Gemma n° 2616

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“Come gemma ho deciso di portare la mia vacanza studio a Worthing. È una città a sud della Gran Bretagna e si trova vicino al mare. Nelle mie due ultime estati ho fatto una vacanza studio a Dublino in 2° media e questa in 3°media.
Tra le due esperienze quella più bella è stata quella a Worthing perché a differenza della precedente ho condiviso la famiglia con E., una ragazza friulana di un anno più piccola che non conoscevo ma con la quale mi sono divertita molto. La sera in camera ci siamo divertite molto, abbiamo parlato della nostra vita, della scuola e guardato molti film in inglese condividendo la nostra passione per il cinema. La famiglia ospitante non era proprio il massimo ma più di tanto non mi interessava perché stavamo tutto il giorno con il nostro gruppo al college oppure a fare attività e quindi la vedevamo solo a cena. Ricordo un confronto simpatico sul cibo italiano, il papà ospitante ci aveva fatto vedere un ricettario italiano che lui utilizzava chiedendoci alcuni consigli, peccato che non siamo delle grandi cuoche; questo però ci ha fatto guadagnare una pizza. Era una pizza niente male, paragonata alla pizza dei miei compagni. Loro mi raccontavano che le famiglie gli avevano fatto la pizza con il ketchup ,anche se io non ci credo tanto.
Eravamo un gruppo di 31 ragazzi di età completamente diverse. Andavamo da quelli di 2°media a dei ragazzi che avevano 18/19 anni. Di questa esperienza porterò nel cuore le serate in discoteca con i miei 31 compagni di viaggio, le visite nella bellissima Londra e soprattutto lo shopping nei negozi enormi per le vie di Londra”.
(S. classe prima).

Gemma n° 2603

“Quest’anno come gemma ho deciso di portare questa foto. È stata scattata durante la cerimonia d’apertura del progetto Future We Want delle Nazioni Unite, rivolto ai giovani di tutto il mondo. Ho partecipato all’iniziativa quest’estate ed è stata un’esperienza meravigliosa. Oltre a imparare ad essere più autonoma nella gestione di imprevisti, ho conosciuto tante persone sia italiane che di altre parti del mondo, mi sono confrontata con loro e ho toccato con mano il lavoro dell’ONU, che si è rivelato più concreto ed effettivo di quello che sembra da fuori. Durante l’esperienza mi sono messa in gioco e ho imparato tanto, oltre ad essermi divertita moltissimo. Sarò per sempre grata di aver avuto la possibilità di partecipare a questo progetto e sono certa che i ricordi di quella settimana a New York mi rimarranno sempre nel cuore” (M. classe quinta).

Gemma n° 2589

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“Quest’anno come gemma ho deciso di portare il viaggio studio che ho fatto quest’estate in Irlanda. Era la prima volta che facevo un’esperienza simile, in un paese dove non ero mai stata, dove la lingua non era la mia e dove non conoscevo nessuno, perciò sono partita con Francesca, una compagna di classe che ho conosciuto l’anno scorso e alla quale tengo molto. 
La nostra esperienza è iniziata il 4 agosto quando siamo partite da Udine con altri 20 ragazzi e due accompagnatori, siamo arrivati all’aeroporto di Venezia dove, dopo aver lasciato le valigie e aver fatto i controlli, siamo partiti per Dublino. Dopo due ore di volo siamo atterrati in Irlanda e sembrava di essere tornati a ottobre, infatti quando siamo scesi dall’aereo pioveva e faceva freddo, dopo aver ripreso i bagagli abbiamo viaggiato altre cinque ore in bus per arrivare a Cahersiveen: un paese sulla costa occidentale dell’Irlanda dove avremmo vissuto per due settimane. Appena arrivati, siamo stati divisi in famiglie, io e Francesca eravamo insieme a una  ragazza spagnola ed eravamo ospitate da una coppia della zona. Le nostre giornate erano impegnative: la mattina avevamo corsi di inglese e il pomeriggio facevamo diverse attività nel territorio e sulle coste irlandesi. Abbiamo avuto la possibilità di conoscere ragazzi provenienti dalla Spagna, dalla Francia, dalla Germania, dalla Polonia e fare amicizia con loro; l’ultimo giorno quando siamo partiti per tornare a casa eravamo tutti tristi che il viaggio fosse finito, ma allo stesso tempo contenti di aver vissuto un’esperienza così bella. Questa vacanza mi è piaciuta moltissimo e mi ha dato l’opportunità di conoscere un paese nuovo ed entrare nella cultura del suo popolo, ma anche di incontrare ragazzi da tutta Europa e migliorare l’inglese. Spero di ripetere questa esperienza anche in altri paesi” (V. classe seconda).

Gemma n° 2493

“Il 13 Giugno 2023 mi viene detto che sono stata bocciata.
Ovviamente non è stato un fulmine a ciel sereno, lo sapevo da un po’ che sarebbe andata così, ma ciò non significa che l’abbia presa bene. Mi ricordo perfettamente com’è andata: c’era un sole caldo e splendente e facevo l’animatrice al centro estivo, una delle mie attività preferite.
Avevo la squadra blu, composta da bambini dai 6 agli 8 anni.
Quel giorno S., che nonostante i suoi 7 anni aveva una vita troppo travagliata, mi disse: “Maestra S., sei diventata la mia maestra preferita!”.
G., G. e C., di 9 anni e appassionate di ginnastica artistica, mi chiesero di guardarle mentre facevano un balletto che avevano creato da sole.
G., 8 anni e con una gamba rotta mentre andava in bici, si sedette accanto a me e mi raccontò tutto quello che sapeva sugli antichi egizi.
M., 18 anni e la mia migliore amica da 5, mi chiese di andare a mangiare al Mc.
D., 19 anni e il mio posto di pace, mi disse che amava il mio sorriso.
Era una giornata perfetta.
Mentre salutavo i genitori che venivano a prendere i loro figli, vidi la macchina dei miei avvicinarsi, cosa strana considerando che tornavo a casa sempre da sola.
Forse dovevano passare di lì e avevano pensato di venirmi a prendere?
Salii in macchina e mio padre mi chiese com’era andata, ma prima che potessi rispondere, mia madre disse: “Ha chiamato la prof, quest’anno rimani in quarta”. Dissi solo “Vabbè, tanto lo sapevamo tutti”.
Entrai a casa e non ebbi neanche il tempo di spogliarmi per fare la doccia che scoppiai a piangere. Un pianto estremamente esagerato per essere una notizia che già sapevo sarebbe arrivata.
Ma non ero triste per il fatto di dover ripetere l’anno, ero triste perché avevo preso coscienza che sarei rimasta un anno indietro, che non sarei più stata nella classe migliore che mi sia mai capitata. Non avrei più sentito le interrogazioni assurdamente divertenti di Cod, non avrei più riso con Terra ricordando la nostra esperienza come compagne di stanza, non avrei mai più detto “buongiorno raggi di sole!” appena entrata in classe.
Era come se avessi perso parte di me stessa.
Ora, so perfettamente che ci sono cose ben peggiori nella vita, ma il dolore che sentivo era una miscela di nostalgia, di paura e di incertezza per il futuro. Non sapevo cosa mi avrebbe riservato l’anno successivo, se sarei riuscita a mantenere i legami con i miei ex compagni, se avrei trovato di nuovo il mio posto di pace.
Il pianto che mi aveva travolto era il risultato di tutte queste emozioni riversate in un momento preciso, quando la realtà di ciò che stava accadendo si era manifestata in tutta la sua crudele semplicità. Avrei dovuto affrontare una nuova classe, nuovi insegnanti, una nuova dinamica che non avrei potuto predire.
Così, la doccia che avrebbe dovuto lavare via la fatica della giornata, fu invece un momento di confronto con me stessa, con i miei timori e con la consapevolezza che il mio mondo stava cambiando, anche se non ero del tutto pronta ad accettarlo.
Ora sono in una nuova classe, ho nuovi amici e sono riuscita a mantenere i rapporti a cui tengo di più, quindi direi che non sta andando così male come pensavo.
Certo, a volte il senso di nostalgia e tristezza mi travolge e mi porta giù, ma sto imparando a tornare in superficie sempre più velocemente.
Ho deciso di non scrivere un finale a questo testo perché non so cosa mi riserverà il futuro e non so se sarò pronta ad accettarlo, ma so per certo che porterò per sempre nel mio cuore i miei raggi di sole.”
(S. classe quarta).

Gemma n° 2480

“Quest’anno ero veramente indecisa sulla gemma da portare perché l’anno scorso per me è stato una giostra di emozioni.
Per quanto riguarda l’anno scolastico è stato probabilmente il peggiore: avevo totalmente perso me stessa, non mi riconoscevo più, mi ero totalmente dissociata da tutto e da tutti, mi sono autodistrutta; ho vissuto quello che definisco il periodo più buio della mia vita, durante il quale mi sembrava impossibile riuscire a vedere la luce. Mi trascinavo da sola sempre più in fondo, dilaniandomi sempre di più.
E poi è arrivata l’estate, la mia salvezza. Quei tre mesi mi hanno guarita ed ora sono riuscita a stare meglio, cosa che un anno fa sembrava impossibile. È proprio per questo che come gemma ho deciso di portare la mia estate 2023, che per me è stato un momento di enorme crescita.
Finita la scuola ero veramente sfinita e non vedevo l’ora di potermi finalmente riposare. Ma mia madre, che non sopporta vedermi a casa senza fare nulla, mi ha spinta a fare un’esperienza di volontariato per un paio di settimane. Inizialmente non ero molto felice di ciò, non perché non volessi fare un’esperienza del genere, ma perché ero veramente sfinita. Ho deciso comunque di fare quest’esperienza presso un centro diurno per persone ipovedenti. Durante quelle settimane aiutavo gli altri volontari a riordinare e a pulire e ad organizzare le attività da svolgere con i frequentatori del centro, che erano sia ragazzi che persone più anziane. Una volta terminata ho capito veramente quanto quest’esperienza mi abbia permesso di crescere; sono venuta a contatto con una realtà che prima conoscevo molto poco, e ho capito che ci sono 1000 modi per vedere il mondo e la vista è solo uno di questi.
Poi a inizio luglio sono andata come ogni anno dieci giorni in vacanza con i miei genitori: inizialmente avevamo optato per il Portogallo ma poi abbiamo dovuto ripiegare sulla Croazia a causa di alcuni problemi di salute in famiglia; io non ero molto contenta di ciò, poiché non volevo andare al mare. Io ho sempre amato il mare e l’acqua, ma da un po’ di anni non riesco più a viverlo serenamente. In più non mi entusiasmava l’idea di fare una vacanza con i miei perché le ultime non sono andate molto bene, infatti litigavamo e basta. E invece questa vacanza si è rivelata una piacevole sorpresa: dopo anni sono riuscita a godermela per bene, senza discussioni e litigate: erano anni che non vivevo una vacanza così serena. 
Quando siamo tornati si è aggiunto un nuovo componente alla nostra famiglia. Sono cresciuta con un cane, un piccolo maltese che avevo chiamato Milkie, a cui ero immensamente legata; purtroppo lo scorso novembre è mancato a causa di un tumore e sicuramente questo non mi ha fatto stare meglio, anzi. Mia madre aveva giurato che dopo di lui non avrebbe preso più un cane, ma solo dopo la sua scomparsa ci siamo accorti di quanto la sua presenza era diventata fondamentale nelle nostre vite. È per questo che abbiamo deciso di prendere un’altra maltesina, che abbiamo chiamato Luna: ci ha conquistati fin da subito; non pensavo che dopo Milkie sarei riuscita a legarmi ad un altro cane, ma mi sbagliavo: ad oggi infatti Luna è diventata fondamentale, riesce a strapparmi dei sorrisi ogni giorno, non so come farei senza di lei.
Dopo qualche giorno ho vissuto una piccola esperienza insieme alle mie amiche. Durante la primavera avevo visto che a Villa Manin a luglio ci sarebbe stato un piccolo concerto di una band a cui sono molto legata. La band in questione è l’Officina della Camomilla: ho iniziato ad ascoltarli a caso qualche anno fa e mi hanno conquistata fin da subito con le loro canzoni allegre e molto particolari. Questo concerto era decisamente inaspettato, poiché la band si era sciolta molto tempo fa; ma negli ultimi mesi una delle loro canzoni intitolata Un Fiore per Coltello, che tra l’altro è una delle canzoni a cui sono più affezionata in assoluto, è diventata virale e quindi hanno deciso di tornare insieme e di fare dei piccoli live: appena avevo letto la notizia ero al settimo cielo, dovevo assolutamente andarci. Non conoscevo però nessuno che li ascoltasse e non sapevo con chi andare. 
Alla fine ho “obbligato” le mie amiche ad accompagnarmi ed è stata una serata magica: si respirava un’atmosfera abbastanza intima, infatti non erano presenti moltissime persone, ma è stato magico: eravamo all’aperto, sotto la luce dorata del tramonto, cantando canzoni suonate con la chitarra e altri strumenti molto strani. Sicuramente mi sono divertita molto più delle mie amiche ma alla fine anche loro sono rimaste contente dell’esperienza: in fondo i concerti sono sempre speciali, anche se non si conosce l’artista.
Inoltre ero veramente grata perché nonostante loro non ascoltassero la band, hanno deciso di venire lo stesso con me per farmi felice.
Una volta tornata sono subito ripartita per passare dei giorni a Lignano con le mie amiche per il compleanno di R. Come l’anno scorso, sono stati dei giorni fantastici, eravamo un gruppo veramente unito. Se la me di quel periodo avesse saputo che quella sarebbe stata la nostra ultima vacanza insieme probabilmente non ci avrebbe mai creduto; ora, nonostante non siamo più unite come prima, però mi piace riguardare a quei momenti con molta felicità e anche un po’ di nostalgia.
Poi il 22 luglio è giunto un momento che ho aspettato per anni e anni. Era infatti il giorno del concerto di Harry Styles, a Reggio Emilia, il suo ultimo concerto del Love On Tour. Mi aspettava un lungo viaggio, il viaggio della speranza, iniziato su un treno alle 6 di mattina insieme ad un mio amico; durante questo viaggio è successa anche una cosa abbastanza divertente (anche se un quel momento non era proprio così divertente, anzi): una volta arrivati a Bologna saremmo dovuti salire su un treno per Reggio Emilia e invece siamo saliti su quello per Reggio Calabria; per fortuna ce ne siamo accorti qualche secondo prima che partisse e siamo subito scesi. Siamo corsi a prendere il treno giusto e non appena sono salita ho percepito subito una bella atmosfera: era pieno di persone provenienti da ogni dove, che indossavano vestiti colorati e stravaganti, avevano boa di piume ed erano piene di brillantini. Anche appena scesi dal treno ho visto una marea di colori e piume: era magico.
Dopo una lunga attesa trascorsa sotto il sole cocente e sotto la forte grandine improvvisa, parlando e cantando insieme a gente sconosciuta, la band che apriva lo show è salita sul palco: stava iniziando a diventare tutto reale. E poi le luci e la musica si sono spente, a farci luce c’erano solo le stelle e una splendida luna ed eccolo lì, non riuscivo a crederci: sono subito scoppiata a piangere.
Non ho mai trovato le parole adatte per descrivere l’affetto che provo verso Harry: è una costante nella mia vita da anni: non importa se sono triste, felice, affranta, serena, io trovo sempre conforto nelle sue parole. Mi ha sempre fatta sentire a casa.
Mi sono sentita serena, in pace, come se fossi parte di una grande famiglia, nonostante fossi in mezzo a più di 100 000 persone. 100 000 persone che erano lì per il mio stesso motivo: vedere quella persona che per tutti noi è così importante. Non mi sono mai sentita così bene come quel giorno: per due ore quella sera mi sono dimenticata tutti i problemi, tutte le preoccupazioni e ho cantato, pianto, ballato, come non mai (soprattutto pianto). Ha anche fatto un meraviglioso discorso tutto in italiano, dolci parole che porterò sempre con me. Non scorderò mai la spensieratezza di quella giornata… quanto vorrei poterla rivivere.
Poi a fine luglio è iniziata una grandissima avventura: io ancora non lo sapevo ma mi avrebbe stravolto la vita. Avevo infatti deciso di partire da sola per Edimburgo, dove avrei trascorso tre settimane in una famiglia. Inizialmente ero un po’ spaventata, poiché nonostante abbia viaggiato molto e abbia preso molti aerei nella mia vita, non ero mai partita totalmente da sola. Ma mi sono fatta coraggio e nonostante la forte ansia e tutte le preoccupazioni sono partita.
Una volta arrivata dopo qualche difficoltà sono riuscita a prendere un taxi che mi avrebbe portato a casa della famiglia che mi avrebbe ospitato. Ero molto agitata per la famiglia, non sapevo bene cosa aspettarmi; e infatti non è iniziata alla grande: la famiglia mi è sembrata subito molto fredda e poco accogliente. Io ero un po’ disperata, non sapevo bene come comportarmi in una situazione così, ero completamente spaesata: mi trovavo totalmente da sola, in un paese a me sconosciuto, a casa di estranei: mai mi sarei immaginata di dirlo, ma volevo tornare a casa.
Mi sono fatta coraggio e la notte è passata; il giorno dopo dovevo prendere il bus e andare a scuola, dove avrei frequentato un corso ‘intensivo’ di inglese. Da lì poi tutto è migliorato: non ho avuto problemi con i mezzi, gli insegnanti sembravano splendidi e così anche coloro che frequentavano la scuola. Quella scuola era frequentata da persone di tutte le età provenienti da tutto il mondo; c’erano anche molti ragazzi italiani della mia età che stavano vivendo la mia stessa esperienza. 
Ho fatto subito amicizia con moltissime persone; in particolare c’era una ragazza che mi ha totalmente stravolto la vita: si chiama S, ha la mia età e vive a Terni. Ho trascorso moltissimo tempo con lei e ciò ha avuto un enorme impatto sulla mia vita e sul modo in cui vedevo le cose; abbiamo legato fin da subito e non mi sarei mai aspettata di affezionarmi così velocemente a qualcuno, è stato veramente speciale. Nonostante ora abbiamo perso un po’ i rapporti, io la porterò sempre nel cuore e difficilmente mi dimenticherò di lei: ne ho incontrate veramente poche di persone così speciali. Quelle tre settimane sono veramente volate: nonostante le lezioni ho avuto molto tempo per visitare Edimburgo e questa città mi ha davvero lasciato un segno indelebile. Fin da subito mi sono sentita a casa, come se io appartenessi a quella città: era come se rispecchiasse la mia personalità.
Quando sono dovuta partire ho pianto veramente tanto, questa esperienza mi è entrata nel cuore. 
Io tendo sempre a svalutarmi (o almeno così dicono), ma mia mamma mi ha fatto capire quanto importante fosse quello che avevo fatto: mi ha spiegato infatti che non tutti riescono a partire totalmente da soli e rimanere in un paese sconosciuto a casa di estranei e riuscire ad adattarsi. Sarò per sempre grata ai miei genitori per avermi permesso di vivere un’avventura del genere.
E alla fine è iniziato settembre e si è preso un po’ di spensieratezza che solo l’estate sa donare. Siamo tutti tornati alla nostra routine quotidiana, è iniziata la scuola, i compiti, lo stress e l’ansia, la pioggia e le giornate un po’ grigie.
Ma nonostante ciò io quell’estate la porterò sempre nel mio cuore. Ho capito che dovrei vivere la vita con più leggerezza e spensieratezza, perché 17 anni si hanno solo una volta nella vita e bisogna goderseli appieno, perché non ritornano indietro. Tra risate e pianti sono cresciuta, ho imparato ad apprezzare molte cose che prima davo per scontate e ho anche imparato a credere un po’ di più in me stessa. Con il ricordo dell’estate inciso nel cuore sono riuscita a iniziare la scuola con più tranquillità e tutt’ora mi sento più serena; sto contando i giorni che mancano all’inizio della prossima estate, nella speranza di vivere altre mille avventure che mi cambieranno e mi segneranno. E come disse Harry Styles in una canzone “we’ll be alright”, perché ce lo meritiamo, noi meritiamo di stare bene.
Durante quei mesi sono riuscita a piantare delle radici, da cui sta crescendo una piccola piantina, che diventa ogni giorno più forte, che si lascia piegare ma non abbattere dalle intemperie. Perché i momenti di tristezza e difficoltà sono indispensabili, ma servono soprattutto tanti tanti momenti di spensieratezza e serenità.
Ho capito insomma che devo “colorare la mia vita con il caos dei problemi”.”
(S. classe quarta).

Gemma n° 2465

“Mi é andata bene la data della gemma, in quanto si colloca a quasi esattamente un anno da questa gita a Bruxelles che mi/ci ha svoltato la vita.
Eravamo già abbastanza legati come classe ma questa gita ci ha fatto diventare compagni di vita. Ho imparato ad apprezzare veramente tanto i compagni di classe, cosa che prima non facevo, e ho tratto da ognuno un insegnamento diverso. Ho conosciuto molti dei loro lati e aspetti del carattere e di come sono loro nella vita quotidiana.
D’altronde é stato come vivere assieme per 4 giorni. Abbiamo scoperto di avere molte cose in comune. Ci sono stati malintesi ma questi ultimi ci hanno portato al maturamento.
Spero che quando ognuno prenderà la propria strada potremo sempre trovarci in 106 (per pochi)”.
(M. classe quarta).

Gemma n° 2436

“1^ PARTE
Questa è l’ultima gemma che porto, quindi ci ho riflettuto abbastanza su quali potessero essere i contenuti adatti, tra i tanti che avevo in mente, da essere degni di nota per la gemma di 5^.
Non molto tempo fa ho iniziato ad ascoltare assiduamente i Rolling Stones, non mi avevano mai attirato tanto, per quanto mi piaccia il rock e la “roba vecchia”, come la definirebbe più di qualcuno.
Dopo qualche canzone, spunta fuori questa, e dopo svariati ascolti ho detto: “ecco, questa è da portare!”. Si tratta di Dead Flowers, del 1971.

La canzone affronta svariati temi, tra cui quello dell’amore non corrisposto.
Inviare fiori morti simboleggia un gesto contorto e beffardo, è un modo passivo-aggressivo di esprimere sdegno verso qualcuno.
Esplorando la canzone più a fondo ho capito che il testo ci suggerisce che anche se si può essere lasciati indietro feriti, si può trovare la forza di affrontare le avversità e canalizzare l’energia negativa per sbocciare di nuovo, quello che i fiori morti ormai non possono più fare.
Quello che mi ha colpito è che il fulcro a cui il cantante nel ritornello si aggrappa è una figura femminile, Susie, in questo caso.
Allora ho riflettuto: “perché non dedicare la gemma finale alle ragazze (tutte, in generale) in particolare alle ragazze della mia classe?”.
Sembrava carino, dopotutto…
Noi ragazzi lo dimentichiamo troppo spesso (e purtroppo lo si vede) che è grazie alla figura femminile che siamo ciò che siamo.
Non sarei così se fossi stato in una classe di soli maschi.
La ragazza DEVE essere rispettata, amata, ringraziata (che ci sopporta), protetta… e NON è oggetto.
Ha le proprie libertà, i propri spazi, esigenze, proprie ragioni (ha SEMPRE ragione), le proprie voglie e l’uomo non deve permettersi di invadere queste barriere.
La donna, volendo, darebbe 10-0 all’uomo, ma forse ci evita una tale umiliazione perché ha un po’ più di sesto di noi e sa ragionare con il cervello e non con il madrac e basta…
Auguro a tutte le ragazze di questa classe e del mondo di non sentirsi mai come dei semplici fiori morti, ma di trarre da umiliazioni, abusi, insulti e violenze di ogni genere che siano, la forza necessaria per fiorire di nuovo su un terreno migliore e di vivere la loro vita come è giusto la vivano.
Ovvero come dei fiori rigogliosi!

2^ PARTE
L’altra parte di gemma è dedicata ad una persona molto speciale: la mia ragazza.
Esattamente oggi (01/02/2024) facciamo due anni assieme e io non potrei essere più felice.

Le dedico Happy, sempre dei Rolling Stones, una canzone semplice scritta dal chitarrista della band, che non sapendo come chiamarla, dopo la fine della registrazione in studio, alla domanda: “come ti senti?”, rispose: “felice!”.
Da qui il titolo della canzone ed è esattamente come mi sento anche io quando sono con la mia ragazza: FELICE.
In questi due anni mi ha aiutato tantissimo nella mia crescita, a vedere i miei lati negativi e a farmi riflettere su come io possa migliorarmi.
Mi dà una mano con la scuola, crede sempre in me, dice di non abbattermi davanti alle difficoltà ma di andare avanti. È una ragazza davvero speciale!
Ha un bellissimo rapporto con la mia famiglia, aiuta le mie sorelle con i compiti, parla con loro se hanno dei problemi da risolvere e tutto questo è davvero bello.
Stamattina quando sono uscito di casa mia mamma mi ha urlato dietro: “hai una ragazza d’oro!”.
Auguro a tutti di trovare un ragazzo o una ragazza come lei, perché guardandomi intorno ho scoperto che sono davvero rare le persone così, con un cuore grande e con la testa sulle spalle.”
(S. classe quinta).

Gemma n° 2398

“Quest’anno ho deciso di portare come gemma i miei migliori amici: E., V., E. e L.
E. è una delle mie amiche più care dalle elementari, E. dalla terza media, mentre con L. e V. ho legato soprattutto durante gli ultimi due anni di superiori.
Forse all’inizio nemmeno me lo aspettavo che avremmo legato così tanto in questi anni, e invece alla fine abbiamo creato il nostro bel gruppetto che continua a resistere con lo stesso nome da ormai tre anni.
Nonostante io li veda praticamente ogni giorno (forse anche troppo), non dico mai quanto effettivamente io tenga a loro e quanto mi siano d’aiuto.
Per questo motivo li ho scelti come mia gemma per questo quarto anno, perché alla fine sono proprio loro che rendono le mie giornate scolastiche un po’ più leggere e meno faticose” (B. classe quarta).

Gemma n° 2397

“Come gemma quest’anno ho scelto la classe.
Non sono un ragazzo che per primo inizia a parlare con estranei e a fare amicizia, e a causa di ciò i tre anni di medie per me sono stati di sofferenza, se non per una sola persona.
Fortunatamente l’anno scorso ho incontrato persone più sane e con cui mi sono trovato meglio.
Di solito cerco di farmi piacere ogni persona, ma anche se qualcuno nella classe mi sta meno simpatico di qualcun altro, ho passato uno dei migliori anni scolastici della mia vita.
Ogni giorno speravo di vedere quelle persone che mi avrebbero migliorato la giornata, e così è stato per tutto l’anno” (L. classe seconda).

Natale 2023

Ieri mattina ho inviato gli auguri a studentesse e studenti. Stamattina ho letto su Fb quelli del vescovo di Trieste Enrico Trevisi. Ho trovato una profonda consonanza e quindi li unisco qui in unico post per farli a chi legge queste pagine.

“Anche quest’anno mi appresto a mettermi davanti al pc e scrivervi un piccolo augurio di Natale, che possa avere un senso per chi crede nel Dio di Gesù, per chi crede in un altro Dio, per chi crede in qualcuno o qualcosa diverso da una divinità e per chi non crede affatto. Ciascuna e ciascuno di noi arriva a questo periodo in modo differente e personale. Mi è facile festeggiare con chi è in un buon periodo, perché avverto un’assonanza di umore visto l’imminente arrivo del piccolo. Ma in questi mesi mi è successo di vedere numerosi cocci di allieve e allieve in pezzi; alcuni di questi cocci li conosco bene perché mi sono stati descritti e raccontati, altri li ho solo intravisti o intuiti. Alcuni sono cocci di piccole porzioni di quelle persone, altri sono cocci di parti più grosse e importanti, altri ancora sono cocci dell’intera figura. E so che talvolta sembra che non possano più essere incollati insieme per offrire una figura di senso, anche se magari un po’ differente dall’originale.

Mariasole da quest’anno, il lunedì e il giovedì mattina va a scuola con il “Piedifruts”, che vuol dire a piedi insieme ad altre bimbe e altri bimbi della scuola dell’infanzia e della primaria. Le piace moltissimo e si sveglia volentieri la mattina presto per potervi partecipare, anche se è l’unica della sua sezione e una delle più piccole (a parte un ultimo tratto). Domenica scorsa si è svolta una piccola cerimonia di auguri per Natale e Mariasole è stata invitata, come tutti i partecipanti, a “scrivere” qualcosa sulla sua esperienza. Eccone un pezzetto che ci ha detto di scrivere per lei “Un giorno vorrei invitare tutti i miei amici, anche quelli del pulmino, per vedere come è bello il Piedifruts. E così lo vengono a fare il prossimo anno”. Mi ha fatto pensare e mi ha commosso. Ha vissuto una cosa bella e il suo pensiero è stato quello di farne fare esperienza ai suoi amici per poter condividere quella gioia. In una parola sola: amore. Per me Natale è un’occasione per consentire all’amore di agire e per metterlo in condizione di fare una delle cose che meglio gli riesce: ricucire lo strappo che talvolta si crea tra la vita e la felicità. Amore è ciò che consente alla vita di rinascere ogni volta, anche quando non pare esserci speranza o proprio speranza non c’è. Questo è quello che mi trasmette quel bimbo venuto alla luce nella precarietà due millenni fa, questo è quello che mi trasmette quel bimbo che sta per venire alla luce nella mia vita: una possibilità d’amore, di bellezza, di condivisione, di bene. Ah sì, ieri mattina, ultimo giorno di Piedifruts per quest’anno solare, c’era Victoria a fare compagnia a Mariasole, una sua compagna di sezione: non vi dico l’euforia!
A tutte voi, a tutti voi, alle persone che amate e che sono una benedizione nelle vostre vite, auguro buon Natale e, viste le parole che ho scritto… buon amore, buona rinascita!
Il prof di reli”

E ora spazio a un uomo che ama firmarsi per nome.
“Ecco i miei auguri… a tutti gli amici
Anzitutto accogliere Dio
Viene, ma potresti esserti addormentato.
Viene, ma potresti esserti risentito e arrabbiato per come vanno le cose.
Viene, ma in una modalità così umile che sconcerta e scandalizza.
Viene, ma non si impone. Però insiste a venire.
Viene nelle sembianze umane. Anzi viene nella carne umana. Si fa carne.
Viene ed è piccolo e umile. Un bambino. Un bambino sfollato.
Viene e commuove. Viene e irrita.
Viene e c’è chi va in panico e medita morte, come Erode.
Viene e trova braccia che lo stringono:
una madre che lo coccola
e il suo sposo che ha il coraggio del Leone di Giuda.
Viene e trova i poveri che lo festeggiano.
Viene e potresti accoglierlo e unirti alla festa.
Viene e potresti incoraggiare altri ad unirsi alla festa.
Viene e ci sono altri piccoli scartati di fronte ai quali inginocchiarsi.
E pregare di avere la forza e il coraggio di quel che siamo:
E che cosa siamo?
Siamo gli Amati da Dio, per amare con il suo amore i piccoli e i poveri sulla nostra strada.
Sulle nostre piazze. Nelle nostre case. Nelle nostre classi. Nelle nostre comunità.
Auguro un Natale così. Un Natale in cui le persone prevalgano sui consumi, in cui ciascuno si dia il coraggio per una parola di conforto con chi è nella sofferenza, un tempo di compagnia con chi sta nella solitudine, un gesto di tenerezza con chi vive il sentirsi abbandonato e rifiutato, un dare occasione di ascolto a chi soffre nel risentimento.
Un Natale così lo auguro a tutti. Dove trovare la forza? Nel bambino Gesù. Fermati e accoglilo.
Fermati e pregalo e troverai il coraggio, il tempo, le parole, i gesti, le occasioni.
E su ciascuno invoco la Benedizione del Signore.
Enrico vescovo”.

Gemma n° 2379

“Proprio ieri mi è capitata tra le mani questa piccola boccetta di profumo che ho comprato durante la gita a Nizza di marzo. Ciò mi ha fatto tornare in mente tutti i bei ricordi che ho condiviso con i miei compagni di classe, sia durante la gita che nel quotidiano tra i banchi di scuola.
Per me loro sono stati una piccola seconda famiglia, a volte anche una prima. Mi hanno aiutato quando ne avevo bisogno, mi sono stati vicini nei momenti di difficoltà, mi hanno supportata e motivata a continuare gli studi. A loro devo tanto del mio percorso scolastico, e soprattutto dei miei progressi a livello personale. Con alcuni di questi ho condiviso 5 anni di scuola, con altri addirittura pochi mesi, ma sono davvero grata di essere circondata da un gruppo così genuino di persone, che prima di essere miei compagni di classe, sono miei amici. Vi voglio tanto bene ragazzi” (T. classe quinta).

Gemma n° 2371

“Quest’anno come gemma ho deciso di portare questo album di fotografie che è stato realizzato dalla mia sorella ospitante in America e che mi è stato regalato in occasione del giorno della mia partenza per tornare in Italia.
Questo racchiude moltissime prime esperienze che ho vissuto mentre ero in Colorado, dal primo all’ultimo giorno. Come ad esempio il giorno del mio arrivo, i viaggi fatti con la famiglia, l’homecoming e il prom, il giorno del ringraziamento e via dicendo…
Dunque, possiamo dire che la mia gemma è proprio il mio anno all’estero.
Questo è stato un anno per me bellissimo che mi ha aiutato tanto a crescere e mi ha cambiato completamente, in positivo, mi ha reso molto più indipendente e specialmente mia ha aiutato a sconfiggere la mia timidezza.
Sfogliare questo album mi fa venire in mente tantissimi bei ricordi e mi fa sempre commuovere”.
(S. classe quinta).

Gemma n° 2354

“Quest’anno come gemma ero indecisa su cosa portare. Quest’anno è stato un anno di tanti cambiamenti, sia belli che brutti, ma che in qualche modo mi hanno aiutata a crescere ancora di più.
Ho avuto modo di conoscere tante persone nuove, ma soprattutto rinsaldare il rapporto con altre, soprattutto grazie allo sport ma anche grazie alla scuola.
Quest’anno sarà l’ultimo anno di liceo, e volevo cogliere l’occasione di quest’ultima gemma per ringraziare uno per uno i miei compagni di classe.
Partiamo dalle mie vicine di banco:
A: la conosco praticamente da quando sono nata, abbiamo frequentato la scuola materna, l’asilo, le elementari, le medie, le superiori e chissà magari finiremo insieme nella stessa università. A. forse è uno dei motivi per cui mi alzavo e alzo ancora la mattina per venire a scuola anche se molto spesso non ne avrei voglia: i minuti di lezioni con lei passano più veloci, cerchiamo sempre di aiutarci e dividerci le cose da fare. Forse, anzi sicuramente, senza di lei l’esperienza del liceo non sarebbe stata la stessa.
C: a C. non piace quando la chiamo col suo nome intero, ma ormai si è rassegnata. È stato facile voler bene a C.: è una ragazza solare che sa diffondere il buon umore; è una ragazza speciale, che merita tanto. Mi riesce ad ascoltare e sopportare tutto il giorno e soprattutto ha tanta pazienza (mi lascia usare i suoi pennarelli che le rubo puntualmente ogni giorno).
E: io e E. siamo in un certo senso molto simili: entrambe sportive, competitive (lei un po’ più di me), ed abbiamo anche lo stesso umorismo. Penso che sia la persona che dal punto di vista sportivo possa capirmi di più, e mi spiace sentire che non può nuotare, perché so cosa significa rinunciare a qualcosa che ti ha accompagnato per tutta la vita. (Anche se mi sta antipatica le voglio bene.)
L: L. è un ragazzo d’oro. Anche se quando abbiamo verifiche e interrogazioni mi mette ansia anche quando non ce l’ho, sa portare il buon umore in classe e in qualche modo sa sempre mettermi di buon umore, che sia con un abbraccio, un sorriso o una parola.
C: C. ha una grande forza. Sia al di fuori della scuola che nel contesto scolastico. Ammiro molto la sua padronanza dell’italiano, il modo in cui parla in qualsiasi lingua e in qualsiasi altra materia. Penso che sia tra le persone che sanno infondere più calma e razionalità in classe (insieme a L. o L. che dir si voglia).
C: anche C. è stata tanto forte: mi ha reinsegnato cos’è la motivazione e che non bisogna mai mollare e lei infatti non l’ha mai fatto: l’anno scorso sicuramente non è stato facile per lei ma ha comunque cercato di continuare a coltivare i suoi interessi e le sue passioni nonostante tutto.
A: A. non ha avuto neanche lei un periodo facile, però ha saputo rialzarsi, ed è assolutamente una cosa di cui deve andare fiera. La sua risata da scimmietta e la sua solita domanda “andiamo al sushi” mi fanno sempre sorridere.
S: che dire, S. è una persona impulsiva, diretta e onesta, ed è questo quello che mi piace di lei: ti dice le cose come stanno, senza fare troppi giri di parole.
L: L. rappresenta per me l’allieva modello, e non vuole essere un’offesa: ha un modo di pensare e scrivere che secondo me supera tutti noi. Leggere i suoi temi, le sue risposte mi fa capire che ho ancora tanta strada da fare, e che se mi impegnassi di più  forse potrei ottenere anch’io qualcosa di più (di sicuro però non al suo livello).
A: A. oggi non è qua, ma di lei mi piace la sua organizzazione e la sua voglia di portarsi avanti con le cose da fare (la voglia che dovrei avere anche io, che puntualmente mi riduco sempre all’ultimo a fare tutto).G: G. è arrivata quest’anno nella nostra classe. Non ci conosciamo ancora bene, ma di lei mi piace il modo in cui parla di certi argomenti che si vede che le piacciono, perché attraverso le parole riesce a trasmettere questa sua passione. Le auguro di poter proseguire al meglio questo anno scolastico e di continuare a provarci perché purtroppo o per fortuna il nostro ultimo anno è ancora lungo”.
(E. classe quinta).

Gemma n° 2348

“Volevo usare la mia gemma per condividere un pensiero rivolto a tutti voi.
Ormai, e oserei dire finalmente, siamo in quinta, a giugno avremo gli esami e poi ognuno andrà per la sua strada. Magari ci vedremo in futuro e rimarremo in buoni rapporti di amicizia. Però finché siamo qui tutti assieme volevo solo ringraziarvi per il tempo passato assieme, i compiti che ci siamo passati sperando che la prof non ci scoprisse, il ripassone il giorno prima della verifica, il teatro (una delle mie passioni che mi porterò sempre nel cuore), le note più disparate e le gite più belle che abbiamo fatto assieme (ovviamente aspettando con ansia Praga e di andare in disco con …). Detto ciò, voglio augurarvi il meglio per qualsiasi scelta facciate e per il vostro futuro.
Vorrei ringraziare anche il prof. Del Mondo che ci ha accompagnato per 5 anni con le sue gemme durante l’ora di reli, ho trovato questi momenti di condivisione molto intimi e allo stesso tempo ricchi di sentimenti che abbiamo provato tutti assieme qui.
Perciò grazie.
Voglio condividere con voi una cartella con i momenti migliori di questi anni in cui anche voi potrete aggiungere i vostri.”
(M. classe quinta).

Gemma n° 2323

“La mia ultima gemma è una lettera che dedico alla mia classe, grazie alla quale sono cresciuto molto in questi cinque anni e alla quale darei il mondo per quanto mi hanno dato.

Alla lettera ho unito anche due canzoni: Sunny side of London dei Joker Out e On my way di Alex Lahey (dal film “I Mitchell contro le macchine”).

La prima canzone è speciale per me perché nel ritornello viene cantato “hug your best friends (abbraccia i tuoi migliori amici)” e non è un segreto il fatto che io ami abbracciare i miei amici, ma soprattutto nell’urlo che si sente dopo “scream as loud as you can” ci sono anche le voci mia e di una mia cara amica, con la quale sono stato al concerto in cui la band ha registrato l’urlo usato nella canzone; perciò l’ho scelta come simbolo dell’affetto che provo per i miei compagni.

La seconda canzone invece parla del proprio percorso di vita, del procedere verso il futuro guardando con felicità al passato; poche canzoni sono riuscite a commuovermi come questa e a farmi sentire nostalgia di qualcosa che non ho ancora superato. L’ho scelta perché nonostante sarà molto difficile per me separarmi dalla mia classe, so che dovrò andare avanti per me stesso e per i miei amici.
(T. classe quinta).

Gemma n° 2298

“Gli anni scorsi quando dovevo pensare a cosa portare come gemma c’erano mille indecisioni, quell’“oddio, cosa porto?”, ma quest’anno non ci sono state esitazioni.
Quest’anno è l’ultimo anno di un percorso che abbiamo affrontato insieme in cui ci siamo sempre aiutati e sostenuti in qualsiasi momento.
Mi ritengo veramente fortunata a far parte di questa meravigliosa classe che, nonostante il mio carattere riservato che mi porta a chiudermi in me stessa, mi ha compreso e sempre fatta sentire parte del gruppo.
Alle volte sono consapevole di sembrare un po’ distaccata, per questo motivo volevo farvi sapere quanto siete importanti per me, insieme abbiamo passato dei momenti speciali che porterò sempre con me.
Per questo, oggi la mia gemma siete voi”.
(L. classe quinta).

Palla al centro

Settembre ha sempre un po’ il sapore di primavera. Primavera in friulano si dice vierte, che significa apertura. E settembre si porta dentro l’inizio di un un nuovo anno scolastico, un’apertura a ciò che deve venire, una vierte, appunto. E’ un atteggiamento che auguro a me stesso, a colleghe e colleghi, e soprattutto a studentesse e studenti che incrocerò. Si tratta del momento in cui si rimette la palla al centro. Che sia l’inizio della partita, che sia la ripresa dopo aver subito il goal o dopo averlo fatto, che sia l’inizio del secondo tempo o dei tempi supplementari, poco conta: ecco la colonna sonora per oggi!

“Non scrivere mai la parola “fine”
Non dare a tutto un nome, ma goditi le attese
Non inseguire le cose, non stare sulle spine
Lascia stare le offese, sono acqua di rose
Staccare gli occhi dallo schermo, fare un giro più al largo
Non è quante volte sbaglio, sono quelle in cui mi rialzo
E non è da dove vengo, è dove sto andando
Non è quello che sembro, è quello che faccio
Di dire, di dire, no, no, palla al centro
Di dire, di dire, no, no, palla al centro
Di dire, di dire, no, no, palla al centro
Siamo le onde, siamo le onde di un mare grande (di un mare grande)
Siamo le stelle, siamo le stelle sopra le Ande
Siamo le bande (Sopra le Ande)
Che suonano nei cortei
Correnti che soffiano sui Pirenei
Siamo le onde, siamo le onde di un mare grande (Grande)
Non è quello che ti dico è il sorriso che ti strappo
Sai che colpo, scacco matto, ti basta essere te
Non so fare quello che conviene, mi lascio i dolori alle spalle
Si corre più veloce, ci si ferma per le cose belle
Staccare gli occhi dallo schermo, fare un giro più al largo
Non è quante volte sbaglio, sono quelle in cui mi rialzo
E sono felice quando siamo liberi come il vento
Non chiedermi dove sto andando che un posto vale l’altro
Non è quello che sembro, ma è quello che faccio (Palla al centro)
Non è quello che sembro, ma è quello che faccio (Palla al centro)
Non è quello che sembro, ma è quello che faccio (Palla al centro)
Non è quello che sembro, ma è quello che faccio
Siamo le onde, siamo le onde di un mare grande (di un mare grande)
Siamo le stelle, siamo le stelle sopra le Ande
Siamo le bande (Sopra le Ande)
Che suonano nei cortei
Correnti che soffiano sui Pirenei
Siamo le onde, siamo le onde di un mare grande (Grande)
Grande, grande, grande
Stacco gli occhi dallo schermo Vado avanti, non sto fermo
Non è quello che sembro, è quello che faccio
Non è quante volte sbaglio Sono quelle che mi rialzo
Con gli anfibi oppure scalzo Prima un passo, poi un balzo
Liberi come il vento Palla al centro
Siamo le onde, siamo le onde di un mare grande (di un mare grande)
Siamo le stelle, siamo le stelle sopra le Ande
Siamo le bande (Sopra le Ande)
Che suonano nei cortei
Correnti che soffiano sui Pirenei
Siamo le onde, siamo le onde di un mare grande (Grande)
Quando cado mi rialzo Con gli anfibi oppure scalzo
Prima un passo, poi un balzo Liberi come il vento
Palla al centro”

Sferlazza, per una memoria (e un’etica) collettiva

Fonte immagine: Le pietre raccontano

Il 14 e 17 luglio, nella sezione Atlante di Treccani, è apparsa un’intervista in due parti a Ottavio Sferlazza, ex procuratore della Repubblica di Palmi. Il lavoro porta la firma di Francesco Alì e lo riporto integralmente.

A ridosso dell’anniversario della strage di via D’Amelio, in cui il 19 luglio 1992 persero la vita il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta (Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina), Atlante avvia un percorso fatto di incontri con professionalità ed esperienze che, da angolazioni diverse, hanno dedicato gran parte della loro vita alla responsabile ricerca di legalità, giustizia e democrazia. Attraverso le inchieste, le analisi e i ricordi delle personalità che incontreremo vogliamo offrire un contributo alla comprensione del periodo delle stragi e del fenomeno mafioso, così da dare ai cittadini e soprattutto alle nuove generazioni, ragioni e motivazioni per sostenere la necessità e la convenienza di affrancarsi dalle mafie, che ostacolano crescita, sviluppo, libertà e democrazia in tutto il Paese.
Cominciamo questo cammino in compagnia di un magistrato sempre in prima linea, tra Sicilia e Calabria, che porta, con sé (e per gli altri), una grande dote di esperienza professionale e umana accumulata in anni di inchieste, nelle collaborazioni con i giudici che hanno scritto la storia dell’antimafia, nelle storie, anche tragiche, che ha vissuto. È animato da un grande impegno sociale all’insegna della promozione della cultura della democrazia, della Costituzione e della memoria come antidoto per contrastare qualunque forma di illegalità. Si tratta di Ottavio Sferlazza, ex procuratore della Repubblica di Palmi. In precedenza è stato presidente della corte di assise di Caltanissetta e, poi, presidente della sezione GIP-GUP (Giudice per l’Udienza Preliminare) presso lo stesso tribunale; è entrato in magistratura nel 1977. Come sostituto procuratore presso la Procura di Caltanissetta ha diretto le indagini per l’omicidio del giudice Rosario Livatino ed ha sostenuto l’accusa in giudizio contro gli esecutori materiali. Ha presieduto la corte di assise che ha giudicato mandanti ed esecutori materiali della strage di via Pipitone Federico in cui rimase ucciso il consigliere istruttore Rocco Chinnici e dell’omicidio del presidente della corte di assise di Palermo Antonino Saetta e del figlio Stefano. Ha presieduto la corte di assise di Caltanissetta nel dibattimento per la strage di Capaci fino alla astensione, a seguito della sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato l’incompatibilità alle funzioni giudicanti per il giudice che si sia occupato della stessa vicenda processuale quale componente del tribunale del riesame. Dagli anni Novanta si dedica ad incontri formativi nelle scuole. In pensione dal 2020, attualmente è presidente del comitato etico di Libera.

31 anni fa le stragi di Capaci e di via D’Amelio: il 23 maggio, gli omicidi di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo, degli uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e, qualche mese più tardi, il 19 luglio, quelli di Borsellino e degli agenti della scorta. Di cosa si occupava in quel periodo? Avete avuto forme di collaborazione?

Ottavio Sferlazza

Ho incontrato Falcone in occasione di incontri di studio o seminari. L’ho sentito intorno al 1982 quando svolgevo le funzioni di giudice istruttore penale presso il tribunale di Trapani per chiedergli notizie su un indiziato mafioso (ancora poco noto) di cui mi stavo occupando, attingendo al suo immenso patrimonio conoscitivo. Ricevetti utili indicazioni sulla personalità, sul suo circuito relazionale e sui legami operativi con personaggi di spicco di Cosa Nostra.
Ho conosciuto Borsellino nel 1978; frequentavo l’ufficio istruzione di Palermo quale uditore giudiziario e Paolo fu mio affidatario. Ricordo la sua straordinaria umanità, il rigore morale e l’elevato spessore professionale. Mi è stato maestro di vita oltre che di diritto. Il suo ricordo è indissolubilmente legato a quello di un altro grande magistrato, Rocco Chinnici; il primo giorno in cui iniziai il tirocinio Paolo mi accompagnò nella stanza del Consigliere Istruttore per presentarmelo come capo di quell’ufficio. Il destino mi ha riservato l’onore e l’onere di presiedere, 22 anni dopo, la prima Corte di Assise di Caltanissetta che ha giudicato mandanti ed esecutori materiali della strage in cui rimase ucciso Chinnici, leggendo il dispositivo della sentenza e redigendone integralmente la motivazione. L’ultima volta che vidi Paolo Borsellino fu alla camera ardente di fronte ai feretri delle vittime della strage di Capaci. Ci stringemmo in un forte abbraccio.  

Un attentato feroce e vigliacco che ha scosso le istituzioni, l’opinione pubblica, il mondo intero. Eravamo già a pezzi il 23 maggio quando, il 19 luglio, arrivò l’altra tragedia. Tutto questo ha inciso su di lei, sulla sua attività di magistrato e sul suo impegno sociale? Ha mai pensato che fosse tutto inutile?

Ogni anno per me e per i magistrati della mia generazione, queste giornate della memoria, troppe, costituiscono una occasione di forte coinvolgimento emotivo perché la lunghissima scia di sangue che ha accompagnato la nostra carriera ha segnato, inevitabilmente, la nostra vita professionale e personale, avendo contribuito a far maturare sempre più in noi la forte determinazione di onorare, con il quotidiano impegno in difesa della legalità e della democrazia, la memoria di quanti hanno sacrificato la loro vita per difendere questi valori. Ho sempre nutrito una fede incrollabile nel primato della legalità, della giustizia e dell’etica pubblica come presupposti indefettibili di un autentico sistema democratico di diritto. Ai giovani, con i quali ho avuto spesso l’onore di confrontarmi nelle scuole, rivolgo sempre l’augurio e l’invito a vivere da uomini liberi, con la consapevolezza che solo la legalità assicura la democrazia che si conquista e si difende giorno per giorno, anche attraverso una diffusa e costante intransigenza morale nei confronti del potere e il rifiuto dei privilegi. Credo che a Falcone, Borsellino e alle altre vittime del dovere, ci legherà sempre un debito di riconoscenza per avere contribuito con il loro sacrificio alla definitiva acquisizione alla coscienza collettiva della consapevolezza della insufficienza della sola risposta giudiziaria come rimedio risolutivo ed esclusivo del problema del fenomeno mafioso e della necessità, invece, di una crescita culturale della società civile.
La enormità stessa della violenza ha prodotto incrinature profonde nel consenso di cui la mafia ha goduto e gode tuttora. Tanto da smentire le disperate e rassegnate parole proferite in un momento di sconforto perfino da Antonino Caponnetto mentre in via D’Amelio, salendo in macchina e stringendo paternamente con le sue mani quella del giornalista che teneva il microfono diceva: «È finito tutto, è finito tutto». Di quelle parole Caponnetto ebbe quasi a scusarsi qualche tempo dopo ammettendo che «aver ceduto a questo momento di debolezza fu un errore enorme». Per questo sono profondamente convinto che il loro sacrificio non è stato vano e che il patrimonio valoriale che ci hanno lasciato ha contribuito a rafforzare la nostra democrazia e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

Si ricordano nel modo giusto Falcone e Borsellino? Teme che possano essere dimenticati? Cosa bisognerebbe fare per conservarne la memoria nel modo corretto?

Il fenomeno nuovo e più rilevante che si è prodotto dopo le stragi è costituito dalla consapevolezza, ormai acquisita alla coscienza collettiva, che non è possibile contrastare efficacemente una sanguinaria e pericolosissima criminalità organizzata, come la mafia e la ’ndrangheta, senza il coinvolgimento e la mobilitazione della società civile. Da molti anni, pertanto, non riesco a sottrarmi a quello che ormai considero un vero e proprio impegno morale, una forma di ‘militanza politica’ in difesa della dimensione etica della legalità: andare nelle scuole per incontrare gli studenti, non per fare una lezione, ma per una testimonianza ed una parola di speranza nella prospettiva di contribuire alla crescita culturale e politica delle giovani generazioni. In questa prospettiva desidero sottolineare l’importanza della ‘memoria’ che non deve essere solo un momento rievocativo o commemorativo, ma un modo per riscattare storicamente e moralmente quel processo di rimozione collettiva del fenomeno mafioso, ma anche di altri fenomeni, come la shoah, che ci rende tutti colpevoli.

Cose di Cosa nostra, il libro intervista di Marcelle Padovani a Falcone, si chiude con quest’ultima frase del magistrato: «Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere».

Come è noto Giovanni Falcone era un profondo conoscitore del fenomeno mafioso e delle dinamiche, sociali ed istituzionali, che storicamente ne hanno caratterizzano lo sviluppo e le modalità operative. La consapevolezza che spesso la delegittimazione precede l’eliminazione fisica di servitori dello Stato determinati e fedeli alla Costituzione lo indusse a parlare di «menti raffinatissime» all’indomani del fallito attentato dell’Addaura di cui, non dimentichiamolo, fu accusato, o comunque sospettato, addirittura di essere l’ispiratore e l’organizzatore per accrescere la propria immagine di magistrato simbolo.

Proseguiamo il nostro confronto con l’ex procuratore, Ottavio Sferlazza, sui temi della giustizia, partendo da due fatti. Da una parte, Falcone lamentava: «Debbo sempre dare delle prove, fare degli esami…  sotto il fuoco incrociato di amici e nemici, anche all’interno della magistratura». Dall’altra parte, i giudici del processo per il depistaggio sulle indagini della strage che uccise il giudice Borsellino e i cinque agenti della scorta, nelle «motivazioni della sentenza del processo a carico di tre poliziotti», scrivono, come riportato dall’Adnkronos, che: «Non è stata Cosa nostra a fare sparire, dopo la strage di via D’Amelio, l’agenda rossa» del giudice. «A meno di non ipotizzare scenari inverosimili di appartenenti a Cosa Nostra che si aggirano in mezzo alle forze dell’ordine». I giudici così desumono «l’appartenenza istituzionale di chi sottrasse materialmente l’agenda. Solo chi, per funzioni ricoperte, poteva intervenire indisturbato in quel contesto e per conoscenze pregresse sapeva cosa era necessario e opportuno sottrarre». Proseguono i giudici: «un intervento così invasivo, tempestivo e purtroppo efficace nell’eliminazione di un elemento probatorio così importante per ricostruire il movente dell’eccidio certifica la necessità per soggetti esterni a Cosa Nostra di intervenire per ‘alterare’ il quadro delle investigazioni evitando che si potesse indagare efficacemente sulle matrici non mafiose della strage». L’Adnkronos sottolinea che: «I giudici di Caltanissetta, nelle quasi 1.500 pagine delle motivazioni», hanno parlato anche della «presenza di altri soggetti o gruppi di potere co-interessati all’eliminazione di Borsellino con un ruolo nella ideazione, preparazione ed esecuzione della strage». Quanto alla sparizione dell’agenda rossa, affermano che: «Non sono emersi nuovi elementi. E bacchettano alcuni testimoni che consegnano un quadro per niente chiaro, fatto di insanabili contraddizioni tra le varie versioni rese dai protagonisti della vicenda». Infine, secondo i giudici nisseni, Paolo Borsellino, «si sentì tradito da un soggetto inserito in un contesto istituzionale».

Allora, che cos’è la giustizia?

Non ho mai parlato pubblicamente della vicenda processuale relativa alla scomparsa della ‘agenda rossa’ per il doveroso riserbo derivante dal fatto che me ne sono occupato come giudice delle indagini preliminari presso il tribunale di Caltanissetta. Posso solo dire che, come è noto, rigettai la richiesta di archiviazione e dopo avere ordinato nuove indagini, formulai la cosiddetta imputazione coatta nei confronti di un ufficiale dei carabinieri. In questa sede non voglio aggiungere nulla a quello che ho scritto nei provvedimenti redatti in quella fase processuale se non che, a mio avviso, il quadro probatorio acquisito giustificava ampiamente la celebrazione del dibattimento a carico dell’imputato in omaggio alla funzione dell’udienza preliminare con particolare riferimento, secondo il costante insegnamento della Corte di Cassazione, alla ipotesi in cui il quadro probatorio sia suscettibile di evoluzione, essendo inibito il proscioglimento in tutti i casi in cui gli elementi di prova acquisiti a carico dell’imputato si prestino a valutazioni alternative, aperte o, comunque, tali da poter essere diversamente valutate in dibattimento anche alla luce delle future acquisizioni probatorie. Il quadro probatorio era certamente foriero di ulteriori sviluppi ed evoluzioni anche alla luce delle contraddizioni emerse non solo tra le dichiarazioni rese dai testi escussi, ma anche all’interno di alcune di esse. Sottolineo, inoltre, la gravità del fatto che si sia messa in dubbio la presenza dell’agenda nella borsa di Borsellino avuto riguardo alle incontrovertibili dichiarazioni dei familiari».   

La lezione di Falcone e Borsellino, il loro esempio, in che modo possono essere utili per i magistrati e in che modo questi ultimi possono esercitare il loro ruolo fuori dai palazzi di giustizia?

La presenza dei magistrati nelle scuole, per contribuire alla diffusione della cultura della legalità, è importante in una prospettiva di crescita della società civile. Non si tratta certo di sostituirsi ai docenti, ma di contribuire ad esercitare la memoria, a respingere tentativi di negazionismo e per favorire un autentico processo di conoscenza di certi fenomeni che deve diventare a sua volta coscienza critica per contrastare, quotidianamente e culturalmente, il fenomeno mafioso.

Sconfiggeremo mai le mafie?

Sul punto rimane una pietra miliare l’opinione di Falcone sulla evoluzione del fenomeno mafioso destinato ad avere una fine. C’è ancora molto da fare sul piano del contrasto culturale, ma sono profondamente convinto della necessità di onorare quello che considero il testamento spirituale di Borsellino: «Se la gioventù le negherà il consenso anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo». Ritengo che la scuola sia l’unico laboratorio culturale che può concretamente incoraggiare la ricostruzione, la conservazione e la promozione di questa memoria collettiva; che possa favorire in ciascuno di noi la scelta irreversibile in favore di valori e principi in nome dei quali tanti servitori dello Stato e cittadini comuni hanno sacrificato la loro vita e, quindi, la consapevolezza di poter contribuire, ciascuno con il proprio quotidiano impegno in difesa della legalità, alla costruzione di una nuova etica collettiva e pubblica.”