Donne al muro

Prendo un articolo di Davide Frattini dal Corriere.

ebraismo, donne, muro del pianto, gerusalemme, haredim, preghiera, uomini“Ci è voluto il tweet di Sarah Silverman per dare popolarità globale a una battaglia che va avanti da ventiquattro anni e per far capire a Benjamin Netanyahu che era tempo di trovare un compromesso. A metà febbraio la comica americana ha condiviso in 140 caratteri con i suoi 4 milioni di lettori l’orgoglio familiare per l’arresto della sorella Susan e della nipote Hallel. Tutt’e due colpevoli – secondo i rabbini ultraortodossi e pure la Corte Suprema israeliana, sentenza del 2003 – di voler pregare al Muro del Pianto come fanno gli uomini e come alle donne è proibito. Il primo ministro ha allora incaricato Natan Sharansky, eroe della dissidenza sovietica, di trovare una soluzione per queste dissidenti religiose. Che chiedono di presentarsi davanti alle pietre più sacre per l’ebraismo con indosso i tallit (lo scialle da preghiera), i tefillin (scatolette di cuoio legate con le cinghie, contengono versetti sacri) e di poter recitare la Torah ad alta voce (t’fila in ebraico vuol dire preghiera). Sono le quattro «T» simbolo della protesta che i rabbini haredim leggono come una sola parola: tradimento dell’ortodossia. Da quando Anat Hoffman ha fondato il movimento nel 1988, il primo di ogni mese secondo il calendario ebraico si ritrovano a Gerusalemme e l’appuntamento è fissato anche per stamattina. Arrivano al Muro del Pianto, entrano nell’area destinata alle donne – non mettono in discussione la separazione – ma si comportano come gli uomini. Gli agenti di solito intervengono per arrestarle e Yossi Parienti (il capo della polizia nella città) ha già annunciato che oggi la manifestazione verrà impedita: «Quando cominciano a pregare indossando gli scialli, sfidano le decisioni dei giudici». Sharansky propone di allargare la zona per i riti, di aprire all’ingresso gratuito la parte di scavi archeologici vicino all’arco di Robinson. La soluzione è sostenuta da Shmuel Rabinowitz, il rabbino incaricato di vegliare sul Muro Occidentale e gli altri luoghi sacri, ed è stata accettata con perplessità dalle leader del gruppo. «Sharansky promette che i lavori termineranno in un anno e mezzo – commenta Hoffman al quotidiano Haaretz -. Il rischio è che ne passino dieci per l’opposizione degli archeologi, dei giordani, dei musulmani. Stiamo parlando di intervenire nel sito religioso più delicato e spinoso al mondo. Verremo arrestate fino ad allora?». Il progetto prevede di toccare il ponte dei Mugrabi che porta alla Spianata delle Moschee. «Quando nel 2004 gli israeliani volevano ripararlo perché rischiava di crollare per la neve, gli islamici hanno protestato ovunque». Netanyahu vuole risolvere la disputa anche perché ha generato una frattura con gli ebrei americani. Le Donne del Muro ricevono l’appoggio dei movimenti riformisti e conservativi, le congregazioni sono molto diffuse negli Stati Uniti ed esasperano gli ultraortodossi con decisioni come quella di permettere alle donne di venir ordinate rabbino. Tra loro la sorella di Sarah Silverman, che vive a Gerusalemme e che ha spiegato ad Haaretz le ragioni delle femministe: «Da un punto di vista teologico mi oppongo al monopolio ultraortodosso sull’ebraismo. Per convinzioni democratiche sono contraria all’idea che un gruppo di cittadini spadroneggi sugli altri». Anche chi ha conquistato quelle pietre antiche adesso vuole espugnarle agli ultraortodossi. Yitzhak Yifat è il soldato più popolare della storia di Israele per la foto scattata da David Rubinger che lo ritrae a occhi in su davanti al Muro: è il 1967, la parte est di Gerusalemme è appena stata presa ai giordani durante la guerra dei Sei giorni. «Non abbiamo combattuto perché il Muro diventasse proprietà esclusiva di pochi».”

Mi viene un’unica battuta tratta da un raccontino di Carlo Fiore: cosa penseranno i detentori del potere religioso, di ogni religione, quando scopriranno che Lei è donna?

Cercavo taumaturghi erranti

Un articolo di quelli che raccontano di umanità altre, così distanti dalla nostra quotidianità. E’ di Monika Bulaj, l’originale è qui.

Ho incontrato la donna kamikaze un giorno di sole e di polvere, in un piccolo santuario,kamikaze-donna.jpg oltre una piccola porta di legno, in una strada che non saprei ritrovare nel labirinto della vecchia Kabul. Mi si è avvicinata tra una folla di donne, accanto al sarcofago di un santo, una tomba di marmo coperta di tessuti con scritture dorate. Da quel momento non ho avuto pace, lei mi segue ancora nel pensiero. Non so se sia viva o morta. Le sfuggo e la cerco, mi spaventa e mi attrae. La ritrovo negli sguardi di tante donne in Afghanistan. Immagino la sua ombra magra, allucinata, sgomitare nelle strade intasate, infilarsi tra i carretti e il filo spinato, saltare sugli autobus in partenza infilandosi tra le porte appena socchiuse. È successo dopo mesi di viaggio dal confine dell’Iran a quello cinese sulle nevi del Pamir, un viaggio compiuto da sola, affidandomi al buon senso della gente del posto ed evitando con cura i luoghi pattugliati dai militari. Cercavo luoghi sacri, taumaturghi erranti, nomadi e storie di donne, e in quella porticina che dà sulla strada della vecchia Kabul vedo entrare donne, fagotti plissettati che vanno sotto il nome di burqa. La soglia è piccola, devo chinarmi, l’ambiente è soffocante ma si riempie di altri corpi ancora. Dentro è penombra ma fuori il sole è allo zenith, i muezzin chiamano alla preghiera di mezzogiorno. L’ora in cui Kabul respira di sollievo. L’incubo quotidiano è finito. Qui i kamikaze si fanno esplodere al mattino. Lo fanno per arrivare in paradiso all’ora di pranzo, in tempo per banchettare col Profeta. Sono vestita all’afgana, ho una veste lunga e nera, col velo che copre i capelli ma lascia libero l’ovale della faccia. Sotto ho il mio taccuino e la mia Leica. Non oso toccarli. Le donne mormorano preghiere, scoprono i volti bruciati dal sole d’alta quota, si tolgono il burqa, mostrano bellezza e sofferenza, si cercano, si toccano, liberano tra loro una complicità sensuale. Poi, dopo qualche minuto, una bambina col velo bianco, la divisa della scuola, mi nota, tocca il mio viso e si mette a piangere. «Perché piangi?» le chiedo in lingua dari. «Perché sei straniera e porti il velo, come noi». È allora che la diga si rompe, la voce corre, sono una cristiana che ama l’Islam, e tra le altre donne si innesca una reazione a catena fuori misura. Il mio corpo è già reliquia, vi strisciano contro, lo baciano, vi depongono caramelle e banconote per santificare qualcosa di loro e poi infilarsela nelle tasche o nei reggiseni. Cercano barakà, la benedizione, perché sono un’ospite e mi sono fidata. Piangono, asciugano le lacrime, si soffiano il naso nei burqa, mi infilano le dita inanellate nei capelli, mi sfiorano la guancia col dorso delle mani. Una di loro esige da me la grazia speciale di avere figli. Come in un sogno. Sono in ostaggio, ma non mi oppongo, mi affido. Sono in imbarazzo, ma sorrido. Tutto quello che ho cercato in mesi di lavoro mi piomba addosso all’improvviso. Dal ruolo di testimone invisibile a quello, non voluto, di protagonista al centro di un culto. “Volevi gli uomini di Dio? Guaritori erranti? Donne in estasi?” chiedo a me stessa quasi ad alta voce. “Eccoti accontentata…”. Credendo che io stia pregando le donne alzano le mani al cielo. Tra le tante che mi stanno addosso ce n’è una che non sorride né piange. Il suo velo è buttato senza cura sopra i capelli maltinti di hennè. Un corpo magro, le sopracciglia accentuate da un segno maldestro di kajal. Cerco di sottrarmi al suo contatto fisico. Ma lei mi stringe verso il muro, come per isolarmi dalle altre e si sbottona il vestito per mostrarmi qualcosa. Mi aspetto una ferita, e invece vedo il suo corpo magro impacchettato in una maglia di cilindri verticali legati da fili elettrici. Non capisco, forse non voglio capire. Penso alle armi di un agente segreto, all’autodifesa di una donna più emancipata. Ma le cose che ha intorno alla pancia non sono pistole, è dinamite. Sembra un’insegnante delle elementari invecchiata troppo presto. Quanti anni avrà: trenta? Cinquanta? Da dove viene? Dove sta andando? Perché mostra proprio a me la sua macchina di morte? Fingo di non aver capito. Le chiedo: «Dove sono i tuoi figli?». Il modo con cui volta la testa mi gela. Vuol dire che non ne ha più. Forse sono morti. Smetto di chiedere. Le domande si fermano sulle labbra. Ho paura, guardo altrove. Dico a mia volta:«Man se farzand daram », ho tre figli maschi. È la frase che meglio mi protegge in questo Paese. Il mio mantra, il mio lasciapassare, il mio elmetto in kevlar, la mia personale guardia del corpo. La donna che fa figli maschi qui è una donna vera, rispettata. Nella valle di Khost, durante un matrimonio, mi hanno quasi festeggiata per questo. Ora la pelle della donna è sudata, pallida, gli occhi sono folli, stanchi, freddi, asciutti. Sento il suo gomito ossuto, i muscoli duri delle cosce. La guerra ha portato a questo. La morte è un affare fiorente in Afghanistan. La carne umana è in vendita, diventa arma che si fa esplodere. Stragi a opera di kamikaze. Rapimenti di bambini e di adulti sospettati di avere risparmi. Omicidi su richiesta. «Duemila dollari – mi hanno detto amici afgani – sono la tariffa per uccidere qualcuno, e tutti sanno come trovare un sicario». Anche i kamikaze fanno lo stesso, per comprare la casa alla famiglia o saldare un debito. Economia di guerra, non martirio. Sento ogni fibra del mio corpo e ho la certezza incosciente che non accadrà nulla. Eppure temo che le parole possano svegliare qualcosa, far tremare la corda di un nervo, spezzare il filo della sua follia. Così cerco di esprimere uno sguardo indifferente per sorvolare la sua faccia piatta piena di rughe, le mezzelune nere delle unghie, la cintura sfatta della borsetta, l’odore del sapone e l’acido del suo respiro. Intorno le altre donne non si sono accorte di nulla. Continuano a ignorare il santo per guardare me, affascinate, piangendo. Esco a fatica. Lei mi segue, mi aderisce come un’ombra. Fuori, una barriera di burqa in nylon con macchie di respiro all’altezza delle labbra. Anche queste mi stringono. «Guardatela- dice una di loro – una issawì che ama l’Islam! Una haredzì che ama l’Afghanistan!». Issawi vuol dire “seguace di Issa”, il Cristo. Haredzi significa straniero. Ecco, io sono questo per loro. Infedele e straniera, eppure ho una faccia, odore, occhi, voce. Sono occidentale, eppure non sono chiusa in un blindato, non sto dietro il mirino di un mitra. Mi allontano senza salutare, come per dire “non c’ entro”, “non c’ero”. Non dico nemmeno “Khoda Hafez”, che Dio si ricordi di te, l’arrivederci degli afgani. Ma lei mi segue. Cammino lentamente per comunicare una tranquillità che non ho, lo faccio con passi lunghi, per seminarla. Ne esce una camminata abnorme. Scherzo con venditori ambulanti, mi infilo nella folla senza voltarmi e senza fretta apparente, per non far vedere che la mia è una fuga. Passo davanti agli ultimi Sikh della città che, con dadi e conchiglie, predicono il futuro alle musulmane al riparo di grandi ombrelli. Stavolta mi giro, lei non c’è. E Kabul ridiventa reale, con la sua puzza di fogna, le grida dei bambini di strada che danno manate sui blindati che passano come sul culo degli asini, il ronzio degli elicotteri d’assalto che volano così bassi che il soffio delle loro eliche spaventa i pappagalli verdi sugli eucalipti. Kabul, con i carillon dei gelatai ambulanti che strillano Per Elisa e Jingle Bells, vittoria sui divieti talebani contro la musica. Cerco di mimetizzarmi nel passo disinvolto delle donne afgane, un linguaggio mimetico del corpo che ho imparato ad assumere in fretta, anche per la mia incolumità. Ma stavolta la paura si è insinuata in me senza che me ne rendessi conto, è già diventata riflesso fisiologico. Bagnerò il mio letto quella notte, e da allora non riuscirò a dormire che a brevi intervalli. Ora riconosco i luoghi. Torno d’ istinto nel quartiere dei musicisti, dove ho il mio dentista privato. Un santuario con chiodi magici piantati sullo stipite della porta, ogni chiodo guarisce un dente. Poi trovo un barbiere con una foresta di capelli abramitica che mi invita a bere un tè e mi svela allegramente di avere interpretato Osama Bin Laden in un film. L’Afghanistanè così, dalla tragedia alla farsa nel giro di un’ora. Non so più dove ho fatto quel terribile incontro. Il mio sentimento per quella donna è un grumo fatto di pietà, condanna e paura. So che se la denunciassi non mi crederebbero, oppure partirebbe una rappresaglia di sangue. Sparisce l’ultimo raggio porpora sulle cime immacolate dell’Hindukush. Le luci tenui nelle case d’argilla si accendono sui colli che ora paiono il presepe di Betlemme. Un asino porta in salita una donna incinta con un’ombra accanto. Pare quella di Giuseppe, il falegname. E intanto la donna imbottita d’esplosivo, da qualche parte, si toglie la “cintura del martirio”, come la chiamano gli estremisti dell’Islam, e srotola per terra la trapunta colorata nella sua casa senza figli. Ma non dorme.

Chi meno te l’aspetti

Un tweet che mi è arrivato poco fa. Un articolo che può fare molto discutere, molto arrabbiare, molto pensare, molto sorprendere, molto verificare. Ne è autore Marco Del Corona e la fonte è il Corriere.

“Del sangue e della cenere di Meiktila la Birmania non aveva bisogno, come non servivanoMeiktila_333511k.jpg il sangue e la cenere sparsi all’inizio dell’estate scorsa nel suo Stato occidentale del Rakhine. Assalti, roghi, massacri. Dispute scaturite da crimini gravi o futili motivi e diventate una minaccia per la tenuta di un Paese che si mostra al mondo voglioso di democrazia, aperture e riconoscimenti. Pogrom, per usare una parola d’altri luoghi e altri contesti: qui però devoti buddhisti aggrediscono musulmani. Una quindicina di monaci avrebbero incendiato la casa di una famiglia islamica, ha riportato anche la Bbc. I linciaggi stanno lacerando, oltre a una Birmania dove l’etnia principale costituisce i due terzi della popolazione, anche la visione di una religione universalmente percepita come pacifica, ingenuamente distante dall’idea stessa di conflitto. Invece no. Le notizie da Meiktila ma anche da zone non lontane da Rangoon, e oltre, mettono in crisi la rassicurante classificazione delle religioni in «buone» e «cattive». Il Buddha sorridente rischia di ritrovarsi in cattiva compagnia, insieme con i fanatici della jihad armata. Un Buddha talebanizzato suo malgrado.

Le religioni sono fatte dagli uomini. E uomini sono i monaci che in Birmania protestano contro la sola ipotesi che ai rohingya (etnia musulmana del Rakhine che il governo relega alla condizione di apolidi) vengano concessi alcuni diritti. Altrove nelle pagode si ascoltano sermoni ostili ai musulmani, presenti da secoli in un Paese che apparteneva alla Corona britannica come l’India, India da dove l’amministrazione coloniale pescava quadri e personale per la Birmania. A pronunciare certe parole è lo stesso clero che nel 2007 e in altre occasioni aveva marciato in faccia alle baionette dell’esercito, chiedendo democrazia in nome di Aung San Suu Kyi. Le religioni, peraltro, non abitano il cielo ma la terra, e in Birmania il mosaico di minoranze, che non necessariamente condividono il credo buddhista della maggioranza bamar, prova una diffidenza verso il potere centrale nutrita da antiche discriminazioni e dalle efferatezze di mezzo secolo di giunte militari.

La sorpresa davanti ai monaci buddhisti che incitano a regolamenti di conti poco misericordiosi non è che una metamorfosi dell’eterno orientalismo, visione dell’Asia (e dell’altro) attraverso aspettative e stereotipi (nostri). Come se dai buddhisti, da chi ha così sete di Nirvana, non ci potessimo aspettare nulla di brutto: non che un bonzo uccidesse nel 1959 Solomon Bandaranaike, primo ministro dello Sri Lanka; non che i lama a Lhasa o in qualche contea tibetana scagliassero pietre contro i soldati cinesi nelle periodiche fiammate d’irredentismo ed esasperazione. Stiamo ancora a quanto scriveva un qualunque capitano che col suo mercantile solcasse le acque del Sudest asiatico negli anni Trenta del secolo scorso, un Alexander Hamilton qualsiasi: i buddhisti «considerano che siano buone tutte le religioni che insegnano a essere buoni» (A New Account of the East Indies, 1930). Ovvero un esempio di tolleranza ed ecumenismo assassinati a Meiktila.

La storia del buddhismo è piena di esempi che contraddicono la lettura orientalista di una religiosità univocamente placida, e quindi puntata verso una rappresentazione dei fedeli come «buoni selvaggi». Non occorre essere eruditi per scovare, dal Giappone al Tibet, profili di monaci guerrieri vuoti di sé — come l’Illuminato insegna — eppure ben armati. Perché, in fondo, la meta finale del buddhista trascende il bene e il male che si possono compiere con la spada. E se, come annotava lo studioso Trevor Ling, «non esistono prove nette che in Paesi dove il buddhismo sia religione di Stato le guerre vengano considerate attività non-buddhiste» (Buddhism, Imperialism and War, 1979), l’armamentario di pratiche e liturgie è persino tornato utile ai soggetti più improbabili: chi assisteva ai seminari rivoluzionari di Pol Pot, il leader dei khmer rossi responsabile dello sterminio di 1.700.000 cambogiani fra il 1975 e il ’79, li riconosceva molto simili per toni e struttura agli insegnamenti ascoltati nelle pagode. In un contesto meno cruento — la Birmania britannica degli anni Venti — il percorso verso l’indipendenza concepito dall’ideologo U Ottama (un monaco, non a caso) veniva assimilato, nel procedere a stadi, proprio alla via che conduce all’illuminazione.

Universo contraddittorio, il buddhismo (o meglio: i buddhismi). Metabolizza i comportamenti che contraddicono la nostra visione di una fede serena, senza spigoli. Il Dalai Lama, la cui causa venne vanamente difesa da guerriglieri sostenuti dalla Cia nel Tibet occupato da Mao Zedong, oggi tenta di dissuadere i suoi connazionali dalle auto-immolazioni per protesta contro la Cina, atti la cui giustificazione impegna i dotti buddhisti in acrobatiche disquisizioni teologiche e morali. Proprio il Tibet, per secoli una teocrazia feudale, offre solidi argomenti a chi sostenga che di per sé essere buddhisti non significa essere buoni: una posizione entusiasticamente abbracciata dalla Cina nel rivendicare la «giusta liberazione» di una regione tuttora non domata.

Lassù sull’altopiano la sovrapposizione fra Stato e religione si è mostrata in tutta la sua ingombrante presenza. Le monarchie asiatiche tradizionalmente hanno cooptato il clero per assicurarsi le sue competenze, che si trattasse di stilare documenti, fornire consigli, guidare ambasciate, insegnare: un meccanismo di interdipendenza destinato a produrre religiosi spesso collaborazionisti e amministrazioni bigotte e compiacenti. E a generare un sistema in cui nazione, purezza etnica e fede coincidono. Eppure, a ben guardare, i pogrom dei buddhisti birmani contro i musulmani parlano alle nostre aspettative pigre, alle nostre facili letture. Se i monaci e i loro fedeli che pochi anni fa protestavano a Rangoon contro i generali sono gli stessi che giustificano l’assalto alle moschee e ai bazar nella valle dell’Irrawaddy, i colpevoli sono gli uomini. E Buddha è innocente.”

Tra diritto e religioni

9788843067336g.jpgA fine gennaio è uscito il libro “La libertà religiosa in Italia. Un percorso incompiuto” di Alessandro Ferrari. Oggi ho trovato su Vatican Insider questa intervista di Luca Rolandi. Argomento? Diritto, libertà religiosa, laicità dello stato, pluralismo religioso.

Nel racconto del suo saggio si evince come le problematiche del passato riemergano intatte nella società plurale.

Sì, ciò che rende affascinante la storia del diritto di libertà religiosa e, in particolare, il confronto con la storia della libertà religiosa in Italia è proprio questo costante incontro, nel tempo presente, tra passato e futuro, tra i paradigmi che hanno forgiato i caratteri più distintivi di un modello e le forze che, nel corso del tempo, si sono aggiunte, sedimentate sulle vecchie costruzioni giuridiche costringendole a rispondere a nuove domande, a fronteggiare nuove rivendicazioni e portandole, così, a trasformarsi. Nata per rispondere alle esigenze di giustizia di individui e gruppi minoritari ma normalmente appartenenti alla storia ed alla tradizione del Paese (ebrei e valdesi in particolare), il diritto di libertà religiosa si pone oggi anche in Italia come garante di un “pluralismo culturale e confessionale” che la globalizzazione ha reso quantomai variegato. Accanto alla “classica” presenza cattolica convivono, infatti, esperienze religiose ormai definitivamente trapiantate in Europa (si pensi all’islam, al buddhismo, all’hinduismo), gruppi religiosi “europei” trasmigrati dai loro contesti originari (gli ortodossi), galassie cristiane in continua ridefinizione (gli evangelici), non più “nuovi” movimenti religiosi e movimenti non confessionali ma atei ed agnostici anch’essi portatori di un’identità ancorata al diritto di libertà religiosa e di coscienza. In un quadro così complesso il diritto di libertà religiosa si pone, dunque, come strumento di libertà per i singoli e gruppi, come cartina tornasole di una democrazia costituzionale matura ed efficiente capace di assicurare a tutti – e, dunque, anche alle religioni ed ai “gruppi filosofici” secondo le rispettive specificità- la piena partecipazione alla vita pubblica, alla costruzione della “casa comune”.

Il libro di storia e di diritto. Per quale pubblico?

Per chi voglia approfondire un cammino ricco e affascinante, fatto di grandi traguardi, di ingegnosi e coraggiosi accomodamenti ma anche di battute d’arresto e salite affannose. La storia offre il contesto all’esperienza giuridica, alla decisione politica e determina l’angolo prospettico da cui guardare alla libertà religiosa. Quest’ultima, infatti, vive da sempre un movimento, per così dire, pendolare, ora esprimendo con più decisione una vocazione “personalistica”, di protezione pluralistica delle coscienze religiose individuali e collettive ora risentendo maggiormente, invece, di una impostazione più “statocentrica” e, dunque, funzionale alle esigenze – e alle paure – delle maggioranze rivelando, così, un volto preoccupato e spesso ripiegato. E’ proprio quest’ultimo volto che è emerso con più evidenza nell’ultimo decennio, segnato da un confronto con l’islam che tanto ha influito nel ridefinire il volto del diritto della libertà religiosa europea ed italiana e nel rimettere in discussione il cammino di concretizzazione del diritto di libertà religiosa così come delineato dal costituzionalismo del secondo dopoguerra.

Lei parla di paradigma cattolico, che cosa intende con questo concetto ‘L’Italia, è una Nazione-Stato più che uno Stato-Nazione’?

La coesione civile è stata affidata più alla condivisione di una cultura – e di una religione – comuni che al ruolo espressamente attribuito alle istituzioni politiche, ai circuiti classici della decisione politica. Si tratta di una realtà che ogni giorno risalta con evidenza. L’essere Nazione-Stato ha i suoi pregi (uno stato tendenzialmente “modesto” e non monopolista del dibattito sociale e delle identità civiche) ma anche i suoi limiti, in particolare quando le sfide del pluralismo esigono proprio dalla politica risposte chiare in ordine alla protezione ed alla concretizzazione dei diritti posti alla base del patto costituzionale. Il modello italiano di libertà religiosa, inoltre, si è costruito in relazione alla Chiesa cattolica e, dunque, confrontandosi con una presenza istituzionale del tutto peculiare. Ora, questo modello, di cui nel libro cerco di illustrare i caratteri di confessionalità, bilateralità e tendenza all’accomodamento gerarchico, deve armonizzarsi con un principio di laicità che, pur nato proprio dall’incontro tra Costituzione e cattolicesimo, viene declinato come principio giuridico quale garanzia di un pluralismo ad ampio spettro. Pluralismo la cui piena e necessaria metabolizzazione richiede coraggio non solo da parte delle pubbliche autorità ma anche della stessa Chiesa cattolica.

Le sfide del futuro. Pluralismo religioso e culturale. Quale libertà religiosa per il XXI secolo per dare compimento ad un percorso interrotto?

Il cammino si riprenderà riattribuendo al diritto di libertà religiosa la centralità che gli è stata assegnata dalla Costituzione e dalla Corte costituzionale nel momento in cui ha individuato proprio nella laicità un principio supremo dell’ordinamento costituzionale. Si tratta, innanzitutto, di riappropriarsi del significato “autentico” di una laicità costituzionale troppo spesso condizionata dai due “opposti estremi” della laicità “anticlericale” e della cosiddetta sana laicità. Rimettere al centro il diritto di libertà religiosa equivale, in realtà, in un’epoca così drammaticamente condizionata da gravi problematiche economiche, ricordarsi della centralità della persona, con le sue profonde esigenze identitarie che nell’età dei “diritti sostanziali” interpellano con urgenza tutta la società. Si tratta, dunque, di una libertà “costosa”, come tutti i diritti, ma il cui prezzo rappresenta una garanzia basilare di pace e convivenza civile. Continuare a dimenticarlo (quando il parlamento italiano si deciderà a dotare il nostro Paese di una legislazione organica in materia superando quel che resta della normativa sui “culti ammessi” del 1929-1930?) ha, in realtà, costi ancora più alti.

Il peso della nostra materialità

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“Non siamo così lontani, noi, dalla visione della croce che ebbe Dalì negli anni in cui, tormentato dalla scissione dell’atomo che aveva provocato la bomba atomica, dipinse il Corpus Hypercubus. Nell’opera domina il quattro, numero della violenza dell’uomo: quattro come squartare, come fare in quattro, come dirne quattro; quattro come le latitudini che segnano l’orientamento umano: nord sud est ovest. La croce, su cui Cristo sta, è infatti costituita da otto cubi: il quadrato elevato a potenza. Il Cristo di Dalì si staglia dunque, immacolato e perfetto, contro un cielo scuro e un’improbabile croce cubiforme. Quel corpo perfetto e senza tracce di sangue colpisce e affascina, tanto da non poter distogliere da esso lo sguardo. Da ciò che del volto di Cristo s’intravede si nota chiaramente anche l’assenza della barba. Quello di Dalì è un Cristo imberbe, bellissimo e glorioso, eppure sacrificato come testimonia – senza equivoci – lo spasmo delle mani e la posizione del capo. Cristo è l’ultimo Adamo e ci riporta in quel giardino in cui si giocò la prima partita con la morte. Un appuntamento che ancora ci offre la storia.

Siamo anche noi tutti in quel giardino, con le nostre domande sull’origine e la fine dell’uomo, sul cosiddetto orientamento sessuale. Siamo lì come la donna vestita di seta di Dalì. Cristo è, dunque su una croce cubiforme: immagine che inquieta perché esaspera la sospensione del corpo di Cristo tra cielo e terra. Su quella Croce, Gesù non ha requie, non può neppure riposare nel sonno della morte: egli è vivo e agonizzante. Come non rammentare qui la famosa espressione di Pascal: Cristo è in agonia fino alla fine del mondo! La Croce dipinta da Dalì racchiude la somma del dolore del mondo, la somma della malvagità umana, il peso della materia che si ribella alla volontà del suo Creatore… E noi siamo lì, sotto, vestiti a festa davanti a un irreale pavimento a scacchi che indica il perpetuarsi appunto, nei secoli, l’ombra di quel dolore. La scena è drammaticamente vuota e la donna appare ancora più elegante contro la nudità del Crocifisso. I colori degli abiti della donna richiamano i colori della scena: l’ocra della croce, l’argento della pavimentazione a scacchi, il blu del mare. La veste più nascosta, quindi più vicina alla sua carne è il blu – che richiamando il mare simbolo del male – rimanda alla fragilità umana, al peccato. Il drappo ocra dice l’identificazione della donna con il Crocifisso che contempla. Il manto argenteo, che più delle altre vesti riflette la luce, dice la divinità…”

(Maria Gloria Riva, su Avvenire)

Ciao

14009985_14000134_magdiallamdentro.jpgLeggo, in realtà con poco stupore, sul Corriere della Sera che Magdi Cristiano Allam ha deciso di abbandonare la Chiesa, ritenuta troppo morbida nei confronti dell’Islam. Su di lui avevo già scritto nel 2008 citando la Nostra Aetate. Con questo post desidero semplicemente avvisarlo di non avvicinarsi al “pericoloso” Buddhismo, in quanto il Dalai Lama afferma: “A coloro che affermano che il Dalai Lama sta perdendo il contatto con la realtà nel predicare questo ideale di amore incondizionato, rispondo di cominciare a sperimentarlo. Scopriranno che quando si varcano i confini di un ristretto interesse personale i nostri cuori si riempiono di forza. La pace e la gioia diventano i nostri compagni. Ogni barriera si rompe”. Resto tuttavia poco speranzoso, visto che Magdi Allam afferma: “Continuerò a credere nel Gesù che ho sempre amato e a identificarmi orgogliosamente con il cristianesimo come la civiltà che più di altre avvicina l’uomo al Dio che ha scelto di diventare uomo”. Visti i presupposti mi chiedo chissà quale Tenzin Gyatso sarebbe in grado di conoscere!

Islam: oltre il femminismo

Chi segue il blog in modo regolare sa che pubblico articoli lunghi solo se ritengo che ne valga la pena (in ogni caso parere personalissimo). Oggi, mentre navigavo su Sconfinare, il sito del giornale creato dagli studenti del SID (Scienze Internazionali e Diplomatiche) di Gorizia, mi sono imbattuto in questo bell’articolo di Elena Tuan sul ruolo moderno della donna nell’Islam.

stor_9937908_04410.jpg“C’è il femminismo, c’è l’Islam e c’è anche il femminismo islamico. Un movimento germogliato e influenzato sì dal pensiero di molti intellettuali e teorici, ma concretizzatosi spesso più semplicemente come manifestazione spontanea di protesta in seno alle disuguaglianze che ancora caratterizzano molte, sebbene diverse, realtà del mondo islamico. Tra le istanze che le femministe islamiche richiedono vi è l’uguaglianza di genere, la possibilità di partecipare alla riflessione teorica sui Libri Sacri della religione per dar vita a una vera e propria riforma di fondo del fiqh, la giurisprudenza islamica, metterne quindi in luce le interpretazioni maschiliste che hanno costretto per secoli la donna ad essere sottomessa all’uomo, all’interno della famiglia e della società. Dunque una discriminazione di genere che secondo molte attiviste, tra cui Fatima Mernissi, può essere ricondotta all’Islam, ma non al Corano.

Nella formulazione di tali rivendicazioni confluiscono componenti sia esterne che interne: esterne, come l’ispirazione che hanno fornito i movimenti europei ed occidentali in genere, che si sono battuti per ottenere maggiore giustizia, libertà, democrazia; interne, come la maggiore consapevolezza acquisita dalle donne e l’esigenza, proveniente per lo più dal ceto medio e più istruito, di rivendicare i propri diritti, tra cui anche quello di occupare un ruolo attivo all’interno della società. Spesso infatti la società islamica si propone come patriarcale e maschilista, conseguenza di una netta divisione sessuale del lavoro, secondo cui alla donna apparterrebbe il ruolo di moglie e madre, quindi il dovere di occuparsi della casa e della crescita dei propri figli; mentre all’uomo, responsabile invece del sostentamento economico della famiglia, spetterebbe la sfera della società, dell’azione e della parola. Interessante è il fatto che nella maggior parte dei casi sono le stesse femministe islamiche a rifiutare la definizione di “femministe”, sia perché forte è la volontà di mantenere e affermare con orgoglio la propria identità culturale e religiosa (si intende rispetto a quella occidentale), sia perché identificarsi come “femministe” può essere causa di fraintendimenti in ambienti in cui queste tematiche talvolta vengono ancora percepite come tentativi di soverchiare l’ordine e i valori della tradizione. Anche per questo motivo, diversi intellettuali e docenti, tra cui anche donne come Haideh Moghissi o Shahrzad Mojab, considerano l’espressione “femminismo islamico” un ossimoro e guardano con freddo disincanto a tale movimento, ai loro occhi una contraddizione che tenta di indossare una maschera che non gli appartiene né per cultura né per tradizione. Un modo, quello di definirsi islamico, per evitare la censura o, nei casi in cui l’Islam politico non ammetta pluralismo culturale, la soppressione.

Nonostante ciò, la determinazione e il coraggio con cui tali donne lottano per ottenere maggiore uguaglianza non perde vigore. La forza del femminismo islamico sembra essere scaturita in particolar modo nella seconda metà dello scorso secolo, quando il progetto islamista di tornare alla piena implementazione della shari’a, la legge sacra islamica, ha spinto molte donne all’attivismo. L’avvento dell’Islam politico, a partire dalla rivoluzione del 1979 in Iran, è stato il “casus belli” per le aspirazioni femministe, perché da un lato ha reso evidente la discrepanza tra i valori coranici e le politiche patriarcali effettuate in nome della religione islamica, dall’altro ha donato alle stesse donne il linguaggio e la legittimità di cui avevano bisogno per formulare domanda per maggiore uguaglianza attraverso un uso appropriato delle fonti.

E’ così che le donne hanno iniziato a sostenere la sostanziale differenza tra shari’a, legge divina e non soggetta ad alcun cambiamento, e fiqh, legge determinata storicamente dall’uomo, che non deve essere santificabile, ma passabile di correzioni e modifiche. Ad aggiungersi a ciò un’interpretazione/traduzione maschilista e patriarcale dei Testi Sacri, che spesso ha portato l’uomo a formulare ex novo certi hadith (detti e usanze che la tradizione riconduce al Profeta Muhammad), che avrebbero favorito il mantenimento dell’egemonia maschile e la subordinazione del genere femminile. Per l’anima teologica del femminismo islamico è quindi necessaria una reinterpretazione dei Testi Sacri per ottenere la definitiva separazione degli stessi dal patriarcato che per secoli ne ha mantenuto il monopolio.

Il femminismo islamico ha anche una seconda anima, quella movimentista, che spesso si concreta nell’adesione a ONG, associazioni, siti Internet che operano a diversi livelli per l’affermazione dei diritti femminili. Per citarne alcune:

  • Sisters in Islam, un’ organizzazione malese che opera a livello internazionale e che ha esordito ufficialmente nel 1990 con una campagna contro la poligamia, seguita da una contro la flagellazione, l’ottenimento di maggiore protezione e diritti per combattere la violenza esercitata sulle donne;

  • Musawah, Movimento globale per l’uguaglianza e la giustizia nella famiglia musulmana, punto di riferimento per le operatrici di settore a livello internazionale e interlocutore dell’ONU nel programma di accertamenti periodici volti a controllare che i Paesi firmatari del CEDAW, Convenzione per l’Eliminazione di ogni forma di Discriminazione contro le donne, adottata dal Consiglio delle Nazioni Unite nel 1979, rispettino la convenzione;

  • Kamarah, Donne musulmane avvocato per i diritti umani, che punta soprattutto alla necessità di informare in materia di diritto islamico le donne, garantendo loro la capacità di sviluppare con efficacia il loro discorso giuridico in seno alle comunità da cui provengono;

  • Akder, Organizzazione per i Diritti delle Donne contro la Discriminazione, nata nel 1999 per iniziativa di un gruppo di professioniste e studentesse turche cacciate rispettivamente dai propri posti di lavoro ed università perché avevano rifiutato di togliersi il velo, che opera facendo pressioni sui parlamentari per migliori condizioni legislative e riforme, assiste legalmente le vittime di violenza e preme sui consigli comunali per l’assegnazione di case protette per le donne vittime di abusi e per i loro figli. Secondo recenti statistiche infatti almeno una donna su tre in Turchia ha subito molestie sessuali o forme di violenza nel corso della propria vita.

Il fenomeno della globalizzazione e l’intensificazione dell’uso delle comunicazioni di massa ha contribuito all’aumento della cooperazione e del livello di coordinamento sia a livello locale che a livello internazionale tra le varie associazioni, che non raramente organizzano meeting e riunioni per eventuali aggiornamenti o ratifiche, o più semplicemente per valorizzare la diffusione e riaffermare quegli stessi valori di cui si fanno portatrici. Purtroppo, uno tra i più rilevanti problemi delle organizzazioni femministe islamiche sono i finanziamenti, che raramente provengono dagli Stati in cui tali movimenti hanno origine, ma piuttosto da organizzazioni, gruppi e privati di Stati occidentali. La Fondazione Studio e Ricerca delle Donne, una delle ONG più affermate in Iran, è ad esempio finanziata in parte dal Ministero dell’Istruzione ed è stata tra le prime a sponsorizzare la pubblicazione di uno studio del Corano in prospettiva femminile redatto da una donna; la sopra citata Kamarah può contare su invidiabili risorse umane e finanziarie, in minima parte riconducibili al mondo musulmano e per lo più appartenenti invece al mondo occidentale. Basti pensare che nella schiera dei suoi finanziatori si trova anche Bill Gates.

Grazie a una maggiore consapevolezza, un grado migliore d’istruzione, una conoscenza più approfondita dei Testi Sacri e grazie anche al proprio carisma, oggi sempre più donne islamiche si stanno conquistando il tanto agognato ruolo attivo all’interno della società. In ambito religioso possono essere istruttrici all’interno di moschee e madrasa, interpreti della parola islamica, lettrici di preghiere, capi di moschee femminili; in ambito sociale possono operare in centri e reti associative, reti televisive, giornali e riviste, svolgere le professioni di medico, avvocato, autista di taxi ed autobus, membro del Parlamento. Oggi il 30% delle cariche parlamentari in Iran è riservato alle donne, purtroppo non tutti i seggi vengono occupati perché vi è ancora diffidenza, anche da parte delle donne stesse, a votare le proprie compagne sia per il timore delle autorità al potere sia perché non è ancora considerato “normale” pensare alle donne in termini di rappresentanza politica ed istituzionale. Anche nell’ambito dello Sport molte donne hanno lottato per ottenere maggiori libertà e diritti, tra queste spicca maggiormente l’attivista Faezeh Hashemi Rafsanjani, che ha fondato nel 1991 la Federazione dei Paesi Islamici per la solidarietà femminile nello Sport. Tale associazione ha dotato le donne di maggiori libertà e ha permesso successivamente l’organizzazione di olimpiadi speciali per le sole atlete, un traguardo notevole se si considera che con l’affermarsi del fondamentalismo islamico alle donne fu vietato anche il semplice andare in bicicletta. Alcune attiviste però sostengono che i risultati raggiunti, anche se notevoli, non siano sufficienti, poiché se da una parte le donne stanno conquistando sempre più spazio e garanzie in ambito lavorativo, sociale e politico, dall’altra le leggi in tema di diritto di famiglia sono ancora troppo deboli e ciò che non cambia è la situazione di oppressione e sfavore che esse vivono all’interno della propria casa, dove a volte subiscono violenza fisica, stupro coniugale, o nel peggiore dei casi sono vittime del delitto d’onore, ancora molto diffuso. Vi sono Paesi come la Turchia, che già da un decennio ha provveduto a varare leggi in cui si afferma l’equiparazione tra i coniugi, l’uguaglianza di genere in termini legislativi, la criminalizzazione dello stupro coniugale e vi sono Paesi come l’Arabia Saudita o gli Emirati Arabi, in cui il codice di famiglia e la stessa shari’a continuano a essere interpretati alla lettera e in questo modo la discriminazione e la disuguaglianza di genere riaffermate e consolidate all’interno della società.

Come afferma German Martin Munoz, docente all’Università di Madrid, il mondo occidentale risulta riguardo queste tematiche particolarmente influenzabile ed influenzato dai massmedia, che hanno il ruolo non solo di fornire l’informazione su determinati fenomeni, fatti ed eventi, ma anche di perpetuare gli schemi culturali e gli stereotipi con cui questi vengono rappresentati. E’ così che ai nostri occhi spesso, o meglio, a prescindere, la società e la cultura araba vengono definite come immobili e conservatrici, determinate più dalla religione che dai cambiamenti sociali, economici, politici in atto. Al contrario la nostra società e la nostra cultura vengono considerate intrinsecamente buone e giuste, per questo migliori. Un atteggiamento, il nostro, riconducibile allo scheletro di un passato modernista e a un presente cosmopolita non privo di venature tendenzialmente etnocentriche. Sotto molti aspetti, non lo si può negare, la nostra società è più equa ed evoluta in numerosi ambiti, a partire da quello legislativo e politico, ma ciò non significa che le nostre democrazie siano sempre efficienti, che le nostre leggi vengano sempre rispettate, o che si sia raggiunta effettivamente l’uguaglianza di genere. Agli occhi di noi occidentali, immersi in una società secolarizzata dove i valori che vengono esaltati e rispettati sono spesso l’individualismo, la competizione, il successo, l’apparenza, appare probabilmente incomprensibile e arretrata una società in cui i valori più importanti sono quelli pronunciati e dettati dalla religione. Così il velo che indossano le musulmane per noi non è e non può essere simbolo della volontà di manifestare un’integrità culturale e religiosa riconducibile a una tradizione fortemente sentita e condivisa (può darsi anche imposta), ma solamente una limitazione ingiusta e un mancato raggiungimento dei diritti fondamentali dell’individuo. La donna velata è vittima del fondamentalismo, ma è anche vittima di un’incomprensione culturale occidentale che non accetta e non riconosce di poter compiere valutazioni errate. L’Occidente vede la donna islamica come uno strumento nelle mani degli uomini e della religione, priva delle proprie libertà e ancorata a degli schemi culturali discriminanti, tanto quanto vuole far finta di non vedere la “velina occidentale” come il proprio oggetto di desiderio e bellezza, ancorata purtroppo anch’essa a degli schemi culturali analogamente discriminanti.”

Tre articoli

Un pdf con tre articoli molto diversi sulla mostra milanese su Costantino

Articoli su Costantino.pdf

Statuine al bando

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Dal 1979, anno della rivoluzione khomeinista, l’Iran ci ha abituati a demonizzare le varie mode e tendenze provenienti dall’Occidente malato: la musica rock, la Barbie, i jeans, i Simpsons, Mc Donald’s… Ecco che ora si affaccia una novità che prendo da Andkronos: “Sono le statuette che rappresentano Buddha l’ultimo bersaglio della censura iraniana, che le ha messe al bando in quanto strumento di “invasione culturale” dall’estero. Il divieto di esporre rappresentazioni scultoree della figura sacra del buddhismo e il conseguente ordine di sequestro per quelle in vendita nei negozi del paese è arrivato dall’autorità per la salvaguardia del patrimonio culturale iraniano, come ha riportato il quotidiano locale ‘Arman’”. Aggiungo il fatto che la maggior parte delle volte le statuine non hanno valenza religiosa ma estetica, facendo da ornamento su mobili e nei giardini.

Anticipo?

Scrive Alessandro Speciale su Vatican Insider:

“Il Papa sta prendendo in considerazione la pubblicazione di un Motu Proprio, nei prossimi papa, conclave, benedetto xvi, elezione papagiorni, ovviamente prima dell’inizio della Sede Vacante, per precisare alcuni punti particolare della Costituzione apostolica sul Conclave (Universi Dominici Gregis, ndr) che nel corso degli ultimi anni gli erano stati presentati”. L’annuncio è arrivato a tarda mattinata da parte del portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, dopo l’anticipazione di questa mattina di Vatican Insider. Il direttore della Sala Stampa vaticana precisa però di non sapere se papa Ratzinger “riterrà necessario od opportuno fare una precisazione sulla questione del tempo dell’inizio del Conclave. Se e quando il documento verrà pubblicato lo vedremo”. Per Lombardi, le precisazioni del Motu Proprio potrebbero riguardare “qualche punto di dettaglio” come la “piena armonizzazione con un altro documento che riguarda il Conclave, cioè l’Ordo Rituum Conclavis”, che regola le preghiere e le formule recitate per l’elezione di un nuovo papa. “In ogni caso – ha concluso il portavoce vaticano – la questione dipende dalla valutazione del papa e se vi sarà questo documento verrà reso noto nel modo opportuno”. Durante un briefing che si è tenuto questa mattina in Vaticano, il Vice Prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana, Ambrogio Piazzoni, ha spiegato che, alla luce della legislazione attuale, “se i cardinali arrivano a Roma prima dei 15 giorni di attesa previsti non c’è più nulla da attendere”, ed in tale caso la riunione dei cardinali potrebbe avere inizio anche prima del termine previsto da Universi Dominici Gregis. La Costituzione prevede, al punto 37, che “dal momento in cui la Sede Apostolica sia legittimamente vacante, i Cardinali elettori presenti debbano attendere per quindici giorni interi gli assenti; lascio peraltro al Collegio dei Cardinali la facoltà di protrarre, se ci sono motivi gravi, l’inizio dell’elezione per alcuni altri giorni. Trascorsi però, al massimo, venti giorni dall’inizio della Sede Vacante, tutti i Cardinali elettori presenti sono tenuti a procedere all’elezione”.

Piazzoni ha comunque sottolineato che “fino alle 19,59 del 28 febbraio il Papa è il supremo legislatore e può intervenire anche sulle norme che regolano il Conclave”, perché “ il Santo Padre è l’unico che può intervenire nella legislazione relativa al Conclave”. Fino al momento delle sue dimissioni, ha aggiunto, “l’interpretazione della legge la può dare soltanto il papa”. Nei giorni scorsi, Lombardi non aveva escluso un anticipo dell’avvio del Conclave, sottolineando che la questione “è stata posta anche da diversi cardinali e attendiamo risposta autorevole appena questa sia disponibile”. “La situazione è un po’ diversa da quella precedente, in cui la convocazione dei cardinali veniva fatta quando già la sede era vacante, mentre in questo caso con la comunicazione della rinuncia fatta alcune settimane prima e l’annuncio di avvio della sede vacante in anticipo, i cardinali ovviamente già sono consapevoli e possono prepararsi a venire con più tempo” a Roma, aveva spiegato il gesuita. “Nell’eventualità che siano già arrivati, non c’è nessuno da aspettare e si può interpretare la costituzione apostolica in modo differente. La domanda che c’è, qualcuno se la pone, qualcuno lo ha proposto. La domanda è aperta”.

Il pensiero di Messori

Pubblico l’eterno articolo di Vittorio Messori sul Corriere con l’angoscia nel cuore, vaticano.jpgsensazione che sempre mi accompagna quando leggo le sue grigie parole: “Dicono che non sia stato in Sicilia, bensì a Torbole, sul lago di Garda, che a Goethe eruppero dall’anima i versi famosi: «Conosci tu la terra dove fioriscono i limoni (…) dove una mite brezza spira dal cielo luminoso?». Il mattino di lunedì 11 febbraio, pensavo un po’ ironico a Goethe – e a qualche talebano del «riscaldamento globale» -, guardando dalla finestra del mio studio, nella millenaria abbazia benedettina, la neve che scendeva sugli olivi, i cipressi, gli allori. Quello non era – per la Chiesa intera, tanto meno per me – un giorno come gli altri: la liturgia ricordava la prima apparizione della Vergine Immacolata, a Lourdes, a una piccola, miserabile analfabeta, figlia di un mugnaio fallito che aveva conosciuto anche la prigione. Il Dio del Vangelo frequenta volentieri i poveri, gli ignoranti, i disprezzati. Pregustavo la giornata tenuta sgombra da ogni impegno esterno, mi godevo la prospettiva della solitudine, fasciata per giunta dal silenzio del manto nevoso ormai alto. Contavo, infatti, di continuare – guarda caso – la stesura di un secondo libro su Lourdes, dopo quello su Bernadette pubblicato pochi mesi fa. Quale giornata più propizia di un 11 febbraio?

A un tratto, ecco il telefono portatile, il solo legame con il mondo che abbia ammesso nell’abbazia. Era mia moglie, sconcertata: «Sullo schermo tv è apparsa una scritta, dice che il Papa ha annunciato le dimissioni!». Lo confesso: sulle prime pensai alla goliardata di hacker che si fossero inseriti sulle frequenze televisive. Non ero solo nel dubitare: in quegli stessi momenti, nei cinque continenti, 117 cardinali, compresi i più vicini a Benedetto XVI, erano increduli davanti alla prospettiva di dover presto partecipare a un Conclave. Chiusi la chiamata, chiedendo ovviamente di informarmi in caso di improbabile conferma. Ma non ne ebbi bisogno: il cellulare cominciò a suonare e non cessò per un paio di giorni e di notti; quando (con fatica, la neve continuava a cadere) raggiunsi la casa, al trillo del portatile si aggiunse lo squillo incessante della linea fissa e il computer cominciò a scaricare senza sosta messaggi dal mondo intero che chiedevano interviste, interventi, articoli al cronista di cui era nota la lunga vicinanza a Joseph Ratzinger e la conoscenza, solidale, del suo pensiero.

Perché raccontare questo? Perché un cedimento alla testimonianza personale? Ma perché io stesso fui colpito dall’immediato, travolgente, planetario tsunami mediatico provocato da poche parole in latino lette a sorpresa, a voce bassa, quasi fossero di routine, da un vecchio, circondato da altri vecchi, in una ancor più vecchia e inaccessibile Sala vaticana. Un ciclone che raggiunse all’istante tutti; e me pure, isolato tra la neve in un angolo di provincia, sconvolgendomi ogni programma. Cliccando, nell’elenco dei «preferiti», sul sito delle maggiori testate del mondo, constatavo lo straordinario rilievo dato al Pope resigning from his charge , modulato in ogni lingua. È in casi come questi che si manifesta un paradosso singolare: alla diminuzione progressiva, in atto da decenni, del numero dei praticanti cattolici (almeno in Occidente) e della influenza sociale, morale, politica della Chiesa romana, sembra corrispondere un aumento dell’interesse per essa, per le sue vicende, per il suo Pontefice. Alla pari dei grandi media internazionali, anche le nuove testate nate sul web non rinunciano a un «vaticanista» o, almeno, a qualche esperto non tanto in questioni religiose ma, specificamente, cattoliche. Avrebbero avuto il successo che sappiamo i romanzetti di Dan Brown e dei suoi ormai infiniti imitatori se non avessero come sfondo la Chiesa, proprio quella che ha il suo centro in Vaticano? Una Chiesa, per giunta, non come residuato archeologico, come pittoresco set storico, sul tipo dell’abbazia di Umberto Eco, ma ben viva, presente, intrigante. Magari imbrogliona o, addirittura, assassina: ma, anche per questo, pericolosa perché ancora potente. L’immagine, anche se così spesso deformata, della Catholica et Apostolica affascina o inquieta l’immaginario dell’umanità. E il suo Capo in veste bianca è la sola autorità morale ascoltata ovunque e comunque: per accettare o per rifiutare, per amare o per detestare.”

Eppure, suona ormai beffardo l’aggettivo «cattolicissima», abbinato per secoli alla Spagna, all’Irlanda, all’Austria; e, tra un poco, forse non sarà più adatto neppure alla Polonia, che sembra volere recuperare a grandi passi il «ritardo» verso il laicismo liberal. Sono ormai multisale cinematografiche, outlet, studi di architetti, sale da gioco o, in qualche caso, sex-shop buona parte delle chiese dell’Olanda, un tempo per metà cattolica e famosa per il fervore devoto. Proprio nei Paesi Bassi vi è un gigantesco magazzino che è una sorta di segno concreto – ed è crudele, per un credente, visitarne il sito Internet – della débâcle cattolica, non solo nell’Europa nordica, ma nel continente intero: quei capannoni sono un ammasso (svenduto a prezzi stracciati, vista l’esiguità della domanda) del contenuto dei luoghi di culto abbandonati o trasformati. È un cumulo tragico di statue, di quadri edificanti, di Viae Crucis, di tabernacoli, di campane e campanelli, di vasche battesimali, di interi altari, di ostensori, di candelabri, di confessionali, di inginocchiatoi, di vetrate, di mobili da sagrestia, di abiti liturgici. A improbabili acquirenti si propongono persino le venerate reliquie di santi, racchiuse in artistiche cornici. Una discarica, insomma, per tutto ciò che fu «cattolico», dove i clienti pare siano scenografi cinematografici e teatrali o arredatori eccentrici in cerca del pezzo per qualche abbinamento blasfemo per bar, discoteche, garçonnière . Non a caso colui che ha avuto l’idea di quel deposito ha scelto un nome latino per il suo commercio: Fluminalis. Come un fiume, cioè, che porta via i detriti del Cattolicesimo. Anche se resta da chiedersi se si tratta davvero della fine del o di un Cattolicesimo; del congedo di una fede o solo dell’esaurimento di un modo di devozione legato a un tempo ormai finito.

Ma che Chiesa è, davvero, questa che per otto anni Benedetto XVI ha presieduto e al cui peso, unito a quello dell’età, ha infine ceduto? Cos’è, oggi, quella Chiesa cattolica, apostolica, romana che sarà «guidata» (il verbo sembra forse, nella situazione attuale, un po’ pretenzioso) da colui che uscirà dal Conclave di marzo? Lo spazio ci obbliga solo a qualche pennellata, a qualche sprazzo della situazione oggettiva: ben altro respiro occorrerebbe per un quadro completo. Un quadro che – sia ben chiaro – non ha soltanto i punti di crisi cui qui accenniamo ma che presenta anche non pochi aspetti positivi, luoghi di resistenza, solidi rinnovamenti, motivi fondati di speranza. La natura duplice, al contempo umana e divina della Chiesa (a immagine del suo Signore: Dio e uomo; crocifisso e risorto), fa sì che sempre, nei secoli, sia parsa sofferente se non agonizzante; e sempre fosse, al contempo, brulicante di vita, anche se talvolta visibile solo agli occhi della fede. Un’energia vitale capace di manifestarsi e di rianimarla anche al fondo delle crisi peggiori. Mai, pure nei secoli più bui, mai questa Chiesa ha smesso di essere madre di santi, mai le sono mancati – malgrado tutto – uomini e donne che del Vangelo hanno fatto carne e sangue della loro vita. Papa Borgia è contemporaneo del più penitente e austero dei santi, Francesco da Paola, che da quel Pontefice simbolo della maggior decadenza ecclesiale fu stimato e ne ebbe approvata la durissima Regola. Tempeste che sembrarono segnare la fine, come quelle che seguirono la Riforma o la Rivoluzione francese, l’Era napoleonica, l’occupazione italiana di Roma, furono superate più che dal valore di gerarchi e fedeli dall’apparizione imprevedibile di una schiera di santi. Lo studioso serio sa che occorre grande prudenza nel giudicare quella che è la più antica, la più vasta, la più variegata istituzione della Storia: c’era già quando l’Impero romano era al suo apogeo, la sua vicenda ha attraversato venti secoli, ha visto sorgere e morire tutti i regni e svanire tutti i potenti e, malgrado tutto, è giunta sino a noi, non ha alcuna intenzione di congedarsi dal mondo. Il suo popolo e i suoi pastori – cardinali e vescovi – appartengono a tutte le stirpi e a tutte le culture, come non avviene in nessuna parte, altrove. Ultimo Stato teocratico, ultima Monarchia assoluta, è al contempo il luogo più democratico: ogni seminarista, per povero e oscuro che sia, sa che avrà nella sua bisaccia di sacerdote un possibile pastorale da Papa o almeno da cardinale o vescovo. Il più oscuro dei battezzati ha – all’interno delle sue mura spirituali – i diritti e i doveri del più potente o ricco della Terra intera. Anzi, nell’ottica che qui solo vale, è la sua la posizione privilegiata. L’ultima tra gli ultimi, quella Bernadette ignorante, malata, miserabile di cui stavo scrivendo quel mattino, avrà la gloria degli altari, ritratti venerati nel mondo intero, una statua in marmo nella navata stessa di San Pietro, pellegrinaggi ininterrotti alla sua tomba di Nevers.

Sia chiaro, dunque: le «sfumature di grigio» che qui elenchiamo, con realismo doveroso, convivono con ampi spazi dai quali filtra la luce. Non dimentichiamo ciò che proprio Benedetto XVI ci ha ricordato, anche con il suo congedo: solo chi non comprenda che la Chiesa non è nostra ma del Cristo, può preoccuparsi per essa, per il suo futuro. Ai fedeli, Papa compreso, non è chiesto che fare, ciascuno al suo posto, il proprio dovere: il resto non è affare degli uomini. La barca, in ogni caso, giungerà al porto della fine della storia, anche fosse ridotta a una misera zattera carica solo di povera gente. Non potendo allargarci al mondo intero, concentriamoci, come abbiamo cominciato qui sopra, sull’Europa che, malgrado tutto, resta e resterà il centro, e non solo perché il Papa è il vescovo di Roma. Le comunità cattoliche di ogni altro Continente sono tutte sue figlie, sono state fondate da missionari spagnoli, portoghesi, francesi, olandesi, austriaci, bavaresi, italiani e ne portano ancora il segno indelebile. E, pure oggi, malgrado il baricentro numerico dei battezzati si sia spostato oltre l’Atlantico, è dall’Europa che giungono gli orientamenti, anche culturali, per la Chiesa intera. Solo qualche semplice può credere, ad esempio, che la più nota delle teologie «esotiche», quella detta «della liberazione», sia nata dalla sofferenza e dall’anelito degli sfruttati nell’America che parla spagnolo e portoghese. In realtà, è stata elaborata nei laboratori teologici di Francia e di Germania, con un robusto apporto olandese: dunque dagli stessi uomini e dagli stessi circoli che hanno ispirato e guidato, nei fatti, il Vaticano II. Concilio, più che dei vescovi, dei teologi. Tutti europei. La stessa superpotenza economica e militare degli Stati Uniti non ha dato finora alla cattolicità alcun santo davvero popolare né al pensiero ecclesiale uno spunto originale, se non quell’«americanismo», applicazione un po’ naïf del pragmatismo yankee al Vangelo, che Leone XIII si affrettò a condannare nel 1899.

Per quanto è dunque dell’Europa, umbilicus Ecclesiae , la situazione non sembra, umanamente, rassicurante: la diminuzione, spesso l’azzeramento delle vocazioni al sacerdozio secolare potrà dissolvere a breve buona parte della millenaria rete delle diocesi e delle parrocchie, per mancanza di personale ecclesiastico. Già ora, in Francia, nell’area germanica e altrove, gli accorpamenti sono la norma, ma bastano sempre meno. Quanto alle vocazioni alla vita religiosa, molte congregazioni (soprattutto femminili, ma non solo) sono destinate statisticamente all’estinzione: sul mercato delle vendite immobiliari di Roma stanno riversandosi le sedi, spesso imponenti, delle Case Generalizie ormai deserte. I collegi che furono per i novizi sono trasformati in ricoveri per i religiosi anziani e malati: molte congregazioni stipulano patti per unire i loro invalidi, non avendo più né personale né fondi sufficienti per fare da sole. La speranza di riempire i vuoti europei con i giovani e le giovani africani ed asiatici si è rivelata spesso illusoria o, almeno, eccessiva. Troppe le differenze culturali, troppa la distanza di mentalità, troppe le motivazioni sospette nell’ingresso in seminari ed istituti. Non sono certo solide tante «vocazioni» terzomondiali determinate (come un tempo nell’Europa delle campagne miserabili) da ragioni di sopravvivenza o da ricerca di elevazione sociale. Non tutti i casi, grazie a Dio, finiscono come quello di mons. Milingo, il presule nero che tante simpatie e speranze aveva suscitato; non mancano le buone riuscite, ma molto al disotto – almeno per quantità – di quanto vescovi diocesani e Superiori Generali delle Congregazioni avevano atteso. Quanto ai laici, l’abbandono in massa della pratica anche solo domenicale, per alcuni ha portato all’indifferenza e alla lontananza, per altri si è trasformato in ostilità, tanto da spingere i sociologi a coniare un triste neologismo: «cristianofobia». Nessuno è più rancoroso di un «ex» deluso. Malgrado l’alternarsi di destre e di sinistre nei vari governi europei, un trend storico che sembra per ora inarrestabile porta a costumi morali, prima o poi riconosciuti dalle leggi statuali, che contrastano frontalmente l’etica cattolica. E, questo, anche tra gli ancora praticanti, tanto che qualcuno ha parlato di uno «scisma silenzioso»: una pratica di vita, cioè, che non tiene alcun conto (pur senza proclamazioni e, a quel che pare, senza crisi di coscienza) dei precetti ecclesiali. Chi, oggi, pur tra coloro che si definiscono cattolici e che si accostano ai sacramenti, chi penserebbe a escludere dalla sua vita coniugale gli anticoncezionali; o a distogliere il parente divorziato dal risposarsi; o ad ammonire l’amico gay praticante; o a vietare alla figlia i rapporti sessuali con il compagno; o a dissuadere le coppie dalle convivenze, esortando alle nozze. Pare che forti desistenze si verifichino pure per aborto ed eutanasia. Il praticante cattolico medio europeo sembra coincidere, nella prassi morale, col laico medio della postmodernità, senza differenze rilevanti.

I sacerdoti: sia diocesani che religiosi. Non si creda (lo hanno denunciato più volte tanto Benedetto XVI quanto Giovanni Paolo II, ma le messe in guardia cominciarono con Paolo VI) che l’insegnamento di teologi e biblisti, nei seminari superstiti e negli atenei che pur si dicono «cattolici», sia sempre rispettoso delle indicazioni che vengono da Roma. Al clero che ne esce manca spesso, più ancora che le nozioni, quella che i tedeschi – ancora al tempo della gioventù di Joseph Ratzinger – chiamavano die Katholischeweltanschauung , la prospettiva, il punto di vista cattolico. Non di rado l’ottica di certo clero e di certa stampa confessionale sembra essere quella della ideologia egemone del momento: per più di vent’anni dopo il Vaticano II fu l’impasto – con dosi diverse a seconda dei luoghi e dei teologi – tra Cristianesimo e marxismo. Ora, si è largamente infiltrato il relativismo liberal, il liberalismo etico, soprattutto la political correctness , questa ideologia diabolica perché dalle apparenze quasi cristiane ma fondata su ciò che il Cristo più detesta: l’ipocrisia, l’eufemismo ruffiano, la manipolazione delle parole per nascondere la realtà nella sua verità. A proposito di clero, di disciplina, di quella che fu un tempo la virtù dell’obbedienza: prendiamo un aspetto che sembra minore – quello dell’abito ecclesiastico – ma che ha in realtà un significato esemplare. Il nuovo Codice di diritto canonico, riscritto secondo le indicazioni del Vaticano II, recita, al canone 284: «I chierici secolari portino un abito ecclesiastico decoroso, secondo le norme emanate dalla Conferenza Episcopale del luogo». E, per i membri di ordini e congregazioni, prescrive al 669: «I religiosi portino l’abito dell’istituto, fatto a norma del diritto proprio, quale segno della loro consacrazione e testimonianza di povertà». Il Concilio stesso aveva ammonito di non abbandonare questo «segno» di consacrazione sul quale, tra l’altro, Giovanni XXIII era rigorosissimo, imponendo al suo clero, nel Sinodo Romano che precedette il Vaticano II, la sola talare nera dai molti bottoni e vietando persino il clergyman. Ebbene: prima Paolo VI, poi Giovanni Paolo II, infine Benedetto XVI hanno moltiplicato le esortazioni, gli inviti, gli ordini, i rimbrotti, ma il risultato è sempre l’armata Brancaleone dei sacerdoti (vescovi, non di rado, compresi) abbigliati ciascuno secondo l’estro proprio. Dal completo da manager, al giubbotto da metalmeccanico, sino agli stracci ben studiati da clochard-filosofo: comunque, sempre indistinguibili dai laici. La raccomandazione di un Concilio Ecumenico e le ripetute disposizioni disciplinari di quattro Papi non sono riuscite ad ottenere alcun ascolto, spesso neppure dalla gerarchia episcopale. La questione sembra secondaria, ma non lo è: dietro il rifiuto dell’abito religioso vi è una teologia, vi è la negazione protestante di un sacerdozio «sacrale», che distingua il prete dal credente comune; vi è il rigetto della prospettiva cattolica che, col sacramento dell’ordine, rende un battezzato «diverso», «a parte». Il sacerdote non come testimone del Sacro, non come «atleta di Dio» (l’immagine è di san Paolo) in lotta per la salvezza dell’anima propria e dei fratelli contro le Potenze del male, bensì uomo come gli altri, distinto semmai solo dal maggiore impegno sociopolitico.

Vi è qui la maggiore, forse, delle attuali deformazioni, insidiosa in quanto apparentemente meritoria: la Chiesa, cioè, come la maggiore delle ong, una organizzazione di volontari, di filantropi dediti a soccorrere coloro che sono bisognosi di assistenza materiale e, al contempo, a denunciare con toni profetici ingiustizie, disparità, violazione dei diritti umani. Preti e suore come militanti sociali e come sindacalisti, uniti nella lotta, senza differenze di religione, a ogni uomo di buona volontà. Nobile ideale, va riconosciuto. Ma che a un cristiano non può bastare. In questo pur generoso darsi da fare solo umano vi è un rovesciamento radicale della prospettiva di fede: il «Cristianesimo secondario» – quello dell’impegno sociale e politico – non può, non deve essere anteposto a quello «primario». Che è l’annuncio del Vangelo della salvezza eterna, è la «carità della verità» prima ancora di quella (pur benemerita, ma derivata) del pane, l’amministrazione dei sacramenti che sorreggano nella fede e conducano verso la meta al di là della morte, la preghiera individuale ma pure quella, pubblica, incessante, ogni giorno rinnovata, della liturgia. La fede senza esitazione nella verità del Vangelo e l’annuncio di esso ai fratelli (il kérygma) è il prius, la carità materiale non è che la conseguenza doverosa, istintiva ma subordinata, all’annuncio che «Gesù è il Cristo». Quel rinnovato Codice canonico che dicevamo, questa raccolta delle leggi che reggono l’istituzione ecclesiale, riporta alla fine il fondamento di sempre, la ragion stessa di essere della Comunità cristiana: Salus animarum suprema lex Ecclesiae esto , suprema legge della Chiesa (e di ogni uomo di Chiesa) sia la salvezza delle anime. La Chiesa esiste per questo: per annunciare la Vita oltre la vita e per accompagnare gli uomini verso questo traguardo finale. Non è spiritualismo disincarnato, al contrario: è consapevolezza della parola del Cristo, per il quale «non di solo pane vive l’uomo» e per il quale non vi è vita umana senza una prospettiva di eternità. Quel Gesù che predicava la Parola che salva e poi, ma soltanto poi, dopo aver nutrito le anime, le menti, i cuori, pensava ai pani e ai pesci per sfamare anche i corpi. Quel Gesù che guardò con affetto grato Marta che si affaccendava per la casa «tutta presa da molti servizi», come scrive Luca. Ma che le ricordò che era la sorella, Maria, accoccolata in silenzio ai suoi piedi, che «aveva scelto la parte migliore, quella che non le sarà tolta». La parte, cioè, di chi dà il primo posto all’ascolto della Parola di Dio, alla meditazione, alla preghiera, che è il lavoro più prezioso anche socialmente, benché i suoi effetti concreti spesso sfuggano alla nostra miopia. Non a caso la Chiesa ha sempre approvato, incoraggiato, benedetto le famiglie religiose di «vita attiva», dedite soprattutto alla carità corporale. Ma ha sempre considerato più alte – dunque, più rare – le vocazioni alla «vita contemplativa», nel silenzio e nel nascondimento del chiostro. Concetti che furono elementari, per un cattolico. Eppure, sembrano sfuggire a tanti, tra i fedeli stessi. Non a caso Benedetto XVI ci ha ridato un esempio: nel suo desiderio di continuare a servire la Chiesa, ha scelto il ministero della preghiera nella solitudine e nel silenzio, cioè l’impegno più concreto, che però solo la fede può comprendere.

Ma che dovrebbe fare il Papa che uscirà dal prossimo Conclave, alla luce di quei nodi di crisi che si è cercato di indicare, seppur solo con pochi, pochissimi esempi? Noi non siamo Hans Küng che da decenni si è nominato anti-Papa e che, in un’intervista di questi giorni, sfidava il grottesco: plaudiva infatti allo svecchiamento della Chiesa, voleva che gli anziani si togliessero di torno, diceva che il suo già collega Ratzinger aveva aspettato troppo ad andarsene. Non ricordava al lettore, però, che, con i suoi 85 anni, è coetaneo di Benedetto XVI (soltanto pochi mesi in meno), eppur nulla intende mollare degli incarichi raggiunti. In pensione vadano i Papi, che diamine, non gli anti-Papi! Ma noi non siamo Küng, soprattutto perché ci pare da delirio egocentrico, da rinnegamento di ogni prospettiva cristiana la risposta alla domanda «Che cosa si aspetta dal prossimo Conclave?». Risposta che così, purtroppo, suona: «Il Conclave potrà dare un impulso solo se i cardinali accetteranno l’analisi esposta nel mio libro Salviamo la Chiesa ». Poiché, come si sa, in una prospettiva di fede è lo Spirito Santo a ispirare gli elettori nella Sistina, il Paraclito dovrà sbrigarsi: occorre procurarsi quel libro e studiarselo bene per indirizzare i cardinali non come Dio, ma come il professor Küng comanda. Lo Spirito, in Conclave, non è che un tramite del Messaggio redentore, quello che sta nelle tavole bronzee, incise in caratteri gotici, di Salviamo la Chiesa vergate da colui cui fu vietato di dirsi «teologo cattolico».

Prendendoci, come doveroso, assai meno sul serio, noi crediamo che la Chiesa, Corpo stesso di Cristo, Sua proprietà esclusiva, sia già salvata, senza bisogno delle nostre analisi e dei nostri libri che, semmai, rischiano di irrigidire in un morto schema ideologico l’abbondanza di vita del Vangelo. «Il mio programma è di non averne», disse giustamente Benedetto XVI nel discorso di inizio del pontificato. Se è lecito, tuttavia, un auspicio, è che il Papa che uscirà dal prossimo Conclave si ponga come prioritario un impegno. Quello che mi riassunse, in una intervista che fece rumore, Hans Urs von Balthasar, tra i maggiori teologi del secolo scorso, cardinale mancato solo per la morte improvvisa. Mi disse: «Tout d’abord, il faut remettre le christianisme debout», innanzitutto bisogna rimettere il Cristianesimo in piedi. Occorre, cioè, rimetterlo dritto sulla base in roccia della fede: una fede salda, come fonte originaria e primaria, da cui tutto derivi. Continuando, in questo modo, il lavoro di colui che ora lascia il pontificato. In effetti, l’eredità più significativa che Benedetto XVI ci lascia è quell’Anno della fede, per il quale ci ha dato anche il testo di riferimento: quei tre libretti, apparentemente divulgativi, in realtà calibrati parola per parola, frutto di una vita intera di riflessione, che ci mostrano come Gesù sia il protagonista di una storia vera, non di un oscuro mito giudaico-ellenistico. Da docente prima e poi da vescovo, poi da Prefetto della Dottrina della Fede, infine da Papa, Joseph Ratzinger ha voluto sempre e solo darci testimonianza che prendere sul serio i Vangeli, scommettere sulla loro verità la nostra vita e la nostra morte è ancora possibile, non è ingenuità o carenza di informazione. Credere che Gesù è davvero il Cristo può farlo anche lo specialista più informato, più smaliziato (come Ratzinger è) quanto alle esegesi e alle teologie più recenti. Insomma, per dirla alla svelta: confermare il popolo di Dio che le chrétien n’est pas un crétin. Ha scritto nel testo di indizione per l’Anno della Fede: «Capita ormai che i cristiani si diano preoccupazione quasi esclusiva per le conseguenze sociali, culturali e politiche della fede, pensando ad essa come a un presupposto ovvio. Ma simile presupposto di una fede salda è, purtroppo, sempre più spesso illusorio».

Ecco – pur convinti che la scelta della Sistina sarà comunque la migliore, se i venerandi elettori si riterranno solo gli strumenti di Qualcuno che li sovrasta – ecco, il nostro auspicio è per un Papa consapevole che la Chiesa non ha che un problema: confermarsi e confermarci nella fede, tornare a recitare il Credo con convinzione, rafforzare (anche con la riscoperta di un’apologetica adeguata) le ragioni per credere. Il resto seguirà da sé e tanti nodi si scioglieranno. La sola vera, preoccupante crisi ecclesiale è consistita, in questi decenni, nell’affievolirsi della certezza nella Speranza che il Vangelo ci annuncia. Papa Ratzinger ne era ben consapevole, alla pari di Papa Wojtyla. L’augurio è che il loro Successore, chiunque sia, ne sia altrettanto convinto.”

Una Resurrezione da vivere

Scrive Paolo Conti sul Corriere:

papa, benedetto xvi, dimissioni papa, chiesa, quaresima, concilio, resurrezione, martini“Esiste una possibile lettura delle dimissioni di Benedetto XVI legata al tempo liturgico e che può contenere un messaggio connesso alle parole del Papa sulla Chiesa con il «volto deturpato» dalle rivalità, dalle divisioni, dagli individualismi. L’addio del Pontefice al soglio pontificio sembra studiato con cura. L’annuncio pochi giorni prima della Quaresima, cioè il tempo non solo del digiuno, dell’espiazione, del lutto ma del profondo cambiamento: richiami perfetti per la crisi dell’universo ecclesiale denunciata da Benedetto XVI. Un Conclave quindi convocato in tale tempo, perciò maggiormente dedicato al silenzio e al mutamento, alla riflessione su quanto è accaduto nel cuore della Chiesa (ed è stato sottolineato da Ratzinger). Infine l’elezione di un nuovo Papa che, chiunque sarà, celebrerà una Pasqua di Resurrezione il 31 marzo che potrebbe davvero indicare al mondo una Chiesa «rinata» dopo i quaranta giorni di contrizione (un periodo che ricorre nella Bibbia: i quaranta giorni di Gesù nel deserto, di Mosè sul Sinai, del Diluvio universale, episodi di radicali metamorfosi). Dice per esempio il sacerdote missionario dehoniano Fernando Armellini, biblista che ha insegnato a lungo in Africa e ha quindi il polso della «Chiesa lontana» (almeno nella percezione dell’Europa): «È una lettura certamente vicina alle istanze di quella Chiesa cattolica più vicina e attenta alla Parola di Dio, più matura e consapevole, che magari segue i corsi biblici e la lectio divina». Cosa chiede questa base cattolica? «Sicuramente l’urgenza di un rinnovamento, di una rinascita della Chiesa. Proprio Benedetto XVI ha avuto parole dure sulla realtà ecclesiale e sugli scandali che la attraversano. Quindi la lettura delle dimissioni del Papa collegate alla Quaresima e alla successiva idea di Resurrezione credo sia in sintonia con la necessità dei fedeli di un autentico cambiamento, di una Chiesa più autenticamente evangelica». Questa «Resurrezione» della Chiesa con il nuovo Papa in quale linea si dovrebbe collocare? «Direi sulla linea del cardinal Carlo Maria Martini che avvertiva profondamente la necessità della rigenerazione della struttura ecclesiale che, agli occhi del mondo dei fedeli, appare ormai troppo pesante, troppo ancora medioevale nei paludamenti, in certe liturgie pompose che offuscano la semplicità di quanto avvenne nell’Ultima Cena. C’è un grande e diffuso desiderio di ritorno all’essenziale, a ciò che il Maestro consegnò ai suoi discepoli, al suo amore per il mondo e soprattutto per gli ultimi».

Aggiunge don Felice Accrocca, docente alla facoltà di Storia ecclesiastica della Pontificia Università Gregoriana: «Vivere un Conclave nel tempo della Quaresima significa certamente avere ben chiare tre dimensioni. Cioè la carità, la conversione e la preghiera. Richiami forti dopo il riferimento di Benedetto XVI alle divisioni nella Chiesa». Conclude Gianni Gennari, teologo e scrittore, sacerdote fino all’aprile 1984 quando si sposò col rito cattolico grazie alla dispensa di Giovanni Paolo II sollecitata proprio da Joseph Ratzinger («mi sento un prete romano emerito»): «Seguendo una simile ipotesi mi viene da dire che la Resurrezione col nuovo Papa dovrebbe avvenire nel segno che proprio Benedetto XVI ci ha indicato durante l’udienza di ieri al Clero Romano». A cosa si riferisce in particolare? «All’attualità estrema del Concilio Vaticano II, richiamata da Ratzinger. ” Tantum aurora est “, disse Giovanni XXIII, è appena l’aurora. Per applicare gli insegnamenti di un Concilio occorre tempo». Il legame tra l’addio di Benedetto XVI alla Quaresima affidando la Pasqua al nuovo Papa? «Altamente simbolico. Benedetto sa di essere riuscito a realizzare la collegialità “affettiva”. Quella “effettiva” è lontana, troppo spesso la Curia romana pensa di poter decidere tutto da sola senza nemmeno coinvolgere il Papa. Ecco perché la Chiesa ha il “volto deturpato”. Ora è tempo di risorgere, di costruire la Chiesa collegiale e fraterna, aperta al dialogo».”

Infografica sul conclave

Molto interessante:

http://vaticaninsider.lastampa.it/vaticano/come-si-elegge-il-papa/

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Le attese del Centro e Sud America

Maurizio Stefanini è giornalista professionista e saggista. Free lance, collabora con Il Foglio, Libero, Liberal, L’Occidentale, Limes, Longitude, Theorema, Risk, Agi Energia. Su Limes ha scritto questo articolo sulle ipotetiche aspettative latino-americane sul conclave.

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“L’America Latina ha il 42% dei fedeli cattolici di tutto il mondo: mezzo miliardo su un totale di 1,2 miliardi. Questa maggioranza relativa diventa però minoranza in conclave, con appena 19 cardinali su 117, contro i 62 europei, anche se in Europa vive oggi solo il 25% di tutti i cattolici. Benedetto XVI è stato – dopo Giovanni Paolo II, che vi è passato ben 18 volte – il secondo papa nella storia a viaggiare in America Latina. In precedenza, a essere fiscali, c’era stato anche Pio IX, ma prima di diventare papa: quando ancor giovane sacerdote fu in Cile tra luglio 1823 e giugno 1825 come membro di quella rappresentanza apostolica del nunzio Monsignor Giovanni Muzi, che sarebbe stata la prima missione mandata dal Vaticano ad aggiustare i rapporti con le nuove repubbliche nate dall’insurrezione indipendentista contro la monarchia cattolica spagnola. I viaggi di Benedetto XVI non sono stati numerosi. Il primo è stato fatto in Brasile nel maggio del 2007, due anni dopo l’elezione. In quell’occasione Benedetto XVI visitò San Paolo, Aparecida e Guaratingueta; si vide con Lula; inaugurò il santuario di Nossa Senhora Aparecida e la V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e Caraibico (Celam); proclamò il primo santo brasiliano nella figura di Frei Galvão (Santa Paulina era stata canonizzata nel 2002, ma era nata in Trentino, pur essendo emigrata in Brasile a 10 anni); celebrò un incontro con i giovani; visitò un centro per il recupero di tossicodipendenti. Il secondo viaggio è stato in Messico e a Cuba, dal 23 al 28 marzo 2012: il primo di Benedetto XVI in due paesi di lingua spagnola. In Messico, dove restò tra il 23 e il 26, si vide con il presidente Felipe Calderón; sorvolò in elicottero il santuario di Cristo Rey; si riunì con i vescovi messicani: ebbe un incontro con i bambini. A Cuba, dove restò tra il 26 e il 28, si vide con Raúl e Fidel Castro; visitò il santuario della patrona dell’isola Virgen de la Caridad del Cobre, nei 400 anni dal suo ritrovamento; celebrò una messa in Plaza de la Revolución. Proprio questa rubrica registrò come, a parte le contestazioni in Messico per lo scandalo della pedofilia e le polemiche a Cuba per aver subito il diktat delle autorità non dando alcuno spazio ai dissidenti, ci fosse in America Latina una certa delusione verso il successore di Giovanni Paolo II. Una delusione legata proprio a questa apparente disattenzione nei confronti di un’area che non solo è per la Chiesa sempre più importante, ma sta vivendo in questi anni un periodo effervescente di crescita economica e politica (pur con vari problemi vecchi che restano e problemi nuovi che arrivano).

La prima reazione all’improvviso annuncio di Benedetto XVI è stata, come in tutto il mondo, di mera sorpresa. Misurabile dal fatto che in Brasile i relativi titoli di giornale abbiano surclassato quelli sul Carnevale. Poi, ci sono stati commenti in parte calati sulle realtà nazionale. Il cardinale boliviano Julio Terrazas, ad esempio, ha espresso “profondo rispetto”. Il presidente della Conferenza Episcopale del Venezuela Diego Padrón nel dire che Benedetto XVI nel mostrare che non attaccato “al potere per il potere” ha preso una decisione “che dovrebbe essere presa come un esempio dai venezuelani”. Un riferimento velato ma chiarissimo a Chávez, che rimane presidente anche se da due mesi non si hanno più sue immagini dal letto d’ospedale. Il portavoce dell’Arcidiocesi di città del Messico Hugo Valdemar Romero si è detto “scioccato”, ammettendo in un’intervista tv che era “evidente” come Benedetto XVI sia stato danneggiato dagli “intrighi di Roma”, e negando che il successore possa essere messicano. Il vicepresidente della Conferenza episcopale peruviana, monsignor Pedro Barreto, ha parlato di una decisione “che provoca dolore” ma è anche “una manifestazione di grandezza”.

Si è scatenata soprattutto l’attesa per la possibile elezione del primo papa latinoamericano. Tra i papabili provenienti dalla regione, quello con più possibilità sarebbe il brasiliano Odilio Pedro Scherer, arcivescovo dell’enorme diocesi di San Paolo. Non si sa però se la rapida crescita dei protestanti in Brasile lo danneggi – come prova di scarsa “efficienza” – o lo avvantaggi, creando la necessità strategica di dare una risposta “forte” come appunto l’arrivo di un brasiliano al Soglio di Pietro. Dopo di lui viene nei pronostici l’argentino di genitori italiani Leonardo Sandri: un candidato “transatlantico” e poliglotta che dopo essere stato nunzio apostolico in Venezuela e Messico è diventato prima sostituto per gli Affari generali (dal 16 settembre 2000) e poi prefetto della Congregazione per le chiese orientali. Sandri è anche uomo di rapporti con il Medio Oriente e l’Asia, anche se ha perso potere rispetto a quando – come sostituto per gli Affari generali – era il terzo uomo della gerarchia vaticana. Fu lui ad annunciare la morte di Giovanni Paolo II. C’è poi il brasiliano João Braz de Aviz, che dopo sette anni da arcivescovo di Brasilia è stato nominato nel 2011 prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica; è considerato un supporter della Teologia della Liberazione, ma molto moderato, e comunque un personaggio che tende a mantenere un profilo basso. L’arcivescovo di Tegucigalpa e presidente di Caritas Internationalis Oscar Andrés Rodríguez Madariaga, che era un favorito per la successione a Giovanni Paolo II, ebbe problemi perché considerato troppo progressista: in compenso, ora il suo appoggio alla destituzione del presidente Zelaya ha fatto spostare la sua immagine sensibilmente a destra. Un secondo argentino in gioco è Jorge Mario Bergoglio, anche lui di origine italiana: arcivescovo di Buenos Aires, primate d’Argentina, ordinario per i fedeli di rito orientale in Argentina, al conclave del 2005 fu il più votato dopo Ratzinger, sostenuto dai progressisti. Ma sarebbe stato lui a voler fare un passo a lato, preoccupato che la sua candidatura bloccasse il conclave troppo a lungo. Molto stimato dai colleghi latinoamericani, che al momento dell’elezione dei 252 membri del primo Sinodo dei vescovi dopo l’ascesa al Soglio di Benedetto XVI, fu lui il più votato. Ma amerebbe poco gli ambienti romani, ed è considerato di età troppo avanzata. Altri tre brasiliani sono il presidente della Conferenza episcopale brasiliana Raymundo Damasceno Assis, che ha però solo un anno meno del 75enne Bergoglio; il vescovo emerito di San Paolo Cláudio Hummes, a sua volta però 75enne e criticato per eccessivi sbandamenti tra sinistra e destra; e l’arcivescovo di Salvador Geraldo Majella Agnelo. In realtà, i bookmakers britannici non favoriscono nessuno di loro, mettendo invece ai primi tre posti delle quotazioni il nigeriano Francis Arinze, il ghanese Peter Turkson e il canadese Marc Ouellet, che peraltro conosce bene l’America Latina e parla perfettamente spagnolo. Insomma, i latino-americani lo vedono quasi come uno di loro. Ma è proverbiale: “chi entra in conclave papa, ne esce cardinale”.”

 

Tra la vacanza e il conclave

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Sempre Gianni Cardinale scriveva martedì su Avvenire:

“Come annunciato ieri da Benedetto XVI alle 20 del prossimo 28 febbraio la sede di Roma, la sede di San Pietro «sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice». In quel momento inizierà quindi la cosiddetta «Sede vacante» durante la quale il Collegio dei cardinali non ha nessun potere o giurisdizione sulle questioni spettanti al Papa. Questo vuol dire che fino al 28 febbraio il Papa potrà continuare a fare nomine di vescovi o in Curia e a promulgare decreti o leggi. Dal 1° marzo questi atti non saranno più possibili fino all’elezione del nuovo Pontefice. Nel periodo di «Sede vacante» cessano dall’esercizio del loro ufficio il segretario di Stato, i prefetti, i presidenti e i membri di tutti i dicasteri curiali. Mantengono l’incarico solo il penitenziere maggiore (oggi il cardinale Manuel Monteiro de Castro), il cardinal vicario per la diocesi di Roma (Agostino Vallini) e il cardinale arciprete di San Pietro (Angelo Comastri). Non decade dall’ufficio neanche il Camerlengo (attualmente il cardinale Tarcisio Bertone) che ha il compito di sigillare l’appartamento pontificio, di prendere possesso del Palazzo Apostolico, di curare e amministrare, col consenso dei cardinali nei casi più gravi, i beni e i diritti temporali della Santa Sede.

Con la «Sede vacante» i cardinali, compresi gli ultraottantenni, cominceranno a riunirsi convocati dal e sotto la presidenza del cardinale decano che attualmente è Angelo Sodano. Le norme stabiliscono che il Conclave vero e proprio inizi tra i 15 e i 20 giorni successivi all’inizio della «Sede vacante». Il giorno preciso verrà stabilito dalla Congregazione generale dei cardinali. Al Conclave potranno entrare solo i cardinali con meno di ottanta anni e così Sodano, avendo superato l’età non vi potrà partecipare, come non potrà farlo, per lo stesso motivo, il vice-decano Roger Etchegaray; in Conclave quindi svolgerà il compito di decano il più anziano dei porporati dell’ordine dei vescovi, attualmente il cardinale Giovanni Battista Re. Con le nuove norme è previsto che i cardinali elettori risiedano nella Domus Sanctae Marthae, un edificio moderno costruito proprio per questo scopo, mentre le votazioni si svolgeranno nella tradizionale cornice della Cappella Sistina. Il nome dell’eletto, dopo la tradizionale fumata bianca, verrà poi proclamato dal cardinale protodiacono, incarico attualmente tenuto dal francese Jean-Louis Tauran.

Riguardo alle procedure di voto è da segnalare un intervento operato da Benedetto XVI che ha cambiato in un punto specifico la Universi Dominici Gregis. La Costituzione apostolica del 1996, con un’innovazione per certi versi epocale, infatti stabiliva – al punto 75 – che dopo il trentatreesimo o trentaquattresimo scrutinio, qualora gli elettori non avessero trovato un’intesa, i cardinali avrebbero potuto decidere, a maggioranza assoluta (cioè la metà più uno degli elettori presenti), che si sarebbe potuto procedere anche a votazioni per le quali fosse sufficiente «la sola maggioranza assoluta». Con un motu proprio pubblicato il 26 giugno 2007 Benedetto XVI ha ripristinato la norma tradizionale. Secondo le nuove disposizioni, dopo la trentatreesima o trentaquattresima votazione, si passa direttamente al ballottaggio fra i due cardinali che avranno ricevuto il maggior numero di voti nell’ultimo scrutinio. Anche in questo caso, però, sarà necessaria una maggioranza dei due terzi. Viene inoltre specificato che i due cardinali rimasti in lizza per l’elezione non potranno partecipare attivamente al voto, avranno quindi solo elettorato passivo. In base alle norme attuali poi è severamente proibito violare il segreto del Conclave. Ma mentre per i non cardinali che prestano il loro servizio per le incombenze inerenti all’elezione è prevista la gravissima sanzione della scomunica latae sententiae, per i porporati non è prevista alcuna pena specifica, facendo leva sul loro senso di responsabilità e sullo spessore della loro coscienza (graviter onerata ipsorum coscientia).”

Il conclave

Domanda di stamattina: prof, ma chi partecipa al conclave? La risposta migliore non può che venire dal giornalista di Avvenire Gianni Cardinale 🙂

“Nel Conclave che si aprì il 18 aprile 2005 i i cardinali con diritto di voto erano 117, ma a partecipare all’elezione di Benedetto XVI furono in 115, visto che per motivi di salute non poterono giungere a Roma il messicano Adolfo Suarez Rivera e il filippino Jaime Sin. Anche per il prossimo Conclave, in calendario ormai per marzo, i cardinali elettori previsti – ad oggi –, sono 117, tenendo conto del fatto che il porporato ucraino Lubomyr Husar compirà ottanta anni il 26 febbraio, due giorni prima in cui il Soglio di Pietro rimarrà vacante come stabilito ieri da papa Ratzinger. Come deciso infatti da Paolo VI con il motu proprio Ingravescentem aetatem del 1970 e ribadito da Giovanni Paolo II, possono partecipare all’elezione del Papa solo i cardinali che non hanno compiuto ottanta anni. E al 1° marzo i porporati votanti saranno appunto, a Dio piacendo, 117. Di questi 60 sono gli europei (erano 58 otto anni fa), di cui 28 gli italiani (erano 20).6D472F667DEFAD6CB191BA774941A_h498_w598_m2.jpg

Dalla Penisola verranno 19 cardinali curiali o ex curiali, come Angelo Amato, Ennio Antonelli, Giuseppe Bertello, Tarcisio Bertone, Domenico Calcagno, Francesco Coccopalmerio, Angelo Comastri, Velasio De Paolis, Raffaele Farina, Fernando Filoni, Giovanni Lajolo, Francesco Monterisi, Attilio Nicora, Mauro Piacenza, Gianfranco Ravasi, Giovanni Battista Re, Paolo Sardi, Antonio M. Vegliò e Giuseppe Versaldi. Nonché nove pastori o emeriti di Chiese particolari come Angelo Bagnasco, Giuseppe Betori, Carlo Caffarra, Severino Poletto, Paolo Romeo, Angelo Scola, Crescenzio Sepe, Dionigi Tettamanzi, Agostino Vallini.

I latinoamericani saranno invece in 19 (erano 21 comprendendo anche Suarez Rivera), mentre i nordamericani assommeranno a 14 (come nel 2005). Gli africani saranno in 12 (erano 11) e gli asiatici in 11 (come otto anni fa, comprendendo anche Sin). Uno solo sarà il cardinale proveniente dall’Oceania (erano due).

Nel prossimo Conclave le nazioni più rappresentate, dopo l’Italia, saranno gli Stati Uniti con 11 cardinali (come nel 2005), e cioè i curiali o ex-curiali Raymond L. Burke, James M. Harvey, William J. Levada, e i pastori o emeriti di diocesi Daniel N. DiNardo, Timothy M. Dolan, Eugene F. George, Roger M. Mahony, Edwin F. O’Brien, Sean P. O’Malley, Justin F. Rigali, Donald W. Wuerl. La Germania con 6 porporati (come nel 2005), e cioè gli ex curiali Paul J. Cordes e Walter Kasper, e i pastori Karl Lehmann, Reinhard Marx, Joachim Meisner, Rainer M . Woelki. Il Brasile con 5 (erano 4), e cioè il curiale Joao Braz de Aviz e l’ex Claudio Hummes, e i pastori o emeriti Geraldo M. Agnelo, Raymundo Damasceno Assis e Odilio P. Scherer. La Spagna con 5 (erano 6), e cioè i curiali Santos Abril y Castello e Antonio Canizares Llovera, e i pastori o emeriti Carlos Amigo Vallejo, Lluis Martinez Sistach e Antonio M. Rouco Varela. L’India con 5 (erano 3), e cioè l’ex curiale Ivan Dias e i pastori George Alencherry, Oswald Gracias, Basileios C. Thottunkal e Telesphore P. Toppo. La Francia con 4 (erano 5), e cioè il curiale Jean Louis Tauran, e i pastori Philippe Barbarin, Jean-Pierre Ricard e André Vingt-Trois. La Polonia con 4 (erano 3), e cioè i curiali Zenon Grocholewski e Stanislaw Rylko e i pastori Stanislaw Dziwisz e Kazimierz Nycz.

Nel Conclave non saranno rappresentate nazioni presenti nel 2005, come il Giappone e l’Ucraina (che otto anni fa avevano due elettori ciascuno) e anche Camerun, Costa d’Avorio, Guatemala, Lettonia, Madagascar, Nicaragua, Nuova Zelanda, Siria, Thailandia e Uganda. Saranno invece rappresentate nazioni che non lo erano la volta scorsa, come la Slovenia (Franc Rodé), l’Ecuador (Raul E. Vela Chiriboga), l’Egitto (Antonios Naguib, colpito da emorragia celebrale a fine 2011), il Kenya (John Njue), la Guinea (Robert Sarah), il Senegal (Theodore-Adrien Sarr), lo Sri Lanka (Ranjith Patabendige) e Hong Kong (John Tong Hon). Il Regno Unito sarà rappresentato da un porporato scozzese, come otto anni fa, ma non da un inglese (presente invece nel 2005).

Il numero di appartenenti ad ordini religiosi è di 19 cui va aggiunto un porporato dell’Opus Dei (il peruviano Juan L. Cipriani Thorne). Tra loro 4 i salesiani (gli italiani Amato, Bertone e Farina con l’honduregno Oscar A. Rodriguez Maradiaga), tre i francescani (Amigo Vallejo, Hummes e il sudafricano Wilfried Fox Napier), due i gesuiti (l’argentino Jorge M. Bergoglio e l’indonesiano Julius R. Darmaatmadjia) e i domenicani (l’austriaco Christoph Schonborn e il boemo Dominik Duka). Nel 2005 erano in 20, anche se distribuiti diversamente tra le varie Congregazioni: i francescani erano infatti 4, i gesuiti e i salesiani 3, mentre c’erano due redentoristi e un domenicano.

Se poi andiamo a vedere il numero dei porporati che lavorano o hanno lavorato a fine carriera nella Curia romana e in altri uffici ecclesiastici dell’Urbe essi sono attualmente 40, di cui, come abbiamo già visto, 19 italiani. Nel 2005 i curiali e gli ex curiali erano 27, nove dei quali italiani.

Nel prossimo Conclave i cardinali più giovani saranno l’indiano Thottunkal (54 anni a giugno), il filippino Luis A. Tagle (56 anni a giugno), i tedeschi Woelki (57 anni ad agosto) e Marx (60 anno a settembre), l’olandese Willem Jacobus Eijk (60 anni a giugno), l’ungherese Peter Erdo (61 anni a giugno). Mentre i più anziani saranno il tedesco Kasper, l’italiano Poletto e il messicano Juan Sandoval Iniguez che compiranno 80 anni rispettivamente il 5, 18 e 20 marzo. Con le vecchie norme questi tre porporati avrebbero potuto non partecipare al Conclave. Fino alla Costituzione apostolica Universi Dominici Gregis promulgata da Giovanni Paolo II nel 1996 infatti non potevano votare i cardinali che avrebbero compiuto 80 anni nei 15-20 giorni tra la morte o le dimissioni del Papa dell’inizio del Conclave. Ora invece chi compie ottanta anni tra la data della “Sede vacante” e l’inizio delle votazioni conserva il diritto di voto.”

Una scelta luterana?

Alexander Görlach è fondatore e direttore della rivista di opinione e dibattiti The European. Ha lavorato per diverse testate tedesche, sia televisive che cartacee. Ha due dottorati, in linguistica e in teologia. Scrive su Linkiesta:

“Nei libri di storia Benedetto XVI sarà ricordato come il Papa tedesco ad interim. Con le sue dimissioni la stella che guida la Chiesa Cattolica, il papato, si è affievolita. Ma il passo fatto da Joseph Ratzinger l’11 di febbraio nell’anno del Signore 2013 darà un nuovo indirizzo ai futuri pontefici. Ora nuove domande svelano l’instabilità della più alta istituzione ecclesiastica: avrà il Papa accesso a una guardia del corpo, a un ufficio personale, a un autista? Quando morirà, sarà sepolto con tutti gli onori papali? La Chiesa suonerà campane in tutto il mondo in sua memoria? Aiuterà Benedetto XVI a eleggere il suo successore? Sovrintenderà alle elezioni e darà il suo voto? Come sarà nominato in futuro? “Sua santità in pensione”?

Le dimissioni di Benedetto aprono la porta a ulteriori riforme della Chiesa Cattolica e confutano le critiche che lo vedevano troppo rigido. Quando si parla di riformare la Chiesa Cattolica, le argomentazioni più frequenti sono di questo tenore: «Certo, possiamo cambiare questa cosa o quell’altra. Ma chi oserà mettere in discussione tradizioni che sono sopravvissute per millenni?». Motivazioni ora improvvisamente diventate meno persuasive. Il Papa ha posto fine con le sue sole forze a una delle tradizioni della Chiesa: la venerazione quasi divina per il papato. Una sola dichiarazione ha smontato il lavoro di tutti i papi dal tempo di Bonifacio VIII nel 1300: l’estensione dei poteri papali – non la leadership spirituale, ma quella reale, mondana, esecutiva. Per secoli i papi hanno cementificato il loro potere. Nel 1870 il dogma dell’infallibilità in materia teologica e di tradizioni ecclesiastiche hanno portato quel processo all’estremo. Oggi, il Pontefice ha potenzialmente l’ultima parola in tutti gli appuntamenti tra vescovi nel mondo. Quando c’è bisogno di discutere una questione teologica, tutti gli occhi si girano verso Roma. Benedetto XVI ha smontato tutto questo, e resta da vedere se è pienamente consapevole delle conseguenze delle sue dimissioni. Molti cattolici sono cresciuti nella convinzione che un Papa non si dimette. È un sovrano incontrastato che segue Cristo fino alla morte. Il color porpora delle tuniche episcopali rimandano al sangue versato dai martiri cristiani nel corso dei secoli: il loro sangue, che un tempo gocciolò sul suolo polveroso del Colosseo a Roma, fu la testimonianza della loro fede nel Messia e nella storia della crocifissione e resurrezione. Giovanni Paolo II fece della scelta di restare in carica fino alla morte il suo martirio personale. Joseph Ratzinger ha ora rifiutato quella logica come qualcosa non più alla moda. Ha cercato la guida non nelle tradizioni della Chiesa Cattolica ma dentro la sua coscienza. La sua dichiarazione è esplosa come una bomba. L’idea che la più alta autorità cristiana ragioni secondo la sua propria coscienza non appartiene più solo ai circoli luterani ma è stata abbracciata anche dalla Chiesa Cattolica. Non dimentichiamo che una delle controversie che hanno scatenato la Riformapapa-germania-erfurt-lutero.jpg si concentravano sulla relazione tra la coscienza personale e i doveri delle cariche clericali. «Mi fermo qui, non posso fare di più. Dio mi aiuterà. Amen». Così Martin Lutero concluse il suo discorso alla Dieta di Worms nel 1521. Il Papa ha messo sulla stessa bilancia coscienza e tradizioni, e ha scelto la coscienza. Una scelta enorme. Allo stesso tempo, Benedetto sapeva fin dal principio del suo pontificato che non sarebbe stato capace di seguire le orme del suo predecessore. Una delle dichiarazioni più intense del suo primo discorso da Pontefice, resta questa: «Sono un semplice, umile operaio nella vigna del Signore». Ma spesso si dimentica la frase precedente: «Dopo il grande Giovanni Paolo, i signori cardinali hanno eletto me». Quando Giovanni Paolo II era ancora vivo, periodicamente giravano voci secondo cui il Papa polacco si sarebbe dimesso. Solo una osservazione di Joseph Ratzinger, priva di tatto ma corretta, alimentò la discussione. L’allora cardinale ricordò ai colleghi che la legge ecclesiastica permetteva le dimissioni papali. Sapeva ciò di cui stava parlando. Ma ci furono anche voci secondo cui Ratzinger pianse a causa di quell’appunto un po’ ruvido quando incontrò subito dopo Giovanni Paolo II. I dibattiti pubblici distorsero le sue parole. Alla fine sembrò che il cardinale tedesco avesse suggerito le dimissioni papali. Chiaramente, Ratzinger era un uomo sensibile.

Cosa accadrà alla Chiesa ora che Benedetto XVI ha posto fine al dominio del papato? Se non è il Papa che guida la Chiesa cattolica, chi lo può fare? Nel 21esimo secolo, la Chiesa Cattolica sarà una chiesa a più velocità. Alcune parti del mondo potrebbero permettere ai preti di sposarsi, mentre altre regioni resteranno rigidamente opposte ai matrimoni tra preti, ma saranno tutti chiamati Cattolici. Il Concilio diventerà un’altra volta il primo comitato guida della Chiesa. Il papa lo presiederà e modererà le discussioni. Diventerà primus inter pares, il primo tra i suoi fratelli. Non da meno ma nemmeno da più. È tempo di opportunità straordinarie, e molti dentro le gerarchie ecclesiastiche le guarderanno con sospetto come fossero una minaccia. Dietro le porte chiuse, temono per le proprie cariche e poteri, e si chiedono se la Chiesa continuerà a percorrere il suo sentiero celebrato nei secoli. I cambiamenti generano paura. Anche molti fedeli si sentiranno smarriti, e non solo i veri devoti. Una dimissione papale è davvero una cosa nuova. Chi può raccogliere questo senso di incertezza e trasformarlo in fiducia? Se l’errante uomo di preghiera della Galilea davvero tiene alla sua Chiesa, questo sarebbe un buon momento per farlo sapere. «Non avere paura» fu del resto, secondo il Nuovo Testamento, uno dei detti preferiti di Gesù. Chi sarà il nuovo Papa? Come cambierà la vita di Benedetto XVI quando tornerà di nuovo Joseph Ratzinger il primo di marzo? Possiamo immaginare un conclave mentre il vecchio papa è ancora in vita? Nessuno avrebbe mai pensato che questo Papa ci avrebbe stupiti. Ma lo ha fatto, e ci ha lasciato senza parole.”

Uno sguardo ortodosso

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Scrive Teodoro Andreadis Synghellakis su L’Huffington Post:

“E’ quasi superfluo sottolinearlo: anche il mondo ortodosso è rimasto fortemente colpito dalla decisione di Papa Ratzinger di dimettersi dal soglio pontificio e ritirarsi a vita monacale, come viene definita dai più. Alle tantissime considerazioni, analisi e critiche che abbiamo avuto modo di leggere sino ad ora, vorrei aggiungere un punto di vista, credo, differente, appunto perché non “romanocentrico”: il gesto del pontefice, porta, indirettamente, la chiesa di Roma più vicino al mondo ortodosso. Almeno questo è il mio parere, di un laico che rispetta il mondo della fede, senza farne parte, senza viverlo “dal di dentro”. E’ come se la Chiesa Cattolica – con la decisione di Joseph Ratzinger – abbia voluto mettere in discussione, almeno per un momento, la sua struttura verticistica immutabile per dare precedenza all’aspetto umano, terreno, fatto di debolezze e difficoltà, che caratterizza ogni suo rappresentante. Anche il più alto, il successore di Pietro.

Bisognerà vedere cosa accadrà d’ ora in avanti. Se dopo questa svolta “personale ed epocale” potrà trovare un ulteriore spazio anche questo processo di riavvicinamento col mondo ortodosso, grazie a un nuovo impulso di carattere sinodale, pur nei limiti e nelle regole che si è data la Chiesa d’Occidente. Era l’auspicio del cardinale Martini, quello di una Chiesa con una struttura sinodale più forte. Di un uomo di fede saldo nelle sue convinzioni, ma che sapeva ascoltare e comprendere, andando oltre inutili e insensate rigidità. Papa Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno fatto passi importanti verso l’Ortodossia, con scambio di visite tra il Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli e Roma. Al Fanar, nella sede del Patriarcato Ecumenico, la visita del Papa del 2006 ha provocato sincera commozione, e ne sono stato testimone diretto. “Mai più divisi”, si è sentito urlare dalla folla di fedeli, accorsi per vedere, insieme, Benedetto e Bartolomeo, sul piccolo balcone del Fanar. Occorre aspettare e cercare di verificare come potrà proseguire questo avvicinamento. Se sarà considerato lecito mettere in discussione anche un altro “tabù”, quello più forte di tutti: confrontarsi, cioè, sull’infallibilità del pontefice in materia di fede, vero ostacolo alla riunificazione con gli ortodossi, più di ogni altro.

Agli occhi, forse ingenui, di un laico, il gesto di questa umana rinuncia del papa tedesco, potrebbe far ben sperare. Potrebbe aprire la via a una Chiesa Cattolica Romana più aperta, meno rigida sulle questioni della morale, pronta, magari, a rimodulare anche la stessa figura del sommo pontefice. Si tratta, forse, di auspici che qualcuno potrebbe giudicare ai limiti dell’eresia. Ma in fondo, sarebbe solo un ritorno alle radici, alla Chiesa unita e indivisa del primo millennio.”

Quando la storia ti passa accanto

602-408-20130211_153107_B1B11D8D.jpgSono seduto davanti al pc e guardo fuori la campagna coperta di bianco; ripenso a ieri, quando la storia ha fatto un’altra delle sue curve. Capita, nella vita, di assistere a queste svolte che poi si ritrovano sui libri di testo: penso al 1989 di piazza Tienanmen e del muro o al 2001 delle torri, ai crolli dei regimi dell’est o al 1990 della liberazione di Mandela. Ieri è stata una di quelle. Molti su fb scrivono che non gliene frega niente: a livello personale sarà sicuramente vero, l’importante è essere consapevoli che questa è storia che ti scorre accanto. E per la storia non è così indifferente quel che è successo e quel che può succedere (il 1989 o la questione dei paesi dell’est europeo con un papa diverso da Wojtyla sarebbero stati così?). Scrivo senza aver letto ancora nulla, nessun articolo, nessun editoriale. Lo farò: la mia professione me lo richiede, e pure il mio interesse. Metterò qui il materiale che giudicherò utile a suscitare riflessioni, materiale non per forza “ortodosso”. Ma questo, per me, è il momento in cui molte sono le domande che mi affollano la mente.

Perché? Nel senso: il vero perché? non sono un complottista, né uno che vuole vedere segreti là dove magari non ci sono, certo mi hanno colpito reazioni opposte: l’Osservatore Romano che parla di decisione presa da molto tempo e cardinali e collaboratori che parlano di sorpresa, di fulmine a ciel sereno, di sconcerto. Quello che dovrebbe essere l’entourage stretto del papa è sembrato cascare dalle nuvole.

Perché tanta urgenza? L’11 ottobre era iniziato l’anno della fede… Si era in attesa di una nuova enciclica… Erano in programma viaggi importanti…

E’ poi così strano che una persona di 86 anni non ce la faccia più a sostenere un tale peso? Dovrebbe essere normale, decisamente prima di quell’età…

Quali difficoltà per un fine teologo e filosofo ad essere pastore di un gregge così vasto, eterogeneo, variegato? Quali i pensieri intimi?

Si può fare un bilancio onesto di questi quasi 8 anni?

E ora? come si sposteranno gli equilibri all’interno della Chiesa? Che rotta prenderà la barca?

E’ il momento degli interrogativi: verrà, poi, anche il momento delle risposte.