In quinta stiamo vedendo il film Quando sei nato non puoi più nasconderti, che è tratto da un libro. Ecco la breve intervista all’autrice Maria Pace Ottieri.

anche dopo l'ora di religione
In quinta stiamo vedendo il film Quando sei nato non puoi più nasconderti, che è tratto da un libro. Ecco la breve intervista all’autrice Maria Pace Ottieri.
Una storia che colpisce al cuore. Prendo da Asianews un articolo di Nozrul Islam.
Dhaka (AsiaNews) – Sima ha dieci anni, e quando aveva appena dieci mesi il padre l’ha cosparsa di acido, sperando così di eliminare il più grande problema della sua vita. La
piccola infatti non è frutto di un’unione d’amore, ma della bravata di due ragazzi, poi costretti a sposarsi dai capi del loro villaggio per rimediare al fattaccio. In più, Sima è femmina: sinonimo di peso economico, in Bangladesh, dal momento che sono le donne a dover portare la dote all’atto del matrimonio. Un vero problema per un uomo che nemmeno voleva prendere in moglie quella ragazza: così una notte, dieci mesi dopo la nascita, getta dell’acido sulla neonata. Il padre viene messo in prigione, ma se la cava con tre mesi. Di nuovo in libertà, ripudia la moglie e si disinteressa del tutto della figlia. Intanto, la bambina viene subito ricoverata in ospedale, dove i medici e i volontari della Acid Survivors Foundation (Asf) intervengono in maniera tempestiva, iniziando con le operazioni e i trapianti. Tra grandi sofferenze, fisiche e psicologiche, Sima riesce a sopravvivere.
Nato nel 1999, l’ospedale della Acid Survivors Foundation gode di strutture attrezzate e un ampio numero di personale medico volontario, anche straniero. Il centro si occupa di primo intervento, riabilitazione e reinserimento nella società. Giovanna Danieletto, un’imprenditrice italiana che vive a Dhaka da molti anni, abita in una zona della capitale vicino all’istituto e scopre Sima e la sua storia quasi per caso: “Conoscevo il centro e un giorno ci sono andata con una mia conoscente. C’erano dei bambini che correvano in corridoio. Tra questi, Sima. Vista l’evidente gravità della sua situazione, ho chiesto se era possibile fare qualcosa. Ho parlato con i medici, incluso quello che ha preso in cura la piccola quando aveva 10 mesi, quando le è stato gettato addosso dell’acido”. Sima è una sopravvissuta, ma è anche una bambina molto forte. Non solo per aver resistito a ustioni serissime, quella notte di dieci anni fa; soprattutto, per aver affrontato dieci anni di operazioni, trapianti, sale operatorie, riabilitazioni, emarginazione sociale, occhiate e parole di disgusto da parte dei suoi coetanei. Momenti che si ripeteranno in modo ciclico, ma continuo, per tutta la vita. “Il problema – spiega Giovanna Danieletto – è che l’acido non ha bruciato solo la pelle e gli strati più superficiali, ma ha intaccato anche i muscoli facciali. Dopo le prime operazioni, adesso i medici stanno facendo continui aggiustamenti, prendendo parti di pelle sana da altre zone del corpo. Per quanto riguarda i trapianti del viso, per evitare che di dare una pigmentazione diversa e un effetto ‘arlecchino’, la pelle sana deve essere prelevata dall’area del décolleté, delle ascelle e dell’interno coscia”. È al volto e al capo che Sima ha i problemi più evidenti. “In questo periodo – prosegue la donna – Sima soffre per le frequenti infiammazioni ed escoriazioni alla pelle della testa, che è molto tesa, poco elastica… È sottile come un foglio, e non ha capelli. Le è stato riaperto un occhio, ma ancora non si capisce se riesce a vedere o meno. Le è stato ricostruito in maniera parziale il naso e le è stata riaperta la bocca, che era completamente fusa: adesso può parlare e alimentarsi in maniera regolare. L’apparato uditivo esterno è a posto solo da una parte, dall’altra è rimasto giusto un quarto d’orecchio”. Le operazioni non sono finite. “Sima – spiega la Danieletto – è in piena fase di crescita, ma la pelle non cresce in maniera adeguata allo sviluppo dell’apparato scheletrico. Dovrà continuare a subire nuovi innesti per tutta la vita”.
Il fenomeno delle vittime dell’acido è diffusissimo in Bangladesh: una “usanza” ereditata dal Pakistan, praticata per vendicarsi di qualcuno o come forma di punizione, soprattutto contro le donne. Anche i bambini – maschi e femmine, senza distinzione – vengono colpiti da questa terribile pratica, perché usati come capro espiatorio per fare uno sgarbo o un dispetto nei confronti della famiglia della sposa. Oltre al danno, Sima incontra presto anche la beffa. Il suo rapporto con il padre, infatti, non si conclude con gli eventi di quella notte. Qualche tempo dopo il ricovero della figlia in ospedale, la madre torna al villaggio per fare visita al marito, che nel frattempo è uscito di prigione, si è risposato e ha avuto altri due bambini. Maschi. Da una di queste “visite”, la madre di Sima torna incinta e questa volta è un maschio: non basta a far tornare l’ex marito, ma è sufficiente a proteggerla dallo stigma sociale. Secondo la cultura locale, infatti, se una donna viene ripudiata dal marito – o se rimane vedova – diventa proprietà della comunità, quindi un soggetto aggredibile. Continuare a far visita al marito, anche se separati, garantisce alla madre di Sima una certa sicurezza. Giovanna Danieletto interviene, vuole offrire un’alternativa a Sima, il fratellino e sua madre: “La mia prima offerta è stata quella di trovare una sistemazione in una casetta, della quale io avrei pagato l’affitto, in maniera tale che i tre potessero essere liberi di costruire una vita familiare normale qui, a Dhaka. La donna adesso fa le pulizie nell’ospedale della Asf, e i bambini sarebbero potuti andare a scuola in città”. Un’offerta generosa, che però la madre declina senza dare spiegazioni. “Ha iniziato a dire che non si poteva – racconta Danieletto –, che non era possibile, ma non tirava mai fuori i problema reale. Nessuno riusciva a spiegarmi il perché di quel rifiuto. Poi, mi è stato detto che forse il marito sarebbe potuto rientrare in famiglia, se la mamma avesse trovato qualcuno che pagasse loro affitto e mantenimento di questi bambini. Lì per lì mi è sembrata una risposta che poteva essere esaustiva. Poi ho pensato: e l’altra famiglia? Mi è stato risposto che il ‘problema’ poteva essere risolto gettando l’acido sugli altri. Era evidente che nascondeva qualcosa”. Il muro di omertà tipico di questa cultura iniziava a sgretolarsi, ma “per noi occidentali – spiega l’imprenditrice – non è facile comprendere la loro mentalità, hanno sensibilità e blocchi sociali che non possiamo nemmeno immaginare, dinamiche che ci sfuggono”. Durante l’ultimo colloquio col padre, Danieletto riesce a ottenere un incontro con la psicologa bengalese che segue la bambina in ospedale. Insieme a loro c’è anche suor Dipika, dell’istituto Shanti Rani (Regina degli apostoli), alla quale l’imprenditrice aveva raccontato a storia di Sima. Salta fuori la verità: “Il governo passa un tot all’anno ai capifamiglia che hanno un parente stretto vittima di acido. È una specie di pensione per i disabili. Il padre di Sima manteneva i rapporti con la donna per intascarsi i soldi del vitalizio”. Scoperto l’inganno, Giovanna Danieletto si è attivata per trovare una soluzione. Da gennaio la bambina andrà a vivere nell’ostello dell’istituto di suor Dipika a Rajshahi, lontano da Dhaka, e frequenterà una scuola della zona. “È una bella situazione – commenta la donna –, che raccoglie bambini orfani o di famiglie in difficoltà. La scuola dove andrà Sima è mista: ci sono bambini orfani, con handicap e in buona salute. Al bambino normale si insegna ad aiutare il bambino con handicap, così anche la disabilità diventa una cosa ‘normale’. Adesso – conclude Giovanna Danieletto – la bambina è serena. Ci stiamo dando i turni per andare a vedere come procede la situazione, a gennaio inizierà un nuovo capitolo della sua vita. Noi ci siamo messi a disposizione, intanto possiamo solo aspettare e vedere come si comporterà Sima nella sua nuova realtà. E come gli altri lavoreranno con lei”.
Quando ero alle superiori ho letto un libro che mi ha colpito molto. Si intitolava “I bambini nella guerra”. Mi è tornato in mento oggi quando ho letto questo toccante articolo di Paolo Lambruschi sul sito di Avvenire.
La bambina eritrea ha sei anni e i capelli crespi intrecciati. L’unico gioco che può fare è correre avanti e indietro nel corridoio del carcere di Bir el-Abd, a mezz’ora di autostrada da El Arish. Il suo nome non lo possiamo fare, chiamiamola Dina, vivace nonostante le manchino compagni di gioco, matite per disegnare, giocattoli e il suo unico pasto sia il rancio della galera integrato da latte e biscotti portati da volontari copti. L’abbiamo incontrata durante un giro in alcune carceri egiziane, dal Sinai ad Assuan, dove sono detenuti almeno 500 eritrei contro la convenzione dell’Onu del 1951 sui rifugiati, cui l’Egitto ha aderito. Uomini, donne e almeno una decina di bambini innocenti, imprigionati per un periodo indefinito come irregolari. Siamo l’unica testata occidentale ad essere entrata per testimoniare cosa accade dietro le sbarre. Le guardie ci lasciano soli con i prigionieri. A nessuno di loro – denuncia Asefasc Woldenkiel, la persona che mi aiuta a tradurre – è stato permesso di presentare domanda di asilo nonostante molti siano in possesso della tessera blu dell’Acnur, quella di rifugiato o di quella gialla, rilasciata a chi presenta domanda di asilo. Né all’Acnur è consentito l’ingresso in queste galere lontane dal Cairo. Dina non esce mai, gli eritrei non fanno l’ora d’aria. Dorme su un asciugamano buttato sul cemento in una cella lurida con un solo bagno, che in estate deve trasformarsi in un forno, e che divide con la madre e altre 10 detenute eritree, tutte tra i 20 e i 30 anni, fuggite dallo stato-caserma eritreo, da un regime che pare aver trasportato nel ventunesimo secolo la dottrina dei Khmer rossi di Pol Pot. La polizia le ha arrestate quando i beduini le hanno lasciate al confine o le hanno liberate dopo il pagamento del riscatto. Così il mondo di Dina dallo scorso giugno è fatto di guardie carcerarie armate, sbarre e mura di cemento. Vengono tutte dal campo profughi di Sheregab, in Sudan. Un paio sono state rapite dai Rashaida e poi vendute ai beduini che le hanno liberate dopo un riscatto di 25mila dollari pagato dai familiari. Non chiedo di più, i loro occhi raccontano abbastanza. A El Arish ho incontrato altre due detenute ventenni arrestate due settimane prima, dopo tre mesi di sequestro nel deserto e il pagamento del riscatto di 26mila dollari. Mentre mi dicevano che un loro compagno di viaggio era stato ammazzato di botte dai banditi beduini avevano lo stesso sguardo che mi implorava di piantarla.
La mamma di Dina è invece partita volontariamente per Israele, dove clandestinamente vive il padre, ma la polizia le ha fermate con altre sette ragazze, che avevano pagato 5000 dollari ai trafficanti che le hanno poi abbandonate nel deserto. La polizia israeliana le ha quindi arrestate. Li aiuta la solidarietà della chiesa copta che porta loro coperte, abiti, qualche quaderno per scrivere e ha avvisato le famiglie della loro sorte. Il muro è diventato una lavagna di fortuna, per far sognare Dina di essere a scuola. La madre inventa per lei di continuo un mondo di giochi, proprio come Roberto Benigni ne “La vita è bella”. «Mia figlia adesso riesce a dormire – spiega Tess, altro nome inventato – ma il primo mese si svegliava urlando. Piange quando le guardie picchiano qualcuno perché non sa come farà a guarire qui dentro». Del loro gruppo facevano parte 30 persone. «Di otto – aggiunge Tess – non abbiamo più notizie, non sappiamo se sono stati uccisi dai beduini o dalla polizia». Nella cella accanto sono sdraiati 15 giovani eritrei. Provengono dai campi profughi, perlopiù da quelli sudanesi, un paio anche da quelli etiopi. Sono stati rapiti dai predoni beduini nel Sinai, al termine di un viaggio in condizioni durissime. C’è chi ha poi passato un anno in catene prima di trovare i soldi del riscatto, sempre sotto la minaccia di finire nelle mani dei trafficanti di organi. Hanno assistito a violenze bestiali sulle donne, sono stati torturati, picchiati con sbarre di ferro, bruciati con la gomma fusa. Al termine del calvario, dopo aver pagato i riscatti di 26mila dollari sono stati liberati, ma non sono riusciti ad attraversare il confine perché ridotti a scheletri. Berhame non ha sentito l’alt e si è beccato una pallottola in un femore da uno zelante poliziotto. Ha i ferri piantati nella coscia della gamba sinistra. È immobilizzato sul pavimento di cemento e un pezzo di cartone è tutto quello su cui può appoggiare l’arto ferito. Qui di infermerie non ce ne sono. Nel carcere ci sono in altre due celle altri 18 detenuti eritrei e un paio di sudanesi, tutti seduti per terra su stuoie e asciugamani. Tutti rapiti, schiavizzati, liberati e poi ancora incarcerati senza colpa. Anche qui, ognuno conosce almeno uno o due compagni di viaggio e di sequestro spariti nel nulla tra El Arish e Nakhl. Più tardi, nel carcere di Romani, da una quarantina di eritrei, quasi tutti sequestrati e liberati dopo aver pagato riscatti dai 6 ai 26mila dollari, sentirò ripetere che almeno un terzo dei compagni è sparito. «Veniamo maltrattati dalle guardie – spiega W. – che ci urlano che dobbiamo andarcene». Ai cristiani è riservata una razione supplementare di botte e gli eritrei si tatuano la croce etiopica sul polso. Quanto resteranno in galera questi dannati della Terra? Il loro futuro è il rimpatrio in Eritrea, in base a un accordo con l’Egitto che ignora il diritto di queste persone di chiedere asilo. L’unica speranza è l’intervento dell’ambasciata etiope che, dopo aver identificato i rifugiati, con un lasciapassare li porti all’aeroporto del Cairo e da lì nei campi profughi del Paese dove sono già presenti 61mila rifugiati eritrei. Un progetto umanitario sostenuto da una rete italiana di buona volontà sta provvedendo a pagare i biglietti aerei. Già 175 persone sono uscite dal carcere in questo modo. Il tempo della visita è scaduto. Mentre si chiudono le porte della galera Dina mi chiede a bassa voce di portarla via, da suo padre.
Un’altra testimonianza dalla Siria presa da Peacereporter.
Quella che abbiamo appena passato è stata senza dubbio la peggiore settimana a Homs dal mese di marzo. E pensare che già a luglio, quando l’esercito era entrato qui in città per ristabilire l’ordine, pensavamo la stessa cosa. Non avevamo ancora visto niente. Quante cose sono successe da allora, quanto sangue innocente è stato versato, quante lacrime e paure. Ormai a Homs non c’è famiglia che non abbia un dolore da piangere, ognuno porta con sé il fardello di questa rivolta e la cosa ancora più dolorosa è che non ci viene nemmeno concessa la possibilità di far sentire la nostra voce. Come sai, ormai da mesi la città è divisa in due: da un lato ci sono i quartieri che sostengono il governo (quelli abitati in prevalenza dalle minoranze religiose cristiane e alawite), con una presenza massiccia di bandiere e gigantografie del presidente Assad ovunque, sono le zone dove la vita scorre abbastanza tranquillamente e percorribili senza difficoltà; poi ci sono le zone controllate dai ribelli, senza bandiere, con esercito, posti di blocco e carri armati nei punti strategici e difficili da attraversare. Alcune sono percorribili solo a giorni intermittenti – anche se in generale è sconsigliabile andarci dopo il tramonto e prima dell’alba sono talmente deserte da sembrare disabitate – e lo stato di semi-abbandono è tangibile; altre, non sono nemmeno avvicinabili e nessuno è in grado di dire esattamente come sia la situazione né quando potrà ristabilirsi. Ma nell’ultimo periodo sembra che nessun posto in città sia sicuro. I ribelli armati, che già da tempo terrorizzano i civili, si sono fatti più aggressivi e sfrontati, non aspettano più la notte per scontrarsi con i posti di blocco militari a colpi di arma da fuoco, non temono più di oltrepassare le zone loro ostili. E il risultato sono tutti quei morti che stanno riempiendo le cronache quotidiane. Le violenze, che sono diventate più intense dopo la firma del trattato con la Lega Araba, vanno acuendosi di giorno in giorno; non è sicuro stare in casa (qualche settimana fa un razzo vagante è entrato dalla finestra dei nostri vicini distruggendo parte della loro abitazione), ma nemmeno uscire. Eppoi con quale mezzo? A piedi, rischiando di venire colpiti dai proiettili lanciati in aria? Con un taxi o un bus, di quelli che subiscono agguati in continuazione? E per andare dove, se i terroristi (e li chiamo così perché non so con quale altro nome definirli, ma tu usa pure il termine che ti sembra più adatto) arrivano anche nelle scuole a minacciare con il coltello alla gola gli allievi che non vogliono partecipare alle loro manifestazioni o nei negozi per costringere i commercianti a scioperi forzati. Ogni uscita deve essere ben ponderata, perché per noi potrebbe essere il preludio di un rapimento, come è già successo a molti amici, vicini e conoscenti, spariti all’improvviso e tornati dopo giorni folli per via delle torture subite o restituiti a pezzi in qualche angolo della città. Quanti medici sono stati uccisi, quanti professori, quanti giovani, uomini, donne, bambini, con la sola colpa di non aver abbandonato la loro fiducia nel governo. Quante notti e giorni abbiamo passato con il sottofondo del muezzin che dalle moschee cittadine invocava la Jihad, la guerra santa, ma contro chi? I propri concittadini? Cos’ha di santo una guerra così? Cos’ha di santo ogni guerra? Ma questi ribelli ascoltano solo Arrour, che per l’Eid ha invitato a scegliere gli uomini (le donne no, perché non abbastanza degne) al posto degli animali per il sacrificio rituale, e colpiscono indiscriminatamente senza criterio al solo scopo di eliminare ogni essere che la pensa diversamente da loro, senza rendersi conto di quanto folle e controproducente possa essere questo proposito. Solo la scorsa settimana la nostra famiglia ha perso due cugini e un caro amico, massacrati a colpi di accetta insieme ad altre nove persone dopo che il minibus pubblico sul quale viaggiavano è stato assalito dai terroristi; tre donne nostre vicine sono state rapite e denudate in mezzo alla strada prima di venire uccise a sangue freddo; e l’elenco di azioni da far rabbrividire potrebbe continuare ancora a lungo (solo il 3 novembre sono arrivati in ospedale ben 104 corpi): una ferita aperta che si acutizza al pensiero che non si accontentano di uccidere, ma vogliono aggiungere anche il dolore e l’umiliazione della tortura. E le due parti della città, prima fuse insieme senza soluzione di continuità, ogni giorno, a ogni sparo, a ogni ferito, a ogni morto, diventano un po’ più distanti: due mondi opposti che hanno sempre convissuto pacificamente, ma che impiegheranno di certo molto tempo a ritrovare una completa fiducia reciproca. E questa, a prescindere da come andranno le cose, è già una prima enorme sconfitta per tutto il popolo siriano.
Sempre da Linkiesta vengo a sapere di questo fatto che ha dell’incredibile. Oltre al risarcimento faccio notare il rischio di rendere noto il domicilio! Ecco una sintesi.
Per catturare il boss abbatti la porta dell’appartamento? Ti chiedo i danni e pure dove abiti. Così è andata a finire per i carabinieri del Ros di Reggio Calabria dopo l’arresto del boss Pasquale Condello, detto “Il supremo”, ricercato dal 1990 e arrestato nel febbraio del 2008 dal Raggruppamento operativo speciale. Condello dal 1990 per le forze dell’Ordine era un fantasma, così nel 1993 per lui, in cima alla lista dei latitanti di ‘ndrangheta, era scattato anche un mandato di cattura internazionale ai fini dell’estradizione. Fantasma fino al 18 febbraio 2008, data in cui il Ros dei Carabinieri guidato dal colonnello Giardina riescono a individuare e fare irruzione nel covo di Pasquale Condello. Una indagine complessa e difficilissima, nonostante “il supremo” si trovasse in realtà in quel di Reggio Calabria. La notte del 18 febbraio il Raggruppamento Operativo deve abbattere la porta d’ingresso dell’alloggio in cui il boss è rifugiato. Un abbattimento che va a carico degli uomini che hanno eseguito la cattura, cui, incredibile ma vero, viene inoltrata una richiesta di risarcimento danni. Questo è quanto mostra un documento del ministero dell’Interno datato 21 dicembre 2009, in seguito alla richiesta danni del proprietario dell’alloggio in cui Condello avrebbe passato alcuni mesi della sua latitanza. Nel documento del Ministero si chiede espressamente «con la massima e cortese urgenza, l’attuale domicilio, privato e di servizio, dei militari che hanno partecipato all’operazione di polizia dalla quale sono derivati i danni […] che questa Amministrazione ha provveduto a risarcire». … Una situazione paradossale, soprattutto se si pensa che il proprietario dell’alloggio ha fatto richiesta di risarcimento danni ai soli Carabinieri del Ros e mai all’affittuario dell’appartamento, individuato come favoreggiatore di Condello e arrestato nel corso della stessa operazione…
Segnalo tre articoli da Asianews.
Il primo riguarda l’iniziativa su Twitter di un gruppo di sauditi che vogliono rompere la tradizione per la quale un uomo non dice mai in pubblico il nome di una sua donna (madre, sorella o moglie). “I nomi delle donne sono stati sempre un’ossessione degli uomini sauditi. Si vergognano se la gente conosce il nome della loro madre, sorella o moglie. Un uomo può ricattarne un altro, se sa il nome della madre”.
Il secondo tratta del lago Orumieh (Iran nord occidentale), il terzo bacino idrico salato del mondo, che si sta prosciugando, a causa dell’elevata evaporazione e dello sfruttamento dei fiumi immissari. Ciò potrebbe costringere oltre 14 milioni di persone ad abbandonare le proprie terre. Temendo un’invasione, le autorità turche e azere hanno invitato Teheran a prendere seri provvedimenti per rallentare la desertificazione della zona.
Infine, il terzo riporta il pensiero di Praveen Togadia, segretario generale del Vishwa Hindu Parishad (Vhp – movimento estremista indù); egli chiede la pena di morte con decapitazione per chi cerca di convertire gli indù ad altre religioni.
Segnalo un importante appuntamento: VENERDI’ 18 NOVEMBRE alle 20.45 a Zugliano, al Centro Balducci, ci sarà un incontro con SALVATORE BORSELLINO, fratello di Paolo. L’incontro è organizzato dal Movimento Agende Rosse.
Paolo Borsellino, Magistrato, ha fatto della sua lotta contro la mafia la ragione della sua vita. Muore in un attentato a Palermo il 19 luglio 1992. Da quel momento sparisce l’agenda rossa sulla quale era solito appuntare riflessioni e contenuti dei suoi colloqui investigativi. La stessa agenda rossa è oggi l’emblema di un oscurantismo mirato, pilotato e difeso da chi per interessi personali, tornaconti o paura si nasconde sotto il mantello dell’omertà. A cosa stava risalendo Paolo Borsellino? Quali realtà sotterranee scomode stavano emergendo dal suo lavoro? Quali intrecci fra i poteri? Chi poteva temerlo? Nonostante la Magistratura abbia ottenuto importanti certezze sulla responsabilità dell’associazione criminale ”Cosa Nostra” per l’assassinio, permangono pesanti zone d’ombra, in particolare riguardo alla presunta complicità di pezzi dello Stato con la criminalità organizzata e la richiesta recente di revisione del processo per strage di via d’Amelio ne è segno eloquente. Il nostro scopo principale è quello di sostenere la battaglia di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo e presidente dell’associazione “Movimento Agende Rosse”, nel rivendicare il diritto/dovere civile, culturale, politico e morale di fare progressivamente luce su questo capitolo ancora troppo ambiguo della storia italiana, per poter permettere alla Magistratura di fare il proprio corso con trasparenza.
Nasciamo come nucleo apolitico e apartitico, di matrice democratica e apertura al confronto, di persone che credono in quella democrazia che non è solo parola ma soprattutto concretezza. Proponiamo un incontro tra coloro che credono nel fondamentale valore della Giustizia, della Verità; come Dovere ancor prima che Diritto. Chi può essere un’Agenda Rossa? Può essere qualsiasi cittadino, indipendentemente dal suo schieramento politico, che ama la Verità e che da e in essa si sente tutelato e rispettato, chiunque creda profondamente nella bellezza del fresco profumo di libertà che si contrappone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.
http://www.centrobalducci.org/easyne2/Archivi/BALD/PDF/0001/1142.PDF
Un bellissimo articolo di Benedetta Argentieri, preso dal Corriere: descrive vita e idee dei giovani iraniani.
TEHERAN – Un grande cartello, sfondo bianco e caratteri rossi, annuncia un forum internazionale sulla Palestina. Una discussione per combattere il potere sionista «nella regione» e dare la massima solidarietà ai «fratelli» che vogliono essere riconosciuti all’Onu. L’invito è esteso a tutti. Di fianco il disegno di un kalashnikov, che più tardi si scoprirà essere il simbolo dei militari. È l’unico manifesto nei corridoi dell’aeroporto. Il messaggio è chiaro: benvenuti in Iran, terra dalle mille contraddizioni, dove l’apparenza, in molti casi, conta più della sostanza. Un Paese in cui nascondere i propri orientamenti (sessuali o politici che siano) è la prassi. Una nazione in cui la religione scandisce la quotidianità delle persone a prescindere che siano credenti o meno. Uno Stato in cui la condizione delle donne è di subordinazione all’uomo. Soprattutto una nazione dove la disponibilità, la generosità e la bellezza delle persone è mescolata alla paura e alla rabbia. E in alcuni casi alla voglia di cambiare.
«L’Iran non è libero», ammette Mohammed, portiere di un piccolo albergo a Teheran. Nel momento in cui pronuncia queste parole si è già pentito. Criticare, attaccare o anche solo giudicare il regime è pericoloso. Le pene sono varie, dal carcere alla fustigazione. In particolare se ci si lascia andare a commenti con stranieri. I turisti da queste parti sono merce rara. «Negli ultimi anni sono sempre meno, complice una campagna stampa contro Khamenei e Ahmadinejad», spiega Shaabi. Capelli scuri, occhi chiari, dai modi cordiali. Studia ingegneria elettronica all’università della capitale. Ma lui ci tiene a sottolineare, «noi non siamo così». E per dimostrarlo rinuncia a ore in compagnia di amici, per mostrare le bellezze della sua città. Senza volere nulla in cambio, nemmeno un pranzo. Il caos regna in una città di 15 milioni di abitanti che nonostante centinaia di cantieri aperti riesce a essere pulita. Il traffico sembra non fermarsi mai. La metropolitana, in cui si intravedono caratteri cinesi, è stata inaugurata da poco ed è affollata. Gli autobus che hanno una sbarra per dividere uomini e donne, sono frequenti. E i taxi collettivi si trovano a ogni ora del giorno. Non sembra bella Teheran, ma esercita un grande fascino. Su ogni palazzo ci sono i ritratti del fondatore della patria, l’Ayatollah Khomeini. A ogni angolo c’è un poliziotto o un militare armato. Su quasi ogni muro un murales. Il soggetto dipende dagli edifici: sulle scuole ci sono fiori e animali. Sugli altri disegni in cui si ricorda la guerra contro l’Iraq (1980-88) e il sacrificio di molti uomini. Sull’ex ambasciata americana, dove nel 1980 52 diplomatici sono stati presi in ostaggio da un gruppo di studenti (tra questi anche Ahmadinejad), campeggia una statua della libertà che ha il volto della morte e il simbolo di Israele spezzato.
«Il nostro è un Paese pacifico verso coloro che non vogliono egemonizzarlo». Habib si siede tutti i giorni nel cortile del Golestan, il vecchio palazzo dello scià, durante l’ora di pranzo. Si prende una pausa dalla sua bottega di calzolaio per leggere poesie francesi. Aspetta qualcuno con cui parlare. La panchina è il posto migliore per attendere turisti del museo. Il volto di Habib è segnato da profonde rughe, ma quando parla dei cambiamenti del suo Paese gli si illuminano gli occhi scuri. Gli piace ricordare i tempi della Rivoluzione nel 1979 («Meno male che c’è stata, ora abbiamo equità sociale»), attaccare le politiche internazionali degli Stati Uniti («Sono loro ad aver prodotto il terrorismo con le guerre in Iraq e in Afghanistan») e sostenere la corsa all’atomo («Dobbiamo essere indipendenti»). Ma su questo ultimo punto, in tanti non sono d’accordo. Anzi.
La rabbia cresce quando si esce della capitale. Il treno notturno che porta a Yazd (tappa obbligata per chi è per la prima volta in Iran) è pieno, ogni scompartimento è occupato da famiglie che tornano a casa, giovani coppie che vogliono fare una vacanza: «Non possiamo andare all’estero, ma almeno vogliamo visitare il Paese». Con le luci della città alle spalle si entra nel deserto che all’alba sembra sconfinato. Ci vogliono quasi 630 chilometri per raggiungere «la città più antica del mondo». E si arriva in un dedalo di stradine senza un’indicazione, in cui è bello perdersi. Le case, di fango e paglia, sono basse, hanno piccoli portoni con battacchi diversi per uomini e donne. I negozi sono appena fuori la parte vecchia. Tessuti, souvenir, vestiti, oggetti di legno. Dentro a uno di questi due giovani chiacchierano con chiunque capiti a tiro. Vogliono fare amicizia e aprono le porte delle loro case. Quello di Javad è un appartamento con cucina a vista e le pareti giallo ocra. Su due mensole c’è una collezione di brocche antiche e in un angolo la televisione con un sistema di amplificazione degno di un locale notturno. «La sera ci piace ballare con gli amici», spiega il giovane guardando le casse con una punta di orgoglio. Questi 60 metri quadri sono un punto di ritrovo per molti coetanei. Su una sedia ci sono alcuni mantelli neri. Chador usati dalle ragazze che ora cucinano riso e gamberetti fritti. Hanno tutte i pantaloni e magliette attillate. Nei capelli nastri e cerchietti. Le domande su come si vive in Italia sono una sorta di mantra. Ma quando il discorso ritorna all’Iran è una pioggia di critiche. Javad, si toglie gli occhiali, accarezzandosi il pizzetto, scuote la testa. «Le bollette di luce e gas sono triplicate a causa delle sanzioni. Il petrolio è alle stelle. Fino a due anni fa, dieci litri di benzina costavano un dollaro, oggi per la stessa cifra si prende un litro». Il tutto senza che i salari abbiano avuto un ritocco. Il governo ha spiegato che la centrale nucleare è «un progetto importante», promettendo che «gli sforzi saranno ripagati». Ma per chi come questo ragazzo di 28 anni vive di turismo, la situazione si fa sempre più difficile.
Non c’è solo la questione economica. Per i giovani, che rappresentano i due terzi della popolazione, i «ricatti religiosi» stanno diventando insostenibili. Da Yazd a Shiraz, culla della cultura persiana, lo scetticismo non cambia, anche se dal panorama sembra di essere in un altro Paese. Il lungo letto del fiume che divedeva la città è asciutto da più di un anno. Non piove da almeno 600 giorni. Ogni cento metri c’è un palazzo in stile quajaro. Le strade sono larghe e alberate. La città è il punto di appoggio per andare a visitare Persepoli. E sempre qui si trova la tomba di Hafez, «il più grande poeta di tutti i tempi», che è diventato luogo di pellegrinaggio. Famiglie, anziani e tanti studenti. E sotto un portico, Ava, 19 anni, parla di regole e imposizioni. «Un esempio? Se esco per strada senza velo mi arrestano, eppure la mia famiglia non è religiosa. Mi ha sempre detto che potevo fare quello che volevo». E in segno di ribellione Ava tiene il velo largo e posato in fondo alla nuca, tenendo scoperti i capelli neri. Se vuole entrare in università, deve cambiarsi, indossare una divisa. Lei, come i suoi compagni di biologia, accede a Facebook almeno una volta al giorno. La Rete però è criptata, per questo usano delle chiavette, con password particolari, per riuscire a ingannare il grande occhio del regime che è sempre più attivo. «Hanno vietato il satellite. Vogliono tenerci all’oscuro di tutto». La preoccupazione, dicono, è per gli eventi della vicina Siria, «sono i nostri eroi, se ci riescono loro potremmo farcela anche noi», ripetono all’unisono. Ma per un giovane contro il regime, basta fare pochi passi che se ne incontra un altro di orientamento opposto. «Ahmadinejad? È un grande, ci ha davvero aiutati». Visioni opposte che preoccupano, perché se in molti vorrebbero tornare in piazza, altri difenderebbero la «cupola». E si andrebbe quindi a una guerra civile. Gli scontri del 2009, la repressione che ne è seguita, gli amici seppelliti in qualche prigione (se non peggio) sono pensieri ricorrenti. Ma anche se non portano il braccialetto verde («Ci arresterebbero»), i giovani, in molte zone del Paese, sono pronti.
Marta Franceschini ha scritto questo articolo per Famiglia Cristiana.
L’ultimo sacerdote dell’Himalaya, Samdup Taso, si è spento all’età di 83 anni senza lasciare successori. Sacro guardiano della terza vetta più alta del mondo, il Khangchendzonga Bongthings era considerato il capo spirituale dei Lepchas, una
popolazione che vive in Sikkim, nell’Himalaya indiana, da oltre 2000 anni. I Lepchas, che oggi sono rimasti poco più di 50.000, venerano da 700 anni la montagna ai piedi della quale si stabilirono nel 13° secolo. Nel mese di Kursong (Febbraio-Marzo) il sacerdote, dopo una intera notte di preghiere presso la sua residenza privata, guidava una affollata processione fino al Lha-thu, un altare all’aria aperta nel villaggio di Nung, dove con canti e danze veniva ripercorsa la storia dei Lepchas e venivano spiegati i suoi rituali. La tradizione prevedeva anche il sacrificio di uno “yak”, il bufalo selvatico dell’Himalaya, ma questo rituale fu messo fuorilegge nel 1973 dalla monarchia regnante, rappresentata dalla dinastia dei Chogyals. Quando due anni dopo i Chogyals furono deposti e la regione venne assimilata dalla confederazione indiana, in Sikkim furono in pochi a dubitare che l’avversa sfortuna del regno fosse dovuta proprio all’abolizione del sacrificio. I Lepchas credono che la montagna sia stata creata da Dio e che loro compito sia venerarla e proteggerla. In caso contrario, la vetta incollerita manderebbe un mitico serpente, Payelbu, ad arrotolarsi ai piedi della montagna, bloccando le acque del fiume Talung che scorre nella regione, e provocando una serie infinita di calamità. La leggenda vuole che il ruolo di sacro guardiano del monte sia stato passato di generazione in generazione dai mitici antenati della comunità, che per primi si assunsero il compito di onorare la montagna. Ma con la morte dell’ultimo sacerdote questo antico lignaggio è giunto al termine. Oscuri restano i motivi che hanno spinto Samdup Taso a non nominare un successore.
Il 9 aprile 2009 Alda Merini partecipa al Chiambretti Night. Siamo nei giorni del terremoto de L’Aquila. Mi sono venute in mente dopo i fatti di Bangkok, della Liguria e della Toscana, ma anche di Haiti, del Giappone…
“La natura sarà arrabbiata con noi. Dio è con noi anche nel dolore, ma noi non possiamo capirlo. Noi non abbiamo gli strumenti per capire la volontà di Dio […] Anch’io sono stata ‘terremotata’ da un manicomio all’altro. Ognuno di noi ha avuto le sue scosse, però è nel momento del dolore che bisogna stringere i denti. Noi adesso partecipiamo a questa tragedia italiana, però non fermiamoci al dolore. Stringiamo i denti e andiamo avanti. Dio guarda tutti, ci vede, guarda i terremotati, vede gli infelici e non abbandona il mondo. Io sono sicura. E uno dei mezzi perché Dio ci ascolti è proprio la poesia, la preghiera, il canto. Anche nel dolore bisogna saper vincere. In questi momenti di tragedia la forza del poeta può aiutare: lui che ha subito, che ha saputo magnificare il dolore credo che serva da esempio per chi è colpito. La mia ignoranza di poeta e di donna non capisce il male. Mi rifiuto. Il silenzio non deve essere un silenzio mortale, ma di rinascita; un silenzio di compassione, ma non di sconvolgimento totale. Guai se si perde la speranza nella nostra forza”.
Una buona notizia arriva dal Brasile tramite Misna.
“Il Brasile ha preso molto seriamente la lotta contro la fame e la malnutrizione ed è oggi tra i paesi che le stanno battendo con più rapidità in tutto il mondo”. In visita a Salvador de Bahía, nel povero nord-est, la direttrice esecutiva del Programma alimentare mondiale dell’Onu (Pam/Wfp), Josette Sheeran ha elogiato il gigante sudamericano, definendolo “campione mondiale” della lotta alla fame. “Il paese conta su un’esperienza molto valida che può essere condivisa con i governi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina” ha detto Sheeran intervenendo alla cerimonia di inaugurazione di una filiale del ‘Centro di eccellenza contro la fame’, con sede centrale nella capitale Brasilia, organismo che collabora con il Pam/Wfp in Mozambico, Timor Est e Haiti. Programmi come ‘Fame Zero’, promossi dalla precedente amministrazione Lula, hanno ridotto la malnutrizione del 25% e sollevato dalla povertà negli ultimi otto anni 30 milioni di brasiliani, su una popolazione di oltre 190 milioni di abitanti. ‘fame Zero’ prevede la distribuzione di risorse e alimenti alle famiglie più vulnerabili, a condizione che i figli frequentino le scuole e i centri di assistenza sanitaria.
Metto in rilievo due notizie prese da Asianews.
La prima riguarda una fatwa contro la celebrazione dei compleanni emessa dal seminario musulmano che costituisce un punto di riferimento importante per i seguaci del Profeta in india, il Darul Uloom Deoband. Il centro di studio ha affermato nella fatwa che l’islam non permette tale pratica in quanto si tratta di “una tradizione dei Paesi occidentali”.
La seconda riporta le accuse del Dalai Lama per i rigidi controlli e il “genocidio culturale” attuati dalla Cina nei confronti del popolo tibetano.
Una testimonianza di un siriano, tratta da Il Regno
Le mani di Shadi si alzano sopra il tavolo, come due fusi che lo aiutano a tessere i suoi pensieri. E come no? La straordinaria calamita della sollevazione siriana esercita la sua attrazione su tutte le parti, muovendole verso un’unica direzione: «rivoluzione» pacifica sino alla vittoria. Shadi è un medico che completa la sua specializzazione in Europa, senza alcun precedente impegno politico o di opposizione. La sollevazione di Daraa è stata uno shock. Dopo le prime manifestazioni ha iniziato a darsi da fare su Facebook. Le voci dei suoi amici hanno preso a levarsi. Come molti, all’inizio è stato male e ha sentito di avere poche scappatoie: «Cosa faccio? Vado fuori e urlo?». La cosa è così iniziata alzando la voce per iscritto, poi è venuta la formazione di gruppi di dibattito sul social network e da lì è partita l’attività sul campo. Ora la sollevazione siriana riceve il sostegno da un numero straordinario di volontari a diversi livelli: si mettono in piedi ospedali da campo, si offrono servizi agli attendamenti di profughi in Turchia e Libano, si raccolgono fondi per cibo e medicinali, si provvede ad aiuti logistici. In aggiunta a questo, ci sono l’informazione e gli interventi continui sul social network, persino la fondazione di una corale musicale e il lancio di un’emittente radio in onda sul web. Parliamo di «rete» anche se non ha nome e indirizzo: «Una rete straordinaria», dice Shadi, che per sua richiesta chiamiamo con uno pseudonimo. Una rete aperta alla partecipazione di chiunque voglia impegnarsi nella sollevazione. Shadi la chiama «sollevazione dei tecnocrati», e spiega: «La sollevazione non sono soltanto attività umanitarie o manifestazioni di piazza, ma un movimento che si compone di mille dimensioni, irriducibili a un solo aspetto, perché ciascuno interviene con il suo apporto creativo. Quando si presenta una certa necessità specifica, si va alla ricerca di chi sappia occuparsene in collaborazione e vi si provvede». Con i suoi sforzi la «rete» è stata in grado di portare soccorso medico alle zone maggiormente esposte, «ad esempio Idlib e Homs», come spiega Shadi con un sospiro di sollievo. La situazione dei rifugiati in Turchia è cattiva, come hanno potuto constatare i volontari che l’hanno visitata: «Portiamo aiuti ai rifugiati bloccati in Turchia, paese che dovrebbe occuparsi di loro, dal momento che sono profughi. Ma ciò non avviene». Anche in Libano gli aiuti arrivano attraverso i volontari. Lì la situazione è un po’ speciale. Perché? Shadi risponde: «A causa del sistema libanese, che cerca di impiantare lì degli informatori». La questione degli informatori richiede una riflessione sul problema della sicurezza della «rete». È una storia lunga. All’inizio la stragrande maggioranza degli attivisti aveva poca esperienza: «Non avevano abilità sul piano della sicurezza». Ciò ha portato all’arresto di moltissimi ragazzi a causa delle comunicazioni telefoniche. Attraverso gli arrestati i servizi di sicurezza hanno compilato liste di nomi da perseguire. L’esperienza stessa è stata maestra e il movimento spontaneo ha iniziato a organizzarsi. È necessaria una ricognizione dei quadri degli attivisti: c’è chi è stato arrestato e poi liberato e chi invece è ancora detenuto.
Tutti sanno quanto sia pericolosa la detenzione. Ne è un esempio la morte tra le torture di Ghayath Mattar, il giovane che a Daraya, periferia di Damasco, ha avuto l’idea di affrontare le forze speciali offrendo fiori e acqua. E Yahya, amico del martire Ghayath, è detenuto dal 6 settembre. Shadi si rende perfettamente conto della gravità del pericolo: «Noi qui siamo in Europa, ma il pericolo diretto lo corrono gli attivisti sul campo. Per questo, alla fine della chat con un amico gli dici: “Sta’ bene, bada a te stesso. E te ne esci con il cuore ulcerato”». Essere arrestati è una possibilità costante, ma ciò non ferma il movimento attivista: «Ora ogni cittadino è un attivista o uno che progetta di diventarlo». Hisam, un amico di Shadi, è invece impegnato maggiormente sul fronte dell’opposizione politica. Il carattere pacifista della rivolta accomuna le voci di Shadi e Hisam, e questo carattere è per loro la «linea rossa». Sono disturbati dall’elevarsi di voci stonate che chiedono l’intervento straniero o vogliono la trasformazione armata della sollevazione, dicendo: «Perché la sollevazione deve restare pacifica?». Dice a questo proposito Shadi: «Chi invoca ciò vuole la caduta del regime solo per prenderne il posto. Quei tali useranno i fucili soltanto per imporre una nuova dittatura. Lo slittamento dalle posizioni pacifiste è respinto completamente e per ragioni ben provate: la soluzione militare comporterebbe la perdita di un gran numero di vite e gravi danni alla società, cose che fondamentalmente tornano a vantaggio del regime». La posizione matura dei due giovani insiste invece sul fatto che la soluzione poggi sulla sopportazione e sul tenersi attaccati all’orientamento pacifista. Quanto al regime, a loro avviso sta cadendo: «L’appesantirsi di questi elementi farà affondare la barca del regime, e porterà alcuni suoi membri a prenderne le distanze o a saltare sulle scialuppe di salvataggio. Il regime va a pezzi, è come un cadavere che si decompone poco a poco. Il regime siriano cadrà per la «rivoluzione» pacifista del suo grande popolo e dei suoi sacrifici cruenti senza fine».
Non è ancora finita. Pochi giorni fa, in Tunisia, si sono tenute le elezioni. A poco tempo di distanza prendo da Peacereporter questa notizia:
“A poche settimane dalla vittoria del partito islamico moderato ‘Ennahdha’, riesplodono le proteste in Tunisia. Dopo gli scontri verificatisi nella città di Sidi Bouzid, questa volta a manifestare il loro dissenso sono gli studenti in un corteo organizzato insieme al corpo docenti dell’Università Tunis El Manar. Le preoccupazioni che gli scontenti delle elezioni avevano pronosticato sembra si stiano avverando insieme ai fantasmi di un integralismo islamico. Di fronte ai diktat morali che il nuovo governo vorrebbe imporre dentro gli atenei, i cittadini più improntati ai modelli occidentali scelgono di scendere in piazza. L’amministrazione vorrebbe infatti modificare comportamenti e abitudini di studenti e professori all’interno delle Università, cercando di adattarli a quelle che sono le consuetudini etiche di stampo islamista. Già nell’ateneo di Gabes si è verificata una situazione simile quando dal governo è arrivata la richiesta di dividere la sala mensa in due spazi separati a tutela, dicono, della “morale”.
Pubblico i link a due notizie che ho preso da Asianews. La prima riguarda la Corea del Nord, dove il regime ha giustiziato almeno cinque fra funzionari di governo e quadri del Partito comunista nella provincia di North Pyongan, a est del Paese lungo il confine con la Cina. Alle esecuzioni di massa si aggiunge anche il suicidio di un sesto funzionario, nel timore di venire ucciso come i colleghi nella purghe ordinate dalla dittatura. I cinque sono stati giustiziati con 60 proiettili “al poligono di tiro della caserma dell’esercito” della contea di Seoncheon. La seconda notizia arriva dal Tibet, dove le autorità cinesi moltiplicano le iniziative di indottrinamento dei religiosi tibetani. Sarà vietato a monaci e monache partecipare a qualsiasi “attività separatista” e ci saranno frequenti corsi obbligatori per insegnare come comportarsi. Ogni anno chi ha meglio obbedito a queste regole sarà proclamato “monastero modello”, con premi in denaro e attestati di benemerenza per i monaci. Sono anni che Pechino vuole imporre ai monaci tibetani la totale fedeltà al Pc, dopo avere constatato che i monasteri sono il fulcro della cultura tibetana e della fedeltà al Dalai Lama. Da mesi molti grandi monasteri, come quello di Kirti e altri nella contea di Aba (Sichuan), sono sottoposti a un’occupazione poliziesca di fatto con centinaia di monaci trasferiti per ignota destinazione, molti altri arrestati. La repressione è talmente feroce che negli ultimi mesi diversi monaci si sono dati fuoco in piazza quale gesto di protesta estrema.
Caro settemiliardesimo uomo,
il 31 ottobre è il tuo giorno. Anche se non sappiamo come ti chiami, ci dicono che con te la popolazione mondiale ha raggiunto quota 7 miliardi. Ogni ora siamo 10.000 in più. Quando sono nato io, nel 1974, eravamo 4 miliardi sulla Terra e le Nazioni Unite convocavano la Prima Conferenza mondiale sulla popolazione a Bucarest. Oggi siamo dunque quasi raddoppiati. È probabile che tu sia nato nella regione dell’Asia/Pacifico, una delle aree del mondo in cui il tasso di crescita demografica è più elevato. E dove la popolazione è più giovane. L’Italia, invece, ha uno dei tassi di fecondità più bassi del mondo, pari a 1,2 figli per donna. Secondo le proiezioni Eurostat, nel 2040 avrà una popolazione composta per oltre il 30% da ultrasessantacinquenni. Nel nostro Paese il numero di morti supera quello dei nati da quattro anni. I più fertili tra i Paesi industrializzati sono, invece, Francia e Stati Uniti, grazie alla presenza maggiore di immigrati. Le Nazioni Unite hanno lanciato un allarme avvertendo che già adesso vi sono nel mondo 61 paesi che hanno crescita zero o crescita negativa e così nel 2050 il numero di ottantenni sul pianeta sarà quattro volte quello di oggi. 
Inutile che venga a raccontare a te queste cose, è probabile che tu sia nato in un Paese come Cina o India, in crescita demografica ed economica. Anzi, ad essere pignoli una differenza c’è: tra 10 anni l’India potrebbe diventare il paese più popoloso del mondo superando la Cina, dove la crescita demografica sta rallentando con l’aumentare del benessere economico. Da una parte è probabile che tu sia molto più tecnologico di me, si dice “nativo digitale”, nato in un’epoca in cui le moderne tecnologie sono il pane quotidiano fin da piccoli. Dall’altra bisogna vedere in che parte del mondo sei nato. Un miliardo e mezzo di persone vive senza elettricità, l’80% delle quali nei Paesi meno sviluppati dell’Asia meridionale e dell’Africa sub-sahariana, mentre poco meno della metà dell’Umanità, 3 miliardi di persone, non ha accesso a servizi energetici moderni.
E l’acqua, vogliamo parlarne? Quella viene ancora prima dell’energia. 884 milioni di persone non hanno accesso all’acqua sicura mentre 2,6 miliardi di persone sono senza igiene di base. 1,5 milioni di bambini sotto i cinque anni muoiono ogni anno per malattie connesse alla carenza di acqua pulita, più di quanti ne muoiano per Aids, malaria e morbillo, le tre cause più frequenti di morti infantili sommate insieme. Un’altra mia curiosità è sapere se sei nato in città, come me, oppure in una zona rurale. Nel 2007 è avvenuto per la prima volta il sorpasso da parte della popolazione che vive nelle città, che possono essere megalopoli come Il Cairo e Città del Messico, oppure cittadine di media dimensione come Mantova, in Italia, o Trondheim, in Norvegia.
La crescita della popolazione continuerà all’infinito? Finora è stato così e pare che nel 2040 toccheremo i 9 miliardi, ma poi i demografi prevedono che inizieremo a diminuire per stabilizzarci proprio attorno ai 7 miliardi o poco più. Non è detto, le Nazioni Unite pubblicano oggi un rapporto in cui si afferma che alla fine del 2100 sul nostro pianeta ci saranno quindici miliardi di esseri umani: la popolazione mondiale, dunque, raddoppierà in meno di un secolo. Quante risorse naturali ci sono sulla Terra? Abbastanza per tutti ma solo se diminuiamo le ingiustizie. Tu sei appena nato e credi giustamente che questa parola non abbia senso. Eppure ognuno di noi consuma come 22 abitanti del Malawi, non “pesiamo” tutti allo stesso modo sugli equilibri planetari.
(preso da http://www.famigliacristiana.it/informazione/news_2/articolo/miliardi_281011100048.aspx)
Su questo sito alcuni conteggi “in tempo reale”
Lunedì 17 ottobre si è tenuto a Todi, presso il convento francescano di Montesanto, il seminario “La buona politica per il bene comune”, promosso dal Forum delle persone e delle associazioni di ispirazione cattolica nel mondo del lavoro. Alla fine del convegno, il direttore di Unimondo Fabio Pipinato ha pubblicato una riflessione ricca di spunti e provocazioni
L’appuntamento di Todi è stato importante. L’aver ritrovato un tavolo comune, tra fratelli in diaspora, non è banale in tempi ove l’individualismo va alla grande. Il titolo sobrio e quanto mai attuale: “Una buona politica per il bene comune”. Sin qui tutto bene. L’esito? Non me ne vogliano, ma mi sembra un po’ scontato. Lo riporto pur sapendo di perdere metà lettori: un governo più forte, un no alle elezioni anticipate, una nuova legge elettorale, un rafforzamento del welfare e una riforma del fisco che metta al centro la famiglia. Non dico che ci si sarebbe aspettato un Codice di Camaldoli ma qualche riflessione in più intra anziché extra poteva ben emergere. Che significa “intra”? I cattolici si sono dati appuntamento per dire cosa gli altri (alias, il governo) – dovrebbero fare? (extra). Legittimo. Forse sarebbe meglio cambiare angolatura per comprendere cosa i cattolici potrebbero fare. E ne avremmo a sufficienza. Prima di rimuovere la trave che è nell’occhio di tuo fratello forse è il caso di spostare la capriata che sta nel nostro; parafrasando il Vangelo. Tento, quindi, di declinare qualche verbo che ci possa aiutare ad affrontare la crisi prima di senso e poi economica ed ambientale.
Rinunciare all’8 x mille che non sia specificamente destinato alla Chiesa cattolica. Nel contempo si rinuncia al privilegio del non pagare le tasse (l’Iva) se l’opera (l’albergo) è “di religiosi” o se la struttura ha annessa una cappelletta/chiesetta. Insomma, in uno Stato dai privilegi diffusi serve qualcuno che faccia il primo passo in tutt’altra direzione.
Vendere. Non mi riferisco solo alle Diocesi, alle parrocchie ma, in primis, alle associazioni cattoliche di cui sono parte. Sono spesso appesantite da immobili; strutture. Alcuni circoli non parlano d’altro. Forse dovremmo diventare più leggeri; più agili. Vendere le strutture per dare un futuro alle organizzazioni già esistenti che necessitano d’ossigeno. Un cambio di paradigma: non più muri ma persone.
Appassionare. Non basta più impiegare; non abiteremo il nostro tempo. Appassionare è un imperativo. Basta con gli impiegati demotivati con l’orologio in mano, recupero ore, lungo elenco di diritti acquisiti, tutti telefono, caffè e gossip. E poi ci permettiamo di criticare i ministeriali. Chi lavora per il welfare deve essere appassionato al “bene comune”; alla costruzione della cattedrale. Certo. Servono forti iniezioni di formazione, motivazione ma soprattutto incentivi meritocratici che si ispirino un po’ più al toyotismo che al fordismo, per dirla con l’economia applicata.
Incentivare. Abbiamo l’obbligo, in tempi di lavoro scomposto, d’incentivare i giovani più meritevoli con un’addizionale di reddito pari a quella data dal servizio civile. Perché? Le associazioni cattoliche sedute attorno al tavolo di Todi sono state fondate quando c’era la Chiesa di Pio XII, i partiti di massa, l’associazionismo di massa. V’erano contratti indeterminati, ferie pagate, baby pensioni; oggi tutto è cambiato. Molte persone hanno contribuito non poco alla crescita di queste Istituzioni donando il surplus di tempo in forma volontaria. Ma lo potevano fare perché erano coperti da un minimo salariale. Oggi possiamo chiedere ai giovani di “esser parte/farsi carico” solo se garantiamo loro le risorse minime che andranno a sommarsi ad altre loro entrate.
Ridurre. Le associazioni cattoliche sono pronte a chiedere una riduzione dei costi della politica. Più che legittimo in tempi di crisi economica e non solo. Ma la sfida, anche qui, non sta all’esterno ma al proprio interno. Il divario tra il costo dei dirigenti, segretari generali ed i giovani di cui sopra deve ridursi drasticamente se vogliamo recuperare credibilità agli occhi della gente. E’ semplicemente immorale che un dirigente di un’Associazione cattolica possa superare il reddito di un parlamentare. Potremmo, invece, ricavare nuove risorse per garantirci futuro.
Aprire. Il tavolo di Todi è una modalità per conoscere l’altro che sta accanto a me e con il quale potrei collaborare, visto il “comun sentire”. Ma guai se diventa una roccaforte in difesa del “noi”. Se sta in collina anziché scendere a valle. L’approccio dell’ “economia civile” dovrebbe rileggere i tempi. Non siamo più noi “primo mondo” che dettiamo legge e vangelo agli altri mondi ma una dose di umiltà ci potrebbe portare ad apprendere dai laboratori implementati da altre religioni sparsi nel pianeta. Dalle tigri asiatiche al Brasile passando per il Sudafrica. Insomma, per stare al mondo bisogna conoscere il mondo.
Allocare. Immorale è investire in “banche armate“, in banche che favoriscono il commercio d’armi con i Sud del mondo. Oggi esistono alternative consolidate come Banca Etica e altre banche che hanno fatto scelte precise o moltissimi istituti di microcredito e microfinanza che investono sul lavoro e non sulla speculazione finanziaria che è concausa di questa crisi. Questi mondi come il commercio equo e solidale, il biologico non appartengono più alla sfera della “simbologia” ma sono parte dell’economia reale. Qui servirebbe un cambio di passo da parte del mondo cattolico che ha contribuito, peraltro, a far nascere questi mondi.
Negoziare. Dovremmo anche aprire lo scrigno dei principi non negoziabili. Suvvia; lo stanno facendo anche i talebani a Kabul per la transizione nel 2014 e la libertà di stampa sta entrando in Myanmar. Se tutto si riduce alla difesa intransigente del “non negoziabile” non se ne esce. Nei comportamenti morali non c’è differenza tra laici e cattolici in quanto a Todi metà erano divorziati come, parimenti, non pochi giovani della GMG si sono “appartati usando anticoncezionali”. Insomma, si dovrebbe cercare di andare oltre la contrapposizione ideologica.
Privilegiare. Il rapporto Caritas dà una fotografia drammatica dell’Italia di oggi: oltre 8 milioni di poveri. Possiamo inserire al primo posto in tutti gli odg (ordine del giorno) di tutti gli incontri a tutti i livelli cosa possiamo fare noi (non il governo) come associazioni cattoliche per i nostri poveri? I poveri non possono stare tra le “varie ed eventuali” perché non sono eventuali. Ci sono. E saranno sempre con noi. Punto.
Mai come in questi ultimi mesi ci siamo sentiti bombardati dalla parola “declassamento”. Infatti, in questo periodo di crisi economica, ci siamo spesso svegliati la mattina con un orecchio al radiogiornale e con la domanda “Chissà se ci hanno declassati ancora?”. Le tre maggiori agenzie di rating, quelle che dopo aver giudicato le aziende ora si dedicano alla valutazione degli Stati, sono Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch. La prima è nell’occhio del ciclone perché accusata di agire nell’illegalità, in quanto priva di una licenza da parte dell’autorità di controllo europeo (sta lavorando comunque regolarmente in attesa di tale licenza). Ciò che viene criticata maggiormente è la loro pretesa di valutare gli Stati con la stessa logica con cui giudicano le aziende: ciò fa sì che i destini economici di interi Paesi dipendano dalle loro promozioni o bocciature, con relative conseguenze sociali e politiche. In particolare sono accusate di essere controllate dagli stessi grandi investitori che lucrano attaccando Stati e imprese (tra l’altro andrebbe anche valutata la loro competenza visto che, alla vigilia del grande crac, diedero voti altissimi ai titoli legati ai mutui sub-prime e alla banca Lehman Brothers…). Diamo un’occhiata un po’ più approfondita:
Moody’s: tra coloro che tirano le fila c’è il miliardario Warren Buffet che vanta importanti partecipazioni in Coca-Cola, Gilette, McDonald’s, Kisby Company, Walt Disney. Secondo Forbes è il terzo uomo più ricco al mondo.
Standard & Poor’s: ha come capogruppo Mcgraw-Hill che opera nell’editoria (libri scolastici e apprendimento digitale) e nel mercato di capitali e materie prime.
Adusbef e Federconsumatori chiedono un risarcimento danni e affermano: “L’operato delle tre sorelle del rating, ampiamente ed universalmente screditate in maniera clamorosa con il fallimento di Lehman Brothers nel 2008, quando fino all’ultimo momento non si accorsero di nulla, dopo aver miseramente fallito nei loro giudizi sui subprime l’anno precedente, hanno indotto il Dipartimento di giustizia Usa ad aprire un’inchiesta sui giudizi (sbagliati) attribuiti da S&P ad alcuni prodotti legati ai mutui ipotecari americani prima dello scoppio della crisi dei subprime nel 2007, deve trovare immediata ed univoca risposta dai Governi europei, con rigidi paletti e regole urgenti all’operato di una cupola che, dopo aver imposto manovre lacrime e sangue, vuole portare l’Europa e l’euro al default per mere finalità speculative.”
Ciò detto, non sia tutto questo una scusa per attribuire alle tre agenzie la causa dell’attuale situazione economica; certo, più l’economia ruota intorno alla finanza, più sarà rilevante il ruolo delle agenzie di rating…
(dati e notizie sono presi dall’articolo “Agenzie di rating servizio o cricca?” di Romolo Menighetti su Rocca del 1 ottobre 2011 e dal sito www.adusbef.it)
Prendo da Peacereporter questo interessante articolo
Non sappiamo se nel fare il suo discorso in conclusione del plenum del Comitato centrale del Partito comunista cinese, il presidente Hu Jintao avesse in mente il destino di Yue Yue, la bambina di due anni morta venerdì mattina dopo essere stata travolta da ben due furgoncini il 13 ottobre e ignorata da 18 passanti, prima che una donna migrante, un’accattona di quelle che frugano nell’immondizia, cercasse di prestarle soccorso e avvertisse la madre. È successo a Foshan, nella provincia meridionale del Guangdong. Di sicuro il richiamo di Hu a uno “sviluppo culturale” necessario rivela un brutto clima e al tempo stesso una consapevolezza: alla Cina manca ormai una narrazione comune, una cultura condivisa che la renda coesa per reggere al proprio stesso boom economico. Ora il vaso di Pandora si è aperto. Il caso di Yue Yue è stato al centro dell’attenzione collettiva per un’intera settimana, è stato amplificato a dismisura su Weibo, il social network che da queste parti ha un'”autorevolezza” equivalente a quella di Facebook in occidente – si parla di 500mila post sull’argomento – per poi essere ripreso dai media ufficiali. A fare da corollario, la vicenda della soccorritrice, Chen Xianmei, la donna “invisibile” di 57 anni assurta improvvisamente agli onori della cronaca. Le sono stati offerti soldi da donatori anonimi e non, telecamere e taccuini l’hanno assediata, le malelingue hanno sostenuto che avesse fatto tutto per denaro (se facciamo schifo tutti, tutti facciamo un po’ meno schifo). Lei ha continuato a ripetere che voleva solo soccorrere la bambina ed è andata in crisi per le pressioni insostenibili: forse la prossima volta si comporterà come i 18 che l’avevano preceduta nel vicolo di Foshan.
Commentatori di ogni genere si sono espressi. C’è chi accusa l’eccessiva mentalità utilitaristica della Cina contemporanea. Jiang Xueqin, su The Diplomat magazine, arriva a parlare di una e vera propria evoluzione cerebrale, indotta da trent’anni di enfasi sui valori materiali, che avrebbe sviluppato nei cinesi solo la parte del cervello che elabora calcoli utilitaristici e annichilito quella che governa i sentimenti. D’altra parte c’è chi punta il dito contro le deficienze del sistema: in un quadro legale dove non sono garantiti diritti individuali, chi non si fa gli “affari suoi” rischia sempre di passare per colpevole. Esemplare il caso che China Daily riporta nella stessa pagina che parla della vicenda Yue Yue: un adolescente, tale Zhang, è stato messo sotto torchio dalla polizia perché sospettato di avere investito un’anziana donna; lui continua a ripetere che stava solo cercando di aiutarla. Chi ha ragione? Nel caso, meglio astenersi (dal soccorso), anche perché di casi simili se ne sentono a bizzeffe, quasi si stesse perdendo anche l’antica relazione confuciana della pietà filiale. Un’amica italiana che vive a Pechino ha assistito di recente a un episodio che è l’altra faccia del caso Yue Yue: subito dopo essere stato urtato da un’auto, un uomo giace al suolo come morto. A nulla valgono i tentativi di rianimarlo da parte dei passanti. Quando il conducente della macchina gli sventola sotto il naso una mazzetta di banconote, l’uomo salta in piedi, prende i soldi e scompare tra la folla. Il China Daily sostiene che “le vittime dovrebbero avere il senso morale di essere grate per l’aiuto che gli viene offerto, mentre chi intende dare al prossimo una mano, dovrebbe avere una conoscenza di base sulle tecniche di soccorso”.
È proprio quel “senso morale” che la Cina cerca nelle pieghe del caso Yue Yue e che Hu Jintao intende, forse, quando parla dello sviluppo culturale necessario alla Cina del boom. Qualcosa rivolto all’esterno, certo, perché una grande potenza deve esercitare soft power e farsi conoscere non solo per i dollari Usa che tiene in cassaforte; ma anche e soprattutto all’interno, perché altrimenti si rischia di esplodere. Ora, come si diceva, il vaso di Pandora si è aperto e diverse amministrazioni locali – tra cui quella del Guandong, dove si trova Foshan – sembrano sul punto di varare leggi contro l’omesso soccorso. Linee guida per informare su come si prestano i primi aiuti alla vittima di un incidente sono già state distribuite dal ministero della Salute e nei circoli accademici si discute sul miglior modo per risollevare la moralità pubblica. Come sempre, la Cina può cambiare da un giorno all’altro e le campagne in grande stile sono forse l’ultimo retaggio dell’ormai tramontato maoismo, che era anche una cultura e una morale. Quelle che oggi si vanno ricercando.
Pubblico un post piuttosto lungo e non proprio di leggera lettura preso da Asianews. E’ parte dell’intervento di stamane del papa ad Assisi. Ci sono molti spunti interessanti; resta la mia perplessità sul concetto di ateismo espresso dal papa, perplessità che ho già esplicitato in altre occasioni.
L’incontro di Assisi è una spinta al “cammino verso la verità”, facendosi “carico insieme
della causa della pace contro ogni specie di violenza distruttrice del diritto”. Lo ha affermato Benedetto XVI nel suo discorso a conclusione della mattinata di interventi delle varie personalità religiose e non nella basilica di S. Maria degli Angeli, radunati per la Giornata di riflessione, dialogo e preghiera per la pace e la giustizia nel mondo. Il pontefice ha sottolineato che nel mondo attuale la pace è messa a rischio da due tipi di violenza: quella che fa “uso della religione” e quella che deriva “dall’assenza di Dio”. Ma è importante sottolineare che accanto alle “realtà di religione e anti-religione” che portano violenza, vi sono anche coloro che “cercano la verità, sono alla ricerca di Dio”. Essi sono importanti collaboratori del dialogo e della pace perché correggono le pretese dell’ateismo, teorico e pratico, e spingono “i credenti a purificare la propria fede, affinché Dio – il vero Dio – diventi accessibile”. Nel suo magistrale discorso, Benedetto XVI valorizza in modo forte la novità di questo incontro di Assisi rispetto a quello di 25 anni fa. Allora, Giovanni Paolo II aveva invitato solo rappresentanti religiosi. Questa volta, il papa ha invitato anche rappresentanti non religiosi, ma profondi ricercatori della verità e attribuisce ad essi una funzione fondamentale.
Il pontefice ha fatto anzitutto un bilancio dell’incontro di Assisi del 1986. “Allora – ricorda il papa – la grande minaccia per la pace nel mondo derivava dalla divisione del pianeta in due blocchi contrastanti tra loro. Il simbolo vistoso di questa divisione era il muro di Berlino che, passando in mezzo alla città, tracciava il confine tra due mondi. Nel 1989, tre anni dopo Assisi, il muro cadde – senza spargimento di sangue. La causa più profonda di tale evento è di carattere spirituale: dietro il potere materiale non c’era più alcuna convinzione spirituale. La volontà di essere liberi fu alla fine più forte della paura di fronte alla violenza che non aveva più alcuna copertura spirituale. Siamo riconoscenti per questa vittoria della libertà, che fu soprattutto anche una vittoria della pace”. Ma “a che punto è oggi la causa della pace?”, si domanda Benedetto XVI. Il mondo – egli risponde – è ancora “pieno di discordia”, non solo per la presenza di guerre qua e là nel pianeta, ma anche perché “il mondo della libertà si è rivelato in gran parte senza orientamento, e da non pochi la libertà viene fraintesa anche come libertà per la violenza”.
Il pontefice si diffonde poi nell’indicare due tipi di violenza. Il primo è “il terrorismo, nel quale, al posto di una grande guerra, vi sono attacchi ben mirati che devono colpire in punti importanti l’avversario in modo distruttivo, senza alcun riguardo per le vite umane innocenti che con ciò vengono crudelmente uccise o ferite. Agli occhi dei responsabili, la grande causa del danneggiamento del nemico giustifica ogni forma di crudeltà. Viene messo fuori gioco tutto ciò che nel diritto internazionale era comunemente riconosciuto e sanzionato come limite alla violenza. Sappiamo che spesso il terrorismo è motivato religiosamente e che proprio il carattere religioso degli attacchi serve come giustificazione per la crudeltà spietata, che crede di poter accantonare le regole del diritto a motivo del ‘bene’ perseguito. La religione qui non è a servizio della pace, ma della giustificazione della violenza”. Il papa sottolinea che “sì, nella storia anche in nome della fede cristiana si è fatto ricorso alla violenza. Lo riconosciamo, pieni di vergogna. Ma è assolutamente chiaro che questo è stato un utilizzo abusivo della fede cristiana, in evidente contrasto con la sua vera natura”. L’incontro di Assisi del 1986 voleva proprio esprimere il messaggio che la vera religione è un contributo alla pace e che ogni altro uso è un “travisamento e contribuisce alla sua distruzione”. Per questo, continua il papa, è importante un dialogo interreligioso per ricercare “una natura comune della religione, che si esprime in tutte le religioni ed è pertanto valida per tutte”. Tale “compito fondamentale” serve a “contrastare in modo realistico e credibile il ricorso alla violenza per motivi religiosi”.
Il secondo tipo di violenza “è la conseguenza dell’assenza di Dio”, che porta con sé la “perdita di umanità” . “Il ‘no’ a Dio – ha spiegato – ha prodotto crudeltà e una violenza senza misura, che è stata possibile solo perché l’uomo non riconosceva più alcuna norma e alcun giudice al di sopra di sé, ma prendeva come norma soltanto se stesso. Gli orrori dei campi di concentramento mostrano in tutta chiarezza le conseguenze dell’assenza di Dio. Qui non vorrei però soffermarmi sull’ateismo prescritto dallo Stato; vorrei piuttosto parlare della “decadenza” dell’uomo, in conseguenza della quale si realizza in modo silenzioso, e quindi più pericoloso, un cambiamento del clima spirituale. L’adorazione di mammona, dell’avere e del potere, si rivela una contro-religione, in cui non conta più l’uomo, ma solo il vantaggio personale. Il desiderio di felicità degenera, ad esempio, in una brama sfrenata e disumana quale si manifesta nel dominio della droga con le sue diverse forme. Vi sono i grandi, che con essa fanno i loro affari, e poi i tanti che da essa vengono sedotti e rovinati sia nel corpo che nell’animo. La violenza diventa una cosa normale e minaccia di distruggere in alcune parti del mondo la nostra gioventù. Poiché la violenza diventa cosa normale, la pace è distrutta e in questa mancanza di pace l’uomo distrugge se stesso”.
Proprio davanti a questo quadro di violenze derivate dallo stravolgimento della religione e dall’assenza di Dio, Benedetto XVI mette in luce un fattore importante: “nel mondo in espansione dell’agnosticismo” vi sono “persone alle quali non è stato dato il dono del poter credere e che tuttavia cercano la verità, sono alla ricerca di Dio… Esse soffrono a motivo della sua assenza e, cercando il vero e il buono, sono interiormente in cammino verso di Lui. Sono ‘pellegrini della verità, pellegrini della pace’”. Esse – dice il papa – “pongono domande sia all’una che all’altra parte. Tolgono agli atei combattivi la loro falsa certezza, con la quale pretendono di sapere che non c’è un Dio, e li invitano a diventare, invece che polemici, persone in ricerca, che non perdono la speranza che la verità esista e che noi possiamo e dobbiamo vivere in funzione di essa. Ma chiamano in causa anche gli aderenti alle religioni, perché non considerino Dio come una proprietà che appartiene a loro così da sentirsi autorizzati alla violenza nei confronti degli altri”. Questi cercatori della verità spingono le religioni a purificarsi: “Che essi non riescano a trovare Dio dipende anche dai credenti con la loro immagine ridotta o anche travisata di Dio. Così la loro lotta interiore e il loro interrogarsi è anche un richiamo per i credenti a purificare la propria fede, affinché Dio – il vero Dio – diventi accessibile. Per questo – ha concluso – ho appositamente invitato rappresentanti di questo terzo gruppo al nostro incontro ad Assisi, che non raduna solamente rappresentanti di istituzioni religiose. Si tratta piuttosto del ritrovarsi insieme in questo essere in cammino verso la verità, dell’impegno deciso per la dignità dell’uomo e del farsi carico insieme della causa della pace contro ogni specie di violenza distruttrice del diritto. In conclusione, vorrei assicurarvi che la Chiesa cattolica non desisterà dalla lotta contro la violenza, dal suo impegno per la pace nel mondo. Siamo animati dal comune desiderio di essere “pellegrini della verità, pellegrini della pace”.