Due pronomi e un verbo

Ci sono articoli che corrono il rischio di passare inosservati. Questo, di Chiara Mariani per Sette del 7 dicembre, è uno di quelli. Come pure questo post che pubblico quasi all’una di notte. Eppure sarebbe un peccato perché vi si racconta di un libro che ora ho desiderio di leggere e che tratta di una grande storia di amore, dolore, attesa, morte e resurrezione. Parla di come hanno fatto 1246 lettere a salvare un uomo passato da Buchenwald al gulag…

Il 1917 non è solo la data della Rivoluzione di Ottobre. E’ anche l’anno di nascita di Lev (il Orlando-Figes-Qualcosa-di-piu-dell-amore_main_image_object.jpgleone) e Svetlana detta Sveta (la luce), uno dei momenti più infausti per venire al mondo in Russia. “Qualcosa di più dell’amore” di Orlando Figes racconta la storia della loro straordinaria passione attraverso 1246 lettere, scritte dal 1946 al 1954, che i due si scambiano tra il Gulag di Pechora, a pochi chilometri dal Circolo Polare Artico dove Lev è rinchiuso, e Mosca dove abita Sveta: due epistole la settimana. I due giovani si incontrano nella capitale, nelle aule del prestigioso Istituto di Fisica Lebedev. Tra loro vi è uno sconosciuto Andrej Sacharov. Si nutrono delle note del violino di David Oistrach, dei versi dell’Achmatova, Blok, Pushkin e Majakovsky, sono fiduciosi nel futuro radioso del paradiso del lavoratore dove l’ottimismo è d’obbligo e la parola depressione è bandita. Sono gli anni delle prime ondate del Terrore staliniano che culmineranno tra il 1937 e il 1938, quando un milione e trecento mila nemici del popolo sono arrestati e mezzo milione fucilati, tra questi militari d’alto rango, insegnanti, sacerdoti. Troppi per poter affrontare con fiducia di lì a poco una guerra che mobiliterà tutti e costerà all’Unione Sovietica 27 milioni di cittadini. Il mite e poetico Lev Mischenko, come la bella e brillante Svetlana Ivanova, è un membro del Komsomol, la gioventù comunista, crede nell’idea socialista del progresso attraverso la scienza e la tecnologia e ritiene suo dovere servire la Patria minacciata dall’invasore. Imbracciate le armi è fatto prigioniero dai tedeschi, è trasferito a Buchenwald, dove si rifiuta di collaborare con il nemico. Capita nelle mani degli americani che gli offrono di impiegare il suo talento negli Stati Uniti, come fisico nucleare. Rifiuta, l’amore lo richiama in patria. La fine del conflitto mondiale per Lev segna però l’inizio di un nuovo incubo. Le autorità sovietiche lo condannano a dieci anni di gulag con la falsa accusa di aver collaborato con il nemico durante la prigionia. Da adesso in poi lo distingue un numero: l’articolo 58-1(b), riservato ai soldati traditori della patria, l’imputazione più ingiuriosa che priva il condannato del rispetto e della fiducia altrui persino a fine pena.

Il suo animo è troppo delicato, non se la sente di turbare Sveta, che non vede e di cui non sa niente da cinque anni, con notizie sulla sua sorte. Lui non ha fratelli o genitori con cui comunicare, è orfano dall’età di tre anni, da quando in ospedale vede un’infermiera portare tra le mani un oggetto rosso palpitante: il cuore della mamma che è appena stata fucilata. Il papà fa la stessa fine condivisa da molti altri “borghesi”. Lev preferisce così scrivere a una zia. Quest’ultima si affretta a fare quello che farebbe ogni donna: se ne infischia dell’eventuale turbamento ed informa la ragazza degli ultimi eventi. Nasce una corrispondenza preziosa, uno squarcio nell’anima di due innamorati che per troppo pudore non menzionano quasi mai la parola amore. Dirà lei in un commiato: “Il fatto è che voglio dirti soltanto tre parole: due sono pronomi e una è un verbo”. Quando Sveta lo interroga sulle sue necessità urgenti, se abbia bisogno di medicine, vestiti, cibo, carta o penna, Lev risponde laconico, certo di chiedere l’indispensabile, unica fonte di sostentamento e di speranza: “mandami parole, parole, parole”. In apparenza la scrittura di lei è priva di sfumature romantiche. Appartiene all’intelligenzia tecnica sovietica oppressa dal Diamat, il materialismo dialettico, il fondamento “scientifico” del marxismo-leninismo che denuncia il persino i fisici sedotti dalla teoria della relatività e la fisica quantistica perché idealiste e incompatibili con il credo del momento. Per superare il condizionamento culturale si affida così ai versi dei poeti russi, alla propria tenacia pratica e al proprio coraggio: scrive, scrive, scrive fino a quando trova il modo, illegale ed estremamente pericoloso, di raggiungerlo. Anche solo per pochi momenti. Ci saranno cinque incontri in quasi nove anni. Ogni volta percorre tra andata e ritorno 4340 chilometri. Lo stile di Lev ricorda la scrittura del XIX secolo con slanci lirici sorprendenti, soprattutto perché pronunciati da un uomo condannato ingiustamente alle crudeltà del gulag in una zona immersa nell’inverno nove mesi l’anno: “Tutto quello che è rimasto è il cielo… le stelle sono emerse dalla loro ibernazione estiva (la fine delle notti bianche ndr) e anche di questo sono grato”.

Il libro di Figes non ha solo il merito di riportare alla luce un carteggio, contrabbandato pezzo per pezzo dalla guardie e dai lavoratori volontari del campo di lavoro, che rivela a quali vette sia capace l’animo umano. Lo scambio epistolare di questi due giovani brillanti racconta senza sconti la realtà ai tempi di Stalin, il cui sistema si basava sulla graduale fusione tra Gulag ed economia civile, un’economia di schiavi che permetteva la creazione a basso costo delle grandi opere divenute il simbolo dei risultati postbellici dell’Unione Sovietica. Nelle sue lettere Lev racconta gli sforzi per attivare con l’ingegno, a discapito dei pochi mezzi, la centrale in cui lavora, descrive i caratteri dei suoi amici, le piccole gentilezze che rendono la vita possibile tra burocrati crudeli e incompetenti, le meschinità che conducono al crimine. Sopporta le atrocità grazie alle missive di lei perché ogni sua parola è una resurrezione e le sue lettere “sono tutta la mia biblioteca”. Sveta ragguaglia sulla nuova vita nella capitale, “Una buona metà della popolazione adesso vive in condizioni peggiori di quando eravamo in guerra”, e sui cambiamenti nelle abitudini. Sappiamo come si veste (“il cappotto verde è ancora vivo”), come si reca all’Istituto di ricerche, quali sono i rapporti tra le persone, cosa può dire e cosa deve celare. Neppure l’amnistia concessa dopo la morte di Stalin nel 1953, che liberò ladri e assassini, accorcia l’agonia di Lev, liberato solo alla fine del 1954 a fine pena. Il Leone e la Luce si sposano nel 1955, l’anno in cui nasce Anastassja (la Ressurezione). Più tardi nascerà anche Nikita, forse in omaggio a quel Kruschev che nel 1956 aveva denunciato Stalin e il suo culto della personalità, cancellando con un colpo di spugna l’onta di un tradimento mai commesso che pesava sul cuore di Lev, e che anche da uomo libero condizionava pesantemente tutta la sua vita. Forges va a trovare la coppia a Mosca nel 2008, un anno dopo aver scovato incidentalmente il carteggio quasi negletto, l’anno in cui morirà Lev. Sveta lo segue nel 2010. Riposano l’uno accanto all’altra.

Anni luce

Quando leggo queste cose penso agli anni luce, alla distanza enorme che in certi posti si deve ancora percorrere per riuscire a parlare e soprattutto ad attuare diritti e libertà la cui lesione viene nascosta dietro a scuse banali e puerili. Da Rainews24, o da ovunque in rete…

“Attivisti e commentatori lo hanno già ribattezzato ‘guinzaglio elettronico’. E’ il nuovo sms arabia.jpgsistema messo a punto dalle autorità saudite per avvertire tramite sms i mariti se le loro mogli stanno lasciando il Paese. Ciò che le donne del regno – ma anche di diversi altri Paesi della regione – non possono fare senza l’autorizzazione del consorte o, in alternativa, di un altro uomo ‘guardiano’ della famiglia, sia esso padre o fratello. Le reazioni sono state immediate su Twitter, anche da parte di molte donne saudite, dopo che, nei giorni scorsi, la notizia è emersa grazie ad un marito che ha avvertito Manal El Sherif, una attivista diventata famosa a livello internazionale per aver avviato una campagna per chiedere che venga riconosciuto anche alle donne saudite il diritto di guidare l’automobile. L’uomo stava partendo dall’aeroporto internazionale di Riad insieme alla moglie quando, appena passato il controllo passaporti, si è visto avvertire sul cellulare che la donna, appunto, era in procinto di imbarcarsi. Che una donna non possa lasciare il Paese senza il permesso di un maschio della famiglia è una legge in vigore non solo in Arabia Saudita, ma in diversi altri Paesi arabi, compreso il Libano, dove si applica anche alle cristiane. Così come in un Paese non arabo come l’Iran, dove, paradossalmente, è toccato anche a qualche italiano dover recarsi all’ufficio passaporti per concedere l’autorizzazione all’espatrio alla moglie iraniana. L’avviso diffuso via sms, però, è una novità ed ha “stupito anche molti padri e mariti, specialmente perché‚ stavano viaggiando proprio insieme alle figlie e alle mogli” quando lo hanno ricevuto, sottolinea il sito di notizie Arab News. Colte in contropiede dalle reazioni, le autorità hanno cercato di giustificarsi affermando che la nuova pratica non è intesa a limitare ancor più i diritti delle donne nel Paese. “Non vogliamo legare le donne ai loro guardiani maschi, si tratta soltanto di un servizio alla comunità, come quelli con cui inviamo informazioni sulla scadenza del passaporto, i visti o altro”, ha detto Badr Al Malik, portavoce del Dipartimento passaporti. Tali spiegazioni non hanno messo fine all’ondata di proteste e commenti sarcastici su Twitter. “Una donna non è una minorenne”, ha affermato Samia Al-Amoudi, una docente dell’università Re Abdul Aziz. Un gruppo per i diritti delle donne parla di “nuovo, folle livello di restrizioni”. Mentre qualcuno ci scherza suggerendo di fare al gatto per Natale “un regalo da saudita, un guinzaglio elettronico”.”

Osservando il 21.12.2012

L’articolo che posto ora è preso dall’Osservatore Romano ed è a firma di José G. Funes. Parte dalla profezia dei Maya sul 21 dicembre per arrivare a trattare del senso della storia secondo il cristianesimo e del significato di un futuro fondato in Cristo.

21-dicembre-2012-L-vdxJSt.jpeg“Da sempre gli uomini si sono interrogati sull’origine e sul destino della propria esistenza. “Da dove veniamo e dove andiamo?” è la domanda che ha percorso i millenni. A questo interrogativo possiamo dare spesso delle risposte irrazionali. Nei media e sulla rete si parla in questi giorni della fine del mondo, che i maya avrebbero predetto per il 21 dicembre 2012. Se facciamo una ricerca su Google, a questa voce corrispondono 40 milioni di risultati. Secondo tale “profezia”, si dovrebbero verificare un allineamento dei pianeti e del sole con il centro della Via Lattea e un’inversione dei poli magnetici del campo terrestre. Non vale la pena discutere il fondamento scientifico di queste affermazioni (ovviamente false).

Nel 2003, mentre tenevo all’università di Tegucigalpa, in Honduras, un corso di astronomia extragalattica ho avuto l’opportunità di visitare le rovine del centro Maya di Copán e di apprezzare da vicino la grande capacità di osservazione del cielo che quei popoli possedevano. In ogni caso, non si domandavano se la terra o il sole fossero al centro del cosmo. Erano più interessati a trovare un “disegno” ripetitivo di osservazioni passate da riprodurre in futuro. Nella cultura Maya il tempo aveva una dimensione ciclica e ripetitiva. L’astronomia veniva sviluppata in funzione della politica e della religione, con l’ossessione per i cicli temporali.

Pur quanto possa essere affascinante lo studio dell’astronomia Maya, vorrei riflettere qui sul destino del cosmo. Sappiamo che l’universo è iniziato circa 14 miliardi di anni fa. E sappiamo anche che è composto per il 4 per cento di materia “ordinaria”, per il 23 di materia oscura e per il 73 di energia oscura. Secondo i più attendibili dati osservativi, esso si espande continuamente e tale espansione è accelerata dall’energia oscura. Questa spiegazione scientifica postula un periodo in cui l’universo, nei suoi istanti iniziali, abbia attraversato una fase di espansione esponenziale, cioè estremamente rapida. È la teoria che è stata chiamata “inflazione”. Se questo modello è corretto, l’universo in un futuro molto distante – parliamo di miliardi di miliardi di anni – finirà per “strapparsi”. Fin qui ciò che la cosmologia può dire, con un certo fondamento scientifico, sul futuro dell’universo. È bene ribadire che la nostra comprensione, anche se abbastanza avanzata, non è completa. Fino a oggi non conosciamo la natura fisica della materia oscura né dell’energia oscura. Tuttavia siamo in grado di misurare gli effetti che producono. Secondo le speculazioni di qualche cosmologo, l’universo potrebbe addirittura non avere una conclusione unica ma piuttosto dei multi-ends: alcune sue parti, cioè, finirebbero in tempi diversi.

Nella visione cristiana, l’universo e la storia hanno un senso. Nel profondo dell’essere umano c’è la convinzione fondamentale che la morte non possa avere l’ultima parola. La cosmologia ci mostra che l’universo va verso uno stato finale di freddo e di buio; il messaggio cristiano ci insegna invece che nella risurrezione finale, quella dell’ultimo giorno, Dio ricostituirà ogni uomo, ogni donna e tutto l’universo. Questa realtà futura è espressa nelle parole dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo: “Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra… Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il Dio-con-loro” (21,1.3). L’Apocalisse è un testo profetico, non un’informazione scientifica sul futuro del cosmo e dell’uomo. È una profezia perché ci mostra l’intimo fondamento e l’orientamento della storia. Nel contesto storico in cui è stato scritto, l’autore sacro cerca di incoraggiare la comunità dei cristiani che soffre le persecuzioni. La storia umana (e cosmica) ha un senso che gli è stato donato dal Dio-con-noi. Anche se non siamo perseguitati, abbiamo sempre bisogno di incoraggiamento. La Parola di Dio ci ricorda che andiamo verso un futuro fondamentalmente buono, malgrado le crisi di ogni genere in cui viviamo immersi. Perché ci assicura che in Cristo c’è un futuro per l’umanità e per l’universo.”

Ignoranti di tutto il mondo

Eccone un’altra. Un’altra di quelle cose che leggo la mattina e poi mi ritrovo in altro modo nel pomeriggio… Sto leggendo il bel libro di Fabio Geda “Nel mare ci sono i coccodrilli”. A pag. 24 scrive

“A questo tengo molto Fabio.

A cosa?

Al fatto di dire che afghani e talebani sono diversi. Desidero che la gente lo sappia. Sai di quante nazionalità erano, quelli che hanno ucciso il mio maestro?

No. Di quante?

Erano venti, queli arrivati con la jeep, giusto? Be’ non saranno stati di venti nazionalità diverse, ma quasi. Alcuni non riuscivano nemmeno a comunicare tra loro. Pakistan, Senegal, Marocco, Egitto. Tanti pensano che i talebani sino afghani, Fabio, ma non è così. Ci sono anche afghani tra di loro, ovvio, ma non solo: sono ignoranti, ignoranti di tutto il mondo che impediscono ai bambini di studiare perché temono che possano capire che non fanno ciò che fanno nel nome di Dio, ma per i loro affari.”

Oggi pomeriggio arriva a casa e su twitter leggo il titolo di un articolo che mi attira. Tratta di globalizzazione e Africa, è di Chiara Zappa ed è preso da Avvenire. Evidenzio in grassetto il tratto in comune con il libro di Geda.

breve storia africa.jpg“Il Mali ostaggio dei fondamentalisti, la Nigeria dei kamikaze nelle chiese, ma anche il Maghreb, dove l’ascesa dei gruppi salafiti – dall’Egitto alla Tunisia alla Libia – sta raffreddando le speranze seguite alle primavere arabe: l’Africa è la nuova frontiera dello scontro di civiltà? Per Catherine Coquery-Vidrovitch, nota africanista professore emerito all’Università Paris-VII, il quadro non è questo. Anzi, «ci sono ben altri fronti su cui il continente, oggi, si sta davvero dimostrando protagonista ». Un esempio? «Mentre tutto il mondo soffre i contraccolpi della crisi economica, l’Africa fa registrare una crescita senza precedenti». La studiosa francese invita a ribaltare la prospettiva. E lo fa, lei per prima, nel suo libro Breve storia dell’Africa, da poco uscito per Il Mulino (pp. 170, euro 14). In cui, ripercorrendo le tappe salienti di un passato antichissimo («gli antenati degli uomini hanno fatto la loro comparsa in Africa parecchi milioni di anni fa», ricorda), fa notare come il continente rappresenti «una straordinaria terra di sintesi» che «non ha mai vissuto, contrariamente a quanto hanno creduto e raccontato gli europei, nell’isolamento». Non c’è da stupirsi, dunque, che tutti i grandi fenomeni di portata globale – in questo caso l’acuirsi di tensioni che strumentalizzano la sensibilità religiosa – si riverberino nelle dinamiche interne all’Africa.

Ma le immagini di violenza che ci arrivano dal Sahel o dalla Nigeria non la preoccupano?

Naturalmente si tratta di fenomeni gravi, eppure dobbiamo ricordare che l’islam, a sud del Sahara, è in maggioranza molto tollerante. Le forme religiose estremiste sono minoritarie, anche se sono quelle che fanno più rumore. In Mali, i jihadisti che stanno seminando il terrore vengono dalla Libia, mentre in vari contesti, in primo luogo la Nigeria, i conflitti in corso hanno ben altre ragioni – terre contese, scontri per le risorse, su una base di povertà e mancanza di prospettive – e non possono affatto essere ridotti a tensioni religiose.

Dunque non vede una rinascita dell’islam militante?

Non dimentichiamo che il fondamentalismo non è appannaggio dei musulmani, ma, per esempio nella Nigeria meridionale e sulla costa occidentale del continente, interessa anche le sette ultrareligiose cristiane evangeliche e pentecostali. L’estremismo e il ricorso al soprannaturale per giustificare la violenza riguardano musulmani, cristiani e anche animisti: non siamo di fronte a scontri di civiltà, ma a scontri per lo sviluppo.

A proposito di sviluppo, lei enfatizza l’attuale boom economico in Africa: quali sono le potenzialità e i limiti di questo fenomeno?

Le potenzialità sono enormi. Il continente possiede riserve importanti di tutte le risorse più preziose: diamanti, oro, uranio e soprattutto petrolio, il che la rende una terra strategica, con tutti i vantaggi, e i rischi, del caso. L’Africa, in particolare quella subsahariana, rappresenta l’unica regione che, mentre il resto del mondo è in crisi, continua a fare registrare una rapida crescita del Pil (con il record di sei dei Paesi a sviluppo più rapido degli ultimi dieci anni, ndr). Certo, questi dati dipendono anche dal fatto che il punto di partenza, a livello di sviluppo economico e industriale, era molto basso. Senza contare alcune contraddizioni: in certi Stati resistono élite corrotte e inadeguate che impediscono che i benefici della crescita ricadano sulla maggioranza della popolazione. Si creano così forti diseguaglianze sociali. C’è uno scollamento tra i progressi di una società civile vivace e una democratizzazione lenta. Eppure, negli ultimi anni assistiamo all’ascesa di una nuova, rilevante classe media.

Oltre 300 milioni di persone, secondo la Banca africana di sviluppo: qual è il ruolo di questa classe media?

Notevole. Si tratta di un processo accelerato negli ultimi vent’anni. Se nel periodo coloniale solo una piccola maggioranza frequentava la scuola, già negli anni Novanta lo scenario si era rivoluzionato, e l’istruzione ha portato con sé un’importante diversificazione e modernizzazione delle attività professionali. Oggi, soprattutto nelle città, esiste una fascia sociale fatta di funzionari statali, insegnanti, imprenditori, operatori dei servizi, che si sono moltiplicati grazie all’arrivo delle grandi società multinazionali, che hanno aperto sul continente le loro filiali e vi hanno riversato i propri capitali. La nuova borghesia africana rappresenta un mercato molto appetibile, in prospettiva il più grande mercato al mondo.

Le conseguenze dell’urbanizzazione sono solo economiche?

Non solo. Se è vero che in Africa l’urbanizzazione è stata tardiva, oggi ci sono città che sono passate in dieci anni da qualche migliaio a qualche milione di abitanti. Pensiamo a Libreville, in Gabon, al Sudafrica, al Senegal, o anche a un Paese come il Ruanda, fino a pochi anni fa quasi esclusivamente rurale. A livello continentale, la popolazione delle città è pari o addirittura superiore a quella delle campagne. E le città costituiscono non solo contesti con maggiori opportunità formative, sanitarie e professionali, ma anche i centri della coscienza e dell’attivismo politico. Le classi medie urbane sono sempre meno disposte a supportare i regimi dittatoriali del passato.

Che ne pensa dell’esplosione delle nuove tecnologie della comunicazione?

È un fenomeno estremamente importante. Oggi, in Africa, praticamente tutti hanno un cellulare, gli internet point si sono moltiplicati: la comunicazione e l’informazione sono chiavi per lo sviluppo e per la crescita della coscienza sociale e politica. Gli intellettuali africani sono sempre più permeabili agli apporti dell’estero, e anche la gente comune ha aperto i propri orizzonti. Abbiamo visto il ruolo dei social network nelle rivoluzioni nordafricane: ebbene, anche a sud del Sahara il cambiamento sta arrivando.”

Quanto deve essere grande il cimitero della mia isola?

Questa è la dura lettera del Sindaco di Lampedusa e Linosa Giusi Nicolini. L’ha pubblicata Quel che resta del mondo il 15 novembre. La leggeremo in alcune classi e la commenteremo.

280px-Lampedusa_island.jpg“Sono il nuovo Sindaco delle isole di Lampedusa e di Linosa. Eletta a maggio, al 3 di novembre mi sono stati consegnati già 21 cadaveri di persone annegate mentre tentavano di raggiungere Lampedusa e questa per me è una cosa insopportabile. Per Lampedusa è un enorme fardello di dolore. Abbiamo dovuto chiedere aiuto attraverso la Prefettura ai Sindaci della provincia per poter dare una dignitosa sepoltura alle ultime 11 salme, perché il Comune non aveva più loculi disponibili. Ne faremo altri, ma rivolgo a tutti una domanda: quanto deve essere grande il cimitero della mia isola? Non riesco a comprendere come una simile tragedia possa essere considerata normale, come si possa rimuovere dalla vita quotidiana l’idea, per esempio, che 11 persone, tra cui 8 giovanissime donne e due ragazzini di 11 e 13 anni, possano morire tutti insieme, come sabato scorso, durante un viaggio che avrebbe dovuto essere per loro l’inizio di una nuova vita. Ne sono stati salvati 76 ma erano in 115, il numero dei morti è sempre di gran lunga superiore al numero dei corpi che il mare restituisce.

Sono indignata dall’assuefazione che sembra avere contagiato tutti, sono scandalizzata dal silenzio dell’Europa che ha appena ricevuto il Nobel della Pace e che tace di fronte ad una strage che ha i numeri di una vera e propria guerra. Sono sempre più convinta che la politica europea sull’immigrazione consideri questo tributo di vite umane un modo per calmierare i flussi, se non un deterrente. Ma se per queste persone il viaggio sui barconi è tuttora l’unica possibilità di sperare, io credo che la loro morte in mare debba essere per l’Europa motivo di vergogna e disonore. In tutta questa tristissima pagina di storia che stiamo tutti scrivendo, l’unico motivo di orgoglio ce lo offrono quotidianamente gli uomini dello Stato italiano che salvano vite umane a 140 miglia da Lampedusa, mentre chi era a sole 30 miglia dai naufraghi, come è successo sabato scorso, ed avrebbe dovuto accorrere con le velocissime motovedette che il nostro precedente governo ha regalato a Gheddafi, ha invece ignorato la loro richiesta di aiuto. Quelle motovedette vengono però efficacemente utilizzate per sequestrare i nostri pescherecci, anche quando pescano al di fuori delle acque territoriali libiche. Tutti devono sapere che è Lampedusa, con i suoi abitanti, con le forze preposte al soccorso e all’accoglienza, che dà dignità di esseri umane a queste persone, che dà dignità al nostro Paese e all’Europa intera. Allora, se questi morti sono soltanto nostri, allora io voglio ricevere i telegrammi di condoglianze dopo ogni annegato che mi viene consegnato. Come se avesse la pelle bianca, come se fosse un figlio nostro annegato durante una vacanza”.

22.000 colpi di pistola

Nella notte tra venerdì e sabato della scorsa settimana (erano le 4.15 quando ho guardato la sveglia) ho finito di leggere “L’inverno del mondo” di Ken Follett, il secondo libro della trilogia The Century (l’ultimo volume dovrebbe uscire tra due anni). Si parla, in breve, della II guerra mondiale e dintorni e l’autore sta ben attento a creare una ricostruzione storica che non condanni i disastri del nazismo senza stigmatizzare la realtà russa (e ciò che fecero i soldati russi alla popolazione tedesca, di Berlino in particolare). Tutto questo mi è venuto in mente leggendo, oggi, la posta del Corriere, in cui Sergio Romano risponde a un lettore. Ne parleremo, dopo le vacanze di Natale, nelle quinte.

Sul-massacro-di-Katyn-gli-Usa-hanno-coperto-Stalin_h_partb.jpg

Lettore: “Perché sull’eccidio di Katyn, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, calò il silenzio? Anche gli Stati Uniti hanno coperto ciò che Stalin e Beria avevano fatto nel 1940. Perché preferirono tacere? Perché si è voluto coprire una azione di cui tutti sapevano e mettendo in evidenza solamente i crimini contro gli ebrei? Perfino Gorbaciov sapeva. Eltsin fu forse l’unico che ha tentato di far luce.”

Sergio Romano: “Caro Binelli, dopo la fine della guerra, gli Alleati vollero che la vittoria fosse coronata da un processo che avrebbe condannato le guerre di Hitler e rivelato al mondo la spietata politica con cui il regime nazista, tra l’altro, aveva sterminato circa sei milioni di ebrei. Occorreva che alla punizione politica e militare si accompagnasse una punizione giudiziaria. Se gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia avessero ufficialmente sollevato il problema dell’eccidio degli ufficiali polacchi seppelliti nelle fosse di Katyn, scoperte dalle forze armate tedesche nella fase iniziale del conflitto, il processo di Norimberga non avrebbe avuto luogo. Mosca aveva attribuito il massacro alla Germania hitleriana e non avrebbe mai permesso che la liturgia processuale di Norimberga mettesse l’Unione Sovietica, sia pure incidentalmente, sul banco degli accusati. Aggiungo che accanto a questa motivazione etica e giuridica vi fu anche, forse soprattutto a Washington, un calcolo politico. Alla conferenza di Yalta del febbraio 1945, due mesi prima della sua morte, Franklin D. Roosevelt aveva discusso con Stalin la creazione di una nuova Società delle nazioni — l’Organizzazione delle nazioni unite — e aveva raggiunto l’accordo sulla composizione di un organo direttivo, il Consiglio di sicurezza, in cui le maggiori potenze avrebbero avuto il diritto di veto. Nel futuro sognato dal presidente americano vi era quindi, alla fine della guerra, il sogno di una gestione concordata degli affari mondiali. Una pubblica discussione sulla responsabilità del massacro di Katyn avrebbe reso questa prospettiva impossibile. Se la Guerra Fredda fosse scoppiata subito dopo la fine del conflitto, anziché tra la fine del 1947 e gli inizi del 1948, la rottura dell’alleanza avrebbe certamente influito sull’impostazione del processo di Norimberga. L’uomo che maggiormente si prodigò perché l’Urss riconoscesse le sue colpe fu Aleksandr Jakovlev (1923-2005), un comunista eretico e coraggioso che aveva preso posizioni eterodosse ancor prima di Gorbaciov ed era stato allontanato da Mosca con un incarico diplomatico. Durante la perestrojka ebbe compiti che gli permisero di allargare considerevolmente i confini della glasnost; e dopo la morte dell’Urss, Eltsin lo chiamò a presiedere una commissione per la riabilitazione delle vittime delle repressioni politiche. Quegli incarichi gli permisero di riaprire il «caso Katyn» e di rendere noti molti documenti segreti, fra cui il verbale della riunione del presidium del Comitato centrale del Partito comunista dell’Urss durante la quale fu autorizzata l’esecuzione degli ufficiali polacchi. Di quel verbale esistono fotocopie che circolavano a Mosca nel 1992. Riuscii a procurarmene una.”

E’ il nostro destino

288882.jpgIn alcune seconde abbiamo finito di vederlo, in altre quasi. Ho trovato questo breve commento in rete.

“Mondi separati, non comunicanti, che se per caso si accostano sono incapaci di comprendersi, questo racconta Francesco Munzi nel suo film “Saimir”. Essere immigrati, non avere gli strumenti necessari per mettersi sulla stessa lunghezza d’onda di chi vive nel proprio paese: questo è ciò che sente Saimir, la cui adolescenza sembra essere stata compromessa per sempre dalla condotta del padre e dallo squallido universo che lo circonda. Non accetta la vita propostagli dal padre con la promessa di un mondo migliore. Questa esistenza gli pesa ogni giorno di più. Sembra aprirsi uno spiraglio quando incontra una ragazza italiana, che accetta senza riserve di uscire con lui. Saimir per un attimo ridiventa ragazzino, ritrova la spensieratezza della sua età, sorride, si sente come gli altri, ma poi il desiderio di trattenere la prima cosa bella che ha incontrato in un paese così estraneo gli fa commettere una serie di sbagli.

Un regalo troppo costoso e precoce, il racconto del suo tipo di vita spaventano la ragazza e la allontanano irrimediabilmente da lui. Non è questione di razzismo, è che la differenza di cultura e di stili di vita crea tra i due giovani una tragica incomunicabilità, rinchiudendo Saimir nel recinto di emarginazione e di solitudine che imprigiona molti come lui. La sequenza della scenata nella classe di Michela ha una grande forza espressiva: con la rabbia il protagonista cerca di abbattere il muro dell’indifferenza sociale, della discriminazione, e la macchina da presa prende le sue difese, si identifica con lui senza provare pietà o compassione. Vede solo attraverso i suoi occhi profondi, avidi di vita e di libertà.

Essere immigrati vuol dire non avere gli strumenti necessari per mettersi sulla stessa lunghezza d’onda di chi vive nel proprio paese. Nel film c’é un cameo, una specie di ringraziamento a una famiglia rom che lo ha aiutato a conoscere i rapporti generazionali tra padri e figli, il furto nella casa dei ricchi. Nell’appartamento i ragazzi rubano tutti i ritratti incorniciati, come se volessero appropriarsi, più che degli oggetti, della vita delle persone fotografate; indossano pellicce, frugano tra i ricordi personali, ma la soddisfazione più grande se la prende il giovane rom dal corpo scheletrico buttandosi nella piscina, simbolo di un agio che si può solo “rubare”. Al caos rumoroso dell’intrusione segue il tuffo al rallentatore del ragazzino rom nella piscina. La musica di Vivaldi che lo commenta aumenta il gradiente di drammaticità e offre l’appiglio per una lettura simbolica che esce dal feroce realismo, anche sonoro. La regia non sembra mai a corto della giusta luce. Albe che sembrano grigi crepuscoli, giorni che sembrano sempre alla soglia del tramonto raccontano il vuoto interiore, la disperazione dei personaggi, una vita ai margini del benessere, ma non dei sentimenti. Una storia fatta di ordinaria routine di sfruttamento e sopravvivenza, in una città che sembra aver definitivamente annesso periferie, sterrati e spiagge nella sua illimitata area di estensione.”

Queste, invece, sono alcune domande su cui ci soffermeremo…

  1. Che cosa pensi del dialogo tra Saimir e il bimbo sul camion? Cosa rappresenta l’Italia?
  2. Che cosa pensi del lavoro che svolge il padre di Saimir?
  3. Descrivi il rapporto tra Saimir e il padre. Cosa rimprovera Saimir al padre?
  4. Saimir è contento della vita che fa? Che cosa sogna Saimir?
  5. Chi sono gli amici di Saimir?
  6. Perché il rapporto tra Saimir e Michela non può funzionare?
  7. Perché è difficile l’inserimento di Saimir tra i suoi coetanei?
  8. Che cosa pensi della decisione finale di Saimir?
  9. Che cosa pensi del mondo degli adulti incapaci di essere modelli per gli adolescenti?
  10. Che cosa pensi del problema dell’immigrazione? E’ solo quella vista nel film?

Quale informazione?

In questi giorni molto si è scritto e parlato di Israele-Palestina. Qui non ho messo nulla: c’era di che informarsi abbondantemente altrove. Oggi, su Sette, ho letto questo articolo molto interessante di Aldo Grasso.

pallywood.jpg“Nella viva speranza che israeliani e palestinesi trovino presto una forma di convivenza, che le parti arrivino a una «soluzione permanente» della questione Gaza con mezzi diplomatici, è doveroso constatare come la strategia di Hamas trovi terreno fertile nella disinformazione.

La forma più elementare consiste, per esempio, nel saltare sempre le premesse. È solo Israele che reprime i palestinesi nella Striscia o questa situazione è frutto della determinazione di molti Stati arabi nel tenere Israele sotto scacco? Si può parlare di volontà di pace quando Hamas non vuole solo uno Stato palestinese, come sarebbe giusto, ma vuole la cancellazione dello Stato di Israele? La compassione per le vittime deve fare velo sulla sopravvivenza dell’unico Stato democratico in quella terra? Facile per molta parte dell’informazione saltare queste premesse, dimenticare la situazione dei Fratelli Musulmani in Egitto, della minaccia atomica iraniana, della convulsa situazione in Libano, della rivolta guidata da Al Qaeda in Siria, trascurare la dinamica di quest’ultimo conflitto (i razzi sono partiti da Gaza e sono tanti, ogni giorno). Non fa scandalo e non si approfondisce il fatto che l’Iran rifornisca Hamas di missili a lunga gittata, come se non fosse colpa di nessuno. Ma c’è una nuova forma manipolatoria che è già stata battezzata in America con il termine “Pallywood”, un neologismo composto dalla fusione di due parole, Palestina e Hollywood, a significare “la manipolazione dei media, la loro distorsione e la completa truffa da parte dei palestinesi col fine di vincere la guerra mediatica e della propaganda contro Israele”.

Gli esempi si sprecano, e sono tutti ampiamente verificabili: immagini di bambini insanguinati sui lettini d’ospedale, o addirittura morti, prese dal conflitto in Siria e spacciate come testimonianze del bombardamento su Gaza; immagini di palestinesi che scavano fra le macerie in cerca di bimbi, peccato che quegli uomini portino la kippah, il copricapo usato dagli ebrei; spreco di immagini con scritte false. Giorni fa circolava questa notizia: la responsabilità delle stragi nella Striscia di Gaza è dell’emiro del Qatar, il padrone di Al Jazeera. Sarebbe andato in visita a Gaza non per solidarietà, ma per fornire i collaborazionisti di Israele di materiale tecnologico per facilitare l’esercito israeliano nella sua opera distruttiva. Naturalmente questo materiale sui social network viene diffuso in maniera acritica, alimentando ogni tipo di odio razziale.

Ha ragione Pierluigi Battista: «Non è accettabile che sia divulgata una rappresentazione degli eventi drammatici di questi giorni come il frutto della solita smania militarista di Israele». Bisogna lavorare alla pace, ma seriamente, senza infingimenti o manipolazioni.”

In attesa…

Pubblico un articolo molto bello di Fulvio Scaglione preso da Avvenire.

“Su quanto avviene in queste ore in Egitto si appuntano, e con giusta causa, gli occhi del mondo. Occorre che questo avvenga, però, per le ragioni che davvero contano, e non per quanto conviene alla retorica del momento. È inutile, per esempio, cercare nella deriva autoritaria del presidente egiziano Morsi, espressione politica dei Fratelli Musulmani, la conferma di un fallimento della Primavera araba. Al contrario: la protesta contro le decisioni di Morsi dimostra che la Primavera ha aperto un vaso di Pandora di coscienza civica, prima assente, che sarà impossibile richiudere. Quello che invece deve inquietare è la bozza di Costituzione (da approvare con referendum) che il Presidente ha fatto licenziare in fretta e furia da un’Assemblea costituente popolata solo da Fratelli musulmani e salafiti dopo l’abbandono dei cristiani e dei laici per l’evidente impossibilità di svolgere un lavoro decente. La bozza, all’articolo 2, detta: «I principi della sharia sono la principale fonte della legislazione».morsi.jpg

È un dramma perché lo fa Morsi in Egitto? No, al contrario: è un dramma perché lo fanno tutti. Intanto, l’articolo in questione è tal quale a quello presente nel testo dei tempi di Mubarak. La Costituzione adottata dall’Iraq ha un articolo 2 identico quasi alla lettera. Quella dell’Arabia Saudita, all’articolo 1, dice: «Il Regno dell’Arabia Saudita è uno Stato sovrano arabo islamico con l’islam come religione; il Corano e la Sunnah del suo Profeta… sono la sua Costituzione ». Abbiamo citato per primi due Paesi molto “amici” dell’Occidente, ma se passiamo all’Iran troviamo all’articolo 4: «Tutte le leggi e i regolamenti civili, penali, finanziari, economici, amministrativi, culturali, militari e politici… devono essere fondati su criteri islamici ». E in Tunisia, dove elezioni democratiche hanno dato la maggioranza al partito islamista Ennadha come in Egitto ai Fratelli Musulmani, il tentativo di sottoporre le leggi dello Stato alla legge islamica è stato finora contenuto solo dalla forte mobilitazione dell’opinione pubblica. Questo è uno dei crinali più critici nei rapporti con il mondo islamico. È chiaro infatti che il monopolio della legge affidato a una sola fede, anche se maggioritaria, mina alle radici quel principio della libertà di religione che, al contrario, è uno dei capisaldi della nostra civiltà e della nostra cultura. Con quel che poi ne deriva in termini di reciprocità, sia nei rapporti tra cittadini sia nelle relazioni tra Stati. Ma non basta.

Restando alla bozza egiziana, troviamo che l’articolo 2 è pericolosamente integrato dall’articolo 4, quello in cui si ribadisce che, in materia di legge islamica, può essere sollecitato il parere del grande imam di Al Azhar, la moschea del Cairo che è anche il più prestigioso centro teologico del mondo sunnita. Questo configura non solo la sottomissione della legge dello Stato alla legge islamica, ma anche la subordinazione del potere giudiziario all’autorità religiosa. Mentre noi ben sappiamo che l’indipendenza della magistratura è una delle architravi del nostro Stato democratico. Questo va sottolineato. Perché la violazione del principio della libertà di religione, pur gravissima per ciò che sottintende, potrebbe in teoria scaricarsi solo sui non musulmani, che peraltro in Egitto sono almeno il 10% della popolazione, quindi non pochi. Mentre l’asservimento del potere giudiziario si scaricherebbe su tutti, musulmani e non musulmani, senza distinzioni, aprendo senza scampo la strada a un regime autoritario. In questa battaglia coloro che protestano in tante città dell’Egitto non vanno lasciati soli. Perché è una battaglia che in qualche modo combattono anche per noi.”

Quanti Islam?

Riporto due notizie che sembrano provenire da pianeti lontanissimi.

Da La Stampa

“Dopo diciannove ore consecutive di seduta, iniziata ieri a mezzogiorno e protrattasi per l’intera notte, l’Assemblea Costituente egiziana dominata dai Fratelli Musulmani e dai salafiti ha adottato la bozza della nuova Costituzione, che dovrebbe rimodellare le istituzioni del Paese in modo che riflettano i cambiamenti intervenuti nell’era post-Hosni Mubarak, grazie all’avvento anche nel Paese nord-africano della Primavera Araba: nell’annunciare l’approvazione dei 234 articoli del provvedimento il presidente dell’organismo, Hossam el-Ghiriani, ha precisato che è avvenuta all’unanimità, malgrado i lavori fossero stati boicottati dalle forze di opposizione laiche e liberali, oltre che dalla minoranza copta, soprattutto a causa del mantenimento della contestata norma in base alla quale la sharia, la legge coranica, costituisce la principale fonte giuridica.

corano.jpgOra il testo sarà trasmesso al neo-presidente della Repubblica, l’islamista Mohamed Morsi, affinché lo ratifichi entro domani. Il documento sarà poi sottoposto a referendum popolare confermativo nel giro di due settimane, vale a dire per la metà di dicembre. In proposito Morsi, intervenendo a tarda sera alla televisione nazionale, ha puntualizzato che i poteri quasi illimitati che lui stesso si era attribuito il 22 novembre con un contestatissimo decreto, non a caso definito ufficialmente “Dichiarazione Costituzionale”, sono legati esclusivamente a una «fase eccezionale», e che cesseranno di essere validi «non appena il popolo avrà votato sulla Costituzione», perché nell’Egitto contemporaneo «non c’è alcuno spazio per la dittatura»: con buona pace dei tanti che vedono invece nella mossa del capo dello Stato un ritorno all’autoritarismo di Mubarak. Quest’ultimo peraltro rimase al potere per quasi tre decenni, mentre la Costituzione testé approvata prevede un massimo di due mandati presidenziali ciascuno, per un totale di otto anni, oltre a imporre una serie di meccanismi di controllo sulle prerogative delle Forze Armate; sebbene, anche in tal caso, per i contestatori si tratti di misure più che altro di mera facciata.”

Da Le monde des religions

“«Le Coran ne fait aucune référence explicite à l’homosexualité» : c’est fort de cet argument que Ludovic-Mohamed Zahed, a décidé d’ouvrir, vendredi 30 novembre, une mosquée dite «inclusive» : les femmes, voilées ou non, ne seront pas séparées des hommes; des couples homosexuels pourront se marier religieusement… «Il s’agit d’ouvrir un lieu de culte où tou-tes seraient accueilli-es comme des frères et des sœurs humains avant tout, quels que soient leur sexe, leur identité de genre ou leur ethnicité», écrit-t-il sur LeNouvelObs.com.

Selon lui, le mot arabe qui désigne l’époux ou l’épouse dans le Coran, «zawjan», est n’est ni féminin ni masculin, deux hommes ou deux femmes pourraient donc se marier. D’ailleurs, les musulmans ne considèreraient pas le mariage comme un sacrement, comme les catholique, mais simplement «un contrat social entre deux individus consentants, devant deux témoins au moins, célébré en communauté», celles et ceux qui les reconnaissent en tant que couple. Enfin, tranche le jeune homme, «l’interprétation univoque et dogmatique de certains versets du Coran [qui légitimeraient l’homophobie et la misogynie] ne fait plus l’unanimité.»

Cette argumentation peut sembler partiale voire inexacte: de nombreux hadiths — des paroles attribuées au prophète Mahomet — paraissent condamner l’homosexualité; le Coran comporte un récit analogue au mythe de Sodome et Gomorrhe, etc… Mais pour l’imam de Bordeaux, Tareq Oubroux, nulle interprétation ne fait autorité. «Aucun texte univoque, authentique, ne fait mention d’une quelconque sanction contre les homosexuels, affirme-t-il avant de nuancer. Éthiquement parlant, le Coran n’admet pas l’homosexualité. Mais le passage de cette condamnation morale à une condamnation juridique n’existe pas.»

Quoi qu’il en soit, l’islam sunnite ne reconnaissant aucun clergé, Ludovic-Mohamed Zahed peut tout à fait ouvrir une mosquée sans l’aval du Conseil français du culte musulman ou d’un autre autorité. Des établissements similaires existent d’ailleurs aux Etats-Unis ou au Canada. La semaine dernière, selon le quotidien Métro, une imam de la mosquée de Los Angeles, Ani Zonneveld, devait à Paris pour célébrer le mariage de deux femmes — «deux Françaises de confession musulmane», précisait Ludovic-Mohamed Zahed. Cette union était organisée à l’initiative de la Confederation of Associations LGBT, European or Muslims (Calem) qui regroupe des musulmans du monde entier.”

Si son presi il nostro cuore

Il prossimo è un post lungo che parla di un vecchio episodio della storia. Perché l’ho scritto? Perché a volte faccio fatica ad avvicinarmi alla dura storia recente, come quella della strage in un sobborgo di Damasco con l’uccisione di tanti bambini. E anche perché questo episodio me lo porto dentro dalle superiori, quando Fabrizio De André me l’ha fatto conoscere.

Un balzo all’indietro di quasi 150 anni, ma sempre il 29 novembre: 1864 in Oklahoma. E’ l’alba, fa freddo, c’è la neve. Il campo Cheyenne si trova in un’ansa a ferro di cavallo del Sand Creek a nord del letto di un altro torrente quasi secco. In totale vi sono quasi seicento indiani nell’ansa del torrente, due terzi dei quali donne e bambini. La maggior parte dei guerrieri si trova diversi chilometri a est a cacciare il bisonte per i bisogni dell’accampamento, come ha detto loro di fare il maggiore Anthony, comandante del distaccamento a cui sono affidati.

Gli indiani sono così fiduciosi di non aver assolutamente nulla da temere che non mettono sentinelle durante la notte, tranne alla mandria di cavalli che è chiusa in un recinto sotto il torrente. Ma dal torrente sta avanzando a un trotto svelto un grosso contingente di truppe: uomini, donne e bambini corrono fuori dalle tende seminudi; donne e bambini che strillano alla vista delle truppe; uomini che corrono nelle tende a prendere le armi…

sand creek.jpgIl capo Pentola Nera ha una grande bandiera americana appesa in cima a un lungo palo e sta davanti alla sua tenda, aggrappato al palo, con la bandiera svolazzante nella luce grigia dell’alba invernale. Grida alla sua gente di non avere paura, che i soldati non faranno loro del male; poi le truppe aprono il fuoco dai due lati del Campo. I soldati appena smontati da cavallo cominciano a sparare con le carabine e le pistole. In quel momento centinaia di donne e bambini Cheyenne si stanno radunando intorno alla bandiera di Pentola Nera.

Antilope Bianca, un vecchio di settantacinque anni, disarmato, il volto scuro segnato dal sole e dalle intemperie, cammina a grandi passi verso i soldati. Crede ancora che i soldati smettano di sparare appena vedono la bandiera americana e la bandiera bianca della resa che ha innalzato Pentola Nera.

Polpaccio Stregato Beckwourth, che cavalca a fianco del colonnello Chivington, vede avvicinarsi Antilope Bianca. “Venne correndo verso di noi per parlare al comandante,” testimoniò in seguito Beckwourth “tenendo in alto le mani e dicendo: “Fermi! fermi!”. Lo disse in un inglese chiaro come il mio. Egli si fermò e incrociò le braccia finché cadde fulminato”. I sopravvissuti fra i Cheyenne dissero che Antilope Bianca cantò il canto di morte prima di spirare: “Niente vive a lungo. Solo la terra e le montagne”.

Provenienti dal campo Arapaho, anche Mano Sinistra e la sua gente cercano di raggiungere la bandiera di Pentola Nera. Quando Mano Sinistra vede le truppe, si ferma con le braccia incrociate, dicendo che non combatterà gli uomini bianchi perché sono suoi amici. Cade fucilato.

Il colonnello Chivington comanda l’attacco contro una popolazione inerme che quasi niente fa per reagire. Gli episodi sconvolgenti – come venne testimoniato dagli stessi indiani e da molti altri bianchi che parteciparono al massacro – non si contano. Gli uomini vengono scalpati e orrendamente mutilati, i bambini usati per un macabro tiro al bersaglio, le donne oltraggiate, mutilate e scalpate. Per commettere delitti così atroci bisogna possedere una innata cattiveria o non essere padroni delle proprie azioni. In effetti molti dei partecipanti erano ubriachi. In nessun modo si riuscì legalmente a rendere giustizia ai pellerossa.

Robert Bent, che si trova a cavallo suo malgrado con il colonnello Chivington, dice che, quando giungono in vista al campo, vede “sventolare la bandiera americana e udire Pentola Nera che dice agli indiani di stare intorno alla bandiera e lì si accalcano disordinatamente: uomini, donne e bambini. Questo accade quando siamo a meno di 50 metri dagli indiani. Vedo anche sventolare una bandiera bianca. Queste bandiere sono in una posizione così in vista che devono averle viste. Quando le truppe sparano, gli indiani scappano, alcuni uomini corrono nelle loro tende, forse a prendere le armi… Penso che ci siano seicento indiani in tutto. Ritengo che ci siano trentacinque guerrieri e alcuni vecchi, circa sessanta in tutto… il resto degli uomini è lontano dal campo, a caccia… Dopo l’inizio della sparatoria i guerrieri mettono insieme le donne e i bambini e li circondano per proteggerli. Vedo cinque squaws nascoste dietro un cumulo di sabbia. Quando le truppe avanzano verso di loro, scappano fuori e mostrano le loro persone perché i soldati capiscano che sono squaws e chiedono pietà, ma i soldati le fucilano tutte. Vedo una squaw a terra con un gamba colpita da un proiettile; un soldato le si avvicina con la sciabola sguainata; quando la donna alza un braccio per proteggersi, egli la colpisce, spezzandoglielo; la squaw si rotola per terra e quando alza l’altro braccio, il soldato la colpisce nuovamente e le spezza anche quello. Poi la abbandona senza ucciderla. Sembra una carneficina indiscriminata di uomini, donne e bambini. Vi sono circa trenta o quaranta squaws che si sono messe al riparo in un anfratto; mandano fuori una bambina di sei anni con una bandiera bianca attaccata a un bastoncino; riesce a fare solo pochi passi e cade fulminata da una fucilata. Tutte le squaws rifugiatesi in quell’anfratto vengono poi uccise, come anche quattro o cinque indiani che si trovano fuori. Le squaws non oppongono resistenza. Tutti i morti che vedo sono scotennati. Scorgo una squaw sventrata con un feto, credo, accanto. Il capitano Soule mi conferma la cosa. Vedo il corpo di Antilope Bianca privo degli organi sessuali e sento un soldato dire che vuole farne una borsa per il tabacco. Vedo una bambina di circa cinque anni che si è nascosta nella sabbia; due soldati la scoprono, estraggono le pistole e le sparano e poi la tirano fuori dalla sabbia trascinandola per un braccio. Vedo un certo numero di neonati uccisi con le loro madri. ” (In un discorso pubblico fatto a Denver non molto tempo prima di questo massacro, il colonnello Chivington sostenne che bisognava uccidere e scotennare tutti gli indiani, anche i neonati. “Le uova di pidocchio fanno i pidocchi” dichiarò.)

La descrizione di Robert Bent delle atrocità dei soldati è confermata dal tenente James Connor: “Tornato sul campo di battaglia il giorno dopo non vedo un solo corpo di uomo, donna o bambino a cui non sia stato tolto lo scalpo, e in molti casi i cadaveri sono mutilati in modo orrendo: organi sessuali tagliati a uomini, donne e bambini; sento un uomo dire che ha tagliato gli organi sessuali di una donna e li ha appesi a un bastoncino; sento un altro dire che ha tagliato le dita di un indiano per impossessarsi degli anelli che aveva sulla mano; per quanto io ne sappia John M. Chivington è a conoscenza di tutte le atrocità che sono state commesse e non mi risulta che egli abbia fatto nulla per impedirle; ho saputo di un bambino di pochi mesi gettato nella cassetta del fieno di un carro e dopo un lungo tratto di strada abbandonato per terra a morire; ho anche sentito dire che molti uomini hanno tagliato gli organi genitali ad alcune donne e li hanno stesi sugli arcioni e li hanno messi sui cappelli mentre cavalcavano in fila.”

Quando cessa la sparatoria sono morti 105 donne e bambini indiani e 28 uomini.

Pentola Nera riesce miracolosamente a trovare scampo su un burrone, ma sua moglie è gravemente ferita. Mano Sinistra, sebbene colpito da una pallottola, riesce ugualmente a salvarsi. Quando scende la notte i sopravvissuti strisciano fuori dalle buche. Fa’ molto freddo e il sangue si è congelato sulle loro ferite, ma non osano accendere i fuochi. L’unico pensiero che hanno in mente è di fuggire a est verso lo Smoky Hill e cercare di raggiungere i loro guerrieri. “Fu una marcia terribile,” ricordò George Bent “la maggior parte di noi procedeva a piedi, senza cibo, con pochi indumenti, impacciata dalle donne e dai bambini.” Per 80 chilometri sopportano il gelo dei venti, la fame e i dolori delle ferite, ma alla fine raggiungono il campo di caccia. “Come arrivammo nel campo vi fu una scena terribile. Tutti piangevano, persino i guerrieri, le donne e i bambini strillavano e gemevano . Quasi tutti i presenti avevano perso qualche parente o amico e molti di loro sconvolti dal dolore si sfregiavano coi coltelli finché il sangue usciva a fiotti.”

C’è il rischio della vendetta. Come reagisce, poco tempo dopo, Pentola Nera?

“Noi chiediamo di essere in pace con i Bianchi, vogliamo stringere la vostra mano. Stiamo viaggiando attraverso una nuvola. Il cielo è scuro da quando è cominciata la guerra. Questi uomini coraggiosi che sono qui con me sono pronti a fare ciò che dico. Noi vogliamo portare buone notizie al nostro popolo perché tutti possano dormire in pace. Vi chiedo di dire ai capi dei soldati che sono qui, che noi siamo per la pace e che non commetteremo l’errore di considerarli nemici”

(notizie prese da http://freeforumzone.leonardo.it/lofi/Il-grande-popolo-dei-Nativi-Americani/D9540662.html e da http://www.farwest.it/?p=1685).

E l’Europa del Nobel?

Israele-Palestina.jpg

Quale il ruolo dell’Europa nella calda situazione israelo-palestinese? Se lo chiede su El periodico de Catalunya la giornalista Rossa Massagué. La traduzione è di Andrea Sparacino, la fonte è Presseurop.

L’escalation bellica tra Israele e la Striscia di Gaza certifica la comparsa di nuovi protagonisti nel processo di mediazione per fermare le violenze. Ora l’iniziativa è nelle mani di un Egitto che non ha niente a che vedere con quello di Mubarak, di una Turchia che continua ad affermarsi come potenza regionale e di un Qatar salito da poco alla ribalta internazionale ma con sufficienti mezzi e interessi (politici, strategici e religiosi) per reclamare un ruolo di primo piano. Questo quadro è senz’altro figlio dei cambiamenti portati dalla primavera araba.

E l’Europa? Non c’è e nessuno l’aspetta. In passato il suo compito nel conflitto israelo-palestinese è stato quello di saldare i debiti dei palestinesi, molto spesso nei confronti degli israeliani. Un ruolo perfettamente recitato e che in fondo risparmiava all’Ue preoccupazioni di altro genere. Ora però la situazione è cambiata. In un certo senso Bruxelles è ancora disposta a pagare, ma il problema è che l’Europa ha grossi problemi a mettersi d’accordo persino per rilasciare un comunicato congiunto. Lunedì 19 novembre, mentre i ministri degli esteri stavano lavorando al documento, Regno Unito e Francia sostenevano la necessità di chiedere a Israele di non lanciare un attacco di terra. Alla fine però il capo della diplomazia europea Catherine Ashton ha imposto il suo punto di vista, spalleggiata dalla Germania. In primo luogo il documento condannava il lancio di razzi contro Israele, in secondo luogo difendeva il diritto dello stato ebraico a proteggere la sua popolazione e solo in terzo luogo invitava Tel-Aviv ad “agire proporzionalmente e assicurare la protezione dei civili”. Il fatto che Gaza, la zona più densamente popolata mondo, subisca un blocco imposto da Israele non è stato nemmeno menzionato. I fatti dicono che l’operazione lanciata da Israele, con l’obiettivo (ufficiale) di fermare il lancio di razzi con attacchi aerei e dalle navi da guerra, ha provocato la morte di almeno 147 palestinesi (molti dei quali donne e bambini), il ferimento di altre 900 persone e la distruzione di molti edifici civili. Confrontando i danni e le vittime dell’operazione israeliana con gli effetti del lancio di razzi palestinesi (5 morti) è evidente che non c’è alcuna traccia della proporzionalità chiesta dall’Europa.

La primavera araba ha profondamente confuso l’Ue. Dopo aver sottolineato più volte la necessità di un miglioramento democratico nella zona – sostenendo nel frattempo le autocrazie, considerate il male minore rispetto all’islamismo – l’Europa non ha saputo come rapportarsi al movimento democratizzante. La stessa cosa sta accadendo in questi giorni. Oltre a firmare dichiarazioni che la realtà si incarica di ridurre immediatamente a parole senza senso, l’Ue sta rinunciando di fatto ad avere un ruolo nella soluzione di un conflitto che si svolge a pochi chilometri di distanza. Come se l’Europa non avesse e non dovesse avere alcun interesse nella zona.

 

Sette settimane: quasi due mesi?

L’altroieri avevo una riunione con alcuni colleghi. Una di loro mi ha raccontato di un articolonumero7.jpg di Repubblica che mi ha fatto sorridere. Il riferimento era la frase del generale israeliano Eyal Eisenberg sulla durata della battaglia nella striscia di Gaza: “Un periodo di combattimento di sette settimane”. L’articolo di Repubblica afferma che la battaglia durerà quasi due mesi. Ecco in poche righe un esemplificazione delle ragioni secondo cui è importante conoscere le religioni e la cultura religiosa. Sette settimane non sono semplicemente meno di due mesi. Posto qui sotto un articolo di Marco Mostallino pubblicato su Lettera43 (di cui non capisco il punto di vista secondo il quale Levitico e Deuteronomio siano testi ignorati dai cristiani: personalmente ho fatto pure un esame su di essi…).

“Il 50esimo giorno nella Bibbia è quello del giubileo, della festa, della vittoria. Arriva dopo «sette settimane» di sacrifici e patimenti: esattamente il tempo che il comandante delle truppe israeliane sul confine di Gaza, il general Eyal Eisenberg, ha annunciato come possibile durata dell’offensiva di terra contro Hamas. Certo, la previsione di 49 giorni di conflitto è basata anche su fattori militari e geografici, sulla stima della possibile resistenza delle truppe nemiche e sull’efficienza delle proprie. Ma la coincidenza con i testi religiosi è troppo netta e precisa per essere casuale: i riferimenti alle sacre scritture ebraiche e alla cabala non sono rari nella strategia delle Forza armate israeliane.

Nel Levitico, uno dei libri della Bibbia trascurati dai cristiani, ma preziosi per gli ebrei, si legge che la preparazione all’anno giubilare dura «sette settimane di anni», ovvero 49 anni, mentre il 50esimo sarà l’anno della festa. Il testo parla di «settimane di anni»; lo stato maggiore israeliano, invece, intende le settimane come noi le conosciamo, eppure il riferimento è evidente e voluto. I versetti 8-10 del capitolo 25 recitano: «Dichiarate santo il 50esimo anno e proclamate la liberazione nel Paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia». Per i credenti, per gli antichi ebrei privati della terra promessa, è questo il volere di Dio: la conquista o riconquista della patria, la «liberazione del Paese». Non stupirebbe sentir parlare i generali israeliani di un’offensiva militare messa in campo al fine di permettere ai propri cittadini di «tornare nella loro proprietà», la terra che a giudizio di Israele i palestinesi occupano illegalmente. Si tratta dei concetti del Levitico, il momento centrale della festa religiosa, e coincidono con i piani di battaglia del moderno esercito di Gerusalemme.

Anche nel Deuteronomio, un altro dei testi biblici ignorati dai cristiani, si legge (capitolo 16) la seguente prescrizione: «Conterai sette settimane; da quando si metterà la falce nella messe comincerai a contare sette settimane: poi celebrerai la festa delle settimane per il Signore tuo Dio, offrendo nella misura della tua generosità e in ragione di ciò in cui il Signore tuo Dio ti avrà benedetto». Ritornano, quindi, le sette settimane di fatica, di sofferenza, per celebrare al 50esimo giorno il raccolto, la vittoria, la lode a Dio che «non dimentica il suo popolo».

Il numero sette, d’altronde, è ricorrente e importante nella Bibbia: dai sette giorni della creazione fino al dettato evangelico di «perdonare 70 volte sette», le scritture sacre sono piene di eventi e precetti importanti sottolineati con questo numero. Così come le campagne militari delle forze armate israeliane: nel 1967 le truppe di Tel Aviv combatterono e vinsero la Guerra dei sei giorni, programmata a tavolino per questa durata precisa, così da sorprendere i comandanti di Siria ed Egitto, ma anche per ricalcare lo schema della Creazione biblica, dove per sei giorni Dio costruisce un mondo, per poi potere riposare e gioire nel settimo giorno. Potenza della fede o delle armi? Oppure, ancora, si tratta di richiami magici di una religione che convive con l’esoterismo, separata da una frontiera assai incerta e penetrabile? Al di là di quella che possa essere la durata reale della guerra con Hamas, quando comunica agli israeliani di prepararsi a «sette settimane di combattimento», il generale usa un linguaggio simbolico ben compreso nel proprio senso profondo dalla popolazione civile. Credenti o non credenti, i cittadini del moderno Stato di Israele sono cresciuti dentro la cultura ebraica e ne colgono e utilizzano simboli e riferimenti: così sanno che, almeno negli intenti, si tratta di una guerra che potrebbe essere in qualche modo decisiva.

Sette è un numero considerato perfetto, sacro ma anche magico, potente ed esoterico, nato dalla somma o fusione dell’elemento umano (numero quattro) dell’esistenza e di quello divino (il tre). È un numero che ha tra i propri molteplici significatici cabalistici quello della «forza»: la forza umana delle armi insieme con l’aiuto di Dio possono condurre le forze armate israeliane a una vittoria altrimenti impossibile, almeno nell’auspicio dei generali che scelgono le strategie militari. Del resto, i militari di ogni epoca e ogni parte del mondo sono stati spesso legati alla scaramanzia.

Lo stato maggiore israeliano aggiunge alla tradizione l’appello al divino, anche nelle parole. Così i poderosi carri armati prodotti in Israele sono chiamati «Merkavà», un termine che nella Bibbia indica il carro di fuoco che il profeta Ezechiele vede correre nel cielo lanciando saette e fiamme.

Ezechiele, poi, viveva, insieme con il suo popolo, negli anni dell’esilio di Babilonia, in attesa di tornare alla terra promessa, la Palestina dove oggi israeliani e Hamas si scambiano missili e bombe.

Insomma, gli alti comandi israeliani vedono l’attuale campagna militare come una prosecuzione della «guerra santa» che l’antico popolo ebraico dovette combattere contro i «malvagi» Filistei (in arabo moderno i palestinesi sono chiamati «filistin») e contro Amalek, dal nome delle genti che abitavano la Palestina biblica, diventato pian piano sinonimo di male assoluto, di demonio.

Curiosamente, infine, anche la postura dei comandanti dei carri armati israeliani, ritti con il busto fuori dalla torretta blindata, richiama la posizione di Mosè il quale, durante la guerra contro Amalek, su una collina, dritto in piedi, tiene alte le braccia al cielo per chiedere l’aiuto divino: e, racconta la Bibbia, quando Mosè teneva le braccia alte, gli ebrei avevano la meglio in combattimento, per poi rischiare di essere sopraffatti se il loro capo, stanco, lasciava cadere le braccia lungo i fianchi per riposare. La storia è ricca di simili esempi: le sette settimane dell’esercito israeliano a Gaza sono una sorta di amuleto, come la scritta in hoc signo vinces che l’imperatore romano Costantino fece apporre, insieme con la croce, nelle bandiere del suo esercito che a ponte Milvio avrebbe poi sconfitto Massenzio. E come il gioco del solitario con le carte cui Napoleone, uno dei più grandi strateghi della storia, pare si affidasse prima di ogni battaglia per cercare il contatto con quelle forze occulte, divine o naturali, che potevano guidarlo alla vittoria sul campo militare.”

Le domestiche bambine del Marocco

Nella giornata che celebra i diritti dell’infanzia pubblico questo articolo che parla delle domestiche bambine. Il pezzo si conclude con le richieste fatte da Human Rights Watch al governo marocchino. Mi permetto di aggiungere una domanda: nell’articolo si scrive che spesso quello di queste bambine è l’unica fonte di sostentamento della loro famiglia. Cosa succede ai famigliari? Si potrebbe ipotizzare che lo stesso lavoro venga svolto da un altro membro della stessa famiglia? L’articolo di Monica Ricci Sargentini compare qui.

“Lavorano dalle sei di mattina a mezzanotte, sette giorni su sette, per una paga misera,images.jpg tra gli 11 e i 61 dollari al mese che vengono versati direttamente ai genitori. Sono le domestiche bambine che a migliaia vengono mandate ogni anno a lavorare nelle case della media borghesia marocchina. Una situazione veramente vergognosa per un Paese che cerca di dare di sé una immagine moderna e proiettata verso l’Occidente. Le piccole, spesso di appena 8 anni, vengono da zone rurali e spesso il loro misero stipendio è la sola fonte di sostentamento delle loro famiglie. L’arrivo in città il più delle volte è traumatico, molte raccontano anche di aver subito molestie e violenze sessuali da parte dei padri e dei figli della famiglia ospitante. La loro vita si svolge solo all’interno delle mura domestiche ad eccezione di quando escono per qualche commissione. Ma ribellarsi e denunciare è impossibile. Parliamo di bambine semianalfabete (la metà ha smesso di andare a scuola, un terzo non c’è mai andato) che non sanno dove e a chi chiedere aiuto.

Da tempo si discute della necessità di una legge che regoli il lavoro domestico e il governo ha promesso di metterla in agenda entro il 2013. Troppo poco per Human Rights Watch (HRW) che il 15 novembre ha pubblicato un rapporto dal titolo La servitù solitaria: “Il governo – ha spiegato Jo Becker di HRW – dice che il lavoro minorile è diminuito e la scolarizzazione aumentata. E’ vero ma c’è la necessità di proteggere queste lavoratrici con azioni mirate. Il lavoro al di sotto dei 15 anni dovrebbe essere proibito. Queste ragazzine vengono sfruttare, abusate e costrette a lavorare per moltissime ore per un salario bassissimo. Nessuno sa quante siano veramente”. L’ultimo dato risale al 2001 in cui si stimava che ci fossero tra 66mila e 86mila domestiche bambine, di cui 13,500 solo a Casablanca. Oggi quella cifra, assicura HRW, si è sicuramente ridotta ma il fenomeno è ancora diffuso. Il governo ha promesso dei nuovi dati presto. In ogni caso, dicono oggi le autorità marocchine, il lavoro minorile è sceso drasticamente da 517mila persone nel 1999 a 123mila nel 2011. Agli ispettori, però, è proibito andare nelle case private per questo è più difficile quantificare il fenomeno. “Il lavoro domestico – ha aggiunto ancora Becker – è un problema serio perché queste ragazzine sono invisibili, lavorano all’interno delle abitazioni e quindi sono più vulnerabili all’abuso fisico e per loro è ancora più difficile cercare aiuto”.

Un anno fa fece clamore la morte di Khadija una domestica di soli 11 anni uccisa dalla figlia della padrona di casa perché le aveva rovinato la camicetta lavandola. La ragazzina veniva da Tagadirt, un piccolo villaggio a sud-est di Marrakesh, aveva cominciato a lavorare a nove anni per 50 dollari al mese. La donna che l’ha uccisa aveva 31 anni. Ma anche quest’episodio, seppure agghiacciante e commovente insieme, sembra essere stato dimenticato. Anche perché il fenomeno è così diffuso che spesso chi deve far rispettare le leggi (giudici, poliziotti, ministri) ha in casa una domestica bambina.

  • Human Rights Watch ha chiesto al governo marocchino e al re Mohammed VI di varare le seguenti misure:
  • Stabilire che l’età minima per il lavoro è 15 anni e prevedere multe salate per i datori di lavoro e per i reclutatori
  • Aumentare l’informazione sul lavoro domestico con una campagna stampa in cui si spiega alle ragazze come chiedere aiuto chiamando un numero verde
  • Identificare i lavoratori bambini e rimuoverli immediatamente da quella situazione
  • Perseguire penalmente chi commette violenza e abusi nei confronti dei lavoratori domestici”

Dalla primavera di Praga a quella araba

Condivido questo bell’articolo di Nello Scavo preso da Avvenire.

praga_ponte_carlo.jpg“Con gli occhi appiccicati allo schermo del suo smartphone, il ragazzo birmano sosta ai piedi del Museo Nazionale. Laddove nel ’69 Jan Palach si diede fuoco in segno di protesta antisovietica, Aung Zaw risponde ai messaggi degli altri “cospiratori” della dissidenza globale. Chi avrebbe immaginato che la bisbetica capitale dell’allora Cecoslovacchia sarebbe diventata la casa comune dei “signor no” di ogni dove. Dai protagonisti delle primavere arabe agli attivisti russi. Dai blogger cinesi alla nuova generazione di intellettuali birmani. Si ritrovano nella città che fu di Kafka e Kundera, nel nome del loro capostipite: Václav Havel. Sono arrivati al Forum2000 che per la prima volta si è svolto senza il suo fondatore, morto un anno fa. «I nostri sogni si spengono quando voi accendete il riscaldamento». Con le sue provocazioni Yuri Zhibladze, presidente del Centro per lo sviluppo della democrazia e dei diritti umani di Mosca, si è cacciato in un sacco di guai. «Parlate di libertà, di regimi antidemocratici, ma poi – domanda – sareste disposti a restare al freddo per mettere in crisi il potere di Putin? Lui lo sa. E lascia che d’estate vi scaldiate con le buone intenzioni. Tanto l’inverno arriva sempre». Alle prime gelate la storia si ripete. Il Cremlino gioca al gatto con i topi freddolosi del Vecchio Continente. «La dipendenza energetica dal gas russo è una questione che pregiudica ogni vostra buona intenzione». La bruma che dall’alba galleggia sulle anse della Moldava annuncia la proverbiale inversione termica. Quando la nebbia e i camini della Parigi boema trasformano il tramonto sulla città magica e romantica in uno scenario mistico, dalla cui caligine sbucano i campanili e i trenta santi sul Ponte Carlo, protetti dalla spada scintillante di Bruncvík, il leggendario “cavaliere buono” che sconfisse il drago a nove teste.

Tarik Nesh Nash, noto cyberattivista marocchino, non ha dubbi. Oggi Bruncvík impugnerebbe un tablet: «Internet è un mezzo per coinvolgere i cittadini nella costruzione della democrazia, e i media ne sono uno dei pilastri». Dalle primavere arabe Tarik ha imparato che non bisogna solo combattere “il drago a nove teste” del potere incontrollato, «ma sconfiggere l’analfabetismo tecnologico e il divario digitale grazie al quale i regimi limitano la circolazione delle informazioni». Come in Birmania, dove secondo il cyberdissidente Min Yan Naing è ancora troppo presto per tirare il fiato. Le aperture concesse dalla giunta militare e la leadership indiscussa di una grande amica di Havel, l’indomita Aung San Suu Kyi, «devono fare i conti – spiega Naing – con un ritardo tecnologico voluto dai militari per isolare il Paese». Nei villaggi sperduti a ridosso delle risaie come nelle città più popolose «l’accesso al web è un miraggio. Crediamo – sostengono i giornalisti e attivisti Aung Zaw e Kyaw Thu – che in certe aree la gente neanche sappia dell’esistenza di internet». A Praga i dissidenti sono di casa. Alcuni vi trascorrono lunghi periodi grazie a finanziatori internazionali e programmi di scambio culturale. Soprattutto tra i vicoli della Città Vecchia possono fare due passi senza doversi guardare le spalle. Lo raccontano esorcizzando la paura sorseggiando una cioccolata calda nella sala da tè del Na Zábradlí, quel “teatro ringhiera” dal quale Vaclav Havel ha animato la “Rivoluzione di velluto” e nel quale è tornato dopo ogni carcerazione. Un luogo che non ha ancora perso quell’atmosfera da covo di sovversivi.

«Chi ha detto che in Russia non c’è libertà di parola? – gioca ancora con le parole Yuri Zhibladze –. Non è affatto vero. Noi a Mosca abbiamo libertà di parola. Il problema è che non c’è libertà “dopo” aver parlato». La prassi è la medesima dai tempi dell’Unione Sovietica. «Le intimidazioni, le minacce ai familiari, gli avvertimenti e i pedinamenti sono la nostra quotidianità», riferisce Yuri con l’espressione spersa di chi, almeno al chiuso di un albergo ben sorvegliato, è riuscito finalmente a trascorrere una notte tranquilla. Il sistema Putin è collaudato, «ma non reggerà molto a lungo», preconizza. I giovanotti “ovunque connessi” a volte ostentano fin troppa fiducia nelle proprie armi tecnologiche. Ci pensa un vecchio filosofo a mettere in discussione la «religione mediatica». Con i suoi 87 anni Zygmunt Bauman non ci sta a recitare il ruolo del vecchio arnese tagliato fuori dalla scarsa confidenza con i post i tweet né i blog. «I social media? Vengono usati regolarmente dai governi per stroncare le rivolte popolari sul nascere. Sapete cosa penso? Che invece – sottolinea l’intellettuale di origine polacca – stiamo abusando dei media». I ragazzi terribili delle primavere arabe o i “guerriglieri virtuali” delle periferie asiatiche, alla fine devono ammetterlo: «Applicazioni come Facebook e Twitter – ricorda Jaroslav Valuch, che nell’Est Europa guida una campagna contro i crimini basati sull’odio – non sono stati progettati per gli attivisti, e sarebbe sciocco pensare che possano essere utilizzati in modo totalmente sicuro».

Internet e i social network stanno mettendo a nudo i potenti ovunque essi siano. «I servizi segreti si sono dovuti specializzare nella guerra informatica. Ma strumenti come twitter sono difficili da filtrare», assicura l’americano David Keyes, trentenne cofondatore di cyberdissident.org. Sarà, ma per dirla con il blogger cinese Michael Anti, il limite è che «internet può liberare le menti delle persone, ma non fare della Cina una democrazia». Ma cos’è che davvero fa scendere in piazza per mostrare il petto ai fucili degli eserciti? L’attivista egiziano Abu Bakr Shawky ha una sua chiave di lettura. E l’ha trovata in una piccola libreria di Mala Strana, il “quartiere piccolo” che sale verso il Castello. Sul suo iPad indica il testo appena messo in rete. È di un giovane Havel: «Ho letto molti libri arguti sul socialismo. Mi sono reso conto che tutti quei grandi concetti sull’ordine più perfetto che esista sono solo ridicole costruzioni di carta, se per i loro araldi non è naturale cedere il posto in tram a una signora anziana o aiutare una vecchina a raccogliere le mele cadute lungo il marciapiede».”

La sfinge idolatra

In Egitto c’è chi, dopo aver distrutto le statue del Buddha di Bamiyan in Afghanistan, pensa che Piramidi e Sfinge vadano distrutte in quanto simbolo di idolatria… Ne scrive Asianews.

piramidi-e-sfinge-t6989.jpg“Gli operatori turistici egiziani temono una deriva islamista del Paese e attaccano l’imam salafita Murgan Salem al-Gohary che in un programma televisivo andato in onda su TV2 Channel ha proposto la distruzione delle Piramidi di Giza e dalla Sfinge perché simbolo di idolatria. Questa ennesima dichiarazione si aggiunge alle decine di minacce dei salafiti contro il patrimonio artistico egiziano e i luoghi di vacanze, che rappresentano uno dei principali settori di impiego per la popolazione. Ihab El-Badry, leader della Coalition To Support Tourism, ha depositato oggi una denuncia ufficiale al presidente Morsi, al Premier e al ministro del Turismo accusati di non fare nulla per controllare gli islamisti. “Anche se finora sono solo dichiarazioni – afferma – esse stanno devastando il nostro settore. Esse fanno il giro del mondo e questa per noi è solo pubblicità negativa. I turisti ora sono restii a viaggiare in Egitto, hanno paura”.

Conosciuto in tutto il Paese per le sue posizioni estremiste, Murgan Salem al-Gohary ha passato diversi anni in carcere durante il regime di Mubarak proprio per la sua attività vicina ai terroristi islamici. Intervistato dal programma di Tv2 Channel il leader salafita si è vantato di aver combattuto con i talebani in Afghanistan e di aver partecipato alla distruzione delle statue dei Buddah di Bamiyan, sottolineando che statue e beni archeologici dell’antico Egitto potrebbero fare la stessa fine. “Le piramidi e la Sfinge – ha affermato il leader salafita – sono degli idoli che offendono l’islam e vanno distrutte come i Buddah dell’Afghanistan. Dio ha ordinato al profeta Maometto di distruggere le statue degli idoli, ogni egiziano che si professa islamico deve fare lo stesso”. Trasmessa il giorno dopo la grande manifestazione pro-sharia organizzata dagli islamisti, l’intervista ad al-Gohary ha scatenato numerose polemiche nel Paese, che non si sono limitate agli operatori turistici, ma hanno reso più rovente il dibattito fra democratici e islamisti sull’inserimento della legge islamica nella nuova costituzione.

Sfruttando l’onda della primavera araba egiziana e il vuoto di potere creatosi dopo la caduta di Mubarak, il partito ultraconservatore salafita è riuscito a diventare la seconda forza più influente in parlamento dopo i Fratelli Musulmani. Secondo Ahmed Osman, autore televisivo, la maggior parte dei salafiti la pensa come al-Gohary e vorrebbe le statue o distrutte o coperte da teli per nascondere le parti che offendono l’islam. La controversa posizione dell’imam salafita e dei suoi seguaci è però contestata anche all’interno degli ambienti islamisti. Abdel Fattah Moro, vicepresidente del partito islamico tunisino Ennadha, sostiene che i salafiti sbagliano a leggere il Corano. Secondo il libro “il profeta ha distrutto gli idoli perché la gente li adorava, ma nessuno adora la sfinge e le piramidi”, quindi non vi è alcun motivo di distruggerle. Nonostante le rassicurazioni di Fratelli Musulmani e altri leader di partiti islamici sul tenere la religione lontano dalla politica, essa sta entrando progressivamente nella istituzioni e atti un tempo inconcepibili sono sempre più giustificati dalle autorità. Nel novembre 2011 il partito al-Nour ha coperto con dei veli le sirene della fontana di Zeus situata nel centro di Alessandria. Un altro esempio della progressiva islamizzazione della società egiziana è la recente scelta di 250 hostess della Egypt Air di indossare il velo islamico a bordo degli aerei, prendendo esempio dai vicini Paesi del Golfo: Qatar, Emirati arabi, Arabia Saudita. Fondata nel 1932 la compagnia di bandiera egiziana non ha mai applicato l’obbligo islamico del velo, che durante il regime di Mubarak era una sorta di tabù.”

Una vita in 23 giorni

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15 anni di carcere prima di riuscire a dimostrare la propria innocenza: è questa la storia di Govinda Prasad Mainali raccontata da Riccardo Noury.

“Dopo aver trascorso 15 anni in carcere, Govinda Prasad Mainali è un uomo definitivamente libero.

Accusato dell’omicidio di una donna, avvenuto nel marzo 1997, l’uomo – un immigrato nepalese che ora ha 46 anni – è stato assolto da ogni accusa mercoledì scorso dall’Alta corte di Tokyo. Il caso era stato riaperto quest’anno, quando nuove prove basate sull’esame del Dna avevano stabilito che non era stato Mainali a uccidere la vittima. Mercoledì il giudice Shoji Ogawa ha finalmente riconosciuto che “ci sono prove che dimostrano che una terza parte ha commesso il reato”. “Siamo molto spiacenti per averlo tenuto in carcere per così tanto tempo” – ha commentato Takayuki Aonuma, vicecapo dell’ufficio della procura di Tokyo.

Dalla sua casa di Katmandu, Mainali non ha trattenuto la felicità ma ha anche espresso enorme amarezza per aver dovuto attendere 15 anni prima di essere riconosciuto innocente. Lo ha aiutato la fede in Dio, dice, e la speranza che un giorno sarebbe riuscito a raccontare la sua vicenda. Nel suo paese natale, Mainali si trova da giugno, quando era stata disposta la riapertura del caso. Uscito dal carcere, le autorità giapponesi si erano ricordate che nel 1997 era entrato illegalmente in Giappone e lo hanno espulso.

La vicenda di Mainali ci dice che in Giappone la giustizia è lungi dall’essere infallibile. Il rischio è intrinseco al sistema giudiziario e ha un nome: daiyo kangoku, le prigioni di polizia. Le persone sospettate di aver commesso un reato possono essere trattenute fino a 23 giorni prima di essere formalmente incriminate. In questo periodo, i contatti con l’avvocato sono ridotti al minimo e le pressioni per ottenere una confessione rasentano, o a volte contemplano, la tortura. Non esistono limiti di procedura alla durata degli interrogatori, che avvengono senza la presenza di un legale e non vengono registrati integralmente. Gli archivi di Amnesty International contengono numerose testimonianze di detenuti che, durante il periodo di daiyo kangoku, sono stati presi a calci e pugni, minacciati, costretti a rimanere immobili, in piedi oppure seduti, e privati del sonno. Le “confessioni” ottenute in questo modo diventano la prova regina dell’accusa. Per smontare un impianto accusatorio del genere, quando va bene ci vogliono anni e anni: 15, come abbiamo visto nel caso di Mainali. In un paese che mantiene e applica la pena di morte, sapere che il destino di una persona può decidersi in quei 23 giorni fa venire i brividi. Un film, presentato al Festival del cinema di Roma nel 2010 ma purtroppo mai distribuito in Italia, “Box – The Hakamada case”, lo spiega alla perfezione. Da anni, Amnesty International e gli organismi sui diritti umani delle Nazioni Unite chiedono una riforma profonda del sistema del daiyo kangoku. Le principali modifiche sollecitate riguardano il pieno accesso dei detenuti alla difesa, soprattutto nel corso degli interrogatori, la registrazione integrale di questi ultimi, in audio e in video, e l’introduzione di sistemi di sorveglianza attraverso telecamere all’interno delle celle e delle stanze d’interrogatorio.”

Da manager ad arcivescovo di Canterbury

Proviamo a conoscere un po’ meglio, attraverso un articolo del Corriere, il nuovo primate della Chiesa anglicana.

“Di quale pasta sia fatto il nuovo capo spirituale degli anglicani lo si era capito un giorno welby, chiesa anglicana, canterburydella scorsa estate quando il presidente della Barclays, sir David Walker, presentandosi con un certa baldanza davanti ai Lord si trovò investito da una domanda che era una sciabolata al cuore: «Ma voi banchieri perché siete così tanto avidi? Perché vi arricchite speculando coi soldi degli altri?». Justin Welby, all’epoca era il vescovo della diocesi di Durham ed era pure uno dei rappresentanti nella Camera alta a Westminster della Chiesa d’Inghilterra. Tutti sapevano che il cinquantaseienne figlio di un commerciante di whisky nonché amico della famiglia Kennedy e di Jane Portal, una delle segretarie di Winston Churchill, aveva (e ha) il dente avvelenato con i padroni e con padrini della City. Ma che un tipo così, nonostante gli studi a Eton e Cambridge (storia), nonostante l’educazione doc, nonostante il suo passato di perfetto «business man», lanciasse pubblicamente la sua sfida al numero uno di un colosso del credito come Barclays, pochi pensavano che potesse accadere. E ancora meno erano quelli che, essendo vacante la cattedra di arcivescovo di Canterbury dopo l’uscita di Rowan Williams, puntavano sull’ascesa di questo signore al soglio massimo anglicano. E, invece, la Crown Nominations Commission, dopo tanto dibattere nella cristianità inglese, alla fine ha chiamato proprio lui: sarà dunque «il fustigatore» della City a comandare (dopo sua maestà, che ne è il vertice simbolico) il gregge dei fedeli.

Chi l’avrebbe mai azzardata, quel giorno dell’estate olimpica, una previsione simile? Scherzi del destino. Nella capitale mondiale della finanza la Chiesa d’Inghilterra sceglie di essere governata da un uomo (sposato e padre di cinque figli) e da un vescovo-lord che della riforma bancaria e della necessità di controlli rigidi su ciò che i «maghi» dei tassi e dei mercati combinano nel segreto delle loro «stanze di guerra», fa il suo moderno vangelo. E non per improvvisa ispirazione divina ma perché Justin Welby la conosce bene la City e conosce bene i «peccati (sue parole) che le grandi company commettono». Ha lavorato nel Miglio Quadrato e ha servito il capitalismo internazionale. Già, storia interessante quella del neo arcivescovo di Canterbury. «La chiamata di Dio» (sempre sue parole) l’ha avvertita tardi. Dopo la laurea e i dottorati di ricerca, Justin Welby, non ancora presule, aveva trovato impiego nelle aziende petrolifere (alla Elf francese ella Enterprise Oil Plc). Ne era diventato un manager, viaggiava fra Londra, Parigi e l’Africa, nelle aree di estrazione nel Niger («ho visto molti colleghi arrestati per corruzione»), era diventato un apprezzato «trader» dei famigerati titoli derivati. Poi nel 1987 la tragedia che gli cambiò la vita: muore la sua bambina. Il dolore, la riflessione, l’ordinazione nella Chiesa d’Inghilterra.

Justin Welby ha cominciato subito a predicare contro le brame della finanza allegra e ladrona, osservata tanto da vicino: in un saggio del 1997, dal titolo «L’etica dei derivati» già spiegava la struttura e l’inganno dei futures, degli swaps, dei contratti «pronti contro termine», e concludeva: «Sono strumenti potenti, necessitano di monitoraggi severi». Una voce mai arrivata ai piani alti della City: ben 10 anni prima che la finanza venisse travolta dalle sue stesse diaboliche creature. Il nuovo arcivescovo di Canterbury adesso risfodera i suoi insegnamenti. Può farlo: top manager e top bankers spregiudicati sono nel mirino. Inneggia al movimento «Occupy London», gli antagonisti che si accamparono davanti a St Paul: «Hanno ragione, in questa finanza c’è davvero molto che non va bene». Il censore più pericoloso la City lo trova in casa. E non può prenderlo sotto gamba.”

Speriamo che non sia femmina

Una triste storia di aborti selettivi, infanticidi femminili, costruttori di speranza. E’ raccontata da Marzio G. Mian su Io Donna.

female-foetal-infanticide-india4.jpg“Sudha, perché urla la bimba? Sudha fa segno di non disturbare, di lasciare che la piccola si sfoghi. Poi racconta che Kanshika, dieci anni, è arrivata da sola al centro per liberare tutta la sua rabbia. «Ce l’ha con noi che l’abbiamo salvata quando era appena nata e sua madre stava per ucciderla. Dice che la sua vita è peggio della “non vita” perché suo padre non la vuole, non le dà da mangiare, non le compera i libri e le scarpe, la tratta peggio della capra, anzi le dice che lei non vale la capra… A volte la incatena. Invece alla prima figlia dona bracciali e sari preziosi. La odia perché non è riuscito ad eliminarla e così lui, con due figlie e neanche un maschio, è lo zimbello del villaggio… In più la piccola è un cannone a scuola, una sua scomparsa non passerebbe inosservata».

Kanshika doveva morire, l’ha salvata Sudha, responsabile di questo microscopico quanto coraggioso centro “Rescuing Female Babies” di Terre des Hommes nel distretto di Salem, bacino del tessile mondiale nello Stato del Tamilnadu, estremo Sud dell’India, tra i più colpiti dalla piaga dell’infanticidio di bambine. Kanshika doveva morire come è accaduto a milioni di neonate in India: dieci milioni in vent’anni sono le bimbe uccise in questo Paese il quale, stando ai numeri del Pil, è senz’altro un’inarrestabile potenza economica, ma secondo altri dati, come quelli dell’ultimo censimento – 905 femmine nate ogni mille maschi – si rivela il peggior posto al mondo dove nascere donna. Secondo un recente e sconvolgente studio dell’università di Toronto gli aborti selettivi (12 milioni in 25 anni) «aumentano con l’aumentare dell’affermazione economica e professionale delle donne indiane». In sostanza più sono emancipate più utilizzano l’aborto selettivo se sanno (grazie alle tecnologie) di aspettare la seconda femmina. Quindi se decine di milioni di donne mancano all’appello in India non è solo per le condizioni di vita miserabili, medievali, di quasi metà della popolazione, dell’impossibilità del padre di provvedere alla dote di una seconda figlia, o per l’effetto della credenza indu secondo cui unicamente il figlio maschio può celebrare il rito funebre dei genitori e permetterne la reincarnazione: sotto accusa sono anche le donne dell’India moderna, tecnologica, quelle nuove borghesi che cavalcano il benessere e si adeguano al più barbaro conformismo maschio-centrico. Molte di loro vengono dalle città, da Chennay o Salem, in posti appartati come questo, Edapadi, un grosso villaggio contadino di 45 mila abitanti, serbatoio di cotone per i grandi marchi internazionali, dove la pratica infanticida è atavica, coperta dall’omertà e dove prosperano le “botteghe” clandestine dotate di screening agli ultrasuoni, vietati dalla legge proprio perché si sa a che cosa servono: il pacchetto scanner-aborto fa neanche 15 euro. Ma le donne del posto, che 15 euro li guadagnano forse in quattro mesi, continuano alla vecchia maniera.

«Mio marito mi picchiava, urlava che allevare una figlia è come irrigare il campo del vicino» racconta Amita, 32 anni. «Era la seconda, ho fatto quello che voleva lui, sono tornata dall’ospedale e l’ho affidata a mia suocera, la mattina dopo non respirava, aveva un rigo di sangue che scendeva dal naso. Penso l’abbia avvelenata con il latte di palma». Qui non esiste il certificato di nascita, così il neonato può essere soppresso, abbandonato o venduto (15 mila rupie una bimba, 50 mila un maschietto) senza grossi rischi. Amita mi accoglie con le tre figlie in scala, ma tra la prima e la seconda c’è un salto evidente. Quando rimane nuovamente incinta, radio-villaggio, il servizio di “intelligence” messo in piedi da Terre des Hommes per individuare le possibili nuove miserabili Medee, la convincono a farsi mettere “sotto protezione” del centro. La nuova bambina è salva, ne nasce poi un’altra e quindi il marito se ne va, lasciandole in una capanna senza luce elettrica: le bambine la sera studiano in strada sotto il lampione.

Anche Harsha con le sue due fanciulle è stata abbandonata; il marito è riuscito ad avere il maschio con la cognata. Mi conduce dietro la baracca – osservata dai campi vicini da molti occhi ostili – fino a un piccolo spiazzo tra una palma di cocco e un banano. Quella che sarebbe stata la seconda figlia l’ha seppellita lì, tre sassi segnano il punto preciso: «Ogni anno al suo compleanno verso un bicchiere di latte sulla terra». Racconta che le madri-assassine non allattano il neonato, perché potrebbero attaccarsi alla creatura e cambiare idea. Anche nel suo caso ha fatto tutto la suocera: «Diceva che suo figlio non avrebbe potuto provvedere alla dote di due femmine. L’ha fatto per lui». Da queste parti, ogni futura sposa deve, tra le altre cose, dotare la famiglia delle sposo di una moto, minimo 125 cavalli di cilindrata. Harsha piange, dice che non permetterà alle sue bambine di sposarsi, potrebbero conoscere lo stesso inferno. Le bambine la guardano con stupore e pietà, è la prima volta che ascoltano questa storia.

A Edapadi ho incontrato una decina di madri perse nel rimorso ai margini del villaggio e molte figlie restituite alla vita; ho raccolto racconti irripetibili che non riesco a non accostare a quelli estasiati di molte amiche occidentali impegnate, femministe, habituè degli ashram, che sanno tutto sugli incensi, la medicina ayurvedica e la mitologia indiana, ma che ignorano questo “olocausto” di donne mai nate o mai vissute. Spesso perché così suggeriscono, ispirate dagli uomini, le potenti astrologhe: «Basta un loro cenno» dicono al centro di TdH «e il destino si compie». Le istituzioni sanitarie sono complici. Al Karthic Medical Centre, il più moderno della provincia, comandano i coniugi Chandran, entrambi ginecologi. Dopo un pistolotto sulla nuova legislazione che impedisce ai medici di comunicare alle famiglie il sesso del nascituro, il dottor Chandran non sa però come spiegare perché, ad esempio, la settimana precedente la mia visita risultano nati 29 maschietti e solo 9 femminucce. Davvero dice di non saperlo.”

Degna della mia voce interiore

«Ah, Marija Veniaminovna, noi la porteremmo in trionfo se solo… se solo Lei non credesse in Dio!». Ieri sera stavo sfogliando “Io donna” e mi sono imbattuto in un articolo su Marija Veniaminovna Judina, probabilmente la più grande pianista del ‘900. Le parole con cui ho iniziato il post sono di Pavel Fedorovic, uno degli esponenti del Partito Comunista russo. A lui risponde la Judina: «Non si darà mai il caso che mi portiate in trionfo, Pavel Fëdorovic. Non rinnegherò la fede e Dio. Sarete voi, invece, a venire tutti dalla nostra».

Da adolescente scrive: «Conosco solo una strada che porta a Dio, l’arte. Non voglio affermare che la mia strada sia universale, so che ne esistono altre. Ma sento che questa è per me. Questa è la mia vocazione. Io ci credo e credo anche nella forza che mi è data nel percorrerla. Io sono un anello di congiunzione nella catena dell’arte»

Scrive nel suo diario: «Una sera in cui il pubblico si ostinava a non volersi alzare al termine di un mio concerto nella sala Glinka dopo aver suonato già vari bis esco per l’ennesima volta e li vedo tutti lì seduti. “Ma siete ancora qui?”; e tutti di nuovo ad applaudire. “In questo caso vi reciterò delle poesie”. E recito Zabolockij, e poi Pasternak e si leva un uragano di applausi. Ma a causa dell’ottusità di qualcuno si vendicarono di me e i miei concerti a Leningrado si interruppero»

Nel 1933 la Judina viene assunta dal Conservatorio di Mosca e nel 1943 parte per il fronte, ma con come infermiera o interprete, come in un primo tempo avrebbe voluto, bensì per tenere concerti benefici alla radio o nelle sale della Leningrado stretta dalla morsa dei tedeschi. «È a questi anni che risale il leggendario episodio narrato dall’amico Sostancovic. Stalin ascolta alla radio il secondo movimento del concerto numero 23 K 488 di Mozart eseguito dalla Judina e ne rimane così colpito da chiedere immediatamente il disco, che però non esisteva trattandosi di un concerto eseguito in diretta. Convoca allora d’urgenza la pianista e l’orchestra in una sala di registrazione e ottenuto il disco invia in ringraziamento alla Judina ventimila rubli, una cifra da capogiro per l’epoca. E la pianista risponde: “La ringrazio per il Suo aiuto, Iosif Vissarionovic. Pregherò giorno e notte per Lei e chiederò al Signore che perdoni i Suoi gravi peccati contro il popolo e la nazione. Dio è misericordioso. La perdonerà. I soldi li devolverò per i restauri della chiesa in cui vado”. Si dice che quel disco venne trovato sul grammofono la notte che trovarono Stalin morto nella sua dacia. Ma pochi sanno che la Judina aveva sempre suonato quel secondo movimento interpretandolo come un requiem per le vittime del gulag».

«Sì, voglio mostrare alla gente che si può vivere senza odiare, pur essendo liberi e indipendenti. Sì, voglio cercare di essere degna della mia voce interiore».

Una storia tutta da scoprire:

http://www.tempi.it/onda-speciale-su-marija-judina-la-pianista-che-ha-commosso-stalin#.UJ932oawXw8

http://www.ilsussidiario.net/News/Storia-della-Settimana/2009/3/30/MARIJA-JUDINA-La-pianista-che-commosse-Stalin/15235/

http://www.ilsussidiario.net/News/Musica-e-concerti/2010/8/17/MARIJA-JUDINA-La-pianista-dimenticata/106653/

http://www.meetingrimini.org/default.asp?id=673&item=4991

http://www.ilsussidiario.net/News/Musica-e-concerti/2010/8/23/MARIJA-JUDINA-Piero-Rattalino-la-pianista-immortale-all-ombra-del-regime/107574/