Religioni a servizio della pace

A 25 anni da un evento storico pubblico questo articolo di Andrea Riccardi.

Assisi%201986%202.jpgAssisi, 27 ottobre 1986: Giovanni Paolo II si reca nella città di san Francesco con i leader cristiani e delle religioni mondiali per pregare per la pace. È tempo di Guerra fredda. Vari conflitti locali sono aperti. Con un gesto ricco di simbolismo il Papa chiede alle religioni di farsi carico della pace, pregandole une accanto alle altre, mai più le une contro le altre. L’avvenimento stupisce il mondo. Ma c’è chi lo considera come svendita della verità, mettendo la Chiesa sullo stesso piano delle religioni. È una giornata storica. Esprime la visione di papa Wojtyla: la Chiesa cattolica (la cui missione è comunicare il Vangelo) è al servizio della convivenza, valorizzando il messaggio di pace che è nel cuore di ogni religione. Nasce l’espressione “Spirito di Assisi”. Il mondo francescano la diffonde. La Comunità di Sant’Egidio, anno dopo anno, raduna i leader religiosi per continuare il cammino di dialogo in tante parti del mondo.

Giovanni Paolo II, nel 1993, di fronte alla crisi jugoslava, ritorna ad Assisi con alcuni leader religiosi per la pace. Alla vigilia del 2000, vuole incontrare a Roma i rappresentanti delle religioni. 24 gennaio 2002: dopo l’11 settembre 2001, con l’attentato terroristico agli Stati Uniti, Giovanni Paolo II sente il rischio di un conflitto di religione. Ha parole accorate sul terrorismo. Convoca ad Assisi le religioni per impegnarle per la pace e contro il terrorismo. Il Papa, fin dal 1986, aveva intuito come le religioni siano una forza di pace, ma possano anche benedire la violenza. Dal 2001, invece, il dialogo è spesso sotto accusa come debolezza di fronte ai fondamentalismi. I dieci anni trascorsi si sviluppano all’insegna della cultura del conflitto, che cresce – pur in diversa misura – in vari mondi politici e religiosi.

27 ottobre 2011: a venticinque anni dal 1986, Benedetto XVI si fa pellegrino di pace e verità con i leader religiosi. Lo scopo è – dice il Papa – «rinnovare solennemente l’impegno dei credenti di ogni religione a vivere la propria fede religiosa come servizio per la causa della pace». Oggi, la pace non significa solamente, come nel 1986, fine della minaccia atomica, ma è una sfida diffusa e profonda. È risposta a una cultura conflittuale. Questa sta permeando la società con la diffusione di comportamenti violenti e antagonistici, con l’allargamento delle reti criminali attraverso veri eserciti della violenza, con la crescita dell’odio. Le religioni sono l’unica realtà che, cambiando il cuore dell’uomo e della donna, può condurli su una via di pace. Credo che, in questo 27 ottobre 2011, i leader religiosi non siano stati soli ad Assisi: li ha circondati una corale invocazione per la fine delle guerre e per una pace vera, che è dono di Dio e costruzione degli uomini. Perché la preghiera per la pace, dal 1986, ha conquistato tanti cuori. Non è poco. Anzi è speranza che i nostri Paesi e il mondo divengano società del vivere insieme in pace.

Tablet from Africa

Prendo da Nigrizia.

Nel corso dell’African Web Summit, Vérone Mankou, giovane imprenditore di Brazzaville, ha annunciato, entro il prossimo novembre, l’arrivo sul mercato africano del Way C, primo tablet interamente progettato in Africa. Il prodotto, che sarà distribuito in Congo, Senegal, Kenya, Gabon, Camerun, Costa d’Avorio, Repubblica Democratica del Congo e in Belgio, utilizzerà come sistema operativo Android 2.3 e costerà circa 300 dollari statunitensi, tre volte in meno rispetto all’IPad. A descrivere il Way C è lo stesso Vérone Mankou.

Come ha concepito l’idea di creare questo prodotto?20110702015535.jpg

All’inizio cercavamo una soluzione per consentire a un gran numero di persone l’accesso a internet. Ci siamo poi resi conto che il tablet era il prodotto ideale. Non è soltanto facile da trasportare, ma è possibile utilizzarlo anche quando manca la corrente elettrica. Ora con il wireless e, tra poco, con il sistema 3G, il tablet potrà connettersi con tutte le altre reti. Sono state queste le ragioni forti che ci hanno spinto a credere che fosse il prodotto giusto.

Lei ha pensato al Way C, ma la produzione è stata realizzata in Cina. Cosa risponde a chi dice che di africano non abbia nulla?

Tutti i tablet sono prodotti in Cina; l’IPad è prodotto in Cina, il Blackberry è prodotto in Cina. Perché li chiamano tablet americani, canadesi o coreani? Penso che si tratti solo di mancanza di oggettività e di afro-pessimismo. Quando gli africani fanno qualcosa, si dice: “ecco non è africano”. Perché non chiamiamo l’IPad “tablet cinese”?

Produrre e progettare un tablet richiede sicuramente degli investimenti. Dove ha trovato i soldi?

È stata, infatti, la parte la più difficile. Abbiamo lavorato due anni per raccogliere i soldi necessari per la fase ricerca e sviluppo del progetto. Solo ora abbiamo iniziato la fase produttiva e ci servono ancora dei soldi. Non è semplice. In questo momento siamo in discussione con il governo congolese per vedere se può contribuire con un finanziamento.

Oltre allo Stato congolese?

Ci sono investitori privati che sono interessati e anche con loro siamo in trattativa. Sono proprio in questo momento a Parigi per discutere con alcuni di loro.

Il tablet dovrebbe essere lanciato in questi giorni, quando esattamente?

Sarà sul mercato all’inizio di novembre. Però non sappiamo ancora il giorno preciso. Proprio per il fatto che la produzione si concentra in Cina, non abbiamo ancora tutte le precisazioni per quanto riguarda la logistica. Posso dire, tuttavia, con certezza che il prodotto sarà sul mercato entro il 15 novembre.

Parliamo del prezzo. Lei aveva annunciato un costo di 150.000 franchi Cfa, circa 300 dollari. È sicuro che i suoi connazionali congolesi e altri africani saranno in grado di acquistarlo?

Certo. Abbiamo già raggiunto, oggi, circa mille ordini confermati. Ciò mi fa credere che abbiamo fatto una buona scelta. Vedete, il tablet più economico sul mercato è prodotto da Samsung, e costa 400.000 franchi Cfa, senza poi contare l’IPad, il cui prezzo si aggira intorno ai 600.000 franchi Cfa. Per molti, il nostro prodotto costituisce una grande occasione. Inoltre il prezzo non è mai un ostacolo. Quello che conta è il desiderio: la gente ha davvero bisogno di un tablet? Cosa li aiuterà a fare? Perché e quanto devono spendere per questo prodotto? Molti hanno trovato delle risposte a queste domande e hanno deciso di comprare. Credo sia questa la cosa il più importante.

Non teme la concorrenza con la telefonia mobile che in africa è in continua espansione, offrendo anche servizi internet?

Citerò qualcuno che ci ha appena lasciato: Steve Jobs. Quando Jobs ha presentato la prima versione dell’IPad, aveva tenuto a precisare che si trattava di un prodotto a metà strada tra un computer e un telefono cellulare. Un tablet non può, quindi, sostituire né un telefono né un computer, ma è un prodotto tra i due. Sotto certi punti di vista è possibile che ci sia concorrenza con la telefonia mobile ma non si tratta di concorrenza frontale.

Il Way C è concepito in Africa e fabbricato materialmente in Cina. Pensa un giorno di sviluppare tutta la produzione nel suo paese?

È appunto questa la nostra idea. Stiamo cercando di avere prodotti made in Congo. La cosa è realizzabile, è solo una questione di mezzi ed è quello che stiamo cercando.

Cosa è stato a spingerla verso questo tipo di investimenti?

Mi dico sempre che non possiamo rimanere dei consumatori in eterno. È necessario che creiamo i nostri prodotti. È questa visione che mi ha spinto ad andare fino in fondo. Credo che essere africano non sia poi così infernale come la pensiamo. Gli africani creano e conosco molti di loro che hanno fatto grandi cose. Penso che si debba continuare.

Un messaggio ai giovani?

Ai giovani dico che conosco le difficoltà dell’Africa, soprattutto per quanto riguarda il finanziamento dei progetti. Tuttavia, la cosa più importante è crederci. Credere nei nostri progetti è il primo passo verso la loro realizzazione

Il ragazzo con la pistola d’oro

Abbiamo assistito alla morte di Gheddafi. A febbraio ne abbiamo parlato nelle classi. Abbiamo parlato della Tunisia, che ora si sta avvicinando per prima alle elezioni tra i paesi dei ribaltamenti; abbiamo parlato dell’Egitto di Mubarak, che ora è sottoposto a processo mentre se ne sta steso su un letto; abbiamo parlato dei rischi Siria, Yemen, Emirati Arabi, Arabia; abbiamo parlato della Libia di un Gheddafi che non c’è più. Le immagini del suo volto insanguinato e tumefatto hanno fatto il giro del mondo e con esse anche quelle del ragazzo che pare aver sparato il colpo di pistola. Qui sotto pubblico un articolo di Monica Mondo preso da Il sussidiario. E’ un pezzo molto ricco di spunti di riflessione, buona lettura.

Il ragazzo con la pistola potrebbe venire da qualsiasi parte del sud del mondo, con iragazzo%20pistola%20oro_280xFree.jpg lunghi capelli neri, il berrettino in testa, quella maglietta sbarazzina col cuore ferito da una freccia. Chissà se gliel’ha regalata la morosa. E’ giovane, ha una di quelle facce che si direbbero pulite, sembra aver vinto al tirassegno del luna park. E’ lui che ha appena sparato a Gheddafi, il dittatore, il raìs, il terrore del Maghreb per decenni, il topo braccato, come Saddam, in una buca di cemento alla periferia della sua Sirte. Il ragazzo sorride, si fa fotografare con in pugno una pistola dorata, come se l’avesse comprata apposta per la grande occasione, i compagni più anziani lo prendono in spalla, lo portano in trionfo. Chissà se gli daranno un posto nel nuovo esercito dei ribelli, o se tornerà a fare il beduino; se gli permetteranno di rilasciare interviste, e diventerà così un eroe nazionale. Il diciottenne che ha ucciso Gheddafi. Un ruolo da protagonista in un film. Ha la faccia, come si dice. E pensare che ci avevano provato in tanti, servizi segreti di diversi paesi, raid aerei di coalizioni semimondiali, guerriglieri e mercenari. Tutti gli organismi internazionali, costosissimi, pesantissimi, inutili, seduti a tavoli e tavoli a elaborare strategie per la cattura, e poi, che farne, un tribunale internazionale, no, consegniamolo ai libici, carcere, pena capitale, eccetera.

Chi ci ha creduto? Sapevamo bene che sarebbe finito ammazzato per terra, nella polvere, mentre ostentava sicurezza e intimava ai fedelissimi di cacciare i topi stranieri dal suolo libico. Sapevamo bene che ci avrebbero provato, a  dire che era stato ferito mortalmente in un attacco di guerra. Ma che avrebbero fatto a gara per farsi fotografare accanto al cadavere sanguinolento, la faccia spiaccicata nell’obiettivo, per raccattare quel po’ di gloria prima che nuovi rais locali o eserciti di liberazione si appropriassero dell’evento. Bastava un ragazzo, dopo tanti morti, dopo tante cacce all’uomo.  Finiscono così, da sempre, i tiranni. Sic transit gloria mundi, hanno chiosato i presidenti alleati, il nostro in testa, quelli che con Gheddafi, da decenni, ci facevano i banchetti, che lo omaggiavano di doni e fanciulle nelle tende allestite nel cuore delle più belle capitali europee.

 

Quelli che, meno spudoratamente, ma in modo più infido, hanno cominciato a disprezzarlo quando contava meno, quando era sul far del tramonto, e ora tentano di occultare le prove di scambi fruttuosi di denaro e di soldi, di operazioni militari ce di rappresaglie, più comode da imputare al cattivo di turno. Bene, scusate se ci commuove, quel volto deturpato che tutte le agenzie, le televisioni, i giornali sbattono in prima pagina, che inquieta i nostri bambini. Ci vergogniamo un po’, davanti a loro, perché non vale dire che era l’uomo nero, che era fatale, doveva finire così. Era un uomo, e da piazzale Loreto sono passati 56 anni. 

Abbiamo l’orgoglio di una cultura illuminata, democratica, non dovremmo accettare con indifferenza o come fatalità la vendetta cruenta sui nemici. Chi ha sguinzagliato i ribelli, o come dicono loro, i  liberatori, avrebbe potuto e dovuto farsi dare garanzie, perché una parvenza di giustizia aprisse la strada a una Libia nuova, riconciliabile. Vatti a fidare del Cnt, nonostante gli inviti diplomatici e i riconoscimenti frettolosi. Speriamo che Gheddafi non sia il primo di una lunga serie di cattivi impalati a beneficio delle telecamere, e come monito per gli oppositori.

Ma queste sono chiacchiere che rovinano la festa, che oggi muove le piazze e i consessi soddisfatti dei ministeri europei. Oggi è il trionfo di Sarkozy, che diventa padre mentre muore l’uomo che aveva deciso di far fuori, da tempo.  Guardate quel ragazzo di diciott’anni, com’è felice. Ha trovato il suo posto nella storia. Ma chi gli ha insegnato a sparare così a chi lo implorava di non sparare? Vorremmo credere che ha pensato ai tanti morti torturati, alle vittime offese, ai nemici incarcerati nelle fogne dai suoi sadici figli; e per questo, ha premuto il grilletto. Temiamo che non sia così. Il ragazzo con la pistola ha l’aria di chi  ha colpito l’orso burattino che grugnisce, ferito, e ha vinto una sistemazione per il futuro. Chi l’ha armato, chi gli ha insegnato a stare così allegro, davanti alla morte e alla Storia?

Moderne miserie

Un pezzetto della storia di Ali, preso dal sito del Centro Astalli

 

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Ali è un ragazzo di 26 anni, sudanese, del Darfur, giunto in Italia vivo per miracolo. È uno dei tanti arrivati dal mare. Dopo essere stato 60 giorni nel centro di prima accoglienza a Lampedusa e 30 giorni nel centro di permanenza temporanea di Agrigento, è stato espulso dall’Italia senza la possibilità di chiedere asilo. Una volta giunto in Inghilterra, nel rispetto della Convenzione di Dublino, gli hanno spiegato che doveva presentare richiesta di asilo nel primo paese europeo in cui era stato. Ora, con un permesso per motivi umanitari che finalmente gli è stato concesso dalle autorità italiane, sogna di fare il fornaio, il mestiere che gli ha insegnato suo padre.

Il mio viaggio per arrivare in Italia è iniziato in un tir: eravamo in 105 stipati uno vicino all’altro, ognuno con il suo posto pagato 100 dollari per attraversare il deserto fino in Libia. Il viaggio è durato una settimana, il cibo era poco e l’acqua meno. Ci facevano sgranchire le gambe una volta al giorno per cinque minuti. Una volta arrivato in Libia sono stato due mesi a Tripoli prima di poter partire per l’Italia. Non sapevo bene come fare a contattare chi organizza i viaggi, ma ci ho messo poco a capire a chi mi dovevo rivolgere per lasciare la Libia. Ho incontrato un gruppetto di sudanesi che mi hanno messo in contatto con un tizio, anch’egli sudanese. Poche parole, niente convenevoli: 1200 dollari è il prezzo di un posto su un gommone per un viaggio che – mi dicevano – “dura al massimo 12 ore: in questo periodo non c’è da preoccuparsi, il mare è calmo e non c’è vento”. Il 1 agosto del 2004, un giorno prima della partenza, sono stato avvertito che l’indomani all’una di notte mi sarei dovuto trovare in una spiaggetta nascosta non molto lontana dal porto. Oltre a me quella notte c’erano altre 16 persone ad aspettare. Eravamo tutti giovani uomini sudanesi, tranne un ragazzo e una coppia di coniugi ghanesi. Il marito si era offerto di guidare il gommone e per questo non aveva pagato la sua quota. Sapevamo che il viaggio doveva durare un giorno e avevamo con noi un panino a testa, un pezzo di formaggio e una bottiglia d’acqua per tutti. Ci avevano detto di non portare nulla perché sul gommone non c’era spazio per i bagagli. In realtà non c’era spazio nemmeno per diciassette persone, eravamo tutti molto stretti uno vicino all’altro. Comunque pensavo che dodici ore le avrei sopportate abbastanza facilmente. Ci abbiamo messo sei giorni ad arrivare. Cinque di noi non ce l’hanno fatta. Un vero incubo: dopo 25 ore di navigazione entrava acqua nel gommone e avevamo finito cibo e acqua da bere. Abbiamo avuto un barlume di speranza quando è comparsa all’orizzonte un’enorme nave bianca. Ci siamo avvicinati per chiedere soccorso. Dalla nave ci dicevano di allontanarci, che non ci avrebbero fatto salire. Vedevamo la nave allontanarsi insieme all’unica possibilità di salvarci tutti. Dopo altri due giorni così ormai eravamo esausti, pensavo di morire, che non ce l’avrei fatta e che era stato tutto inutile. Durante la notte tra il quarto e il quinto giorno, quando l’acqua ormai ci arrivava al collo, abbiamo deciso di tentare il tutto per tutto, tanto ormai non avevamo più nulla da perdere. E così abbiamo staccato il motore dal gommone per alleggerirne il peso e inoltre abbiamo buttato in acqua le taniche di benzina che avevamo a bordo. Quattro di noi hanno deciso di mantenersi a galla con le taniche vuote, abbondando per sempre l’imbarcazione che era inservibile. Io e gli altri non ce la siamo sentiti di seguirli e così siamo rimasti tutti vicini uno sopra l’altro appoggiati alla parte anteriore del gommone. I quattro che avevano scelto di affidarsi alle taniche vuote, spinti dalla corrente, non sarebbero mai arrivati in Italia. Al sesto giorno eravamo tutti consapevoli che non avremmo visto la notte…

Il disastro di Bangkok

Nel giorno in cui Roma finisce sott’acqua do spazio a quanto sta succedendo a Bangkok. La fonte è Asianews.

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Per salvare il centro economico della capitale Bangkok e la zona più popolosa, il governo di Bangkok ha deciso di usare la zona est per raccogliere e smaltire l’enorme piena che sta arrivando nella città, dopo mesi di piogge intense. Il drenaggio della piena attraverso la zona est allagherà almeno sette distretti: Sai Mai, Klong Sam Wa, Kannayao, Min Buri, Lat Krabang, Bang Khen e Nong Chok. Secondo il Dipartimento dell’irrigazione, entro domani arriverà alle porte della città una massa d’acqua di 8 miliardi di metri cubi. La zona di Ayutthaya e Pathum Thani (nel nord di Bangkok) porterà 120 milioni di metri cubi di acqua al secondo nella zona est; 100 milioni a ovest e 480 milioni di metri cubi nella zona nord, nella piana di Rangsit. Si prevede che nelle aree ad est, l’acqua raggiungerà un’altezza di 1-1,2 metri. L’enorme massa d’acqua ha reso fallimentari i tentativi del governo di salvare la capitale dalla piena con dighe e sacchi di sabbia. Enormi masse d’acqua rompono le barriere e scorrono verso la capitale. Le autorità della città hanno avvertito la popolazione della zona est di evacuare le loro case e trasportarsi in zone più alte per evitare la piena. La premier Yingluck Shinawatra si è appellata alla nazione, confessando che il suo governo cerca di fare il possibile, ma con pochi risultati, date le dimensioni del disastro. Ella ha chiesto solidarietà ai media e alla popolazione. “Stiamo facendo tutto il possibile – ha detto – ma questa è una grande crisi nazionale”. Le piogge torrenziali di questi mesi – le più intense da decenni – hanno fatto 317 morti in tutto il Paese: la maggior parte di loro sono morti annegati. Almeno 9 milioni di persone sono state colpite e 27 province su 77 sono allagate. Le acque hanno danneggiato negozi, industrie, distrutto risaie e raccolti. Per ora si calcolano danni per oltre 3 miliardi di dollari Usa. Ma il bilancio è in crescita.

Notizie dal Burundi

Il 24 settembre ho pubblicato un “post preoccupato” sulla situazione in Burundi e ho ricordato un amico missionario. Oggi ho trovato nella cassetta della posta il numero di ottobre di Nigrizia, ho sfogliato la rivista e ho letto una lettera di padre Claudio Marano, l’amico missionario, che così scrive:

“La nostra situazione in Burundi permane disastrosa. Da più di una settimana si corre padre claudio.jpgdietro alla pompa di benzina, perché non c’è carburante. Da mesi la luce appare 3-4 volte al giorno. Spesso manca l’acqua. Sui mercati e nei magazzini sono sparite molte cose. Si dice apertamente che, se si vuole uscire dalla presente situazione critica, bisogna triplicare i raccolti. I prezzi aumentano continuamente. Sono riapparse le monete da 50, 10 e 5 franchi (CFA), perché le banconote di carta sono finite. L’inflazione è alle stelle. La disperazione è di casa per tutti. Qualcuno parla di colpi di stato… I gruppi armati sono presenti in tutto il Paese. I morti e i feriti aumentano di settimana in settimana. Le ingiustizie sono all’ordine del giorno. Ieri un senatore è stato malmenato dagli agenti della documentazione, colpevole di aver chiesto loro cosa stessero scaricando dal loro camion. Invece di una risposta, ha avuto botte. Il nostro Centre Jeunes Kamenge risente di questa situazione. Siamo all’ultima settimana di campi estivi, ma non possiamo permetterci grandi cose. Siamo sempre senza fondi. La banca ci ha consentito di andare in rosso di 30 milioni di franchi, pagando ovviamente interessi altissimi. Ma noi non ci scoraggiamo. E voi tutti ricordatevi di noi.”

Ecco il mio ricordo condiviso Claudio.

Nuove lapidazioni

Non avevo intenzione di scrivere su Roma. Poi mi sono imbattuto sul sito di Dimensioni Nuove in un articolo di Domenico Sigalini che commenta un pezzettino di Vangelo (qui sotto un estratto). E il mio pensiero, seppur trasversalmente, è andato a Roma, a tutti quegli imbecilli sempre pronti a usare la violenza, a voler far valere la ragione del più forte, a voler lapidare le idee degli altri. Non è questa la via, non può mai essere questa la via…

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I Giudei portarono di nuovo delle pietre per lapidarlo. Gesù rispose loro: “Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre mio; per quale di esse mi volete lapidare?”. Gli risposero i Giudei: “Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio”… Ritornò quindi al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava, e qui si fermò. Molti andarono da lui e dicevano: “Giovanni non ha fatto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero”. E in quel luogo molti credettero in lui.

Non avevano potuto lapidare l’adultera, gli si erano a forza aperte le mani per lasciare cadere il sasso, ciascuno aveva rivisto al rallentatore la sua vita ed erano stati costretti a reprimere una catarsi fin troppo comoda, irresponsabile, assassina. È sempre facile la tentazione di farsi una coscienza pulita scaricando la colpa sugli altri, su quella povera donna, su quella famiglia fallita. Stavolta però sono tornati i sassi in quelle mani, e la presa è più forte e sicura. Saremo moralmente non irreprensibili; siamo fatti tutti di carne, è pur vero ma bestemmiatori no! Noi sappiamo stare al nostro posto. Dio è l’altissimo, sia sempre benedetto il suo nome, noi sappiamo di essere creature. La nostra religione è la forza che tiene assieme il nostro popolo Lui è la roccia, noi siamo il popolo e gregge del suo pascolo. In quelle mani contratte, in quelle dita che trattengono nervosamente le pietre c’è tutta la storia, la cultura, ma anche l’ingessatura di un cuore indurito, di una religione tentata di fondamentalismo. E Gesù cerca di smontare questa schiavitù interiore. Ne va della sua missione! Dio Padre, l’abbà dei miei colloqui quotidiani, non è il Dio delle lapidazioni, ma dell’amore. Cercavano allora di prenderlo di nuovo. Gesù era veramente braccato, doveva giocare d’astuzia. Il suo primo nemico non era solo l’establishement, ma la gente di “parrocchia”, i cristiani della messa prima, i cattolici del conformismo, noi che ci siamo abituati a Dio come al colore delle pareti. E noi ci trova dovunque fuorché nel Getsemani, là dove ci si deve convertire, purificare, affrontare anche nella solitudine il fallimento e il necessario cambiamento di vita.

Egitto copto

Prendo da Peacereporter

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Scontri al Cairo, almeno 25 le vittime. Intervista di Christian Elia a Giorgio Del Zanna, autore di I Cristiani e il Medio Oriente

L’ultimo bilancio degli scontri scoppiati ieri in Egitto, tra forze dell’ordine e dimostranti della minoranza copta, sarebbe di almeno trentasei morti, secondo fonti copte, mentre le autorità confermano ventiquattro vittime. Almeno duecento i feriti, più di quaranta gli arresti. Il primo ministro egiziano, Essam Sharaf, ha convocato oggi una riunione di emergenza del governo. La protesta è degenerata, dopo che i cristiani copti, che in Egitto rappresentano più o meno il dieci per cento della popolazione, sono scesi in piazza per chiedere giustizia per l’incendio di una chiesa cristiana ad Assuan. La protesta dei copti al Cairo era stata annunciata nei giorni scorsi e doveva radunare decine di migliaia di fedeli in piazza Tahrir per manifestare anche contro il capo del Consiglio Supremo della Difesa, maresciallo Hussein Tantawi, accusato di non essersi impegnato per far rispettare i diritti dei cristiani egiziani da parte della maggioranza musulmana. La comunità cristiana è furiosa anche perché, a loro dire, in vista delle elezioni legislavive fissate per il 28 novembre prossimo, la giunta militare al potere in Egitto dopo la caduta del regime di Mubarak, l’11 febbraio scorso, non avrebbe garantito ad altre forze il tempo necessario per organizzarsi. L’unica forza pronta sarebbe quella dei Fratelli Musulmani. L’imam della moschea di al-Azhar al Cairo, luogo chiave della fede islamica nel mondo, ha invitato oggi i leader cristiani per fermare questa spirale di violenza, ma la situazione è rovente.

”Come sempre, va detto, la situazione non è di facilissima comprensione. A noi giungono alcune notizie, ma il quadro complessivo non è semplice. L’Egitto, in questo momento, attraversa una fase di transizione molto complicata, in prossimità delle elezioni. In questo scenario molto fluido agiscono gruppi che tentano di accreditarsi, per influenzare la società egiziana e spingerla in una direzione piuttosto che verso un’altra”, commenta a Peacereporter Giorgio Del Zanna, ricercatore dell’Università Cattolica di Milano, autore del libro I Cristiani e il Medio Oriente, pubblicato dal Mulino. ”Il dato molto interessante emerso in questi mesi, a mio parere, è quello che ha visto i copti – soprattutto nei più giovani – particolarmente attivi e partecipi nel movimento di protesta che ha portato alla caduta del regime di Mubarak”, spiega Del Zanna. ”E’ importante che i copti, soprattutto le giovani generazioni, sentano di voler essere protagonisti in un passaggio di tipo democratico del’Egitto, società della quale i copti sono elemento imprescindibile nella definizione del futuro del Paese. Così come lo sono stati sempre nei passaggi chiave della storia dell’Egitto. Allo stesso tempo queste violenze, negli ultimi anni, si sono ripetute e vanno fermate, anche con una pressione internazionale, essendo un elemento chiave dell’equilibrio regionale”.

Quella egiziana non è l’unica comunità cristiana in fermento. I cristiani in Siria, ad esempio, vivono con paura un eventuale cambio di scenario politico a Damasco, al punto da schierarsi con i regimi come ha fatto lo stesso Shenuda III, papa della Chiesa ortodossa copta nelle prime ore della rivolta anti Mubarak. ”La comunità cristiana nel Nord Africa e in Medio Oriente ha un sentire particolare. Si percepisce che un equilibrio durato decenni possa finire, aprendo la strada a scenari in qualche modo peggiori della situazione precedente”, risponde Del Zanna. ”Lo scenario iracheno, in questo senso, ha fatto effetto. La caduta del regime di Saddam ha determinato un deterioramento della vita dei cristiani in Iraq e un massiccio esodo e oggi quella comunità è più che dimezzata. Ovvio che in Iraq l’intervento militare occidentale non ha aiutato, innescando una spirale di violenze. Ma lo scenario post-regimi, come nell’eventualità di un cambio al vertice della Siria, ad esempio, crea ansie e incertezze. E’ necessario, credo, lavorare molto a rafforzare i rapporti e le relazioni tra cristiani e musulmani, nei territori di origine, proteggendo e sostenendo il tessuto del dialogo tra queste comunità che esiste da sempre. Per costruire un clima di fiducia, perché in Siria come in Egitto il problema, adesso, è la sfiducia reciproca. Bisogna lavorare a sostenere equilibri che non siano più garantiti da un regime, per rimuovere quella situazione negativa per la quale una minoranza finisce per sentirsi maggiormente tutelata in una situazione illiberale”.

Nobel per la pace a tre donne nel giorno della morte della Politkovskaja

Nel giorno in cui il Nobel per la pace viene conferito a tre donne, mi piace ricordare che oggi cade l’anniversario della morte di Anna Politkovskaja. Per raccontare la storia della giornalista russa è uscito un volume a fumetti di Francesco Matteuzzi ed Elisabetta Benfatto. Ecco come Ottavia Piccolo presenta l’opera.

“Non è giusto aver bisogno di eroi, ma è questo che Anna Politkovskaja è diventata: una figura eroica. Eppure faceva soltanto il suo lavoro, la giornalista. Ho un’immagine fissa davanti agli occhi: un sette di ottobre, il giorno dell’anniversario della morte di Anna, davanti a casa sua, a Mosca, alcune donne appendono un cartello in ricordo della giornalista. Arriva un militare, prende quel cartello, lo stacca, e una delle donne, un’anziana signora, minuta ma piena di coraggio, afferra anch’essa il cartello, non smette di discutere col militare e si fa trascinare via attaccata al cartello… Anna Politkovskaja non voleva essere un’eroina, ma era cosciente di essere viva per miracolo, perché qualcuno – forse lo stesso che ne chiese l’assassinio – aveva provvisoriamente deciso di lasciarla vivere. Forse non sapremo mai chi era questo qualcuno, ma certo le persone che in Russia, in Cecenia e in molte parti del mondo aspettano e lottano per sapere la verità sono una folla. In Italia sono nate molte associazioni nel nome di Anna, molti libri sono stati scritti… Ora arriva anche una storia disegnata: che stupenda idea! Mi fa venire alla mente quando comparve il primo Persepolis di Marjane Satrapi​, autobiografia disegnata, così intelligente e concreta, così “ferma” sulla carta che mi ritrovai a pensare che nulla più di Persepolis ci avrebbe fatto capire la condizione di chi viveva in Iran. Ecco, raccontare Anna Politkovskaja con un fumetto forse ci voleva proprio. Completa il ventaglio di accessi a una figura nobile e necessaria come la sua. E lo completa con l’urgenza di chi – sceneggiatore e disegnatrice – sono consapevoli che un’eroina coraggiosa e coerente, una donna dignitosa e altruista come la Politkovskaja ha tutto il diritto di muoversi e fermarsi nelle tavole del cantastorie.”

 

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Tensione in Burundi

Sarà che conosco un missionario che da anni lavora là, sarà che anni fa avevo seguito con attenzione lo svilupparsi della guerra, ma il Burundi è nel mio cuore. E allora queste notizie mi fanno preoccupare. Prendo da Limes

In Burundi si avvicina una nuova guerra civile di Roberto Colellaburundi.jpg

Trentasei persone sono state uccise in un attacco contro un bar di Gatumba, nei pressi di Bujumbura, in Burundi. Una nuova escalation di violenza segno di una guerra civile già tendenzialmente in atto. Il presidente Pierre Nkurunziza ha dichiarato tre giorni di lutto nazionale. I responsabili dell’attacco sono ancora una volta i membri dell’Fnl, guidato da Agathon Rwasa, tornato in clandestinità a partire dal 2010. E pensare che proprio nel 2008 l’ultimo gruppo ribelle, appunto l’Fnl, si era arreso e dopo diversi tentativi era entrato a far parte del governo, deponendo le armi solo nel 2009. In precedenza, dopo le elezioni del 2010 boicottate dai partiti d’opposizione che avevano riconfermato la leadership di Nkurunziza, una escalation di crimini politici aveva lanciato un avvertimento. Uno degli ultimi attacchi era avvenuto nella provincia (nord-ovest) di Cibitoke quando otto uomini armati vestiti da poliziotti avevano preso d’assalto un minibus nel Buganda (60 chilometri a nord di Bujumbura). Tutti i passeggeri erano stati costretti a togliersi i vestiti prima di essere bagnati con la benzina e dati alle fiamme. Un uomo era stato bruciato a morte, due rimasti gravemente feriti.

Il bar di Gatumba, oggetto dell’ultimo massacro, appartiene a un membro del partito di governo che ha dichiarato che coloro che hanno attaccato il locale non erano semplici banditi ma combattenti, ribelli che lui stesso ha visto agire. Altri testimoni hanno detto che l’assalto è durato circa 20 minuti. Vestiti in uniforme e armati di granate e kalashnikov hanno cominciato a sparare. Gatumba, 13 chilometri da Bujumbura, era stata già nel 2004 teatro del massacro di circa 160 rifugiati congolesi tutsi. L’atto venne poi rivendicato dall’Fnl. Considerando la farsa delle elezioni del 2010 e le sue disastrose conseguenze sul consolidamento del processo di democratizzazione in Burundi, dato il clima di intimidazione, terrore e violenza, e considerando i crimini e gli omicidi impuniti, si può ben notare una politica di malgoverno culminata con la corruzione diffusa, la cattiva gestione economica e appropriazione indebita di fondi pubblici, la mancanza di trasparenza e opacità nella gestione dei beni dello Stato. L’Adc-Ikibiri, rappresentante dell’opposizione, ha chiesto diverse volte di fermare immediatamente le manovre distruttive nei confronti dei partiti politici di opposizione; vuole inoltre riprendersi la leadership dell’Fnl, e invita le Nazioni Unite, l’Unione Europea, l’Unione Africana, e i paesi della regione a lavorare insieme per aiutare il Burundi a creare un quadro appropriato per i negoziati.

In Burundi l’attuale classe dirigente sta trascinando il paese verso il baratro. Dalla tribuna dell’Unione Africana ad Addis Abeba il 13 giugno 2011, davanti a una platea di capi di Stato africani, il segretario di Stato americano Hillary Clinton aveva dato un chiaro messaggio che spiegava le ragioni della cacciata di Mubarak e Ben Ali: “Lo status quo è finito, i vecchi modi di governare non sono più accettabili. È tempo per i leader di essere responsabili, di trattare le persone con la loro dignità, rispettare i loro diritti e ottenere risultati economici. Se non lo fanno, è il momento che se ne vadano”. Questi leader che si aggrappano al potere a tutti i costi, che sopprimono le voci dei dissenzienti, che hanno arricchito se stessi e i loro sostenitori a scapito del loro popolo non possono stare al potere a queste condizioni. Di qui il rifiuto da parte di Nkurunziza di negoziare con i partiti di opposizione. “Eccellenza, non sottovalutate il popolo del Burundi. Il vento della rivoluzione soffierà presto anche sul Burundi” come sostenne poco tempo fa Pancrace Cimpaye, rappresentante dell’opposizione (Frodebu) in una lettera a Nkurunziza. Una profezia azzardata visto che il Burundi dopo 13 anni di guerra civile (1993-2006) pensava di non ricadere nel dramma bellico, ma le premesse e gli ultimi accadimenti indicano  il contrario.

Una pace dello spirito che va sul concreto

“La pace nel mondo può passare soltanto attraverso la pace dello spirito, e la pace dello spirito solo attraverso la presa di coscienza che tutti gli esseri umani nonostante le fedi, le ideologie, i sistemi politici ed economici diversi, sono come membri di una stessa famiglia.”

Dalai Lama

Non daremo ragione ai terroristi

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Il 22 luglio verrà ricordato per sempre dal popolo norvegese. E’ il giorno della strage all’isola di Utoya avvenuta quest’anno. L’uccisore voleva difendere la “cultura cristiana” e arrivare allo scontro di civiltà diverse. Il 28 luglio, il sindaco di Oslo Fabian Stang ha rilasciato a Le Monde questa dichiarazione:

“Preferiamo concentrare i nostri sforzi a costruire scuole di qualità, a fare in modo che gli immigrati sappiano parlare il norvegese e trovino un lavoro. Tocca alla polizia prendere misure di sicurezza, ma io voglio una capitale aperta, trasparente. Non daremo ragione ai terroristi. Guardando ieri questa folla tranquilla, persone senza numero che si raccoglievano, questi fiori dappertutto, ho capito che l’uccisore aveva perduto: lo puniremo reagendo con più tolleranza e democrazia. Ci ha preso esseri cari, ma non ciò che siamo. Lui sperava di entrare nella Storia lanciando un messaggio al mondo intero: ci ha saldati e rafforzati. Alla fine dei conti ci si ricorderà delle vittime, non di lui.”

Musica di libertà

In prima quasi ogni anno riusciamo a vedere il film Swing Kids. Ecco che sull’ultimo numero di XL Carlo Lucarelli ne parla in un pezzo.

Immaginiamo una sera, ad Amburgo, metà anni 30, nel cuore della Germania nazista. C’è un gruppo di ragazzi che ne incontra un altro proveniente dalla direzione opposta. Sono vestiti in modo simile, hanno la stessa cultura, lo stesso stile di vita e quando si incontrano si salutano alzando il braccio: «Swing heil»! È un errore? Un difetto di pronuncia? Il saluto nazista è «sieg heil!», ma no, l’hanno fatto apposta. Perché presi dall’abitudine e visto il luogo e il periodo abbiamo immaginato quei ragazzi vestiti con le divise brune della Gioventù hitleriana e invece sono tutti giovani appassionati di musica jazz, quello di Count Basie, Duke Ellington e Benny Goodman. Così appassionati da vestirsi nello stesso modo e parlare con lo stesso gergo, come più avanti succederà a rockabilly, punk, dark e così via.

Sono gli Swingjugend, la gioventù dello swing, raccontata dal film Swing Kids, di Thomas Carter, e rispetto ai vari gruppi di tendenza che verranno dopo hanno qualche problema in più. Perché non si tratta soltanto di subire le critiche dei genitori e le occhiate della gente “normale”, o di evitare risse coi gruppi rivali tipo mod e rocker o skin e punk. Siamo nella Germania nazista e per ballare lo swing o per ascoltare jazz i ragazzi erano costretti a incontrarsi clandestinamente in qualche locale o a casa per sentire la Bbc, la radio inglese proibita dai nazisti, o per mettere sul grammofono qualche disco fatto arrivare di nascosto dalla Danimarca. La sera c’era il coprifuoco, gli eventi notturni sopravvivevano solo grazie al passaparola, ad una lista segreta di invitati che si dovevano presentare all’ingresso con una parola d’ordine per poter entrare e al continuo spostamento dei luoghi in cui venivano tenute le feste. Sembrava che per poter ballare lo swing si dovesse appartenere a una società segreta. E anche se i ragazzi a volte lo trovavano divertente, c’era poco da scherzare, perché il rischio era quello di finire in un campo di concentramento. Gli Swingjugend indossavano vestiti all’inglese, con giacche lunghe che arrivavano a metà coscia e pantaloni stretti alle caviglie, scarpe larghe a punta, con suole spesse e appositamente non lucidate. Portavano un cappello, quasi sempre una bombetta, e il colletto rotondo della camicia era sorretto da stecche di legno inserite sotto il papillon, o anche sotto sciarpe sgargianti. Portavano capelli lunghi, disordinati, lucidati con l’olio, perché la brillantina in quel periodo di grave austerità era difficile da trovare. E poi un ombrello, che non aprivano mai, neppure sotto la pioggia. Le ragazze, invece, indossavano maglioni a collo alto sotto cappotti di pelliccia, facesse freddo o caldo, e portavano i capelli lunghi fino alle spalle, con grandi boccoli. Scarpe e gonne molto corte. Si segnavano le sopracciglia con la matita e si truccavano con rossetto e smalto. Per vestirsi così in quegli anni di ristrettezze economiche a cavallo della Seconda Guerra I Mondiale ci voleva l’appoggio dei genitori, oppure fare sacrifici, ricorrere al mercato nero o rimediare qualcosa adattando vecchi vestiti dismessi. Ma non era soltanto una questione di soldi. Perché anche se ufficialmente non c’era niente di politico nel vestirsi così e nell’ascoltare jazz e swing, solo la voglia di divertirsi e di seguire una moda originale, essere uno Swingjungend significava mettersi nei guai con la Gestapo, la polizia politica nazista, intanto perché stile e musica venivano da Inghilterra e Stati Uniti, paesi nemici, ma soprattutto perché un sistema totalitario come quello nazista non può tollerare uno stile di vita alternativo.

«La gioventù tedesca del futuro», scriveva Hitler, «deve essere snella e agile, veloce come un levriero, forte come il cuoio e dura come l’acciaio Krupp». Per l’ideologia nazista jazz e swing erano considerati offensivi, erano “Negermusik”, musica composta e suonata da afroamericani, diffusa dall’industria dei media dominata dagli ebrei, e dunque considerata “entartete kunst”, arte degenerata. Era vista come prova di inferiorità delle razze non ariane. Insomma, per i nazisti in quella musica c’erano tutti gli ingredienti con i quali non volevano avere a che fare: americani, ebrei e neri. Altro che swing, per i giovani nella Germania nazista c’era solo la Hitlerjugend, la Gioventù Hitleriana. Il suo compito era modellare i giovani con una rigida disciplina, fatta di obbedienza, cameratismo e senso del dovere, per farla diventare il futuro esercito del Terzo Reich. Le altre associazioni furono sciolte, a partire da quelle sportive, del tempo libero e quelle religiose. Dal 1936 la Hitlerjugend divenne l’organizzazione unica per tutti i giovani di età compresa tra i 10 e i 18 anni e arrivò a inquadrare 8 milioni di ragazzi.

All’inizio non è che i nazisti avessero le idee chiare su come comportarsi con questi ragazzi appassionati di musica che non erano una vera e propria organizzazione. Erano botte quando si incontravano con quelli della Gioventù hitleriana e il fatto che non si preoccupassero del coprifuoco, dei divieti di danza, o del divieto di ascolto delle stazioni radio nemiche, dava la possibilità alla polizia di intervenire con arresti e chiusura dei locali. Il problema, però, è la loro stessa esistenza. Swingjugend, swing heil, il loro stesso stile di vita, così trasgressivo e ironico, è una presa in giro e quindi una critica che un regime non può tollerare. Non è più solo divertimento, o meglio, proprio in quanto tale è “politica”. Intanto arriva la guerra e l’intolleranza nazista alla musica “degenerata” si fa più dura. E non solo in Germania. Nel 1940, con l’invasione di Parigi, i nazisti hanno a che fare con una capitale brulicante di vita notturna. Così si preoccupano subito di chiudere tutti i night club in cui si suonava il jazz. Almeno ufficialmente, e per quelli non frequentati da ufficiali e soldati in libera uscita, che devono arrangiarsi in un altro modo. E così che nasce il termine discoteca, dal nome di un locale sorto illegalmente nel 1941 in rue Huchette, chiamato appunto Le Discothéque. Da allora il termine servì per indicare un night club che,

invece delle performance live dei musicisti, offriva un fonografo per suonare i dischi e un disc jockey per selezionarli.

Ad Amburgo, considerata il centro della Swingjugend la Gestapo e la polizia si accaniscono con arresti, interrogatori e torture. Nel 1941 più di trecento Swingjugend vengono arrestati e l’anno successivo Himmler stesso interviene con una lettera per dare ordine che i leader di questo “gruppo sovversivo” vengano internati nei Jugendschutzlager (i campi di detenzione per la gioventù). I ragazzi finiscono a Moringen e le ragazze a Uckermark. Dal 1942 gli ebrei presenti tra gli Swingjugend furono isolati e deportati in altri campi, come Bergen-Belsen, Buchenwald o Auschwitz.

Nel gennaio del 1943 Günter Discher, uno dei più attivi tra i “giovani dello swing”, viene arrestato e portato a Moringen. È sopravvissuto a quella devastante esperienza e oggi, a ottantacinque anni, ricorda che nella miniera di sale che stava al campo c’era un’ottima acustica. Anche là Günther e i suoi coetanei improvvisavano concertini jazz con strumenti di fortuna o addirittura usando solo la voce per riprodurne il suono. Era una strategia di sopravvivenza. Ancora oggi, Discher coltiva la sua passione per il jazz con una collezione di circa 25.000 lp e oltre 10.000 cd.

Ha una propria etichetta e per la Günter Discher Edition ha realizzato diverse compilation di tracce rare della sua collezione privata che sono state restaurate e rimasterizzate con suoi interventi personali in cui illustra le caratteristiche dei vari artisti jazz. Tiene conferenze alle università in cui racconta del suo amore per la musica swing ed è il più anziano dj della Germania. Con lui la musica, il suo swing, il jazz di Benny Goodman e Duke Ellington, hanno vinto sul nazismo di Hitler.

Gmg e catechesi

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Nel 2005 ho partecipato alla Gmg di Colonia ed è stata un’esperienza particolare, sicuramente forte. Una delle cose che ricordo con più felicità è il momento delle catechesi mattutine (a parte le difficoltà logistiche che hanno caratterizzato tutta quell’avventura: organizzazione tedesca pessima!). Le ho trovate decisamente arricchenti e meno dispersive degli altri appuntamenti, magari più suggestivi. Pubblico allora la sintesi che Silvia Guidi ha fatto per L’Osservatore romano delle due catechesi di Bagnasco e Crociata, entrambe molto interessanti.

«Ognuno sta solo sul cuore della terra / trafitto da un raggio di sole / ed è subito sera»: il cardinale Angelo Bagnasco, nella sua prima catechesi alla Giornata mondiale della gioventù di Madrid, il 17 agosto, cita la lirica sulla precarietà della vita di Salvatore Quasimodo. Un canto accorato su «giorni che sono come un raggio, presto inghiottito dall’oscurità della morte»; un canto apparentemente in contraddizione con il tema della settimana madrilena, «Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede». «Sembrerebbero queste parole — ammette lo stesso presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei) — non avere particolare significato per il nostro tema; ma così non è. Il canto della brevità inarrestabile dell’esistenza ha uno sfondo sottinteso ma presente: il desiderio di non morire, di vivere per sempre, di una felicità senza fine. Qui emerge il paradosso e il dramma umano di tutti i tempi, anche dei nostri». Il cardinale cita Camus, che nel suo romanzo Il mito di Sisifo porta questo paradosso alle sue estreme e tragiche conseguenze: «Vi è assolutamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la penna di essere vissuta. Il resto (…) viene dopo». L’uomo non solo vuole vivere, ma vuole sapere: sapere inteso come ricerca e conoscenza sempre più ampia e profonda del mondo, ma anche come conoscenza del perché e del significato del mondo, e, innanzitutto, di se stesso. L’esperienza insegna che vivere non è consumare delle cose e del tempo, non è un calendario di giorni, ma è un intreccio di significati, un orizzonte di senso. È conoscere non solo gli scopi immediati delle nostre singole azioni e scelte particolari — il lavoro, gli affetti, la casa — ma soprattutto il fine ultimo dell’esistenza, è rispondere alla domanda che vibra dentro ciascuno: perché, per che cosa vivo? Qual è il fine pieno che dà valore a ogni altro scopo particolare? Lo stupore di fronte al mistero dell’Essere, ha ricordato ancora Bagnasco, è profondamente radicato nel cuore dell’uomo: «Difficilmente — affermava Albert Einstein — tra i pensatori più profondi nel campo scientifico riuscirete a trovarne uno che non abbia un proprio sentimento religioso». Ma viandante e pellegrino non sono sinonimi, spiega il cardinale: «La meta di un pellegrinaggio ci fa pellegrini, che conoscono da dove partono e verso dove vanno; tutto ciò che accade nel tempo del pellegrinaggio è segnato e misurato dall’obiettivo, dalla meta. Altrimenti siamo dei vagabondi senza casa e senza terra, naufraghi della vita, che vivono alla giornata, come viene, per i quali ciò che conta è quanto sta loro davanti momento per momento: sarà naturale allora cercare di spremere la maggiore soddisfazione possibile dall’attimo presente».

L’istante presente va accolto come un dono, non «spremuto»; il carpe diem tanto spesso raccomandato dai cattivi maestri della nostra epoca nasconde un retrogusto amaro, e un pericoloso e «nevrotico» potenziale di violenza e prevaricazione. Lo ha spiegato, nella stessa giornata, il vescovo Mariano Crociata, segretario generale della Cei: i beni materiali non sono una rete di protezione sufficiente dagli imprevisti della vita. «Quando anche avessi assicurato tutto ciò di cui ho bisogno, chi può dirmi che la mia vita sarà sempre al sicuro? In realtà non c’è nulla di empirico, ma alla fine nemmeno di umano, che possa darmi questa garanzia. Potremmo anzi riconoscere nella ricerca spasmodica di una sicurezza sempre maggiore il meccanismo che sta all’origine di tendenze e comportamenti umani ultimamente frustranti anche se talmente diffusi da sembrare naturali e ragionevoli». All’idolatria della sicurezza materiale — ha ricordato Crociata — si affianca «un altro meccanismo, più elaborato, che può essere innescato dalla ricerca di sicurezza, ed è quello che si basa non tanto, o soltanto, sul possesso di beni, ma sul bisogno di riconoscimento, di stima, di amore, e perciò cerca negli altri il punto di appoggio alla propria ricerca di un solido fondamento alla vita. Anche in questo caso si produce facilmente una distorsione che trasforma le relazioni in una prigione insopportabile. Questo si verifica quando si cerca di ottenere con la costrizione o altre forme di strumentalizzazione un riconoscimento e un amore che raramente arriva spontaneamente dagli altri. Sono molte le forme che assume la pretesa di estorcere dagli altri riconoscimento e amore ad ogni costo; questo genera solo un groviglio di ricatti, insoddisfazioni e infelicità». La vittoria contro le insicurezze è frutto di uno stabile rapporto con Dio, continua il segretario generale della Cei: diventiamo «liberi da ogni possibile schiavitù di cose e persone, poiché la sicurezza della nostra vita non ha bisogno di essere cercata nel surrogato di un possesso pur sempre alienabile né in creature finite come noi, il cui riconoscimento e apprezzamento è pur sempre sottoposto alle evenienze imponderabili della revoca improvvisa o semplicemente degli imprevisti esistenziali. Adesso che la vita trova la sua sicurezza e il suo fondamento in Dio, nell’unico Dio che è il Dio di Gesù, posso usare di tutti i beni senza ansia o nevrosi di sorta, posso vivere le relazioni con tutti senza aspettare o pretendere una dedizione e un riconoscimento che hanno trovato una realizzazione piena e irrevocabile nell’incontro con Gesù e con il Padre suo e nostro».

«Se l’esistenza di Dio — tornando all’intervento di Bagnasco — cambia tutto nella vita dell’uomo, e questo significa un vivere sensato e bello, vuol dire che Dio corrisponde all’uomo, al suo essere, e quindi dovrebbe essere facile e desiderabile accoglierlo nel proprio orizzonte di vita». Allora perché — si interroga l’arcivescovo di Genova — l’uomo contemporaneo fa così fatica a fidarsi di Dio? Il clima culturale che oggi si respira certamente non aiuta. «Che cosa significhi il termine nichilismo ce lo dice Nietzsche: significa “che i valori supremi perdono valore”. Vidi una grande tristezza invadere gli uomini — scrive in Così parlò Zarathustra — I migliori si stancarono del loro lavoro. Una dottrina apparve, una fede le si affiancò: tutto è vuoto, tutto è uguale, tutto fu! (…) Che cosa è accaduto quaggiù la notte scorsa dalla luna malvagia? Tutto il nostro lavoro è stato vano, il nostro vino è divenuto veleno (…) Aridi siamo divenuti noi tutti (…) Tutte le fonti sono esauste, anche il mare si è ritirato. Sentiamo un opprimente senso del tramonto. In questo orizzonte, le domande radicali – quelle che ci siamo posti insieme all’umanità – sembrano perdere di valore, sembrano diventare “domande oziose” come dicevano Comte, Marx e Feuerbach». Un’analisi puntuale del modo di pensare che sembra diffuso in Europa — continua il presidente della Cei — può essere rintracciata tra le pagine de I fratelli Karamazov di Dostoevskij: «Secondo me, non c’è proprio da distruggere nulla, ma è sufficiente che sia distrutta, nell’umanità, l’idea di Dio: ecco il punto su cui bisogna far leva! Di qui, di qui bisogna partire: ah, ciechi senz’ombra di intendimento! Una volta che l’umanità si sarà distaccata, nella totalità dei suoi membri da Dio, allora di per sé, senza bisogno di antropofagia, cadrà tutta la precedente concezione del mondo, e soprattutto la precedente morale, e a queste succederà qualcosa di assolutamente nuovo. Gli uomini si conosceranno per prendere dalla vita tutto ciò che essa può dare, ma senz’avere altra mira che la felicità e la gioia in questo mondo presente. L’animo dell’uomo si innalzerà in un divino, titanico orgoglio, e farà la sua comparsa l’uomo-Dio. (…) il problema ora è questo: esiste o non esiste la possibilità che un simile periodo sopravvenga un giorno? (…) Siccome, tenendo conto della radicale stupidità umana, questa sistemazione potrebbe tardare magari anche mille anni, a chiunque abbia fin d’ora riconosciuto la verità è permesso sistemare la propria vita come più gli fa comodo, su nuove basi. In questo senso, a costui “tutto è permesso”. (…) All’uomo nuovo è permesso mutarsi in uomo-Dio, dovesse essere il solo a farlo in tutto il mondo, e, inseritosi ormai nel nuovo ordine, con cuor leggero saltare oltre ogni vecchio ostacolo morale del vecchio uomo-schiavo: tutto è permesso, e tanto basta!».

Fine dell’economia globalizzata?

Prendo da www.ariannaeditrice.it questo articolo di Gunter Pauli (imprenditore e autore di “The Blue Economy”) che ci sarà utile in quinta appena ricomincia la scuola.

16/08/2011 La realtà dimostra che nell’economia globalizzata, la povertà è l’unico fenomeno sostenibile

L’economia mondiale per decenni ha seguito la strada della globalizzazione. Il timone è stato tenuto dalle economie di scala ogni volta più grandi a costi marginali sempre più bassi, spingendo il settore manifatturiero a standardizzare e a ridurre radicalmente i costi attraverso l’outsorcing e il controllo della catena delle forniture. Così si sono imposti la concentrazione dei fornitori e l’eliminazione delle inutili gestioni interne, la promozione delle fusioni e delle acquisizioni e la riduzione dei costi per assicurare un maggior ritorno per gli investitori e prezzi più bassi per i clienti, in modo da aumentare il loro potere di acquisto e ingrossare le fila della cosiddetta classe media. Si supponeva che questo processo globalizzatore di crescita portasse ricchezza dagli strati sociali più alti fino ai più bassi, distribuendola e permettendo a più membri della classe media di diventare ricchi. Però la realtà dimostra che, nell’economia globalizzata, la povertà è l’unico fenomeno sostenibile. Anche se si può sostenere che c’è stata la crescita e l’espansione del mercato, la quantità di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno non sono mai state tante come ora.

Si riteneva che il controllo dell’esplosione demografica fosse un fattore chiave per uno sviluppo sociale equo per tutti nel pianeta. Però controllare la crescita della popolazione non è sufficiente. L’azione più decisiva che è necessaria – e la meno dibattuta – è cambiare il modello di business. Il nostro sistema economico è sempre stato organizzato per l’efficienza, ma però nessuno ha considerato la sufficienza. L’avidità, invece della necessità, è stata la musa ispiratrice della dinamica imprenditoriale. E il baratro tra i più ricchi ed i più poveri del mondo non è mai stato tanto ampio come ora. L’alternativa, proposta dalla Blue economy è quello di soddisfare le nostre necessità di base con quel che abbiamo. E’ finta l’ora di cessare il consumo di più della capacità reale del pianeta.

Per uscire dalla trappola della scarsità ed entrare nel mondo della sufficienza per tutti gli esseri senzienti, e non solo per la specie umana, dobbiamo introdurre innovazioni e tecnologie che forniscano nutrienti ed energia a cascata, proprio come fanno gli ecosistemi. Amory Lovins ed i suoi esperti energetici del Rocky Mountain Institute hanno dimostrato che la società moderna ha raggiunto nel 2007 il “picco del petrolio” – nel momento in cui l’estrazione annua dei combustibili fossili raggiunse il suo punto più alto – e che da allora si stanno riducendo progressivamente le riserve. In questa situazione, abbattere il consumo e cercare fonti rinnovabili di energia è una necessità assoluta. Ma la fine dell’era dell’accesso illimitato ai combustibili fossili porta con sé il “picco della globalizzazione”.

Le imprese che si sono espanse fino a trasformarsi in multinazionali ora si confrontano con una tendenza di dinamica decrescente. Le vincitrici saranno le piccole e medie imprese, ispirate da milioni di impresari che sapranno rispondere alle necessità di base delle loro comunità con le risorse locali disponibili. Questo cambiamento permette di concepire un sistema competitivo nel quale il libero commercio ed il libero flusso degli investimenti stranieri diretti non saranno più la chiave per il successo economico. Il nuovo modello offrirà opportunità alle imprese locali che saranno capaci di creare un’ampia alleanza di attività economiche e sociali con molteplici guadagni e benefici. Questo modello è l’alternativa alla camicia di forza imposta dal mantra dell’uniformato e globalizzato mondo contemporaneo: il giro di attività e competenze essenziali e il suo feticcio, le analisi dei flussi di cassa. Abbandonare il modello dell’Harvard Business School, che obbliga i manager a concentrarsi su un prodotto e un processo alla volta, permetterà che Davide vinca un’altra volta Golia. Davide vincerà, non perché ha un accesso privilegiato ai mercati globali di capitale, lavoro, energia e minerali, ma perché l’accelerata espansione che ha incentivato la globalizzazione avrà lasciato i giganti estremamente vulnerabili. E, a differenza delle 500 corporazioni più grandi che elenca la rivista Fortune, pochi imprenditori aspirano a rimpiazzare questi giganti e saranno soddisfatti se ognuno riuscirà a mordere una porzione del 2 o 3% del mercato dei loro formidabili avversari.

Questo nuovo paradigma faciliterà la venuta di sistemi decentralizzati di produzione e consumo che sono già competitivi e tecnicamente percorribili in tutti i settori dell’economia, incluse il minerario, la forestazione, l’agricoltura, i metalli, la chimica l’energia e l’industria cartiera. Il portafoglio di 100 innovazioni descritte in “Blue economy” e i loro crescenti successi di mercato in tutti gli angoli del mondo, dimostrano che questi singoli successi non sono isolati ma parte di una nuova tendenza che chiamiamo “La fine della globalizzazione”. Anche se la penetrazione completa della blue economy nel nostro tessuto sociale ed economico potrebbe richiedere qualche decennio, sta già forgiando forze competitive guidate dalle necessità e dalle risorse locali. Così nascerà una nuova società nella quale si creeranno posti di lavoro sufficienti, dove i migliori prodotti per la salute e l’ambiente saranno meno costosi e si creerà capitale sociale con la semplice dinamica di essere più produttivi e competitivi. In definitiva, questo è quello che spera l’economia umana: realizzare molto di più con molto meno.

Questo intervento è stato pubblicato su Tierramérica l’8 agosto 2011 con il titolo “Tras el pico del petróleo, la globalización se irá a pique”

Brucia il denaro: che ne è della cenere?

“Sono stati bruciati dalle borse europee xyz milioni di euro in poche ore”. In questi giorni è una notizia che si ascolta frequentemente durante i telegiornali quotidiani. Mi sono sempre chiesto: è mai possibile che siano volati nel nulla senza che qualcuno li abbia intascati? Un vivace articolo si Marco Savina comparso su Limesfa qualche ragionamento a tal proposito

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Inutili le volte nelle quali, in tempi non sospetti e proprio in questa autorevole rivista, si è detto che la crisi del 2008 sarebbe stata solamente propedeutica ad una maggiore, che si verifica, guarda caso, in una onda molto lunga e devastante ça va sans dire, proprio nel 2011. Politica e Mercato non sono mai andati d’accordo. Lo scriveva Niccolò Machiavelli nella sua opera “Il Principe” edita nel 1532 e tali sono rimaste le relazioni interpersonali tra i due poteri nel corso dei secoli. La politica apparentemente dovrebbe rappresentare l’arte dell’impossibile, ma purtroppo tuttavia appare come un moloch globalmente cieco, sordo e muto ai desideri ed alle necessità dei popoli. Di quale categoria sono i popoli? Non importa, qualunque tipo di gente ha il diritto di vivere con dignità e compostezza. Se questo non accade, l’aspetto fa riflettere su tanti altri percorsi che la globalizzazione ha imposto. Ovvero, crescita della povertà relativa rispetto agli standard di minima sopravvivenza anche in paesi industrializzati, ritorsione su consumi basici, sensazione di insicurezza e per finire sfruttamento insensato delle risorse basiche del pianeta. Come dire, il 15 % detiene l’85% del rimanente. Right or wrong, così stanno le cose. La “middle class” post seconda guerra mondiale dei “white collars” già stenta ad esistere e fa fatica a vivere quotidianamente. Di fronte ai tanti top managers che, giustamente o no, guadagnano 50 o 60 mila euro netti al mese plus bonus di ogni tipo e scelta, ci sono decine di migliaia di persone per bene che non arrivano alla fine del medesimo mese. Non per questo sono cittadini di serie B. Però vengono perseguiti con vessazioni pari a quelle imposte da un satrapo feudatario medioevale. Se poi parliamo della lotta all’evasione fiscale che in Italia sempre rappresenta una piaga purulenta, abbiamo l’ultimo ottimo esempio del ministro dell’Economia che paga in nero migliaia di euro al mese per godere di una casa affittata a nome di altri e dove può farsi, è proprio il caso di dirlo, i fatti propri. Per carità, tutto il mondo è paese, però come sempre esiste forma e maniera per le cose private. Su questo punto specifico, l’Italietta insegna a tutto il mondo. Nessuno si dimette e i tagli alla spesa “politica” del paese chissà perché, anche se a gran voce richiesti da tutto l’arco costituzionale, in finale stentano ad essere approvati.

Quindi e senza fare nomi, la qualità degli esseri umani in politica è pessima. Tanto pessima che nessuno degli attuali alti vertici è in condizione di varare norme atte a mettere un freno alla odierna, seppure insita nel sistema, crisi dei mercati. Ci vuole coraggio, ci vogliono attributi, ci vogliono capacità, ci vuole credibilità, ci vuole esperienza, ci vuole conoscenza, ci vuole molta professionalità, ci vuole anche sentiment dello Stato, inteso come il conglomerato di attitudini tra chi governa e chi subisce l’essere governato. Magari ogni tanto a questa platea gli girano anche le balle e con ragione, uomo o donna che sia. Il tema non è destra, sinistra o centro, laburisti o conservatori, repubblicani o democratici. Il vero dilemma sono i bisogni pragmatici di chi vive tutti i giorni, la scuola, l’educazione, il rispetto, il lavoro, oltre ai pochi valori rimasti nella vita quotidiana e che si vanno erodendo, globalizzando oltremodo una pervicace forma di “mors tua, vita mea”, affatto contraria non tanto ai dogmi delle varie religioni, quanto al consueto vivere civile. Egoismo, scaltrezza, indifferenza e casta stanno concependo un mondo imperfetto che, meno male, sta implodendo sotto il suo stesso peso. Bid & Ask sono le uniche parole conosciute in borsa. E un mercato in 3D le pone ancora più riflettenti ed opache se non si usano gli appositi occhialini. Che succede? Niente, se non l’assurdo. Che una oncia troy di oro pari a 31,11 grammi circa valga quasi milleottocento dollari sembra uno scherzo di cattivo gusto. Che faranno gli investitori con questo oro? Lo sfoglieranno e se lo metteranno in mezzo a due fette di pane, ammesso che ci sia ancora pane commestibile. Come sempre la mente umana è capace di qualunque tipo di pervicace nefandezza. I più ricchi, inclusi i così detti fondi sovrani non sanno dove mettere i soldi che hanno accumulato con traffici più o meno leciti. Usura, droga, prostituzione, gioco d’azzardo e affari sul limite, rendono miliardi di dollari o euro a chi li maneggia. In momenti di crisi dove vengono diretti tutti questi stimabili denari a cui qualunque governo fa l’occhiolino? Sull’oro. Ovvero sul niente. A che serve l’oro? Qualche uso industriale, gioielleria per ricche signore arabe e indiane e poi? Niente. Non è strategico e non serve per usi militari. Fort Knox è tanto desueto, così come la convertibilità delle divise che non pareggia più con il pur gustoso minerale color giallo zafferano. Infatti anche James Bond adesso preferisce giocare a poker. Quindi si torna al bid & ask, al mercato che non fa prigionieri, al mercato che vive di impeto e non di ragionamento. “Buy the rumors & sell the news”, normale pratica ovviamente di quando escono le notizie e pertanto non ci sono più notizie su cui appendersi. Men che meno da quelle della politica. In fondo, il mercato odia la politica. Il mercato si è fatto i propri circuiti viziosi dai quali mangia e muore. Il mercato si è costruito tali e tanti sistemi sintetici e virtuali per cui alla fine si apparenta ad un Avatar che o stacca la spina ai pc, o termina collassato sotto la spinta non tanto delle informazioni giornalistiche di miliardi “bruciati”, visto che i miliardi bruciati in sedute di borsa non esistono. Il denaro non brucia, solo va da una parte differente, che è quella di chi gode di grandi capacità di manovra. Come dire, se sei Citigroup o Goldman Sachs, solo per fare un esempio, sei tu che fai il mercato e molte volte ti remi contro senza accorgertene. Ecco perché alla fine il gioco estremo non dà ritorno. Nessuno vince e nessuno perde. Somma zero. La vittoria di Pirro dei poveri che non hanno niente da perdere. Ai ricchi una bella sforbiciata e i meno abbienti rimangono quello che sono, pagando però ogni volta lo scotto di aumenti sconsiderati dei prezzi atti a calmierare le perdite dei ricchi. Certo nessuno vorrebbe essere nei pantaloni di qualche esimio banchiere di Miami, dovendo giustificare inusuali sparizioni milionarie a cocaleros messicani, paraguayos, peruviani, boliviani, argentini o comunque centro e latino americani. Non è gente che convive con l’algido aplomb della Angela Merkel, un poco avara nel portafoglio, ma comunque sempre pronta a fare cassa con i titoli di stato di altri paesi amici dell’area euro. Magari nessuno gli racconta che anche la grande Germania è in pericolo di sopravvivenza, così come la Francia dell’arrogante Sarkozy e il Regno Unito dell’inetto David Cameron alle prese tra l’altro, ciliegina sopra la torta, con una notevole sequenza di teppisti e delinquenti che gli stanno mettendo a fuoco mezzo paese. Parecchi opinionisti ritengono che Barack Obama sia una specie di stolto, arrivato per caso alla Casa Bianca. Nessuno ricorda che gli USA negli ultimi due secoli si sono risollevati da tante traversie ed hanno alla fine vinto a loro modo tante di quelle situazioni per le quali un dime di scommessa sarebbe stato troppo. Che serve?

Per l’appunto, un quantum leap, un colpo d’ala. Il ritorno alla grande di un John Nash, sarebbe oltremodo magico. Di gente che parla a vanvera, il mondo ne detiene in quantità industriale. Inclusi coloro che dissertano sulla Cina, l’eccellente economia globale a due cifre fatta tutta di numeri falsi, esattamente come i loro prodotti. Per questo se la fanno sotto se gli Stati Uniti hanno seri problemi. E’ come lasciare la calda e comoda cuccia di una madre amorosa e andare per la strada a vendere a prezzi stracciati il poco di copiato che si ha in tasca. In quattro fra gli stati più importanti latinoamericani, dove sarebbe il caso di mettere ordine economico, sono casualmente fuggiti dalla finestra negli ultimi sei mesi qualcosa come cinquecentontoventi miliardi di dollari. Questo la dice lunga sull’effetto mercato vs. politica. Ma chi rischia e rimane sa che potrà godere di rendite indefinite, perché il costo della politica lo permette. D’altro canto non è una primizia dell’emisfero sud del mondo, piuttosto in questa parte del globo le risorse primarie sono ancora voluminose, considerevoli e appetitose. Morale della favola, l’incompetenza regna sovrana ma la supponenza dei politici, commentatori economisti, falsi esperti e affini sempre vuole fare la differenza. Questa volta la pellicola è diversa. Con buona pace dei suonatori e pure dei suonati.

Intanto in Cina…

In quinta trattiamo sempre l’argomento della globalizzazione e facciamo qualche cenno all’economia. Questo articolo è a firma del dissidente cinese Wei Jingsheng ed è tratto da Asianews.

Washington (AsiaNews) – I dati di ricerca accademica presentati dall’Accademia cinese per le Scienze sociali mostrano che il 99% delle imprese cinesi sono di statura media o piccola. Queste piccole e medie imprese (Pmi) contribuiscono circa al 60% del Prodotto interno lordo, forniscono più del 50% del gettito fiscale e danno circa il 75% dei posti di lavoro nelle aree urbane. Il fatto che nello scorso anno il 40% delle Pmi sia stato chiuso pone delle domande, che la gente rivolge nei confronti dei dati del governo. Data l’iper-produzione nel mercato automobilistico, alla fine del 2011 ci saranno 10 milioni di veicoli in eccesso in Cina. Questo dato supera l’intera produzione giapponese del 2009. Un altro grande problema viene dal surplus del mercato immobiliare, che ha creato una bolla pari al 30% dell’intera situazione abitativa. Al momento ci sono 64,5 milioni di appartamenti vuoti nel Paese, abbastanza per dare una casa a 200 milioni di persone.

Nel Paese, si stima che 1.300 persone controllino circa mille miliardi di dollari di investimenti. Secondo un sondaggio condotto da alcune istituzioni finanziarie occidentali, l’1,5% della popolazione cinese possiede il 45% dei depositi bancari e il 67% degli asset finanziari. Il coefficiente Gini (che misura la disparità negli stipendi) ha raggiunto lo 0,57. Nei primi anni Ottanta, esso era pari allo 0,25; negli anni Novanta arrivava allo 0,39. Questo coefficiente odierno è di gran lunga superiore allo 0,43 degli Stati Uniti e allo 0,37 dell’India. In Cina, la popolazione che vive nei pressi dell’assoluta povertà -ovvero un guadagno quotidiano uguale o inferiore ai 2 dollari al giorno – è pari alla metà dell’intera popolazione (1,3 miliardi di persone).

Le imprese controllate dallo Stato succhiano circa il 75% del totale degli investimenti, oltre a controllare circa i 2/3 degli asset totali. Durante la crisi economica e finanziaria che ha colpito il mondo fra il 2008 e il 2010, alle aziende statali è andato il 90% dell’intero pacchetto di aiuti economici per stimolare l’economia. Eppure, l’80% dei profitti aziendali in Cina proviene dalle 120mila Pmi (private) e da circa 12 delle maggiori industrie statali. Soltanto grazie a queste condizioni di monopolio è stato permesso ad aziende enormi come la Sinopec di realizzare enormi profitti.

Dopo aver letto tutti questi dati, possiamo immaginare cosa è andato male: dove sono nati i problemi economici e sociali della Cina. Il “modello Cina” è veramente un modello economico di tipo socialista che, come un vampiro, succhia il sangue dall’impresa privata e ottiene i vantaggi della cosiddetta “economia orientata alle esportazioni”, in modo da ottenere benefici danneggiando gli altri. Le economie di mercato semi-privato devono usare i profitti che ottengono dal mercato internazionale grazie al basso costo del lavoro per riparare i danni dell’economia statale e delle imprese rette da un gruppetto di capitalisti burocrati. Ma i capitali accumulati verranno usati per espandere e migliorare gli elementi tecnici dell’economia cinese? Molto probabilmente, no. Sono pochissime le Pmi che, ottenuti dei profitti dal mercato straniero, decidono di investirli in miglioramenti tecnologici: e questo avviene perché i vantaggi che si possono ottenere con il lavoro a basso costo – che sfrutta delle enormi violazioni ai diritti umani dei lavoratori – sembra sempre la strada più conveniente. Fino a che si riescono a vendere dei prodotti di bassa qualità, a che serve spendere denaro per migliorare la tecnologia? Accoppiata con l’ingiustizia e la corruzione del governo, questa situazione fa sì che i profitti ottenuti non siano poi così alti. Molti degli investitori privati, che guidano le Pmi, stanno iniziando a trasferire la maggior parte dei propri capitali all’estero, in modo da aiutare loro e le proprie famiglie a sopravvivere ai cambiamenti sociali in corso. Chi potrebbe comprare queste compagnie, una volta compiuti dei miglioramenti tecnologici? Nessuno, ed ecco perché i padroni attuali non fanno nulla e non beneficiano la popolazione.

Di conseguenza, il cosiddetto “modello Cina” dominato dall’economia orientata verso l’esportazione non ha fatto quello che doveva, con i profitti eccessivi ottenuti dopo aver riempito di spazzatura i mercati occidentali. Non ha formato o consentito un effettivo accumulo nella società cinese, ha a stento migliorato di poco i contenuti tecnologici dell’entità economica del Paese. I risultati di questo strano fenomeno si vedono adesso. Appena si verifica un problema nei mercati internazionali, praticamente la metà delle Pmi chiude. Eppure per la Cina i calcoli statistici prevedono un raddoppio nella crescita del Pil del prossimo anno: ma questa crescita è il risultato di inflazione e frode del sistema statistico. La vera crescita economica, al momento, è negativa. Oltre al fattore tecnologico delle Pmi, la politica finanziaria del governo cinese è il secondo fattore per importanza che spiega l’enorme chiusura delle aziende nel Paese. Durante la recessione economica globale, il governo ha aumentato gli investimenti per salvare l’economia: e questo è comprensibile. Tuttavia, questo denaro non è stato usato per salvare le Pmi, ma è stato versato quasi tutto in quelle aziende statali, o in mano a burocrati dello Stato, che l’hanno ottenuto grazie alla corruzione politica. Le imprese del grande capitale, che non avevano bisogno di fondi, hanno usato le iniezioni economiche governative per speculare: questo ha creato la bolla immobiliare. Così da una parte vediamo la chiusura di piccole e medie imprese che creano profitto, mentre dall’altra si deforma il mercato immobiliare con i fondi che servivano per salvare le Pmi.

Il problema più ingente viene però dai 3mila miliardi di dollari di debito estero americano che Pechino ha in cassa. Queste riserve dovrebbero essere usate come scambio per emettere altra valuta durante i terremoti economici. In recessione, il governo dovrebbe applicare una politica di mantenimento della valuta interna per tenere a bada l’inflazione. Questo approccio specifico è molto semplice: permettere la libera conversione della valuta straniera da una parte e dall’altra alzare il tasso di scambio di valute. In questo modo la circolazione della moneta interna sul mercato verrebbe ridotta, e l’inflazione declinerebbe in maniera naturale. Ma perché il governo cinese si mantiene sulla sua posizione, e non applica queste semplici misure? A causa delle differenze fra la politica democratica e quella governata dal capitalismo dei burocrati. Dal punto di vista di questi ultimi, eliminare l’inflazione non è un beneficio dato che comunque continuano ad accumulare profitti in eccesso. Radunare gli yuan della popolazione e alzare i tassi di scambio, favorendone la libera circolazione, ed eventualmente inviare all’estero i profitti eccessivi rimane per loro la strada migliore. Inoltre, apprezzare lo yuan renderebbe ancora più difficile trovare compratori per gli immobili in eccesso che già gravano sul mercato. Il collasso del mercato immobiliare cinese sarebbe un danno diretto ai burocrati capitalisti. Si tratta di un danno che loro, che controllano la politica, non sono disposti ad accettare. Naturalmente, neanche il regime del Partito comunista cinese – che gode del sostegno di questi capitalisti, è disposto ad accettarlo. La politica è divenuta la politica dei capitalisti, ancora più lontana dai problemi e dagli interessi della media della popolazione. E questo è il motivo alla base dell’impossibilità di risolvere i problemi sociali ed economici cinesi. Dal punto di vista dell’interesse nazionale della popolazione cinese, la questione è totalmente rovesciata. Aprire il libero scambio della valuta e aumentare il tasso dello yuan, insieme all’apertura di un mercato corretto delle importazioni, eliminerebbe entro sei mesi il problema dell’inflazione. Non sarebbe migliore soltanto la vita dei cinesi: il miglioramento delle tecnologie nelle Pmi creerebbe condizioni di lavoro migliore. Insieme a una relativa espansione del mercato dei consumatori interni, queste politiche aiuterebbero la sopravvivenza di quelle imprese. E questo migliorerebbe la vita della gente senza colpire nessuno. Ma questo renderebbe impossibile ai capitalisti dal cuore nero di fare soldi. Ancora più importante, rischierebbero la bancarotta quei tycoon del settore immobiliare che hanno avuto enormi vantaggi dalle demolizioni forzate e dai terreni espropriati con la forza dal governo. E quindi la Cina perderebbe la metà dei propri miliardari. Allo stesso tempo, i prezzi delle case crollati dopo le bancarotte ridurrebbero della metà la popolazione che non trova un posto dove stare. In questa guerra di interessi, vediamo con chiarezza che tipo di governo sia quello del Partito comunista cinese. Un potere politico, in mano ai capitalisti, che lotta contro la propria popolazione.

Quando la paura uccide la libertà

La libertà religiosa, la libertà di professare una fede, la libertà di seguire una cerimonia religiosa, la libertà di pregare, la libertà di parlare della vita di Gesù o di quella di Siddharta Gautama, la libertà di seguire il Ramadan… Non tutto è scontato: prendo da Asianews

Due donne iraniane in pericolo di morte per apostasia dall’islam.

IRAN_(f)_0816_-_Donne_apostate_e_bibbie.jpgSono state arrestate nel marzo scorso, anche se la conversione sembra risalire ad almeno dieci anni fa. Finora in Iran non è mai stata eseguita una condanna a morte con questa motivazione. Le autorità temono una diffusione del cristianesimo: sequestrate 6500 Bibbie. Teheran (AsiaNews/Agenzie) – Due donne iraniane, rinchiuse nella famigerata prigione di Evin per essersi convertite dall’islam al cristianesimo potrebbero affrontare una condanna a morte per apostasia. La notizia è stata diffusa da radio Farda. Amir Javadzadeh, giornalista di un emittente cristiana londinese, ha dichiarato che le due donne potrebbero essere condannate a morte anche se “non erano politicamente attive. Volevano solo servire il popolo in base alla Bibbia”. Marzieh Amirizadeh, 30 anni, e Maryam Rustampoor, 27 anni, sono state arrestate a marzo, anche se la conversione data a 10 anni fa. Javadzadeh ha aggiunto che sono diventate cristiane dopo “aver speso molto tempo studiando testi religiosi e aiutando gli altri”. La legge iraniana non prevede la pena di morte per apostasia, ma alcuni tribunali locali l’hanno comminata di recente (anche se non è mai stata eseguita) basandosi su testi religiosi. Le autorità sembrano preoccupate per un aumento della diffusione del cristianesimo, soprattutto evangelico. In questo contesto si colloca il sequestro di 6500 bibbie annunciato ufficialmente da Majid Abhari, consigliere del Comitato per gli affari sociali del Parlamento iraniano. Abhari ha attaccato “quei missionari che hanno a disposizione grandi somme di denaro e ,cercando di deviare i nostri giovani, hanno cominciato una grande campagna per sviare l’opinione pubblica. Quelle bibbie, a formato tascabile, stampate con la migliore carta del mondo, ne sono la prova”.

A ovest di cosa?

Cuius regio eius religio: era quel principio per cui una persona doveva praticare la stessa religione del suo regnante, altrimenti era invitato a rivolgersi altrove. Conosco molte persone che lo stanno rimpiangendo e che lo invocano, le stesse che continuano a sperare nell’inserimento di un richiamo alle radici cristiane dell’Europa all’interno del testo costituzionale del continente. Tale speranza non è legata a uno spirito di devozione o a un effettivo riconoscimento storico culturale alla religione cristiana, quanto a una logica di contrapposizione nei confronti di chi si può configurare come diverso, come alterità, come nemico, come minaccia. Ma definirsi solo in base a una caratteristica può essere limitante. Se gli italiani si definissero solo in base alla lingua italiana avremmo da un lato nuovi italiani che hanno imparato la nostra lingua e dall’altro ex italiani che hanno conosciuto solo uno dei dialetti e l’italiano non lo hanno mai parlato. Definirsi solo in base a delle radici religiose porterebbe a discriminazione che la storia ha già conosciuto (ghettizzazioni); si arriverebbe inevitabilmente a una maggioranza dominante e a delle minoranze sull’orlo dell’esclusione. Se da un lato può essere comprensibile la spinta a un rinsaldamento identitario di una comunità, soprattutto se volto alla ricerca di un tessuto etico condiviso, dall’altro si corre il rischio di pensare che il proprio modello sia il migliore e che pertanto non si confronti con gli altri ma vi si contrapponga. Nasce così l’idea di un occidente cristiano che si difenda da tutto ciò che possa arrivare dall’esterno.

Sorgono però a questo punto delle domande.

Dov’è nato il cristianesimo? Qual è la sua culla? L’Occidente quando è nato? Qual è stato il ruolo dell’Europa orientale? L’est europeo è pur sempre a ovest di qualcosa, ma è compreso nell’idea di Occidente? Occidente, Europa e cristianesimo davvero possono coincidere?

Scomunica per i mafiosi?

Pubblico questa interessante inetrvista che Valeria Pelle ha fatto ad Antonio Nicaso. Penso fornisca molti spunti i riflessione e meditazione.

Antonio Nicaso è uno scrittore e uno studioso scomodo. Uno dei massimi esperti di mafie a livello internazionale (www.nicaso.com), docente di storia contemporanea e delle organizzazioni criminali in una università americana, già consulente della Cnn, autore di un editoriale settimanale su uno dei maggiori network canadesi. Di quelli che siedono alla corte di nessuno, se non dell’etica. Un’etica personale che si nutre di valori forti ed elementari: il coraggio, l’impegno sociale, l’onestà, la coerenza, la legalità. Princìpi che gli ha trasmesso la madre. Semplici, saldi, perché «niente è meglio che vivere onestamente». E che hanno preso forma ancora più netta, se possibile, dopo che è diventato genitore. «Da padre, mi sono reso conto di avere una responsabilità in più: essere un esempio, ogni giorno». E così la scrittura, la denuncia, gli incontri. L’impegno contro la mafia, contro le mafie. Ogni giorno. Un impegno che l’ha portato ad essere ospite, ancora una volta, della Settimana della comunicazione, ad Alba, dove l’abbiamo incontrato.

Quando ha iniziato a interessarsi di mafie? nicaso.jpg

«Avevo sei anni. Non potrò mai dimenticare gli occhi tristi di un mio compagno a cui avevano ucciso il padre. Chiedevo e mi dicevano che non potevo capire, che erano cose da grandi. Mio nonno mi disse: “Lo hanno ammazzato come un cane”. E io cercavo di figurarmi la scena, che senso avesse quella frase, come si uccide un cane. Quell’omicidio è tutt’ora senza colpevoli. Nonostante fosse avvenuto davanti a molti testimoni, la cortina dell’omertà ha protetto i mandanti. Quel pover’uomo è stato ucciso perché non aveva comprato il ferro dai mafiosi. L’ho scoperto dopo. E ho deciso che io non sarei stato in silenzio».

Così ha iniziato a scrivere…

«È un modo per onorare persone come don Diana che diceva: “Per amore del mio popolo non tacerò”. Per dar voce ai tanti onesti che vogliono uscire dal pantano in cui le mafie hanno impastoiato il nostro Paese. E per mafie intendo le cinque organizzazioni che abbiamo in Italia: Cosa nostra, siciliana, la ‘ndrangheta calabrese, che fattura 55 miliardi di euro l’anno, la camorra napoletana, la più antica, la Sacra corona unita pugliese e la più recente, la mafia dei Basilischi in Basilicata. Per combattere le mafie abbiamo a disposizione un’arma potentissima: la conoscenza. Per questo scrivo, da solo o insieme al procuratore Nicola Gratteri (ultimo libro: La giustizia è una cosa seria, Mondadori 2011). Per questo da 30 anni porto avanti quello che per me è un piacere e insieme un impegno sociale: incontrare i ragazzi nelle scuole, nelle iniziative a sostegno della legalità. Cerco di offrire loro spunti su cui riflettere, di stimolare la loro voglia di indignarsi».

E senza mai chiedere compensi.

«Per me questo è un impegno civile, che qualche settimana fa mi ha offerto due grandi soddisfazioni. Un ragazzo mi ha fermato per strada e mi ha stretto la mano ringraziandomi. Mi ha detto che era uscito dal ghetto, era diventato avvocato e che quella strada gliel’avevo mostrata io, che avevo parlato alla sua classe quando frequentava le medie».

E la seconda?

«Mia figlia di 9 anni che era con me, quando il giovane si è allontanato, mi ha stretto la mano e mi ha detto: “Ora ho capito cosa fai, papà. Sono orgogliosa di te!”».

Nei libri dice che le mafie sono diffusissime, si stanno espandendo, specialmente la ‘ndrangheta, in contesti insospettabili. Cosa si può fare per combattere le mafie e cosa può fare la Chiesa?

«La Chiesa potrebbe sostenere la voglia di cambiamento. Ma occorrerebbe una presa di posizione netta dei vertici, un atto dal forte valore simbolico. Se ai mafiosi fossero state applicate le restrizioni che subiscono i divorziati, forse avremmo malavitosi meno arroganti. Se il Santo Padre scomunicasse i mafiosi, negasse loro i sacramenti, la possibilità di fare i padrini di battesimo o di cresima, darebbe ai preti di parrocchia, ai preti di frontiera il sostegno di cui hanno bisogno e diritto. Perché sono tanti quelli che hanno il coraggio d’insegnare ogni giorno ai loro ragazzi il catechismo della legalità. Ma ci sono tanti – e li capisco – che sono in difficoltà, si sentono soli, in contesti difficilissimi. E hanno paura. Di minacce ai preti per i contenuti delle loro omelie si hanno notizie dalla fine dell’Ottocento, quando la mafia ha preso forza, nutrita dai politici dell’Italia che si stava formando. Quella classe politica che si affermò garantendo ai baroni lo status quo, ovvero che la terra in Meridione sarebbe rimasta in mano ai pochi latifondisti, e che la riforma agraria di cui la gente del Sud avrebbe avuto tanto bisogno (e che spinse tanti a ingrossare le file dei garibaldini) mai sarebbe avvenuta. Come, appunto, accadde. L’anatema lanciato da papa Wojtyla nella Valle dei templi contro la mafia per un certo tempo aveva annichilito l’ardire. Affermare che i mafiosi, col loro comportamento, son fuori dalla comunità di Dio ora non basta. Alla regola deve seguire la sanzione. Non si può essere duri con il peccato e tolleranti con il peccatore».

Ma il perdono è uno dei principi fondanti del cristianesimo…

«Infatti le mafie hanno attecchito benissimo nei Paesi cattolici. Non hanno avuto successo nelle culture protestanti, dove non c’è la consolazione di un perdono che può avvenire anche sull’ultimo respiro vitale, ma si chiede di scontare già sulla terra le colpe di cui ci si è macchiati. In attesa di parlarne, poi, a quattr’occhi con Dio».

Quindi la Chiesa non dovrebbe accogliere le persone “in odor di mafia”?

«No. Le mafie (la ‘ndrangheta in particolare) si presentano con riti d’iniziazione che molto mutuano da riti religiosi. I mafiosi traggono spesso legittimazione durante le processioni religiose: i loro affiliati portano le statue dei santi, i capi fanno a gara per organizzare i fuochi pirotecnici più spettacolari. E guadagnarsi così il plauso della gente. Spesso il percorso del corteo è deciso dalle cosche. In certi paesi le statue dei santi vengono fatte inchinare davanti alla casa del boss. Ma quella non è fede, è superstizione. La Chiesa potrebbe far molto per risvegliare le coscienze sul fronte dell’etica, della coerenza, apostolato sociale, gestione onesta della cosa pubblica. Con la promessa dell’8‰ è stata imbavagliata. Se i vertici non prendono una posizione forte, i preti che operano nei luoghi di mafia si sentiranno soli, magari delegittimati, potranno incappare nella seconda forma di omertà, non quella di chi vede e non parla, ma quella di chi non vuol vedere, che nega l’evidenza, si inchina allo status quo. E liquida tutto con un’alzata di spalle e un “è sempre stato così”».