Pubblicato in: Etica, musica, Storia

Musica di libertà


In prima quasi ogni anno riusciamo a vedere il film Swing Kids. Ecco che sull’ultimo numero di XL Carlo Lucarelli ne parla in un pezzo.

Immaginiamo una sera, ad Amburgo, metà anni 30, nel cuore della Germania nazista. C’è un gruppo di ragazzi che ne incontra un altro proveniente dalla direzione opposta. Sono vestiti in modo simile, hanno la stessa cultura, lo stesso stile di vita e quando si incontrano si salutano alzando il braccio: «Swing heil»! È un errore? Un difetto di pronuncia? Il saluto nazista è «sieg heil!», ma no, l’hanno fatto apposta. Perché presi dall’abitudine e visto il luogo e il periodo abbiamo immaginato quei ragazzi vestiti con le divise brune della Gioventù hitleriana e invece sono tutti giovani appassionati di musica jazz, quello di Count Basie, Duke Ellington e Benny Goodman. Così appassionati da vestirsi nello stesso modo e parlare con lo stesso gergo, come più avanti succederà a rockabilly, punk, dark e così via.

Sono gli Swingjugend, la gioventù dello swing, raccontata dal film Swing Kids, di Thomas Carter, e rispetto ai vari gruppi di tendenza che verranno dopo hanno qualche problema in più. Perché non si tratta soltanto di subire le critiche dei genitori e le occhiate della gente “normale”, o di evitare risse coi gruppi rivali tipo mod e rocker o skin e punk. Siamo nella Germania nazista e per ballare lo swing o per ascoltare jazz i ragazzi erano costretti a incontrarsi clandestinamente in qualche locale o a casa per sentire la Bbc, la radio inglese proibita dai nazisti, o per mettere sul grammofono qualche disco fatto arrivare di nascosto dalla Danimarca. La sera c’era il coprifuoco, gli eventi notturni sopravvivevano solo grazie al passaparola, ad una lista segreta di invitati che si dovevano presentare all’ingresso con una parola d’ordine per poter entrare e al continuo spostamento dei luoghi in cui venivano tenute le feste. Sembrava che per poter ballare lo swing si dovesse appartenere a una società segreta. E anche se i ragazzi a volte lo trovavano divertente, c’era poco da scherzare, perché il rischio era quello di finire in un campo di concentramento. Gli Swingjugend indossavano vestiti all’inglese, con giacche lunghe che arrivavano a metà coscia e pantaloni stretti alle caviglie, scarpe larghe a punta, con suole spesse e appositamente non lucidate. Portavano un cappello, quasi sempre una bombetta, e il colletto rotondo della camicia era sorretto da stecche di legno inserite sotto il papillon, o anche sotto sciarpe sgargianti. Portavano capelli lunghi, disordinati, lucidati con l’olio, perché la brillantina in quel periodo di grave austerità era difficile da trovare. E poi un ombrello, che non aprivano mai, neppure sotto la pioggia. Le ragazze, invece, indossavano maglioni a collo alto sotto cappotti di pelliccia, facesse freddo o caldo, e portavano i capelli lunghi fino alle spalle, con grandi boccoli. Scarpe e gonne molto corte. Si segnavano le sopracciglia con la matita e si truccavano con rossetto e smalto. Per vestirsi così in quegli anni di ristrettezze economiche a cavallo della Seconda Guerra I Mondiale ci voleva l’appoggio dei genitori, oppure fare sacrifici, ricorrere al mercato nero o rimediare qualcosa adattando vecchi vestiti dismessi. Ma non era soltanto una questione di soldi. Perché anche se ufficialmente non c’era niente di politico nel vestirsi così e nell’ascoltare jazz e swing, solo la voglia di divertirsi e di seguire una moda originale, essere uno Swingjungend significava mettersi nei guai con la Gestapo, la polizia politica nazista, intanto perché stile e musica venivano da Inghilterra e Stati Uniti, paesi nemici, ma soprattutto perché un sistema totalitario come quello nazista non può tollerare uno stile di vita alternativo.

«La gioventù tedesca del futuro», scriveva Hitler, «deve essere snella e agile, veloce come un levriero, forte come il cuoio e dura come l’acciaio Krupp». Per l’ideologia nazista jazz e swing erano considerati offensivi, erano “Negermusik”, musica composta e suonata da afroamericani, diffusa dall’industria dei media dominata dagli ebrei, e dunque considerata “entartete kunst”, arte degenerata. Era vista come prova di inferiorità delle razze non ariane. Insomma, per i nazisti in quella musica c’erano tutti gli ingredienti con i quali non volevano avere a che fare: americani, ebrei e neri. Altro che swing, per i giovani nella Germania nazista c’era solo la Hitlerjugend, la Gioventù Hitleriana. Il suo compito era modellare i giovani con una rigida disciplina, fatta di obbedienza, cameratismo e senso del dovere, per farla diventare il futuro esercito del Terzo Reich. Le altre associazioni furono sciolte, a partire da quelle sportive, del tempo libero e quelle religiose. Dal 1936 la Hitlerjugend divenne l’organizzazione unica per tutti i giovani di età compresa tra i 10 e i 18 anni e arrivò a inquadrare 8 milioni di ragazzi.

All’inizio non è che i nazisti avessero le idee chiare su come comportarsi con questi ragazzi appassionati di musica che non erano una vera e propria organizzazione. Erano botte quando si incontravano con quelli della Gioventù hitleriana e il fatto che non si preoccupassero del coprifuoco, dei divieti di danza, o del divieto di ascolto delle stazioni radio nemiche, dava la possibilità alla polizia di intervenire con arresti e chiusura dei locali. Il problema, però, è la loro stessa esistenza. Swingjugend, swing heil, il loro stesso stile di vita, così trasgressivo e ironico, è una presa in giro e quindi una critica che un regime non può tollerare. Non è più solo divertimento, o meglio, proprio in quanto tale è “politica”. Intanto arriva la guerra e l’intolleranza nazista alla musica “degenerata” si fa più dura. E non solo in Germania. Nel 1940, con l’invasione di Parigi, i nazisti hanno a che fare con una capitale brulicante di vita notturna. Così si preoccupano subito di chiudere tutti i night club in cui si suonava il jazz. Almeno ufficialmente, e per quelli non frequentati da ufficiali e soldati in libera uscita, che devono arrangiarsi in un altro modo. E così che nasce il termine discoteca, dal nome di un locale sorto illegalmente nel 1941 in rue Huchette, chiamato appunto Le Discothéque. Da allora il termine servì per indicare un night club che,

invece delle performance live dei musicisti, offriva un fonografo per suonare i dischi e un disc jockey per selezionarli.

Ad Amburgo, considerata il centro della Swingjugend la Gestapo e la polizia si accaniscono con arresti, interrogatori e torture. Nel 1941 più di trecento Swingjugend vengono arrestati e l’anno successivo Himmler stesso interviene con una lettera per dare ordine che i leader di questo “gruppo sovversivo” vengano internati nei Jugendschutzlager (i campi di detenzione per la gioventù). I ragazzi finiscono a Moringen e le ragazze a Uckermark. Dal 1942 gli ebrei presenti tra gli Swingjugend furono isolati e deportati in altri campi, come Bergen-Belsen, Buchenwald o Auschwitz.

Nel gennaio del 1943 Günter Discher, uno dei più attivi tra i “giovani dello swing”, viene arrestato e portato a Moringen. È sopravvissuto a quella devastante esperienza e oggi, a ottantacinque anni, ricorda che nella miniera di sale che stava al campo c’era un’ottima acustica. Anche là Günther e i suoi coetanei improvvisavano concertini jazz con strumenti di fortuna o addirittura usando solo la voce per riprodurne il suono. Era una strategia di sopravvivenza. Ancora oggi, Discher coltiva la sua passione per il jazz con una collezione di circa 25.000 lp e oltre 10.000 cd.

Ha una propria etichetta e per la Günter Discher Edition ha realizzato diverse compilation di tracce rare della sua collezione privata che sono state restaurate e rimasterizzate con suoi interventi personali in cui illustra le caratteristiche dei vari artisti jazz. Tiene conferenze alle università in cui racconta del suo amore per la musica swing ed è il più anziano dj della Germania. Con lui la musica, il suo swing, il jazz di Benny Goodman e Duke Ellington, hanno vinto sul nazismo di Hitler.

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