprio campo di azione, selezionando e migliorando la qualità del proprio intervento, ad esempio in campo sociale o dell’assistenza, ma anche nella ritualità e nella propria riflessione teologica. I gruppi religiosi sono portati, in conseguenza a questo, a ridefinire i propri ruoli e a reinventarsi una propria collocazione nella realtà, pur continuando ad affermare con forza i propri legami con il passato e la propria fedeltà alla tradizione. La secolarizzazione sembra aver spinto ai margini l’incidenza della fede nella vita collettiva, ma il pluralismo che caratterizza molte società contemporanee ha dato ai gruppi religiosi la possibilità di svolgere un ruolo centrale nella vita sociale, come pure nel campo politico. La capacità di esprimere valori comuni, di raccogliere consenso in strati diversi della popolazione e di diventare gruppi di pressione influenti anche sulle scelte di governi che pur rivendicano la propria laicità può rendere le istituzioni religiose soggetti centrali della vita democratica e, anzi, permettere una sua espansione. Oggi più che nel passato.