In prima stiamo parlando delle relazioni e tra i vari aspetti talvolta si va a finire a parlare di cotta, innamoramento e colpo di fulmine, e succede di doversi chiarire sul significato che si dà a questi termini. Ieri mi sono imbattuto in questa folgorante ed efficace frase di Michail Bulgakov, presa da “Il Maestro e Margherita”:
“L’amore ci si parò dinanzi come un assassino sbuca fuori in un vicolo, quasi uscisse dalla terra, e ci colpì subito entrambi. Così colpisce un fulmine, così colpisce un coltello a serramanico!”.
Mi cala la connessione
Mercoledì prossimo nella mia scuola ci sarà l’occasione di incontrare Serge Latouche. In questi giorni, nelle mie classi che vi parteciperanno ho provato a spiegare il suo pensiero, punti di forza e di debolezza. Oggi ho trovato un articolo molto interessante che, a suo modo, tratta di decrescita (dalla connessione internet). E’ preso dalla curiosa rivista Wired. La penna (anche se ormai si dovrà dire “la tastiera”) è quella di Carola Frediani.
«“Entro 48 Ore”: sembra la locandina di un film al cardiopalma, in cui il protagonista deve eseguire un’impresa difficilissima in un lasso di tempo risicato. E invece è il titolo del primo libro italiano interamente dedicato al downshifting tecnologico, cioè alla riduzione del sovraccarico informativo ed emotivo prodotto dal nostro essere sempre connessi. Uno stato sempre più diffuso per cui riuscire a non rispondere a una mail per ben 48 ore può sembrare davvero una mission impossible, oltre a provocare uno strascico di sterili messaggi e richieste d’attenzione, di funzioni fatiche, direbbe un linguista: “Ricevuta la mail?”; “Tutto ok?”; faccina. Spesso con anche un interscambio dei canali di comunicazione: l’sms per verificare la ricezione della posta elettronica ad esempio è un classico, o il messaggio su Facebook per rafforzare il contenuto girato via Whatsapp (entrambi diabolici nel mostrare pure se l’interlocutore ha già visualizzato un messaggio), e chi più ne ha più ne metta.
La via dei ping e delle notifiche a strati è infinita, ma non la nostra pazienza e di sicuro non il nostro tempo. Giovanni Ziccardi, che è professore di informatica giuridica
all’università di Milano, nonché autore di libri sugli hacker, quindi tutto meno che un luddista, ha provato a sottrarsi a questo gioco al massacro dell’attenzione – in cui in genere siamo un po’ tutti ora vittime ora carnefici – e per sei mesi ha radicalmente modificato e ridotto il suo approccio al digitale.
In passato non sono mancati esempi del genere, anche se la scelta era sempre del tipo unplugged: mi stacco da tutto per un po’ di tempo, annunciavano gli intrepidi con un certo pathos, manco partissero per un’avventura Into The Wild. Lo ha fatto nel 2012 il reporter americano Paul Miller, che è stato pagato per stare un anno senza internet, e poi ci ha fatto un articolo: “Sono ancora qui”, in cui spiega come la sua esistenza lontano dalla Rete, che avrebbe dovuto illuminarlo in qualche modo, sia stata invece abbastanza infelice e non molto produttiva. Anche il giornalista italiano Beppe Severgnini nel 2012 si privò per una settimana di internet, riportando la dolorosa esperienza in un articolo in forma diaristica, dove confessò di essere ricorso perfino al televideo pur di sopperire a quella mancanza.
Ziccardi non fa nulla di così tragico: il suo approccio è pragmatico e a lungo termine. Come migliorare il rapporto con le tecnologie ed evitare di esserne dominati? Il risultato è un libro – Entro 48 Ore. Un’esperienza di downshfting tecnologico uscito oggi per Marsilio – che si configura come un percorso a tappe verso una rivisitazione delle proprie esigenze e modalità lavorative e comunicative. Abbiamo chiesto all’autore come è andata e cosa ha imparato.
Hai scritto il libro mentre stavi all’Istituto Max Planck di Friburgo, in Brisgovia, un’oasi nella Foresta Nera. Dalla tua finestra vedevi abeti secolari e corvi imperiali. Facile staccare in un simile contesto, no?
“Sì, in effetti, ci ho lavorato fra la Foresta Nera, Matera e l’Emilia… Diciamo che rispetto a Milano cambi proprio aria. Però volevo evitare quegli approcci negativi, in stile disintossicazione, usati sempre di più nelle cliniche americane (ma anche in quelle cinesi, di cui abbiamo parlato qui, ndr), per cui stai scollegato per un periodo e poi rientri nel tuo contesto abituale. L’ideale per me era poter ragionare, in luoghi meno caotici, su come rimettere la tecnologia al suo posto, eliminando il superfluo. Ovviamente amo la tecnologia, sono trent’anni che uso un computer, anche per lavoro, per quanto mai come negli ultimi tempi si sia avvertita una simile pressione sociale a causa del livello di connessioni. E penso che prima o poi si arriverà a una fase di rigetto.”
Dunque come ti sei organizzato? E qual è stato il passaggio più difficile in un percorso di progressiva presa di coscienza?
“Nella prima parte dell’esperimento ho analizzato il mio ritmo tecnologico, valutando quando e dove non avevo abbastanza controllo dei miei comportamenti, quindi correggendoli. Successivamente ho cercato di usare al meglio il tempo che avevo così liberato, sfruttandolo per aumentare la qualità di quello che facevo, che si trattasse di rileggere più volte e senza interruzioni un articolo o di gustare un pranzo a un ristorante stellato. La cosa più difficile è far cambiare le abitudini alle persone vicine, che si aspettano delle risposte da te.”
Tu lo definisci: “dominare l’ansia tecnologica altrui”, e rispondi sostanzialmente in due modi: accorpando le comunicazioni, e rendendole più brevi (fai l’elogio degli smarpthone che ti permettono la scusa della brevità, il famoso “Sent from my BlackBerry. Excuse brevity”) e… diventando un po’ antipatico.
“Negli Stati Uniti c’è un dibattito sul fatto se si debba sempre dare una risposta alle mail. Secondo me se uno ti scrive “ci vediamo domani alle 12” non serve replicare. Il problema è che magari le persone non sono abituate e se non ricevono una conferma si agitano. In altri casi certe mail non necessitano proprio di una risposta. Alla fine l’unico modo è rendersi un po’ antipatici, ma al fine di ridurre il sovraccarico reciproco. In generale bisogna capire che, fatte salve alcune eccezioni legate a lavori particolari, se si risponde a una mail in 48 ore non succede nulla di irreparabile.”
Nel libro riscopri anche i pregi della monoattenzione, cioè di poter concentrarsi solo su una cosa, senza distrazioni, contro il multitasking.
“In base a questa esperienza, ho notato che la monoattenzione – potersi dedicare in esclusiva a un compito, che si tratti di vedere un film, leggere un libro, avere una conversazione faccia a faccia – porta a una maggiore qualità di quello che facciamo. Inoltre rafforza la memoria. Un altro dei dibattiti in corso negli Usa è proprio se possiamo fare a meno delle nostre capacità mnemoniche visto che confidiamo sempre di più su supporti esterni, come Google, per ricordare. Secondo me la risposta è no, anche perché la memoria fonda il processo creativo.”
Dunque che regole consigli, soprattutto a dei lavoratori della conoscenza sempre connessi?
“Separare i tempi in base alla singola cosa che va fatta: dunque monoattenzione in slot temporali definiti; prendere atto che non muore nessuno se si ritarda fino a 48 ore nelle proprie attività telematiche ed educare di conseguenza i propri contatti; accorpare i momenti di controllo delle mail e dei social network, e disattivare se possibile le notifiche; crearsi un ambiente tecnologico efficiente, facile da usare, e senza distrazioni; investire il tempo recuperato prediligendo un doppio (o triplo) controllo su quello che facciamo, perché ne migliorerà la qualità; selezionare la qualità e l’autorevolezza delle fonti che leggiamo, senza lasciarsi trascinare a caso; e soprattutto darsi delle regole valide per il lungo periodo, sapendo che siamo in un mondo che da questo punto di vista rema contro.”»
Per sempre?
Una delle canzoni che ho peggio sopportato nella mia vita, e che puntualmente veniva trasmessa a ogni ora del giorno e della notte da radio e tv, era una canzone di Ambra Angiolini che diceva “ti giuro amore un amore eterno, se non è amore me ne andrò all’inferno … se c’è una crisi la mandiamo via perché i problemi tuoi sono problemi miei”. Mi ha assillato a tal punto da conficcarsi nella memoria delle cose brutte e da riemergere oggi mentre leggevo un’intervista di Raffaella De Santis a Zygmunt Bauman, presa da Repubblica. Argomento centrale? L’amore, ma si parla anche di società, contemporaneità, antropologia, mercato, consumi…
“Amarsi e rimanere insieme tutta la vita. Un tempo, qualche generazione fa, non solo
era possibile, ma era la norma. Oggi, invece, è diventato una rarità, una scelta invidiabile o folle, a seconda dei punti di vista. Zygmunt Bauman sull’argomento è tornato più volte (lo fa anche nel suo ultimo libro Cose che abbiamo in comune, pubblicato da Laterza). I suoi lavori sono ricchi di considerazioni sul modo di vivere le relazioni: oggi siamo esposti a mille tentazioni e rimanere fedeli certo non è più scontato, ma diventa una maniera per sottrarre almeno i sentimenti al dissipamento rapido del consumo. Amore liquido, uscito nel 2003, partiva proprio da qui, dalla nostra lacerazione tra la voglia di provare nuove emozioni e il bisogno di un amore autentico.
Cos’è che ci spinge a cercare sempre nuove storie?
“Il bisogno di amare ed essere amati, in una continua ricerca di appagamento, senza essere mai sicuri di essere stati soddisfatti abbastanza. L’amore liquido è proprio questo: un amore diviso tra il desiderio di emozioni e la paura del legame”.
Dunque siamo condannati a vivere relazioni brevi o all’infedeltà…
“Nessuno è “condannato”. Di fronte a diverse possibilità sta a noi scegliere. Alcune scelte sono più facili e altre più rischiose. Quelle apparentemente meno impegnative sono più semplici rispetto a quelle che richiedono sforzo e sacrificio”.
Eppure lei ha vissuto un amore duraturo, quello con sua moglie Janina, scomparsa due anni fa.
“L’amore non è un oggetto preconfezionato e pronto per l’uso. È affidato alle nostre cure, ha bisogno di un impegno costante, di essere ri-generato, ri-creato e resuscitato ogni giorno. Mi creda, l’amore ripaga quest’attenzione meravigliosamente. Per quanto mi riguarda (e spero sia stato così anche per Janina) posso dirle: come il vino, il sapore del nostro amore è migliorato negli anni”.
Oggi viviamo più relazioni nell’arco di una vita. Siamo più liberi o solo più impauriti?
“Libertà e sicurezza sono valori entrambi necessari, ma sono in conflitto tra loro. Il prezzo da pagare per una maggiore sicurezza è una minore libertà e il prezzo di una maggiore libertà è una minore sicurezza. La maggior parte delle persone cerca di trovare un equilibrio, quasi sempre invano”.
Lei però è invecchiato insieme a sua moglie: come avete affrontato la noia della quotidianità? Invecchiare insieme è diventato fuori moda?
“È la prospettiva dell’invecchiare ad essere ormai fuori moda, identificata con una diminuzione delle possibilità di scelta e con l’assenza di “novità”. Quella “novità” che in una società di consumatori è stata elevata al più alto grado della gerarchia dei valori e considerata la chiave della felicità. Tendiamo a non tollerare la routine, perché fin dall’infanzia siamo stati abituati a rincorrere oggetti “usa e getta”, da rimpiazzare velocemente. Non conosciamo più la gioia delle cose durevoli, frutto dello sforzo e di un lavoro scrupoloso”.
Abbiamo finito per trasformare i sentimenti in merci. Come possiamo ridare all’altro la sua unicità?
“Il mercato ha fiutato nel nostro bisogno disperato di amore l’opportunità di enormi profitti. E ci alletta con la promessa di poter avere tutto senza fatica: soddisfazione senza lavoro, guadagno senza sacrificio, risultati senza sforzo, conoscenza senza un processo di apprendimento. L’amore richiede tempo ed energia. Ma oggi ascoltare chi amiamo, dedicare il nostro tempo ad aiutare l’altro nei momenti difficili, andare incontro ai suoi bisogni e desideri più che ai nostri, è diventato superfluo: comprare regali in un negozio è più che sufficiente a ricompensare la nostra mancanza di compassione, amicizia e attenzione. Ma possiamo comprare tutto, non l’amore. Non troveremo l’amore in un negozio. L’amore è una fabbrica che lavora senza sosta, ventiquattro ore al giorno e sette giorni alla settimana”.
Forse accumuliamo relazioni per evitare i rischi dell’amore, come se la “quantità” ci rendesse immuni dell’esclusività dolorosa dei rapporti.
“È così. Quando ciò che ci circonda diventa incerto, l’illusione di avere tante “seconde scelte”, che ci ricompensino dalla sofferenza della precarietà, è invitante. Muoversi da un luogo all’altro (più promettente perché non ancora sperimentato) sembra più facile e allettante che impegnarsi in un lungo sforzo di riparazione delle imperfezioni della dimora attuale, per trasformarla in una vera e propria casa e non solo in un posto in cui vivere. “L’amore esclusivo” non è quasi mai esente da dolori e problemi – ma la gioia è nello sforzo comune per superarli”.
In un mondo pieno di tentazioni, possiamo resistere? E perché?
“È richiesta una volontà molto forte per resistere. Emmanuel Lévinas ha parlato della “tentazione della tentazione”. È lo stato dell'”essere tentati” ciò che in realtà desideriamo, non l’oggetto che la tentazione promette di consegnarci. Desideriamo quello stato, perché è un’apertura nella routine. Nel momento in cui siamo tentati ci sembra di essere liberi: stiamo già guardando oltre la routine, ma non abbiamo ancora ceduto alla tentazione, non abbiamo ancora raggiunto il punto di non ritorno. Un attimo più tardi, se cediamo, la libertà svanisce e viene sostituita da una nuova routine. La tentazione è un’imboscata nella quale tendiamo a cadere gioiosamente e volontariamente”.
Lei però scrive: “Nessuno può sperimentare due volte lo stesso amore e la stessa morte “. Ci si innamora una sola volta nella vita?
“Non esiste una regola. Il punto è che ogni singolo amore, come ogni morte, è unico. Per questa ragione, nessuno può “imparare ad amare”, come nessuno può “imparare a morire”. Benché molti di noi sognino di farlo e non manca chi provi a insegnarlo a pagamento”.
Nel ’68 si diceva: “Vogliamo tutto e subito”. Il nostro desiderio di appagamento immediato è anche figlio di quella stagione?
“Il 1968 potrebbe essere stato un punto d’inizio, ma la nostra dedizione alla gratificazione istantanea e senza legami è il prodotto del mercato, che ha saputo capitalizzare la nostra attitudine a vivere il presente”.
I “legami umani” in un mondo che consuma tutto sono un intralcio?
“Sono stati sostituiti dalle “connessioni”. Mentre i legami richiedono impegno, “connettere” e “disconnettere” è un gioco da bambini. Su Facebook si possono avere centinaia di amici muovendo un dito. Farsi degli amici offline è più complicato. Ciò che si guadagna in quantità si perde in qualità. Ciò che si guadagna in facilità (scambiata per libertà) si perde in sicurezza”.
Lei e Janina avete mai attraversato una crisi?
“Come potrebbe essere diversamente? Ma fin dall’inizio abbiamo deciso che lo stare insieme, anche se difficile, è incomparabilmente meglio della sua alternativa. Una volta presa questa decisione, si guarda anche alla più terribile crisi coniugale come a una sfida da affrontare. L’esatto contrario della dichiarazione meno rischiosa: “Viviamo insieme e vediamo come va…”. In questo caso, anche un’incomprensione prende la dimensione di una catastrofe seguita dalla tentazione di porre termine alla storia, abbandonare l’oggetto difettoso, cercare soddisfazione da un’altra parte “.
Il vostro è stato un amore a prima vista?
“Sì, le feci una proposta di matrimonio e, nove giorni dopo il nostro primo incontro, lei accettò. Ma c’è voluto molto di più per far durare il nostro amore, e farlo crescere, per 62 anni”.”
