
“Più si consumano gli anni, più diventano preziosi (Goethe).
Come gemma, quest’anno, ho deciso di portare la mia “ultima gemma”. Queste parole per me sono intense, cariche di significato, pesanti da digerire ma al contempo salvifiche.
È il concetto di ultimo che mi spaventa, e molto spesso anche nella quotidianità è questa la parolina che mi fa soffrire. Fare una cosa ben consapevoli di starla facendo per l’ultima volta è affrontare le aspettative che ci creiamo ogni giorno (e che forse non verranno mantenute) e quindi in qualche modo sfidarsi. Sento spesso che l’ultima ripetizione, proprio a causa di questo ordine cronologico inconfondibile, debba essere testimone di tutto ciò che c’è stato prima. “E se non riuscissi ad esprimere ciò che voglio comunicare? E se non ne uscissi soddisfatta?” E così il giorno dell’esposizione è stato a mano a mano ritardato, mentre la gemma su Canva portava implicitamente il cartellino “a data da destinarsi”.
Poi è arrivato quel sabato, nel quale il prof. con una voce pacata ma decisa ha detto: “manca solo la tua gemma”.
Però stavolta, ho cercato di lasciarmi scivolare addosso tutto il peso, con cui solitamente arricchisco anche le cose semplici: ho fatto una presentazione, ho messo le foto delle persone a me più care, ho spiegato in breve l’importanza dell’ultima gemma. E sono tornata al posto con il cuore pieno di gioia.
“Ultima gemma” è una delle caselle finali su cui sono approdata. Il traguardo è poco più avanti e penso che con un po’ di fortuna nei dati mi basti un sei per arrivarci.
Quindi, mi lascio scivolare addosso la pesantezza di dovere salutare le ore di religione, il prof, i compagni, la scuola e i momenti indimenticabili e irripetibili.
Eppure, con un po’ di leggerezza e semplicità, non potevo non essere più felice di chiudere così questi ultimi cinque anni.
Gli amici, la scuola, i compiti di scienze, la frase del mio autore preferito. Tutto così semplice e (per fortuna) maledettamente mio”.
(M. classe quinta).
