Auguri Kǒng Fūzǐ!

Oggi è il compleanno di Confucio (551 a.C.). Ecco qui cinque citazioni del “giusto tra le genti”

 

In qualsiasi direzione vai, vacci con tutto il cuore.

 

Dimmi e dimenticherò,

mostrami e forse ricorderò,

coinvolgimi e comprenderò.

 

Esiste un mondo dei vivi a un mondo dei morti. Il ponte è l’amore, l’unica verità, la sola sopravvivenza.

 

Prima di intraprendere la strada della vendetta, scavate due tombe.

 

Se c’è rimedio perché te la prendi? E se non c’è rimedio perché te la prendi?

Una pace dello spirito che va sul concreto

“La pace nel mondo può passare soltanto attraverso la pace dello spirito, e la pace dello spirito solo attraverso la presa di coscienza che tutti gli esseri umani nonostante le fedi, le ideologie, i sistemi politici ed economici diversi, sono come membri di una stessa famiglia.”

Dalai Lama

Quando la paura uccide la libertà

La libertà religiosa, la libertà di professare una fede, la libertà di seguire una cerimonia religiosa, la libertà di pregare, la libertà di parlare della vita di Gesù o di quella di Siddharta Gautama, la libertà di seguire il Ramadan… Non tutto è scontato: prendo da Asianews

Due donne iraniane in pericolo di morte per apostasia dall’islam.

IRAN_(f)_0816_-_Donne_apostate_e_bibbie.jpgSono state arrestate nel marzo scorso, anche se la conversione sembra risalire ad almeno dieci anni fa. Finora in Iran non è mai stata eseguita una condanna a morte con questa motivazione. Le autorità temono una diffusione del cristianesimo: sequestrate 6500 Bibbie. Teheran (AsiaNews/Agenzie) – Due donne iraniane, rinchiuse nella famigerata prigione di Evin per essersi convertite dall’islam al cristianesimo potrebbero affrontare una condanna a morte per apostasia. La notizia è stata diffusa da radio Farda. Amir Javadzadeh, giornalista di un emittente cristiana londinese, ha dichiarato che le due donne potrebbero essere condannate a morte anche se “non erano politicamente attive. Volevano solo servire il popolo in base alla Bibbia”. Marzieh Amirizadeh, 30 anni, e Maryam Rustampoor, 27 anni, sono state arrestate a marzo, anche se la conversione data a 10 anni fa. Javadzadeh ha aggiunto che sono diventate cristiane dopo “aver speso molto tempo studiando testi religiosi e aiutando gli altri”. La legge iraniana non prevede la pena di morte per apostasia, ma alcuni tribunali locali l’hanno comminata di recente (anche se non è mai stata eseguita) basandosi su testi religiosi. Le autorità sembrano preoccupate per un aumento della diffusione del cristianesimo, soprattutto evangelico. In questo contesto si colloca il sequestro di 6500 bibbie annunciato ufficialmente da Majid Abhari, consigliere del Comitato per gli affari sociali del Parlamento iraniano. Abhari ha attaccato “quei missionari che hanno a disposizione grandi somme di denaro e ,cercando di deviare i nostri giovani, hanno cominciato una grande campagna per sviare l’opinione pubblica. Quelle bibbie, a formato tascabile, stampate con la migliore carta del mondo, ne sono la prova”.

Oltre la genuflessione

Spiritualità e corporeità: dall’Oriente può arrivare una lezione utile? In questo articolo di Vittoria Prisciandaro sul numero di agosto di Jesus si sostiene di sì

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Yoga e lectio divina, T’ai Chi e dialogo interreligioso: in questi anni la sapienza asiatica, soprattutto indiana e cinese, si è fatta strada nelle parrocchie d’Occidente. Non è solo moda, tanto meno gusto per i sincretismi esotici. Piuttosto un aiuto, per analogia, nella meditazione e un arricchimento della propria fede cristiana.

La mano destra va a cercare la sinistra e la impugna: è un gesto antico, è l’unione tra il sole e la luna, tra Yin e Yang, il rito del saluto secondo l’antica sapienza Ming. Così, l’ultima settimana di luglio, ha avuto inizio il corso di T’ai Chi Ch’üan, nella casa Pastor Bonus di Lecce. Qualcuno tra i partecipanti indossa la divisa dell’antica arte orientale appena smessi i paramenti della celebrazione eucaristica. La Messa di primo mattino e poi la ginnastica e la meditazione T’ai Chi. A centinaia di chilometri di distanza, nell’eremo camaldolese di Monte Giove, agli inizi di luglio, la lectio divina su un brano della Scrittura è accompagnata dalle meditazioni sui testi del Mahabharata, uno dei più grandi poemi epici dell’India. Dopo il confronto verbale, i presenti – molte donne, alcuni religiosi, qualche sacerdote – fanno pratica yoga e realizzano alcune sequenze che vanno ad «aprire» quella parte del corpo – il cuore se si parla per esempio della carità – su cui la meditazione si è soffermata. Segue la preghiera silenziosa.

Sono solo due esempi, tra i tanti, che dicono come in questi anni la sapienza orientale, cinese e indiana, si sia fatta strada tra il popolo cristiano. Pochi sanno che in passato fu un gesuita francese, Jean Joseph Marie Amiot, che nel 1700 anticipò nei suoi scritti quella che sarà l’odierna comparazione tra la saggezza cinese e l’ascesi cristiana, introducendo, tra l’altro, come definizione sintetica di una qualsiasi attività svolta bene e virtuosamente, il termine Kung Fu. Oggi, sul solco aperto da questo religioso e da altri precursori del dialogo interreligioso, in Italia si muovono diverse realtà, alcune più attente al contesto della preghiera e della meditazione, altre – come il T’ai Chi – più specificamente legate alla riscoperta della corporeità quale luogo fondamentale e indispensabile della pratica spirituale e terreno fecondo dell’incontro interreligioso: le esperienze di meditazione di consapevolezza, tra le quali va citato l’autodidatta 96enne padre Piras, in Sardegna, o la sezione italiana della Christian Meditation, fondata negli anni ’70 dal monaco trappista Thomas Keating. E ancora, la meditazione profonda curata dal padre gesuita Mariano Ballester a Roma; la pratica dello zazen cristiano del missionario saveriano Luciano Mazzocchi; i gruppi che si rifanno all’esperienza dell’incontro tra cristianesimo e zen del tedesco padre Johannes Kopp Rosh; i corsi di meditazione silenziosa tenuti dal cappuccino Andrea Schnoller; quelli di meditazione profonda al convento dei Barnabiti di Campello, guidati da padre Antonio Gentili, o organizzati in giro per l’Italia da suor Marisa Bisi, delle Figlie della Croce. Si tratta di un universo che non cerca la ribalta e in gran parte ruota attorno alla rivista Appunti di viaggio, nata come coordinamento delle esperienze nel campo della meditazione profonda, dove è possibile trovare indicazioni su percorsi e date dei diversi corsi e appuntamenti. Va detto che i sospetti nei confronti di pratiche lontane dalla cultura occidentale, e quindi avvertite come «altre » rispetto allo specifico cristiano, non sono mancati. Un paio di anni fa, dalle pagine del quotidiano Repubblica, Eros Selvanizza, il presidente della Federazione italiana yoga, invitava a un dialogo aperto tra teologi e yogi, dichiarando che alcune «suore e monaci hanno maturato un’esperienza notevole, ma preferiscono non farlo sapere. Non è che se ne vergognino: non hanno capito se per la Chiesa è un bene o un male». Il disagio è comprensibile: la Congregazione per la dottrina della fede, nella Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica su alcuni aspetti della meditazione cristiana pubblicata nel 1989, infatti, dichiarava: «Con l’attuale diffusione dei metodi orientali di meditazione nel mondo cristiano e nelle comunità ecclesiali, ci troviamo di fronte a un acuto rinnovarsi del tentativo, non esente da rischi ed errori, di fondere la meditazione cristiana con quella non cristiana». La Lettera entrava nello specifico: «Alcuni esercizi fisici producono automaticamente sensazioni di quiete e di distensione, sentimenti gratificanti, forse addirittura fenomeni di luce e di calore che assomigliano a un benessere spirituale. Scambiarli per autentiche consolazioni dello Spirito Santo sarebbe un modo totalmente erroneo di concepire il cammino spirituale». Eppure, più avanti, la stessa Congregazione affermava: «Ciò non toglie che autentiche pratiche di meditazione provenienti dall’Oriente cristiano e dalle grandi religioni non cristiane, che esercitano un’attrattiva sull’uomo di oggi diviso e disorientato, possano costituire un mezzo adatto per aiutare l’orante a stare davanti a Dio interiormente disteso, anche in mezzo alle sollecitazioni esterne».

«Il T’ai Chi Ch’üan, per esempio, è un’arte che è stata profondamente influenzata dalle più importanti correnti filosofiche e religiose cinesi: scuola Yin-Yang, confucianesimo, neoconfucianesimo, buddhismo Ch’an, taoismo…», dice Roberto Fassi, il pioniere di queste discipline in Italia, autore di alcuni volumi sul tema. «Siamo in un universo lontanissimo dalla meditazione e dalla preghiera cristiane. Non dimentichiamo tuttavia che, grazie al dialogo interreligioso che oggi fa parte della missione della Chiesa, si apre la possibilità di un arricchimento della tradizione cristiana. Certo, è necessario anche un accorto discernimento per evitare pericolosi sincretismi», aggiunge il gesuita Davide Magni, promotore con Roberto Fassi di corsi di T’ai Chi al Centro San Fedele di Milano. È su questa scia che si pongono le pratiche più serie prima citate. «Distinguerei il dialogo interreligioso a livello teologico dal piano della preghiera e meditazione», dice Antonia Tronti, che da molti anni tiene corsi di lectio divina e yoga in alcuni monasteri camaldolesi (Fonte Avellana, Monte Giove, Valledacqua); con l’Associazione Oreundici, dove lavora anche con i bambini; e con alcuni parroci, come a Padova, dove ha iniziato allo yoga un gruppo di giovani del coro e uno di preparazione alla Cresima. «Circa venti anni fa ho deciso di approfondire la mia fede cristiana cercando di trovare dei collegamenti con la spiritualità indiana», racconta Antonia. Un percorso sulle tracce di alcuni cristiani che agli inizi del ‘900 avevano provato a inculturare il Vangelo in terra indiana, come per esempio «il sacerdote francese Jules Monchanin e i monaci benedettini Henri Le Saux e Bede Griffiths», sottolinea padre Magni. «I primi due, nel 1950, fondarono nel Tamil Nadu il Saccidananda Ashram (Eremo della Trinità), a Shantivanam (Foresta della Pace). Alla morte di Monchanin, Le Saux si trasferì nel Nord dell’India, sulle rive del Gange, affidando l’ashram alla guida di Bede Griffiths, che trasformò l’eremo in una piccola comunità monastica di rito cattolico indiano affiliata all’ordine camaldolese, un luogo che sarebbe poi stato visitato da migliaia di persone da ogni parte del mondo». Proprio alla scuola dei camaldolesi Antonia Tronti ha approfondito la sua ricerca e oggi, con i suoi corsi, offre una mano a chi desidera conoscere un’altra via e a volte “usa” lo yoga come introduzione a un percorso più profondo di spiritualità che non finisce nella sola meditazione generica. «Sempre più spesso, capita che gente che si è allontanata dalla Chiesa scopra lo yoga e, facendo pratica, ritorni alla tradizione cristiana e si riavvicini alla fede conosciuta da bambini», dice Tronti. «Sento di fare un lavoro di servizio alla Chiesa, faccio da mediazione tra lo yoga e la preghiera ». In altri casi, capita che alcuni, «che si avvicinano allo yoga per un mal di schiena, poi scoprano un “oltre” e si accostino alla preghiera». Il successo dei corsi, anche tra i cristiani, testimonia – secondo Tronti – che «le persone sentono il bisogno di prendersi cura di sé in modo rallentato». Chi viene dall’area cattolica avvicina lo yoga anche perché sente che la spiritualità ha a che fare con qualcosa di più interno, che abita nel cuore dell’essere umano, e che va incontrata, riconosciuta, alimentata: «Un’esperienza che di solito è difficile fare nelle parrocchie». E scopre un approccio diverso alle discipline orientali, che all’immaginario collettivo vengono sempre più «vendute» per i risultati che permettono di raggiungere, associate all’idea di benessere e business: «Yoga, donne e leadership», «Yoga e T’ai Chi, le posizioni che aiutano a star bene», «La meditazione funziona da analgesico», «Yoga: la battaglia del copyright» sono alcuni titoli di articoli recenti sull’argomento.

Che ci sia, comunque, anche un risvolto salutista in queste pratiche, è ormai ufficialmente assodato: «In passato nei protocolli clinici il T’ai Chi era riconosciuto come medicina preventiva, ma adesso viene identificato anche come cura per la cronicità di alcune malattie», conferma il maestro Ignazio Cuturello, tra gli organizzatori del corso di Lecce e tra i promotori di numerose scuole in diverse regioni. «È interessante sapere che in Italia il T’ai Chi Ch’üan è conosciuto e apprezzato soprattutto per merito del maestro Chang Dsu Yao, che trascorse gli ultimi diciotto anni della sua vita nel nostro Paese. Militare di carriera e alto ufficiale dell’esercito cinese, per molti anni Chang Dsu Yao è stato istruttore capo delle Forze armate e della Polizia di Taiwan. Ha insegnato anche all’Università di Taipei», aggiunge padre Davide Magni, che con Francesco Tomatis, Roberto Fassi e Ignazio Cuturello ha curato un testo di prossima pubblicazione: Corpo e preghiera. La via del T’ai Chi Ch’üan. Il maestro Chang Dsu Yao era di fede cattolica e – ricorda Fassi – ogni sua lezione iniziava e terminava con la cerimonia del saluto a Dio, agli antenati e agli antichi maestri: «Metteva sovente in evidenza che, pur essendo questo un rito di matrice confuciana, i cristiani credenti dovevano rivolgere, prima e dopo la pratica, il loro saluto riverente al Dio uno e trino». Insomma – conclude padre Magni – ciascuna religione elabora differenti spiritualità, intese come cura della vita interiore: «La comparazione tra le diverse religioni e relative spiritualità è possibile solo nell’orizzonte dell’analogia, non attraverso la ricerca di equivalenze. E l’esperienza di questo dialogo mostra notevoli intersezioni tra cammini distinti. È per questa ragione che possiamo ricorrere a patrimoni lontanissimi dalla tradizione cristiana, quali lo yoga e il T’ai Chi Ch’üan: non facendo sincretismi, ma cogliendone le suggestioni per via analogica. Il luogo fecondo di questo dialogo è l’esperienza della corporeità». Una intuizione che è stata benedetta dallo stesso Pontefice: da 40 anni, infatti, Dominic Chan Chi-ming, attuale vicario generale della diocesi di Hong Kong, promuove la pratica del T’ai Chi quale via per una spiritualità matura, capace di integrare tutte le dimensioni della persona umana. Nel 2006 Benedetto XVI ha ufficialmente riconosciuto questa iniziativa pastorale, impartendo la sua benedizione apostolica all’associazione Holy Spirit Society for Tai Chi Spirituality.

… e Ramadan

Prendo da www.ilpost.it 

Il significato spirituale del Ramadan è stato analizzato da molti teologi. Si attribuisce ad esempio al digiuno la dote di insegnare all’uomo l’autodisciplina, l’appartenenza a una comunità, la pazienza e l’amore per Dio. In realtà però nel corso del tempo il Ramadan ha assunto anche altri significati. Foreign Policy ne ha elencati cinque, di cui si parla meno degli altri.

Il Ramadan è un grosso giro d’affari120044838_10.jpg

Il Ramadan è secondo solo al Natale per il livello di consumismo che ormai ha sviluppato. Certo, la produttività durante il mese del digiuno diminuisce, ma i supermercati a Istanbul sono strapieni e per gli autonoleggio di macchine di lusso di Ryad è uno dei periodi migliori dell’anno. Le catene di fast-food offrono pasti speciali durante la notte e in Egitto si compra quasi il doppio del cibo rispetto al solito. Inoltre, visto che durante la notte migliaia di persone sono a casa per celebrare l’interruzione giornaliera del digiuno, i canali televisivi trasmettono i loro programmi più importanti: tra il 25 e il 30 per cento dei guadagni legati alla pubblicità arrivano proprio durante il mese del Ramadan. Persino l’Australia ne risente: durante il periodo immediatamente precedente al Ramadan, le esportazioni di pecore – un lusso che si concedono durante quel mese – schizza fino ad aumentare del 77%.

Il Ramadan è il più grosso prodotto d’esportazione dell’Arabia Saudita

Fino agli anni settanta, la stretta osservanza del Ramadan era limitata ai paesi del mondo musulmano. Poi arrivò la crisi petrolifera del 1973. I petrodollari iniziarono ad affluire nelle casse dei paesi del Golfo Persico, ricoprendo d’oro le monarchie del deserto, che con quei soldi iniziarono anche a costruire moschee e realizzare seminari in tutto il mondo. Regole rigidissime nel trattamento delle donne, nell’educazione e nelle pratiche religiose iniziarono a estendersi anche nelle regioni più remote delle montagne pakistane e nelle pianure del Bangladesh. Oggi ad Aceh, in Indonesia, chi non osserva il Ramadan può essere punito con bastonate. E nel 2009, in Egitto, il Ministro dell’Interno iniziò a inasprire le leggi che fino ad allora consideravano la violazione del digiuno durante il giorno un reato minore.

Il Ramadan è un periodo di pace, ma è stato usato anche come strumento di guerra

La contemplazione religiosa non è sempre stata sinonimo di pace. Il profeta Maometto diede inizio alla battaglia di Badr – la prima vera guerra musulmana contro gli infedeli – durante il mese del Ramadan del 624. E il conflitto del 1973 che gli israeliani chiamano la Guerra del Kippur, è conosciuto come la Guerra del Ramadan in Egitto, Giordania e Siria, che lanciarono il loro attacco a sorpresa durante il digiuno. Più di recente, in Iraq, il mese del Ramadan è stato caratterizzato dagli attacchi dei ribelli contro le truppe dell’esercito americano, raggiungendo il picco di oltre 1.400 attentati nel 2007 (per restare a oggi, si guardi alla Siria, ndr). Ma ci sono stati anche dei casi in cui il Ramadan ha complicato le operazioni militari: durante la battaglia di Tora Bora, alcuni combattenti afgani anti-talebani che erano ormai alle costole di Osama bin Laden decisero di tornare a casa al tramonto per spezzare il digiuno.

La globalizzazione ha cambiato il Ramadan

Per i circa 45 milioni di musulmani che vivono nei paesi occidentali, la stretta osservanza dei precetti religiosi è ormai diventata una questione soprattutto personale. Il lavoro non rallenta in Occidente durante il Ramadan, e quelli che decidono di digiunare devono comunque lavorare a fianco di persone che continuano a mangiare e a bere come se niente fosse. In rete si trovano diverse guide che dispensano consigli su come affrontare la sensazione di solitudine e isolamento, e in alcuni casi sono state previste delle eccezioni per le persone che non vivono in un paese musulmano. Per esempio, le persone che vivono in quei paesi in cui per motivi geografici il sole non tramonta mai durante il mese del Ramadan possono iniziare e finire il digiuno seguendo i ritmi della Mecca, o di qualunque altra città vicina che abbia una successione di alba e tramonto più regolare.

Il Ramadan è il migliore amico dei tiranni

I dittatori di alcuni paesi musulmani fondamentalisti hanno usato spesso il Ramadan per rafforzare la legittimità del loro regime. Turkmenbashi, l’ultimo dittatore neo-stalinista del Turkmenistan, decise di graziare 8.415 prigionieri durante il Ramadan nel 2005; un esempio che più tardi è stato cinicamente seguito anche a Damasco e Algeri. Anche Saddam Hussein – che cercò di vendersi come un fervente musulmano durante gli ultimi anni del suo regime – durante la guerra contro l’Iran offrì per due volte una richiesta di cessate il fuoco nel mese del Ramadan. E nel 2008 – quando l’allora segretario di stato americano Condoleeza Rice andò in visita in Libia – Gheddafi si rifiutò di stringerle la mano prendendo a scusa l’obbligo di non sfiorare una donna durante il periodo di digiuno pur essendo come al solito circondato da uno stuolo di amazzoni, la sua guardia privata tutta al femminile.

C’è Ramadan e…

Traggo dal sito www.sufi.it qualche notizia sul Ramadan iniziato il 1° agosto

Il mese di Ramadan è il nono del calendario islamico, reso doppiamente sacro dall’Islàm per il fatto che è: “Il mese in cui fu rivelato il Corano come guida per gli uomini e prova chiara di retta direzione e salvezza” (Sura II, v. 185).

Il digiuno, durante il sacro mese di Ramadan, è atto basilare di culto, obbligatorio per tutti i musulmani tranne che per alcune categorie di persone. Per legge sono esenti dal digiuno i minorenni, i vecchi, i malati di mente, i malati cronici, i viaggiatori, le donne in stato di gravidanza o che allattano, le persone in età avanzata, nel caso che il digiuno possa comportare un rischio per loro. E’ proibito alle donne musulmane mestruate e in puerperio. La legge ammette e raccomanda anche il digiuno volontario, in determinati giorni dell’anno. Il Corano stabilisce l’obbligo del digiuno: ” O voi che credete! Vi è prescritto il digiuno, come fu prescritto a coloro che furono prima di voi, nella speranza che voi possiate divenire timorati di Dio.”  (sura II, v.183)palestina3.jpg

Si tratta di un mese di purificazione, ricco di grazie, e durante il quale, in una delle sue ultime notti dispari, detta Lailatu l-Qadr (notte del destino), le porte del cielo sono più dischiuse. L’Inviato di Dio disse: «Quando arriva il Ramadan vengono aperte le porte del Paradiso, e chiuse quelle del Fuoco, e i demoni vengono legati». Il digiuno dura dalle prime luci dell’alba fino al tramonto; in genere va fatto precedere da un pasto leggero poco prima dell’aurora, detto suhur, per poter affrontare la giornata. Consiste non soltanto nell’astensione da ogni cibo e bevanda, ma anche da qualsiasi contatto sessuale e da ogni cattivo pensiero o azione, durante l’intera giornata fino al tramonto. Non bisogna litigare, né mentire né calunniare. Nella prova del digiuno è più importante il significato spirituale di quello materiale per il fatto che l’uomo obbedisce a un ordine divino. Egli impara a tenere sotto controllo i suoi desideri fisici e supera la sua natura umana.

In considerazione del fatto che i mesi lunari sono alternativamente di 29 e 30 giorni, l’anno lunare in tutto è di 354 giorni e indietro di undici giorni rispetto a quello solare. La legge stabilisce che per dichiarare iniziato il mese del Ramadan non basta il solo calcolo, ma dovrebbero esserci testimoni oculari e affidabili che dichiarino avanti a un qàdi di aver visto la luna. Il digiuno, come la salàt, non è valido se non è preceduto dalla niyyah (intenzione). Dopo la pronuncia della niyyah, si incomincia a digiunare quando incomincia ad albeggiare (aurora).  Il tramonto del sole pone fine al digiuno e l’astinenza viene interrotta mangiando dei datteri o bevendo dell’acqua, come vuole la Sunnah del Profeta. L’interruzione iftar, per tradizione viene preceduta da una breve preghiera. Dopo la preghiera rituale della sera si usa fare una speciale preghiera notturna piuttosto lunga detta Tarawih: secondo la Sunnah del profeta, questa preghiera va da un minimo di 8 rak’at ad un massimo di 20.

Il Ramadan è un mese di carità, durante il quale il credente deve dividere i suoi beni con coloro che ne hanno bisogno. La rottura involontaria del digiuno non comporta nessuna sanzione, purché si riprenda subito dopo aver preso coscienza di tale rottura. In caso di interruzione consapevole, bisogna rimediare con l’offerta di un pasto a un certo numero di musulmani bisognosi, oppure dare l’equivalente in denaro; diversamente bisogna digiunare per sessanta giorni. Con il sorgere della luna nuova del mese di Shawwal ha termine il mese di Ramadan e con esso finisce l’astinenza ed inizia ‘Id al-Fitr, la festa della rottura.

Verso nuovi Islam

Metto a disposizione 4 articoli in uno sulle nuove prospettive per l’Islam. I pezzi sono tratti da Nigrizia di aprile

ISLAM 2011 NUOVE TRAIETTORIE.pdf

E l’Algeria?

Concludo il “trittico africano” con questo articolo su un paese di cui si è poco parlato e che è uno dei più ricchi di tutto il continente.

Algeria, una rivolta in stand by

di Luciano Ardesi

Gli algerini hanno già vissuto la rivoluzione nel 1988. Oggi non cercano la spallata, ma un cambiamento vero, con gli strumenti di una transizione democratica e pacifica, poiché sul terreno della violenza sanno che sarebbero perdenti. Ma se le promesse del governo – dagli alloggi ai prestiti, ai posti di lavoro – tardassero a venire, la collera potrebbe riesplodere.f_a7d1bf33a7d4db4cb56cd8b74cafb3c9.jpg

Non ci sarà in Algeria una rivoluzione come quella conosciuta dalla Tunisia e dall’Egitto. È la conclusione su cui concordano molti protagonisti di questi agitati primi mesi dell’anno. Gli algerini, naturalmente, hanno seguito con attenzione, e sostenuto, i loro cugini di Tunisi e del Cairo. Ritengono, tuttavia, che loro la rivoluzione l’hanno già fatta nel 1988. L'”Ottobre nero” – frutto di una rivolta popolare repressa nel sangue dai militari – ha già portato i risultati che i vicini assaporano in parte solo ora: fine del partito unico, passo indietro dell’esercito (al potere dall’indipendenza), nuova costituzione, libertà per la carta stampata (radio e tv rimangono monopolio dello stato). Sanno anche com’è andata: sull’onda della rivoluzione, le prime elezioni libere (dicembre 1991) hanno portato al successo il partito fondamentalista, il Fronte islamico di salvezza (Fis), e alla possibilità di instaurare la repubblica islamica, iscritta nel suo programma elettorale. Per questo, il secondo turno delle elezioni fu sospeso (gennaio 1992) con l’intervento incruento dell’esercito, sostenuto da una parte della società civile. Seguì una stagione di sangue (decine di migliaia di morti), causata dalla follia omicida di una frangia terrorista del fondamentalismo islamico, ma anche dai militari che non lesinarono sui mezzi per stroncarla. Sul piano militare, il terrorismo è stato sconfitto, benché continui con attività sporadiche e con il tentativo di riorganizzarsi su base regionale con al-Qaida nel Maghreb islamico. Sul piano politico, la riconciliazione nazionale (la legge sulla “concordia civile” del 1999) e le amnistie (e amnesie) che ne sono seguite non sono riuscite a pacificare gli animi. Sotto l’ombrello dello stato d’emergenza (febbraio 1992), il potere ha mantenuto un sistema autoritario con una drastica limitazione delle libertà pubbliche. Se di qualcosa gli algerini hanno paura, non è certo della repressione o delle bastonate, ma di un nuovo 1992. E non vogliono rivivere la delusione della “primavera cabila”, che nel 2001 parve aprire, attraverso il successivo riconoscimento della diversità culturale e linguistica dei berberi, alla pluralità politica. Non cercano la spallata, ma un cambiamento vero, con tutti gli strumenti di una transizione democratica e pacifica, poiché sul terreno della violenza sanno che sarebbero perdenti.

La divisione del movimento

All’ordine del giorno non c’è la partenza del presidente Boutéflika, al potere dal 1999 (il mandato scade nel 2014), ma “il sistema”. Ed è su questo punto che il movimento si divide. Il “sistema”, intanto, non ha aspettato la contestazione. Dall’inizio dell’anno si sono moltiplicate le proteste, le mobilitazioni e le immolazioni, sull’esempio di Mohamed Bouazizi, il giovane che si è dato fuoco in Tunisia, innescando la rivolta. Ma il movimento popolare, praticamente, non ha soluzioni di continuità: da oltre un anno si susseguono quotidianamente scioperi e azioni di protesta in tutte le località dell’Algeria. A differenza di Ben Ali, di Mubarak o dello stesso Gheddafi, il presidente Boutéflika ha subito preso misure di contenimento dei prezzi, di promozione di nuovi alloggi, di prestiti senza interessi per facilitare l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. L’Algeria se lo può permettere, grazie all’enorme rendita petrolifera. Il fatto nuovo è che il potere ha accettato di distribuirla. Ciò spiega, in parte, perché la protesta non si sia generalizzata e continui a restare diffusa, sì, ma isolata. Nel tentativo di dare peso e visibilità a questa conflittualità, a fine gennaio si è costituito il Coordinamento nazionale per il cambiamento democratico (Cncd). All’inizio, ha raggruppato partiti di opposizione, sindacati indipendenti, organizzazioni della società civile. Poi sono prevalsi calcoli politici, vecchie rivalità e un certo modo di concepire il cambiamento, e il Cncd si è diviso. Una parte chiede al “sistema” un cambiamento al suo interno, con elezioni anticipate, precedute dalla liberalizzazione dei partiti ancora in attesa di autorizzazione, una nuova costituzione, l’apertura dei mass media agli oppositori. Il via a questa ipotesi è stato dato a metà febbraio da Abdelhamid Mehri, già esponente di spicco del Fronte di liberazione nazionale (Fln), con una lettera aperta al presidente, nella quale suggerisce la rifondazione dell’attuale assetto di potere. La parte più radicale, invece, vuole la fine pura e semplice del “sistema”, fondato sulla corruzione e sulla distribuzione delle responsabilità in base all’appartenenza clanica, non alle competenze. Tutti sono consapevoli, peraltro, che una transizione, comunque avvenga, non potrà prodursi senza il consenso dei militari.

La reazione morbida del potere

C’è un’ala del Cncd che ha deciso di continuare, dopo la prima manifestazione del 12 febbraio, l’appuntamento settimanale con “la protesta del sabato”. Il potere reagisce con accortezza. Fa in modo che la grande Piazza 1° Maggio, al centro della capitale, sia presidiata dalla polizia in gran numero, impedendo così ai manifestanti di entrare, e organizzando contromanifestazioni a favore del regime. Anche dopo la fine dello stato di emergenza (24 febbraio), le manifestazioni rimangono proibite, secondo il ministero degli interni nella sola capitale. Di fatto, anche quella di Orano del 5 marzo non si è potuta svolgere. In quella del sabato successivo, il potere ha rinunciato a mettere in campo le contromanifestazioni, anche per non cadere nel ridicolo. Al termine delle manifestazioni, gli “oppositori agli oppositori” non hanno nascosto di essere stati pagati dal regime e di condividere le idee dei contestatori. Le proteste non sono finite. Anzi. La gente ha capito che è il momento di far sentire la propria voce. Scioperi e agitazioni di tutti i settori sociali hanno portato a una situazione paradossale. Non passa giorno che il governo non decida di aumentare le retribuzioni di questa o quella categoria, pur di mantenere divisa la protesta. Praticamente, tutti hanno vinto. Il 10 marzo era la data fissata dal governo per lo scioglimento del corpo di 95.000 guardie comunali, gli ausiliari utilizzati negli anni ’90 per monitorare il territorio nel contrasto al terrorismo. Il 6 marzo, una grande manifestazione non autorizzata si è svolta davanti al parlamento, lungo il viale che fronteggia il porto. È stata la prima manifestazione riuscita, dopo quelle dei berberi nel 2001 (è da allora che il potere non permette più manifestazioni nella capitale). Il giorno dopo, il primo ministro ha annunciato l’accoglimento di gran parte delle rivendicazioni, a partire da quelle economiche. Non è il solo caso in cui il governo contraddice sé stesso. Sotto la spinta delle proteste e dei timori del contagio, le autorità hanno rinunciato a regolamentare il commercio informale, che da sempre è una sorta di valvola di sfogo per chi non trova lavoro, e a imporre ai commercianti regolari l’obbligo delle transazioni con assegni al di sopra di un certo valore. Chiunque eserciti un’attività in nero, dai venditori ambulanti ai tassisti clandestini, oggi sente di poter contare sulla benevolenza del potere, che si guarda bene dal fornire il pretesto per fomentare il malcontento.

Tutto come prima 

Intanto, la fine dello stato di emergenza non ha portato a sostanziali novità. I posti di blocco continuano come prima. Le misure per la limitazione delle libertà di coloro che sono sospettati di terrorismo sono mantenute sotto nuove vesti. La tv di stato non si è ancora aperta al pluralismo. Tutti vivono nell’attesa, ma senza aspettarsi granché. Il Cncd conferma le manifestazioni settimanali e fissa i suoi appuntamenti. Le diverse categorie sociali si danno il cambio sul palcoscenico delle rivendicazioni e della protesta. Fino a quando potrà continuare questa situazione paradossale? Tutti si attendono un deciso segnale di cambiamento, vistoso sebbene controllato. Il presidente americano Barack Obama avrebbe espresso il desiderio di una transizione pacifica, poiché ritiene Algeri il pilastro della lotta al terrorismo nella regione, tanto che i contatti e i viaggi degli emissari dell’antiterrorismo Usa si sono intensificati in queste settimane. C’è chi scommette che una decisione verrà assunta prima dell’estate; i più pessimisti, entro l’anno. Nessuno sa con certezza quando e quale decisione sarà presa per prima. Gli analisti più attenti si chiedono, tuttavia, se le misure finora adottate basteranno per dare una risposta ai bisogni dei giovani e della gente. Senza un cambiamento vero del suo funzionamento, il sistema rischia di imbrigliare le promesse con i consueti meccanismi della burocrazia e della corruzione. Quando gli alloggi, i prestiti, i posti di lavoro promessi tarderanno a venire, o avverranno in misura inferiore alle attese, la collera potrebbe riesplodere, questa volta in forme incontrollate. Sarà una corsa contro il tempo, fatta anche di astuzie, di furbizie e di convenienze da parte di una classe politica – di governo come di opposizione – che sembra aver perso il contatto con la realtà e con la gente.

Tante sono le lotte per la libertà

Quello che segue è un altro articolo di Nigrizia; si racconta il regime di Gheddafi dal punto di vista di chi l’ha subito.

Libia: dentro la rivolta

di Dauki Leyla

Una panoramica sui misfatti del regime di Gheddafi per comprendere le radici storiche della volontà di cambiamento.

La mia storia e quella della mia famiglia sono simili a quella di tantissimi altri libici. I racconti tramandati da una generazione all’altra offrono uno spaccato di un secolo di storia della Libia a partire dal 1911. Il silenzio e la disinformazione sul nostro paese sono sempre stati per noi incomprensibili e dolorosi. Molti, troppi gli italiani che non sanno quasi nulla di quella che pure fu colonia italiana dal 1911 al 1951. Il colonialismo italiano, sin dall’inizio, impegnò mezzi e metodi durissimi contro le inermi popolazioni locali. Nel villaggio di origine della mia famiglia, non lontano da Tripoli, gli anziani tramandano ancora le gesta eroiche di chi morì per fermare l’invasione. Il mio bisnonno fu impiccato dagli italiani durante la campagna del 1911. Con l’avvento del fascismo, i metodi divennero ancora più cruenti: si crearono campi di concentramento e, nella fase finale, si utilizzarono gas letali per piegare la resistenza della Sanussiyya, la confraternita islamica presente in Cirenaica. Pochissimi gli storici che, dal 1945 a oggi, hanno studiato quegli eventi in modo approfondito e con un approccio diverso da quello coloniale: un grave limite per la conoscenza generale dei fatti, molti dei quali ancora poco noti. Anche la storiografia italiana non ha affrontato in maniera critica il passato coloniale, sia per ostacoli di natura politica sia per remore psicologiche: è sempre fastidioso fare i conti con un passato scomodo. Non solo. Il mito degli “italiani brava gente” ha lasciato impuniti i responsabili dei crimini della “missione civilizzatrice italiana” e ha contribuito a rimuovere dalla coscienza nazionale italiana le migliaia di vittime del suo colonialismo. Recuperare questa memoria aiuterebbe a comprendere la Libia di oggi.

Nessun dissensoNasser_Gaddafi_1969.jpg

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, la legittimità del ruolo della Sanussiyya contro il colonialismo italiano fu riconosciuta dalle potenze europee vincitrici con la creazione di una monarchia e con la messa sul trono, nel 1951, di re Mohamed Idris Al-Sanussi. Ma l’invenzione di una corona, in un territorio dove non esisteva un’identità nazionale, era fragile sul nascere e destinata a non avere legittimazione. La scoperta di importanti giacimenti petroliferi (fine anni ’50) sconvolse gli equilibri politici, sociali, economici, e diede inizio a un periodo di destabilizzazione e contestazione. Furono gli anni del panarabismo, delle rivoluzioni, dell’unità della causa araba nel conflitto arabo-israeliano, della lotta contro l’imperialismo, la corruzione dilagante e la svendita delle risorse nazionali alle compagnie petrolifere straniere. I giovani scesero in piazza a Tripoli e a Bengasi, spinti dal vento del cambiamento. Tra questi c’erano mio padre e i suoi amici. Conservo foto di folle di manifestanti, di giganteschi ritratti di Gamal Abd El-Nasser, di volti sorridenti e carichi di speranza per un futuro migliore e di desiderio di partecipazione politica. Per tutti il punto di riferimento era l’Egitto di Nasser. E fu proprio quel modello a dettare la natura del colpo di stato del 1° settembre 1969, orchestrato dai cosiddetti “liberi ufficiali”: senza trovare nessuna resistenza e in un clima di generale entusiasmo e appoggio popolare, Gheddafi and Co. presero il potere. Purtroppo, la fiducia e l’entusiasmo iniziali hanno presto lasciato il posto alla disillusione e alla paura. Il socialismo arabo, lungi dal diventare equa distribuzione delle risorse, si è trasformato in controllo capillare di ogni aspetto della vita. È arrivata la censura, si sono bruciati i libri, e si è riscritta la storia libica, negando il ruolo della resistenza della Sanussiyya. L’addestramento militare è diventato parte integrante dell’educazione pubblica. È iniziata una feroce repressione di ogni forma di dissenso, eliminando migliaia di persone, a partire dai più stretti collaboratori (i primi a sparire furono gli stessi “liberi ufficiali”), fino a studenti, medici, giornalisti, avvocati, diplomatici, monarchici, comunisti, religiosi…. La loro colpa? Il dissenso.

Impiccagioni

La repressione è stata sempre abilmente offuscata e taciuta. Nel 1996 nella prigione di Abu Selim furono barbaramente uccisi 1.300 prigionieri politici, colpevoli di aver chiesto migliori condizioni di vita nel carcere. E per anni, madri, mogli e sorelle non hanno potuto piangere i loro morti, che ufficialmente erano soltanto «scomparsi». Anche allora, per il regime i dissidenti erano semplicemente «ratti da sterminare» o «cani randagi da abbattere». Sono stati gli anni bui delle scomparse, dei rapimenti per mano dei servizi segreti in alcuni paesi europei conniventi, tra i quali l’Italia. Per me, nipote di un impiccato e figlia di un dissidente, sono stati anni di incubi notturni. Le immagini televisive dei processi sommari nello stadio di Tripoli, gestiti dai comitati rivoluzionari (elemento fondativo del “governo delle masse”) e delle impiccagioni dei “colpevoli” (tra cui molti amici di mio padre) tornavano a visitarmi la notte. Nel sogno, risentivo la folla che gridava: «A morte i traditori! Noi amiamo soltanto la nostra Guida». Ogni volta che qualcuno suonava alla porta, temevamo che fossero i servizi segreti venuti per portarci via o eliminarci. Vivevamo nascosti, impauriti e indifesi in Italia, Germania, Libia, Gran Bretagna. Nessun luogo era più sicuro per noi. In casa o nella moschea, le pareti ascoltavano.

Islamismo? No

Durante i 42 anni “gheddafiani”, anche se il mondo occidentale non ne era informato, non sono mancati disordini e tentativi di rovesciare il regime. Tutti repressi nel sangue. Anche nella zona del Gebel Akhdar, la vecchia roccaforte della confraternita senussita, e nella Cirenaica. In occasione di quegli eventi, alcune fonti giornalistiche hanno parlato di fondamentalisti islamici. Analisti hanno scritto di quel pericolo come di un tempo di “deriva islamica”. Anche nelle settimane scorse, alcuni reporter hanno sottolineato la forte presenza tra i ribelli della Cirenaica di “personaggi barbuti”, come a dire: c’è il pericolo di una islamizzazione del paese. Dimenticando di far notare che la barba per gli uomini e il velo per lo donne possono anche rappresentare forme di dissenso, specie se sono proibite o non tollerate, come in Libia. La verità è che nelle piazze e per le vie della Libia è scesa la società civile in tutte le sue differenti componenti, trovando nella lotta contro il tiranno un motivo di coesione e di unità. Concludo con alcuni versi di Abu Al-Qasim Ash-Shabi, poeta tunisino morto nel 1934 a soli 25 anni. Hanno per titolo “La voglia di vivere”. Sono stati scanditi in molte piazze arabe negli ultimi mesi.

«Se un giorno un popolo sceglierà di vivere,

il destino dovrà rispondergli in modo favorevole.

La notte sarà destinata a finire.

Di certo le catene si spezzeranno.

E chi non avrà abbracciato l’amore per la vita,

evaporerà nell’aria e sparirà».

Che succederà?

E’ da un po’ che non scrivo post. Riparto da un articolo che ho letto su Nigrizia di aprile e che ho ripreso in mano stamattina. E’ un editoriale sul futuro a breve termine dell’Egitto. Cosa succederà nei prossimi mesi? Val la pena seguire in estate l’evoluzione degli eventi… L’articolo è di Mostafa El Ayoubi

Si è concluso un inverno politicamente burrascoso per il mondo arabo, che ha spazzato via due dittatori e ridotto a uno stato di estrema fragilità altri leader, che però continuano ad aggrapparsi alle loro poltrone con l’uso dell’unico linguaggio che conoscono per comunicare con i “loro” popoli: la violenza. La situazione attuale nel Bahrein e nello Yemen è drammatica. Quella in Libia è infernale. Tutto ciò fa supporre che la primavera tanto attesa dai popoli arabi non sarà quella appena iniziata. In questi paesi, dove la gente continua a scendere in piazza a gridare «a-shaab yurid jsqat a-nidam» (“il popolo vuole far cadere il regime”), non è possibile prevedere quello che accadrà. Ma nemmeno per i tunisini e gli egiziani, che si sono liberati di Ben Ali e Mubarak, si può affermare con certezza che questa primavera sarà la loro vera prima stagione di democrazia e di libertà. L’avvenire politico, sociale, economico e culturale del mondo arabo dipenderà in gran parte da quello che avverrà nei prossimi mesi in Tunisia e, soprattutto, in Egitto. La tanto temuta controrivoluzione in questi paesi non c’è stata, o perlomeno in questa fase. In Egitto, il tentativo degli uomini di Mubarak di “confiscare”la rivoluzione è stato scongiurato, perché gli egiziani sono rimasti vigili nella Piazza Tahrir, finché i militari hanno accettato di affidare il compito di capo di governo transitorio a Issam Charaf che aveva sostenuto la rivoluzione. Tuttavia, il compito di quest’ultimo è limitato a un’amministrazione degli affari correnti. In effetti, sono i militari i veri padroni sul campo. Sono stati loro a fissare la data per il referendum (19 marzo), ma per emendare la costituzione, non per formularne una ex-novo, come chiedeva il popolo. Il referendum è passato con il 77,2% per il sì, ma dei 45 milioni di aventi diritto, solo 18,5 milioni hanno votato. E saranno sempre i militari a stabilire le date delle prossime elezioni amministrative e presidenziali, probabilmente tra l’estate e l’autunno prossimi. Una scadenza, questa, che non darà il tempo necessario ai partiti di organizzarsi, favorendo così quelli che erano già operativi sotto la protezione dell’ex regime, tra cui il Partito nazionale democratico (Pnd). Gli egiziani temono che il Pnd, il partito di regime, dopo essere uscito per la porta, rientri dalla finestra, e che sia la riforma costituzionale sia le lezioni facciano parte di un’operazione di lifting per consentire al vecchio apparato del regime di ritornare al potere.

In questo quadro politico poco chiaro, i partiti progressisti, liberali e laici faranno fatica a trovare spazio. È molto probabile che la partita si giocherà tra il vecchio (ma riciclato) Pnd e gli islamisti del movimento dei Fratelli Musulmani (due formazioni che non hanno mai fatto della democrazia il principio centrale del proprio agire politico). Se ciò dovesse accadere, il regime politico che nascerà sarà tutt’altro che democratico. Ma ciò che preoccupa molti oggi sono sopratutto gli islamisti. Se dovessero vincere le elezioni, istituiranno uno stato teocratico basato sulla shari’a? Allo stato attuale delle cose, nemmeno loro si pongono tale domanda. Primo, perché la rivoluzione del 25 gennaio non è stata né organizzata né capeggiata dagli islamisti, ma da giovani di diversa estrazione sociale, culturale e politica; le rivendicazioni non erano religiose, ma sociali e politiche; lo stato islamico non era all’ordine del giorno. Secondo, l’approccio alla rivolta da parte degli islamisti non è stato uniforme. I Fratelli Musulmani hanno aderito solo dopo qualche esitazione, mentre il variegato movimento salafista – la cui ideologia prevalente si basa su una teologia di sottomissione che consiste nell’obbedire a un regime, anche se totalitario, purché garantisca l’ordine – si è chiaramente opposto alle contestazioni. La posizione salafista è, in gran parte, conforme alla dottrina wahabita dell’Arabia Saudita. In effetti, il muftì di questo paese aveva bollato le proteste come «macchinazione dell’Occidente».Tra i predicatori salafisti c’è persino chi ha definito la rivolta «un complotto sionista». Sul piano ideologico, vi è una netta contrapposizione tra i salafisti e i Fratelli Musulmani. Questi ultimi, nel corso della loro evoluzione dottrinale, avevano adottato concetti estranei al pensiero islamico classico, come la costituzione e il suffragio universale. Questa evoluzione è considerata dai salafisti «un tradimento e un cedimento alla modernità occidentale». La frattura all’interno della galassia islamista rende impraticabile l’ipotesi della creazione di uno stato islamico basato sulla shari’a in un paese finora controllato dall’esercito militare, ma che vede avanzare un altro esercito civile, quello dei giovani, che ha fatto la rivoluzione, non con i carri armati, ma attraverso una straordinaria rete di comunicazione globale. E se i Fratelli Musulmani – il cui peso socio-politico è tutt’altro che marginale – intendono contribuire alla rinascita dell’Egitto assieme ad altre forze politiche, dovranno adeguarsi alle regole del gioco democratico e trasformarsi in “islamisti democratici”, com’è avvenuto per i partiti politici di ispirazione cristiana in Europa. 

Su Gheddafi e tutto il resto…

E’ uscito il nuovo numero di Limes tutto dedicato alla questione dei paesi in rivolta. Il titolo è tristemente attuale, benché non abbia alcun riferimento al Giappone: “Il grande tsunami”. Dal sito ho tratto questi articoli decisamente interessanti

23. La trappola dell’intervento.pdf

24. Le sabbie mobili dell’Arabia Saudita.pdf

25. Il ghibli soffia anche su Zagabria.pdf

26. Non ci sono pompieri per l’incendio mediorientale.pdf

27. La controrivoluzione d’Egitto.pdf

28. Le opzioni dell’America in Libia.pdf

29. Il giorno della rabbia in Arabia Saudita.pdf

Ribollente

Ecco un’ulteriore infornata di articoli presi da Limes, Il Sole 24 ore e Nigrizia

17. Medio Oriente tra tecnologia e capitalismo.pdf

18. Internazionalizzazione della questione libica.pdf

19. Gheddafi contrattacca.pdf

20. I ribelli chiedono aiuto.pdf

21. Il ruolo della Cina.pdf

22. Costa d’Avorio nel caos.pdf

Che ne è stato?

Nel post Cose mediterranee e non solo e in classe ci siamo chiesti cosa ne sia stato degli scontri tra cristiani e musulmani in Egitto antecedenti alla caduta di Mubarak. Oggi ho letto questo interessante articolo su Nigrizia di febbraio

CHI DIVIDE CRISTIANI E MUSULMANI

di Moustafa El Ayoubi

In Medio Oriente la strumentalizzazione politica dell’islam e l’ingerenza dell’Occidente sono i due fattori determinanti.attentato.jpg

Gli episodi di violenza contro i cristiani in Egitto e Iraq, avvenuti negli ultimi mesi del 2010, hanno riacceso i riflettori sull’annosa questione della discriminazione delle minoranze religiose nei paesi arabi. I cristiani dell’Iraq, dell’Egitto e di altri paesi mediorientali non sono minoranze etniche o culturali. Essi, in effetti, parlano la stessa lingua e hanno in comune con altri arabi molti usi e costumi. Ciò che differenzia gli arabi del Medio Oriente – culla del cristianesimo prima ancora dell’islam – è la religione. I cristiani d’Oriente hanno contribuito in maniera importante alla lotta politica durante il 19° secolo, alla resistenza contro il colonialismo e alla realizzazione del panarabismo. Lo storico partito politico arabo Ba’ath fu fondato nel 1947 da due siriani: Salah ai-din al-Bitar, musulamo, e Michel Aflaq, cristiano. Perché, allora, la convivenza secolare tra arabi cristiani e musulmani è in crisi da ormai molte decine di anni? È colpa dell’islam “intollerante nei confronti delle altre religioni”? La posizione del Corano riguardo al rispetto delle altre fedi è chiara. «Dite: Crediamo in Allah e in quello che è stato fatto scendere su di noi e in quello che è stato fatto scendere su Abramo, Ismaele, Isacco, Giacobbe e sulle Tribù, e in quello che è stato dato a Mosè e a Gesù» (2,136).

II problema di fondo è la strumentalizzazione politica dell’Islam. Negli ultimi 60 anni, i guai seri dei cristiani nel Medio Oriente sono nati con l’affermazione dell’islam politico, predicato dai movimenti radicali che si sono diffusi dopo il fallimento del panarabismo e come conseguenza del consolidamento dei regimi totalitari nella regione. Il caso dell’Egitto è significativo. Il movimento dei Fratelli Musulmani ha condannato il feroce attentato contro la chiesa copta ad Alessandria del 31 dicembre scorso. Tuttavia, la sua lotta politica è incentrata sull’edificazione di uno stato basato esclusivamente sulla shari’a. E ciò costituirebbe una discriminazione nei confronti dei cristiani egiziani. Anche il governo egiziano ha condannato la strage. Ma è nota la strumentalizzazione politica della minoranza cristiana da parte del regime. Sull’attentato sono rimasti molti dubbi.

La pista degli estremisti islamici rimane aperta. Ma vi è un forte dubbio circa la responsabilità del governo. Perché non sono state rafforzate le misure di sicurezza attorno alle chiese, dopo l’attentato mortale contro i cristiani nell’ottobre scorso in Iraq? È possibile che il regime abbia volutamente ignorato il pericolo? Rimane il sospetto che il presidente Mubarak si serva di questi tragici eventi per mantenere una politica securitaria, indispensabile alla sua dittatura. Il regime egiziano ha favorito un’islamizzazione simbolica di facciata per contrastare i Fratelli Musulmani, cercando così di dotarsi di una legittimità religiosa. Questa strumentalizzazione della religione ha, di fatto, marginalizzato i copti. La loro comunità affronta oggi insormontabili ostacoli burocratici per la costruzione dei propri luoghi di culto. Inoltre, i cristiani hanno meno possibilità di accedere ad alcuni incarichi nell’amministrazione pubblica e sono poco rappresentati nelle istituzioni del paese. C’è da notare che la gerarchia copta mantiene una posizione di neutralità nei confronti del regime. Per conservare privilegi, non interferisce nella politica se non per sostenere simbolicamente il regime. Il patriarca Chenouda III ha pubblicamente dichiarato, di recente, di essere a favore della candidatura del figlio di Mubarak alle prossime elezioni presidenziali. Un altro fattore determinante nel rendere sempre più complicata la situazione dei cristiani arabi è l’ingerenza – che dura da circa due secoli – di alcuni governi occidentali negli affari del Medio Oriente. La creazione di un sistema politico confessionale in Libano fu imposto dalla Francia, con l’intento di favorire gli interessi dei cristiani maroniti. In Iraq gli Usa hanno imposto uno stato “etnico-confessionale” condiviso tra sciiti, sunniti e curdi. L’ingerenza dell’Occidente “cristiano” in questa regione a maggioranza islamica ha portato alla sedimentazione nella memoria della popolazione musulmana di un’immagine negativa dei cristiani, visti come la quinta colonna delle potenze occidentali. Purtroppo l’atteggiamento odierno di alcuni governi europei rafforza questo grave pregiudizio. Qual è il sentimento che gli iracheni, alle prese con lutti e funerali causati da una devastante guerra americana, provano quando vedono l’Occidente scegliere le vittime della violenza da accogliere e da curare in base alla loro appartenenza religiosa? E che conseguenza ha ciò sulla convivenza tra due iracheni vicini di casa: uno musulmano e l’altro cristiano? A pagare il prezzo più alto di questa ingerenza sono i cristiani e i musulmani, figli della stessa terra.

Mediterranée

Posto un’altra serie di articoli. Consiglio il sito di Limes e di Linkiesta. Buona lettura

9. L’equilibrio dei bisogni.pdf

10. L’Occidente e le crisi petrolifere.pdf

11. Il potere dei Gheddafi.pdf

12. La Libia nel caos.pdf

13. La Libia e noi, storia delle crisi petrolifere.pdf

14. Libia, la rivolta delle tribù.pdf

15. Libia, dalla tribù alla coscienza nazionale.pdf

16. Questa rabbia laica contagerà la Palestina.pdf

Cose mediterranee… e non solo

In questi giorni sto cercando di seguire il più possibile la situazione che si sta sviluppando nella parte di Africa che si affaccia sul Mediterraneo. Negli ultimi anni non ricordo di aver visto manifestazioni popolari senza che venissero bruciate bandiere “occidentali” o simboli del mondo capitalista o senza che venissero invocati costantemente Allah e l’Islam. In Egitto, prima della caduta di Mubarak, le cronache erano concentrate sugli scontri tramusulmani e cristiani: cos’è sucesso? Si sono improvvisamente riappacificati? Tali scontri erano, in qualche maniera, pilotati, provocati? Sono tante le domande che mi passano per la mente e per trovare risposte possibili conosco una sola strada: conoscere, conoscere, conoscere. Posto qui sotto alcuni articoli tratti da Nigrizia, Limes, Corriere della Sera che abbiamo letto e commentato in classe o lo faremo a breve. Attenzione alle date perché non tutti sono recenti, ma certamente utili…

1. Maghreb, saldi di regime.pdf

2. Il crollo del Muro della paura.pdf

3. La fine del colonialismo inizia adesso.pdf

4. Le rivolte viste dall’Europa.pdf

5. Libia,il colonnello nel labirinto.pdf

6. Medioriente tra laicismo e fondamentalismo.pdf

7. Yemen.pdf

8. Fallaci e Gheddafi.pdf

Modernità, fondamentalismo o III via?

Posto ancora un articolo decisamente interessante sulla questione egiziana, visto che le proteste si stanno espandendo. E’ un pezzo di Enrico Beltramini, tratto da Limes

Benché i commentatori si distinguano tra quelli che dicono di capire tutto e quelli che dicono di non capire niente di quello che sta succedendo in Africa settentrionale, c’è un punto sul quale credo siamo tutti d’accordo. E cioè che tutte le interpretazioni possibili su quanto sta infiammando il mondo islamico possono essere riassunte in due grandi categorie: è una reazione alla modernità; è l’ingresso nella modernità. La prima interpretazione ha svolto un ruolo preminente negli ultimi dieci anni. La seconda è probabilmente quella che ne prenderà il posto.

Per anni abbiamo pensato che l’Islam fondamentalista fosse una reazione alla modernità. Liberate dal giogo colonialista, le nazioni mussulmane ritrovavano il loro baricentro in un mondo pre-moderno; meglio, non-moderno, visto che quelle nazioni non avevano vissuto la modernità. E, a quanto pare, non avevano alcuna intenzione di farne parte. La religiosità quindi diventava il collante di un sentimento più complesso e profondo, che aveva nella tradizione militante anti-occidentale la sua origine. Questa interpretazione prende il via con la rivolta iraniana del 1979 e tutto quello che ne seguì. I paesi islamici furono divisi tra non-democratici e secolari da una parte (cioè gli amici dell’Occidente) e non democratici e fondamentalisti dall’altra (i nemici). Ovviamente, i primi erano i regimi dittatoriali o militari (l’Egitto e l’Iraq erano tra questi). La secolarizzazione diventava il bagnasciuga sul quale fermare l’invasione dell’orda fondamentalista. Sia detto tra parentesi, il punto principale di questa visione era che l’Islam fondamentalista è una reazione. Implicita in questa interpretazione è l’idea che l’Occidente guida, l’Islam segue; anzi, reagisce. L’Occidente fissa le regole del gioco, l’Islam può accettarle o rifiutarle, ma a quanto pare è esclusa l’ipotesi che possa esso stesso fissare le regole di un nuovo gioco.

Questa la situazione fino all’11 settembre 2001. L’attacco alle Torri Gemelle ovviamente rimette in discussione le assunzioni precedenti. Però – anche in questo caso – le opzioni sono soltanto due: al-Qaida è espressione del fondamentalismo religioso; al-Qaida fa parte della modernità. L’amministrazione Bush propende per la prima ipotesi. Al-Qaida è un fenomeno anti-moderno che cerca di riportare indietro le lancette dell’orologio, alla creazione di un nuovo califfato islamico modellato sull’impero arabo del VII secolo. E ne trae le relative conseguenze: il fondamentalismo religioso alza la posta, il cuscinetto offerto dai regimi islamici secolari non offre più protezione, il terrorismo è diventato uno scontro frontale e diretto – senza intermediari – tra Occidente e Islam. Nel caso di Tony Blair la democrazia – cioè la modernità – prendeva il posto della croce nella nuova guerra con l’Islam. Nel caso di Bush jr, la democrazia e la cristianità si fondevano in un’unica missione, la modernizzazione forzata dell’Islam come crociata. L’altra ipotesi, comunque, era altrettanto possibile. E cioè che Osama Bin Laden facesse parte della modernità; che al-Qaida fosse un fenomeno moderno. In questa prospettiva, l’agenzia terroristica di Bin Laden esprime – magari involontariamente – l’ingresso dell’Islam nella modernità; ne è quasi un’avanguardia, così come avanguardie furono certe élite intellettuali e sociali europee che aprirono il secolo dei Lumi, la democrazia alle masse, e così via. Bin Laden è prigioniero di un paradosso: combatte il mondo dal quale non soltanto trae nutrimento economico e culturale, ma la distruzione del quale è la sua unica raison d’etre, senza il quale egli stesso non esisterebbe. In questa prospettiva, ci dobbiamo attendere sorprese dal mondo islamico: movimenti magari incomprensibili all’inizio, ma che progressivamente rivelano una lenta – magari incontrollabile, ma certamente inarrestabile – transizione verso la democrazia. Il fondamentalismo islamico, quindi, sarà superato dal di dentro, da un travolgente desiderio di democrazia, di modernità; sarebbe da aggiungere, di “occidentalità”. La teoria di Francis Fukuyama, la “Fine della Storia” applicata all’Islam. Il fondamentalismo islamico, quindi, è il sintomo e non la causa di un malessere delle società islamiche avviate ad abbracciare la modernità. È evidente che – più o meno – questa è l’interpretazione prevalente in Occidente di quanto sta accadendo in Egitto (e in Tunisia, Algeria, e così via): la fine della storia e l’occidentalizzazione dell’Islam. Attraverso uno strumento occidentale – il digital social network – le masse giovanili arabe chiedono la libertà e la democrazia – valori occidentali. L’Occidente non ha più bisogno di appoggiare impresentabili regimi militari per arginare la marea fondamentalista perché la società islamica sta creando al suo interno un’alternativa secolare e democratica. Insomma, l’Islam sta diventando moderno. L’amministrazione Obama guarda con simpatia e trepidazione a quanto sta avvenendo: simpatia per la direzione presa, trepidazione perché il fenomeno potrebbe essere bloccato da un rigurgito militare o dittatoriale; oppure deragliare nel fondamentalismo. La divisione tra Islam e Occidente ora si rispecchia all’interno della stessa società araba. È superfluo aggiungere che l’Occidente sostiene e appoggia l’anima filo-occidentale della società araba.

Ovviamente, c’è una terza opzione. C’è sempre stata. E cioè che le nazioni islamiche seguano la loro Storia, le loro dinamiche interne sulle quali l’Occidente svolge un’influenza abbastanza marginale e non necessariamente funge da modello. Che la Storia soffi all’interno del mondo islamico in direzioni e con movimenti che sono estranee alla tradizione occidentale. Che quanto sta avvenendo a Il Cairo e nelle altre città mediorientali risponda e fenomeni interni alle società arabe che hanno poco a che spartire con la storia occidentale e che quindi siano permeabili alle categorie interpretative non occidentali. Magari potremmo approfondire questa ipotesi, perché potrebbe un giorno rivelarsi quella giusta.

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Il caso Egitto e l’Islam

Qualche giorno fa, poco prima delle dimissioni di Mubarak, su Asianews è uscito questo articolo molto interessante

In Egitto i giovani stanno cambiando l’Islam, separando religione e politica

Il Cairo (AsiaNews) – Nella Piazza Tahrir non vi sono soltanto rivendicazioni sociali (salari, occupazione, pane, ecc..), ma si sta attuando una mutazione dell’islam. I giovani infatti rifiutano sia la dittatura militare che la repubblica islamica; vogliono uno Stato moderno che garantisca cittadinanza piena a tutti, cristiani o musulmani. Ne è una prova il fatto che dal 25 gennaio, da quando sono iniziate le manifestazioni, la polizia ha cancellato il controllo delle chiese cristiane e non è avvenuto nessun attentato. Proprio per questo, quanto avviene in questi giorni al Cairo può cambiare il mondo arabo e l’intero pianeta. Queste sono alcune delle importanti riflessioni che un’illustre personalità cristiana egiziana ha voluto condividere con AsiaNews. La firma di questo articolo è uno pseudonimo.

Piazza Tahrir trabocca ancora oggi di centinaia di migliaia di giovani e vecchi, uomini e donne, contrariati e scontenti per il discorso di Mubarak di ieri. Ieri sera, il rais, in un messaggio televisivo ha escluso in ogni modo il suo abbandono del potere, come invece continua a chiedere ancora oggi la folla. Mubarak ha solo promesso di cedere alcuni poteri al suo vice Omar Suleiman, ma ha deciso di restare al potere fino alle elezioni presidenziali del prossimo settembre. Quest’oggi, mentre cresce il numero dei dimostranti nella capitale e in altre città dell’Egitto, il Consiglio supremo dell’esercito ha  dichiarato che toglierà lo stato di emergenza “non appena si conclude la situazione attuale”. Alcuni suppongono che vi sia divisione fra Mubarak e l’esercito e che i soldati prima o poi sosterranno in modo esplicito la popolazione. Non si conosce tutto il gioco dietro le quinte: è come essere nella nebbia. Ma una cosa è certa: i giovani continueranno a manifestare, domandando sempre di più. È importante mantenere la pressione sul potere e non lasciarlo tranquillo e soddisfatto di parole generiche e promesse vaghe. Questi giovani non smetteranno le rivendicazioni e le manifestazioni continueranno. Sono stati così ingannati e trattati male dal regime che non vorranno abbandonare la piazza. Se smettono, la società viene ripresa ancora tutta in mano alla dittatura. La speranza è che non si crei violenza. Mi sembra che finora da parte dei giovani e dell’esercito vi sia una specie di “gentlemen agreement” nel non ricorrere alla violenza. La violenza l’hanno usata i criminali, non i giovani.

Fa impressione la comunità internazionale. Si rincorrono voci secondo cui una portaerei americana si è portata nel Golfo persico e un’altra nel Mediterraneo orientale, forse per garantire il traffico a Suez; che Israele consiglia all’Egitto una transizione “calma”; che l’Iran augura al Cairo una repubblica islamica a sua immagine e somiglianza… Di fronte a queste rivolte di popolo, ciascuno cerca il suo interesse. Nessuno di questi poteri stranieri cerca o è attento all’interesse del popolo egiziano. Tutti sono guidati dalla realpolitik e dai propri affari. A breve termine questo dà frutti, ma a lungo termine è una sconfitta. Gli Stati Uniti ad esempio, hanno sempre sostenuto l’integrismo islamico (Arabia saudita, Talebani, ecc…). In tal modo essi si sono garantiti i profitti del petrolio. Ma la diffusione dell’integralismo islamico nel mondo ha messo a rischio tutta la civiltà occidentale. Il fatto più grave è che quanto più gli integralisti alzano la voce, tanto più i moderati si zittiscono. Siamo davanti al rischio di gettare nella spazzatura la cultura e la civiltà mondiale a causa di un gruppo violento e fanatico, che fa tacere i moderati e intimidisce gli occidentali, preoccupati solo di frasi politicamente corrette, di non apparire troppo anti-musulmani, islamofobici. La più parte degli Stati nell’occidente cade in questo tranello. I governi di sinistra non hanno fatto altro che accogliere, dialogare, e in nome dell’umanità, della tolleranza, hanno prosciugato le casse della sicurezza sociale. Siamo ormai davanti a un fallimento sociale e di civiltà. I governi di sinistra sono stati corrotti. Da parte loro, i governi di destra hanno avuto buon gioco: hanno preso il potere dando una risposta più dura, opponendosi al mondo islamico, senza dialogare.

Quanto succede in questi giorni in Egitto, costituisce un passo importante per il mondo arabo e per il mondo. È ormai chiaro a tutti che quello che stiamo vivendo non è semplicemente un problema interno, ma una questione che abbraccia il mondo intero. Ciò che succede qui supera di molto i confini nazionali. I giovani non stanno solo domandando maggiori sicurezze sociali, ma è l’islam che sta passando attraverso una mutazione. Le richieste dei giovani implicano una precisa distinzione fra religione e politica. Essi rifiutano sia la dittatura militare, sia la rivoluzione islamica stile Iran. Essi vogliono un sistema di governo basato sulla società civile. Vogliono la libertà, uno Stato di tipo moderno. Se l’Egitto fa questo, tutto il mondo arabo potrà seguirlo, perché esso è il Paese leader del mondo arabo-musulmano. Ma se questo avviene nel mondo arabo, potrà seguirlo il mondo intero. L’Egitto è un simbolo. Anche se la maggioranza dei giovani in piazza Tahrir sono musulmani, essi rifiutano uno Stato musulmano, a modello dei Fratelli musulmani. Questi sono sempre più marginalizzati e hanno molto meno peso e influenza di quanto si pensi. Mubarak attribuiva a loro un immenso potere. Ma il motivo è ormai chiaro: agitando lo spettro dell’integralismo islamico davanti agli Stati Uniti, riceveva grossi aiuti economici. Esagerare il pericolo dei Fratelli musulmani nei confronti di Israele, era un gioco facile per irretire gli Stati Uniti, facendo intendere che senza di lui ci sarebbe stata la guerra, la violenza, lo Stato islamico. Vale la pena notare un fatto: dopo il 25 gennaio, la polizia ha smesso la custodia e la vigilanza davanti alle chiese. Si poteva temere che ci sarebbero stati attacchi e distruzioni – come è avvenuto il 31 dicembre nella chiesa di Alessandria –  e invece non è successo niente. Tanto che alcuni sospettano che l’attentato di Alessandria sia stato provocato da ambienti vicini al ministero egiziano degli interni. Voglio fare un appello a voi occidentali: sostenete moralmente i giovani egiziani; fate pressione sui vostri governi e sui grandi organismi internazionali che difendono la libertà religiosa e le libertà civili, perché i Paesi musulmani accettino una visione moderna dello Stato, dove c’è uguaglianza per tutti, libertà di espressione, di pensiero, di religione e di conversione. Insomma, perché ci sia una distinzione radicale fra l’islam e la politica. Proprio come chiedono i giovani di piazza Tahrir.

Husani Massri

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Leggenda indù

E allora mettiamoci anche questa antica leggenda indu

Una antica leggenda Indù racconta che un tempo gli uomini erano degli dei, ma abusavano talmente della loro divinità che Brahama, capo degli dei, decise di togliere loro la potenza divina e nasconderla dove non l’avrebbero mai trovata. Scorci di cielo 054 fb.jpgDove nasconderla divenne quindi il grande problema. Quando gli dei minori furono chiamati a consiglio per valutare la situazione, dissero: “Seppelliremo la divinità dell’uomo in fondo alla terra.” Ma Brahama disse: “No, non basta, perché l’uomo scaverà e la troverà”. Allora gli dei dissero: “Bene, allora affonderemo la sua divinità nell’oceano più profondo.” Ma Brahama rispose ancora: “No, perché prima o poi l’uomo esplorerà le profondità di ogni oceano e la riporterà in superficie.” Allora gli dei minori conclusero: “Non sappiamo dove nasconderla perché sembra che non ci sia alcun posto sulla terra o nel mare dove l’uomo non potrebbe, eventualmente, raggiungerla”. Allora Brahama disse: “Ecco cosa faremo con la divinità dell’uomo. La nasconderemo profondamente in lui stesso, perché non penserà mai di cercarla proprio lì.” E da allora, conclude la leggenda, l’uomo è andato su e giù per la terra, arrampicandosi, tuffandosi, esplorando e scavando per cercare qualcosa che aveva sempre racchiusa in sé.

Globalizzazione e religioni

Posto questo articolo che ho trovato su http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&Art=5954&Cat=1&I=immagini/Foto%20R-T/rising_sun1_int.jpg&IdTipo=0&TitoloBlocco=Cultura&Codi_Cate_Arti=28 . Penso che possa essere interessante soprattutto per le quinte: non si sa mai un testo allo scritto di italiano…

 

La religione può costruire una globalizzazione più umana?

di Giulio Battioni

“Jacques Derrida lo aveva intuito: «la religione è una questione inquieta ma è anche la questione delle questioni». Già, proprio così. Il revival del fenomeno religioso è la costante anomala del processo di globalizzazione. L’odierno scenario pubblico internazionale è infatti contrassegnato dal grande protagonismo delle religioni, un protagonismo che smentisce il pronostico illuministico e marxista per il quale la modernità e la secolarizzazione avrebbero definitivamente consumato l'”oppio dei popoli”. Al contrario, sembra che della religione i popoli non vogliano proprio fare a meno e, anzi, pare che continuino a gustarne le consolazioni e i vantaggi, al di là di qualche inedito “effetto stupefacente” provocato dalla sua mistificazione ideologica.

Le religioni sono oggi vive, vegete e in discreta espansione. Il mondo globalizzato e post-ideologico del nostro tempo assegna alla religione un ruolo pubblico considerevole, l’importante funzione sociale di unire aggregati umani sempre più complessi e di mediare fra domande di senso, stili di vita e culture diverse. Il pluralismo culturale e religioso è il dato strutturale dell’era globale, un’epoca dominata da grande fluidità, incertezza, instabilità. Se nei paesi in via di sviluppo la religione costituisce un fattore permanente di mobilitazione sociale, nei paesi industrializzati avanzati, pur dissipandosi le percezioni culturali e identitarie della religione, non è certo marginale il suo positivo, naturale contributo alla vita associata. Certo, non mancano le circostanze polemiche. Si pensi all’obbligo o al divieto del burqa, a seconda dei confini geografici in cui ci si trova. Ma dalla laicità alla libertà religiosa, dalla bioetica alla giusta applicazione della pena negli ordinamenti legali-giudiziari, dalla pace fra i popoli alla tutela dei diritti umani, la religione offre un contributo di giustizia sociale e progresso umano insostituibile.

Potrebbe essere questa la sintesi dei lavori della conferenza internazionale Religions, Cultures, Human Rights: Complex Relations in Evolution, svoltasi presso il Ministero degli Affari esteri, sotto l’Alto patronato del presidente della Repubblica e con l’adesione di alcune tra le più importanti personalità della diplomazia, delle istituzioni religiose e della comunità universitaria di tutto il mondo. Ebrei, musulmani, sikh, buddhisti, cristiani evangelici e cattolici, rappresentanti di centri culturali, forum di idee, istituzioni pubbliche e organizzazioni non governative, dall’Accademia delle Scienze Umane e Sociali ad Amnesty International, dall’Unesco a Religions for Peace, da CasaAfrica all’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, hanno animato una intensa due giorni di seminari, relazioni, dibattiti.

La ricerca sociale applicata ha dimostrato che le religioni sono sempre più presenti nella realtà internazionale perché la globalizzazione acuisce qual desiderio di verità e speranza intrinseco alla natura umana. La sociologia si ferma alla superficie dei dati empirici limitandosi a una diagnosi in cui la mondializzazione dei processi economici, il ruolo decrescente degli Stati nella strutturazione delle relazioni tra i popoli, la rivoluzione cognitiva determinata dalla tecnica, l’estrema mobilità-ubiquità-velocità delle possibilità di conoscenza ed esperienza umana hanno creato un circolo vizioso di aspettative-frustrazione-alienazione rispetto al quale la religione, una religione non meglio identificata, dovrebbe riuscire a porre un freno. Questo, almeno, nelle società occidentali.

Altrove, la religione si configurerebbe come fattore d’identificazione e coesione sociale, laddove alle necessità della naturale socievolezza umana si aggiungono “costruzioni” culturali e antropologiche legate alla tradizione primitiva o alla ideologia politica moderna. Ma anche in questo caso la sociologia resta nel vago. La filosofia e il diritto, forme di sapere più realistiche, guardano alla religione con maggiore profondità. La religione non è un semplice fenomeno sociale ma, come parte costitutiva dell’essere umano, del suo desiderio di salvezza, purificazione e trascendenza, ha una base antropologica. Inoltre, la storia delle religioni mostra come una forma spirituale, più di altre, ha introdotto un punto di non ritorno decisivo anche per la storia politica e giuridica internazionale.

La secolarizzazione della religione infatti, cioè la desacralizzazione e la neutralizzazione della violenza originaria delle religioni antiche, così come il superamento degli universalismi teocratici medievali, è stata la grande cesura introdotta dalla teologia biblica e dal monoteismo giudaico-cristiano. Le guerre di religione che in nome della Bibbia e del Vangelo sono state praticate nei secoli passati non sono che il tradimento di una rivelazione che fa dell’equilibrio tra fede e ragione, tra carità e verità dell’uomo una conquista e una profezia. Soltanto il monoteismo giudaico-cristiano e la Trinità cattolica “liberano” le religioni del loro contenuto sacrale, il sacrificio violento di una vittima, per dirla alla maniera di René Girard, su cui si fondano le civiltà pagane e i naturalismi religiosi a-teistici.

Come scrisse anche Emmanuel Lévinas, il monoteismo non unifica, né gerarchizza gli dèi, cioè le religioni naturali, ma li nega, neutralizzandone il potenziale disumanizzante. Riconoscendo la natura personale di Dio, il cristianesimo impedisce che la secolarizzazione si ritorca contro se stessa, inciampando nella disumanizzazione fondamentalista o nell’indifferenza laicista, e fonda il diritto e la relazione tra le culture particolari sull’universale dignità della persona umana.”

Alle origini della religione

In prima abbiamo visto una presentazione in ppt sull’origine delle religioni, sul senso del mistero, sulle domande di senso. Posto l’estratto in word di quella presentazione con alcune piccole aggiunte.

Alle origini della religione.doc