Pubblicato in: Etica, Filosofia e teologia, Letteratura, Storia

Il silenzio degli onesti


Avevo pensato: Basta post sul blog per oggi! Poi, ho continuato col mio lavoro di setacciamento di articoli e mi sono imbattuto in quello di Elisa Kidané per Nigrizia. Tra le varie cose, scrive: “Il male – quello capace di creare mostri – è sottile, subdolo; all’inizio, quasi invisibile, impercettibile. È talmente scaltro da farsi passare come banalità. Che c’è di male se allo stadio quattro ragazzotti urlano “buuuh!” quando in campo c’è un “negro”? Dov’è il problema se una maestra dice a una bambina straniera che non si merita un voto alto perché lei è diversa dalle altre? Che c’è di strano se si scende in piazza perché un italiano è stato ucciso da un immigrato, e se si gira la testa dall’altra parte se la vittima è l’immigrato? Che c’è di male quando si liquidano solo come “parole forti” quelle dette da chi auspica l’avvento di forni per gli immigrati? La filosofa tedesca di origini ebraiche, Hannah Arendt, autrice de La banalità del male (1963), che riprendeva i resoconti che aveva pubblicato come corrispondente del settimanale New Yorker per il processo ad Adolf Eichmann, gerarca nazista processato a Gerusalemme nel 1961, in una lettera a Gershom Scholem, autorevole studioso di mistica ebraica, scrisse: «È mia opinione che il male non possa mai essere radicale, ma solo estremo; e che non possegga né una profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. È una sfida al pensiero, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità». Banalizzando il male, si arriva sull’orlo del baratro. Poi, basta un nulla per cadere nel vuoto assoluto di valori, di dignità, di umanità. Per questo, non possiamo sottovalutare segnali anche minimi di intolleranza e lasciarci anestetizzare da discorsi buonisti. A spaventarci dovrebbero essere l’apatia, l’indifferenza, la resa di quella parte – gran parte – buona e sana dell’Italia. Torna utile ricordare ciò che disse Martin Luther King alla parte sana dell’America che non reagiva al dramma della segregazione: «Non bisogna avere paura delle parole dei violenti, ma piuttosto del silenzio degli onesti».”

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