La Provvidenza?

Stamattina in una classe abbiamo parlato di quando Dio e le religioni vengono tirati in ballo dalla politica, dalle ideologie, dal potere… Allora ho chiesto “Vi leggo una frase togliendo una parola chiave. Chi potrebbe averla detta? Quando guardo agli ultimi cinque anni che stanno dietro di noi non posso fare a meno di dire: questa non è stata opera solo dell’uomo. Se la Provvidenza non ci avesse guidati spesso, non sarei stato in grado di percorrere questo cammino vertiginoso. C’è qualcosa che i nostri avversari dovrebbero sapere sopra ogni cosa. Che noi, …, siamo fondamentalmente dei devoti. Non abbiamo scelta: nessuno può fare la storia di una nazione o la storia del mondo se le sue azioni e le sue capacità non sono benedette dalla Provvidenza.” Sono cominciate a piovere le risposte “Dante!” “Martin Luther King” “Il gen. Patton” “Gandhi” e “Prof, non vorrei dire una cavolata, ma a me viene in mente Hitler”. Sguardi attoniti. Intervengo io: “In effetti al posto dei puntini c’è la parola “nazionalsocialisti”.”

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Il silenzio degli onesti

Avevo pensato: Basta post sul blog per oggi! Poi, ho continuato col mio lavoro di setacciamento di articoli e mi sono imbattuto in quello di Elisa Kidané per Nigrizia. Tra le varie cose, scrive: “Il male – quello capace di creare mostri – è sottile, subdolo; all’inizio, quasi invisibile, impercettibile. È talmente scaltro da farsi passare come banalità. Che c’è di male se allo stadio quattro ragazzotti urlano “buuuh!” quando in campo c’è un “negro”? Dov’è il problema se una maestra dice a una bambina straniera che non si merita un voto alto perché lei è diversa dalle altre? Che c’è di strano se si scende in piazza perché un italiano è stato ucciso da un immigrato, e se si gira la testa dall’altra parte se la vittima è l’immigrato? Che c’è di male quando si liquidano solo come “parole forti” quelle dette da chi auspica l’avvento di forni per gli immigrati? La filosofa tedesca di origini ebraiche, Hannah Arendt, autrice de La banalità del male (1963), che riprendeva i resoconti che aveva pubblicato come corrispondente del settimanale New Yorker per il processo ad Adolf Eichmann, gerarca nazista processato a Gerusalemme nel 1961, in una lettera a Gershom Scholem, autorevole studioso di mistica ebraica, scrisse: «È mia opinione che il male non possa mai essere radicale, ma solo estremo; e che non possegga né una profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. È una sfida al pensiero, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità». Banalizzando il male, si arriva sull’orlo del baratro. Poi, basta un nulla per cadere nel vuoto assoluto di valori, di dignità, di umanità. Per questo, non possiamo sottovalutare segnali anche minimi di intolleranza e lasciarci anestetizzare da discorsi buonisti. A spaventarci dovrebbero essere l’apatia, l’indifferenza, la resa di quella parte – gran parte – buona e sana dell’Italia. Torna utile ricordare ciò che disse Martin Luther King alla parte sana dell’America che non reagiva al dramma della segregazione: «Non bisogna avere paura delle parole dei violenti, ma piuttosto del silenzio degli onesti».”

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Il treno delle 15.20 per Gerusalemme

“Più di un secolo fa gli ottomani costruirono una vasta rete ferroviaria per servire tutto il Medio Oriente, connettendo inizialmente Giaffa e Gerusalemme per poi collegare le principali città del Medio Oriente arabo – Amman, Basra, Beirut, Il Cairo, Damasco, Gerusalemme e Medina – a Istanbul. La costruzione del segmento Nablus-Gerusalemme fu interrotta dallo scoppio della prima guerra mondiale e la stazione di Nablus fu quasi completamente distrutta durante il conflitto arabo-israeliano del 1948. Oggi nessun treno attraversa i confini del nostro minuscolo territorio. La sola linea verde che conosciamo non connette le capitali del Medio Oriente, le divide.” (Raja Shehadeh su Internazionale)

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Democrazia

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Ieri sera, sull’onda emotiva delle notizie che giravano in rete, stavo pensando che se i nostri politici sono il frutto di un voto democratico, inizio a nutrire seri dubbi sulla democrazia. Poi, ho cominciato a pensare che forse il problema non è tanto il sistema democratico, quanto la modalità di elezione… E stamattina, mentre facevo il periodico lavoro di epurazione dei ritagli di giornali accantonati da Natale a oggi, mi sono imbattuto in un pezzo di Olivier Roy (prof di sceinze politiche all’Istituto europeo di Fiesole) su Internazionale del 3 febbraio. Metto qui sotto un passaggio saliente, mentre qui si trova l’intero articolo.

“Per capire i cambiamenti in corso bisogna superare alcuni pregiudizi. Il primo è pensare che una società possa diventare democratica solo se è prevalentemente laica. Il secondo è che un democratico sia per definizione un progressista. Da un punto di vista storico non è stato così: i padri fondatori degli Stati Uniti non erano laici e ai loro occhi la separazione tra stato e chiesa serviva a proteggere la religione dal controllo statale, e non il contrario. La terza repubblica francese fu fondata nel 1871 da un parlamento monarchico, cattolico e conservatore, che aveva appena represso la Comune di Parigi. La democrazia cristiana si è sviluppata in Europa non perché la chiesa volesse sostenere dei valori laici, ma perché era l’unico modo per continuare a esercitare la sua influenza in politica. Infine non dimentichiamo che nell’Europa di oggi i movimenti populisti si uniscono ai democristiani per chiedere che la costituzione europea faccia riferimento all’identità cristiana del continente.

Nel mondo arabo sta succedendo qualcosa di simile. I partiti islamici criticano la laicizzazione della società, l’influenza dei valori occidentali e l’eccesso di individualismo. Un po’ dappertutto cercano di affermare la centralità della religione nell’identità nazionale e sono conservatori in tutti i campi (tranne che in economia). Il successo alle urne potrebbe spingerli – come spingerebbe qualunque partito arrivato al potere con un’ampia vittoria elettorale – a trascurare le alleanze con altri partiti e a tenere per sé, invece che distribuire in modo equo, tutti gli incarichi nell’amministrazione pubblica e nei settori sotto il controllo governativo (stampa, tv, banche, scuola). Perché i partiti islamici, che non hanno una grande cultura democratica, dovrebbero comportarsi da buoni democratici, e garantire l’alternanza e il pluralismo? Molti attivisti per la democrazia si stanno facendo la stessa domanda.

I politici dei partiti islamici non sono laici né progressisti ma possono essere democratici. La loro linea politica infatti non è determinata tanto dalle convinzioni dei dirigenti del partito quanto dai vincoli dell’ambiente che li circonda. Questi vincoli fanno sperare in una lenta istituzionalizzazione dello spazio democratico, anche se le politiche adottate non sembrano affatto progressiste. Innanzitutto i partiti islamici fanno il loro ingresso in uno spazio politico nuovo: la rivoluzione non ha sostituito la dittatura con un regime simile al precedente. Ci sono state delle elezioni, c’è un parlamento e ci sono dei nuovi partiti. Nonostante i timori e le delusioni della sinistra laica, sarà difficile annullare tutto questo, tanto più che i fattori che ne hanno permesso la creazione (una nuova generazione connessa a internet con un radicato spirito di contestazione) sono ancora presenti. I movimenti islamici agiscono in uno spazio democratico che non hanno crea­to e che è ancora legittimo agli occhi della popolazione. È interessante notare che in nessun pae­se delle rivolte arabe si è imposto il culto del capo carismatico. Al suo posto ci sono i partiti e una nuova cultura del dibattito, che ha influenzato anche i movimenti islamici.

Questo spazio democratico non è una bolla nata per caso ma la conseguenza di una profonda trasformazione della società. Non si può cambiare una società per decreto. In Iran, per esempio, tutti gli indicatori mostrano che la società è diventata più laica e moderna sotto il regime dei mullah. Anche se la legge autorizza il matrimonio di una bambina di nove anni, le statistiche indicano che l’età media delle nozze per le donne iraniane ha continuato ad aumentare e oggi supera i venticinque anni. In altre parole, non si può stabilire per decreto il ritorno a una società tradizionale.

La primavera araba non è stata scatenata da un’ideo­logia totalizzante (come in Iran nel 1978) ma dalle richieste di democrazia, pluralismo e buon governo. Le elezioni iraniane del 1979 si svolsero nel nome della repubblica islamica. E anche se non tutti erano d’accordo su come realizzarla, il messaggio era chiaro: quella era una rivoluzione ideologica, a prescindere dal suo colore (se era il rosso dei marxisti e degli islamomarxisti o il verde degli islamici).

In Egitto o in Tunisia le cose non sono andate così. Gli elettori dei partiti islamici di oggi non sono rivoluzionari ma conservatori. Vogliono tornare all’ordine, rilanciare l’economia, affermare i valori della tradizione e della religione, e non istituire un califfato o una repubblica islamica. La Fratellanza musulmana lo sa bene e non vuole inimicarsi l’elettorato, molto eterogeneo, perché ne avrà ancora bisogno. D’altro canto, le elezioni hanno conferito ai Fratelli una legittimità che possono sfruttare per resistere ai tentativi di pressione esterna.”

20 anni fa: Sarajevo

Ero in quarta liceo. Me lo ricordo ancora. Ma lascio spazio ai ricordi di Azra Nuhefendić, che quelle situazioni le ha vissute sulla propria pelle. Io qui ne metto uno stralcio. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso: qui.

laurent-van-der-stockt.jpg“Persino il giorno dopo il primo attacco su Sarajevo, tra il cinque e il sei aprile 1992, continuavo a dubitare. E così come me molti vicini, amici, colleghi, familiari.

Attaccarono Sarajevo la notte del cinque aprile 1992 con l’intenzione di dividere la città in due. Per tutta la notte ci bombardarono pesantemente, su di noi si abbatté una fitta pioggia di proiettili che andavano a colpire i sottili muri dei palazzi moderni, udivamo gli assalitori che si urlavano tra di loro secchi ordini: “Di qua”, “là”, “avanti”, “indietro”

Nei successivi giorni di aprile si alternarono gli attacchi, più frequenti durante la notte, con sporadici spari durante il giorno. In città arrivarono i primi giornalisti stranieri. Non meno confusi di noi, giravano in gruppo, cercando i fatti, la guerra.

Si tiravano via dalle porte e dalle cassette della posta le targhette con i nomi, non volevamo essere identificati, essere divisi, volevamo rimanere uniti e insieme difendere la casa e la città.

I bombardamenti si fecero sempre più forti, gli spari durante il giorno più frequenti, gli aerei militari volavano a bassa quota rompendo il muro del suono. Cercavano di spaventarci. Nei negozi di generi alimentari presto non c’era più niente da comprare, quello che non era stato venduto veniva saccheggiato. Nei mercati di frutta e verdura l’offerta scarseggiava.

Anche a casa nostra l’unico argomento che ci interessava, non si toccava. Ci pensavamo, certamente, ma non parlavamo dei nostri tormenti. Per paura, scaramanzia, sperando che non fosse vero e che sarebbe passato presto, che i nostri sospetti erano infondati.

Vicino all’aeroporto l’autobus fu inghiottito da quella massa di gente in fuga. Non potevamo muoverci. Eravamo fermi e circondati. La tensione era altissima, tra di noi dentro e tra la gente che premeva da fuori. Cercavano di entrare perché l’autobus era l’unico modo per raggiungere l’aeroporto, la via di uscita. Tanti urlavano, ci minacciavano, alcuni davano colpi all’autobus, alcuni si aggrappavano con le mani al bordo dei finestrini, c’erano delle madri che alzavano i bambini verso i finestrini supplicandoci di lasciare entrare almeno i più piccoli. Nell’autobus qualcuno piangeva, altri erano spaventati e si coprivano gli occhi con le mani per non vedere quelle scene, altri si piegavano sotto i finestrini per nascondersi dagli sguardi di quei disperati o per proteggersi.

Lasciai Sarajevo quella stessa sera, tardi, con un piccolo aereo militare che aveva portato da Belgrado dei medicinali. Nel velivolo fragile che dondolava, si udivano le esplosioni e gli spari provenienti dalla città. Quel rumore sarebbe rimbombato nelle mie orecchie per i quattro anni successivi, 1427 giorni di assedio a Sarajevo, il più lungo nella storia moderna d’Europa.”

L’isola dei…

C’è una terra molto adatta alla coltivazione di banane, ananas, fagioli, mais. Su questa terra hanno messo le mani delle multinazionali interessati al biocarburante: hanno imposto la coltivazione intensiva della palma. Addio a banane, ananas, fagioli, mais.

C’è una terra in cui un contadino che possiede dei terreni può trovarsi all’improvviso senza le sue proprietà perché qualche ricco possidente è riuscito a corrompere il catasto. E se il contadino protesta viene ammazzato.

C’è una terra in cui aborti, deformità alla nascita, sterilità, morti di cancro sono stati causati dal pesticida Dagon, utilizzato dalla Standard Fruit Company.

C’è una terra in cui Katia Figueroa Franco ha ottenuto di passare qualche ora del giorno di san Valentino in carcere col marito. Katia è morta nell’incendio che ha ucciso altri 350 detenuti.

Ecco, mi piacerebbe che, ogni tanto, fossero questi i FAMOSI di quell’isola, che poi, ricordiamocelo, è la loro isola. Ah sì, si chiama Honduras.

(liberamente ispirato a un articolo di Tonio Dell’Olio comparso su Nigrizia del 15 marzo 2012)

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Prove di laicità in Tunisia

Nel paese di religione islamica più laico dell’Africa, la Tunisia, il partito che ha preso più voti alle recenti elezioni è stato Ennahda: esso ora si è rifiutato di introdurre la sharia alla base della legislazione, contrapponendosi così ai salafiti. Qui un breve approfondimento di Asianews.

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Pena di morte nel 2011

Ecco i dati del 2011 sulla pena di morte nel mondo appena pubblicati da Amnesty.

Nel 2011 sono state messe a morte almeno 676 persone in tutto il mondo, 527 esecuzioni nel 2010. L’omicidio di stato è aumentato in modo allarmante in Arabia Saudita, Iran e Iraq. Resoconti credibili indicano che in Iran siano state messe a morte, in segreto, centinaia di persone. Un dato che raddoppierebbe il numero di esecuzioni ufficialmente riconosciuto. I dati del 2011 però non comprendono, inoltre, le migliaia di persone che si ritiene siano state messe a morte in Cina. Arabia Saudita e Iran sono gli unici paesi al mondo che continuano a mettere a morte minorenni, persone che avevano meno di 18 anni al momento del reato. Sentenze capitali su minori sono state emesse in Mauritania, Sudan e Yemen.

Sebbene gli Usa siano l’unico paese del G8 ad aver eseguito condanne a morte nel 2011, l’Illinois è diventato il 16° stato abolizionista. A novembre, inoltre, il governatore dell’Oregon ha annunciato che non saranno eseguite condanne a morte durante il suo mandato. Nel resto del continente americano sono state emesse pochissime sentenze capitali in alcuni paesi caraibici.

Nella regione Asia e Pacifico, non sono state registrate esecuzioni in Giappone, per la prima volta in 19 anni, e a Singapore. In entrambi i paesi le autorità dimostrano un costante e forte sostegno alla pena capitale. Dibattiti pubblici sulla pena di morte e la sua abolizione sono stati tenuti in paesi come Cina, Corea del Sud, Malesia e Taiwan. La Mongolia è ora riclassificata come abolizionista nella pratica.

Nell’Africa Subsahariana, la Sierra Leone ha istituito una moratoria ufficiale sulle esecuzioni ed è confermato che una moratoria è stata attuata anche in Nigeria. In Ghana, la Commissione per la revisione della Costituzione ha raccomandato l’abolizione della pena di morte nel nuovo testo.

Altre info qui

 

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Il mio 19 marzo

Oggi è la festa del papà, è il 19 marzo. Personalmente penso di aver festeggiato mio padre in questa occasione solo all’asilo e alle elementari; non so perché, ma non è una festa che è nelle mie corde (c’è par condicio perché le stesse identiche cose valgono per la festa della mamma…). Però oggi il mio pensiero è andato a un collega che il 19 marzo del 1994 è stato assassinato dalla camorra. Giuseppe Diana insegnava sia materie letterarie che religione. Ed era anche un don: è stato ucciso a Casal di Principe mentre stava per celebrare messa. Diceva: “La camorra chiama “famiglia” un clan organizzato per scopi delittuosi, in cui è legge la fedeltà assoluta, è esclusa qualunque espressione di autonomia, è considerata tradimento, degno di morte, non solo la defezione, ma anche la conversione all’onestà; la camorra usa tutti i mezzi per estendere e consolidare tale tipo di “famiglia”, strumentalizzando persino i sacramenti. Per il cristiano, formato alla scuola della Parola di Dio, per “famiglia” si intende soltanto un insieme di persone unite tra loro da una comunione di amore, in cui l’amore è servizio disinteressato e premuroso, in cui il servizio esalta chi lo offre e chi lo riceve. La camorra pretende di avere una sua religiosità, riuscendo, a volte, ad ingannare, oltre che i fedeli, anche sprovveduti o ingenui pastori di anime”.

Lenin? Hitler?

Un pezzo molto bello di Adam Krzeminski su Internazionale, molto interessante in particolare per le quinte. Il giornalista è esperto di relazioni tra Germania e Polonia, lavora per il settimanale polacco Polytika dal 1973 e collabora con Die Zeit, Der Spiegel e la Frankfurter Allgemeine Zeitung.

Gli indignati non riescono a fornire un progetto preciso della nuova economia, della nuova società odogmatism.jpg dell’uomo nuovo, che dovrebbero sostituire i modelli dell’ancien régime. Tutte le terapie proposte sembrano parziali e nessuna ispira una fiducia assoluta. Dopo il 1917 la Russia aveva trovato la sua formula magica: mettere tutto il potere nelle mani dei commissari politici e del partito unico, nazionalizzare il più possibile. Nel 1932 negli Stati Uniti si è preferito il New Deal: più Stato e commissioni pubbliche per rilanciare l’economia. Nel 1933 la Germania ha applicato una logica simile con in più l’obiettivo bellico: riprendere ai nemici e redistribuire al suo popolo, con le armi come motore di ripresa dell’economia e con le conquiste che    avrebbero ammortizzato i costi. Un Reich, una nazione, un capo supremo. Dopo il 1945 non è stato difficile trovare nuovi mantra. A Est le parole d’ordine erano: nazionalizzazione, industria pesante, pianificazione economica centralizzata, l’individuo non è nulla il partito è tutto. A Ovest si parlava invece di approfittare degli aiuti, di creare delle comunità con gli ex nemici, di dare vita a un’economia sociale di mercato, di concentrarsi sul pluralismo e sul libero mercato anche se controllato e tassato per finanziare le prestazioni sociali che avrebbero assicurato l’equilibrio sociale. Questo modello ha dimostrato la sua efficacia in Europa, ha garantito la ricchezza e le libertà individuali di cui hanno beneficiato tutte le ideologie uscite dalla tradizione del Diciannovesimo secolo: il liberalismo, il conservatorismo, il socialismo. Negli anni Settanta lo Stato assistenziale, nella sua forma socialdemocratica o democratico-cristiana, era il modello assoluto per gli abitanti dei paesi del “socialismo reale”.

Oggi questo modello è in crisi. L’economia è basata sulla fiducia nelle sue regole, sul fatto che il valore di una merce può essere convertito attraverso il denaro in un’altra merce. Prima della crisi i principali protagonisti dei mercati finanziari si sono fidati delle tecnologie di avanguardia, che avrebbero dovuto minimizzare le probabilità di crollo. Ma quando questo si è verificato, si è fatto ricorso ai filosofi stoici dicendo che il futuro è imprevedibile e si è chiesto aiuto ai governi. A sua volta la popolazione ha fatto ricorso alla retorica religiosa, criticando la cupidigia e l’avarizia (uno dei peccati capitali nella religione cristiana) e chiedendo il pentimento. Oggi è impossibile tornare ai modelli utilizzati in passato. E non vi è una risposta semplice e univoca. Le ideologie classiche hanno perso il loro potere di persuasione. Certo, si può sempre difendere la tesi che l’avvento dell’era post-ideologica è solo una manifestazione della cosiddetta ideologia neoliberista dominante, che avrebbe deliberatamente confuso le differenze fra destra e sinistra, fra socialismo e conservatorismo per aumentare la sua egemonia. Tuttavia oggi è molto diffuso il sentimento che non sono le ideologie ad animare la storia ma  dei fattori completamente diversi, cioè i mercati. Le ideologie tradizionali si sono costruite nella certezza giunta con l’Illuminismo che il mondo è una materia malleabile e plasmabile dall’uomo secondo le sue volontà e sulla base di piani razionali. Tuttavia per spingere la gente a credere in un progetto lo si deve sostenere con una storia appassionata, una storia quasi biblica di espulsione dal paradiso e di arrivo nella terra promessa. Per i conservatori questa storia era il ritorno al periodo eroico; per i marxisti una società senza classi; per i nazionalisti uno Stato nazionale unito dalla solidarietà; per i liberali un regno di libertà. Gli intellettuali invece, tradizionali produttori di ideologia, non credono nell’esistenza di una leva talmente potente da sollevare le fondamenta del mondo. La fine dell’ideologia non è ovviamente la fine della politica. Quest’ultima segue la sua strada, ma ha il fiato corto. I tradizionali partiti ideologici, come i cristiano-democratici, i socialdemocratici, i liberali e i conservatori, sono sempre più deboli. L’erosione ideologica indebolisce l’adesione politica. In un contesto in cui i partiti politici fanno fatica a mettere in evidenza le loro differenze, viene meno l’accettazione stessa del sistema dei partiti e tutte le controversie assumono un carattere artificiale, finendo per alimentare solo il narcisismo dei principali attori politici. Chi emerge da questo contesto è il classico politico populista, senza alcun progetto e visione per il futuro; del resto sa bene che non è questo che interessa ai suoi elettori. Nei movimenti ideologici di un tempo la rabbia era concentrata, il risentimento poteva facilmente dare vita a un ethos collettivo. Il populismo attuale è solo un modo per dare sfogo alle frustrazioni e alle tensioni; provoca solo rivolte e distruzione, e non porterà di certo a un nuovo Lenin, Stalin o Hitler. Se guardiamo alle catastrofi prodotte dall’era ideologica del Ventesimo secolo non siamo nella situazione peggiore. Ma neppure nella migliore, perché la crisi ideologica si accompagna a una crisi fondamentale della fiducia nella politica. I cambiamenti di persona sembrano casuali. E l’attività politica, anche se non porterà al vertice dello Stato dei tiranni, non sarà neanche capace di generare dei veri statisti.

Un papa da deporre

Qualche settimana fa ho avuto la fortuna di ascoltare il vaticanista Aldo Maria Valli presentare un libro cul card. Martini. Ora sono appena tornato da scuola, ho acceso il pc e su Vino Nuovo ho letto un suo sogno che mi ha fatto sorridere.

BasilichediRoma.jpgPer prima cosa il nuovo papa decise di traslocare. Eletto dopo un conclave estenuante, in mezzo a mille polemiche e contrasti, e dopo che il regno del suo predecessore era finito tra lotte di potere tanto sotterranee quanto violente all’interno della curia, decise di dire addio al Vaticano. Basta, bisognava dare un segnale. Fosse stato per lui, si sarebbe trasferito ad Assisi, la città del poverello, ma Pietro, dopo tutto, ha conosciuto il martirio a Roma. Dunque il nuovo papa ordinò: “Roma deve restare la città del successore di Pietro, ma niente più Vaticano. Vado a vivere a San Giovanni in Laterano. Lì ho la mia cattedra in quanto vescovo di Roma, e siccome il papa è papa perché vescovo di Roma, e non viceversa, è giusto che abiti in Laterano”.

Seconda decisione: niente pomposità, niente guardie, niente gendarmi, niente maggiordomi di sua santità, niente corte pontificia. Via tutto. Abolito ogni residuo segno di potere, il nuovo papa scrisse una documento di una sola riga. Diceva così: “Il servo dei servi di Dio deve vivere con evangelica povertà. Ne va della sua credibilità”.

Terza decisione: revoca di tutti gli incarichi di curia e radicale riduzione degli uffici. Dato lo squallido spettacolo offerto all’opinione pubblica da monsignori carrieristi e cardinali maneggioni, il nuovo papa azzerò tutto. Via i presidenti dei dicasteri e dei pontifici consigli, via i segretari, via i consiglieri, via le accademie, abolizione delle congregazioni. Fu istituito un solo ufficio, con un solo compito: preghiera ininterrotta per la pace e contro tutte le ingiustizie. Fu azzerato anche l’intero collegio cardinalizio, e il compito di suoi principali consiglieri il papa lo affidò ad alcuni bravi preti di Roma (tra i quali parroci e missionari) ma anche ad alcune suore e a qualche laico. Con il che si ottenne, fra l’altro, un indubbio beneficio economico, perché la curia, con il suo apparato, costava moltissimo.

Quarta decisione: rinuncia al titolo di capo di Stato. “Che c’entra – disse il nuovo papa – un ruolo politico con il Vangelo di Gesù, quel Gesù che esortò a dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio?”. Il ruolo di capo dello Stato della Città del Vaticano fu affidato a un laico, un bravo e mite professore, e il papa si sentì molto più leggero, oltre che più libero.

Quinta decisione: convocazione di un grande concilio ecumenico Vaticano III, ma non a Roma, bensì in Terra Santa, per discutere a viso aperto di tutti i problemi della chiesa e della fede stando proprio lì, dove Gesù visse, predicò, pregò, fece i miracoli, scacciò i demoni e offrì la sua vita per la redenzione del mondo. Il nuovo papa invitò non solo i vescovi di ogni continente, ma anche preti, religiosi, religiose, laici, laiche, e diede diritto di parola a tutti, compresi i rappresentanti delle confessioni cristiane non cattoliche, senza porre limiti né di argomenti né di durata dei lavori conciliari.

Sesta decisione: il nuovo papa disse no al concordato. “Concordare” qualcosa con uno Stato, anche se lo si fa con le migliori intenzioni, vuol dire introdurre un principio di do ut des, ovvero vuol dire ragionare in termini politici. “Il regime pattizio – spiegò il nuovo papa – non fa per noi. La chiesa povera non ha bisogno di concordati. La chiesa povera vive grazie all’aiuto dei fedeli”. Fu così abolito anche l’otto per mille, e a chi si lamentava per il mancato introito il papa ripose con poche ma sentite parole: “Non potete servire Dio e mammona”.

Settima decisione: il nuovo papa stabilì che all’elezione del futuro pontefice non dovessero partecipare i cardinali, ma i preti della diocesi di Roma, ovvero i suoi preti. Avrebbe voluto coinvolgere molti altri rappresentanti del mondo cattolico, ma pensò che per il momento poteva andar bene così. Stabilì inoltre che non fosse necessario un conclave nella Cappella Sistina, con quel cerimoniale complicato. Appuntamento per tutti in piazza San Giovanni, all’aperto. In effetti, il nuovo papa soffriva un po’ di claustrofobia.

Ottava decisione: aprì il territorio vaticano alle visite di tutti coloro che desiderassero entrarvi. Niente più barriere, niente più cancelli. Palazzi, sale, chiese e giardini furono messi a disposizione della popolazione. Gestiti da una fondazione senza fini di lucro, questi luoghi diventarono pubblici. Non roba da museo, ma beni dell’intera umanità. Bambini e ragazzi erano particolarmente benvenuti, specie ai giardini vaticani, dove potevano correre e giocare, ed ebbero libero accesso anche in Laterano. E quando i collaboratori gli fecero notare i rischi di confusione, il nuovo papa rispose, anche questa volta, con poche ma sentite parole: “Lasciate che i bambini vengano a me”.

Nona decisione: il nuovo papa, per i suoi spostamenti a Roma e dintorni, decise di fare a meno di auto lussuose, “papamobili” ed elicotteri. Mise tutto in vendita e incominciò a prendere l’autobus, il tram e la metropolitana. Gli addetti alla sicurezza, prima di essere congedati per sempre, inorridirono, ma il nuovo papa li tranquillizzò: “Ma chi volete che se la prenda con un povero prete che usa i mezzi pubblici?”. In effetti il papa decise di non indossare più la veste bianca, ma una semplice talare nera. Così viaggiava indisturbato, e stando in mezzo alla gente poteva rendersi conto dei problemi quotidiani dei cittadini e del loro modo di pensare.

Decima decisione: il nuovo papa scrisse un’enciclica brevissima. Diceva così: «In quel tempo, Gesù, entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano, dicendo loro: “Sta scritto: ‘La mia casa sarà casa di preghiera’. Voi invece ne avete fatto un covo di ladri” ». Erano parole del Vangelo, ma alcuni ex cardinali reagirono malissimo. Incominciarono a dire che il nuovo papa era chiaramente impazzito e doveva essere deposto. Mandarono alcune ex guardie svizzere e alcuni ex gendarmi vaticani per prelevarlo, ma il nuovo papa ebbe difensori efficaci: i bambini. Furono loro a reagire, impedendo il rapimento. E poi andarono tutti a mangiare pane e marmellata.

Al che mi sono svegliato.

Esperienza di pace in Burundi

Se qualcuno segue in maniera assidua questo blog, forse si ricorderà che ho già parlato del Burundi e di padre Claudio Marano: l’ho fatto due volte, qui e qui. Ecco che c’è l’occasione di incontrare lui e la volontaria Anna in due possibili momenti. Entrambi si svolgeranno VENERDI’ 16 MARZO. Dalle ore 14.00 alle ore 16.00 racconteranno la loro esperienza nell’aula magna della ex-scuola di Anna, il liceo Marinelli. La sera, alle 20.30 ci sarà l’incontro al Centro Balducci di Zugliano, dove ci sarà anche Egide Hakim Ngendakuriyo, membro e logista del Centre Jeunes Kamenge. Si legge sulla locandina della serata: “In un mondo in cui caos e guerre sembrano essere diventati endemici, in un momento in cui frontiere che pensavamo permanenti vengono spezzate in un attimo, economie che sembravano solide sono messe in ginocchio, guerre suicide divampano, grandi nazioni si frantumano […], adesso che attorno a noi massacri, epidemie, odio e carestie dilagano senza controllo, ebbene esiste un barlume di speranza ed è la crescente presa di coscienza che nel bene e nel male siamo tutti vicini di casa e abitanti di uno stesso globo la cui superficie non è infinita e quindi la disperazione, le guerre, le sofferenze, le umiliazioni e la fame di coloro che vogliamo pensare come «gli altri» sono in ultima analisi le nostre stesse.” (Cahill, 1993)

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Seminare rose bianche e raccogliere rose rosse

Scrive Giampietro Baresi sul numero di Nigrizia che ho appena prelevato dalla cassetta della posta. “Se rose.jpgun giardiniere interra una semente di rose bianche e poi vede nascere rose rosse, la sua sorpresa è grande… Chi è incaricato di gestire la nomina di persone destinate a occupare posti importanti nei quadri ecclesiastici, usa tutti i mezzi per realizzare il programma stabilito, senza il rischio di sgradevoli sorprese. Il più delle volte, la cosa funziona. Talora, si registrano piccole sorprese, che però non creano seri problemi. Altre volte, invece, le sorprese sono notevoli, ma, se sono in linea con il programma, sono bene accolte, perché aiutano a raggiungere più speditamente gli obiettivi prefissati. Molto, molto di rado, ci sono sorprese “storiche”, tali cioè da spiazzare del tutto i programmatori. Nel non breve periodo della mia vita, ne ho registrate solo due: papa Giovanni XXIII e dom Oscar Romero.”

Qui l’intero articolo

Ancora tempi di streghe?

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A Bologna, un islamico osservante ha sentito «impuro» il proprio rapporto con una donna cristiano-ortodossa e ha tentato di decapitarla «come Abramo fece con Isacco» (la donna, un’ucraina di 45 anni, se la scampa, rischia di ritrovarsi paraplegica). Non è solo un caso di fondamentalismo maniacale. In questi giorni, si apre a Palmi un processo di stupro che testimonia il persistere italico della maledizione di Eva: a San Martino di Taurianova una bambina di 12 anni (che oggi ne ha 24 e vive sotto protezione perché alcuni dei persecutori che ha denunciato erano mafiosi) per anni è stata considerata da tutto il paese la colpevole degli stupri di gruppo, delle violenze e dei ricatti subiti e anche il parroco a cui aveva tentato di confidarsi giudicava peccatrice una dodicenne violata che solo la penitenza poteva redimere. Sembra incredibile, ma nella santità delle religioni albergano tabù ancestrali che gli studi antropologici e le secolarizzazioni non sono riusciti a eliminare. Sono i tabù peggiori perché responsabili dei pregiudizi sessuofobici e misogini che, sacralizzati, hanno prodotto, nel nome di dio, discriminazioni e violenze. Nel terzo millennio le religioni dovrebbero andare in analisi e domandarsi quanto la sessuofobia e la misoginia insidino nel profondo la loro possibilità di futuro. Il concetto di “purezza” che ha represso, nell’ipocrisia mercantile e proprietaria dei valori familiari, milioni di ragazze non è nato certo dalla scelta delle donne. Alla Lucy delle origini, mestruata e responsabile della riproduzione, non sarebbe mai venuto in mente di sentirsi sporca o colpevole. Forse percepiva già come colpa, certo non sua, la violenza che connotava la bassa qualità di molte prestazioni maschili. Tanto meno, quando si fosse inventato il diritto, avrebbe distinto i “suoi” figli in legittimi o illegittimi. Eppure si continua a credere che la mestruata faccia ingiallire le foglie e inacidire il latte; in Africa, in “quei giorni”, è confinata in capanne speciali per non contaminare le case; a Roma Paolo la voleva velata e zittita, mentre i papi, forse senza sapere perché, le hanno vietato di consacrare. Siamo ancora qui, a fare conti sul puro e l’impuro e a ripetere il capro espiatorio nel corpo di qualche altro Isacco per volere di qualche Abramo che credeva di interpretare Dio, di qualche altra Ifigenia proprietà di Agamennone padrone della sua morte. Noi donne non siamo certo migliori degli uomini, ma nelle società maschili permangono residui di paure che neppure Darwin ha fatto sparire. I responsabili delle religioni che intendono salvare la fede per le generazioni future debbono purificarle dalle ombre del sacro antropologico: il papa cattolico deve non condannare, bensì accogliere come servizio di verità nelle scuole un’educazione sessuale che dia valore all’affettività non solo biologica delle relazioni fra i generi e al rispetto delle diverse tendenze sessuali; l’islam che fa imparare a memoria fin da piccoli le sure del Corano, si deve rendere conto che i tabù violenti producono strani effetti se un uomo si sente un dio punitore davanti a donne-Isacco; i rabbini dovrebbero fare i conti con Levy Strauss e smettere di chiedere autobus separati per genere e di insultare le bambine non velate; in Cina e in India non si deve perpetuare l’insignificanza femminile trasferendo gli infanticidi delle neonate alla “scelta” ecografica, mortale solo per le bimbe. Sono tutte scelte di morte. Per ragioni di genere. Ma, se la responsabilità delle religioni monoteiste è particolarmente grave per l’immagine anche non raffigurata di una divinità di fatto maschile, più precisa è quella dei cristiani. Si è detto infinite volte: perché il nostro clero, ancora così pronto a chiedere cerimonie riparatrici per spettacoli che non ha visto, non pensa ad evangelizzare i maschi invece di sospettare costantemente peccati di cui non può essere giudice, condannato com’è al masochismo celibatario per paura della purezza originaria della sessualità umana? C’è un salto logico – certamente non illogico per le donne che stanno leggendo i pezzi sull’8 marzo – ma anche la società civile persevera troppo nel negare rispetto al corpo delle donne: i tre caporali del 33esimo reggimento Acqui indagati per lo stupro di Pizzoli (L’Aquila) sono rientrati in servizio nei servizi di pattugliamento del centro storico nell’ambito dell’operazione “Strade Sicure”…

Giancarla Codrignani (tramite Adista; alcuni articoli si trovano completi nella pagina di Adista su fb)

Aggiornamenti

Alcuni dei titoli di articoli interessanti pescati dal sito di Asianews:

Estremisti islamici e terroristi cavalcano la rivoluzione siriana

Karnataka, pastore pentecostale picchiato e arrestato per “proselitismo”

Madre tibetana si dà fuoco nel Sichuan; una ragazza si autoimmola nel Gansu

Kirkuk: giovani cristiani e musulmani per promuovere pace e dialogo interreligioso (cui si riferisce l’immagine qui sotto)

Buona lettura!

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Elezioni = + esecuzioni

In Iran si va alle urne: quale migliore occasione per aumentare il numero delle esecuzioni? Ecco l’articolo di Monica Ricci Sargentini

moschea-iran.jpg“Ieri si è votato in Iran e, mentre si aspetta di sapere com’è finita la sfida tra Khamanei e Ahmadinejad, è il caso di ricordare che, proprio alla vigilia delle elezioni c’è stata una dura repressione nei confronti dell’opposizione e dei media, soprattutto elettronici, che le autorità considerano una grande minaccia. A gennaio, un alto funzionario di polizia ha dichiarato che Google non era un motore di ricerca bensì “uno strumento per lo spionaggio”. Nel corso dello stesso mese la Cyberpolizia (una squadra di recente istituzione) ha ordinato a tutti i proprietari di internet cafè di installare telecamere a circuito chiuso e di registrare l’identità di tutti gli utenti prima di farli accedere a una postazione. Questo mese, il blogger Mehdi Khazali, arrestato a gennaio, è stato condannato a quattro anni e mezzo di carcere, seguiti da 10 anni di “esilio interno”. Khazali si trova nella prigione di Evin, a Teheran, dove ha intrapreso da 40 giorni uno sciopero della fame per protestare contro la sua detenzione. A Evin è detenuto anche Abdolfattah Soltani, fondatore del Centro per i difensori dei diritti umani, arrestato nel settembre 2011. Intanto, la Bbc ha denunciato che familiari dei giornalisti del servizio in lingua persiana sono stati sottoposti a intimidazioni: uno di loro è stato arrestato e tenuto in confino solitario, ad altri è stato sequestrato il passaporto. Per puntare il dito contro la gravità della situazione Amnesty International ha pubblicato un rapporto di 71 pagine intitolato “Abbiamo l’ordine di distruggervi”, reso pubblico qualche giorno fa, in cui denuncia che nel 2011 il numero delle esecuzioni in pubblico si è quadruplicato e le condanne a morte sono state il doppio del 2010. Nel documento l’organizzazione per i diritti umani descrive come, negli ultimi mesi un’ondata di arresti abbia colpito avvocati, studenti, giornalisti, attivisti politici e i loro parenti, esponenti di minoranze etniche e religiose, autori cinematografici e persone che hanno contatti all’esterno del paese, specialmente con la stampa estera. Numerose ong sono state chiuse. I leader dell’opposizione Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi, sconfitti alle elezioni presidenziali del 2009, sono di fatto agli arresti domiciliari dal febbraio 2011. La moglie di Karroubi è stata rilasciata nel luglio scorso mentre Zahra Rahnavard, moglie di Mousavi, si trova agli arresti domiciliari insieme al marito.

“Hanno fermato ogni forma di protesta pubblica usando articoli del Codice Penale che definiscono come minaccia alla sicurezza nazionale le manifestazioni, i dibattiti, la formazione di gruppi e associazioni, punibili con lunghe condanne al carcere o anche con la pena di morte”, si legge nel documento.

La verità è che, secondo Ann Harrison, direttrice ad interim del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International, “nell’Iran di oggi, chiunque è a rischio se fa qualsiasi cosa che possa situarsi al di fuori dei ristretti confini di ciò che le autorità considerano accettabile dal punto di vista sociale o politico”. I dati riportati dai media parlano di 600 esecuzioni, contro le 253 dell’anno precedente. Circa l’80% riguarda il reato di traffico di droga, ma è difficile fare una stima precisa visto che Teheran non fornisce dati ufficiali ed è possibile che molte esecuzioni avvengano in segreto. Tra le esecuzioni, secondo il rapporto, se ne contano numerose che riguardano reati commessi in minore etá, un’ipotesi di pena capitale che è vietata dal diritto internazionale.

C’è Chiesa e Chiesa

“Finché i contadini, e gli operai e i loro dirigenti non hanno sicurezza; finché il popolo viene sistematicamente assassinato dalle forze di repressione della giunta, io, che sono un semplice servitore del popolo, non ho nessun diritto di cercare misure di sicurezza. Vi prego di non fraintendermi: non voglio morire, perché so che il popolo non lo vuole, ma non posso tutelare la mia vita come se fosse più importante della loro vita. La più importante è quella dei contadini, degli operai, delle organizzazioni popolari, dei militanti e dei dirigenti, ed essi muoiono tutti i giorni; ogni giorno ne trucidano venti, trenta, quaranta o più ancora. Come potrei adottare delle misure di sicurezza personale? Sì, possono uccidermi; anzi, mi uccideranno, benchè alcuni pensino che sarebbe un grave errore politico; ma lo faranno ugualmente, perché pensano che il popolo sia insorto dietro le pressioni di un vescovo. Ma non è vero: il popolo è pienamente consapevole di chi sono i suoi nemici; e altrettanto conosce bene i propri bisogni e le alternative che si presentano. Se uccidono me, resterà sempre il popolo, il mio popolo. Un popolo non lo si può ammazzare.

(Oscar Arnulfo Romero, otto giorni prima del suo assassinio. Da una intervista rilasciata al domenicano spagnolo Juan Carmelo Garcia)


 http://oradireli.myblog.it/media/02/02/973284976.mp4

La storia di Maris-Chantal

Ricevo per posta il notiziario del Centro Balducci: mi serve per seguire le attività a cui non riesco a partecipare, come il Convegno di settembre. Stamattina, mentre attendevo che la mia super linea adsl spedisse in un quarto d’ora un file di 15 mb, mi sono messo a sfogliare il numero di dicembre e mi sono imbattuto nella testimonianza della scrittrice Isoke Aikpitanyi. Isoke ha raccontato la storia di Maris Davis, una ragazza nigeriana approdata sulle strade dell’Italia e di Udine. Ho cercato su internet e ho trovato il racconto in prima persona di Maris. Mi ha fatto molto pensare, mi ha fatto impressione leggere i nomi delle nostre strade e la sua sparizione in via Cotonificio, mi hanno lasciato stupefatto la sua forza di volontà e il suo coraggio. Ecco l’articolo

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Nigeria, gigante fragile

Stamattina in una classe abbiamo accennato alla Nigeria. Su Confronti ho trovato questo articolo di Enzo Nucci: ha il merito, senza entrare troppo nello specifico, di fac capire bene la situazione.

Ingerenze

Segnalo questo articolo di Francesca Spinelli sul peso politico delle lobby religiose in Europa.