Gesubambini

Fra echi biblici e leggende di mare Erri De Luca narra una storia senza tempo calandola nelle vicende di oggi. Un testo scritto per il teatro che ha l’andamento di un indimenticabile racconto. Il lavoro (L’ultimo viaggio di Sindbad, Einaudi) è del 2003; i drammi e le tragedie di allora sono le stesse di questa stagione, di questi giorni.

Il capitano di un vecchio battello è al suo ultimo viaggio. Sottocoperta un carico di uomini, donne, bambini aspetta di arrivare alle coste italiane.

“Scena 12

Sera, in cabina di comando, capitano al timone, entra il nostromo.

NOSTROMO Capitano Sindbad, la donna ha partorito, abbiamo un altro gesubambino.

CAPITANO   Ha fatto male, il bambino piangerà e gli altri sbarcati l’abbandoneranno.

NOSTROMO Non piange, è morto.

CAPITANO   Fallo mettere in mare.

NOSTROMO La donna vuole portarlo a terra.

CAPITANO   A terra è infanticidio, in mare è vita restituita, piglialo e mettilo a mare.

Resta solo, dal fondo sale un principio di coro a bocca chiusa. Il nostromo ritorna.

NOSTROMO La donna chiede di metterlo lei in mare.

CAPITANO   Falla salire, mettile addosso una giacca da uomo.

Mentre si svolge la piccola cerimonia di una madre che accompagna la sua creatura al cimitero delle onde si ascolta un coro di donne.

DONNE        Nasce tra i clandestini,

il suo primo grido è coperto dai motori,

gli staccano il cordone con i denti,

lo affidano alle onde.

I marinai li chiamano Gesù

questi cuccioli nati

sotto Erode e Pilato messi insieme.

Niente di queste vite è una parabola.

Nessun martello di falegname

batterà le ore dell’infanzia,

poi i chiodi nella carne.

Nasce tra i clandestini l’ultimo Gesù,

passa da un’acqua all’altra senza terraferma.

Perché ha già tutto vissuto, e dire ha detto.

Non può togliere o mettere

una spina di più ai rovi delle tempie.

Sta con quelli che esistono il tempo di nascere.

Va con quelli che durano un’ora.”

 

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Verso nuovi Islam

Metto a disposizione 4 articoli in uno sulle nuove prospettive per l’Islam. I pezzi sono tratti da Nigrizia di aprile

ISLAM 2011 NUOVE TRAIETTORIE.pdf

Se io ti dessi la canna da pesca invece del pesce…

Su facebook ho più di 800 contatti. La maggiorparte di essi sono ex studenti, altri sono di amici, altri ancora di conoscenti. Non sempre leggo tutto, non sempre commento tutto. Non sempre ho il tempo di confrontarmi in maniera seria su quel social network che resta appunto un social network. Preferisco scrivere qualcosa di più serio e ponderato qui…tanzania_2674e_T0.jpg

In questi giorni in cui sono ripresi gli sbarchi di clandestini a Lampedusa molte persone esternano le loro idee e i loro pensieri sullo stile “che se ne stiano a casa loro”… “dovremmo sparare”… “affondassero tutti”… Penso che il discorso parta da molto lontano e si avvicina molto a “se uno sta bene a casa propria, che ragioni ha di andarsene?”. Certo risulta difficile accogliere e dare una mano a tutti coloro che non stanno bene a casa loro, così come è impensabile sorreggere tutte le situazioni di povertà là dove si verificano per evitare trasmigrazioni di massa… Ma un modo intelligente di aiutare è quello che ho letto in un articolo di Riccardo Barlaam, giornalista che scrive per Il Sole 24 ore

Meglio insegnare a pescare

di Riccardo Barlaam

Basta donazioni a pioggia per combattere la fame. Molte aziende alimentari occidentali hanno deciso di trasferire le loro conoscenze e competenze tecnologiche a imprese africane per progetti di sviluppo locali. L’esempio della General Mills.

Non ti do il pesce, ma la canna da pesca, e ti insegno a usarla, perché tu possa pescare da solo. Nel 2007, Ken Powell, amministratore delegato di General Mills, multinazionale alimentare americana – che ha nel portafoglio marchi come Yoplait, Old El Paso, Cheerios, Haagen Dazs – chiese ai suoi collaboratori di cercare idee innovative per aiutare a combattere la fame nei paesi africani, idee che non fossero limitate solo alla donazione di cibo. «Fin ad allora – spiegò Powell, manager della major statunitense – avevamo sempre donato aiuti economici o cibo. Ci sembrava di non incidere. Non volevamo lavarci la coscienza, facendo qualcosa per l’Africa con aiuti a breve termine, o progetti che finivano chissà dove. Allora abbiamo pensato di sfruttare le nostre conoscenze per aiutare le imprese africane con progetti di sviluppo e di miglioramento tecnologico che avessero un respiro più a lungo termine». General Mills cominciò con l’esplorare le possibilità di creare piccoli processi di produzione alimentare nei villaggi rurali. Ma subito si rese conto che c’erano tanti ostacoli da superare, prima ancora di iniziare a pensare alla produzione alimentare, anche se su piccola scala. Mancava l’acqua potabile; l’elettricità non c’era sempre; né vi erano tutte le condizioni necessarie (catena del freddo, magazzini, logistica) per pensare alla produzione alimentare «per aiutare gli africani a realizzare da soli i processi produttivi di una moderna industria alimentare: bisognava prima creare le condizioni per impiantare una moderna industria di cibo», fu la conclusione di Peter Erikson, vice presidente della General Mills, incaricato di seguire il progetto “Dare la canna da pesca agli africani”. Da allora, la fondazione General Mills ha investito 1,5 milioni di dollari per formare tecnici alimentari in Zambia, Tanzania, Kenya, Malawi. Molti di loro sono stati, in questi anni, nel quartiere generale della multinazionale nel Minnesota, per lunghi periodi di training. La Nyrefami Ltd, società di molitura della Tanzania, che produce farina, è riuscita a migliorare la propria produzione, introducendo un processo di controllo qualità all’ingresso delle merci. La farina prodotta fino ad allora era contaminata da rifiuti, escrementi di topo e altri materiali che entravano con la materia prima. È stato introdotto, quindi, un processo di lavaggio e asciugatura del grano, prima della produzione vera e propria della farina attraverso la macina. La farina Nyrefami, usata nell’alimentazione di famiglie e bambini della Tanzania, oggi ha un livello qualitativo migliore, grazie a questo progetto di formazione del tecnico africano. Questa è solo la prima parte della storia…

Altre multinazionali alimentari si sono unite alla General Mills, tra cui l’americana Cargill e la danese Royal Dsm Nv, accomunate dall’obiettivo di trasferire know how alle aziende africane per sostenere lo sviluppo dei loro processi produttivi alimentari. Assieme hanno dato vita, poche settimane fa, a una organizzazione non governativa. L’ong si chiama Partners in Food Solutions e ha come primo punto statutario la missione di aiutare le aziende alimentari a condividere le proprie conoscenze tecnologiche con le aziende africane e di altri paesi in via di sviluppo. Tutte le aziende alimentari, anche quelle italiane, possono unirsi al progetto della Pfs. È un modo per fare volontariato, per fare business etico, per aiutare in modo concreto le piccole e medie aziende alimentari già esistenti in Africa a sviluppare e a migliorare i propri processi produttivi. Niente più donazioni alimentari che arrivano dall’alto a pioggia. Basta con cose che spesso non servono. Si vuole dare la canna da pesca, più moderna della semplice canna di bambù, con il filo e l’amo, e anche la formazione per usarla nel migliore dei modi. La Pnf ha già un paniere – termine appropriato in questo caso che parliamo di alimentare – di 15 progetti di sviluppo legati ad altrettante aziende alimentari in Kenya, Zambia, Tanzania e Malawi, che si pensa miglioreranno indirettamente l’attività di circa 60mila piccoli agricoltori. Lo scorso anno, ha raccontato Erickson, un progetto legato alla produzione di latte in polvere ha avuto come conseguenza la necessità di stabilire uno stesso prezzo di acquisto per i produttori di latte: un prezzo minimo garantito per gli agricoltori, anche quelli più piccoli, che hanno meno forza nei confronti dei produttori alimentari africani, “costretti” così, in ragione dell’adozione di procedure standard, a riconoscere anche a loro lo stesso prezzo.

E l’Algeria?

Concludo il “trittico africano” con questo articolo su un paese di cui si è poco parlato e che è uno dei più ricchi di tutto il continente.

Algeria, una rivolta in stand by

di Luciano Ardesi

Gli algerini hanno già vissuto la rivoluzione nel 1988. Oggi non cercano la spallata, ma un cambiamento vero, con gli strumenti di una transizione democratica e pacifica, poiché sul terreno della violenza sanno che sarebbero perdenti. Ma se le promesse del governo – dagli alloggi ai prestiti, ai posti di lavoro – tardassero a venire, la collera potrebbe riesplodere.f_a7d1bf33a7d4db4cb56cd8b74cafb3c9.jpg

Non ci sarà in Algeria una rivoluzione come quella conosciuta dalla Tunisia e dall’Egitto. È la conclusione su cui concordano molti protagonisti di questi agitati primi mesi dell’anno. Gli algerini, naturalmente, hanno seguito con attenzione, e sostenuto, i loro cugini di Tunisi e del Cairo. Ritengono, tuttavia, che loro la rivoluzione l’hanno già fatta nel 1988. L'”Ottobre nero” – frutto di una rivolta popolare repressa nel sangue dai militari – ha già portato i risultati che i vicini assaporano in parte solo ora: fine del partito unico, passo indietro dell’esercito (al potere dall’indipendenza), nuova costituzione, libertà per la carta stampata (radio e tv rimangono monopolio dello stato). Sanno anche com’è andata: sull’onda della rivoluzione, le prime elezioni libere (dicembre 1991) hanno portato al successo il partito fondamentalista, il Fronte islamico di salvezza (Fis), e alla possibilità di instaurare la repubblica islamica, iscritta nel suo programma elettorale. Per questo, il secondo turno delle elezioni fu sospeso (gennaio 1992) con l’intervento incruento dell’esercito, sostenuto da una parte della società civile. Seguì una stagione di sangue (decine di migliaia di morti), causata dalla follia omicida di una frangia terrorista del fondamentalismo islamico, ma anche dai militari che non lesinarono sui mezzi per stroncarla. Sul piano militare, il terrorismo è stato sconfitto, benché continui con attività sporadiche e con il tentativo di riorganizzarsi su base regionale con al-Qaida nel Maghreb islamico. Sul piano politico, la riconciliazione nazionale (la legge sulla “concordia civile” del 1999) e le amnistie (e amnesie) che ne sono seguite non sono riuscite a pacificare gli animi. Sotto l’ombrello dello stato d’emergenza (febbraio 1992), il potere ha mantenuto un sistema autoritario con una drastica limitazione delle libertà pubbliche. Se di qualcosa gli algerini hanno paura, non è certo della repressione o delle bastonate, ma di un nuovo 1992. E non vogliono rivivere la delusione della “primavera cabila”, che nel 2001 parve aprire, attraverso il successivo riconoscimento della diversità culturale e linguistica dei berberi, alla pluralità politica. Non cercano la spallata, ma un cambiamento vero, con tutti gli strumenti di una transizione democratica e pacifica, poiché sul terreno della violenza sanno che sarebbero perdenti.

La divisione del movimento

All’ordine del giorno non c’è la partenza del presidente Boutéflika, al potere dal 1999 (il mandato scade nel 2014), ma “il sistema”. Ed è su questo punto che il movimento si divide. Il “sistema”, intanto, non ha aspettato la contestazione. Dall’inizio dell’anno si sono moltiplicate le proteste, le mobilitazioni e le immolazioni, sull’esempio di Mohamed Bouazizi, il giovane che si è dato fuoco in Tunisia, innescando la rivolta. Ma il movimento popolare, praticamente, non ha soluzioni di continuità: da oltre un anno si susseguono quotidianamente scioperi e azioni di protesta in tutte le località dell’Algeria. A differenza di Ben Ali, di Mubarak o dello stesso Gheddafi, il presidente Boutéflika ha subito preso misure di contenimento dei prezzi, di promozione di nuovi alloggi, di prestiti senza interessi per facilitare l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. L’Algeria se lo può permettere, grazie all’enorme rendita petrolifera. Il fatto nuovo è che il potere ha accettato di distribuirla. Ciò spiega, in parte, perché la protesta non si sia generalizzata e continui a restare diffusa, sì, ma isolata. Nel tentativo di dare peso e visibilità a questa conflittualità, a fine gennaio si è costituito il Coordinamento nazionale per il cambiamento democratico (Cncd). All’inizio, ha raggruppato partiti di opposizione, sindacati indipendenti, organizzazioni della società civile. Poi sono prevalsi calcoli politici, vecchie rivalità e un certo modo di concepire il cambiamento, e il Cncd si è diviso. Una parte chiede al “sistema” un cambiamento al suo interno, con elezioni anticipate, precedute dalla liberalizzazione dei partiti ancora in attesa di autorizzazione, una nuova costituzione, l’apertura dei mass media agli oppositori. Il via a questa ipotesi è stato dato a metà febbraio da Abdelhamid Mehri, già esponente di spicco del Fronte di liberazione nazionale (Fln), con una lettera aperta al presidente, nella quale suggerisce la rifondazione dell’attuale assetto di potere. La parte più radicale, invece, vuole la fine pura e semplice del “sistema”, fondato sulla corruzione e sulla distribuzione delle responsabilità in base all’appartenenza clanica, non alle competenze. Tutti sono consapevoli, peraltro, che una transizione, comunque avvenga, non potrà prodursi senza il consenso dei militari.

La reazione morbida del potere

C’è un’ala del Cncd che ha deciso di continuare, dopo la prima manifestazione del 12 febbraio, l’appuntamento settimanale con “la protesta del sabato”. Il potere reagisce con accortezza. Fa in modo che la grande Piazza 1° Maggio, al centro della capitale, sia presidiata dalla polizia in gran numero, impedendo così ai manifestanti di entrare, e organizzando contromanifestazioni a favore del regime. Anche dopo la fine dello stato di emergenza (24 febbraio), le manifestazioni rimangono proibite, secondo il ministero degli interni nella sola capitale. Di fatto, anche quella di Orano del 5 marzo non si è potuta svolgere. In quella del sabato successivo, il potere ha rinunciato a mettere in campo le contromanifestazioni, anche per non cadere nel ridicolo. Al termine delle manifestazioni, gli “oppositori agli oppositori” non hanno nascosto di essere stati pagati dal regime e di condividere le idee dei contestatori. Le proteste non sono finite. Anzi. La gente ha capito che è il momento di far sentire la propria voce. Scioperi e agitazioni di tutti i settori sociali hanno portato a una situazione paradossale. Non passa giorno che il governo non decida di aumentare le retribuzioni di questa o quella categoria, pur di mantenere divisa la protesta. Praticamente, tutti hanno vinto. Il 10 marzo era la data fissata dal governo per lo scioglimento del corpo di 95.000 guardie comunali, gli ausiliari utilizzati negli anni ’90 per monitorare il territorio nel contrasto al terrorismo. Il 6 marzo, una grande manifestazione non autorizzata si è svolta davanti al parlamento, lungo il viale che fronteggia il porto. È stata la prima manifestazione riuscita, dopo quelle dei berberi nel 2001 (è da allora che il potere non permette più manifestazioni nella capitale). Il giorno dopo, il primo ministro ha annunciato l’accoglimento di gran parte delle rivendicazioni, a partire da quelle economiche. Non è il solo caso in cui il governo contraddice sé stesso. Sotto la spinta delle proteste e dei timori del contagio, le autorità hanno rinunciato a regolamentare il commercio informale, che da sempre è una sorta di valvola di sfogo per chi non trova lavoro, e a imporre ai commercianti regolari l’obbligo delle transazioni con assegni al di sopra di un certo valore. Chiunque eserciti un’attività in nero, dai venditori ambulanti ai tassisti clandestini, oggi sente di poter contare sulla benevolenza del potere, che si guarda bene dal fornire il pretesto per fomentare il malcontento.

Tutto come prima 

Intanto, la fine dello stato di emergenza non ha portato a sostanziali novità. I posti di blocco continuano come prima. Le misure per la limitazione delle libertà di coloro che sono sospettati di terrorismo sono mantenute sotto nuove vesti. La tv di stato non si è ancora aperta al pluralismo. Tutti vivono nell’attesa, ma senza aspettarsi granché. Il Cncd conferma le manifestazioni settimanali e fissa i suoi appuntamenti. Le diverse categorie sociali si danno il cambio sul palcoscenico delle rivendicazioni e della protesta. Fino a quando potrà continuare questa situazione paradossale? Tutti si attendono un deciso segnale di cambiamento, vistoso sebbene controllato. Il presidente americano Barack Obama avrebbe espresso il desiderio di una transizione pacifica, poiché ritiene Algeri il pilastro della lotta al terrorismo nella regione, tanto che i contatti e i viaggi degli emissari dell’antiterrorismo Usa si sono intensificati in queste settimane. C’è chi scommette che una decisione verrà assunta prima dell’estate; i più pessimisti, entro l’anno. Nessuno sa con certezza quando e quale decisione sarà presa per prima. Gli analisti più attenti si chiedono, tuttavia, se le misure finora adottate basteranno per dare una risposta ai bisogni dei giovani e della gente. Senza un cambiamento vero del suo funzionamento, il sistema rischia di imbrigliare le promesse con i consueti meccanismi della burocrazia e della corruzione. Quando gli alloggi, i prestiti, i posti di lavoro promessi tarderanno a venire, o avverranno in misura inferiore alle attese, la collera potrebbe riesplodere, questa volta in forme incontrollate. Sarà una corsa contro il tempo, fatta anche di astuzie, di furbizie e di convenienze da parte di una classe politica – di governo come di opposizione – che sembra aver perso il contatto con la realtà e con la gente.

Tante sono le lotte per la libertà

Quello che segue è un altro articolo di Nigrizia; si racconta il regime di Gheddafi dal punto di vista di chi l’ha subito.

Libia: dentro la rivolta

di Dauki Leyla

Una panoramica sui misfatti del regime di Gheddafi per comprendere le radici storiche della volontà di cambiamento.

La mia storia e quella della mia famiglia sono simili a quella di tantissimi altri libici. I racconti tramandati da una generazione all’altra offrono uno spaccato di un secolo di storia della Libia a partire dal 1911. Il silenzio e la disinformazione sul nostro paese sono sempre stati per noi incomprensibili e dolorosi. Molti, troppi gli italiani che non sanno quasi nulla di quella che pure fu colonia italiana dal 1911 al 1951. Il colonialismo italiano, sin dall’inizio, impegnò mezzi e metodi durissimi contro le inermi popolazioni locali. Nel villaggio di origine della mia famiglia, non lontano da Tripoli, gli anziani tramandano ancora le gesta eroiche di chi morì per fermare l’invasione. Il mio bisnonno fu impiccato dagli italiani durante la campagna del 1911. Con l’avvento del fascismo, i metodi divennero ancora più cruenti: si crearono campi di concentramento e, nella fase finale, si utilizzarono gas letali per piegare la resistenza della Sanussiyya, la confraternita islamica presente in Cirenaica. Pochissimi gli storici che, dal 1945 a oggi, hanno studiato quegli eventi in modo approfondito e con un approccio diverso da quello coloniale: un grave limite per la conoscenza generale dei fatti, molti dei quali ancora poco noti. Anche la storiografia italiana non ha affrontato in maniera critica il passato coloniale, sia per ostacoli di natura politica sia per remore psicologiche: è sempre fastidioso fare i conti con un passato scomodo. Non solo. Il mito degli “italiani brava gente” ha lasciato impuniti i responsabili dei crimini della “missione civilizzatrice italiana” e ha contribuito a rimuovere dalla coscienza nazionale italiana le migliaia di vittime del suo colonialismo. Recuperare questa memoria aiuterebbe a comprendere la Libia di oggi.

Nessun dissensoNasser_Gaddafi_1969.jpg

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, la legittimità del ruolo della Sanussiyya contro il colonialismo italiano fu riconosciuta dalle potenze europee vincitrici con la creazione di una monarchia e con la messa sul trono, nel 1951, di re Mohamed Idris Al-Sanussi. Ma l’invenzione di una corona, in un territorio dove non esisteva un’identità nazionale, era fragile sul nascere e destinata a non avere legittimazione. La scoperta di importanti giacimenti petroliferi (fine anni ’50) sconvolse gli equilibri politici, sociali, economici, e diede inizio a un periodo di destabilizzazione e contestazione. Furono gli anni del panarabismo, delle rivoluzioni, dell’unità della causa araba nel conflitto arabo-israeliano, della lotta contro l’imperialismo, la corruzione dilagante e la svendita delle risorse nazionali alle compagnie petrolifere straniere. I giovani scesero in piazza a Tripoli e a Bengasi, spinti dal vento del cambiamento. Tra questi c’erano mio padre e i suoi amici. Conservo foto di folle di manifestanti, di giganteschi ritratti di Gamal Abd El-Nasser, di volti sorridenti e carichi di speranza per un futuro migliore e di desiderio di partecipazione politica. Per tutti il punto di riferimento era l’Egitto di Nasser. E fu proprio quel modello a dettare la natura del colpo di stato del 1° settembre 1969, orchestrato dai cosiddetti “liberi ufficiali”: senza trovare nessuna resistenza e in un clima di generale entusiasmo e appoggio popolare, Gheddafi and Co. presero il potere. Purtroppo, la fiducia e l’entusiasmo iniziali hanno presto lasciato il posto alla disillusione e alla paura. Il socialismo arabo, lungi dal diventare equa distribuzione delle risorse, si è trasformato in controllo capillare di ogni aspetto della vita. È arrivata la censura, si sono bruciati i libri, e si è riscritta la storia libica, negando il ruolo della resistenza della Sanussiyya. L’addestramento militare è diventato parte integrante dell’educazione pubblica. È iniziata una feroce repressione di ogni forma di dissenso, eliminando migliaia di persone, a partire dai più stretti collaboratori (i primi a sparire furono gli stessi “liberi ufficiali”), fino a studenti, medici, giornalisti, avvocati, diplomatici, monarchici, comunisti, religiosi…. La loro colpa? Il dissenso.

Impiccagioni

La repressione è stata sempre abilmente offuscata e taciuta. Nel 1996 nella prigione di Abu Selim furono barbaramente uccisi 1.300 prigionieri politici, colpevoli di aver chiesto migliori condizioni di vita nel carcere. E per anni, madri, mogli e sorelle non hanno potuto piangere i loro morti, che ufficialmente erano soltanto «scomparsi». Anche allora, per il regime i dissidenti erano semplicemente «ratti da sterminare» o «cani randagi da abbattere». Sono stati gli anni bui delle scomparse, dei rapimenti per mano dei servizi segreti in alcuni paesi europei conniventi, tra i quali l’Italia. Per me, nipote di un impiccato e figlia di un dissidente, sono stati anni di incubi notturni. Le immagini televisive dei processi sommari nello stadio di Tripoli, gestiti dai comitati rivoluzionari (elemento fondativo del “governo delle masse”) e delle impiccagioni dei “colpevoli” (tra cui molti amici di mio padre) tornavano a visitarmi la notte. Nel sogno, risentivo la folla che gridava: «A morte i traditori! Noi amiamo soltanto la nostra Guida». Ogni volta che qualcuno suonava alla porta, temevamo che fossero i servizi segreti venuti per portarci via o eliminarci. Vivevamo nascosti, impauriti e indifesi in Italia, Germania, Libia, Gran Bretagna. Nessun luogo era più sicuro per noi. In casa o nella moschea, le pareti ascoltavano.

Islamismo? No

Durante i 42 anni “gheddafiani”, anche se il mondo occidentale non ne era informato, non sono mancati disordini e tentativi di rovesciare il regime. Tutti repressi nel sangue. Anche nella zona del Gebel Akhdar, la vecchia roccaforte della confraternita senussita, e nella Cirenaica. In occasione di quegli eventi, alcune fonti giornalistiche hanno parlato di fondamentalisti islamici. Analisti hanno scritto di quel pericolo come di un tempo di “deriva islamica”. Anche nelle settimane scorse, alcuni reporter hanno sottolineato la forte presenza tra i ribelli della Cirenaica di “personaggi barbuti”, come a dire: c’è il pericolo di una islamizzazione del paese. Dimenticando di far notare che la barba per gli uomini e il velo per lo donne possono anche rappresentare forme di dissenso, specie se sono proibite o non tollerate, come in Libia. La verità è che nelle piazze e per le vie della Libia è scesa la società civile in tutte le sue differenti componenti, trovando nella lotta contro il tiranno un motivo di coesione e di unità. Concludo con alcuni versi di Abu Al-Qasim Ash-Shabi, poeta tunisino morto nel 1934 a soli 25 anni. Hanno per titolo “La voglia di vivere”. Sono stati scanditi in molte piazze arabe negli ultimi mesi.

«Se un giorno un popolo sceglierà di vivere,

il destino dovrà rispondergli in modo favorevole.

La notte sarà destinata a finire.

Di certo le catene si spezzeranno.

E chi non avrà abbracciato l’amore per la vita,

evaporerà nell’aria e sparirà».

Che succederà?

E’ da un po’ che non scrivo post. Riparto da un articolo che ho letto su Nigrizia di aprile e che ho ripreso in mano stamattina. E’ un editoriale sul futuro a breve termine dell’Egitto. Cosa succederà nei prossimi mesi? Val la pena seguire in estate l’evoluzione degli eventi… L’articolo è di Mostafa El Ayoubi

Si è concluso un inverno politicamente burrascoso per il mondo arabo, che ha spazzato via due dittatori e ridotto a uno stato di estrema fragilità altri leader, che però continuano ad aggrapparsi alle loro poltrone con l’uso dell’unico linguaggio che conoscono per comunicare con i “loro” popoli: la violenza. La situazione attuale nel Bahrein e nello Yemen è drammatica. Quella in Libia è infernale. Tutto ciò fa supporre che la primavera tanto attesa dai popoli arabi non sarà quella appena iniziata. In questi paesi, dove la gente continua a scendere in piazza a gridare «a-shaab yurid jsqat a-nidam» (“il popolo vuole far cadere il regime”), non è possibile prevedere quello che accadrà. Ma nemmeno per i tunisini e gli egiziani, che si sono liberati di Ben Ali e Mubarak, si può affermare con certezza che questa primavera sarà la loro vera prima stagione di democrazia e di libertà. L’avvenire politico, sociale, economico e culturale del mondo arabo dipenderà in gran parte da quello che avverrà nei prossimi mesi in Tunisia e, soprattutto, in Egitto. La tanto temuta controrivoluzione in questi paesi non c’è stata, o perlomeno in questa fase. In Egitto, il tentativo degli uomini di Mubarak di “confiscare”la rivoluzione è stato scongiurato, perché gli egiziani sono rimasti vigili nella Piazza Tahrir, finché i militari hanno accettato di affidare il compito di capo di governo transitorio a Issam Charaf che aveva sostenuto la rivoluzione. Tuttavia, il compito di quest’ultimo è limitato a un’amministrazione degli affari correnti. In effetti, sono i militari i veri padroni sul campo. Sono stati loro a fissare la data per il referendum (19 marzo), ma per emendare la costituzione, non per formularne una ex-novo, come chiedeva il popolo. Il referendum è passato con il 77,2% per il sì, ma dei 45 milioni di aventi diritto, solo 18,5 milioni hanno votato. E saranno sempre i militari a stabilire le date delle prossime elezioni amministrative e presidenziali, probabilmente tra l’estate e l’autunno prossimi. Una scadenza, questa, che non darà il tempo necessario ai partiti di organizzarsi, favorendo così quelli che erano già operativi sotto la protezione dell’ex regime, tra cui il Partito nazionale democratico (Pnd). Gli egiziani temono che il Pnd, il partito di regime, dopo essere uscito per la porta, rientri dalla finestra, e che sia la riforma costituzionale sia le lezioni facciano parte di un’operazione di lifting per consentire al vecchio apparato del regime di ritornare al potere.

In questo quadro politico poco chiaro, i partiti progressisti, liberali e laici faranno fatica a trovare spazio. È molto probabile che la partita si giocherà tra il vecchio (ma riciclato) Pnd e gli islamisti del movimento dei Fratelli Musulmani (due formazioni che non hanno mai fatto della democrazia il principio centrale del proprio agire politico). Se ciò dovesse accadere, il regime politico che nascerà sarà tutt’altro che democratico. Ma ciò che preoccupa molti oggi sono sopratutto gli islamisti. Se dovessero vincere le elezioni, istituiranno uno stato teocratico basato sulla shari’a? Allo stato attuale delle cose, nemmeno loro si pongono tale domanda. Primo, perché la rivoluzione del 25 gennaio non è stata né organizzata né capeggiata dagli islamisti, ma da giovani di diversa estrazione sociale, culturale e politica; le rivendicazioni non erano religiose, ma sociali e politiche; lo stato islamico non era all’ordine del giorno. Secondo, l’approccio alla rivolta da parte degli islamisti non è stato uniforme. I Fratelli Musulmani hanno aderito solo dopo qualche esitazione, mentre il variegato movimento salafista – la cui ideologia prevalente si basa su una teologia di sottomissione che consiste nell’obbedire a un regime, anche se totalitario, purché garantisca l’ordine – si è chiaramente opposto alle contestazioni. La posizione salafista è, in gran parte, conforme alla dottrina wahabita dell’Arabia Saudita. In effetti, il muftì di questo paese aveva bollato le proteste come «macchinazione dell’Occidente».Tra i predicatori salafisti c’è persino chi ha definito la rivolta «un complotto sionista». Sul piano ideologico, vi è una netta contrapposizione tra i salafisti e i Fratelli Musulmani. Questi ultimi, nel corso della loro evoluzione dottrinale, avevano adottato concetti estranei al pensiero islamico classico, come la costituzione e il suffragio universale. Questa evoluzione è considerata dai salafisti «un tradimento e un cedimento alla modernità occidentale». La frattura all’interno della galassia islamista rende impraticabile l’ipotesi della creazione di uno stato islamico basato sulla shari’a in un paese finora controllato dall’esercito militare, ma che vede avanzare un altro esercito civile, quello dei giovani, che ha fatto la rivoluzione, non con i carri armati, ma attraverso una straordinaria rete di comunicazione globale. E se i Fratelli Musulmani – il cui peso socio-politico è tutt’altro che marginale – intendono contribuire alla rinascita dell’Egitto assieme ad altre forze politiche, dovranno adeguarsi alle regole del gioco democratico e trasformarsi in “islamisti democratici”, com’è avvenuto per i partiti politici di ispirazione cristiana in Europa. 

Una rivolta musicale

Dopo aver postato tanti articoli sulla crisi dei paesi che si affacciano sul mediterraneo africano, aggiungo questo pezzo di Laura Sponti preso da XL. Parla di rapper tunisini che da tempo cantano il desiderio di libertà, più un pezzettino finale su Karkadan che dal 2003 vive in Italia.

«C’è qualcosa che dovete vedere subito». Siamo appena atterrate a Tunisi, il tempo di lasciare i bagagli in albergo e il telefono già squilla: è uno dei nostri contatti. L’appuntamento è nella piazza, della Kasbah, la zona dei palazzi del potere, ai tempi del raìs vietata ai cittadini. Sono i canti a raggiungerci prima delle immagini. Canzoni arabe spezzate da versi rap. La piazza è stata nuovamente occupata con un tam tam sulla Rete, per chiedere che se ne vadano tutti «i complici di Ben Ali», insediati nei posti di comando, e un migliaio di persone è qui con le loro tende per far vivere la zona giorno e notte. Musica, interventi da un palco improvvisato sulla scalinata del ministero delle Finanze, capannelli, slogan. Mi dicono «Questa è la Tunisia che vogliamo». E riprendono a urlare: Degagé, degagé, degagé, sgombrate il campo. Sono tutti giovani, ragazzi e ragazze con o senza velo, perché questa è una rivoluzione di giovani e il rap è più di una colonna sonora. «Il rap ha seminato da molto prima della rivoluzione il germe della rivolta», come dice Akram Hamdi in arte Campos, degli Armada Bizerta, crew clandestina di ventenni. Il regime non ha perdonato: il rapper El General, 21 anni, è stato arrestato per una canzone contro Ben Ali. Manette per far tacere chi ha chiesto non solo pane, ma libertà di sognare e costruire il proprio futuro. El General è ormai libero. Per incontrarlo partiamo per Sfax, seconda città del paese a tre ore da Tunisi. Sfax affaccia su quel mare che per anni ha rappresentato l’unica speranza di cambiare vita in un paese dove la disoccupazione giovanile supera il 60 per cento a fronte di 80.000 laureati all’anno. Ci aspetta di fronte all’ambasciata libica presidiata dai militari dove si protesta contro Gheddafi. El General racconta di come è stato catturato da una trentina di poliziotti all’inizio della rivolta di gennaio. Gli agenti sono arrivati a casa sua nel cuore della notte e l’hanno portato nelle celle del Ministero degli Interni a Tunisi insieme ad alcuni blogger. Lì dove si tortura. Ci spiega che a far scattare l’arresto sono stati i testi di Tounes Bladna: «La Tunisia è il nostro paese, e i suoi uomini non si arrendono mai, la Tunisia è il nostro paese, mano nella mano, tutta la gente, la Tunisia è il nostro paese, oggi non abbiamo ancora trovato pace». Ma anche e soprattutto Raìs Le Bled. Una video lettera a Ben Ali postata in Rete: l’invito a scendere in strada e vedere la sofferenza del paese. Parla poco e solo in arabo Hamada Ben Amor: è timido nonostante il suo nome di battaglia, El General, che ha scelto perché si sente in battaglia. Lui e gli altri rapper. «Sono stato minacciato e interrogato. Ho passato tre giorni in isolamento. E temevo il peggio… La mia salvezza è stata che la notizia si era diffusa in Rete e così non mi hanno toccato». Le prime minacce gli erano arrivate già nel 2008. «Tramite uno zio che lavorava al Ministero degli Interni, mi era stato dato l’amichevole consiglio di smettere di parlare di alcune cose e di dedicarmi al lato più ludico della musica. Ma io ho continuato: tanto dopo un ventennio eravamo tutti con il piede nella fossa». A farci da interprete c’è Hessen Kossentini, aka Don Koss, suo grande amico nonché arrangiatore e produttore. Ha 32 anni e una piccola casa di produzione indipendente, la Hard Bits, che ha messo su clandestinamente, in un sottoscala di Tunisi quando era studente. Ci racconta del suo risveglio il 18 dicembre 2010, una mattina come tante altre, quando trova sul suo Facebook la notizia che a Sidi Bouzid, cittadina nel centro della Tunisia, un venditore ambulante Mohamed Bouaziz di 26 anni si è ucciso dopo l’ennesimo sopruso da parte della polizia che gli ha sequestrato il suo carretto di verdura e legumi. Un ragazzo come se ne incontrano tanti in Tunisia, aveva studiato, era curioso della vita e con un sogno: avere una possibilità nella vita. E andato sulla piazza principale e si è dato fuoco. E altri cinque giovani hanno fatto lo stesso nei giorni successivi. «Bouaziz ha finito quello che il rap ha iniziato, è stata la miccia della rivoluzione…», dice Don Koss.

All’improvviso smette di parlare. «La polizia…». Si gira per controllare che nessuno lo stia ascoltando. Perché se il dittatore è fuggito, a capo del governo c’è ancora uno dei suoi: Mohamed Ghannouchi, «uno dei cani che ci ha lasciato Ben Ali», come dice El General. E’ venerdì 25 febbraio quando partecipiamo alla grande manifestazione, c’è il sole e la gente è allegra, canta, e cantando chiede le dimissioni di Ghannouchi. Kazy, aka Mr Ta.k.a, ci accompagna in piazza e sarà con noi per tutto il giorno. Ci racconta di come il rap «sia stato più forte di ogni censura. Cantavo per la strada anche mentre ci sparavano addosso. Per esorcizzare la paura e per tenerci uniti». Kazy ha 27 anni, vissuti tra rap, pugilato e motociclismo. È di El Morouj la banlieue sud di Tunisi dove altissime barricate hanno tenuto lontana la polizia. Al tramonto tutti insieme ci spostiamo verso il centro, Avenue Bourghiba per la precisione. Una grande via che ricorda un boulevard francese con i suoi caffè, ma qui ci sono carri armati e filo spinato. Partono i primi spari contro la folla. I tetti sono pieni di cecchini. Possono colpire tutti. A terra rimangono uccisi quattro giovani. I ragazzi rispondono alle pallottole con le pietre. E durante l’ennesima corsa per sfuggire alle raffiche che Kazy intona un rap: «Guardate cosa fa vostro padre, (il raìs e i suoi, ndr) come uccide la nostra gente, come la nostra aria è diventata irrespirabile e non solo per i lacrimogeni». Una cosa che non scorderò mai più.

Sabato è un nuovo giorno della rabbia con ancora scontri e altre vittime (almeno dieci). Sfilano i funerali dei ragazzi uccisi. In silenzio. Lungo il percorso brucia un commissariato e la bandiera della Tunisia strappata dall’ufficio di polizia viene deposta su una bara. La Tunisia è tutta un tumulto. Il ministero degli Interni vieta Music Of Revolution, il concerto organizzato a Biserta dalla Mezzaluna Rossa e dalla crew Armada Bizerta per raccogliere fondi destinati alle «famiglie dei martiri», i caduti della rivoluzione. Gli Armada Bizerta sono tre ragazzi giovanissimi malati di musica e rivoluzione. Li conosciamo nel loro minuscolo studio di registrazione, ricavato da una cucina della casa di uno di loro a Biserta: al muro un volto di Bob Marley, immagine vietata dal regime ma che i tre hanno sempre tenuto appesa. Insieme a una foto di Elvis Presley, il peluche di un orso bianco e la copertina con pugno chiuso del vinile di Power In The Darkness di Tom Robinson. E con un grande pugno chiuso sullo sfondo si presentano ai loro concerti. Comunisti? No, dicono gli Armada. Loro si sentono liberi, indipendenti e laici. Hanno sempre agito in clandestinità, lasciando uscire le tracce di notte, liberandole nel Web e affidandole alla potenza di social network in un paese dove il 34 per cento dei dieci milioni di tunisini è connessa alla Rete. Malek Khemiri, 21 anni, studente di scienze politiche, giuridiche e sociali e una delle voci di Armada Bizerta immagina oggi il suo futuro: «Pieno di ossigeno. L’ancien regime ci soffocava e ci divideva. I giovani non erano uniti, il paese nemmeno. Il Presidente ampliava le differenze tra nord e sud, est e ovest. Ora abbiamo capito che siamo tutti tunisini e arabi. Abbiamo le stesse origini, parliamo la stessa lingua e vogliamo le stesse cose. La religione e la laicità possono convivere, così come le persone». Veniamo raggiunti nello studio-cucina da Lak3y, 25 anni, rapper del SounD Of FreeDoM, un collettivo e una etichetta discografica indipendente che raggruppa musicisti, graffitari, skater. Lak3y è diplomato in computer grafica e disoccupato da tre anni. I suoi testi sarcastici hanno raccontato di una Tunisia come il migliore dei mondi possibili: «Uso l’umorismo e a volte anche un po’ di cinismo perché è più facile raggiungere la gente in questo modo. In anni di dittatura abbiamo imparato a ridere delle nostre tragedie, come tutto il mondo ha poi potuto vedere non siamo un popolo che si piange addosso». La giornata passa tra freestyle improvvisati e una visita al campo da calcio dove un writer ha dedicato un murale agli Armada. E arriva la notizia delle dimissioni del primo ministro Mohamed Ghannouchi, sostituito da un vecchio sindacalista. Accolta con gioia ma anche preoccupazione. Perché la partita non è ancora chiusa. Lasciata Biserta raggiungiamo La Goulette, banlieue nord di Tunisi. Qui, dove abita, ci aspetta Mousse, 24 anni, che ha iniziato a fare rap da ragazzino. «Mi dicevano: parla di tutto, tocca gli argomenti che vuoi, ma non azzardarti a metterci in mezzo la politica. Ma io ho continuato a raccontare la realtà. Il primo testo che ho scritto andava contro la censura e il muro di silenzio tra le persone… Che cosa potevo fare? Cantare del nostro mare e della cucina tunisina? Oggi il nostro pubblico non è formato più solo da under trenta. Gli adulti hanno capito che questa rivoluzione è stata guidata dai giovani». I “grandi”, come li chiama Mousse, hanno capito che dopo i ventitré anni di silenzio della dittatura se proprio non vogliono ricominciare a parlare, devono quantomeno reimparare ad ascoltare. Ascoltare quei versi rap che sfidano anche le pallottole.

 

KARKADAN, RAPPER EMIGRATO: «SONO FIERO MA LASCIATE PERDERE I GELSOMINI» Karkadan è un noto rapper tunisino e vive a Milano da otto anni. Un nome che significa rinoceronte, ha scelto questo aka per la forza e il fascino di un animale corazzato, ma anche per il luogo dove vive: «Nel fango ed è da lì che io vengo», mi dice. Karkadan ha sempre mantenuto un legame con la Tunisia, ha scritto e cantato pezzi che raccontavano la situazione al di là del mare. E per queste canzoni, spiega, ha avuto minacce e problemi da parte del consolato tunisino e da chi gli sta intorno. Non gli piace la definizione rivoluzione dei gelsomini. «Sono morti tanti giovani per questa rivoluzione, e sono morti per la dignità e la libertà. L’idea dei gelsomini rimanda all’idea che hanno avuto gli europei di un posto bello e profumato dove trascorrere le vacanze. Per noi è tutt’altro, è di color rosso sangue e odora di bruciato, altro che gelsomino! Sono molto fiero della mia gente e la mia speranza è che le nuove generazioni di rapper conoscano la libertà di esprimersi senza il rischio di essere perseguitati o censurati. Mi resta una gran preoccupazione per il futuro… Dobbiamo essere vigili, temo che gli islamisti integralisti e le fazioni comuniste più estreme possano prendere il potere e questa sarebbe la nostra rovina!»

E ora? E poi?

Posto questo ottimo articolo pubblicato sul sito di Limes.

Odyssey Dawn: l’inizio di un conflitto imprevedibile

di Claudia Gazzini

Non avrei mai pensato che sarebbe venuto il giorno in cui mi sarei trovata d’accordo con la Lega Nord. Ma oggi forse è così. Non mi riferisco al pericolo sbandierato da Bossi sulla possibile invasione di profughi provenienti dalla Libia. Al contrario, credo che sarà doveroso aiutare chi fuggirà dal paese. Mi riferisco invece al fatto che la Lega è l’unica coalizione politica italiana che ha preso posizione contro la chiamata alle armi.

Non si tratta di pacifismo ideologico a tutti i costi, ma di una posizione, simile a quella della Merkel, dettata dal timore che i bombardamenti aerei in sé non bastino né a mettere fine al quarantennio di Gheddafi né a tutelare i libici. Credo anch’io che ci sarebbe voluta più cautela e un’accurata analisi della situazione prima di votare a favore di un intervento militare internazionale contro il regime di Tripoli.SpecRpt_MITCHELL_0319_615PM_320x240.jpg

La velocità con cui il Consiglio di Sicurezza ha approvato la risoluzione 1973 e con la quale Francia, Inghilterra e Stati Uniti sono passati ai fatti ha colto tutti di sorpresa. Qualcuno dirà che non c’era tempo per riflettere. Le immagini di Bengasi assediata all’alba di un possibile ulteriore massacro dei civili sollecitavano una decisione rapida. Altri diranno che ragioni di Stato ci hanno spinto a questo intervento immediato.

Inutile sprecare fiato in un dibattito politico sui pericoli dell’intervento. Di fronte alla minaccia di vedere la Francia rimpiazzare l’Italia come primo partner commerciale della Libia e alla possibilità di lasciare che la futura politica mediterranea fosse decisa oltralpe, il governo non ha potuto far altro che salvare il salvabile accodandosi alla coalizione internazionale. Era anche chiaro che, avendo pubblicamente denunciato Gheddafi come sovrano illegittimo, l’Italia (e dunque l’Eni) desiderasse ormai una rapida uscita di scena del Colonnello, il quale aveva già minacciato di offrire le risorse naturali libiche a Russia, Cina e India.

Comunque sia, ora che sono iniziati i bombardamenti sui cieli di Tripoli, è più che mai urgente fare luce sulle possibili conseguenze di questa scelta pericolosa. Se avessimo la certezza che un divieto di sorvolo aereo e un bombardamento delle installazioni strategiche siano sufficienti per far arrendere Gheddafi, impedire l’assedio a Bengasi e permettere così alla Libia di diventare un paese democratico, sarei io la prima degli interventisti. Ma le cose non stanno così. È più probabile che l’imposizione della no-flyzone sia solo l’inizio di un lungo e complicato percorso dai risvolti imprevedibili sia sul piano tattico-militare che sul fronte domestico libico.

Il primo ovvio problema è l’idea che la no-fly zone sia uno strumento per proteggere i civili. Si inizia con un bombardamento aereo di basi militari e installazioni strategiche per annientare la capacità di fuoco delle forze di Gheddafi e ridurre quindi il rischio che vengano abbattuti i velivoli della coalizione impegnati nel pattugliamento dello spazio aereo libico. Lo scopo di tale operazione – ci viene detto – è di impedire che Gheddafi faccia volare i suoi aerei per assediare la popolazione civile nelle zone che si sono sollevate contro il raìs.

Tuttavia, a me risulta che fino ad ora gli aerei del Colonnello sono stati impiegati per riconquistare i terminal petroliferi di Brega e Ras Lanuf e per distruggere depositi di armi e munizioni in mano ai rivoltosi, e non contro i centri abitati. Le notizie di bombardamenti aerei su Tripoli diffuse nelle prime settimane della crisi libica si sono dimostrate infondate. Anche l’aereo in fiamme che precipita sopra un quartiere residenziale di Bengasi la mattina dopo l’inizio dei bombardamenti alleati – le cui immagini sono state usate per dimostrare che Gheddafi era pronto a bombardare la città ribelle – non era un aereo del Colonnello ma dell’opposizione.

Ciò che è certo è che nei centri abitati, anche nelle città più assediate come al-Zawiya e Misurata, gli attacchi ai civili sono stati effettuati mediante carri armati. Ancora più letali si sono mostrate le scorribande delle milizie del regime su jeep o pick-up trucks. È sufficiente dunque una no-fly zone per proteggere i civili? E se le rappresaglie dell’artiglieria dei fedeli di Gheddafi dovessero continuare, quale ulteriore strategia militare verrà adottata per frenare il raìs?

Il secondo problema è nell’attuazione della no-fly zone. È stato annunciato che il pattugliamento dello spazio aereo libico si concentrerà principalmente lungo la zona costiera (lunga oltre mille chilometri) dal confine con la Tunisia a quello con l’Egitto. È la zona più popolata del paese dove si trova la gran parte delle installazioni militari del governo di Tripoli. Il pattugliamento non prevede la copertura del sud perché i libici di questa zona prevalentemente desertica si sono dichiarati neutrali oppure fedeli al regime e quindi non c’è ragione di temere in tali aree un attacco contro civili. Tuttavia il confine meridionale della Libia, considerata storicamente la porta dell’Africa, è strategico perché da qui possono arrivare rinforzi militari al governo di Tripoli.

Molti stati africani infatti, storici alleati del raìs, hanno ribadito la loro fedeltà a Gheddafi. Tra questi spicca il Ciad, confinante con la Libia, il cui presidente Idriss Deby è rimasto al potere in parte grazie al sostegno finanziario del Colonnello. Si crede che nelle prime settimane del conflitto Deby abbia rifornito il governo di Tripoli di armi e uomini. Per questa ragione l’ambasciatore libico a N’Djamena è ora nella lista nera delle Nazioni Unite con l’accusa di aver reclutato mercenari. Se la no-fly zone non verrà estesa al confine meridionale la coalizione internazionale non potrà impedire l’arrivo di aiuti militari provenienti da Ciad, Mali, Niger e Algeria.

Il terzo problema è nella tacita convinzione che la no-fly zone costringerà il Colonnello e i suoi fedeli ad arrendersi. La risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza non pone come fine ultimo la rimozione di Gheddafi, ma solamente la protezione della popolazione civile. Tuttavia è chiaro che tra i membri della coalizione internazionale sia radicata la convinzione che la sovranità di Gheddafi non sia più legittima. Di conseguenza l’unico modo per garantire un futuro democratico alla Libia (e tutelare gli interessi dei paesi della coalizione) è far uscire di scena il raìs.

La Francia, paese leader dell’intervento militare, ha già riconosciuto il consiglio rivoluzionario di Bengasi come il rappresentante legittimo del popolo libico. Anche gli altri alleati della coalizione sono consapevoli che al punto in cui si è giunti lasciare al potere Gheddafi significa mettere a rischio la stabilità politica ed economica del Mediterraneo. Ma cosa farà la coalizione internazionale se la no-fly zone non basterà a far soccombere il Colonnello? La coalizione non si arresterà fino a quando non lo porterà davanti al tribunale dell’Aja o lo avrà fisicamente eliminato?

Da queste domande emerge un quarto problema, ovvero fin dove il mandato Onu permetterà alla coalizione internazionale di operare e fin dove hanno intenzione di spingersi i paesi che partecipano all’intervento. La risoluzione 1973 non si limita a sancire la legalità di una no-fly zone, ma permette di utilizzare “tutte le misure necessarie” per fermare l’assedio alla popolazione civile e tutelare gli interessi della popolazione libica. E questo è un mandato piuttosto ampio. È pur vero che la risoluzione esclude esplicitamente un intervento di terra, ma lasciare alla coalizione la possibilità di usare tutte le misure necessarie dà loro una ampia possibilità di manovra.

I bombardamenti delle forze alleate, quindi, potrebbero non limitarsi a bersagli strategici (aeroporti, basi militari e radar), precondizione, come abbiamo detto, per l’imposizione della no-fly zone. I bombardamenti potrebbero continuare ogni qual volta la coalizione riterrà che la popolazione civile sarà in pericolo. A rigor di logica anche la presenza di carri armati e truppe del raìs messi a pattugliare le strade di Tripoli potrebbero essere ragione sufficiente per estendere il bombardamento.

Quali sono “tutte le misure” che la coalizione ha intenzione di usare e oltre le quali non andrà? Innanzitutto armare le forze dell’opposizione di Bengasi così che possano difendersi da possibili incursioni via terra da parte delle forze di Gheddafi. Armare l’opposizione è previsto dal mandato Onu e quindi legittimo. Ma se un domani le forze dell’opposizione, ben equipaggiate e addestrate grazie agli aiuti degli alleati, dovessero poi passare dalla difesa all’attacco e muovere contro Tripoli, sarebbe sempre con il beneplacito delle Nazioni Unite?

Il quinto problema è chi c’è e chi non c’è nella coalizione. Prima di intervenire gli Stati Uniti hanno sostenuto che le condizioni necessarie per un intervento contro Gheddafi dovevano essere un mandato Onu, la creazione di una coalizione multilaterale e l’appoggio della Lega Araba e dell’Unione Africana. L’approvazione Onu è arrivata di sorpresa quando il consiglio di sicurezza ha approvato la risoluzione 1973 con un voto 10-0 in favore e 5 astenuti. La composizione della coalizione internazionale è emersa al summit di Parigi a meno di 48 ore dall’approvazione della risoluzione.

L’ok della Lega Araba è arrivato ancora prima del voto al palazzo di vetro, e ha permesso al Libano, unico membro arabo sul consiglio di sicurezza, di votare a favore della risoluzione. Ma la grande assente rimane l’Unione Africana. Considerato inizialmente un prerequisito per l’intervento, l’appoggio dell’Unione ha inspiegabilmente perso importanza. Non solo, ma il disaccordo con la coalizione e la condanna dell’attacco da parte dell’Unione sono state palesemente ignorate. I tre stati africani del Consiglio di Sicurezza hanno appoggiato la risoluzione Onu.

L’Unione si è invece rifiutata di prendere parte al vertice di Parigi, riunendosi invece lo stesso giorno in Mauritania per studiare una soluzione diplomatica alla crisi libica. È ovvio che l’opposizione dell’Unione non avrebbe potuto fermare la coalizione , tanto più che – si sa – l’Unione ha in Muammar al-Gheddafi il suo maggior finanziatore. Ma non credono i membri della coalizione che il mancato appoggio dell’Unione Africana all’intervento possa favorire la collaborazione sia finanziaria che militare degli stati africani con il regime di Gheddafi e contribuire così a tenere in vita il regime di Tripoli?

Ma oltre agli aspetti strategico-militari, sono problematiche le ripercussioni che l’intervento della coalizione potrebbe avere nella Libia del futuro. L’intervento della coalizione internazionale rischia infatti di alienare tripolini che finora sono stati spettatori relativamente quieti di un conflitto tra Gheddafi e le forze dell’opposizione. Con l’eccezione di alcuni abitanti dei quartieri di Tajura e Fashlum, dove ci sono stati scontri con le forze governative, la gran parte degli abitanti della capitale (che conta quasi due milioni di persone) non ha preso parte attiva alle proteste contro il regime. Ora invece gli abitanti di Tripoli rischiano di diventare le vittime di una guerra che non hanno mai voluto.

Per questo molti tripolini hanno iniziato a condannare la chiamata alle armi che i loro connazionali di Bengasi hanno rivolto all’Occidente e ad avvicinarsi alla posizione antioccidentale del raìs. Di conseguenza si rischia di provocare una cesura, che prima dell’intervento non c’era, tra tripolini e bengasini. È stato il consiglio nazionale di transizione di Bengasi a richiedere l’intervento straniero contro Gheddafi ma al momento sono i tripolini che ne stanno subendo le conseguenze. A lungo termine ciò significa che l’intervento aereo in corso contro il regime, che agli occhi dei tripolini appare come l’inizio di una nuova guerra coloniale, indebolisce la possibilità che la transizione politica dopo Gheddafi possa avvenire in maniera pacifica e compatta. Ciò che l’intervento della coalizione mette a rischio è l’unità nazionale libica.

Forse, prima di lanciare le bombe contro Tripoli, sarebbe stato il caso di soffermarsi almeno su alcuni di questi problemi. Sarebbe stato anche opportuno decidere fin dall’inizio la leadership militare della coalizione. Ciò per non trovarci a dover seguire in gran fretta una politica interventista dai modi incerti e soprattutto voluta da altri. A tre giorni dall’inizio dell’intervento, l’Italia brancola nel buio. Calma e prudenza ci avrebbero giovato.

Dare per scontato

Leggendo il bell’articolo di Azzurra Meringolo preso da www.rivistailmulino.it mi è venuto in mente che spesso ci capita di dare per scontate alcune cose come andare a votare, confrontare idee diverse e magari opposte, esprimere liberamente opinioni. L’esercizio dei diritti si accompagna a quello dei doveri, è la condizione per rendere possibili gli spazi di libertà e di espressione.

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Il Cairo, 21/03/2011

La prima volta ai seggi. “Awal marra” continuavano a ripetere mentre stavano in fila, a volte anche per più di un paio d’ore. “È la prima volta” questo il motto degli egiziani che sabato hanno assolto, dopo anni di sudditanza, il loro dovere di cittadini, votando al referendum che deciderà se approvare o meno gli emendamenti costituzionali proposti dalla Commissione  nominata dal Consiglio delle Forze Armate il 15 febbraio scorso, poco dopo la caduta di Mubarak. “È la prima volta che sono andata a un seggio e ho avuto la sensazione che quello che scrivevo sulla scheda avrebbe avuto un peso” scrive una blogger egiziana. “Per la prima volta io non avevo paura di dire quello che avrei votato”, commenta un’altra utente. L’appuntamento elettorale è arrivato dopo settimane che, avvicendandosi sul palcoscenico di piazza Tahrir, roccaforte della rivoluzione del 25 gennaio, giovani e adulti non facevano altro che spiegare perché sostenevano il “sì” o preferivano il “no”. Nelle vie del centro si sono visti capannelli di gente che rifletteva pubblicamente sull’argomento, cosa che al Cairo, a causa della morsa che il regime aveva stretto attorno alla libertà di espressione, non si vedeva da decenni.

Anche se sulla questione referendaria non esisteva un consenso unanime, tutti concordavano su almeno due aspetti. Il referendum di sabato sarebbe stato una pietra miliare della storia del Paese, probabilmente il primo appuntamento elettorale non truffato degli ultimi sessant’anni. Ciononostante questo ha navigato in un mare di confusione visto che quando, dopo l’uscita di scena del raís Mubarak, i militari hanno preso il potere, hanno di fatto sospeso la Costituzione, lo stesso testo del quale hanno chiesto in questa votazione l’approvazione del cambiamento di alcune sue briciole. Gli emendamenti costituzionali proposti introducono alcuni cambiamenti per quanto riguarda l’elezione del presidente: limitano la durata della presidenza a due mandati di quattro anni ciascuno, reintroducono la supervisione giuridica delle elezioni, rendono più complicato per il presidente mantenere lo stato di emergenza e lo obbligano a nominare un vicepresidente, impedendogli di avere una moglie straniera. Prevista poi l’aggiunta di un comma all’articolo 189, per permettere al Parlamento di emendare la Costituzione.  Anche se sembrano tutti passi positivi, tra gli emendamenti più criticati c’è quello che definisce i criteri per l’eleggibilità del presidente, perché anche se sono stati ampliati, continuano ad essere restrittivi. Tuttavia, non sono stati tanto questi tecnicismi a dividere il fronte del “sí” da quello del “no”, quanto le conseguenze che tale referendum potrebbe avere sul processo di transizione in corso. Dicendo di volersi liberare dei militari al più presto possibile, i sostenitori del “sì”, la Fratellanza Musulmana, il Wafd, e le briciole del Partito Nazional Democratico del deposto raís, sanno che una volta approvati  tali emendamenti si andrebbe in fretta a elezioni parlamentari e presidenziali. Ed è proprio questo aspetto a preoccupare maggiormente il fronte del “no”, nel quale troviamo tutti gli altri movimenti di opposizione e l’ala riformista della Fratellanza, che ritengono prematuro andare a elezioni ora, non sentendosi adeguatamente pronti a tale appuntamento e temendo di lasciare gioco facile alla Fratellanza, che ha tutti gli interessi ad accelerare i tempi. Tra chi si oppone agli emendamenti troviamo anche il Movimento del 6 aprile, i giovani protagonisti della rivoluzione, e i due candidati alle prossime presidenziali, Amr Moussa e Mohammed El Baradei, al quale alcuni estremisti islamici hanno impedito di votare, lanciandogli sassi quando l’hanno visto arrivare nei dintorni del seggio. A parte qualche sporadico episodio di disordine, fuori dai riflettori degli ultimi tempi, l’Egitto ha vissuto la sua grande giornata, quella che ha segnato l’inizio di un pezzo di cammino, difficile, ma entusiasmante. I dati definitivi non sono ancora noti, ma ormai indietro non si torna. Nonostante i rischi di una controrivoluzione.

In memoria delle vittime delle mafie

Giornata della memoria e dell’impegno Si ricordano le vittime delle mafie Centro Balducci – Lunedì 21 marzo ore 18.00

E’ questa l’occasione nella quale “Libera” rilancia ogni anno un impegno che non deve venire mai meno.
In continuità con le altre edizioni, il 21 marzo 2011 ribadisce con forza la voglia di tanti di essere contro tutte le mafie, contro la corruzione politica e gli intrecci clientelari che alimentano gli affari delle organizzazioni criminali e l’illegalità, e di voler continuare a costruire percorsi di libertà, cittadinanza, informazione, legalità, giustizia, solidarietà.

Con alcuni momenti di riflessione e la lettura dei nomi delle vittime delle mafie.


Su Gheddafi e tutto il resto…

E’ uscito il nuovo numero di Limes tutto dedicato alla questione dei paesi in rivolta. Il titolo è tristemente attuale, benché non abbia alcun riferimento al Giappone: “Il grande tsunami”. Dal sito ho tratto questi articoli decisamente interessanti

23. La trappola dell’intervento.pdf

24. Le sabbie mobili dell’Arabia Saudita.pdf

25. Il ghibli soffia anche su Zagabria.pdf

26. Non ci sono pompieri per l’incendio mediorientale.pdf

27. La controrivoluzione d’Egitto.pdf

28. Le opzioni dell’America in Libia.pdf

29. Il giorno della rabbia in Arabia Saudita.pdf

Prima che

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Nel triennio abbiamo parlato in queste 2 settimane di quello che stava succedendo nel bacino del Mediterraneo, cercando di capire quello che stava realmente accadendo là. Tra le altre cose abbiamo anche riflettuto su come le vicende riguardassero da vicino l’Italia, anche per i notevoli interessi politici, economici, culturali coinvolti. Eppure due settimane fa nessuno si chiedeva quale vita conducessero gli abitanti della periferia di Tripoli o di Bengasi, di quali libertà godessero i cittadini del Cairo, quale impresa potesse mettere in piedi un piccolo imprenditore di Tunisi. La maggior parte di noi si interessa a questi paesi nel momento in cui deve andarci in vacanza (preferibilmente organizzata). Ma poco o nulla sappiamo di quanto succede al di fuori dell’Italia: qualcosa arriva dall’Europa, dagli Stati Uniti e nulla più. Purtroppo non possiamo fare affidamento sui canali televisivi e neppure sui giornali; ci dobbiamo affidare alla rete. Ed è necessario farlo: ormai penso sia visibile a tutti che viviamo in un mondo unico, in cui non è possibile essere interessati soltanto a quanto accade nel proprio orticello o al massimo nel cortile del vicino. E’ da tempo che dico quanto sia assurdo ripetere per tre volte durante il percorso scolastico la “storiella” (perché alla fine troppo spesso si riduce a questo) delle guerre puniche e non arrivare mai o quasi mai ad affrontare seriamente la storia contemporanea, che poi è la storia della nostra vita. Nei miei ricordi di bambino di 8 anni c’è l’immagine di mio padre in lacrime davanti alla tv durante i funerali del Generale Dalla Chiesa: la storia me la sono ricostruita da solo, perché nessun programma scolastico vi è mai arrivato (ma neppure agli anni ’60). Penso allora sia necessario mantenersi informati, aperti alle notizie, andandosi a cercare autonomamente i fatti da sapere senza attendere l’urgenza della cronaca e possibilmente sintonizzandosi sul cuore del mondo che non sempre ha un battito chiaro e distinto.

Ribollente

Ecco un’ulteriore infornata di articoli presi da Limes, Il Sole 24 ore e Nigrizia

17. Medio Oriente tra tecnologia e capitalismo.pdf

18. Internazionalizzazione della questione libica.pdf

19. Gheddafi contrattacca.pdf

20. I ribelli chiedono aiuto.pdf

21. Il ruolo della Cina.pdf

22. Costa d’Avorio nel caos.pdf

Vescovi e… vescovi

Per alleggerire un po’ l’urgenza e la drammaticità della cronaca riporto due brevi episodi tratti da un articolo di Giampietro Baresi

Bispo Flavio Cappio.jpg“… i mezzi di comunicazione brasiliani hanno sottolineato il comportamento, per niente diplomatico, di due vescovi brasiliani. Il primo, mons. Luís Flávio Cappio (in foto), vescovo di Barra (do Rio Grande), noto per due scioperi della fame fatti per protestare contro un faraonico progetto del presidente Lula, durante una visita in Germania si è visto offrire 100mila dollari. Dopo aver chiesto da dove venisse quel danaro e saputo che si trattava di una donazione di alcune imprese, ha risposto: «Non posso accettare soldi rubati agli operai e ai consumatori». Il secondo è mons. Manuel Edmilson da Cruz, vescovo emerito di Limoeiro do Norte. Lo scorso dicembre è stato invitato dal senato federale a ritirare la prestigiosa Comenda de Direitos Humanos Dom Hélder Câmara, per il suo impegno a difesa dei diritti umani. Grande è stata la sorpresa generale, quando, iniziando il suo discorso, ha detto: «L’onorificenza che mi viene offerta oggi non rappresenta la persona di dom Hélder Câmara. Anzi, la sfigura. Pertanto, senza risentimenti, ma agendo con amore e rispetto verso tutti i signori e le signore qui presenti, per i quali prego ogni giorno, non posso fare che una sola cosa: rifiutarla. Questa onorificenza è un insulto, un affronto al popolo brasiliano, ai cittadini che pagano le tasse per il bene comune, frutto del loro sudore e della dignità del loro lavoro». La settimana precedente, infatti, i politici si erano aumentati lo stipendio del 61,8%”.

Serve commentare? Naaaaaaa

Che ne è stato?

Nel post Cose mediterranee e non solo e in classe ci siamo chiesti cosa ne sia stato degli scontri tra cristiani e musulmani in Egitto antecedenti alla caduta di Mubarak. Oggi ho letto questo interessante articolo su Nigrizia di febbraio

CHI DIVIDE CRISTIANI E MUSULMANI

di Moustafa El Ayoubi

In Medio Oriente la strumentalizzazione politica dell’islam e l’ingerenza dell’Occidente sono i due fattori determinanti.attentato.jpg

Gli episodi di violenza contro i cristiani in Egitto e Iraq, avvenuti negli ultimi mesi del 2010, hanno riacceso i riflettori sull’annosa questione della discriminazione delle minoranze religiose nei paesi arabi. I cristiani dell’Iraq, dell’Egitto e di altri paesi mediorientali non sono minoranze etniche o culturali. Essi, in effetti, parlano la stessa lingua e hanno in comune con altri arabi molti usi e costumi. Ciò che differenzia gli arabi del Medio Oriente – culla del cristianesimo prima ancora dell’islam – è la religione. I cristiani d’Oriente hanno contribuito in maniera importante alla lotta politica durante il 19° secolo, alla resistenza contro il colonialismo e alla realizzazione del panarabismo. Lo storico partito politico arabo Ba’ath fu fondato nel 1947 da due siriani: Salah ai-din al-Bitar, musulamo, e Michel Aflaq, cristiano. Perché, allora, la convivenza secolare tra arabi cristiani e musulmani è in crisi da ormai molte decine di anni? È colpa dell’islam “intollerante nei confronti delle altre religioni”? La posizione del Corano riguardo al rispetto delle altre fedi è chiara. «Dite: Crediamo in Allah e in quello che è stato fatto scendere su di noi e in quello che è stato fatto scendere su Abramo, Ismaele, Isacco, Giacobbe e sulle Tribù, e in quello che è stato dato a Mosè e a Gesù» (2,136).

II problema di fondo è la strumentalizzazione politica dell’Islam. Negli ultimi 60 anni, i guai seri dei cristiani nel Medio Oriente sono nati con l’affermazione dell’islam politico, predicato dai movimenti radicali che si sono diffusi dopo il fallimento del panarabismo e come conseguenza del consolidamento dei regimi totalitari nella regione. Il caso dell’Egitto è significativo. Il movimento dei Fratelli Musulmani ha condannato il feroce attentato contro la chiesa copta ad Alessandria del 31 dicembre scorso. Tuttavia, la sua lotta politica è incentrata sull’edificazione di uno stato basato esclusivamente sulla shari’a. E ciò costituirebbe una discriminazione nei confronti dei cristiani egiziani. Anche il governo egiziano ha condannato la strage. Ma è nota la strumentalizzazione politica della minoranza cristiana da parte del regime. Sull’attentato sono rimasti molti dubbi.

La pista degli estremisti islamici rimane aperta. Ma vi è un forte dubbio circa la responsabilità del governo. Perché non sono state rafforzate le misure di sicurezza attorno alle chiese, dopo l’attentato mortale contro i cristiani nell’ottobre scorso in Iraq? È possibile che il regime abbia volutamente ignorato il pericolo? Rimane il sospetto che il presidente Mubarak si serva di questi tragici eventi per mantenere una politica securitaria, indispensabile alla sua dittatura. Il regime egiziano ha favorito un’islamizzazione simbolica di facciata per contrastare i Fratelli Musulmani, cercando così di dotarsi di una legittimità religiosa. Questa strumentalizzazione della religione ha, di fatto, marginalizzato i copti. La loro comunità affronta oggi insormontabili ostacoli burocratici per la costruzione dei propri luoghi di culto. Inoltre, i cristiani hanno meno possibilità di accedere ad alcuni incarichi nell’amministrazione pubblica e sono poco rappresentati nelle istituzioni del paese. C’è da notare che la gerarchia copta mantiene una posizione di neutralità nei confronti del regime. Per conservare privilegi, non interferisce nella politica se non per sostenere simbolicamente il regime. Il patriarca Chenouda III ha pubblicamente dichiarato, di recente, di essere a favore della candidatura del figlio di Mubarak alle prossime elezioni presidenziali. Un altro fattore determinante nel rendere sempre più complicata la situazione dei cristiani arabi è l’ingerenza – che dura da circa due secoli – di alcuni governi occidentali negli affari del Medio Oriente. La creazione di un sistema politico confessionale in Libano fu imposto dalla Francia, con l’intento di favorire gli interessi dei cristiani maroniti. In Iraq gli Usa hanno imposto uno stato “etnico-confessionale” condiviso tra sciiti, sunniti e curdi. L’ingerenza dell’Occidente “cristiano” in questa regione a maggioranza islamica ha portato alla sedimentazione nella memoria della popolazione musulmana di un’immagine negativa dei cristiani, visti come la quinta colonna delle potenze occidentali. Purtroppo l’atteggiamento odierno di alcuni governi europei rafforza questo grave pregiudizio. Qual è il sentimento che gli iracheni, alle prese con lutti e funerali causati da una devastante guerra americana, provano quando vedono l’Occidente scegliere le vittime della violenza da accogliere e da curare in base alla loro appartenenza religiosa? E che conseguenza ha ciò sulla convivenza tra due iracheni vicini di casa: uno musulmano e l’altro cristiano? A pagare il prezzo più alto di questa ingerenza sono i cristiani e i musulmani, figli della stessa terra.

Mediterranée

Posto un’altra serie di articoli. Consiglio il sito di Limes e di Linkiesta. Buona lettura

9. L’equilibrio dei bisogni.pdf

10. L’Occidente e le crisi petrolifere.pdf

11. Il potere dei Gheddafi.pdf

12. La Libia nel caos.pdf

13. La Libia e noi, storia delle crisi petrolifere.pdf

14. Libia, la rivolta delle tribù.pdf

15. Libia, dalla tribù alla coscienza nazionale.pdf

16. Questa rabbia laica contagerà la Palestina.pdf

Cose mediterranee… e non solo

In questi giorni sto cercando di seguire il più possibile la situazione che si sta sviluppando nella parte di Africa che si affaccia sul Mediterraneo. Negli ultimi anni non ricordo di aver visto manifestazioni popolari senza che venissero bruciate bandiere “occidentali” o simboli del mondo capitalista o senza che venissero invocati costantemente Allah e l’Islam. In Egitto, prima della caduta di Mubarak, le cronache erano concentrate sugli scontri tramusulmani e cristiani: cos’è sucesso? Si sono improvvisamente riappacificati? Tali scontri erano, in qualche maniera, pilotati, provocati? Sono tante le domande che mi passano per la mente e per trovare risposte possibili conosco una sola strada: conoscere, conoscere, conoscere. Posto qui sotto alcuni articoli tratti da Nigrizia, Limes, Corriere della Sera che abbiamo letto e commentato in classe o lo faremo a breve. Attenzione alle date perché non tutti sono recenti, ma certamente utili…

1. Maghreb, saldi di regime.pdf

2. Il crollo del Muro della paura.pdf

3. La fine del colonialismo inizia adesso.pdf

4. Le rivolte viste dall’Europa.pdf

5. Libia,il colonnello nel labirinto.pdf

6. Medioriente tra laicismo e fondamentalismo.pdf

7. Yemen.pdf

8. Fallaci e Gheddafi.pdf

Un modo diverso di essere maschi

Ieri sera ho partecipato a Zugliano a un incontro con Ugo Morelli su Etica, giustizia ed estetica. Durante la serata lo scienziato cognitivo ha fatto riferimento al suo sito dove ha postato questa interessante riflessione sui tempi di oggi e il ruolo del maschio.

stabiae_3.jpgSarebbe facile limitarsi a esprimere un profondo sentimento di vergogna per un certo modo di intendere la mascolinità. Seppure la vergogna debba essere riconosciuta come una risorsa decisiva per un’etica dei comportamenti. La prova è che di vergogna se ne vede poca in giro in quest’epoca in cui si propone come stile di vita il “tutto è possibile”. Chiedendosi un po’ più approfonditamente cosa sta succedendo è naturale legare il tutto all’espansione dei valori individualistici e all’arroganza che li accompagna, la cui radice è principalmente maschile, anche se spesso imitata anche dalle donne. Si tratta di un individualismo che è divenuto così pervasivo da essere dato per scontato, dimenticando del tutto il fatto che non necessariamente il valore della persona debba ridursi alla privatizzazione dell’esistenza. Siamo esseri relazionali e senza gli altri con cui riconoscersi non siamo niente, pur se possiamo arrivare a pensare di essere tutto. Diviene importante cogliere l’occasione per chiedersi che cosa vuol dire essere maschi oggi. Sappiamo con evidenza che il dominio maschile della società è un fatto storico. Nasce in un certo tempo e si impone come modello unico. Sappiamo, inoltre, che quel dominio è figlio di un’elaborazione nevrotica e spesso violenta delle nostre debolezze di maschi. Eppure non è difficile trovarsi in situazioni in cui, tra maschi, persiste il modello del cacciatore; si perpetuano i concetti della conquista e del non farsi scappare le occasioni. Per non parlare dei linguaggi e dei pregiudizi diffusi negli ambienti lavorativi e nella vita di ogni giorno a proposito delle capacità femminili e del loro riconoscimento. Rimane indicibile e inconcepibile in molti campi l’emancipazione e l’espressione professionale femminile. In questo quadro si inserisce lo squallore delle vicende italiane di queste settimane. Sembra oltremodo importante non anestetizzarsi e sentire il disagio e la vergogna, ascoltare fino in fondo il risentimento di essere maschi, se l’essere maschi può voler dire quello che vediamo accadere. Si cercano, di questi tempi che sono definiti di crisi dei valori, degli orientamenti e dei valori di riferimento. Uno dei valori a cui dedicarsi sembra certamente quello del riconoscimento del fatto che noi esseri umani, tutti, uomini e donne, siamo, emotivamente e affettivamente parlando, portatori di aspetti materni e paterni. Abbiamo bisogno sia di contenimento che di determinazione, sia di cura che di autorevolezza. Riconoscerlo vuol dire assumersi la responsabilità dello sdegno e del risentimento come segno di civiltà umana, maschile e femminile. Esiste un modo diverso di essere maschi ed è un dovere civile esprimerlo nei fatti.

Modernità, fondamentalismo o III via?

Posto ancora un articolo decisamente interessante sulla questione egiziana, visto che le proteste si stanno espandendo. E’ un pezzo di Enrico Beltramini, tratto da Limes

Benché i commentatori si distinguano tra quelli che dicono di capire tutto e quelli che dicono di non capire niente di quello che sta succedendo in Africa settentrionale, c’è un punto sul quale credo siamo tutti d’accordo. E cioè che tutte le interpretazioni possibili su quanto sta infiammando il mondo islamico possono essere riassunte in due grandi categorie: è una reazione alla modernità; è l’ingresso nella modernità. La prima interpretazione ha svolto un ruolo preminente negli ultimi dieci anni. La seconda è probabilmente quella che ne prenderà il posto.

Per anni abbiamo pensato che l’Islam fondamentalista fosse una reazione alla modernità. Liberate dal giogo colonialista, le nazioni mussulmane ritrovavano il loro baricentro in un mondo pre-moderno; meglio, non-moderno, visto che quelle nazioni non avevano vissuto la modernità. E, a quanto pare, non avevano alcuna intenzione di farne parte. La religiosità quindi diventava il collante di un sentimento più complesso e profondo, che aveva nella tradizione militante anti-occidentale la sua origine. Questa interpretazione prende il via con la rivolta iraniana del 1979 e tutto quello che ne seguì. I paesi islamici furono divisi tra non-democratici e secolari da una parte (cioè gli amici dell’Occidente) e non democratici e fondamentalisti dall’altra (i nemici). Ovviamente, i primi erano i regimi dittatoriali o militari (l’Egitto e l’Iraq erano tra questi). La secolarizzazione diventava il bagnasciuga sul quale fermare l’invasione dell’orda fondamentalista. Sia detto tra parentesi, il punto principale di questa visione era che l’Islam fondamentalista è una reazione. Implicita in questa interpretazione è l’idea che l’Occidente guida, l’Islam segue; anzi, reagisce. L’Occidente fissa le regole del gioco, l’Islam può accettarle o rifiutarle, ma a quanto pare è esclusa l’ipotesi che possa esso stesso fissare le regole di un nuovo gioco.

Questa la situazione fino all’11 settembre 2001. L’attacco alle Torri Gemelle ovviamente rimette in discussione le assunzioni precedenti. Però – anche in questo caso – le opzioni sono soltanto due: al-Qaida è espressione del fondamentalismo religioso; al-Qaida fa parte della modernità. L’amministrazione Bush propende per la prima ipotesi. Al-Qaida è un fenomeno anti-moderno che cerca di riportare indietro le lancette dell’orologio, alla creazione di un nuovo califfato islamico modellato sull’impero arabo del VII secolo. E ne trae le relative conseguenze: il fondamentalismo religioso alza la posta, il cuscinetto offerto dai regimi islamici secolari non offre più protezione, il terrorismo è diventato uno scontro frontale e diretto – senza intermediari – tra Occidente e Islam. Nel caso di Tony Blair la democrazia – cioè la modernità – prendeva il posto della croce nella nuova guerra con l’Islam. Nel caso di Bush jr, la democrazia e la cristianità si fondevano in un’unica missione, la modernizzazione forzata dell’Islam come crociata. L’altra ipotesi, comunque, era altrettanto possibile. E cioè che Osama Bin Laden facesse parte della modernità; che al-Qaida fosse un fenomeno moderno. In questa prospettiva, l’agenzia terroristica di Bin Laden esprime – magari involontariamente – l’ingresso dell’Islam nella modernità; ne è quasi un’avanguardia, così come avanguardie furono certe élite intellettuali e sociali europee che aprirono il secolo dei Lumi, la democrazia alle masse, e così via. Bin Laden è prigioniero di un paradosso: combatte il mondo dal quale non soltanto trae nutrimento economico e culturale, ma la distruzione del quale è la sua unica raison d’etre, senza il quale egli stesso non esisterebbe. In questa prospettiva, ci dobbiamo attendere sorprese dal mondo islamico: movimenti magari incomprensibili all’inizio, ma che progressivamente rivelano una lenta – magari incontrollabile, ma certamente inarrestabile – transizione verso la democrazia. Il fondamentalismo islamico, quindi, sarà superato dal di dentro, da un travolgente desiderio di democrazia, di modernità; sarebbe da aggiungere, di “occidentalità”. La teoria di Francis Fukuyama, la “Fine della Storia” applicata all’Islam. Il fondamentalismo islamico, quindi, è il sintomo e non la causa di un malessere delle società islamiche avviate ad abbracciare la modernità. È evidente che – più o meno – questa è l’interpretazione prevalente in Occidente di quanto sta accadendo in Egitto (e in Tunisia, Algeria, e così via): la fine della storia e l’occidentalizzazione dell’Islam. Attraverso uno strumento occidentale – il digital social network – le masse giovanili arabe chiedono la libertà e la democrazia – valori occidentali. L’Occidente non ha più bisogno di appoggiare impresentabili regimi militari per arginare la marea fondamentalista perché la società islamica sta creando al suo interno un’alternativa secolare e democratica. Insomma, l’Islam sta diventando moderno. L’amministrazione Obama guarda con simpatia e trepidazione a quanto sta avvenendo: simpatia per la direzione presa, trepidazione perché il fenomeno potrebbe essere bloccato da un rigurgito militare o dittatoriale; oppure deragliare nel fondamentalismo. La divisione tra Islam e Occidente ora si rispecchia all’interno della stessa società araba. È superfluo aggiungere che l’Occidente sostiene e appoggia l’anima filo-occidentale della società araba.

Ovviamente, c’è una terza opzione. C’è sempre stata. E cioè che le nazioni islamiche seguano la loro Storia, le loro dinamiche interne sulle quali l’Occidente svolge un’influenza abbastanza marginale e non necessariamente funge da modello. Che la Storia soffi all’interno del mondo islamico in direzioni e con movimenti che sono estranee alla tradizione occidentale. Che quanto sta avvenendo a Il Cairo e nelle altre città mediorientali risponda e fenomeni interni alle società arabe che hanno poco a che spartire con la storia occidentale e che quindi siano permeabili alle categorie interpretative non occidentali. Magari potremmo approfondire questa ipotesi, perché potrebbe un giorno rivelarsi quella giusta.

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Il caso Egitto e l’Islam

Qualche giorno fa, poco prima delle dimissioni di Mubarak, su Asianews è uscito questo articolo molto interessante

In Egitto i giovani stanno cambiando l’Islam, separando religione e politica

Il Cairo (AsiaNews) – Nella Piazza Tahrir non vi sono soltanto rivendicazioni sociali (salari, occupazione, pane, ecc..), ma si sta attuando una mutazione dell’islam. I giovani infatti rifiutano sia la dittatura militare che la repubblica islamica; vogliono uno Stato moderno che garantisca cittadinanza piena a tutti, cristiani o musulmani. Ne è una prova il fatto che dal 25 gennaio, da quando sono iniziate le manifestazioni, la polizia ha cancellato il controllo delle chiese cristiane e non è avvenuto nessun attentato. Proprio per questo, quanto avviene in questi giorni al Cairo può cambiare il mondo arabo e l’intero pianeta. Queste sono alcune delle importanti riflessioni che un’illustre personalità cristiana egiziana ha voluto condividere con AsiaNews. La firma di questo articolo è uno pseudonimo.

Piazza Tahrir trabocca ancora oggi di centinaia di migliaia di giovani e vecchi, uomini e donne, contrariati e scontenti per il discorso di Mubarak di ieri. Ieri sera, il rais, in un messaggio televisivo ha escluso in ogni modo il suo abbandono del potere, come invece continua a chiedere ancora oggi la folla. Mubarak ha solo promesso di cedere alcuni poteri al suo vice Omar Suleiman, ma ha deciso di restare al potere fino alle elezioni presidenziali del prossimo settembre. Quest’oggi, mentre cresce il numero dei dimostranti nella capitale e in altre città dell’Egitto, il Consiglio supremo dell’esercito ha  dichiarato che toglierà lo stato di emergenza “non appena si conclude la situazione attuale”. Alcuni suppongono che vi sia divisione fra Mubarak e l’esercito e che i soldati prima o poi sosterranno in modo esplicito la popolazione. Non si conosce tutto il gioco dietro le quinte: è come essere nella nebbia. Ma una cosa è certa: i giovani continueranno a manifestare, domandando sempre di più. È importante mantenere la pressione sul potere e non lasciarlo tranquillo e soddisfatto di parole generiche e promesse vaghe. Questi giovani non smetteranno le rivendicazioni e le manifestazioni continueranno. Sono stati così ingannati e trattati male dal regime che non vorranno abbandonare la piazza. Se smettono, la società viene ripresa ancora tutta in mano alla dittatura. La speranza è che non si crei violenza. Mi sembra che finora da parte dei giovani e dell’esercito vi sia una specie di “gentlemen agreement” nel non ricorrere alla violenza. La violenza l’hanno usata i criminali, non i giovani.

Fa impressione la comunità internazionale. Si rincorrono voci secondo cui una portaerei americana si è portata nel Golfo persico e un’altra nel Mediterraneo orientale, forse per garantire il traffico a Suez; che Israele consiglia all’Egitto una transizione “calma”; che l’Iran augura al Cairo una repubblica islamica a sua immagine e somiglianza… Di fronte a queste rivolte di popolo, ciascuno cerca il suo interesse. Nessuno di questi poteri stranieri cerca o è attento all’interesse del popolo egiziano. Tutti sono guidati dalla realpolitik e dai propri affari. A breve termine questo dà frutti, ma a lungo termine è una sconfitta. Gli Stati Uniti ad esempio, hanno sempre sostenuto l’integrismo islamico (Arabia saudita, Talebani, ecc…). In tal modo essi si sono garantiti i profitti del petrolio. Ma la diffusione dell’integralismo islamico nel mondo ha messo a rischio tutta la civiltà occidentale. Il fatto più grave è che quanto più gli integralisti alzano la voce, tanto più i moderati si zittiscono. Siamo davanti al rischio di gettare nella spazzatura la cultura e la civiltà mondiale a causa di un gruppo violento e fanatico, che fa tacere i moderati e intimidisce gli occidentali, preoccupati solo di frasi politicamente corrette, di non apparire troppo anti-musulmani, islamofobici. La più parte degli Stati nell’occidente cade in questo tranello. I governi di sinistra non hanno fatto altro che accogliere, dialogare, e in nome dell’umanità, della tolleranza, hanno prosciugato le casse della sicurezza sociale. Siamo ormai davanti a un fallimento sociale e di civiltà. I governi di sinistra sono stati corrotti. Da parte loro, i governi di destra hanno avuto buon gioco: hanno preso il potere dando una risposta più dura, opponendosi al mondo islamico, senza dialogare.

Quanto succede in questi giorni in Egitto, costituisce un passo importante per il mondo arabo e per il mondo. È ormai chiaro a tutti che quello che stiamo vivendo non è semplicemente un problema interno, ma una questione che abbraccia il mondo intero. Ciò che succede qui supera di molto i confini nazionali. I giovani non stanno solo domandando maggiori sicurezze sociali, ma è l’islam che sta passando attraverso una mutazione. Le richieste dei giovani implicano una precisa distinzione fra religione e politica. Essi rifiutano sia la dittatura militare, sia la rivoluzione islamica stile Iran. Essi vogliono un sistema di governo basato sulla società civile. Vogliono la libertà, uno Stato di tipo moderno. Se l’Egitto fa questo, tutto il mondo arabo potrà seguirlo, perché esso è il Paese leader del mondo arabo-musulmano. Ma se questo avviene nel mondo arabo, potrà seguirlo il mondo intero. L’Egitto è un simbolo. Anche se la maggioranza dei giovani in piazza Tahrir sono musulmani, essi rifiutano uno Stato musulmano, a modello dei Fratelli musulmani. Questi sono sempre più marginalizzati e hanno molto meno peso e influenza di quanto si pensi. Mubarak attribuiva a loro un immenso potere. Ma il motivo è ormai chiaro: agitando lo spettro dell’integralismo islamico davanti agli Stati Uniti, riceveva grossi aiuti economici. Esagerare il pericolo dei Fratelli musulmani nei confronti di Israele, era un gioco facile per irretire gli Stati Uniti, facendo intendere che senza di lui ci sarebbe stata la guerra, la violenza, lo Stato islamico. Vale la pena notare un fatto: dopo il 25 gennaio, la polizia ha smesso la custodia e la vigilanza davanti alle chiese. Si poteva temere che ci sarebbero stati attacchi e distruzioni – come è avvenuto il 31 dicembre nella chiesa di Alessandria –  e invece non è successo niente. Tanto che alcuni sospettano che l’attentato di Alessandria sia stato provocato da ambienti vicini al ministero egiziano degli interni. Voglio fare un appello a voi occidentali: sostenete moralmente i giovani egiziani; fate pressione sui vostri governi e sui grandi organismi internazionali che difendono la libertà religiosa e le libertà civili, perché i Paesi musulmani accettino una visione moderna dello Stato, dove c’è uguaglianza per tutti, libertà di espressione, di pensiero, di religione e di conversione. Insomma, perché ci sia una distinzione radicale fra l’islam e la politica. Proprio come chiedono i giovani di piazza Tahrir.

Husani Massri

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