Gemma n° 65

Mani  rugose

Non pubblico la gemma di C. (classe seconda) in quanto si tratta di una foto privata: “Ho portato l’unica foto con mio nonno che se n’è andato questa estate, il 23 agosto, dopo un anno e mezzo di malattia. Per me, avendo passato l’infanzia con lui, è come un padre e l’ho assistito fino alla fine. Questa foto è stata scattata in Slovenia, all’ultimo pranzo fatto in famiglia.”

Dice Alex Haley: “Nessuno può fare per i bambini quel che fanno i nonni: essi spargono polvere di stelle sulla vita dei più piccoli.”

Gemme n° 62

La gemma di K. (classe terza) è la storia del suo rapporto col padre: “Non è mai stato un rapporto facile, fin da piccola; in seguito si è ancora di più complicato. A un certo punto mi sono trovata davanti a una scelta: o mi dimenticavo di lui o dovevo perdonarlo. Ho scelto quest’ultima strada che ho fatto. Ho scritto la nostra storia su questo foglio che le chiedo di leggere: non arriverei fino in fondo.”
E’ stata forte l’emozione in classe. Così si conclude lo scritto di K.: “Credo che la mia esperienza come molte altre possa rappresentare un invito a scegliere con il cuore riconoscendo che il segreto è nel presente e se prestiamo attenzione al presente possiamo migliorarlo, e se miglioriamo il presente anche quello che accadrà dopo sarà migliore.”
C’è una canzone di Francesco Guccini che ho sempre trovato molto struggente e il cui testo è ricco di suggestioni e immagini. Certo non corrisponde alla lettera a quanto descritto da K., ma quelle ultime quattro parole sono tutte per lei:
«E un giorno ti svegli stupita e di colpo ti accorgi che non sono più quei fantastici giorni all’asilo di giochi, di amici e se ti guardi attorno non scorgi le cose consuete, ma un vago e indistinto profilo. E un giorno cammini per strada e ad un tratto comprendi che non sei la stessa che andava al mattino alla scuola, che il mondo là fuori t’aspetta e tu quasi ti arrendi, capendo che a battito a battito è l’età che s’invola. E tuo padre ti sembra più vecchio e ogni giorno si fa più lontano, non racconta più favole e ormai non ti prende per mano, sembra che non capisca i tuoi sogni sempre tesi fra realtà e sperare e sospesi fra voglie alternate di andare e restare. E un giorno ripensi alla casa e non è più la stessa in cui lento il tempo sciupavi quand’eri bambina, in cui ogni oggetto era un simbolo ed una promessa di cose incredibili e di caffellatte in cucina. E la stanza coi poster sul muro ed i dischi graffiati, persi in mezzo ai tuoi libri e a regali che neanche ricordi, sembra quasi il racconto di tanti momenti passati come il piano studiato e lasciato anni fa su due accordi. E tuo padre ti sembra annoiato e ogni volta si fa più distratto, non inventa più giochi e con te sta perdendo il contatto. E tua madre lontana e presente sui tuoi sogni ha da fare e da dire, ma può darsi non riesca a sapere che sogni gestire, che sogni gestire.
Poi un giorno in un libro o in un bar si farà tutto chiaro, capirai che altra gente si è fatta le stesse domande, che non c’è solo il dolce ad attenderti, ma molto d’amaro e non è senza un prezzo salato diventare grande. I tuoi dischi, i tuoi poster saranno per sempre scordati, lascerai sorridendo svanire i tuoi miti felici come oggetti di bimba, lontani ed impolverati, troverai nuove strade, altri scopi ed avrai nuovi amici. Sentirai che tuo padre ti è uguale, lo vedrai un po’ folle un po’ saggio nello spendere sempre ugualmente paura e coraggio, la paura e il coraggio di vivere come un peso che ognuno ha portato, la paura e il coraggio di dire: “io ho sempre tentato”».

Gemme n° 60

“Preferisco mostrare prima il video e poi commentarlo” ha detto V. (classe quinta).

La questione expò non è importante per quello che voglio dire. Semplicemente mi sono immedesimata nel video: rispecchia la mia visione attuale del cibo, dopo un problema che mi ha fatto detestare il cibo. All’inizio, per me, il cibo era solo un mezzo di sostentamento, poi però è diventato problema che mi impediva di fare feste e stare con gli amici. Nel video si dice esattamente il contrario: il cibo è festa, condivisione, vita! E’ così che lo percepisco oggi!”
Mi sono venute in mente le parole di Tiziano Ferro nella canzone “Mai nata”:
In quel frigo…si freddano le lacrime, in dispensa…rinchiudi le tue ansie e poi, sotto il letto…nascondi la tua polvere, poi non dormi…ti chiudi e rifletti. E’ la vita che unita al dolore si ciba di te e della tua strada sbagliata; e continui a pensare, placando il tormento, che bello se non fossi mai nata.
Salpa salpa salpa, il raziocinio toglie l’ancora. Da una cerebrale come te nessuno se lo aspetta, parli parli parli, sei un vulcano inarrestabile, treno più che rapido, efficiente poco timida.
Ma ti hanno detto mai che devi amarti un po’, puoi rallentare e poi pensare un po’ più a te. Che sicurezza mostri se i casini sai risolvere ma i problemi tuoi non li affronti proprio mai.”
Nelle ultime parole la luce alla fine del tunnel: “E la smetti? Rilassati! Forza reagisci sei te che condizioni la tua strada. E, su, prova a pensare che bello sarebbe se invece amassi di più la tua vita”.

Gemme n° 52

Le gemma proposta da M. (classe seconda) era articolata su due parti: una sua foto insieme a due amiche che gli mettono serenità e pace e un video della Ballata n° 2 di Chopin. “Questo brano da un lato mi ricorda una ragazza che si è iscritta al conservatorio di Trieste, dall’altro rispecchia anche il mio carattere: passo in breve tempo da uno stato d’animo tranquillo ad uno agitato, un po’ come questi artisti dell’800”.

Direi che le parole con cui il musicista Franz Liszt parla di Fryderyk Chopin bene si accompagnino a quelle di M. “Mai il carattere di Chopin ha nascosto un solo movimento, un solo impulso dettato dal più delicato sentimento d’onore e dalla più nobile intesa degli effetti. Eppure, mai natura fu più atta a giustificare degli scatti, dei difetti, dei capricci e delle singolarità brusche. La sua immaginazione era ardente e i suoi sentimenti arrivavano sino alla violenza. La sua struttura fisica era debole e malaticcia. Chi può misurare le sofferenze scaturite da queste cose opposte? Devono esser state tremende, ma non ne diede mai spettacolo. Ne conservò il segreto, lo nascose a tutti gli sguardi sotto l’impenetrabile serenità di una fiera rassegnazione.”

Gemme n° 43

“Devo mostrare un video, ma lo commento dopo” ha esordito V. (classe quinta). Eccolo:

“Il video parla da sé: ci lamentiamo spesso ma c’è chi non ha l’essenziale e sorride comunque. A volte si conoscono alcuni paesi solo per la guerra e la povertà, ma vi sono anche sorrisi e balli. Questo video lo sento molto vicino e penso che si potrebbe fare molto di più. Mi fa sorridere pensare che spesso non vogliamo andare a scuola e ci lamentiamo, mentre qui è il desiderio più grande di questi ragazzini. E penso anche al fatto che io non so che fare il prossimo anno mentre loro hanno le idee chiare e, soprattutto, hanno un sogno.”
Mi è venuto in mente Eugenio, che è andato a fare un viaggio in Uganda, ha conosciuto i maestri della scuola del villaggio di Kisenyi, ed è tornato in Italia con l’idea fissa fississima di aiutarli. L’ha fatto e lo sta facendo.
L’avevo già scritta sul blog, ma ci sta bene: “Quello che mi spaventa di più, credo, è la morte dell’immaginazione. Quando il cielo lassù è solo rosa e i tetti solo neri: quella mente fotografica che paradossalmente dice la verità, ma una verità senza valore, sul mondo. Io desidero quello spirito di sintesi, quella forza ” plasmante” che germoglia, prolifica e crea mondi suoi con più inventiva di Dio. Se sto seduta ferma e non faccio niente, il mondo continua a battere come un tamburo lento, senza senso. Dobbiamo muoverci, lavorare, fare sogni da realizzare; la povertà della vita senza sogni è troppo orribile da immaginare: è il peggior tipo di pazzia.” (Sylvia Plath, 25 Febbraio 1956)

Gemme n° 41

Qualche anno fa mi aveva colpito il cortometraggio «Il circo della farfalla». E’ lungo per proporlo interamente e allora mostro questo video che riguarda sempre la testimonianza di Nick Vujicic. Mi hanno stupito la sua forza di volontà, il suo voler continuare a lottare, la fiducia.” Queste sono state le parole di M. (classe quarta) e questo il video che ha fatto conoscere ai compagni di classe:

Aggiungo una citazione dello stesso Vujicic e il video del cortometraggio di cui è stato protagonista: “Non dovete mai pensare che basti semplicemente credere in qualcosa. Va bene credere nei propri sogni, ma bisogna agire affinché si realizzino. Si può avere fiducia nei propri talenti e fede nelle proprie capacità, ma se non si fa nulla per svilupparli e sfruttarli, quale utilità avranno? Forse vi ritenete persone buone e gentili, ma se non trattate gli altri con bontà e gentilezza, dov’è la prova di ciò che asserite? Ognuno di noi può scegliere di credere o di non credere. Ma se avete scelto di credere (non importa in cosa), dovete assolutamente agire. In caso contrario, perché credere?”

Gemme n° 37

Una gemma letteraria quella presentata da V. (classe quarta). Ha proposto il libro “Se ti abbraccio non aver paura”. “Il libro racconta la storia del viaggio intrapreso da un ragazzo autistico insieme al padre. Leggendolo sono tornata ai tempi dell’asilo, quando nella mia sezione c’era un bimbo autistico, che spesso veniva lasciato solo perché aveva uno strano comportamento. Col libro ho chiarito dei dubbi che erano rimasti e soprattutto ho acquisito una visione diversa delle cose”.
Ne avevo già scritto sul blog qui
Ora pubblico questo video come ulteriore contributo alla riflessione:

Un’altra candela accesa

Sorriso

Non esiste alcun dovere tanto sottovalutato quanto l’essere felici. Quando siamo felici, disseminiamo il mondo di buone azioni involontarie, che rimangono sconosciute persino a noi stessi, o, quando vengono scoperte, sorprendono per primo il benefattore.
[…] Preferisco imbattermi in un uomo o una donna felici che in un biglietto da cinque sterline. Irraggiano serenità e quando entrano in una stanza danno l’impressione che un’altra candela si sia accesa. Non ci interessa che sappiano dimostrare il quarantasettesimo teorema (di Euclide); fanno di meglio, dimostrano con i fatti il grande teorema della Vivibilità della Vita.” (Robert Louis Stevenson, In difesa dei pigri)

Gemme n° 15

La gemma proposta da F. (classe quinta) è in linea con l’argomento che stiamo trattando, quello della globalizzazione, e con la lezione tenuta in classe la scorsa settimana da un esperto informatico sull’uso e sull’abuso del coltan nella costruzione dei condensatori.

“Dopo la lezione di martedì scorso ho portato questo video: ci sono delle cose che stiamo perdendo, specie animali che si estinguono e il pianeta che sta andando verso un punto di non ritorno”. Forse la cosa che fa più specie è che questo discorso è del 1992!
Se qualcuno vuole leggersi il discorso con calma: Severn Suzuki
Lo commento con una frase dei nativi americani Mohawk:
Quando avrete inquinato l’ultimo fiume
e avrete preso l’ultimo pesce,
quando avrete abbattuto l’ultimo albero,
allora e solo allora vi renderete conto che
non potete mangiare il denaro
che avete ammucchiato nelle vostra banche.”

Il re e gli zeloti

ocean

Stamattina ho accompagnato mia moglie ad una visita. Mentre la attendo riprendo la lettura di “E l’eco rispose” che avevo sospeso da qualche settimana, e dopo poche righe mi imbatto in queste parole di Khaled Hosseini: “Si immagini mille pugni chiusi alzati al cielo! Il re aveva messo in moto la terra, capisce, ma era circondato da un oceano di zeloti, e lei sa bene cosa succede quando il fondo dell’oceano si scuote, Monsieur Boustouler. Uno tsunami di ribelli barbuti si abbatté sul povero re, che cercò inutilmente di mantenersi a galla agitando le braccia”.

Allergie

Corsica_557 copia smallSono allergico alle graminacee, alle composite e alle betullacee. Sono allergico a chi giudica, a chi crede di aver sempre ragione, a chi pensa che la via percorribile sia una sola, che guarda caso è la sua. Sono allergico a chi si ritiene indispensabile. Penso che le cose non siano solo nere o bianche, che ci siano le sfumature e i colori, che ci sia spazio, che le strade siano molte e con esse le curve e gli incroci e che ognuno sia libero di cercare, scoprire e percorrere le sue. Credo nell’inedito, nel potenziale di tutto quanto non è stato ancora espresso, nella possibilità di potermi meravigliare, nello stupore, nella strada non ancora battuta, convinto che anche lì ci sia il senso di cosa ancora non so.

Noi a restare

Mi piace occupare il tempo libero, così come occupo le attese. Non vado mai dal medico, dal dentista, a prendere mia moglie in stazione, dal meccanico senza un libro o una rivista. Non è che ho paura di aver tempo per pensare, è che penso leggendo; il che mi porta, inevitabilmente, a dover rileggere certi passaggi.
Oggi vado a Trieste, incontro a Sara che finisce di lavorare verso le 14.45-15.00. Ci vado in treno, al Lisert prevedono code verso la Croazia. Quel “verso le” e la scelta del treno sono un chiaro invito a portarmi dietro un libro, ma “L’armata dei sonnambuli”, che sto leggendo, è un tomo troppo pesante. Non mi resta che sceglierne e iniziarne un altro; e qui ringrazio la Sellerio con i suoi splendidi “libretti blu”. Vada per “Ad occhi chiusi” di Carofiglio. Ho fatto bene. A portarmi dietro il libro, intendo. Sara finisce alle 15.45 e mi consente di consumare una crema di caffè, mezzo litro di acqua e una ottantina di pagine.
Ora accelero. Passeggiata, acquisti alla libreria Lovat (vinco io 3 libri a 2 e Sara perde pure una settantina di euro, che io chiamo investimento), ripasseggiata, tipico aperitivo abbondante triestino (che a Palmanova te lo scordi), stazione.
Ora rallento. Oblitero male il mio biglietto, avviso il controllore che dice “Tranquillo, ci sono io su questo treno” (lo so, anche a me è sembrata una minaccia). Saliamo, prendo lo smartphone, apro Instagram e faccio uno scatto.
Poi leggo una decina di minuti mentre Sara è al telefono con sua mamma, entrambe felici per una bella notizia. Partiamo, riprendo in mano lo smartphone e faccio un’altra foto, questa.

Fuori

La guardo e penso che è strano: in treno hai la sensazione che sia il paesaggio fuori a muoversi, a venirti incontro e poi allontanarsi, mentre ti pare di essere fermo. Lo sintetizzo sotto la foto: a volte pensare che sia il fuori a passare e noi a restare. Riprendo in mano il libro e Carofiglio fa dire ad Emilio, un personaggio appena entrato nel romanzo: “«Sai, Guido, allora pensi un sacco di cose. E soprattutto pensi al tempo sprecato. Pensi alle passeggiate che non hai fatto, alle volte che non hai fatto l’amore, a quando hai mentito. A quando hai fatto il ragioniere con la moneta degli affetti. Lo so che è banale, ma pensi che vorresti tornare indietro e dirle quanto la ami, tutte le volte che non lo hai fatto e avresti dovuto. Cioè sempre. Non è solo il fatto che vuoi che non muoia. E’ il fatto che vorresti che il tempo non fosse stato sprecato, in quel modo.» Parlava al presente. Perché il suo tempo si era spezzato” (pag. 88).
Ho scritto anche io al presente, non perché il mio tempo si è spezzato, ma perché ho voluto sospendere in questa notte il pensiero, anzi i pensieri che desidero mandare a tutte le persone che ho nel cuore e che vivono o hanno vissuto una situazione simile a quella di Emilio e che vorrebbero, almeno per un po’, che fosse il fuori a passare e noi a restare.

Tra vita e morte

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Spesso vivo dopo. Le emozioni, intendo. Non sempre sono caldo, pronto a reagire emotivamente a quel che mi accade, anzi la maggior parte delle volte sono freddo, quasi distaccato. Le emozioni, però, non spariscono, lavorano e scavano e poi escono. Oggi, come ogni 23 giugno dal 2007 in qua, è una bella giornata, perché è l’anniversario del matrimonio con Sara e quindi è il giorno in cui celebriamo e festeggiamo il nostro amore, la nostra storia, il nostro essere insieme, le nostre vite. Ma quella di oggi è anche una giornata triste: ieri se ne è andato Cris, un compagno di squadra dell’ultima stagione pallavolistica. Lo descrivo con questo scambio di battute:

Mi si è rotto il compressore”
Ne ho uno nuovissimo, va benone: ti serve?”
Sto cercando un nuovo processore per il pc”
Su internet ne ho visto uno che costa poco, vuoi che veda se c’è ancora?”.

Lo sfottevamo in spogliatoio: “Cris, se ti dico che non mi va la centrale termica, mi dici che a casa ne hai una nucleare, e posso stare sicuro che è vero!”.
Di lui mi porto nel cuore anche una chattata notturna dell’ultimo Super Bowl giocato a inizio febbraio.

Ecco, ho messo insieme queste due cose e ho salutato Cristiano su fb scrivendo una citazione di Sally: “un brivido che vola via”. Un brivido, un soffio, un attimo e la vita non c’è più, le presenze che diamo per scontate svaniscono e ci restano ricordi e speranze di fede. Mia moglie mi ha detto che se non me la sentivo potevamo fare a meno di andare a cena fuori stasera. Le ho detto di no, che ho bisogno di vita per contrastare la morte, come domani sera ho voglia di andare in palestra ad allenamento. Certo, il pensiero andrà anche a Cristiano e sarà il nostro modo per farlo vivere ancora. Continuare l’amore è l’unica strada che conosco in questi momenti, anche se stanno diventando un po’ troppo frequenti.

A testa in giù

KayakDomenica pomeriggio ho fatto una piacevole chiacchierata con Carlo. Mi ha raccontato di una sua grande passione, il mare, e del suo andare sull’acqua con il kayak. Mi ha detto dell’importanza di quando assecondare il vento e di quando compensarlo, di quando devi lasciare andare il kayak e di quando devi metterci forza, tutta quella che hai. Gli ho chiesto cosa devi fare quando ti ribalti, mi ha spiegato l’importanza della pagaia e della forza delle gambe che si devono ancorare, oppure che si devono stringere se vuoi sfilarti e uscire dal kayak. Mi ha raccontato che l’imbarcazione è stabile proprio perché è stretta e riacquista presto l’equilibrio.

E adesso prendo queste parole di Carlo e le porto nella mia vita di questo momento. Mi vedo su quel kayak, a compensare con la mente la forza del vento che vorrebbe spazzare la superficie, ad assecondare a volte quell’aria quando sento che è buona. Mi sono appena capottato e sto cercando di appoggiare la pagaia sul pelo dell’acqua per tornare in superficie. Mi ha detto Carlo che per imparare bene a tornare dritto è necessario capovolgersi più volte: nei prossimi mesi mi capiterà di nuovo e allora ho voglia di allenarmi. Grazie Carlo, mi hai parlato del mare, ho ascoltato vita.

Questa mattina ho saputo anche di un’altra persona che si trova a testa in giù su quel Kayak: forza Ale, guarda al pelo dell’acqua, punta alla luce, spingi la pagaia verso la superficie e fai forza. Non sei solo, tu sai come si fa.

La colpa

Sono nervoso, arrabbiato. Scriverò poco. Una brevissima frase presa sempresenso-di-colpa da “Centomila giornate di preghiera”: «Per rispondere alla tua domanda: tuo padre non era un assassino. Ma per chi lo aveva messo in prigione era colpevole: di essere un cinese, un chirurgo, una persona colta». Penso, e qui mi allontano dalla citazione, che ci siano colpe che non sono colpe, quanto meno non sono colpe pure, ma provocate o motivate, almeno spiegabili. E allora sento il bisogno di capire, di comprendere, di sentire tutte le parti, il presunto innocente e il presunto colpevole. Soprattutto se poi sono chiamato a esprimere una scelta: non voglio stare per partito preso dalla parte del presunto innocente. Non mi piace la presunzione. Non voglio per forza condannare chi ha la presunta colpa. La colpa… Senso di colpa… Assunzione di colpa… Complesso di colpa… Complemento di colpa… Concorso di colpa… Presunzione di colpa… Verbi di colpa… “Colpa in canna” è quella che non voglio per forza sparare su chi tu mi chiedi di colpire. Amen.

 

Ti auguro un incontro

aphrodite-1Prima la quattordicenne che si è suicidata a Cittadella, poi il ragazzino di terza media che ha tentato di farlo a Trieste, e infine quelli di cui non si sa. Oggi ho letto questo breve articolo di Cristina Carpinelli su uno dei blog legati a Radio24. Non c’entra nulla con le parole appena scritte, almeno apparentemente:
“Rodrigo ha 40 anni, dice di essere uno con la ‘Capa pazza’, ma se passi mezz’ora con lui pensi a un saggio travestito da clown. Rodrigo è un medico clown, un signore che entra nel reparto di oncologia pediatrica e va a stanare il dolore. I bambini lo aspettano: “arriva il dottor Strettoscopio” urlano. Rodrigo Morganti ha iniziato a fare questo lavoro quando aveva 20 anni. E’ stato uno dei primi. “La prima volta che sono entrato da solo in una stanza ero pronto. Avevo visto in faccia la dolcezza che un medico clown aveva portato a un bimbo malato terminale. Quella dolcezza era come quando assaggi per la prima volta il cioccolato. Io volevo fare quel lavoro, l’ho capito in quel momento. Fino a poco prima ero pronto a fuggire, a me gli ospedali facevano paura”. E ora, gli chiedo, non hai più paura? “Ho imparato a guardarla in faccia” mi risponde. Questa è la storia di un uomo che ha incontrato il dolore, la morte, il pianto, la disperazione li ha presi in braccio e li ha trasformati in un sorriso forte come una ventata d’aria fresca. Quella di Rodrigo è la storia di un ragazzo generoso, oggi uomo, che da questo lavoro dice: “Sono più le cose che ricevo che quelle che do”. Mi racconta di un episodio avvenuto qualche giorno. Era sull’ascensore dell’istituto dei tumori di Milano, un ragazzo sui venti anni sale all’ultimo, inizia a fissare Rodrigo e poi: “Ma lei è il dottor Strettoscopio?” e lui sorridendo: “Si, sono io.” “Io sono uno dei suoi bambini, 15 anni fa ero in oncologia. Ora mi sto laureando in medicina”. L’ascensore si apre l’ex bambino scende.
La vittoria più bella, la vita che non si spezza e che trasforma il dolore in risorsa, in bellezza piena, altruista.”

Ecco, la sola cosa che mi viene da pensare col cuore in mano è che mi piacerebbe che i ragazzi che sentono di non trovare ragioni o forze per andare avanti e pensano di togliersi la vita possano fare un incontro con qualcuno in grado di far loro percepire e vivere “la vittoria più bella, la vita che non si spezza e che trasforma il dolore in risorsa, in bellezza piena, altruista”. E che magari quel qualcuno possa essere ciascuno di noi.

Ne avrei da taggare…

Un avviso per i miei studenti… e apprezzo molto la nonchalance della prof.

Portateli altrove (!)

Torino_083 fbIn quel tempo, furono portati a Gesù dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli li sgridavano.
Gesù però disse loro: “Lasciate che i bambini vengano a me, perché di questi è il regno dei cieli”. E dopo avere imposto loro le mani, se ne partì. (Mt 19, 13-15)
Lunga è la strada… (scatto fatto a Torino sulla porta della chiesa di San Filippo Neri)

Se potessi

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Piccoli momenti in cui mi piacerebbe avere la bacchetta magica per poter dare ad una persona quello che desidera semplicemente perché è ciò che le spetta dopo tutto l’impegno che ci ha messo. Niente di più chiede, solo il suo, ciò che merita e che poi altro non è che una tranquilla normalità, una possibilità di poter pensare oltre all’oggi… Metto questa foto perché il papavero dei campi è semplice e spontaneo e perché, in ogni caso, altro non posso fare se non starle vicino e abbracciarle l’anima.

Perché lo scrivo qui? Perché forse c’è qualcuno nella stessa situazione e un abbraccio d’anima non si nega a nessuno, e neppure un papavero di campo.

 

Un sentiero

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Nessuna paura
che mi calpestino.
Calpestata, l’erba 
diventa un sentiero.
(Blaga Dimitrova)