Un ricordo di Samuel Ruiz

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Nel settembre 2003 ho avuto il privilegio di ascoltare a Udine, al convegno “Da vittime a protagonisti della storia; persone, comunità, popoli del pianeta” organizzato dal Centro Balducci di Zugliano, la testimonianza di don Samuel Ruiz, scomparso lo scorso gennaio. Posto qui sotto un estratto del ricordo tracciato da Claudia Fanti per Adista

“Con lui se ne è andato uno degli ultimi grandi profeti della Chiesa della liberazione: Samuel Ruiz García, Tatic Samuel, padre degli indios, si è spento il 24 gennaio, all’età di 86 anni, in un ospedale di Città del Messico (soffriva da alcuni anni di diabete e di problemi cardiaci), assistito dal suo “fratello di lotta” Raúl Vera López […]

Nato a Irapuato, nello Stato del Guanajuato, nel 1924, Samuel Ruiz giunse in Chiapas, nel Sudest messicano, nel 1959, chiamato a ricoprire la carica di vescovo della diocesi di San Cristóbal, il più giovane del suo Paese. Vi sarebbe rimasto quarant’anni. La realtà poverissima della Regione, in cui gli indigeni vivevano in condizioni di schiavitù, lo colpì come uno schiaffo. Era andato a evangelizzare, don Samuel, ma, secondo le sue stesse parole, fu lui ad essere evangelizzato […]

Prese così avvio un’esperienza pastorale nella linea della liberazione che lo rese popolare in tutto il mondo, attirandogli, come è avvenuto per tutti i grandi profeti, molto amore e molto odio: un processo di costruzione di una Chiesa autoctona, liberatrice, evangelizzatrice, animata da uno spirito di servizio, in comunione e sotto la guida dello Spirito”. Sono, questi, i sei tratti distintivi della Chiesa chapaneca fissati dal Terzo Sinodo Diocesano, convocato da Ruiz nel 1995 e conclusosi nel 1999, sullo sfondo delle grandi opzioni pastorali della diocesi: la creazione, nello spirito della collegialità conciliare, di strutture di comunione più vicine allo spirito evangelico; l’accompagnamento pastorale integrale al popolo di Dio nella concretezza della sua realtà terrena; la ricerca del dialogo e della riconciliazione come unico cammino per risolvere i conflitti. E, naturalmente, l’opzione per i poveri, quell’opzione che il Concilio, alle cui sessioni Ruiz aveva preso parte, non aveva saputo cogliere, malgrado la sollecitazione di Giovanni XXIII e gli sforzi del card. Lercaro. […]

Nel 1994, quando prese il via l’insurrezione dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (Ezln), il vescovo venne accusato di essere il responsabile della rivolta – in linea con il pregiudizio razzista che riconduce sempre ogni iniziativa india a un qualche attore non indigeno – e minacciato dal governo di arresto per sedizione. Ma don Samuel non si lasciò intimidire. E, dal 1994 al 1998, esercitò il ruolo di mediatore nel conflitto tra Ezln e governo federale, attraverso la Commissione Nazionale di Intermediazione (Conai), prendendo parte alla firma, il 16 febbraio del 1995, degli “Acuerdos de San Andrés”, poi completamente disattesi dal governo. Malgrado il suo impegno a favore della pace, l’allora presidente Zedillo, nel 1998, lo accusò di promuovere una «pastorale della divisione» e una «teologia della violenza». La gerarchia ecclesiastica non fu da meno. Il card. Juan Sandoval Íñiguez, per esempio, individuò una delle cause della ribellione armata in Chiapas proprio nella divisione creata dalla strategia pastorale di don Samuel, dominata da un «tipo di teologia della liberazione ispirata al marxismo» (Milenio, 25/1). Invano Girolamo Prigione, nunzio apostolico in Messico dal 1978 al 1997, si adoperò per farlo cacciare: il protagonista di tante crociate contro la Teologia della Liberazione e la Chiesa più fedele allo spirito del Concilio e di Medellín non ha potuto vantare tra i suoi trofei – fra i quali spicca in particolare l’opera di distruzione del lavoro pastorale di mons. Sergio Méndez Arceo a Cuernavaca – la rimozione del vescovo degli indios dalla diocesi di San Cristóbal per «gravi errori dottrinali, pastorali e di governo». Tuttavia, allo scopo di frenare il processo diocesano, viene inviato nel 1995 a San Cristóbal il domenicano mons. Raúl Vera Lopez, come coadiutore con diritto di successione, destinato, quindi, secondo il diritto canonico, a sostituire mons. Ruiz. Ma il Vaticano non poteva prevedere che il contatto con le comunità indigene e con il lavoro svolto nella diocesi avrebbero trasformato don Raúl nel più fedele alleato del vescovo di cui avrebbe dovuto correggere le presunte deviazioni. E così, a “conversione” consumata, Roma corre ai ripari, trasferendo mons. Vera Lopez direttamente all’altro capo del Paese, a Saltillo, ai confini con gli Stati Uniti. A succedere a don Samuel – che, per non fare ombra al suo successore, preferisce lasciare il Chiapas e trasferirsi a Querétaro, nel Messico centrale – viene infine chiamato un altro vescovo del Chiapas, mons. Felipe Arizmendi, già vescovo di Tapachula, moderatamente conservatore, ma non abbastanza da non comprendere, poco per volta, la necessità di dare continuità al lavoro svolto […]

Lo stesso Arizmendi, in una sua riflessione dal titolo “L’eredità di Samuel Ruiz”, elenca peraltro alcuni degli aspetti dell’opera di Ruiz «che non devono andare perduti, per le loro radici evangeliche», malgrado alcuni di essi appaiano “delicati”, per la difficoltà «tanto di intenderli secondo il Vangelo quanto di applicarli in comunione ecclesiale»: la promozione integrale degli indigeni, l’opzione per i poveri e la liberazione degli oppressi, la libertà di denunciare le ingiustizie di fronte a qualunque potere arbitrario, la difesa dei diritti umani, l’inculturazione della Chiesa, in direzione della creazione di «Chiese autoctone, incarnate nelle differenti culture, indigene e meticce», la promozione della dignità della donna e della sua corresponsabilità nella Chiesa e nella società, la teologia india come «ricerca della presenza di Dio nelle culture originarie», il diaconato permanente. Ma quanto poco tale eredità venga apprezzata dalla gerarchia non ha mancato di farlo notare, persino all’indomani della scomparsa del vescovo, il vicedirettore di Radio y Televisión dell’arcidiocesi di Città del Messico, José de Jesús Aguilar, il quale, intervistato da Formato 21, ha ricordato Samuel Ruiz come «una figura controversa» che «si lasciò condurre dal principio della Teologia della Liberazione», per quanto «lo andò adattando a tutti gli insegnamenti del magistero ecclesiale»; un vescovo «ammirato da gente che non appartiene alla Chiesa cattolica, proprio per questo rischio di vivere la fede cattolica in altra maniera». A rendere al vescovo il «migliore omaggio», come ha evidenziato La Jornada (26/1), sono stati però quelli che più contavano per don Samuel, gli indigeni del Chiapas (dove il corpo è stato trasportato), giunti da ogni angolo dello Stato per sfilare di fronte al feretro del loro Tatic, nella cattedrale di San Cristóbal. Ripercorrendo a ritroso, così, la strada battuta in quarant’anni, a piedi o a cavallo, da El Caminante – come si identificava don Samuel – in visita alle più sperdute comunità indigene della regione. Ora, ha scritto dom Pedro Casaldáliga in un suo messaggio, «el caminante vescovo del Chiapas è giunto al Grande Villaggio, nella Pace, e da lì continuerà ad essere, ora con piena libertà, vero profeta nella società e nella Chiesa, in mezzo ai popoli della nostra Amerindia. (…). Con San Bartolomé de las Casas, con Taita Leonidas Proaño e con Tatic Samuel Ruiz, tutti noi andremo avanti nelle lotte nelle speranze del Vangelo del Regno».

 

Una tragedia vicina

Ancora da Avvenire traggo una toccante testimonianza raccolta da Lucia Bellaspiga sulle foibe

«La gente spariva di notte». L’incubo è rimasto negli occhi di Piero, che allora aveva nove anni e, di notte, vide portar via suo padre, legato col filo di ferro: erano le due tra il 3 e il 4 maggio 1945, quando nella sua casa di Gallesano, alle porte di Pola, in Istria, fecero irruzione in quattro, tre in divisa scalcinata e berretto con la stella rossa di Tito, uno in abiti civili che parlava italiano: «Seguici in caserma, ti dobbiamo interrogare». La guerra è appena finita, i tedeschi sono sconfitti, e mentre il resto d’Italia festeggia la liberazione dal nazifascismo e l’arrivo degli alleati anglo-americani che portano ventate di rinascita, nella Venezia Giulia la “liberazione” avviene per opera degli jugoslavi: al nazismo succede il comunismo. E le foibe. «Mentre gli altri italiani scendevano in strada gioiosi, noi conoscevamo i giorni dell’ira e delle vendette. E andavamo a dormire col terrore di non svegliarci nel nostro letto». ingresso_foiba.jpgSuo padre era “colpevole” di avere un negozio di generi alimentari, altri di essere stati maestri di scuola, postini, messi comunali, sacerdoti, carabinieri… L’ordine era di de-italianizzare Istria, Fiume e Dalmazia, e il genocidio fu scatenato in due ondate: la prima dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, quando sparirono in foiba settecento persone nella sola Istria, la seconda a guerra finita, dal maggio del 1945 in poi, quando gli jugoslavi occuparono l’intera Venezia Giulia fino a Trieste. «Nel ’43 in famiglia avevamo avuto il primo di sette lutti – racconta oggi Piero Tarticchio, 75 anni, artista e scrittore, testimone in centinaia di scuole italiane di quanto avvenne sull’altra sponda dell’Adriatico – quando don Angelo Tarticchio, cugino di papà, venne arrestato, torturato, mutilato orrendamente e poi, ancora vivo, gettato in foiba con una corona di filo spinato calcato sulla testa per dileggio. La sua salma fu recuperata dai vigili del fuoco di Pola insieme ad altre 243…». Al funerale dello zio sacerdote Piero andò tenendo per mano suo papà: «Ricordo che me la stringeva forte. Non poteva prevedere che un anno e mezzo dopo sarebbe toccato a lui». La storia di Piero – come avviene in altri olocausti – è tragicamente ripetitiva: nelle case gli sgherri di Tito che irrompono, il furto volgare di tutto ciò che possono arraffare, il pretesto di un interrogatorio sulla base di accuse assurde, un padre o una madre trascinati via e spariti nel nulla. Come rivelano montagne di documenti, gli alleati anglo-americani sapevano e lasciavano fare. Racconta Tarticchio: «Milovan Gilas, teorico del Partito comunista jugoslavo, nei suoi diari annota “dovevamo fare in modo che gli italiani se ne andassero da quella terra e così fu fatto”. Nel 1992 lo ribadì in un’intervista a Panorama, confermando una pulizia etnica decretata ufficialmente». Negli occhi del piccolo Piero, e di centinaia di bambini come lui, l’ultima immagine del padre spinto fuori con il calcio del fucile e mai più tornato. Nelle orecchie il pianto delle donne: «Ancora oggi non riesco ad ascoltare le donne che piangono, sto male…». E in tutte le case, poi, una madre che i figli di allora, sopravvissuti alla mattanza, oggi raccontano così: «Con un coraggio impressionante andò al comando della polizia segreta di Tito a Carlovac a chiedere notizie del marito. Ricordo un particolare: dopo la deportazione di papà il mio solo privilegio fu di dormire con la mamma nel lettone e lei, sapendo del mio trauma, mi lasciava toccare il lobo del suo orecchio…. aveva un orecchino di oro e perla, al ritorno da Carlovac non lo aveva più». Per qualche settimana suo padre fu recluso nel castello di Pisino, a 30 chilometri in treno da casa, e tutti i giorni madre e figlio si recavano là sotto: «C’era un’inferriata e a uno a uno i prigionieri si sporgevano e salutavano. Un mattino nessuno si affacciò più». Un vecchio raccontò che erano stati caricati sui camion e portati a Fiume per il processo, ma a Fiume non giunsero mai. «Tutti gli anni, nel giorno dei Morti, mi reco in Istria – racconta Tarticchio – e porto un mazzo di fiori in un cimitero qualsiasi… Sono bellissimi i cimiteri istriani, andateli a vedere. Scelgo la tomba più disadorna, la tomba di uno sconosciuto, non guardo nemmeno se è di un italiano, è il solo modo che ho per onorare mio padre. Sulle foibe però non vado, fa troppo male: i lager sono diventati veri santuari, sulle foibe nemmeno una croce». Come tutte, anche la storia di Piero finisce con la diaspora. «La mamma, saputo che rischiavamo lei i lavori forzati, io il collegio di rieducazione comunista a Maribor, raccolse le 143 lire che ci restavano e mi portò via a piedi di notte, strisciando sotto i reticolati, fino a Pola, poi da lì sulla motonave Trieste l’addio per sempre alla mia amata terra che il Trattato di Parigi il 10 febbraio, oggi Giorno del Ricordo, nel ’47 cedette alla Jugoslavia: l’Italia intera aveva perso la guerra, ma solo noi pagavamo il suo debito». Iniziava così l’esodo dei 350mila. Per 57 anni la loro storia fu negata da quell’Italia per cui avevano perso tutto, e che anche oggi ha la memoria corta: «Ho sfogliato 31 libri di storia per i licei, solo due raccontano le foibe… Ma quale memoria pretendere da un’Europa che dimentica anche se stessa, che nega le proprie radici cristiane e stacca i crocifissi dai muri?».

Giorgio Perlasca

Carissimi, quasi due mesi di assenza dal blog… Chiedo perdono, ma da un lato avevo bisogno di tirare il fiato e dall’altro ero impegnato a tenere una tre sere di formazione che terrò a Palmanova tra fine gennaio e inizio febbraio dal titolo “L’algoritmo di Dio”. Per riprendere, visto che ci stiamo avvicinando al 27 gennaio, giorno della memoria, posto un vecchio articolo di Dimensioni Nuove del 2001 su Giorgio Perlasca. Nella sezione di STORIA si possono trovare molti altri articoli sull’argomento che, riguardando la memoria, “non scadono mai”…

I 90 GIORNI DI GIORGIO PERLASCA

di Teresio Bosco

Hoppi Palmer è oggi impiegata nella «Comunità Ebraica» di Budapest. Accompagna Enrico Deaglio alla casa protetta dove da bambina visse giorni terribili. Indicando un angolo: «Lì stava seduta la mia povera mamma, e accanto a lei stava una cantante lirica, che ogni tanto cantava. Là c’era il mucchio di carbone. Ogni volta che c’era un pericolo grave, noi bambini venivamo coperti con il carbone. Perlasca veniva a portarci da mangiare, a farci coraggio. Se non fosse stato per lui, non saremmo sopravvissuti. Saremmo finiti ammazzati sulle rive del Danubio». Quelle rive si vedono dai balconi dei piani superiori. Nell’inverno 1944 erano coperte di neve, che diventava rossa quando gli ebrei venivano portati al fiume ed erano uccisi. In quell’inverno i rifugiati nella casa protetta ne videro migliaia trascinati sugli argini. Legati a coppie con filo spinato, venivano liquidati con una pallottola alla testa e spinti nel fiume… Hoppi vide per l’ultima volta Perlasca alla fine dell’assedio di Budapest, quando diede loro l’addio. «Ci disse che ormai non ci sarebbe più stato bisogno di lui. Ci augurò di farcela. Poi scomparve, e risentii parlare di lui solo 45 anni dopo, su un trafiletto di giornale. Annunciava un suo ritorno a Budapest per essere ringraziato dal Parlamento…».

LA RIVELAZIONE DELLA CONTESSA IRENEperlasca.jpg

Quel trafiletto di giornale che la signora Hoppi aveva letto nel 1989 diede inizio alla «scoperta di Perlasca», dopo anni di silenzio e di oblio. Era andata così. A Berlino, nel 1987, la ricercatrice universitaria Eveline B. Willinger radunava notizie su Wallenberg, il leggendario inviato del re di Svezia a Budapest, misteriosamente scomparso all’arrivo dei russi. La contessa Irene von Borosceny andò da lei e le disse: «Io Wallenberg l’ho conosciuto personalmente. Ma, oltre a lui, ho conosciuto un altro uomo eccezionale, un italiano di nome Giorgio Perlasca. Un uomo che ha rischiato più volte la vita per gli ebrei, e di cui nessuno si ricorda».

Da quel momento la ricerca di Eveline si concentrò su Perlasca. Il 15 maggio 1988, sulla rivista della comunità ebraica di Budapest comparve questo appello: «Cerchiamo tutti coloro che nel 1944-45 conobbero Giorgio (Jorge) Perlasca, di origine italiana e a quel tempo incaricato dell’ambasciata di Spagna…». Il risultato di quell’appello fu esplosivo. Centinaia di persone si presentarono portando i passaporti e i salvacondotti firmati «Giorgio Perlasca». A Budapest il parlamento ricevette l’italiano in seduta straordinaria, e gli conferì il più alto riconoscimento: la Grande Stella d’oro dell’Ungheria. A Gerusalemme, il 24 settembre 1989, fu proclamato giusto fra i giusti e fu invitato a piantare, come segno di massimo riconoscimento, un albero ai bordi della Strada dei Giusti, sul monte del Ricordo. Nel settembre 1990, a 80 anni compiuti, fu invitato a un viaggio d’onore degli Stati Uniti. A Washington e a New York fu premiato, abbracciato, intervistato, invitato a grandi banchetti. Dalla Spagna arrivò al «magnifico impostore», per decreto del re Juan Carlos, l’insegna di commendatore numerario dell’ordine di Isabella.

Buon’ultima, si mosse anche l’Italia (in gioventù Perlasca era stato fascista, e quindi nessuno osava…). Il presidente Cossiga lo nominò Commendatore Grand’Ufficiale, e poiché Perlasca era vecchio e povero, il governo gli concesse il contributo vitalizio della «legge Bacchelli», destinato alle persone insigni e povere. Appena in tempo, perché Perlasca se ne andò in pace il 15 agosto 1992, a 82 anni.

LA SUA STORIA

Ma chi era Giorgio Perlasca? A 25 anni, convinto fascista, parte volontario per la conquista dell’Etiopia. A 26, artigliere, ancora volontario per la guerra di Spagna. È uno dei 70 mila che il dittatore Mussolini manda in aiuto al generale Franco che tenta di abbattere il governo social-comunista di Madrid. Quando, dopo la vittoria di Franco, ripartì per l’Italia, ricevette un attestato in cui era scritto: «Caro camerata, in qualsiasi parte del mondo tu ti troverai, rivolgiti alla Spagna». Quel «pezzo di carta» si sarebbe rivelato più prezioso dell’oro. Nel 1938, sollecitato da Hitler, il dittatore fascista Mussolini vara le «leggi razziali» contro gli ebrei. Perlasca affermò: «Mi diedero molto fastidio. Ho smesso di essere fascista. Io sono nato da una famiglia cattolica. Per me, tutti gli uomini sono uguali». Nel 1940, l’Italia entrò in guerra a fianco dei tedeschi. Perlasca non fu richiamato: di guerre ne aveva già combattute due. Sposò la triestina Nerina Dal Fin, si impiegò alla SAIE (importazione di bovini) e partì con la moglie per la Jugoslavia e poi da solo per Budapest. «Era un gran bell’uomo», ricordava Nerina. «Molto alto, occhi azzurri, capelli chiari, elegante. Le donne gli ronzavano intorno. E lui non era insensibile!».

NELL’AMBASCIATA SPAGNOLA

La sera dell’8 settembre 1943 arrivò a Budapest la notizia che l’Italia, abbandonando l’alleato tedesco, si era arresa e si ritirava dalla guerra. Perlasca riuscì a fermare gli ultimi 12 vagoni di bestiame che stava spedendo in Italia. Un mese dopo, l’Italia del re dichiarò guerra alla Germania. Perlasca (poiché l’Ungheria era alleata e semioccupata dai tedeschi) pensò a salvare la pelle. La Spagna era una nazione neutrale. Perlasca ricercò quindi l’attestato rilasciatogli a Madrid e si recò all’ambasciata spagnola. Il primo segretario Angel Sanz Brin lo ricevette con onore. Il 18 marzo 1944 otto divisioni tedesche occuparono interamente l’Ungheria, e per le strade iniziò la caccia all’ebreo. Le case protette dall’ambasciata spagnola (erano cinque e molto grandi) cominciarono a riempirsi di persone ebree che chiedevano rifugio alla Spagna. Perlasca ne domandò il motivo, e venne a sapere che nel lontano 1492 gli ebrei spagnoli erano stati cacciati dalla Spagna. Si chiamavano sefarditi, poiché la Spagna, in ebraico, viene chiamata Sepharad. Per cancellare questa pagina nera, nel 1924 il dittatore Primo del Ribera aveva concesso ai discendenti degli ebrei sefarditi (ovunque fossero) la cittadinanza spagnola. Dovunque si scatenava la persecuzione razziale di Hitler, quindi, le ambasciate spagnole e le case da loro dipendenti divenivano rifugio per gli ebrei sefarditi (o dichiarati tali).

Perlasca ora possiede un passaporto spagnolo. Sanz Brin gli chiede di dargli una mano nell’aiutare gli ebrei. «Ne fui felice. Ero contento di fare qualcosa di utile».

I TRENI DEI DEPORTATI

Cominciarono così i 90 giorni di Perlasca. Davanti all’ambasciata c’era una folla sterminata di ebrei che chiedeva rifugio. Perlasca procedette con il suo stile impetuoso: il salvacondotto che certificava la protezione spagnola non si concedeva dopo aver esaminato i documenti, ma subito, a chiunque lo richiedesse. Così si abbreviavano enormemente i tempi. Le case protette si riempirono di colpo di 3000 ebrei, il massimo di capienza. I rifugiati in soprannumero, dopo alcuni giorni, venivano consegnati alla Croce Rossa che pensava all’espatrio in Spagna. Perlasca andava alla stazione dove partivano i treni dei deportati, e tirava giù dai vagoni gli anziani sfiniti, le donne con bambini. Gridava. «Questi sono cittadini spagnoli! Nessuno li può toccare!». Sanz Briz dovette partire per la Svizzera. Dal 1° dicembre 1944 al 16 gennaio 1945 Perlasca rimase l’unico rappresentante dell’ambasciata. Non era né spagnolo, né diplomatico. Se i tedeschi l’avessero sospettato l’avrebbero giustiziato. Lui lo sapeva, e continuò spavaldo a giocare con la sua vita. Un giorno in cui la tensione era altissima, successe un fatto strano. Una bimba di dieci anni, tremante di terrore, gli disse con voce alterata: «Se lei salva mia mamma, io vengo a letto con lei». Perlasca le diede uno schiaffo, come per svegliarla da un incubo. Alla mamma accorsa, raccontò ciò che era accaduto e disse: «Dobbiamo salvare la nostra dignità, altrimenti saremo perduti». Il 16 gennaio le truppe russe si impadronirono di Budapest. Alle case protette arrivò un gruppo di soldati ubriachi. Sfondarono le porte, picchiarono tutti, rubarono gli orologi.

IL RITORNO IN ITALIA E IL SILENZIO

Solo il 29 maggio, munito di un documento del nuovo governo socialdemocratico e salutato da una piccola folla di persone alle quali aveva salvato la vita, Perlasca potè ripartire per l’Italia. Mentre sull’Ungheria si stendeva pesantissima la «cortina di ferro», Perlasca riabbracciò Nerina e il figlio Franco, e cominciò la vita grama del dopoguerra. Vivendo tra Trieste e Padova (non tornò mai a Como dov’era nato) credeva che la sua avventura fosse ormai dimenticata. Ma a Berlino, una sera del 1987, la contessa ungherese Irene parlò, a chi cercava notizie di Wallenberg, di Giorgio Perlasca…

(Da “Dimensioni Nuove” Maggio 2001, pagg.46-48)

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Stele dedicata a Giorgio Perlasca al museo Yad Vashem di Gerusalemme

Terre promesse

Ellis_island_1902.jpgIl post precedente parlava di nuove immigrazioni e allora per fare un po’ di contrappeso pensando al passato e per ascoltare un po’ di musica ho pensato a un pezzo del mitico Bruce. La canzone è American Land ed è stata proposta dal vivo la prima volta nel 2006. Viene raccontato il mito della terra promessa americana, la terra dove ogni sogno è possible: là fantastica di recarsi un uomo che dialoga con la moglie. Lei lo raggiungerà per costruire la loro casa in questo paese delle favole descritto nel ritornello. Ma la realtà a cui va incontro l’uomo è ben diversa: sbarca nella baia di New York dove arriva anche la moglie e insieme alla quale costruisce la città e la casa, col proprio sudore e le proprie mani. Sono gli immigrati ad aver costruito gli Stati Uniti: i McNicholas, i Posalski, gli Smith, gli Zirilli (il nome della famiglia della madre di Bruce), i negri, gli irlandesi, gli italiani, i tedeschi e gli ebrei, i portoricani, i clandestini, gli asiatici, gli arabi. E il loro sforzo è arrivato spesso al sacrificio della vita. Dura è l’accusa finale di Bruce Springsteen al suo paese, un’accusa che giunge fino ai giorni d’oggi: “Sono morte per arrivare fin qui cento anni fa e ancora muoiono, le braccia che hanno costruito il Paese che ha sempre cercato di opprimerle.” Il testo rimanda soprattutto per le prime due strofe alla poesia “He lies in the American land” di Andrew Kovaly. Kovaly era un minatore slovacco che aveva così raccontato la storia di un conterraneo che, poco dopo aver spedito a moglie e figli il denaro necessario a raggiungerlo, muore in una miniera.

Eccola qua:

What is this land of America, so many travel there

I’m going now while I’m still young, my darling meet me there

Wish me luck my lovely, I’ll send for you when I can

And we’ll make our home in the American land

Over there all the woman wear silk and satin to their knees

And children dear, the sweets, I hear, are growing on the trees

Gold comes rushing out the river straight into your hands

If you make your home in the American land

There’s diamonds in the sidewalks, there’s gutters lined in song

Dear I hear that beer flows through the faucets all night long

There’s treasure for the taking, for any hard working man

Who will make his home in the American land

I docked at Ellis Island in a city of light and spire

I wandered to the valley of red-hot steel and fire

We made the steel that built the cities with the sweat of our two hands

And I made my home in the American land

Chorus

The McNicholas, the Posalski’s, the Smiths, Zerillis too

The Blacks, the Irish, the Italians, the Germans and the Jews

The Puerto Ricans, illegals, the Asians, Arabs miles from home

Come across the water with a fire down below

They died building the railroads, worked to bones and skin

They died in the fields and factories, names scattered in the wind

They died to get here a hundred years ago, they’re dyin’ now

The hands that built the country we’re all trying to keep down

Chorus

 

Ed eccone la traduzione (Bruce Springsteen Come un killer sotto il sole, Colombati, pag.135)

 

Cos’è questa terra chiamata America dove in tanti stanno andando?

Ci andrò ora che sono giovane; là mi raggiungerai, mia cara:

augurami buona fortuna, amore mio, ti manderò a prendere quando potrò

e costruiremo la nostra casa in terra americana.

Le donne, laggiù, vestono di seta e raso da capo a piedi,

i bambini, cara, e i dolci, ho sentito, crescono sugli alberi

e l’oro sgorga dai fiumi dritto nelle tue mani

se costruisci la tua casa in terra americana.

Ci sono diamanti sui marciapiedi, ci sono rigagnoli dritti come fusi

e, cara, ho sentito che la birra sgorga dai rubinetti tutta la notte

e che ci sono tesori a portata di mano per chiunque lavori sodo

e costruisca la propria casa in terra americana.

Sono sbarcato a Ellis Island in una città di guglie e luce

e ho riabbracciato il mio amore li nella valle di acciaio incandescente;

col nostro sudore e le nostre mani abbiamo fatto l’acciaio per erigere le città

e abbiamo costruito la nostra casa in terra americana.

Rit.

I McNicholas, i Posalski, gli Smith e anche gli Zirilli,

i negri, gli irlandesi, gli italiani, i tedeschi e gli ebrei

i portoricani, i clandestini, gli asiatici, gli arabi lontani miglia da casa

hanno attraversato l’oceano col fuoco nel cuore

(hanno attraversato l’oceano, mille miglia da casa,

con le pance vuote ma col fuoco nel cuore: così nel booklet).

Sono morti costruendo le ferrovie, hanno lavorato fino a ridursi pelle e ossa,

sono morti nei campi e nelle fabbriche – i loro nomi dispersi nel vento.

Sono morte per arrivare fin qui cento anni fa e ancora muoiono,

le braccia che hanno costruito il Paese che ha sempre cercato di opprimerle.

Rit.

Nuove rotte di immigrazione

Posto un interresantissimo pezzo di Adriano Remiddi tratto dal sito di Limes sulle nuove rotte dell’immigrazione verso l’Europa. Nelle quinte stiamo parlando di globalizzazione e abbiamo accennato al fatto che alcune emergenze possono trovare soluzione solo se affrontate a livello internazionale: fin tanto che ogni stato continua a guardale al cortile di casa sua non ci sono molte possibilità…

Le nuove rotte dell’immigrazione verso l’Europa

La pratica del respingimento in mare dei migranti clandestini ha abbassato del 70% gli sbarchi sulle coste siciliane. Ma i flussi migratori non sono diminuiti: hanno solo cambiato percorso.

La crisi economica ha rallentato i flussi migratori verso l’area Ocse ma la materia è sempre ai primi posti nelle agende dei governi dell’Unione europea. Negli ultimi dieci anni l’Europa ha visto assestarsi alcune principali rotte extra-europee, che incidevano prevalentemente a sud su Spagna e Italia e a est su Polonia e Ungheria. Tuttavia, grazie anche alle politiche migratorie promosse dall’Italia, è in corso una mutazione di tendenza. Di recente il nostro paese ha ratificato il trattato di Bengasi, meglio conosciuto come Trattato di amicizia italo-libica. L’accordo bilaterale firmato il 30 agosto 2008 da Gheddafi e Berlusconi prevede un controllo congiunto del canale di Sicilia allo scopo di contenere il flusso di immigrazione clandestina proveniente dal Nordafrica. Seguendo l’esempio di Spagna e Malta, quindi, anche l’Italia ha rafforzato la pratica del respingimento in mare, suscitando roventi polemiche internazionali.

Nel breve periodo il risultato è stato evidente, perché i controlli hanno ridimensionato consistentemente l’emergenza-sbarchi sulle coste siciliane: c’è stata una riduzione del 71% nell’ultimo anno. Anche il Centro di identificazione ed espulsione (Cie) di Lampedusa, tristemente celebre per il suo cronico sovraffollamento, era ormai deserto in pieno agosto – proprio nel periodo di potenziali sbarchi in massa. Inizialmente, nella controllatissima rotta che dal Nordafrica porta all’Italia, gli sbarchi si sono diretti perlopiù sulla piccolissima isola di Linosa e sulle spiagge agrigentine, ma i continui respingimenti hanno scoraggiato definitivamente questa soluzione. I movimenti dei popoli, ci insegna la storia, sono difficilmente arrestabili e non stupisce quindi che i migranti arginati via mare stiano utilizzando altre rotte.

Nel 2010 infatti, il totale degli ingressi illegali in Europa è aumentato rispetto all’anno precedente, a dimostrazione che i flussi non si sono samos-musumeci-img_2126-2-large.jpgfermati ma sono solo stati deviati. La legge del mercato, della domanda e dell’offerta, trova attuazione anche quando si tratta di vite umane. Non sorprende quindi che sia bastato poco tempo perché si riorganizzassero nuove piste di clandestini via terra. Tantomeno stupisce constatare che la pressione migratoria è cresciuta visibilmente e progressivamente prima in Egitto e in Turchia, poi in Grecia e Albania, paesi di transito che rappresentano la porte d’Europa e dell’area Schengen. Stando ai numeri forniti dal Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere, negli ultimi 12 mesi l’80% degli immigrati è entrato nell’Unione attraverso la Grecia, provenendo dal Nordafrica. Nel 2010 infatti il numero di tentativi di ingresso attraverso la Grecia è più che quadruplicato, passando da 6.616 casi a circa 31.021 (+369%). La chiusura delle rotte nel Mediterraneo ha fatto sì che i flussi africani verso l’Europa si  riorganizzassero su terra, permettendo l’arrivo di migliaia di migranti attraverso la Libia, l’Egitto e la Turchia, che vanno a sommarsi al già gravoso flusso proveniente da Afghanistan, Pakistan, Iraq e Iran. Il problema è che la Grecia dimostra di non saper accogliere questa mole di immigrati che di fatto non riesce a respingere, tanto da essere stata definita “palesemente incapace” dal ministero degli Interni di Istanbul. Parte di questo flusso su terra sembra quindi transitare progressivamente attraverso la penisola balcanica diretta verso Croazia, Slovenia e Italia, paesi nei quali, secondo l’ultimo rapporto annuale della stessa agenzia europea, si è registrato un netto aumento del numero di respingimenti alle frontiere terrestri.

Va inoltre segnalato un sorprendente ritorno degli sbarchi sulla costa adriatica, fenomeno ormai estremamente contenuto dopo la pacificazione della penisola balcanica ma tornato alle cronache durante la scorsa estate dopo gli sbarchi in Puglia e Calabria di nordafricani provenienti dalle coste turche. Proprio in queste settimane, per ristabilire il controllo dei confini europei in Grecia, la Commissione europea ha predisposto l’invio delle Rabit – le Squadre di intervento rapido alle frontiere – prevedendo l’impiego sul territorio di 175 unità provenienti dai paesi dell’area Schengen, che affiancheranno Atene nei pattugliamenti e nei respingimenti. È la prima volta che viene dispiegata un’operazione congiunta di questo tipo e le aspettative dell’Unione sono ovviamente molto alte.

Haiti e il colera

Prendo dal sito del corriere di oggi questo articolo di Michele Farina. Mi ha messo addosso tanta tristezza.

NELL’INFERNO DI HAITI

In tre settimane oltre 500 vittime. Camioncini trasformati in ambulanze, flebo appese ai rami

HAITI – Love è steso sul pavimento del deposito medicine, gli occhi svuotati, una maglietta bianca con le vele azzurre. Avrà 10 anni. Lo zio che l’ha portato in spalla tutto il giorno fino a Port de Paix gli sta vicino, con le scarpe senza più suola. Un altro ago: sotto la mia inutile torcia il dottor Tony Alessi cerca la giugulare. L’estremo tentativo di trovare una vena per la flebo. Ma ormai è tardi, il cuore batte troppo fioco e il corpo ha ristretto i vasi, questa sera quando è arrivato Love era già solo pelle raggrinzita e occhi scavati. Le suore di madre Teresa per mezz’ora hanno cercato un varco nei piedi, nelle mani, alle tempie. «Dio neppure la giugulare» mormora Tony. L’ultimo gesto del bambino: stringe il pugno destro. «He’s gone». Se ogni morte è inaccettabile, morire di colera a 10 anni dopo aver superato un terremoto e un uragano forse di più. In tre settimane le vittime a Haiti hanno superato quota 500, con 7mila casi ufficiali. Ma è certo che sia un censimento in difetto. Come difettosa è la risposta delle autorità.haiti_11_672-458_resize.jpg

VESTITI BENE – Il colera può uccidere in 6-7 ore prosciugando il corpo a forza di vomito e diarrea, ma dal colera basta poco per salvarsi: fluidi reidratanti, sodio. Qualche sacca di flebo endovena. Così sull’ondeggante camioncino di padre Rick – diventato ambulanza all’aperto e mezzo anfibio lungo l’allagata strada nazionale numero 1 – stamattina ho visto rinascere un vecchietto sdentato che sembrava moribondo, la piccola Denise, un altro ragazzino di nome Love, una signora anziana ormai più di là che di qua: i parenti la portavano sopra la testa su una vecchia branda con le molle arrugginite, una gonna improbabile con figure di Topolino. I malati sulla strada erano vestiti bene. Un po’ come tutti, quando si va dal medico o in ospedale. L’abito buono perché non si sa mai. Solo che qui nel nord di Haiti spesso gli ospedali sono un disastro e i medici un miraggio. Il colera li ha resi più sfuggenti.

CADAVER KIT – Quattro giorni fa è arrivato l’appello di suor Patsy delle Sorelle della Misericordia: all’ospedale di Port de Paix, 200 mila abitanti, i malati di colera erano abbandonati. «Di notte non c’è un medico, un’infermiera. Siamo andate noi con le nostre flebo ad aiutare. Ma la situazione è insostenibile». Così padre Rick Frechette, direttore di Nph Haiti, è partito con i suoi ragazzi e due camioncini di aiuti dall’ospedale Saint Damien a Port-au-Prince, costruito dalla Fondazione Francesca Rava. Sacchi di riso, acqua, materassi di gomma piuma, fluidi per il colera. Prima notte sul cassone del camion a Gors Morne, in riva a un rigagnolo diventato fiume per le forti piogge. Al buio non c’è modo di passare. Ci proteggiamo dalla pioggia con i sacchi di plastica , i cadaver kit che serviranno a seppellire le vittime del colera. All’alba da oltre il fiume arrivano i primi pazienti, caricati su moto che sfidano la corrente. Vengono assistiti su uno dei camioncini. L’altro, a trazione integrale, prosegue.

LA FLEBO E IL RAMO – I ragazzi locali ci guidano nel trovare il punto migliore per il guado. Cominciamo a prendere a bordo malati di colera e parenti, con posti aggiuntivi su una jeep. Denise portata in braccio dallo zio. Le sacche di fluidi appese a un ramo d’albero che in mano a padre Rick diventa uno strano bastone pastorale. Sei ore per una trentina di chilometri tra colline di banani e scarpate. Fino al mare. Port de Paix. Il centro di assistenza delle suore di Madre Teresa è un avamposto contro l’epidemia. Una cinquantina di malati. Flebo, pulizia. «Il colera è dappertutto» dice sorella Patsy. L’ospedale pubblico fino a domenica non aveva un reparto apposito. Pazienti mischiati. E dalla sera alla mattina l’abbandono totale. Lo visitiamo nel pomeriggio: Medici senza frontiere finalmente ha creato un centro colera in un’ala fatiscente.

haiti_19_672-458_resize.jpgCHIESA OSPEDALE – Anche la chiesina è piena di brande. Ci torniamo la sera, 10 minuti di macchina. Le suore portano un bimbo di 2 anni che si è aggravato. Troviamo un medico e due infermiere locali, queste ultime sedute a una scrivania mentre in una sala contiamo le flebo funzionanti: 2 su 15. «Ma non c’è paragone rispetto alle notti precedenti» dicono le suore. Il medico ci chiede di andare a comprare un rasoio con cui rade la tempia del piccolo e trova una vena buona per la flebo. Love non sarà così fortunato: arriva dalle suore quasi completamente disidratato. Tony, dottore italo-americano volontario dal Connecticut, è subito pessimista. Ma anche lui ci prova fino alla fine. Love viveva a Corail. Lo zio racconta che ha cominciato a star male al mattino: lungo la costa in barca e poi a piedi lo ha portato a Port de Paix. Un giorno di viaggio. Senza incrociare nessuno che potesse salvarlo.

L’Afghanistan e noi

Ieri mattina sono deceduti due militari italiani in Afghanistan e subito se ne è tornato a parlare anche in termini di presenza italiana in quelle zone e di prospettive future. Ho trovato un pezzo di Germano Dottori su http://temi.repubblica.it/limes/italia-in-afghanistan-attacco-non-e-una-sorpresa/12816 in cui non fa segreto delle difficoltà future che possono vedere interessati proprio gli elementi delle forze armate italiane. Magari nomi quali Helmand, Marija, Haqqani, Imu diranno poco, ma penso sia importante per lo meno farsi un’idea della complessità della situazione.

Italia in Afghanistan: attacco non è una sorpresa di Germano Dottori

La coalizione ha perso 200 soldati dall’inizio dell’anno. Le nuove operazioni militari nel sud dell’Afghanistan non stanno andando per il verso giusto. Purtroppo, l’offesa di cui stamattina sono rimasti vittime il sergente Massimiliano Ramadù ed il caporalmaggiore Luigi Pascazio, uccisi dall’esplosione di un potente ordigno che ha travolto il loro Lince nella provincia nord-occidentale di Baghdis, rientra nella normalità dell’attuale vicenda afghana. Dall’inizio dell’anno fino ad oggi, infatti, sono già caduti in Afghanistan ben 200 soldati occidentali, il che significa in media uno ogni 18 ore. Il pubblico italiano percepisce la gravità della situazione soltanto quando qualcuno dei membri del nostro contingente perde la vita, come è capitato stamattina, ma lo stillicidio è costante ed è diventato così difficile da gestire politicamente che da qualche tempo la Nato evita nei propri comunicati di menzionare la nazionalità dei caduti. Semmai, la sorpresa era che in questi ultimi mesi i nostri militari fossero riusciti a rimanere indenni: un dato che si spiega soprattutto alla luce del relativo rallentamento delle operazioni nella regione occidentale afghana in cui sono state schierate le nostre quattro Task Force. La prova di forza, in questi primi mesi del 2010, non è infatti avvenuta all’Ovest. Si è invece sviluppata altrove, a cavallo tra l’Helmand e l’attigua provincia meridionale di Kandahar, dove decine di migliaia di militari americani, britannici e canadesi stanno cercando di creare un’ampia zona libera dall’influenza neo-talibana, sia per rafforzare il traballante Governo di Kabul, sia per dimostrare alla leadership della guerriglia che gli alleati hanno la forza e la determinazione necessarie a riguadagnare l’iniziativa e negare ai loro avversari la completa vittoria cui paiono aspirare.

Le cose, tuttavia, non stanno andando per il verso giusto. Lo ha recentemente confermato anche il rapporto sui progressi realizzati in Afghanistan pubblicato dal Pentagono lo scorso 26 aprile. Il distretto di Marija, oggetto della prima parte della controffensiva condotta dal generale Stanley McChrystal – l’operazione Moshtarak – sarebbe infatti già stato nuovamente infiltrato dalla guerriglia ed anche nella zona di Kandahar i neo-taliban parrebbero ben lungi dall’essere schiacciati. All’Est, le attività del network degli Haqqani, forse spalleggiato dall’intelligence pakistana, stanno mettendo a dura prova le alleanze tribali strette negli ultimi mesi dai militari statunitensi, che costituiscono un altro aspetto essenziale della strategia controinsurrezionale approvata nel dicembre scorso dal Presidente Obama. Novità negative si sono infine registrate anche al Nord presidiato dai tedeschi, dove alle iniziative dei miliziani fedeli al Mullah Omar si sono aggiunte quelle dei jihadisti appartenenti all’Islamic Movement of Uzbekistan, l’Imu, che è una delle articolazioni più virulente della galassia del terrore. Era difficile che in questo quadro il “nostro” Ovest continuasse ad esser piatto e tranquillo, per quanto obiettivamente un teatro secondario dell’ampio fronte afghano. Specialmente nei dintorni dell’inquieta Bala Murghab, dove c’è la base avanzata Columbus che abbiamo costruito con gli spagnoli ed ora dividiamo anche con americani ed afghani, l’attività della guerriglia è destinata ad aumentare.

C’è modo di tutelarsi dalle insidie che si moltiplicheranno di qui sino ad ottobre? Probabilmente no: i nostri reparti fanno già il massimo ed è presumibile che continueranno a farlo per tutto il tempo che i nostri alleati maggiori giudicheranno indispensabile a determinare le condizioni di un’uscita onorevole e non destabilizzante dall’Afghanistan. Ci aspettano quindi mesi difficili.

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Uccidere in nome di Dio

In questi giorni in III stiamo parlando dell’Islam e degli Islam, mentre in V a breve inizieremo a trattare l’argomento del terrorismo di matrice ideologica e religiosa. Allora posto questo articolo di Nicola di Mauro tratto dall’ultimo numero di Dimensioni Nuove.

Tanto negli States quanto in Europa. Allarmi improvvisi, che per fortuna rientrano, creano tensione e insicurezza. Con la crisi economica che sembra non finire, il terrorismo aprirà le porte a un futuro inquietante?

I guerriglieri martiri, i terroristi, le cellule integraliste islamiche, i kamikaze della Jihad, la guerra santa in nome di Maometto, hanno una nuova, sconcertante identità: vengono formati anche tra giovani occidentali, di nazionalità, per esempio, belga, olandese, o francese, che i servizi segreti europei azzardano a definire come «più pericolosi e fanatici». Caso paradigmatico di questa inquietante realtà relativa al terrorismo internazionale di matrice integralista islamica, in base alla documentazione rilasciata dalla polizia belga, è quello di Muriel Degauque, una giovane donna di nazionalità belga, di 37 anni, con i capelli biondi e gli occhi chiari.

Si era fatta esplodere in Iraq. Proveniva da Charleroi, una cittadina povera a sud di Bruxelles (dove abitano molti italiani ex minatori). La sua esistenza poteva comunque già definirsi di quelle «a rischio». Aveva un temperamento svogliato e aggressivo. Frequentava cattive amicizie, faceva uso di droga, svolgeva qualche lavoretto saltuario. Il padre impiegato della Previdenza sociale, e la madre segretaria in uno studi medico. La ragazza si era sposata con un turco, ma la relazione non continuò, così fece la conoscenza a Bruxelles di Issam Goris, un belga di genitori marocchini, e di sette anni più giovane di lei. Viene convinta a convertirsi all’islam, prende il nome di Myriam, studia anche l’arabo, porta il velo, il burka e si trasforma in una jihadista, una guerrigliera integralista. Il 9 novembre 2005, a Baghdad, Muriel, la prima kamikaze di origine europea, s’immola facendo una strage in nome di Allah. Da allora sono passati cinque anni, e l’onda rosa delle kamikaze aumenta.

«Ad abbracciare l’islam radicale sono giovani precari, per lo più senza lavoro, non frequentano le scuole, e vivono in aree fortemente urbanizzate». Di questo tenore era un’informazione passata dai servizi segreti transalpini a proposito dei giovani che vogliono sacrificare la propria vita come «combattenti islamici». Oggi sappiamo che non è più così. Possono essere benestanti e acculturati, parlare tre lingue e amare la bella vita. I proseliti e seguaci sono anche di nazionalità europea. Il processo di conversione all’islam avviene intorno ai 30 anni. È il salafismo la forma di culto a cui tendono ad aderire. Si tratta di un movimento religioso che educa all’odio verso l’Occidente, ha come fine precipuo la rottura definitiva con la cultura, i costumi, il modo di vivere occidentali, definiti «corrotti», perciò da annientare. Da un’indagine resa pubblica dalla testata francese di Le Monde, nel 37% dei casi sono giovani nati in suolo francese, con genitori maghrebini, e abitanti nelle periferie; il 27% diventa salafista in seguito a matrimoni o concubinati; il 15% è oggetto o vittima di predicazione, plagio e proselitismo; il 4% si converte all’islam integralista anche dietro le sbarre, in prigione. E se quasi il 50% di questi giovani non ha un diploma, molti sono laureati. Ma quello che spinge è il consenso che questi gesti trovano presso le masse islamiche, specie fra i disoccupati. Questa base sostiene le «cellule dormienti». Per loro, basta un niente e scatenano l’inferno.

In Europa ci sono venti milioni di musulmani: di origine algerina in Francia; marocchina in Spagna; turca in Germania; pakistana in Gran Bretagna. Sono in molti a volersi integrare e salire la scala sociale. Ma da parte dei figli e nipoti islamici europei di seconda e dunque terza generazione, si sta verificando un preoccupante dietro-front. Che si configura nella non volontà a integrarsi, ad assimilarsi culturalmente, trovando nella fede islamica una barriera di opposizione efficace, decisa e perentoria. Questi giovani possono costituire un potenziale di contrasto violento non indifferente, già manifestatosi in maniera eclatante nelle rivolte recenti delle periferie parigine, facilmente adescabile dai predicatori fondamentalisti islamici. Diventano facile humus per il terrorismo di matrice islamica, per la Jihad. Non a caso, la rivista Time li ha identificati con l’espressione generation Jihad.

Morire martire in Iraq o in Afganistan è il sogno del più fervente terrorista islamico. Chi abbraccia l’ideologia di Al Qaeda ed è pronto a eseguire attentati suicidi o sparare a morte contro soldati e gente innocente proviene per la maggior parte dai Paesi confinanti o circostanti: saudiani, siriani, kuweitiani, giordani, maghrebini, algerini, tunisini, marocchini, libici. L’aspirante suicida o guerrigliero di Allah ha un’età compresa tra i 19 e i 25 anni; è studente in scienze, genio civile, medicina, diritto religioso, studi islamici, informatica; è anche sposato; possiede o no figli; e vive anche agiatamente, quasi da benestante; fa il commerciante o svolge una professione amministrativa. Solo una bassa percentuale è reduce dall’Afghanistan, dalla Cecenia o dal Kashemire. Molti poi non hanno nemmeno un’esperienza militare, non provengono tutti da campi d’addetramento, e imparano però presto a imbracciare e usare il kalashnikov.

A volte non esiste nessun legame diretto con Al Qaeda, Bin Laden o Abu Zarqawi. Il terrorista, che può agire con il suo carico di morte in una qualunque città europea, è soltanto animato da odio e da una fanatica e insensata determinazione a uccidere. Possono essere soggetti – secondo le descrizioni fornite da intelligence europei, in particolare britannici -, che svolgono la loro missione assassina, senza coordinazione alcuna, senza che vi sia dietro un «cervello», collegato con una rete del terrorismo internazionale. Cellule isolate e impazzite. Può trattarsi di persone che non sono state indottrinate in moschee, ma che hanno deciso di immolarsi per Allah, di propria iniziativa, decidendo di comune accordo con altri all’interno di un bar, di una casa privata, di una palestra. Costituiscono pertanto una minaccia difficile da controllare e intercettare, essendo «unità autosufficienti, che possono colpire in ogni momento», così almeno trapela dai documenti d’indagine delle polizie occidentali.

I terroristi – in base alle informazioni e le analisi dei servizi segreti europei, americani e israeliani – possono interagire secondo tre modalità d’attacco. La più catastrofica delle ipotesi di strage prevede l’esplosione nel centro di una metropoli di un mini-ordigno nucleare primitivo, venduto al mercato nero e proveniente dagli arsenali ex-sovietici, che si può installare nell’interno di uno zainetto. Con danni irreversibili e incalcolabili, che richiederebbero 4 anni prima che la vita torni normale nell’area devastata. Il secondo scenario comprende l’uso di agenti chimici come il gas nervino, che può arrivare a uccidere il 95% delle persone che si trovano nel raggio d’azione, con danni per 350 milioni di euro. Il ritorno alla normalità è previsto intorno ai 4 mesi. Una terza opzione di aggressione terroristica è quella configurabile con bombe di costruzione artigianale o meglio casalinga, fai-da-te, che possono essere fatte scoppiare dentro stazioni, mezzi di trasporto, luoghi pubblici frequentati o metropolitane. Il numero di morti può essere limitato, ma l’impatto psicologico di questo tipo di attacco è molto forte, l’effetto bomba è poi continuato dalla diffusione mediatica della notizia della strage terroristica. A noi non resta che una domanda: si può uccidere in nome di Dio?

http://www.dimensioni.org/marzo10/articolo4.html

Gulag e lager

In V stiamo affrontando l’argomento del confronto tra lager e gulag. Vi posto il testo che abbiamo letto in classe più un altro di brevi testimonianze e una mappa dei gulag nell’Unione Sovietica.

GULAG.doc

Cronache dai gulag.doc

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Quali diritti per chi verrà?

Chi verrà dopo di noi, può già rivendicare oggi dei diritti? Tutelare i diritti di chi vivrà nel futuro può aiutarci anche a vivere meglio il presente?

Sono interrogativi che possono trovare risposte in questo interessante articolo che ho trovato su un sito che si occupa di filosofia del quotidiano: http://www.filopop.com/i-diritti-delle-persone-future.html

Alcuni link sulla shoah

http://www.olokaustos.org/

http://www.binario21.org/

http://www.ucei.it/giornodellamemoria/index2.htm

E qui un’ottima sitografia: http://www.landis-online.it/Materiali/SitografiaGiornataMemoria.htm

 

Dio dopo Auschwitz e… dopo Haiti

In V stiamo affrontando la questione del problema del male. Vi posto un articolo di Lorenzo Albacete

DIO C’E’ AD HAITI?

Oggi il presidente Obama terrà il suo discorso sullo Stato dell’Unione davanti alle due Camere del Congresso. Spero, nel mio prossimo editoriale, di poter commentare il discorso e le reazioni che susciterà, soprattutto vista la sorprendente sconfitta nel Massachusetts, dove un Repubblicano conservatore è stato eletto al seggio che fu di Edward Kennedy.

L’altro argomento attualmente dominante è la devastazione di Haiti dopo il terremoto che pare abbia ucciso centinaia di migliaia di persone. Cristiani evangelici negli Stati Uniti e ad Haiti hanno detto che il terremoto è una punizione divina perché molti haitiani seguono il voodoo e altre pratiche “sataniche”. Molti cristiani si sono mostrati confusi circa la risposta da dare alla spiegazione della morte di cosi tante persone nel terremoto.

Obama ha definito il terremoto di Haiti una “tragedia incomprensibile”. Ha ragione, ma c’è qualche tragedia comprensibile? In che misura possiamo comprendere qualcosa di simile a quanto accaduto? Cosa potrebbe rendere un simile evento così comprensibile da eliminare dai nostri cuori e dalle nostre menti il grido che continua a riaffacciarsi ancora e ancora, il grido: perché?

Io sono un prete cattolico. Nel giorno del terremoto stavo cercando di rispondere alla mail di una giovane che, dopo il suicidio di un amico a lei molto vicino, aveva cominciato a chiedersi in che modo il Dio che la amava era compatibile con la dottrina della Chiesa sull’inferno. Avevo anche ricevuto un messaggio da un altro amico che si interrogava sulla compatibilità tra il Dio cristiano e la sofferenza di un innocente. E mi citava anche qualcosa che avevo scritto io stesso: “Non posso adorare un Dio che mi chiede di strappare dal mio cuore e dalla mia mente la domanda perché accada il dolore degli innocenti”.

Mi ricordo un dibattito con l’ateo Christopher Hitchens e la sua frustrazione quando dichiarai che ero d’accordo con lui che avvengono cose che rendono ragionevole disprezzare un Dio che esige un’accettazione cieca della bontà della Sua volontà. Poi ecco l’orrore di Haiti… Cosa possiamo dire sulla domanda sempre presente, la domanda del perché queste cose accadono?

Non cancellerò la domanda, voglio affrontare l’orrore così come è, senza consolazioni tranquillizzanti. Si continua ad assicurare le vittime che “cuori e preghiere” sono con loro. Preghiere? A Chi? A un Dio che semplicemente avrebbe potuto impedire che tutto questo accadesse? Alla Chiesa non è stato risparmiato niente. La cattedrale è crollata uccidendo l’arcivescovo, seminari e conventi distrutti, uccidendo futuri preti e suore. Il rappresentante del Papa si è salvato perché si trovava fuori della sua residenza, che è crollata, e ha passato le notti in giardino con i sopravissuti del suo ufficio. Quale Dio si può pregare in queste situazioni?

Solo quel Dio che, come scrive San Paolo,”non ha risparmiato il proprio Figlio”, solo a questo Dio può andare il dolore del grido “perché?”. Se ha dato suo Figlio perché morisse per noi, dice Paolo, è impossibile che ci rifiuti quanto ci aiuta e ci benedice, dato che non vi è nulla che Egli valuti più del Figlio (Romani 8, 32). Non voglio una spiegazione del perché questo Dio permetta che accadano tragedie simili. Una spiegazione ridurrebbe il dolore e la sofferenza a una incapacità di comprendere, a un fallimento dell’intelligenza, per così dire. Io posso solo accettare un Dio che “con-soffre” con me. Così è il Dio della fede cristiana.

Fede o no, cristiani o no, la nostra umanità chiede che la domanda del perché non sia eliminata, ma che le sia permesso di guidare la nostra risposta a tutto ciò che accade. È la sola strada per una possibile redenzione della nostra umanità.

http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=63697

Ancora su croci e minareti

Pubblico questo bellissimo pezzo di Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose, davvero illuminante. Mi sono permesso di mettere in grassetto un pezzettino.

Enzo Bianchi

Non si sono ancora spenti gli echi della polemica sull’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche in Italia ed ecco irrompere il risultato del referendum popolare in Svizzera che vieta l’edificazione di minareti……

Le due tematiche sono solo apparentemente affini, in quanto in un caso si tratta della presenza di un simbolo religioso in aule pubbliche non destinate al culto, nell’altro invece di un elemento caratterizzante un edificio in cui esercitare pubblicamente e comunitariamente il diritto alla libertà di culto. Resta il fatto che si fa sempre più urgente una seria riflessione sugli aspetti concreti e quotidiani della presenza in un determinato paese di credenti appartenenti a religioni diverse e delle garanzie che uno stato democratico deve offrire per salvaguardare la libertà di culto. E questa riflessione dovrebbe nascere e fondarsi sulla nostra idea di civiltà e di convivenza, sul nostro tessuto storico, culturale e religioso, sul lungo e faticoso cammino compiuto verso la tolleranza e il rispetto reciproco: non dimentichiamo, per esempio, che la Svizzera – giunta al suffragio universale appena due anni prima – tolse solo nel 1973, a seguito di un referendum, il divieto per i gesuiti di risiedere nel territorio elvetico; né che, sempre in Svizzera, gli immigrati presi di mira dalla prima iniziativa popolare xenofoba del 1974 erano gli italiani e gli spagnoli, in maggioranza cattolici.

Né ha senso accampare la pretesa della reciprocità nel rispetto delle minoranze sancito dalle diverse legislazioni: quando una società riconosce e concede determinati diritti è perché lo ritiene eticamente giusto, non per avere una contropartita. Senza contare che la faccia deteriore della reciprocità si chiama ritorsione: l’atteggiamento che le società occidentali hanno verso i musulmani può comportare pesanti conseguenze per i cristiani che vivono in alcuni paesi islamici; come sorprenderci se la loro vita quotidiana si ritroverà ancor più circondata da diffidenza e ostilità o se qualche musulmano moderato si ritrova spinto tra le braccia dei fondamentalisti?

La paura esiste, è cattiva consigliera e porta a percezioni distorte dalle realtà – come dimostra anche il recente sondaggio sui timori degli italiani nei confronti degli immigrati – ma proprio per questo non deve essere lasciata alla sua vertigine, ma va oggettivata, misurata e ricondotta alla razionalità, se si vuole una umanizzazione della società. Altrimenti, dove arriverà, in nome di paure più fomentate che reali, la nostra regressione verso l’intolleranza e il razzismo spicciolo di chi non perde occasione per manifestare con sogghigni, battute, insulti, reazioni scomposte la propria ostilità nei confronti del diverso? Del resto è proprio l’essere “concittadini”, il conoscersi, il vivere fianco a fianco, condividendo preoccupazioni per il lavoro, la salute, la salvaguardia dell’ambiente, la qualità della vita, il futuro dei propri figli, porta a una diversa comprensione dell’altro, che aiuta a vedere le persone e le situazioni con un occhio diverso, più acuto e lungimirante. Dirà pure qualcosa, per esempio, il fatto che tra i pochissimi cantoni svizzeri che hanno respinto la norma contro i minareti ci siano quelli di Ginevra e di Basilea, caratterizzati dalla più alta presenza di musulmani.

In Italia l’esito del referendum svizzero contro i minareti ha rinfocolato le polemiche, e non è mancato chi ha invocato misure analoghe anche nel nostro paese, impugnando di nuovo la croce come bandiera, se non come clava minacciosa per difendere un’identità culturale e marcare il territorio riducendo questo simbolo cristiano e una sorta di idolo tribale e localistico. Così, lo strumento del patibolo del giusto morto vittima degli ingiusti, di colui che ha speso la vita per gli altri in un servizio fino alla fine, senza difendersi e senza opporre vendetta, viene sfigurato e stravolto agli occhi dei credenti. La croce, questa “realtà” che dovrebbe essere “parola e azione” per il cristiano, è ormai ridotta a orecchino, a gioiello al collo delle donne, a portachiavi scaramantico, a tatuaggio su varie parti del corpo, a banale oggetto di arredo… Tutto questo senza che alcuno si scandalizzi o ne sottolinei lo svilimento se non il disprezzo, salvo poi trovare i cantori della croce come simbolo dell’italianità, all’ombra della quale si è pronti a lanciare guerre di religione. Ma quando i cristiani perdono la memoria della “parola della croce” e assumono l’abito del “crociato”, rischiano di ricadere in forme rinnovate di antichi trionfalismi, di ridurre il vangelo a tatticismo politico: potenziali dominatori della storia umana e non servitori della fraternità e della convivenza nella giustizia e nella pace.

Va riconosciuto che la chiesa – dai vescovi svizzeri alla Conferenza episcopale italiana, all’Osservatore Romano – ha colto e denunciato quest’uso strumentale della religione da parte di chi nutre interessi ideologici e politici e non si cura del bene dell’insieme della collettività, ma resta vero che in questi ultimi anni abbiamo assistito a una progressiva erosione dei valori del dialogo, dell’accoglienza, dell’ascolto dell’altro: a forza di voler ribadire la propria identità senza gli altri, si finisce per usarla e ostentarla contro gli altri. Se la croce è brandita come una spada, è Gesù a essere bestemmiato a causa di chi si fregia magari del suo nome ma contraddice il vangelo e il suo annuncio di amore. La vera forza del cristianesimo è invece il vissuto di uomini e donne che con la loro carità hanno umanizzato la società, mossi dall’invito di Gesù: “Chi vuol essere mio discepolo, abbracci la croce e mi segua” e dal suo annuncio: “Vi riconosceranno come miei discepoli se avrete amore gli uni per gli altri”. Quando i cristiani si mostrano capaci di solidarietà con i loro fratelli e sorelle in umanità, quando rinunciano a guerre sante e restano nel contempo saldi nel rendere testimonianza a Gesù, a parole e con i fatti, allora potranno essere riconosciuti discepoli del loro Signore mite e umile di cuore.

Sì, le dispute su crocifissi e minareti non dovrebbero farci dimenticare che la visibilità più eloquente non è quella di un elemento architettonico o di un oggetto simbolico, ma il comportamento quotidiano dettato dall’adesione concreta e fattiva ai principi fondamentali del proprio credo, sia esso religioso o laico.

La Stampa del 7 dicembre 2009

In memoria delle vittime del terrorismo

Il 12 dicembre 1969 esplodeva la bomba di piazza Fontana a Milano che ha segnato l’inizio della stagione del terrore. La rivista Jesus ha messo a confronto due voci: quella di Benedetta Tobagi, figlia del giornalista ucciso il 28 maggio 1980, e dell’ex terrorista rosso Arrigo Cavallina.

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Si celebra il 9 maggio, quest’anno per la seconda volta. La Giornata della memoria per le vittime del terrorismo e delle stragi, istituita nell’anniversario dell’uccisione di Aldo Moro, è un’occasione non retorica per ricordare che furono oltre 400 le vittime di quella stagione di sangue. E che, a 40 anni dalla strage di piazza Fontana, a Milano, e a 35 da quella di piazza della Loggia, a Brescia, ancora molte verità restano sconosciute. Su questi e su altri delitti. Una giornata che invita a lavorare per recuperare ricordi e memorie e consegnare alle nuove generazioni le chiavi per interpretare quegli avvenimenti. In questi giorni, all’istituto Leone XIII di Milano, è in corso una mostra sul terrorismo rivolta proprio ai giovani e agli studenti. Il titolo, Vi.Te., con il punto in mezzo, indica l’interruzione di esistenze e storie, ma anche la capacità di riprendere a camminare. Benedetta Tobagi, figlia di Walter, il giornalista del Corriere della sera ucciso dalla Brigata XXVIII marzo il 28 maggio 1980, cura le iniziative culturali coordinate all’esposizione. Da tempo segue per le scuole percorsi didattici che aiutano a ricostruire quel periodo.

Da dove parte questa ricostruzione?

«Il mio percorso di ricostruzione parte, innanzitutto, da un discorso personale. È il tentativo, da un lato, di ricostruire una figura che mi è mancata; dall’altro di capire perché questa persona mi fosse stata portata via. L’interesse è cominciato in un momento ben preciso: nel 2002, dopo la laurea. La spinta, all’inizio, è stata il voler mettere un argine a tante polemiche che c’erano attorno all’uccisione di mio padre. Poi mi sono resa conto che, in realtà, la mia storia non riguardava soltanto me. Ho incontrato una persona determinante: Manlio Milani, l’anima della Casa della memoria di Brescia. È lui che mi ha fatto capire quale valore potesse avere la traduzione della memoria dalla sfera privata a quella pubblica. Lui per primo mi ha fatto parlare con i ragazzi delle scuole e mi ha fatto capire che è indispensabile ricostruire la memoria soprattutto qui, a Milano, dove c’è stata ogni forma di terrorismo e di violenza politica sia di destra che di sinistra».

Qual è il punto fondamentale?

«Recuperare la complessità. Mio padre aveva un grande talento nel coglierla. E poi aveva un’altissima vocazione al dialogo, come tante delle vittime del terrorismo. Sapeva che, per capire come si fosse arrivati a situazioni così esasperate, bisognava confrontarsi con tutte le voci in gioco. Per questo era scomodo ed è stato eliminato. Pansa ha detto di lui che sapeva mettere la mano nella nuvola nera. Le cose che ha scritto sull’area dell’Autonomia e sul terrorismo restano tutt’oggi tra le più chiare».

Nella complessità rientrano tutte le voci, anche quelle degli ex terroristi?

«Trovo grave non il fatto che si intervistino gli ex terroristi, ma che il giornalista non si prepari e non sia pronto a coglierli in fallo quando mentono, sono omissivi, esprimono dichiarazioni discutibili. Anche per i libri ho letto alcuni testi di ex terroristi e vi ho trovato lacune, affermazioni false, ricostruzioni apologetiche. Su queste memorie non c’è un dibattito critico. La risposta non è far sparire quelle voci e inondare il mercato di memorialistica delle vittime, ma esercitare il pensiero critico anche sulla scorta dei documenti oggi disponibili. Altrimenti siamo condannati a rimanere intrappolati in “ricordi senza memoria” come dice Giovanni Moro nel libro Anni Settanta».

Il cardinale Martini scrisse che la parabola del figliol prodigo dice di una riconciliazione mancata, perché il primo figlio va via. A che punto è il rapporto tra i due fratelli? Ed è un rapporto solo privato?

«Ho ascoltato un ex di Prima linea sostenere che la via d’uscita da quegli anni passa solo attraverso percorsi personali. È un discorso che mi ferisce perché le storie che si sono incrociate in quegli anni sono state al crocevia tra pubblico e privato, ma con una dimensione collettiva da cui non si può prescindere. È irritante vedere che un ex terrorista si limita a condividere la propria redenzione privata, perché mi sembra che rifugga dal fare i conti con quello che è stato l’impatto della sua azione sulla società. Per quanto riguarda il figliol prodigo, credo che sia stato urticante per tanti familiari delle vittime vedere l’interesse riservato ad alcuni terroristi e, parallelamente, un vuoto di attenzione per le vittime. È stato importante che la Chiesa, nel momento in cui si doveva fronteggiare l’emergenza di migliaia di giovani che passavano per tribunali e carceri, si sia fatta carico del problema. Il punto, però, è che bisognerebbe evitare che il fratello che si comporta bene si senta ferito dalla disattenzione. Non si tratta di togliere a qualcuno, ma di aggiungere, di avere cura di una persona in più. Io so, per esempio, che l’assassino di mio padre si è convertito e ha avuto una carriera professionale importante nell’ambito di un grande movimento cattolico. Per una parte di me, è difficile accettare questo. Poi, però, so che c’erano giovani che andavano recuperati. Ci sono stati cappellani delle carceri, associazioni, cooperative che hanno operato bene. Ma ci sarebbe da fare un passo in più».

Quale passo?

«Gli ebrei dicono che la conversione è un cambiamento radicale delle tue motivazioni all’azione. Dio può perdonarti perché sei talmente cambiato che non potrai mai compiere quelle azioni. Ma poiché solo Dio può vedere nel cuore degli uomini, solo Dio può perdonare. Non è la vittima che deve farlo. Il passo in più che dovrebbero fare è il prendere coscienza dell’umanità delle vittime, della gravità di ciò che hanno fatto. Ma spesso si fermano a metà strada. Sul piano umano, c’è una ferita che si perpetua: è come se a chi è stato ucciso fosse negata la sua umanità e ci fosse sempre e soltanto sulla scena l’assassino con le sue motivazioni, i suoi traumi, il suo carcere. Sarebbe bello se la Chiesa accompagnasse gli ex terroristi fino in fondo al percorso, che può anche essere senza ritorno, perché si tratta di rendersi conto di aver fatto qualcosa di irrimediabile. Chi ha subito il trauma della perdita non può sfuggire al lutto. Anche questo è un percorso duro, perché non è vero che il dolore ti migliora, anzi ti può far diventare una persona arida, morta dentro. Credo che abbiamo diritto di chiedere a chi ha compiuto il male di affrontare fino in fondo le implicazioni delle sue azioni».

In autunno uscirà, per Einaudi, un libro su suo padre. Cosa racconta?

«Ho studiato le sue carte, sia pubbliche sia private: sono la sua voce, la sua presenza, sono entrate nella mia vita, mi hanno accompagnata, mi hanno spiegato le cose. Il libro è la sua storia, ma è anche la storia del mio incontro con lui attraverso questa ricerca. Volevo raccontare da dove viene Walter Tobagi, la sua formazione, quali sono state le sue attività come storico, come giornalista, come sindacalista. Uso le sue parole per raccontare il contesto di quegli anni. E poi c’è la sua morte, affrontata per rispondere a un antico mio desiderio di ordine rispetto a tante cose dette e scritte attorno alla sua figura».

Annachiara Valle

 

 

«Sono nato in una famiglia antifascista, per metà cattolica e per metà valdese». Arrigo Cavallina negli anni di piombo è stato il fondatore e l’ideologo dei Pac, i Proletari armati per il comunismo. Il “maestro” di Cesare Battisti. Fu tra i primi a sperimentare il carcere duro e uno degli ideatori del movimento della dissociazione. Oggi vive a Verona, dedicandosi a tempo pieno all’universo carcerario con l’associazione “La fraternità”. «Da ragazzino frequentavo la parrocchia», racconta. «Le medie sono state anni difficili, segnati dalla morte di mio padre». All’epoca lavora per aiutare la madre, si iscrive a ragioneria. Entra in contatto con Gioventù Studentesca. Legge molto: romanzi, ma anche saggi di cattolici “terzomondisti”; approfondisce il protestantesimo. Finché, tra un libro e l’altro, si imbatte nel Capitale di Marx.

Che impressione le fa?

«Per un ragazzino in ricerca, era una spiegazione convincente delle differenze sociali e dello sfruttamento. Così, mentre gli amici mi convincono a prendere la tessera di Azione cattolica, mi iscrivo anche alla Federazione giovanile comunista. L’esperienza dura poco. Il Pci era invivibile: contava solo quanti tesserati portavi. Ribelle all’impostazione dogmatica, me ne vado. Fondo un giornale su cui scrivono liberamente comunisti, cattolici, liberali e anche un fascista. Una delle esperienze più belle».

Intanto è alle soglie dei vent’anni. Che cosa succede?

«La vita personale si scolla pian piano da quella politica. Fuori dal Pci ci sono una miriade di gruppetti. Li frequento, partecipo, ascolto. Leggo Mao e lo apprezzo, ma non sopporto il maoismo fatto di slogan. Ascolto Curcio. Leggo Toni Negri, una testa notevole. Entro a far parte di Potere Operaio. È il momento delle grandi rivoluzioni: Russia, Cina, Cuba. Senza armi, non si vince: si comincia a parlare di lotta armata, che agli inizi si traduceva in atti miseri: aprire un’auto, attaccare due fili a una sveglia, rubare tritolo da una cava. Gesti per cui ero negato, io che non sapevo cambiare una lampadina».

Chi parlava di lotta armata?

«Un gruppo di intellettuali. Te ne accorgi dopo, i meccanismi sono sempre gli stessi: indipendentemente dalle idee, al vertice c’è una casta. Loro teorizzano, gli “utili idioti” fanno. Tra questi c’ero anch’io. Intanto mi ero trasferito a Milano. Di giorno insegnavo, di notte le riunioni e le prime azioni: un paio di rapine di armi, l’incendio di un’impresa che finanziava il colpo di stato in Cile. Ma, quando sto per incendiare un altro capannone, mi arrestano con in tasca gli appunti della rapina del giorno prima».

Perché non li ha gettati?

«Non ne potevo più: lavoravo, non mangiavo, di notte non dormivo, avevo difficoltà economiche. E soprattutto, ero solo. Per gli altri non esistevo come persona, ero un ingranaggio. Non ricevevo nessuna comprensione. Avevo anche tentato il suicidio. Forse è per quello che non me ne sono liberato».

E dopo l’arresto?

«Tre anni di carcere. Intanto la lotta armata si disgrega. Un movimento di 120 anni in due-tre anni finisce nell’ironia generale. È stato l’inganno più grande della mia vita, però la consapevolezza dello sfruttamento resta un’acquisizione importante. In carcere mi immergo in quella classe povera che avevo difeso senza conoscerla. Me ne faccio portavoce, ma le mie trattative per i detenuti non piacciono. Vengo trasferito in un carcere speciale. Le prime due settimane sono fatte di botte e torture. C’era una violenza incredibile. È il messaggio più diseducativo: come potrei rispettare la legge, se non la rispettate voi? Accumulo una forte rabbia. I compagni fuori si organizzano e nasce il gruppo “Senza galere”, che pubblica le mie lettere».

E quando esce dal carcere?

«Mi ricongiungo agli amici di un tempo. Nascono i Pac. Il clima è cambiato, l’ipotesi rivoluzionaria è sconfitta e se ne sente tutta la frustrazione. Pensavamo: “Non cambieremo il mondo, almeno cambiamo noi”. Comunismo diventa un modo per sottrarsi a un mondo che non ci va. La maggior parte dei compagni è in galera ed è proprio sulle condizioni carcerarie che si concentrano i Pac. Dopo l’omicidio del maresciallo Santoro a Udine, prendo le distanze. Seguono altri omicidi e ferimenti, terminati con l’arresto del gruppo. Capisco che con l’illegalità si finisce male: un’evidenza, prima che una scelta etica. Ma vengo coinvolto in un altro processo. Di nuovo galera: uscirò dopo 12 anni di carcere preventivo».

È il tempo del ripensamento.

«Sì, con alcuni ex compagni nasce la dissociazione. Il movimento si allarga e diviene fondamentale per la fine del terrorismo. È anche un periodo di paura per le continue minacce: temiamo per la vita e ci guardiamo le spalle a vicenda. Constato che chi ci aiuta di più sono i cattolici: don Di Liego della Caritas e soprattutto uno straordinario cappellano, don Luigi Mélesi, vicino a Martini. Riprendo la frequentazione biblica e rileggo i temi della speranza e del perdono dentro la condizione carceraria. È l’elemento più tipico della prigione, dover fare i conti con sé stessi. Pensi: “Forse da qui non esco più ed è per colpa mia”. Sei il tuo nemico. Realizzi il male fatto agli altri. È la condizione di tutta la Scrittura. Ezechiele dice: “Io non voglio che l’empio muoia”. E capisci che davanti a te, qualunque cosa tu abbia fatto, c’è sempre la possibilità di un nuovo progetto».

Quale conseguenze ha questo lavoro interiore?

«Accorgersi che, anche in carcere, l’altro c’è. Rileggo il Samaritano: non c’è mondo dove io non possa farmi prossimo. Il carcere è il primo luogo dove comunicare agli altri il perdono che sperimento. È il compito che mi sono scelto oggi, a tempo pieno».

Giusy Baioni

 

A 4 anni dalla morte di Giovanni Paolo II

A 4 anni di distanza dalla morte di Giovanni Paolo II pubblico, per ricordarlo, questo articolo di mons. Massimo Camisasca

GIOVANNI PAOLO II/ Quel testimone che ha saputo parlare ad ogni uomo

Sono passati soltanto quattro anni dalla scomparsa di Giovanni Paolo II. Eppure è già possibile una impressione più distaccata, consapevole, del peso che il suo lungo pontificato ha avuto nella storia della Chiesa. Un pontificato che, per estensione, ha coperto un numero di anni secondo soltanto a quello di Pio IX. Iniziato negli anni del terrorismo italiano, è terminato dopo la fine della guerra fredda, nell’epoca delle guerre americane contro il terrorismo internazionale. Un lunghissimo periodo anche per la storia della Chiesa: ancora segnata dalle profonde difficoltà del post-Concilio, è stata percorsa in lungo e il largo da Giovanni Paolo II attraverso le sue centinaia e centinaia di viaggi, per portare ad ogni continente, ad ogni popolo, la certezza di una fede che sembrava smarrita, coniugata con la difesa dei diritti degli uomini e dei popoli. Un’impresa titanica che appare in tutta la sua visibilità nell’immenso numero di pagine del magistero di Giovanni Paolo II, nella quantità di argomenti trattati, nel numero di discorsi pronunciati.

Dietro a tutto questo non stava una macchina, ma un uomo vero. Un uomo certamente dotato di doni particolari: la conoscenza delle lingue che lo rendeva capace di parlare direttamente ad ogni uditorio, l’abilità oratoria che aveva ereditato dalla sua antica esperienza di attore, la finezza nell’uso della parola che l’aveva reso poeta, l’attitudine filosofica di penetrare gli strati più profondi della vita dell’uomo. Ma il centro di tutto questo era l’incontro con Cristo, venuto a lui dalla tradizione della sua famiglia e del suo popolo. Una signoria, quella di Cristo, avvertita da Karol Wojtyla come fonte di gioia e di sicurezza, di pienezza umana, fonte perciò di coraggio, di proposta, e anche di provocazione.

Ma Cristo era per Giovanni Paolo II soprattutto una persona incontrata e viva, un “tu” con cui dialogare, il Dio fatto uomo che lo aveva chiamato a non avere più niente per sé, e a donare tutto se stesso per farlo conoscere agli altri uomini.

Giovanni Paolo II era un uomo positivo e coraggioso. Veniva da lontano, come lui stesso disse appena dopo la sua elezione, e desiderava che questo lontano diventasse vicino, voleva far sì che iniziasse un nuovo rapporto fra l’oriente e l’occidente dell’Europa. Amava dire che l’Europa avrebbe dovuto tornare a respirare a due polmoni. Con questa intenzione scrisse molte encicliche e documenti, e fu anche disposto a ridiscutere l’esercizio storico del ministero petrino. Purtroppo non riuscì ad andare fino a Mosca, forse perché le comuni origini slave, anziché facilitarlo, resero più arduo l’ascolto reciproco.

Voleva che ogni punto della Chiesa si sentisse centro e non periferia. Per questo ha viaggiato così tanto, forse più di ogni uomo mai apparso sulla terra. Resistette fino a quando le condizioni fisiche lo permisero.

Ogni sua apparizione sullo schermo costituiva un grande evento. La sua capacità di colpire era al servizio della testimonianza. Parlava alle folle, ma sembrava sempre parlare ai singoli. Come quando, a tavola con don Giussani, in Vaticano o a Castel Gandolfo, lo vedevo rivolgere domande, curioso di sapere, attento ad ascoltare, per captare ogni nuovo evento, ogni nuova parola che potesse giovare alla sua comprensione dell’uomo e alla sua missione.

A 15 anni dalla morte di don Peppino

Quindici anni fa, la mattina del 19 marzo 1994, a Casal di Principe, in provincia di Caserta, i sicari della camorra uccisero don Giuseppe Diana. Pubblico questo articolo scritto da Roberto Saviano su Repubblica.

La mattina del 19 marzo del 1994 don Peppino era nella chiesa di San Nicola, a Casal di Principe. Era il suo onomastico. Non si era ancora vestito con gli abiti talari, stava nella sala riunioni vicino allo studio. Entrarono in chiesa, senza far rimbombare i passi nella navata, non vedendo un uomo vestito da prete, titubarono.

Chi è Don Peppino?

Sono io…

Poi gli puntarono la pistola semiautomatica in faccia. Cinque colpi: due lo colpirono al volto, gli altri bucarono la testa, il collo e la mano. Don Peppino Diana aveva 36 anni. Io ne avevo 15 e la morte di quel prete mi sembrava riguardare il mondo degli adulti. Mi ferì ma come qualcosa che con me non aveva relazione. Oggi mi ritrovo ad essere quasi un suo coetaneo. Per la prima volta vedo don Peppino come un uomo che aveva deciso di rimanere fermo dinanzi a quel che vedeva, che voleva resistere e opporsi, perché non sarebbe stato in grado di fare un’altra scelta.

Dopo la sua morte si tentò in ogni modo di infangarlo.

Accuse inverosimili, risibili, per non farne un martire, non diffondere i suoi scritti, non mostrarlo come vittima della camorra ma come un soldato dei clan. Appena muori in terra di camorra, l’innocenza è un’ipotesi lontana, l’ultima possibile. Sei colpevole sino a prova contraria. Persino quando ti ammazzano, basta un sospetto, una voce diffamatoria, che le agenzie di stampa non battono neanche la notizia dell’esecuzione. Così distruggere l’immagine di don Peppino Diana è stata una strategia fondamentale. Don Diana era un camorrista titolò il Corriere di Caserta. Pochi giorni dopo un altro titolo diffamatorio: Don Diana a letto con due donne.

Il messaggio era chiaro: nessuno è veramente schierato contro il sistema. Chi lo fa ha sempre un interesse personale, una bega, una questione privata avvolta nello stesso lerciume. Don Peppino fu difeso da pochi cronisti coraggiosi, da Raffaele Sardo a Conchita Sannino, da Rosaria Capacchione, Gigi Di Fiore, Enzo Palmesano e pochi altri. Ricordarlo oggi – a 15 anni dalla morte – significa quindi aver sconfitto una coltre di persone e gruppi che pretendevano di avere il monopolio sulle informazioni di camorra, in modo da poterle controllare. Ricordarlo è la dimostrazione che anche questa terra può essere raccontata in modo diverso da come è successo per lungo tempo. Come dice Renato Natale, ex sindaco di Casal di Principe e amico di don Peppe, “è sempre complicato accettare l’eroismo di chi ci sta vicino, perché questo sottolineerebbe la nostra ignavia”. Don Peppino fu ucciso nel momento in cui Francesco Schiavone Sandokan era latitante, mentre i grandi gruppi dei Casalesi erano in guerra e i grandi affari del cemento e dei rifiuti divenivano le nuove frontiere dei loro imperi. Don Peppino non voleva fare il prete che accompagna le bare dei ragazzi soldato massacrati dicendo “fatevi coraggio” alle madri in nero. A condannarlo fu ciò che aveva scritto e predicato. In chiesa, la domenica, tra le persone, in piazza, tra gli scout, durante i matrimoni. E soprattutto il documento scritto assieme ad altri sacerdoti: “Per amore del mio popolo non tacerò”. Distribuì quel documento il giorno di Natale del 1991. Bisognava riformare le anime della terra in cui gli era toccato nascere, cercare di aprire una strada trasversale ai poteri, l’unica in grado di mettere in crisi l’autorità economica e criminale delle famiglie di camorra.

“Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della Camorra. – scriveva – La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone con violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario, traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti…”.

La cosa incredibile è che quel prete ucciso, malgrado tutto, continuò a far paura anche da morto. Le fazioni in lotta di Sandokan e di Nunzio di Falco cominciarono a rinfacciarsi reciprocamente la colpa del suo sangue, proponendo di testimoniare la loro estraneità a modo loro: impegnandosi a fare a pezzi i presunti esecutori della banda avversaria. Oltre a cercare di diffamare Don Peppino, dovevano cercare di lanciarsi dei messaggi scritti con la carne, per togliersi di dosso il peso dell’uccisione di quell’uomo. Così come era stato difficile trovare i killer disposti a farlo fuori. Uno si ritirò dicendo che a Casale lo conoscevano in troppi, un altro accettò ma a condizione partecipasse pure un suo amico, come un bambino che non ha il coraggio di fare da solo una bravata. Nel corso della notte prima dell’agguato, uno dei killer tormentati riuscì a convincere un altro a rimpiazzarlo, ma il sostituto, l’unico che non sembrava volersi tirare indietro, era l’esecutore meno adatto. Soffriva di epilessia e dopo aver sparato rischiava cadere a terra in convulsioni, crisi, bava alla bocca. Con questi uomini, con questi mezzi, con queste armi fu ucciso Don Peppino, un uomo che aveva lottato solo con la sua parola e che rivoluzionò il metodo della missione pastorale. Girava per il paese in jeans, non orecchiava le beghe delle famiglie, non disciplinava le scappatelle dei maschi né andava confortando donne tradite. Aveva compreso che non poteva che interessarsi delle dinamiche di potere. Non voleva solo confortare gli afflitti, ma soprattutto affliggere i confortati. Voleva fare chiarezza sulle parole, sui significati, sui perimetri dei valori.

Scrisse: “La camorra chiama “famiglia” un clan organizzato per scopi delittuosi, in cui è legge la fedeltà assoluta, è esclusa qualunque espressione di autonomia, è considerata tradimento, degno di morte, non solo la defezione, ma anche la conversione all’onestà; la camorra usa tutti i mezzi per estendere e consolidare tale tipo di “famiglia”, strumentalizzando persino i sacramenti. Per il cristiano, formato alla scuola della Parola di Dio, per “famiglia” si intende soltanto un insieme di persone unite tra loro da una comunione di amore, in cui l’amore è servizio disinteressato e premuroso, in cui il servizio esalta chi lo offre e chi lo riceve. La camorra pretende di avere una sua religiosità, riuscendo, a volte, ad ingannare, oltre che i fedeli, anche sprovveduti o ingenui pastori di anime (…) Non permettere che la funzione di “padrino”, nei sacramenti che lo richiedono, sia esercitata da persone di cui non sia notoria l’onestà della vita privata e pubblica e la maturità cristiana. Non ammettere ai sacramenti chiunque tenti di esercitare indebite pressioni in carenza della necessaria iniziazione sacramentale…”.

Questo è il lascito di Don Peppino Diana, un lascito che ancora oggi resta difficile accogliere e onorare. La speranza è nelle nuove generazioni di figli di immigrati, e nuovi figli di questo meridione, persone che torneranno dalla diaspora dell’emigrazione, emorragia inarrestabile. Il pensiero e il ricordo di Don Peppino sarà per loro quello di un giovane uomo che ha voluto far bene le cose. E si è comportato semplicemente come chi non ha paura e dà battaglia con le armi di cui dispone, di cui possono disporre tutti. E riconosceranno quanto fosse davvero incredibilmente nuova e potente la volontà di porre la parola al centro di una lotta contro i meccanismi di potere. Parole davanti a betoniere e fucili. Realmente, non come metafore. Una parola che è sentinella, testimone, così vera e aderente e lucida che puoi cercare di eliminarla solo ammazzando. E che malgrado tutto è riuscita a sopravvivere. E io a Don Peppino vorrei dedicare quasi una preghiera, una preghiera laica rivolta a qualunque cosa aiuti me e altri a trovare la forza per andare avanti, per non tradire il suo esempio, offrendogli le parole di un rap napoletano. “Dio, non so bene se tu ci sei, né se mai mi aiuterai, so da quale parte stai”.

Passi indietro per le donne pakistane

In III stiamo parlando dell’Islam. Purtroppo è di questi giorni la notizia di un abbruttimento della situazione delle donne pakistane. Da AsiaNews ho preso questo articolo preoccupante.

Per le donne iniziano i divieti con la Sharia nella Swat Valley

di Qaiser Felix

Peshawar (AsiaNews) – Da ieri le corti islamiche hanno preso in mano l’amministrazione della giustizia nella Swat Valley. Con l’entrata in vigore della sharia nel distretto di Malakand le donne non possono più muoversi da sole, parlare in pubblico ed il velo diventa obbligatorio. Le scuole femminili, per lo più legate ai missionari, ma frequentate per il 95% da ragazze musulmane, rischiano la chiusura definitiva dopo gli attentati esplosivi negli ultimi mesi che, pur non causando vittime, hanno reso impossibile a circa mille studentesse di frequentare le lezioni.

Per le comunità cattoliche e protestanti presenti nella regione, circa mille persone, si profila un futuro difficile. PAKISTAN_(F)_0317_-_Swat_valley_sharia.jpgImpiegati come manovali e spazzini, o presso gli ospedali e le scuole dei missionari, temono il clima di discriminazione e molti hanno già lasciato le loro case per spostarsi in altre città e zone in cui non vige la sharia. Dall’inizio dell’anno i talebani hanno compiuto centinaia di attentati contro scuole, negozi di musica e cd, barbieri e attività pubbliche e commerciali ritenute anti-islamiche.

Con l’introduzione della cosidetta Nizam-e-Adl Regulations 2009, sono decaduti i tribunali e di giudici civili ed il loro posto è stato preso dal sistema dei Qazis, i giudici islamici che rispondono alla legge coranica. Sono sette, per ora, i tribunali approvati nello Swat dopo l’accordo tra le milizie talebane del Tehreek-i-Nafaz-i-Shariat-i-Muhammadi (Tnsm) ed il governo del presidente Asif Ali Zardari. Sono stabiliti nei due distretti di Dir e in quelli di Buner, Malakand Agency, Shangla, Kohistan e Chitral. Iftikhar Hussain, ministro per le comunicazioni della  North West Frontier Province (Nwfp), ha affermato che i nuovi tribunali saranno da modello per gli altri distretti della provincia in cui non sarà necessaria l’approvazione presidenziale per l’instaurazione di corti islamiche.

Dando l’annuncio dell’entrata in vigore definitiva della sharia, Sufi Muhammad, capo delle milizie Tnsm,  ha spiegato che i tribunali islamici risponderanno ad una nuova corte suprema, la Darul Qaza, per cui sono già stati selezionati due dei tre giudici che la compongono. Sufi ha anche affermato che i qazis che non applicheranno nel modo corretto la sharia saranno subito sostituiti.

L’Alta corte di Peshawar ha espresso preoccupazione per le minacce del capo del Tnsm e chiesto alle autorità della Nwfp di garantire la sicurezza dei giudici.

Terrorismo fondamentalista

In V abbiamo parlato del terrorismo e di quando esso si lega ai fondamentalismi religiosi. Abbiamo poi letto la parte iniziale di questo documento che qui vi allego per intero e che così potete downloadare. Il testo è del prof. Giovanni De Sio Cesare.

IL TERRORISMO ISLAMICO.doc

Essere donna in Afghanistan

Da www.corriere.it

La prigione delle ragazze afghane: schiave, spose forzate, suicide

Il governo di Kabul ammette: «Le figlie restano proprietà delle tribù»

HERAT—Sorride dolce Leilah, l’assassina. Arrossisce Fatemeh, l’adultera. Si nasconde Guldestan che in un paio di settimane ha perso tutto: papà, mamma, tre sorelle, l’intera rete familiare, probabilmente il futuro. Ha visto il padre uccidere la madre perché sospettava che sotto il burqa covasse il tradimento; ha visto lo zio uccidere il padre per vendicare l’onore della sorella; lei stessa è diventata assassina sparando a quello stesso zio che aveva adottato lei e le sorelle. L’uomo dormiva dopo averla stuprata. Guldestan è in prigione, le sorelline, dai 3 agli 11 anni, in orfanotrofio.

La maggior parte delle detenute del carcere minorile di Herat non sono arrivate a tanto. Sono colpevoli di aver disobbedito alla legge tribale e alla tradizione. Ragazze in fuga da matrimoni forzati con uomini che non avevano mai visto, più o meno vecchi, danarosi o poligami, comunque decisi a portarsi a casa manodopera gratuita e compagnia notturna. Sono ragazze pagate al padre-padrone 5-6 mila dollari oppure tre tappeti, otto capre e due paia di scarpe, come nel caso di Sarah. Ragazze che a 13-14 anni si sono trovate una mattina il mullah in casa che chiedeva loro se volevano fidanzarsi, il padre che le minacciava e l’aspirante sposo che le blandiva con un vestito nuovo in mano. «La famiglia prepara tutto in segreto—racconta Chiara Ciminello, cooperante per l’Ong italiana Intersos — e senza capire quel che succede le bambine si ritrovano fidanzate. A quel punto dire “no” diventa reato».

Se l’adulterio viene consumato, in teoria, la condanna è ancora la lapidazione prevista dalla Sharia, ma il governo di Kabul ha imposto una moratoria. Gli ospedali funzionano abbastanza da verificare la verginità e, se non c’è stato tradimento, la condanna per la ribellione di una minorenne varia da 3 mesi a un anno di carcere. Il peggio viene dopo. Le famiglie non vogliono riaccogliere chi, con la disobbedienza, ha portato il disonore. La Ong inglese World Child lavora a Herat per aiutare proprio il reinserimento delle reprobe. Ma il problema è enorme. Lo stigma della rivolta mette queste ragazze ai margini della società. Chi non ha una rete familiare attorno non può lavorare, affittare casa, vivere sola. L’esito della ribellione per amore o libertà diventa così la prostituzione.

Meglio morire. Lo pensano in tante. Così a Kabul le fidanzate a sorpresa o le giovani spose si danno fuoco al ritmo di due-tre a settimana. In tutto l’Afghanistan si calcola che le suicide siano minimo una al giorno. Herat, forse la provincia più sviluppata del Paese, non fa eccezione. Nel 2006, una (rara) Commissione governativa ha contato una media di 7 torce umane al mese. «Il nodo è che le figlie sono considerate una proprietà. Prima dalla famiglia del padre poi da quella del marito — spiega ancora Ciminello —. A Herat la situazione è particolare a causa della vicinanza all’Iran. Mentre tra i sunniti, soprattutto se pashtun, le cifre sono importanti, tra gli sciiti di influenza iraniana l’uso di pagare la moglie è quasi simbolico. A volte lo sposo firma una sorta di caparra, la shirbaha, per cui in caso di divorzio si impegna a risarcire la donna con una buona uscita che le permetta di tirare avanti. Ma quel che manca in entrambi i gruppi è il rispetto della volontà delle ragazze».

Andrea Nicastro

07 febbraio 2009

Storie dalla Russia

Dalla Russia nove storie di eroi

Roberto Fontolan giovedì 29 gennaio 2009

Venti anni dopo l’89, cosa sappiamo della Russia? Il crollo del muro di Berlino aprì una fase conclusa e drammatica: le incertezze di Gorbaciov e l’improvviso eroismo di Eltsin capace di issarsi su un carro armato per bloccare, quasi da solo, il tentativo golpista; il caos minaccioso e incontrollabile che sembrava impadronirsi di una società senza più anima e talmente depressa da precipitare in una crisi demografica paurosa, con aspettativa di vita a livello “africano”; l’emergere di un cocktail di poteri forti e fortissimi composto da ex comunisti e miliardari dalle sospette fortune. Per un decennio la Russia è stata nel panico e ha seminato il panico: chi e come avrebbe controllato il suo arsenale nucleare? Chi e come avrebbe avuto ragione delle variegate mafie che si disputavano il cadavere dell’ex “impero del male”? In questo 2009 “celebriamo” anche i dieci anni del sorgere della stella di Vladimir Putin, entrato nella stanza del potere nel 1999 grazie a Boris Eltsin e oggi capo supremo e solidissimo, incontrastabile (nel senso che chi ci ha provato è finito male) manager del Cremino e dei suoi segreti. Il doppio “anniversario” consentirà di affrontare approfonditamente i grandi temi della Russia odierna, che per tanti aspetti resta un continente misterioso.

Ma prima delle analisi geopolitiche e delle esplorazioni sulla personalità di Putin, non si può cominciare a parlare di Russia senza leggere un magnifico libro, recentemente pubblicato da Rizzoli nella collana “I libri dello spirito cristiano”. Lo ha scritto Giovanna Parravicini, “russologa” di grande valore, animatrice del Centro Biblioteca dello Spirito di Mosca e da pochissimo nominata consultore del Pontificio Consiglio per la Cultura. Il libro, che ha come titolo “Liberi”, racconta nove biografie di uomini e donne della Russia recente e contemporanea, personalità che hanno vissuto in parte o per intero i lunghi decenni del potere comunista e che non hanno mai rinunciato. A cosa? Al proprio desiderio umano. Storie commoventi e sconvolgenti. La pianista Marija Veniaminovna Judina, ad esempio, artista straordinaria, adorata dai grandi russi del secolo scorso, da Bachtin a Pasternak, interprete geniale di Bach e Stravinski. Sciostakovic narra che una sua esecuzione radiofonica di Mozart incantò Stalin al punto che il dittatore pretese di avere immediatamente il disco, ma il disco non esisteva e il concerto era stato eseguito dal vivo; perciò i commissari della radio organizzarono in fretta e furia un nuovo concerto che venne registrato e mandato all’impaziente “padre della patria”. Egli ne fu grato al punto che fece avere alla Judina l’incredibile somma di ventimila rubli. Lei lo ringraziò con queste parole: «Pregherò giorno e notte per Lei e chiederò al Signore che perdoni i Suoi gravi peccati contro il popolo e la nazione. Dio è misericordioso e la perdonerà. I soldi li devolverò per i restauri della chiesa in cui vado». Ma il libro è ricco di pagine intense e sorprendenti. Come quelle dedicate a Vera Laskova, la “dattilografa del samizdat”, la cui storia fa rivivere la stagione del dissenso e ci riporta i volti e i nomi, che noi smemorati di Occidente abbiamo dimenticato, della rivolta giovanile anticomunista degli anni Sessanta. E la figura schiva e immensa di Sergej Averincev, un vero “uomo colto” del XX secolo, alla pari di De Lubac e di von Balthasar, capace di ipnotizzare centinaia di studenti parlando dell’estetica bizantina.

Le storie raccontate da Giovanna Parravicini ci fanno attraversare un tempo segnato dalla Grande Menzogna (Evgenija Ginzburg) e da un dolore senza fine: la morte, la violenza, la prigionia, le vessazioni, l’ostracismo, la solitudine, la perdita delle persone amate. Nessuno potrà mai risarcire i russi di tutto questo. Eppure queste storie dicono che la luce non si spegne mai del tutto, che la speranza si attacca alla vita non come un augurio ma come un fatto vivente persino nel campo di concentramento. A venti anni dall’89 la Russia di oggi dovrebbe tornare a guardare i suoi veri e non retorici eroi. E noi con lei.