Il male secondo Hannah Arendt

ARENDT.jpgVerso dicembre nelle quinte abbiamo parlato di Hannah Arendt. Eccovi un articolo sempre da www.dimensioni.org che nel sottotitolo scrive: Perché sono sorti i totalitarismi? Perché l’uomo si lascia ingabbiare nel male? Quale spessore ha la malvagità? Chi può essere tentato dal male? Sono le domande a cui risponde questa grande pensatrice del Novecento.

Questa grande personalità della filosofia del Novecento nasce ad Hannover, in Germania, nel 1906, da una famiglia ebraica. Fu allieva del celebre filosofo tedesco Heidegger; ma nel 1933, all’avvento del Nazismo, fugge dalla Germania e si rifugia a Parigi. Nel 1940 l’invasione hitleriana della Francia la sorprende e viene catturata dai Tedeschi: riesce però a fuggire e nel 1941 trova asilo negli USA, dove rimarrà fino alla morte avvenuta nel 1975.

Il suo capolavoro viene pubblicato nel 1951, con il titolo: “Le origini del totalitarismo”. Il totalitarismo, che dà ogni potere allo stato, riducendo ogni individuo ad una semplice tessera dell’immenso mosaico dello stato, viene collegato anzitutto con l’antisemitismo, non per caso esploso, come precursore dei regimi totalitari, nella seconda metà dell’Ottocento, e preludio dei campi di sterminio, siano essi i lager hitleriani o i gulag di Stalin, che i regimi totalitari useranno come laboratorio, per verificare la loro pretesa di dominio assoluto sull’uomo per Ebrei e non Ebrei, e come monito perentorio per tutti i potenziali oppositori.

Il secondo carattere fondamentale del totalitarismo è l’imperialismo, cioè la pretesa di conquista e dominio del mondo.

Per realizzare i due obbiettivi di fondo, l’antisemitismo e l’imperialismo, il totalitarismo ha bisogno assoluto di impadronirsi di tutto il potere, eliminando ogni opposizione, imponendo anche lo sfruttamento con il lavoro senza profitto o guadagno, il lavoro anche inutile e umiliante, anche senza produrre nulla, per annientare l’individuo, come pure la punizione anche senza reato, solo con l’affermazione che chi si proclama innocente, cerca solo di screditare il potere dello stato, e quindi nessuno, accusato ed incriminato, può sfuggire alla pena.

Il totalitarismo, come manifesto ideologico, intende creare un tipo di uomo del tutto nuovo, o su base razziale, con il mito della razza pura ariana, come per i nazisti o su base classista, come il tipo di lavoratore russo stacanovista o di una società senza classi, di derivazione staliniana.

L’uomo autentico, invece, nella visione di Hannah Arendt, secondo l’acuta analisi che essa ne compie nel 1958, nella sua opera ulteriore “Vita activa”, è caratterizzato come fonte di azione creativa, che gli permette lo sviluppo di se stesso, il rapporto produttivo con la natura, e la relazione con gli altri uomini, sia a livello personale quanto comunitario. Anche se occorre sempre tenere presente che la società perfetta non esiste. Hannah Arendt non risparmia, al riguardo, le critiche al sistema capitalistico statunitense, e al suo primato assoluto del profitto e del denaro, colla differenza però fondamentale, che nel mondo statunitense è possibile la libera critica di pensiero, inconcepibile invece sia nel totalitarismo sia nazista quanto stalinista.

La possibilità tragica del male incombe sempre sull’uomo: qui si colloca l’opera forse più conosciuta della Arendt, del 1963: “La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme”, che prende lo spunto dal famoso processo di quel tempo tenutosi a Gerusalemme, come centro dello Stato di Israele, a uno dei più sconcertanti ed ottusi gerarchi nazisti, pianificatore glaciale e desolante dell’Olocausto, in particolare del popolo Ebreo ad Ausschwitz. Il testo è un’indagine profonda degli abissi della malvagità umana, ma anche della banalità terribile di essa. Gli aguzzini erano uomini “double face”, rispettabili ed anche affettuosi e cortesi nella loro vita quotidiana, a cominciare da quella familiare; ma implacabili e gelidi organizzatori dello sterminio e dell’annientamento nell’altra loro componente fondamentale, come tragica realizzazione del “Dottor Jekyll e Mister Hide”, secondo il capolavoro del grande scrittore inglese Robert Stevenson.

Una delle questioni principali della Arendt è il fatto che un’intera società può sottostare ad un totale cambiamento degli standard morali senza che i suoi cittadini emettano alcun giudizio circa ciò che sta accadendo. Come svegliarsi da questo sonno che lentamente annienta lo spirito umano? Per trovare una risposta a questo urgente interrogativo, Arendt vede in Socrate un modello di pensatore e di uomo. Una maniera per prevenire il male è rintracciabile nel processo del pensare. L’uomo deve rientrare in se stesso e dialogare con se medesimo per ritrovare la sua identità. Questo pensare per Socrate libera l’uomo e lo rende cosciente di se stesso e della sua unicità, così ha la forza di reagire quando il potere vuole allontanare gli individui dalle loro regole di comportamento. La capacità di pensare ha la potenzialità di mettere l’uomo di fronte ad un quadro bianco senza bene o male, senza giusto o sbagliato, ma semplicemente attivando in lui la condizione per stabilire un dialogo con se stesso e permettendogli dunque di deliberare un giudizio circa gli eventi. La Arendt sta cercando di evitare l’aderire degli uomini a ogni tipo di standard morale, sociale o legale senza esercitare la loro capacità di riflettere, basata sul dialogo con se stessi circa il significato degli avvenimenti, in altre parole la manifestazione del pensiero è capace di provocare perplessità e obbliga l’uomo a riflettere e a pronunziare un giudizio. La banalità del male che appare attraverso Eichmann rende evidente come il fenomeno del male può mostrare la sua faccia. Per Arendt banalità significa “senza radici”, non radicato nei “motivi cattivi” o “impulso” o forza di “tentazione”. La Arendt afferma inoltre: «la mia opinione è che il male non ha profondità è sempre e solo estremo. Esso può invadere e devastare tutto il mondo perché cresce in superficie come un fungo. Esso sfida il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua “banalità”… solo il bene ha profondità e può essere integrale».

È il monito della geniale scrittrice, che trova impressionante e vivida eco anche nelle cronache dei giorni nostri.

Giovanni Balocco

All’estremo

La ricerca dell’eccesso, il mettersi in situazioni di pericolo sono bilico.jpgal centro di questo articolo che pubblico tratto da www.dimensioni.org. Vi si parla molto dei giovani, vi si chiama in causa, vi si prende in considerazione (cito: “Se i genitori giustificano sempre i figli di fronte agli insegnanti, per esempio perché “non l’ha fatto apposta”, “lei ha già bollato mio figlio”, “lei non lo capisce”, ecc… come è possibile poi che agli stessi ragazzi si chieda un comportamento responsabile?”). Che ne pensate?

Cercare l’eccesso, superare il limite estremo, fare esperienza del pericolo: è questo che vogliono alcuni giovani, come diversivo e passatempo. Tanto per sentirsi vivi. E d’estate la tentazione aumenta.

 

Giorgio, 23 anni. Trauma cranico con tripla frattura alle gambe. Se l’è cavata. Non così può dirsi per Mattia il cui corpo viene portato via in una bara di zinco tra lo sgomento e le lacrime dei suoi, chiamati urgentemente dalla polizia. Nomi e situazione fittizia per indicare una realtà presente in tanti Paesi avanzati. Un numero crescente di giovani, cerca brivido e avventura nell’off-limits perché la vita ordinaria non ha abbastanza carburante per sembrare attraente. Insomma, non suscita interesse e allora bisogna andare a cercarselo sfidando tutte le leggi, compresa quella di gravità. È l’incosciente, vago bisogno di provare l’emozione del rischio e della trasgressione, assaporando il brivido dell’imprevisto.

Cercare l’eccesso, superare il limite estremo, fare esperienza del pericolo: è diventato un diversivo e un passatempo.

Mettere a repentaglio la vita, propria e altrui, è la cifra costante di stili di vita, abitudini morbose, mode, hobby e passioni avventate. L’emozione è tale solo se è forte, il piacere è vero solo se è imprevisto, e si vive solo se si infrange ogni regola.

Di fronte a questo squallido panorama, in cui alcuni giovani manifestano un comportamento etico alla deriva, abbiamo posto alcune domande a un esperto, la psicologa Anna Maria Morellato Bonansea.

Un barbone di origine indiana, mentre dormiva su una panchina, è stato bruciato vivo da alcuni giovani, per puro divertimento. Perché?

«La caratteristica principale dei giovani di entusiasmarsi di fronte alle novità svanisce, talvolta, ancor prima di iniziare a vivere quella stessa novità incontrata. Di fronte a tali episodi si può pensare giustamente al razzismo, ed è possibile, ma ritengo sia importante ridefinire tale definizione. Il razzismo è fondato sulla presunta superiorità di una razza sulle altre o su di un’altra, che porta alla tendenza, psicologica o politica, di discriminazioni sociali; questa definizione, però, richiede un attento pensiero analitico e critico che, se pur in modo distorto, porta a perseguire dei propri ideali e valori esistenziali. Nei casi appena citati non vi è spazio per delle ideologie, ma solo per la pura risposta istintiva, oserei dire all’assenza di ideologie».

Ricerca di un’emozione estrema, per provare se stessi?

«Più che provare a se stessi o agli altri, vogliono trovare o meglio trovarsi, mi spiego meglio. Ciò che tutti noi, e i giovani in particolare (per il delicato momento evolutivo che stanno vivendo), abbiamo bisogno, è quello di sentirsi vivi, sentirsi capaci di qualche cosa. In un mondo che privilegia l’efficienza più che l’efficacia, sembra importante chiedere a se stessi “sempre di più”; un qualcosa, però, che dia un riscontro immediato. “Potrebbero impegnarsi di più nello studio, visto che vogliono di più” – frase che ho sentito dire da molti adulti riguardo ai giovani -, ma l’impegno nello studio, per esempio, non dà una risposta immediata, necessita di una progettualità, una costanza, concetti un po’ sconosciuti per i giovani di oggi».

A chi dare la colpa?

«Per la verità, mi risulta molto difficile stabilire la colpa, in quanto i giovani crescono in una società che, a sua volta, risulta espressione del loro stesso modo di vivere. Mi viene da pensare che nel momento in cui la “società adulta” ha voluto essere troppo amica della “società giovanile” non ha più fornito un modello. Allora era meglio la figura del padre padrone? Ovviamente no! Ma come la storia della sociologia ci insegna, a uno stile fortemente rigido si contrappone spesso la mancanza di modello. Inoltre la TV spesso, “fotografando” la peggior società, induce in un circolo negativo alimentando il peggio… per poi ri-fotografarlo e quindi riconsegnarlo ai giovani come normalità. I ragazzi quindi sono spinti a pensare che se non sono estremi sono out».

E gli adulti, hanno qualche responsabilità?

«È scontato dire che ne hanno tanta! Ma come? Dalla mia esperienza posso dire che le parole fiducia e rispetto risultano fondamentali in una dinamica educativa. Devo conquistarmi la fiducia dei giovani, non lasciandogli fare tutto ciò che vogliono, ma offrirmi come persona intera e matura; dar loro fiducia per ciò che possono fare, chiedendogli di assumersi le responsabilità del loro agire, perché sono persone, anche se in formazione. Se i genitori giustificano sempre i figli di fronte agli insegnanti, per esempio perché “non l’ha fatto apposta”, “lei ha già bollato mio figlio”, “lei non lo capisce”, ecc… come è possibile poi che agli stessi ragazzi si chieda un comportamento responsabile? Il rispetto. Proprio perché siamo entrambi persone, in quanto adulto rispetto l’età del ragazzo (non facendolo crescere prima del tempo, ma neppure tenendolo sempre piccolo), così come i suoi sentimenti; allo stesso modo, come adulti, richiediamo lo stesso tipo di rispetto. Non voglio essere troppo semplicistica, ma come adulti quale messaggio diamo di rispetto, se in un dibattito in cui il centro dovrebbe essere il bene sociale, non sappiamo ascoltare, e le voci si sovrappongono? È naturale che questo è solo un esempio, ma lo stesso poco rispetto può essere comunicato in famiglia, quando le idee di un coniuge vengono sminuite dall’altro, magari in presenza dei figli».

Anche il “tutto e subito” nella cultura dell’estremo?

«Assolutamente sì, come già accennato: il valore del costruire giorno per giorno qualcosa di importante per sé e per gli altri non c’è, o almeno è molto limitato».

Che fare per contrastare questa voglia di estremo?

«Da quanto detto fin qui, sembra che tutti i giovani abbiano questa tendenza ma non è così! Per prima cosa è importante sostenere i tanti giovani che, dalla loro vita desiderano qualcosa di più che l’estremo, per esempio, chi legge queste pagine fa parte di questa bella categoria! È importante sostenerli, perché possano loro stessi contagiare positivamente i loro coetanei, prima di essere a loro volta contagiati. Alla base di tutto, però, è necessario riconquistare i colori della vita. Troppo spesso sentiamo giudizi come “bello – brutto” o “buono – cattivo” e le sfumature? Fin da piccoli, i bambini, e poi ancora di più i ragazzi e i giovani, le provano queste emozioni, ma non sanno esprimerle, non sanno addirittura riconoscerle come importanti. L’alternativa all’estremo non è la monotonia, come tanti pensano (anche degli adulti), bensì la riscoperta dei diversi colori che il quotidiano ci offre. Nei diversi anni e nei diversi ambienti, tanti corsi di formazione sono stati organizzati per motivare al lavoro, non penso di esagerare nel dire che, forse, dovremmo tutti motivarci o ri-motivarci alla vita!».

Noia, solitudine, assenza di valori, mancanza di affetti, anche queste situazioni dell’anima portano i giovani a cercare emozioni estreme?

«Certamente. A quanto già detto, aggiungerei anche l’importanza della vita di gruppo, quella sana compagnia che ti fa ridere per una sciocchezza, che ti fa sperimentare l’attesa di rivedersi, il desiderio di trascorrere del tempo seduti su una panchina, senza il bisogno sfrenato di “sballare”, perché altrimenti non si sa cosa fare, e soprattutto non si sa di cosa parlare. La vita di gruppo è fondamentale per i giovani, e qui un ulteriore compito degli educatori: quale vita di gruppo offriamo? Quali spazi e quali attività proposte? Quanto si dà fiducia ai giovani, chiedendo il loro parere, coinvolgendoli nelle diverse attività, potendo così poi guidare le loro scelte? Vedendo dall’esterno un gruppo, un osservatore dovrebbe scoprire chi è l’educatore, non dal suo aspetto fisico, ma dalla stima e dalla fiducia che riceve dagli stessi giovani. Impossibile? Assolutamente no! I giovani saranno sempre il nostro futuro, se oggi sapremo camminare insieme, facendoli “innamorare” del mondo adulto!».

L’amore secondo Robin

Dedico questo pezzo di film a uno/a di voi a cui voglio mostrare la mia vicinanza, ma anche a chiunque abbia bisogno di ripartire

Sul mercato della musica

Sul rinnovato sito www.diogenemagazine.eu ho trovato questo articolo molto interessante per gli appassionati di musica dal titolo “I sofisti della musica” a firma di Alessandro Peroni.

Tratto da Diogene N° 15
  Da sempre i filosofi segnalano il rischio che la cultura e l’arte si trasformino in beni messi in vendita anziché coltivati solo da coloro che ne sono degni. Anche certa musica è bollata come “commerciale”: bisogna reagire?
  Secondo quello che ci narra Platone, una categoria che il suo maestro Socrate proprio non sopportava era quella dei sofisti. Costoro erano sedicenti “sapienti” che arrivavano ad Atene per insegnare la retorica ai giovani che avevano intenzione di dedicarsi alla politica: a tale scopo essi si dichiaravano disposti a vendere a chiunque l’insegnamento del sapere e della virtù. Socrate li criticava sia per la natura della loro dottrina, sia per il fatto stesso che mercificavano la conoscenza, e a caro prezzo. Non lo scandalizzava tanto l’idea di un compenso in cambio di una prestazione, quanto il fatto che mettendo in vendita l’insegnamento del sapere, questo diventava disponibile per “gente di tutti i tipi”. Che ci risulti, questo è il primo caso in cui la filosofia abbia espresso una critica nei confronti della “commercializzazione” di un prodotto: in questo caso, la cultura nel suo complesso.

La musica “commerciale”
Vari studi antropologici ci consentono di affermare con una certa sicurezza che la musica accompagna l’uomo fin dai primordi: i primi cacciatori, pastori e agricoltori accompagnavano i loro momenti di riposo o i riti sociali e religiosi con esecuzioni musicali.
Rousseau immaginava che i primi uomini esprimessero i loro sentimenti attraverso il canto, una forma di comunicazione prelinguistica e immediata, dotata di una potenza che il progressivo sviluppo del linguaggio ha inevitabilmente smarrita. Questi nostri antenati, di certo, non erano professionisti della musica, ma le testimonianze storiche ci inducono a pensare che già nell’antichità fosse sorta una vera e propria categoria professionale di musici, cantori e danzatori, il cui compito era arricchire le celebrazioni civili e sacre, partecipare a spettacoli o allietare i simposi. Possiamo ipotizzare che la loro musica fosse già latrice di significati ben riconoscibili dalla comunità di appartenenza, un vero e proprio linguaggio ricco di contenuti formalizzati e complessi. Chi eseguiva queste musiche, canti e danze doveva quindi possedere una vera e propria tecnica, ossia essere, come si direbbe oggi, un professionista.
Storicamente, la categoria dei musicisti fu sempre poco remunerata: proverbiale era, infatti, la “fame da musicista”, quella che (come ricordava anche Pietro Verri) spingeva gli artisti delle sette note ad avventarsi sugli avanzi dei banchetti. Per quel che riguarda i compositori, alcuni si ponevano al servizio di qualche corte o istituzione religiosa, mentre gli altri venivano pagati a commissione, attraversando periodi di alterne fortune che dipendevano dal variare delle mode e dei gusti del pubblico. Fu solo nell’Ottocento, con il riconoscimento istituzionalizzato di diritti d’autore, che agli artisti vennero elargiti i proventi derivanti dalla vendita degli spartiti, dalla pubblica esecuzione (e poi dalla registrazione fonografica e diffusione radiofonica) delle loro opere. In quella stessa epoca, caratterizzata dall’ascesa culturale della borghesia, ovunque si eseguiva musica, dalle case private ai prestigiosi teatri. Accanto a numerosi mestieranti, autori di romanze da salotto o musiche di facile esecuzione da parte dei dilettanti, troviamo comunque “grandi” autori che seppero conciliare i gusti del pubblico con la vera arte.
Nel Novecento, con la nascita delle avanguardie, avvenne una rottura tra la musica di massa e quella d’arte. Fu allora che alcuni intellettuali lanciarono verso certa musica l’accusa di commercialità, con una carica polemica affine a quella del Socrate antisofista.
Il fenomeno della commercializzazione della cultura era stato già evidenziato nel 1936 da Walter Benjamin nel fondamentale saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Secondo il pensatore tedesco, i moderni mezzi tecnici consentono di riprodurre indefinitamente l’opera d’arte, che viene così privata della sua “aura” sacrale e diventa un bene di consumo come un altro. Ogni nuova produzione artistica (anche musicale) verrà per questo pensata come potenzialmente riproducibile.

Arte e bene di consumo
Pochi anni dopo, Adorno e Horkheimer delinearono la ricaduta sociale di quanto evidenziato da Benjamin. Dal privilegiato osservatorio degli Stati Uniti, dove si erano rifugiati dopo l’ascesa del nazismo, i due francofortesi avevano avuto modo di osservare da vicino, e quindi di esporre in Dialettica dell’Illuminismo (1944), i fenomeni della serializzazione e commercializzazione del prodotto artistico, ormai trattato al pari di un qualsiasi oggetto messo in vendita. Essi denunciarono “la truffa universale e sistematica” che aveva trasformato in merce l’arte, la quale “si impegna solennemente a rinunciare alla propria autonomia, schierandosi con orgoglio fra gli altri beni di consumo”.
Era la nascita di quell’opprimente strumento di controllo sociale ed economico denominato “industria culturale”, che rendeva ogni espressione artistica soggetta a un unico disegno preordinato. Essa si era rapidamente trasformata in un elemento costitutivo del quotidiano, capace di insinuarsi così profondamente nell’esistenza dell’individuo da imporsi come una componente ineliminabile ed oppressiva della vita moderna: “Più le posizioni dell’industria culturale diventano solide e inattaccabili, e più essa può permettersi di procedere in modo brutale e sommario coi bisogni del consumatore, di produrli, dirigerli, disciplinarli”. Nasceva così anche l’industria dell’amusement, del divertimento, che aveva avviato “la tendenza, imposta dalle istituzioni e dalla società, di rendere accessibile l’arte a chi non se ne intende senza però modificare la coscienza di costoro”, creando in tal modo le condizioni perché qualsiasi individuo ne potesse fruire acriticamente. Si ripeteva il meccanismo denunciato da Socrate: il sapere diventava un bene messo a disposizione di “gente di tutti i tipi”, purché fosse in grado di pagare.
Come conseguenza, diversi filosofi del Novecento si gettarono in giaculatorie a proposito della “morte dell’arte” o del “tramonto dell’Occidente”. Adorno, ancora in Dissonanze, segnalava con lucidità la caduta della barriera che separava la musica “colta” da quella leggera, entrambe ormai dominate dalla logica del mercato. A questo punto, anche il compositore poteva liberarsi dal senso di colpa quando commercializzava la propria arte: meglio “rimanere sul solido” e nutrirsi “di un onesto pane, facendo musica secondo i modelli riconosciuti”.

Rock in vendita
La questione della “commercialità” si ripropone anche nel dibattito critico sulla musica rock, con l’aggiunta di una problematica non indifferente: cosa differenzia il prodotto “artistico” da quello commerciale quando entrambi vendono milioni di dischi? I Beatles, ad esempio, non furono mai accusati di essersi commercializzati, e anzi, in alcuni loro brani, si concessero esperimenti degni delle avanguardie più ardite (non per nulla i ragazzi di Liverpool erano ammiratori del compositore Karlheinz Stockhausen!). Al contrario, il rocker americano Bon Jovi, leader del gruppo omonimo, dopo aver venduto 30 milioni di copie dell’album Slippery When Wet (1986), reagì alle accuse di commercialità dichiarando che il suo scopo era vendere dischi e non scrivere pezzi di difficile comprensione. Un’ammissione lucida e sincera! Il bisogno di “onesto pane” può anche portare a straordinarie operazioni di trasformismo. Ricordiamo il caso dei Whitesnake che, emigrati dalla natia Inghilterra verso i dorati States, cambiarono stile: dall’hard rock originale a un genere più leggero e “radiofonico”, adottando contemporaneamente un look variopinto e pettinature cotonate. Erano gli anni Ottanta, e il mercato era trainato dai passaggi televisivi di video sexy e ammiccanti!
Anche qui da noi, nella provincialissima Italia, potevamo seguire attraverso la televisione il cambiare delle mode. Ricordiamo infatti che, fino agli anni Ottanta, la Rai proponeva programmi alternativi che lasciavano spazio a qualsiasi genere di musica: rassegne d’avanguardia, festival punk, gruppi di culto… Molte cose sono cambiate da allora: ora radio e televisioni si rivolgono a un “fruitore medio” e pertanto propongono un prodotto “medio”. Il mercato della musica è oggi ancora più aggressivo di quanto Adorno avrebbe potuto immaginare decenni fa: la strategia dominante è quella di dare spazio a un cantante o un gruppo mordi e fuggi che ricalchi la moda del momento. Si tratta però di un modo di operare fallimentare: il giovane appassionato di musica (colui che fruisce e fruirà sempre di musica) ha gusti più complessi, o comunque è costantemente in cerca di novità interessante, ma nei canali ufficiali non trova niente di diverso dal prodotto di massa. Egli si rivolge pertanto ad Internet, dove, attraverso siti specializzati, può venire a conoscenza della produzione “alternativa”.
A questo punto, si propone, in particolare agli addetti ai lavori, un dubbio fondamentale: occorre arroccarsi su posizioni elitarie oppure portare il “verbo” e una vera cultura musicale alle masse? Ad alcuni piace rimanere soli, compiacendosi del culto esclusivo di certa musica. Ma c’è chi sostiene che si debba diffondere musica più complessa anche presso l’ampio pubblico. L’ideologia delle avanguardie è spesso cercare il successo commerciale, nell’illusione di poter poi “colpire il sistema dall’interno”. Finora, quando si è riusciti a realizzare il primo obbiettivo, ci si è dimenticati del secondo.

Calendario 2009-10

Inizieranno il 15 settembre le lezioni in tutte le scuole del Friuli Venezia Giulia. Lo ha stabilito la Giunta regionale, nell’approvare il Calendario scolastico per l’anno 2009/2010. Le lezioni saranno sospese il 2 novembre, il 7 dicembre, nei periodi dal 23 dicembre al 5 gennaio (vacanze natalizie) e dall’1 al 6 aprile (vacanze pasquali). Per quanto riguarda le scuole primarie e secondarie di primo grado e di secondo grado, statali e paritarie, le lezioni termineranno l’11 giugno 2010 per un totale di 209 giorni utili, tenuto conto dei giorni di festivita’ e di sospensione obbligatoria delle attivita’ didattiche. Questo non significa che il Percoto terminerà l’11 giugno, ma queste sono le indicazioni regionali.

Impressioni di Pilato

Sapete che mi piace ascoltare le canzoni e fantasticarci un po’ sopra, cercando magari dei legami con dei personaggi biblici o comunque delle tracce di spiritualità. Oggi pomeriggio riascoltando “Impressioni di settembre” della PFM nella cover di Franco Battiato, oltre che a godere di quel fantastico (e primo per l’Italia) assolo di moog, ho immaginato che quelle parole potessero essere dette da Pilato qualche tempo dopo aver mandato a morte Gesù. So che non appartiene alla tradizione della Chiesa l’immagine di un procuratore romano così tormentato e dubbioso, ma frasi come “cerco un sole ma non c’è… e la vita nel mio petto batte piano. Respiro la nebbia… penso a te. … e leggero il mio pensiero vola e va, ho quasi paura che si perda.”mi fanno pensare a un uomo che si interroga quasi con amarezza e paura (“no… dove sono… adesso non lo so”), a un uomo che ha salvato il suo potere (per lui il problema-Gesù non era tanto un pericolo religioso, quanto una questione di fedeltà a Cesare e a Roma) ma ha perso se stesso (“sono un uomo, un uomo in cerca di se stesso”) e si ritrova a camminare solo (“no…cosa sono…adesso non lo so, sono solo il suono del mio passo”). Voglio però cogliere nelle ultime parole il segno della speranza anche per colui che, come dice una battuta, è l’unico uomo della storia a essere diventato più sporco dopo essersi lavato le mani (“ma intanto tra la nebbia filtra già. Un giorno come sempre sarà”). Se invece volessimo dare una chiave negativa anche alla parte finale, pensando a un Pilato che trova spazio solo per la rassegnazione, è sufficiente citare queste parole di Cesare Pavese: “Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno in cui nulla accadrà, non c’è cosa più amara della inutilità… La lentezza dell’ora è spietata per chi non aspetta più nulla”.

A seguire vi posto il video nella versione dei Marlene Kuntz e il testo del brano.

Quante gocce di rugiada intorno a me,

cerco un sole ma non c’è

dorme ancora la campagna.. forse no,

è sveglia mi guarda… non so.

Già l’odore della terra, odor di grano,

sale adagio verso me,

e la vita nel mio petto batte piano.

Respiro la nebbia… penso a te.

Quanto verde tutto intorno e ancor più in là

sembra quasi un mare l’erba

e leggero il mio pensiero vola e va

ho quasi paura che si perda.

Un cavallo tende il collo verso il prato

resta fermo come me

faccio un passo, lui mi vede…è già fuggito

respiro la nebbia… penso a te

no… dove sono…adesso non lo so

sono un uomo, un uomo in cerca di se stesso

no…cosa sono…adesso non lo so

sono solo il suono del mio passo

ma intanto tra la nebbia filtra già.

Un giorno come sempre sarà.

Dal basso

Sahi. La lavanda dei piedi.jpg

In alcune classi stiamo parlando degli eventi della Passione, Morte e Resurrezione e di come essi siano stati affrontati nell’arte, nella letteratura, nella poesia, nella musica, nel cinema… Uno di quegli eventi è anche la lavanda dei piedi e a tal proposito abbiamo letto un bellissimo brano di Santucci che qui riporto, così avete modo di tornarci sopra quando volete.

E sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre… versa dell’acqua in un catino e comincia a lavare i piedi ai discepoli.

La sua ora è giunta. E il primo gesto che scatta da quel fatale colpo di gong, in un rito che sembra predisposto, è andare a prendere un catino. Il Vangelo c’impone come ovvia questa logica, questa consequenzialità espressa in un giro di stretta grammatica: sapendo che la sua ora era giunta, cominciò a…

Che cosa comincia a fare, nel cenacolo, visto che deve morire? In che direzione scocca la sua prima, quasi automatica obbedienza al messaggio nero? Alzarsi da mensa, strapparsi al benessere d’una siesta incantata, lavare dei piedi.

Che cosa deve fare chi sa che di lì a poco morirà? Se ama qualcuno e ha qualcosa da lasciargli deve dettare il testamento. Noi ci facciamo portare della carta e una penna. Cristo va a prendere un catino, un asciugatoio, versa dell’acqua in un recipiente. Il testamento comincia qui; qui, con l’ultimo piede asciugato, potrebbe addirittura finire. Curvi su un foglio, noi scriviamo: «lascio la mia casa, i miei poderi a…». Gesù, curvo sul pavimento, deterge entro l’acqua i piedi dei suoi amici: nel silenzio della stanza dura a lungo lo sciacquio discreto, il respiro dell’inginocchiato si fa un poco più pesante nel passar dei minuti, i capelli gli piovono sulla fronte.

Cristo è lì all’opera, è al livello dei cani che sotto il tavolo rosicchiano l’ultimo osso spolpato dell’agnello e interrompono la loro cena pasquale per scrutare meravigliati quell’uomo che adesso è anche lui su quattro zampe. Dal basso, sì, ha voluto cominciare a salvarci. Nell’ultimo quadro ci dominerà di lassù, dal trave insanguinato, con le braccia aperte («Quando sarò innalzato trarrò tutto il mondo a me»). Ma l’inizio è questo: rattrappito come una bestia sui nostri alluci callosi, sulle nostre impoetiche unghie, sui nostri odori più scostanti. Si concede questa regale gioia di umiliarsi.

Come hai potuto amare i nostri piedi? Sopra appena di qualche spanna, Signore, la materia di cui siamo fatti non è così goffa e volgare, ci sono pezzi di noi anche belli, amabili. Filippo ha un profilo di gaio uccello, Giovanni ha dolci e lunghi occhi di ragazzo; ma a questo livello non c’è amicizia, non c’è gradevolezza di rapporto. Il piede è lontano chilometri dal sorriso di chi lo possiede, il piede è questo animale rozzo e selvatico, a guardare un piede è più duro credere all’anima dell’uomo, più facile convincerci che siamo un provvisorio fantoccio destinato a dissolversi. Per questo forse i morti sono tutto piedi, li ostentano in avanti senza più alcun pudore. Per questo, da vivi, con istintiva vergogna noi ritiriamo il piede da chi sorprende questa nostra estranea propaggine. Come fa Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno». Non fu lo zelo di non essere servito, pescatore, che ti ha fatto gridare quella protesta, fu un oscuro rispetto umano: i nostri piedi, anche se fanno tenerezza, se fanno storia col loro mai deluso andare, sono ridicoli e sporchi. Soltanto nostra madre ha potuto maneggiare senza scandalo i nostri piedi.

Invece è proprio in questo cedere di ogni vergogna sotto la manipolazione del Cristo-madre, nell’identificare lui curvo sul catino con lei quando ci nettava d’ogni sporcizia, che deve passare la nostra salvezza. «Se io non ti laverò, non avrai parte con me».

Diventare tutti madri, creature senza ripugnanze; perché in lui al di sopra ancora del maestro c’è la madre, e solo nel prendere lei ad esempio — come solo nel rifarci piccoli — si fa realtà il Regno.

«Intendete voi quello che io vi ho fatto? Voi mi chiamate il maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque ho lavato a voi i piedi io, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni agli altri. Io vi ho dato l’esempio, affinché facciate anche voi come ho fatto io».

Vi ho dato l’esempio… Se dovessi scegliere una reliquia della passione, raccoglierei tra i flagelli e le lance quel tondo catino di acqua sporca. Girare il mondo con quel recipiente sotto il braccio, guardare solo i talloni della gente; e a ogni piede cingermi l’asciugatoio, curvarmi giù, non alzare mai gli occhi oltre i polpacci, così da non distinguere gli amici dai nemici. Lavare i piedi all’ateo, al cocainomane, al mercante d’armi, all’assassino del ragazzo nel canneto, allo sfruttatore della prostituta nel vicolo, al suicida, in silenzio: finché abbiano capito.

A me non è dato poi di alzarmi per trasformare me stesso in pane e in vino, per sudare sangue, per sfidare le spine e i chiodi. La mia passione, la mia imitazione di Gesù morituro può fermarsi a questo.

Santucci L., Volete andarvene anche voi?, Mondadori, Milano 1969, pp. 205-207

In memoria delle vittime del terrorismo

Il 12 dicembre 1969 esplodeva la bomba di piazza Fontana a Milano che ha segnato l’inizio della stagione del terrore. La rivista Jesus ha messo a confronto due voci: quella di Benedetta Tobagi, figlia del giornalista ucciso il 28 maggio 1980, e dell’ex terrorista rosso Arrigo Cavallina.

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Si celebra il 9 maggio, quest’anno per la seconda volta. La Giornata della memoria per le vittime del terrorismo e delle stragi, istituita nell’anniversario dell’uccisione di Aldo Moro, è un’occasione non retorica per ricordare che furono oltre 400 le vittime di quella stagione di sangue. E che, a 40 anni dalla strage di piazza Fontana, a Milano, e a 35 da quella di piazza della Loggia, a Brescia, ancora molte verità restano sconosciute. Su questi e su altri delitti. Una giornata che invita a lavorare per recuperare ricordi e memorie e consegnare alle nuove generazioni le chiavi per interpretare quegli avvenimenti. In questi giorni, all’istituto Leone XIII di Milano, è in corso una mostra sul terrorismo rivolta proprio ai giovani e agli studenti. Il titolo, Vi.Te., con il punto in mezzo, indica l’interruzione di esistenze e storie, ma anche la capacità di riprendere a camminare. Benedetta Tobagi, figlia di Walter, il giornalista del Corriere della sera ucciso dalla Brigata XXVIII marzo il 28 maggio 1980, cura le iniziative culturali coordinate all’esposizione. Da tempo segue per le scuole percorsi didattici che aiutano a ricostruire quel periodo.

Da dove parte questa ricostruzione?

«Il mio percorso di ricostruzione parte, innanzitutto, da un discorso personale. È il tentativo, da un lato, di ricostruire una figura che mi è mancata; dall’altro di capire perché questa persona mi fosse stata portata via. L’interesse è cominciato in un momento ben preciso: nel 2002, dopo la laurea. La spinta, all’inizio, è stata il voler mettere un argine a tante polemiche che c’erano attorno all’uccisione di mio padre. Poi mi sono resa conto che, in realtà, la mia storia non riguardava soltanto me. Ho incontrato una persona determinante: Manlio Milani, l’anima della Casa della memoria di Brescia. È lui che mi ha fatto capire quale valore potesse avere la traduzione della memoria dalla sfera privata a quella pubblica. Lui per primo mi ha fatto parlare con i ragazzi delle scuole e mi ha fatto capire che è indispensabile ricostruire la memoria soprattutto qui, a Milano, dove c’è stata ogni forma di terrorismo e di violenza politica sia di destra che di sinistra».

Qual è il punto fondamentale?

«Recuperare la complessità. Mio padre aveva un grande talento nel coglierla. E poi aveva un’altissima vocazione al dialogo, come tante delle vittime del terrorismo. Sapeva che, per capire come si fosse arrivati a situazioni così esasperate, bisognava confrontarsi con tutte le voci in gioco. Per questo era scomodo ed è stato eliminato. Pansa ha detto di lui che sapeva mettere la mano nella nuvola nera. Le cose che ha scritto sull’area dell’Autonomia e sul terrorismo restano tutt’oggi tra le più chiare».

Nella complessità rientrano tutte le voci, anche quelle degli ex terroristi?

«Trovo grave non il fatto che si intervistino gli ex terroristi, ma che il giornalista non si prepari e non sia pronto a coglierli in fallo quando mentono, sono omissivi, esprimono dichiarazioni discutibili. Anche per i libri ho letto alcuni testi di ex terroristi e vi ho trovato lacune, affermazioni false, ricostruzioni apologetiche. Su queste memorie non c’è un dibattito critico. La risposta non è far sparire quelle voci e inondare il mercato di memorialistica delle vittime, ma esercitare il pensiero critico anche sulla scorta dei documenti oggi disponibili. Altrimenti siamo condannati a rimanere intrappolati in “ricordi senza memoria” come dice Giovanni Moro nel libro Anni Settanta».

Il cardinale Martini scrisse che la parabola del figliol prodigo dice di una riconciliazione mancata, perché il primo figlio va via. A che punto è il rapporto tra i due fratelli? Ed è un rapporto solo privato?

«Ho ascoltato un ex di Prima linea sostenere che la via d’uscita da quegli anni passa solo attraverso percorsi personali. È un discorso che mi ferisce perché le storie che si sono incrociate in quegli anni sono state al crocevia tra pubblico e privato, ma con una dimensione collettiva da cui non si può prescindere. È irritante vedere che un ex terrorista si limita a condividere la propria redenzione privata, perché mi sembra che rifugga dal fare i conti con quello che è stato l’impatto della sua azione sulla società. Per quanto riguarda il figliol prodigo, credo che sia stato urticante per tanti familiari delle vittime vedere l’interesse riservato ad alcuni terroristi e, parallelamente, un vuoto di attenzione per le vittime. È stato importante che la Chiesa, nel momento in cui si doveva fronteggiare l’emergenza di migliaia di giovani che passavano per tribunali e carceri, si sia fatta carico del problema. Il punto, però, è che bisognerebbe evitare che il fratello che si comporta bene si senta ferito dalla disattenzione. Non si tratta di togliere a qualcuno, ma di aggiungere, di avere cura di una persona in più. Io so, per esempio, che l’assassino di mio padre si è convertito e ha avuto una carriera professionale importante nell’ambito di un grande movimento cattolico. Per una parte di me, è difficile accettare questo. Poi, però, so che c’erano giovani che andavano recuperati. Ci sono stati cappellani delle carceri, associazioni, cooperative che hanno operato bene. Ma ci sarebbe da fare un passo in più».

Quale passo?

«Gli ebrei dicono che la conversione è un cambiamento radicale delle tue motivazioni all’azione. Dio può perdonarti perché sei talmente cambiato che non potrai mai compiere quelle azioni. Ma poiché solo Dio può vedere nel cuore degli uomini, solo Dio può perdonare. Non è la vittima che deve farlo. Il passo in più che dovrebbero fare è il prendere coscienza dell’umanità delle vittime, della gravità di ciò che hanno fatto. Ma spesso si fermano a metà strada. Sul piano umano, c’è una ferita che si perpetua: è come se a chi è stato ucciso fosse negata la sua umanità e ci fosse sempre e soltanto sulla scena l’assassino con le sue motivazioni, i suoi traumi, il suo carcere. Sarebbe bello se la Chiesa accompagnasse gli ex terroristi fino in fondo al percorso, che può anche essere senza ritorno, perché si tratta di rendersi conto di aver fatto qualcosa di irrimediabile. Chi ha subito il trauma della perdita non può sfuggire al lutto. Anche questo è un percorso duro, perché non è vero che il dolore ti migliora, anzi ti può far diventare una persona arida, morta dentro. Credo che abbiamo diritto di chiedere a chi ha compiuto il male di affrontare fino in fondo le implicazioni delle sue azioni».

In autunno uscirà, per Einaudi, un libro su suo padre. Cosa racconta?

«Ho studiato le sue carte, sia pubbliche sia private: sono la sua voce, la sua presenza, sono entrate nella mia vita, mi hanno accompagnata, mi hanno spiegato le cose. Il libro è la sua storia, ma è anche la storia del mio incontro con lui attraverso questa ricerca. Volevo raccontare da dove viene Walter Tobagi, la sua formazione, quali sono state le sue attività come storico, come giornalista, come sindacalista. Uso le sue parole per raccontare il contesto di quegli anni. E poi c’è la sua morte, affrontata per rispondere a un antico mio desiderio di ordine rispetto a tante cose dette e scritte attorno alla sua figura».

Annachiara Valle

 

 

«Sono nato in una famiglia antifascista, per metà cattolica e per metà valdese». Arrigo Cavallina negli anni di piombo è stato il fondatore e l’ideologo dei Pac, i Proletari armati per il comunismo. Il “maestro” di Cesare Battisti. Fu tra i primi a sperimentare il carcere duro e uno degli ideatori del movimento della dissociazione. Oggi vive a Verona, dedicandosi a tempo pieno all’universo carcerario con l’associazione “La fraternità”. «Da ragazzino frequentavo la parrocchia», racconta. «Le medie sono state anni difficili, segnati dalla morte di mio padre». All’epoca lavora per aiutare la madre, si iscrive a ragioneria. Entra in contatto con Gioventù Studentesca. Legge molto: romanzi, ma anche saggi di cattolici “terzomondisti”; approfondisce il protestantesimo. Finché, tra un libro e l’altro, si imbatte nel Capitale di Marx.

Che impressione le fa?

«Per un ragazzino in ricerca, era una spiegazione convincente delle differenze sociali e dello sfruttamento. Così, mentre gli amici mi convincono a prendere la tessera di Azione cattolica, mi iscrivo anche alla Federazione giovanile comunista. L’esperienza dura poco. Il Pci era invivibile: contava solo quanti tesserati portavi. Ribelle all’impostazione dogmatica, me ne vado. Fondo un giornale su cui scrivono liberamente comunisti, cattolici, liberali e anche un fascista. Una delle esperienze più belle».

Intanto è alle soglie dei vent’anni. Che cosa succede?

«La vita personale si scolla pian piano da quella politica. Fuori dal Pci ci sono una miriade di gruppetti. Li frequento, partecipo, ascolto. Leggo Mao e lo apprezzo, ma non sopporto il maoismo fatto di slogan. Ascolto Curcio. Leggo Toni Negri, una testa notevole. Entro a far parte di Potere Operaio. È il momento delle grandi rivoluzioni: Russia, Cina, Cuba. Senza armi, non si vince: si comincia a parlare di lotta armata, che agli inizi si traduceva in atti miseri: aprire un’auto, attaccare due fili a una sveglia, rubare tritolo da una cava. Gesti per cui ero negato, io che non sapevo cambiare una lampadina».

Chi parlava di lotta armata?

«Un gruppo di intellettuali. Te ne accorgi dopo, i meccanismi sono sempre gli stessi: indipendentemente dalle idee, al vertice c’è una casta. Loro teorizzano, gli “utili idioti” fanno. Tra questi c’ero anch’io. Intanto mi ero trasferito a Milano. Di giorno insegnavo, di notte le riunioni e le prime azioni: un paio di rapine di armi, l’incendio di un’impresa che finanziava il colpo di stato in Cile. Ma, quando sto per incendiare un altro capannone, mi arrestano con in tasca gli appunti della rapina del giorno prima».

Perché non li ha gettati?

«Non ne potevo più: lavoravo, non mangiavo, di notte non dormivo, avevo difficoltà economiche. E soprattutto, ero solo. Per gli altri non esistevo come persona, ero un ingranaggio. Non ricevevo nessuna comprensione. Avevo anche tentato il suicidio. Forse è per quello che non me ne sono liberato».

E dopo l’arresto?

«Tre anni di carcere. Intanto la lotta armata si disgrega. Un movimento di 120 anni in due-tre anni finisce nell’ironia generale. È stato l’inganno più grande della mia vita, però la consapevolezza dello sfruttamento resta un’acquisizione importante. In carcere mi immergo in quella classe povera che avevo difeso senza conoscerla. Me ne faccio portavoce, ma le mie trattative per i detenuti non piacciono. Vengo trasferito in un carcere speciale. Le prime due settimane sono fatte di botte e torture. C’era una violenza incredibile. È il messaggio più diseducativo: come potrei rispettare la legge, se non la rispettate voi? Accumulo una forte rabbia. I compagni fuori si organizzano e nasce il gruppo “Senza galere”, che pubblica le mie lettere».

E quando esce dal carcere?

«Mi ricongiungo agli amici di un tempo. Nascono i Pac. Il clima è cambiato, l’ipotesi rivoluzionaria è sconfitta e se ne sente tutta la frustrazione. Pensavamo: “Non cambieremo il mondo, almeno cambiamo noi”. Comunismo diventa un modo per sottrarsi a un mondo che non ci va. La maggior parte dei compagni è in galera ed è proprio sulle condizioni carcerarie che si concentrano i Pac. Dopo l’omicidio del maresciallo Santoro a Udine, prendo le distanze. Seguono altri omicidi e ferimenti, terminati con l’arresto del gruppo. Capisco che con l’illegalità si finisce male: un’evidenza, prima che una scelta etica. Ma vengo coinvolto in un altro processo. Di nuovo galera: uscirò dopo 12 anni di carcere preventivo».

È il tempo del ripensamento.

«Sì, con alcuni ex compagni nasce la dissociazione. Il movimento si allarga e diviene fondamentale per la fine del terrorismo. È anche un periodo di paura per le continue minacce: temiamo per la vita e ci guardiamo le spalle a vicenda. Constato che chi ci aiuta di più sono i cattolici: don Di Liego della Caritas e soprattutto uno straordinario cappellano, don Luigi Mélesi, vicino a Martini. Riprendo la frequentazione biblica e rileggo i temi della speranza e del perdono dentro la condizione carceraria. È l’elemento più tipico della prigione, dover fare i conti con sé stessi. Pensi: “Forse da qui non esco più ed è per colpa mia”. Sei il tuo nemico. Realizzi il male fatto agli altri. È la condizione di tutta la Scrittura. Ezechiele dice: “Io non voglio che l’empio muoia”. E capisci che davanti a te, qualunque cosa tu abbia fatto, c’è sempre la possibilità di un nuovo progetto».

Quale conseguenze ha questo lavoro interiore?

«Accorgersi che, anche in carcere, l’altro c’è. Rileggo il Samaritano: non c’è mondo dove io non possa farmi prossimo. Il carcere è il primo luogo dove comunicare agli altri il perdono che sperimento. È il compito che mi sono scelto oggi, a tempo pieno».

Giusy Baioni

 

Il monte

Considero Enzo Bianchi uno dei padri della spiritualità contemporanea, una spiritualità che è fortemente incarnata nell’uomo e nell’incontro con il tu di ogni giorno. Nell’ultimo numero di Jesus c’è un interessante approfondimento sul tema del legame tra montagna e spiritualità e uno degli articoli,che posto qui sotto e che potete trovare su http://www.stpauls.it/jesus/default.htm, è proprio scritto dal priore della comunità di Bose

Al Forte di Bard, in Val d’Aosta, si è da poco aperta una prestigiosa mostra internazionale che durerà fino al mese di agosto, dal titolo “Verso l’Alto. L’ascesa come esperienza del sacro”: un percorso fatto di famosissime opere e originali installazioni multimediali che conducono il visitatore a riflettere su un tema antico: quello del rapporto tra le vette e la spiritualità. Perché da sempre l’uomo ha cercato un contatto con il divino attraverso il suo legame con la montagna. E ancora oggi l’esperienza degli alpinisti rivela che la scalata verso la cima può essere uno spazio di contemplazione.

«Sollevo i miei occhi verso i monti / da dove mi verrà l’aiuto?» (Salmo 121,1). Il salmista non aveva grandi vette davanti a sé: pellegrino verso Gerusalemme, il monte Sion, spingeva lo sguardo verso un’altura spirituale, verso l’Altro che non poteva che trovarsi in alto rispetto alla comune condizione umana. Invocazione, imprecazione, distacco, estraniamento, abbandono: tutto questo esprimiamo con il nostro levare gli occhi al cielo, con lo sguardo proteso che pare aver bisogno di alture per poter davvero far spiccare il volo al nostro anelito. In realtà, il nostro sguardo, anche quando si alza, “si posa” alla ricerca di un luogo in cui sostare per riprendere il cammino. Quante volte, nell’ascendere verso una vetta fermiamo il passo, apparentemente per riprendere fiato, in realtà per misurarci una volta ancora con l’altrove, segno di un Altro che sembra sempre rinviare l’appuntamento a una cima ulteriore, nascosta rispetto a quella più a ridosso di noi. Allora i nostri occhi si attardano a ripercorrere idealmente sentieri che paiono danzare attorno alle falde della montagna, visitano baite e villaggi, discendono lieti dalle cime innevate ai pendii boscosi fino ai pascoli verdeggianti, rincorrono gli irrefrenabili torrenti, si riflettono nelle calme acque di laghetti alpini…

La montagna invita a una duplice contemplazione, a due prospettive speculari e complementari: salendo si fissa lo sguardo sulla vetta, ci si protende verso l’al-di-là, l’ulteriore, quasi a incalzare l’irraggiungibile di cui pure calchiamo le radici rocciose. Una volta in vetta, invece, lo sguardo si distende rappacificato in un volgersi che non è retrospettivo ma piuttosto onnicomprensivo: rileggiamo il percorso appena compiuto e nel contempo la realtà dalla quale ci siamo innalzati, abbracciamo con un solo sguardo il mondo che credevamo di conoscere e a volte, per pura grazia, come san Benedetto poco prima di morire, ci può essere dato di vedere «davanti agli occhi tutto intero il mondo, quasi raccolto sotto un unico raggio di sole» (cfr. Gregorio Magno, Dialoghi II,35). La terra che tanto amiamo è lì, teneramente abbracciata al cielo cui aneliamo: questa duplice contemplazione che si dischiude nelle altezze parla alle profondità del nostro intimo e ci invita a intraprendere un viaggio la cui lunghezza non si può misurare perché fatto di memorie e di attese, di radici e di desiderio di spiccare il volo.

Capiamo meglio, allora, come mai la montagna – fosse anche «un’umile collina» come il monte Sion celebrato nei Salmi o come il dolce declivio verso il lago di Tiberiade che ha sentito scorrere sulla sua superficie la pace delle beatitudini e lo sciamare delle folle benedette – ha sempre simboleggiato il distacco dal quotidiano per perseguire l’ascesa, una ricerca di sé non autistica ma aperta al futuro, all’inatteso. Sì, accostarsi alla montagna è un cammino di ascesa interiore, vissuto con tutto il proprio corpo: i sensi spirituali si affinano grazie a quanto sperimentano le nostre membra. Così l’incontro tra il cielo e la terra è evocato dalla contrapposizione tra l’orizzontale della pianura e il verticale del monte, le alterne vicende dell’esistenza paiono simboleggiate dalla sequenza di salite e discese, la leggerezza e la semplicità sono richieste affinché l’ascesa non sia frenata dall’attaccamento all’inutile o al superfluo, il discernimento è acuito e l’oblio contrastato dal non poter tralasciare nulla di essenziale, per quanto apparentemente trascurabile, la vigilanza è tenuta desta dallo scrutare i segni del tempo e del cielo… Anche il rarefarsi dell’aria, il repentino mutare delle condizioni meteorologiche, il brusco contrasto tra passaggi ombreggiati e accecanti riflessi di sole sulla neve contribuiscono a una purificazione che nasce dalla sorprendente scoperta di come la complementarietà degli opposti plasmi il nostro sentire interiore.

Sì, inoltrarsi in montagna – ma anche solo ripercorrere con la mente e con il cuore le balze che si sono imparate a conoscere dai racconti biblici e dalle narrazioni di quanti ci hanno preceduto nel cammino della vita – rappresenta una inesauribile esplorazione interiore: davvero, come scriveva Dag Hammarskjöld, uomo di fede e amante della montagna, «il viaggio più lungo è il viaggio interiore». Un viaggio che richiede e al contempo stimola coraggio e resistenza, capacità di ascolto e di silenzio, solidarietà e fiducia in sé stessi e negli altri, attenta valutazione delle proprie forze per metterle al servizio di un’impresa nata in noi stessi ma destinata a dilatarsi su quanti ci stanno accanto.

Davvero muoversi «verso l’alto» può essere l’occasione non di irrefrenabile superbia ma, al contrario, di faticosa e liberante ascesi verso una dimensione più grande di noi e al contempo alla nostra portata. Da dove, infatti, ci verrà l’aiuto? «Dal Signore che ha fatto cielo e terra», canta il salmo, dal Signore che ha voluto che cielo e terra si toccassero in un abbraccio infinito.

Enzo Bianchi

Clandestini

Su diversi quotidiani delle Venezie di ieri è apparso questo interessante articolo di Ferdinando Camon.

C’è un contrasto netto fra la Cei e il governo, tra Berlusconi e mons. Crociata, tra il rabbino capo di Roma e Maroni, tra il Pd (con importanti eccezioni) e il Pdl-Lega: i temi della discordia sono il respingimento, il pacchetto sicurezza, il diritto di asilo, l’Italia multietnica. Ma sul respingimento c’è un contrasto anche fra D’Alema e Fassino, e questo fa capire quanto la questione sia ambigua e contraddittoria. La Cei afferma che il respingimento di 277 migranti provenienti dalla Libia tradisce diritti fondamentali degli uomini. È vero. Il  ministro degl’Interni risponde che il respingimento è un successo storico, perché l’unico modo per impedire gli sbarchi clandestini è bloccarli sul nascere. È vero anche questo. La maggioranza vuol definire la clandestinità come reato, perché uno Stato con centinaia di migliaia di persone senza permesso di soggiorno, senza lavoro, senza soldi, è incontrollabile. È vero. Stabilendo che la clandestinità è un reato, la maggioranza vorrebbe sostenere che un clandestino non può fruire dei servizi statali, primi fra tutti sanità e scuola: i servizi hanno un costo, il costo si paga con le tasse, il clandestino che non paga tasse non può goderne. Provate ad andare in America senza assicurazione: se vi ammalate, vi buttano fuori dall’ospedale nudi. Abbiamo già osservato qui che questo ragionamento ha una conseguenza: se un malato è clandestino, il primo dovere del medico è denunciarlo, altrimenti diventa complice di un reato. Il medico è al servizio dello Stato. I medici oppongono un’altra concezione: il medico è al servizio dell’uomo, suo dovere è curare chi sta male, chiunque sia, anche un bandito. Quindi niente-medici-spia. Come i medici-spia sono i prèsidi-spia: se la clandestinità è un reato, i prèsidi non possono accettare l’iscrizione di bambini clandestini. La Lega afferma che accettarli a scuola vuol dire rendere permanente la presenza dei clandestini, ancorarli al nostro territorio. E’ vero, è così. I prèsidi (e con loro il presidente della Camera, Gianfranco Fini) sostengono però che ammettere a scuola i figli dei clandestini è come ricoverare in ospedale i clandestini malati: l’istruzione è un bene primario come la salute. È vero, è un ragionamento giusto e nobile. D’Alema definisce “barbara” l’etica da cui nasce il pacchetto di sicurezza, ma Fassino, parlando del respingimento, che di questa etica è l’atto più crudele, dichiara che “non è uno scandalo”, e aggiunge: “in passato l’abbiamo fatto anche noi, quando eravamo al governo”. Domanda: come sono possibili questi differenti e opposti punti di vista? Tra un vescovo e l’altro, tra un partito e l’altro, tra una parte e le altre della maggioranza e dell’opposizione? Sui problemi dei clandestini e dell’ospitalità non c’è crisi di un partito o di uno schieramento, ma del nostro diritto. È il nostro diritto che non riesce a capire e valutare questi problemi, perché il nostro diritto è il risultato della nostra storia, mentre questi problemi sono il risultato di altre storie. L’immigrazione dall’est (Albania, Romania…) è il risultato del fallimento del comunismo: un sistema che è durato a lungo, ed era costruito contro di noi, è fallito, e scarica il suo fallimento su di noi, facendone un nostro problema. L’immigrazione dal sud del Mediterraneo è il risultato del fallimento di quegli stati, nessuno dei quali è arrivato alla democrazia, alla creazione del progresso e alla spartizione del progresso. E quegli Stati scaricano i loro problemi su di noi, trasformandoli in nostri problemi. L’accoglienza di chi viene dalla fame, dall’ignoranza, dalle guerre e dalle epidemie, è un dovere umano prima che giuridico. Ma sull’orlo del Sahara ci sono 20 milioni di disperati, pronti a trascinarsi verso Libia e Tunisia per tentare la traversata verso l’Italia e l’Europa. Siamo chiusi in una morsa: 1) dobbiamo salvarli, 2) non ce la faremo mai.

I “nuovi” Depeche

Dimensioni Nuove (www.dimensioni.org) è una rivista a cui sono abbonato da quando ero in IV liceo e che quindi mi ha accompagnato nel mio percorso di animatore prima e di insegnante poi. Non tratta di musica, ma molto spesso pubblica degli articoli interessanti, come quello che vi posto di Claudio Facchetti sull’ultima fatica dei Depeche Mode.

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DEPECHE MODE, IL SUONO ELETTRONICO DELL’UNIVERSO di Claudio Facchetti

A quattro anni di distanza dall’ultimo album ritorna in azione la band inglese. Con un ottimo disco che mischia electro pop, soul e suoni vintage. E un ambizioso tour negli stadi.

Forse, quando hanno iniziato nel 1980, i Depeche Mode non pensavano neanche loro che sarebbero diventati così famosi, al punto che la tournée mondiale in programma quest’anno da maggio si svolgerà negli stadi. Ancor più considerando il genere che da sempre frequentano, un electro pop venato talvolta di dark, costruito principalmente sulle architetture dei synth, che però ha fatto breccia nel pubblico e mantenuto, anzi aumentato, il loro successo in quasi trent’anni di onorata carriera.

Carriera che, seppur baciata da una costante popolarità, ha avuto i suoi momenti di bufera, con qualche cambio di formazione lungo il cammino e il momento difficile passato dal carismatico cantante Dave Gahan, culminato nel 1995 con il suo tentato suicidio dopo gli eccessi per droga.

Una pagina della storia dei Depeche Mode che poteva diventare buia e che per fortuna si è risolta invece con il pieno recupero di Gahan dopo una lunga cura riabilitativa. Tornato insieme agli amici di sempre, Martin Gore e Andy Fletcher, la macchina della band si è rimessa in moto per non fermarsi più.

Oggi, con alle spalle oltre 75 milioni di album venduti, i Depeche Mode aggiungono un altro brillante tassello alla loro ricca discografia con il nuovo Sound of the Universe, tredici brani spruzzati qui e là di sonorità industrial e vintage. Canzoni scritte per la maggior parte, come al solito, da Gore, con l’aggiunta della firma di Gahan, accreditato solo di recente come compositore, che formano un disco ampiamente sopra una spanna rispetto a ciò che passa abitualmente il mercato. La conferma che il trio inglese è in salute e pronto a continuare il suo viaggio nella musica, ieri come oggi. Alla faccia anche del nome che portano, Depeche Mode, che in francese vuol dire “moda veloce”.

Sono passati quattro anni dal vostro ultimo disco, Playing the angel. Perché questa lunga attesa?

Andy: Non siamo stati completamente inattivi. Abbiamo fatto un tour nel mondo sull’onda del successo di Playing the angel, per poi prenderci un po’ di riposo. Nel frattempo Dave ha realizzato il suo primo album da solista, che ha avuto ottimi riscontri di vendita, mentre Martin ha approfittato della pausa per comporre nuove canzoni. Alla fine dell’anno scorso, ci siamo ritrovati per mettere a punto questo progetto.

È stato complicato realizzare il nuovo album?

Dave: È filato via tutto con molta naturalezza, senza grandi problemi. Quasi tutti i brani hanno preso subito il volto che volevamo dare loro. Siamo molto orgogliosi del risultato ottenuto con Sound of the Universe.

Quanto c’è del vostro passato e quali sono gli elementi di novità presenti nelle canzoni?

Martin: Dopo molti anni di lavoro, sappiamo di avere un nostro codice espressivo ben preciso, un suono riconoscibile, a cui si aggiunge la caratteristica voce di Dave. Sono senza dubbio una specie di nostra “firma”, tuttavia in ogni disco cerchiamo di trovare soluzioni diverse rispetto a ciò che abbiamo finora fatto, di dare un volto contemporaneo ai pezzi.

Nel dare questo volto, a cosa vi siete ispirati?

Martin: Musicalmente è un album molto variegato, dove ci puoi trovare anche del soul e dello spiritual, ovviamente filtrati con la nostra sensibilità, mentre nei testi si parla di fede e redenzione. Sono comunque processi naturali, che nascono al momento dell’incisione, come certe sonorità scaturite dall’utilizzo di una serie di tastiere e chitarre vintage che ho scovato e comprato su eBay per dare un suono più caldo ai brani.

Nel disco precedente, Gahan aveva esordito come autore. E anche in questo ci sono sue composizioni. Sei stato dunque “promosso”?

Dave: Non è questo il problema. Semplicemente, oggi mi viene naturale scrivere anche per la band. Nel realizzare questo album non ci sono stati problemi o differenze nel lavorare sui miei pezzi o quelli di Martin, tutto è maturato in uno spirito di forte collaborazione. Lui ha fatto un lavoro straordinario per il disco e mi ha aiutato molto nell’arrangiare le mie canzoni. È stato sorprendente riascoltarle dopo i suoi interventi, apprezzarne i cambiamenti rispetto alla stesura iniziale.

Allora si può dire che il gruppo ha un altro autore “abile e arruolato”.

Dave: Non posso assolutamente paragonarmi a Martin come autore, anche solo per la quantità e qualità di composizioni che sforna e ha sfornato. Per il momento, mi sento come una buona riserva in panchina, pronto a entrare in campo quando serve. Non sono più, insomma, nello spogliatoio o in tribuna.

Il mercato della musica è in continua evoluzione, oltre che in crisi. Con quali prospettive i Depeche Mode affrontano questi cambiamenti?

Andy: In effetti, ogni volta che pubblichiamo un album troviamo una situazione diversa dalla precedente, ed è difficile da interpretare. Mi sembra ci sia una certa ripresa da parte delle case discografiche, che stanno risolvendo i problemi per il download selvaggio. Per quanto ci riguarda, abbiamo preso in considerazione varie possibilità per l’uscita del disco, compresa quella di gestirci in modo indipendente. Poi, per questo disco, ci siamo intesi ancora con la nostra etichetta, la EMI, che ha fatto un lavoro eccellente con i Coldplay.

Da anni affidate la vostra immagine al celebre fotografo e regista Anton Corbjin. Anche per questo progetto ha lavorato con voi?

Martin: Sì, ha realizzato le foto per la copertina e curato l’allestimento del tour: è lui che ha lavorato alle luci, alla scenografia e agli effetti visivi del palco. Con Anton, c’è ormai un rapporto fraterno e riesce sempre a capire le nostre esigenze.

Per questo tour suonate per la prima volta negli stadi. Non pensate che il vostro tipo di musica sia poco adatta a spazi così grandi?

Dave: È un’idea sorpassata pensare che solo le rock band possano suonare negli stadi. Per esempio, Madonna fa pop eppure offre un ottimo show. Quindi siamo convinti che anche una band come la nostra possa realizzare un concerto coinvolgente. D’altra parte, alcuni anni fa abbiamo già felicemente sperimentato l’esperienza esibendoci allo stadio di Pasadena, negli USA: tutti ci sconsigliavano di farlo, poi è stato un trionfo. Tuttavia, sappiamo che non è facile mettere in piedi uno spettacolo di queste dimensioni, è una sfida anche per noi, ma pensiamo di vincerla.

La spiritualità di Vecchioni

di-rabbia-e-di-stelle-1.jpgSto studiando i testi dell’ultimo album di Roberto Vecchioni uscito da qualche mese: Di rabbia e di stelle. Intanto posto un’intervista rilasciata ad Antonio Lodetti de Il Giornale

C’è modo e modo di uscire da un annus horribilis di sofferenze personali e familiari. Roberto Vecchioni ne è uscito con lo slancio e la carica di un ragazzino, rivendicando «la ricerca di un nuovo umanesimo» nell’album “Di rabbia e di stelle”, e trovando una nuova via attraverso la riscoperta di Dio e della spiritualità. «Non esiste la casualità. La vita mi ha convinto che nulla avviene per caso, Dio è il grande regista dell’universo e delle nostre vite», dice il cantautore, che si mette in gioco in una nuova veste lirico sinfonica con lo spettacolo In-cantus. Suoni dell’anima tra poesia e musica, cantando brani di Ciaikovskij, Händel, Rachmaninov, lo Stabat mater di Jacopone da Todi, suoi brani a sfondo religioso e molte poesie accompagnato dagli archi del Nu-Ork String Quartet.

«A 60 anni ho riscoperto la spiritualità. Ho superato la rabbia e lo sconforto sapendo che ci si può salvare con la forza dell’amore. Mi sento come un bambino perché fra l’altro ho scoperto quella che io chiamo la saggezza del canto».

La sua in pratica è una riscoperta della fede.

«Sì, sono un credente e un cristiano che però usa anche l’intelletto. Quindi la mia fede è lacerata e al tempo stesso rafforzata dai dubbi. Mi piace questa non certezza, ma la scoperta di mille possibili speranze e verità».

Di solito l’incertezza fa paura.

«No, anzi. La certezza è la fine della speranza, è la domenica sera. Io ho il gusto della ricerca, del viaggio che non finisce mai alla ricerca di Dio e delle sue manifestazioni che ognuno è libero di interpretare a modo suo. Amo indagare nei meandri dello spirito per illudermi di scoprire l’ignoto».

Eppure nell’album di Rabbia e di stelle c’è molta rabbia?

«È la rabbia della vitalità. Non è la rabbia degli operai degli anni Sessanta, è la rabbia dello sconforto che si supera con la convinzione che bisogna guardare in altre direzioni per salvarsi».

Negli anni ’70 per voi cantautori era quasi blasfemo parlare di Dio.

«Sì, era un periodo di presunto illuminismo; si veniva da una grande repressione dei sentimenti, si scopriva la libertà di fare tante cose fino ad allora proibite. Del resto qualche degenerazione è normale nei movimenti epocali, e il ’68 lo è stato, anche se l’Italia è arrivata dopo l’America e la Francia. Il Futurismo è stato l’unico movimento autenticamente italiano».

Quindi s’è dedicato a uno spettacolo «alto» e impegnativo.

«Parlo di Dio e del Natale riflettendo e anche un po’ giocando. L’ho anche un po’ alleggerito, aggiungendo brani popolari come Vissi d’arte di Puccini, e alcuni brani che trattano del mio rapporto con Dio come Le rose blu, Blumun, Sogna ragazzo sogna. È una grande sfida per me: ho scritto un testo sul Concerto n. 2 in do minore di Rachmaninov, eseguo arie di Händel, lo Stabat mater di Jacopone, Vissi d’arte di Puccini, Jingle Bells e Tannenbaum in versione jazz. Il tutto inframmezzato da testi di Papa Giovanni e Madre Teresa, Gandhi e poesie come Ode alla pace di Neruda, Borges, Gassman. Insomma un incontro tra parole e musica che testimoni l’amore e la pace. Io farò da tramite portando le mie canzoni, le arie sacre, le poesie al pubblico».

Un lavoro complesso.

«Faticoso fisicamente perché saranno cinque serate consecutive. Poi con la musica sinfonica non posso sbagliare o prendere le licenze che uso nel pop».

La sua voce sarà messa a dura prova.

«Cercherò di fumare meno sigarette; del resto penso che nessuno si aspetti che io canti come Pavarotti; l’importante è commuovere che non significa piangere ma godere delle stesse emozioni».

Sarà che lei è professore, ma il suo percorso è sempre più colto.

«A questo ho sempre tenuto moltissimo. Non ho mai scritto canzonette tanto per farle, il mio è un modo di studiare l’animo umano e non me ne frega niente di quanto un mio disco possa vendere o no. Però ho sempre cercato di separare il mondo della canzone da quello dell’insegnamento. Non vorrei mai che un mio brano suonasse troppo accademico. Prendo spunto dai sentimenti e dalla vita di tutti i giorni».

La differenza tra i cantautori della sua generazione e quelli di oggi?

«Le nostre canzoni dovevano avere tante parole, ogni brano era un romanzo, si cercava il messaggio a tutti i costi. Oggi i cantautori sintetizzano i sentimenti cantando tutto, dal cinismo all’indifferenza».

Meglio quelli di ieri?

«Ciò che manca oggi è la letterarietà. I testi di De André, Guccini, De Gregori sono veri e propri pezzi di letteratura».

Oggi molti cantautori si fanno sedurre dai duetti.

«C’è duetto e duetto. Anch’io lo farei un duetto con Guccini. Oppure ci sono quelli di Ornella Vanoni, bellissimi e intensi cui è permesso tutto, primo perché è una grandissima cantante e interprete in grado di dominare qualsiasi brano, poi perché non è una cantautrice».

Quando rivedremo il Vecchioni cantautore?

«A gennaio, vorrei portare In-cantus a Milano, sarebbe bello organizzare il concerto nel Duomo: voglio provarci. Poi sto scrivendo il mio romanzo, molto complesso e lento da costruire perché richiede approfondite ricerche storiche. Per un po’ dunque niente musica».

Jesus Christ Superstar

Mi scuso per il lungo silenzio, ma avevo bisogno di tirare il fiato. Allora, visto che in diverse classi abbiamo visto Jesus Christ Superstar vi posto sul collegamento qui sotto alcuni posibili commenti presi da vari autori. Per chi fosse interessato dispongo anche dei 2 CD con la colonna sonora.

JESUS CHRIST SUPERSTAR

film di Norman Jewison, 1973, USA, musical teatrale, di A. Lloyd Webber (musiche) e Tim Rice (parole), 1970, Londra

SCHEDA FILMICA liberamente tratta da più autori

Raccomandabile ma difficile è questo musical che porta sullo schermo la figura del Cristo dei Vangeli con i moduli espressivi della musica rock del regista di origine canadese (nato a Toronto 1926) ma che ha lavorato in America per il cinema e la televisione.

Origine: Stati Uniti

Genere: Dramma musicale

Produz.: Norman Jewison, Robert Stigwood

Regia: Norman Jewison

Interpr.: Ted Neeley, Carl Anderson, Yvonne Elliman, Barry Dennen Bod Bingram, Larry T. Marshall. Joshua Mostel, Kurt Yaghjan, Phili Toubus

Sogg. e scenegg.: Melvin Bragg, Norman Jewison tratto dal Rock opera «Jesus Christ Superstar» di Tim Rice

Fotografia (Cinescope, technicolor): Douglas Slocombe

Musica: Andrew Lloyd Webber

Durata: 105′

Distribuz.: C.l.C.

L’OPERA ROCK

Le opere rock sono un fenomeno tipico della cultura teatrale soprattutto americana degli anni Settanta, periodo in cui vivono il loro massimo, trasgressivo splendore. La loro denominazione significa che la storia è sì cantata in ogni sua parte, ma su musica rigorosamente rock. Il consenso clamoroso a questo genere di spettacolo contribuisce in maniera determinante alla sopravvivenza della commedia musicale, i cui fasti languono alla metà degli anni Cinquanta. L’epoca moderna, così ricca di anticonformismi e di attualità, non avrebbe mai potuto favorire uno spettacolo sofisticato, inverosimile, all’insegna della più totale evasione dalla realtà. La diffusione inesorabile della musica rock durante gli anni Sessanta e in seguito di quella pop nel corso degli anni Settanta apportano nuova linfa al musical, altrimenti destinato a scomparire. Il predominio della musica caratterizza fortemente questo tipo di performance e, conseguentemente, ampio spazio è dedicato alla danza e al canto piuttosto che alla narrazione fondata sulla recitazione. I temi principali di queste messinscene teatrali (adattate anche al cinema) riguardano solo parzialmente grandi questioni storiche, religiose, morali. Sono soprattutto le trasposizioni teatrali e cinematografiche dei fenomeni di costume come la droga e il pacifismo ad attirare l’attenzione di una parte speciale di pubblico, cioè i giovani. Alle porte degli anni Ottanta, poi, le ultime novità tematiche trattano di guerra, di fantasie fantascientifiche e di stranezze dell’orrore. Jesus Christ Superstar è una delle opere rock più famose degli anni Settanta: essa appartiene ad una gloriosa, lunga lista di creazioni teatrali di un celeberrimo duo inglese, Sir Andrew Lloyd Webber (autore delle musiche) e Tim Rice (paroliere). Purtroppo, l’adattamento cinematografico del regista Norman Jewison del 1973 – la pellicola arriva in Italia solo nel 1974 – è causa della massima diffusione dell’opera, diventando la versione maggiormente conosciuta grazie alla grande distribuzione commerciale nei cinema di tutto il mondo. Infatti, è pressoché sconosciuta la curiosa genesi dell’opera, tutt’altro che destinata a Broadway o Hollywood. I due ventenni inglesi compongono i primi due brani musicali (il singolo Superstar e il pezzo strumentale John 9,41) di quella che diventerà una famosa colonna sonora già nel 1969. Il successo che arride a Webber e Rice negli Stati Uniti con questi due brani isolati (in Gran Bretagna non si raccolgono particolari consensi) spinge la casa discografica MCA ad investire su un album doppio, la cui lavorazione si protrae dal marzo al luglio del 1970. Un’orchestra sinfonica di ottantacinque membri sostiene ben sessanta sessioni per dar luce al long playing più venduto negli Stati Uniti nel 1971. Un dato indubbiamente sorprendente è che la presentazione dell’album a New York avviene nella chiesa di S. Peter, nell’ottobre del 1970, dando così inizio ad una fortunatissima tournée all’interno dei luoghi di culto di molti stati dell’Unione. Dopo quest’avventura puramente musicale, ecco che un produttore teatrale all’avanguardia come Robert Stigwood ne trae uno spettacolo teatrale che va in scena a Broadway, al Mark Hellinger, nell’ottobre del 1971. Soltanto l’anno dopo Jesus Christ Superstar approda in Europa, a Londra, giungendo a superare nel 1978 il record di performances nella storia del teatro inglese dopo 0liver Twist.

VALUTAZIONE CRITICA GLOBALE

Prescindendo dalla sua particolare forma, questa pellicola potrebbe scandalizzare per il modo sbrigliato di riferirsi alla teologia e per il disegno aggressivo e apparentemente irriverente del Redentore e delle altre figure evangeliche. E’ indispensabile, per una sua obiettiva valutazione, analizzarla tenendo conto della sua particolare configurazione artistica: un moderno dramma musicale che si esprime con tutti i mezzi propri del linguaggio teatrale e cinematografico. Il valore dialettico è quasi sempre nascosto nei simbolismi delle immagini sia per il montaggio interno (= analogie o antitesi fra persone diverse, tra persona e scenografia, per cui, ad esempio, la figura umana del Cristo viene sublimata dalla sua emergenza rispetto alle civiltà tramontate o alla natura fantasticamente spettrale), sia per il montaggio esterno (= evoluzione tra quadri, scene e sequenze, per cui, ad esempio, le indelicate fantasie della Maddalena peccatrice trovano positiva risposta nelle reazioni della stessa, una volta redenta). L’efficacia drammatica, a momenti effettistica e violenta, è affidata tanto alla musica quanto alle interpretazioni e alle risorse ricavate dall’ insieme dell’opera. La figura del Cristo non vuole essere, e non è, né quella della storia, né quella dei Vangeli; è invece la figura umana e fortemente contrastata che gli autori raccolgono nel contesto dell’umanità odierna variamente rappresentata, anche se con preferenza per quella giovanile. Su questa imponente e misteriosa immagine, essi non esprimono giudizi definitivi, anche se, nelle canzoni e nella struttura narrativa a volte richiamano atteggiamenti rapportabili a determinate matrici: es. la rivendicazione di un Giuda “strumento provvidenziale”, o la presentazione di un Cristo umanamente perplesso circa la propria missione. In definitiva, gli autori – rivolgendosi più al cuore degli spettatori che alla loro mente – invitano a contemplare il Cristo; a meditare sul fatto del suo permanere perenne, sul suo suscitare entusiasmi e ripulse, lasciando a ciascuno di trarre giudizi e deduzioni pratiche di cui neppure propongono le direzioni. Una tale fisionomia di spettacolo di fantasia religiosa è esaltante e stimolante, anche per la ricchezza artistica del lavoro, merita perciò una raccomandazione, ma esige, tuttavia, accostamento avveduto e cosciente. Gesù si occupa disinteressatamente degli altri fino alla morte; al tempo stesso, con la propria parola e le proprie azioni, si eleva al di sopra di tutti: segno di ammirazione per alcuni, segno di contraddizione per altri. «Jesus Christ Superstar è la storia degli ultimi giorni di Cristo sulla Terra secondo canoni non ortodossi, ovvero vicini ad una sensibilità di tipo calvinista. La matrice clamorosamente hippy resa ancora più evidente dagli accessori e dall’abbigliamento indossati dagli attori-cantanti è marcatamente presente nel film di Jewison. Questi, infatti, ha trasformato l’idea originale dei due autori rigorosamente fedele alla tradizione naturalistica del teatro inglese, in una commedia musicale dove l’eternità dei temi e l’attualità dei giovani pacifisti dell’epoca si fondono. Mentre sulle tavole del palcoscenico Webber e Rice rispettano l’ambientazione e i costumi dell’antica Palestina, Norman Jewison confeziona un prodotto modellato sulla gioventù scanzonata e ribelle degli anni Settanta, quasi si trattasse di ricreare l’atmosfera di uno psichedelico raduno rock. Invano gli autori si opposero alla distribuzione del film che non proponeva affatto come grande forza emotiva quella unicamente suscitata dai testi delle canzoni: alla fine il colorato cast del film e le coreografie impressionano maggiormente lo spettatore di quanto non riescano a fare certe partiture. Le figure principali della storia di Gesù Superstar (è utilissimo distinguere subito il Messia da questa versione profana e immanentista) sono innanzitutto Giuda (un uomo nero, vestito di rosso) e Maria Maddalena. I Dodici prescelti restano anonimi, eccetto Simone Zelota e Pietro. Caifa ed Anna sono i due leaders della casta sacerdotale, distinguendosi per la spietatezza e la furbizia. Re Erode è una figura abbastanza fedele alla fama di cortigiano a noi tramandata. Nel caso di Ponzio Pilato abbiamo un tentativo di riabilitazione perfettamente riuscito, come per il personaggio di Giuda: entrambi sono vittime di un disegno divino che cercano di sovvertire fin dall’inizio. Quello di Gesù Superstar è un mondo di giovani alla ricerca dell’amore universale: essi sono l’unica famiglia che viene concessa a Gesù. La famiglia di origine del Maestro è un tema totalmente ignorato: la Madre di Gesù non compare e l’unica menzione a Giuseppe il falegname viene fatta da Giuda. La sola voce di donna è quella di Maddalena, la donna perduta e riscattata da Gesù, segretamente turbata dai sentimenti di devozione e di protezione che lo stesso provoca in lei. Gli ultimi giorni di Gesù Superstar prima del martirio e della crocifissione sono caratterizzati da profonde crisi di paura: egli non riesce ad accettare l’idea del sacrificio e l’abbandono di una vita normale desiderata da pressoché tutti i personaggi. Gesù Superstar soffre terribilmente del tradimento di Giuda e del suo suicidio, egli si sente ferito dal comportamento di Pietro e dalla generale indolenza dei suoi seguaci. Purtroppo il popolo di Gerusalemme è interessato ad un leader politico che conduca la Palestina verso un futuro di libertà dall’oppressione romana, quindi tutte le parole d’amore e di fratellanza predicate da Gesù cadono nel vuoto. In quest’opera non viene fatto mai alcun cenno alla vita eterna. Lo stesso presunto Figlio di Dio combatte disperatamente per rimanere fra i suoi simili. C’è una grande solitudine che aleggia su tutti i protagonisti, non c’è alcuna prospettiva che renda l’uomo qualcosa di più che un mammifero uguale a se stesso da duemila anni a oggi. Così, alla fine, non restano che l’omicidio di un falso profeta e il suicidio di un delatore di dubbia fama. Ogni personaggio vive isolatamente ed egoisticamente un’avventura di libertà finalizzata a scopi terreni, nessuno vuole guardare oltre i bisogni e le ambizioni umane. L’immagine finale del Gòlgota con una sola croce che vi troneggia mentre la comitiva di attori sale sul bus che li ha accompagnati nel deserto per recitare nell’ouverture, lascia lo spettatore nell’impotenza e nella perplessità. Sembra un sacrificio inutile, quello dell’ennesimo profeta, lasciato solo ad affrontare una morte atroce. Non c’è alcuna speranza per i diseredati e gli oppressi della Terra, non c’è gloria per colui che ha creduto negli uomini più del necessario. Una storia che comincia e finisce in terra di Palestina, nulla di ultraterreno, nulla che offra asilo a tante anime mediocri e sofferenti. (Monica Donato)

I PERSONAGGI

La figura del Cristo

Sotto l’aspetto narrativo Jesus Christ Superstar si concentra sull’ultima settimana di vita di Gesù, ripercorrendone gli episodi principali esposti nei Vangeli: dall’ingresso trionfale a Gerusalemme alla morte sulla croce. Sottolinea quel che avvenne nel gruppo che seguiva il Maestro, le preoccupazioni del Sinedrio, la passione e morte di Gesù. Particolare risalto conferisce alle persone. Mostra due gruppi corali: i discepoli di Gesù e il Sinedrio, e Lui, il grande protagonista. Accanto a Lui, due personalità antitetiche: Giuda e la Maddalena. E poi una gran folla di personaggi, più o meno importanti. Assente Maria, madre di Gesù, che i Vangeli ricordano ai piedi della croce e che ha tanto rilievo nella tradizione cristiana. Il film cerca di sottolineare, spesso con elementi simbolici, certe caratteristiche esclusive di Gesù «superstar». Dopo la sua incarcerazione – in uno dei brani più espressivi e significativi del film – gli intimi di Gesù parlano con la sua «ombra»: la Maddalena chiede conforto e sicurezza; Pietro dice: «Fermati!»; il coro degli apostoli e dei discepoli implora. Ma Gesù è lontano e s’allontana sempre di più: dovranno sapere misurarsi col proprio desiderio di Lui e col significato della sua presenza nella loro vita. Gesù è un uomo «superiore». Dopo la condanna a morte viene rivestito della tunica. E’ di spalle; si gira su se stesso: appare rinnovato. Una croce luminosa scende dal cielo sull’anfiteatro, e trasporta Giuda che vi sta aggrappato. Giunto a terra inizia un canto frenetico rivolto al Cristo, che sempre più splendente osserva la scena. Gesù è uomo di luce. E la croce lo svela in pieno. Inchiodato, Gesù è sollevato nel sole. Mentre spira, scoppia un fulgore abbagliante. Ma anche in altre occasioni il suo volto è illuminato; spesso in contro luce, come se fosse abbagliato lo spettatore.

Maria Maddalena e Giuda

Sono rari i momenti, nel film, in cui Gesù è solo; abitualmente è con gli altri o in rapporto dialettico con loro. Giuda e la Maddalena spiccano su tutti. Essi rappresentano le due anime (razionalistica e fideistica) dei discepoli di Gesù e, al tempo stesso, quasi una doppia coscienza del Salvatore. Cercano di capire Gesù e cercano anche di forzare le barriere della sua personalità, tentando quasi di sostituirsi alla sua volontà quando sembra loro che Egli rallenti troppo il ritmo delle proprie decisioni. La differenza sta nel fatto che la Maddalena mette a prova l’umanità di Gesù, Giuda ne mette a prova la missione. La Maddalena si appoggia a Gesù e lo vorrebbe quasi tutto per sé; Giuda vuole stanarlo e costringerlo a imporsi alle autorità e al popolo. C’è da notare che, per tutto il film, Giuda e la Maddalena fanno da contrappunto a Gesù. Ma nell’epilogo sembrano quasi trasformarsi nella coscienza o, almeno, nello sguardo dello spettatore: dopo la «rappresentazione» la troupe risale sul pullman; la Maddalena si volta a guardare verso il Golgota. Giuda pure si volta a guardare verso il Golgota, come se qualcosa fosse davvero successo o si fosse rinnovato, e non solo rappresentato. Nei riguardi di Gesù la Maddalena è confortatrice e consolatrice, anche quando non capisce i suoi moventi o le sue azioni, é onnipresente accanto a Lui. Gli asciuga il volto, lo accudisce e lo unge d’unguento; gli sta a lato nell’osanna festante; lo addormenta e lo veglia; è prostrata ai piedi della croce. Inoltre, narrativamente e tematicamente, la figura di Maria Maddalena è bilanciata da quella di Giuda, vero e proprio antagonista di Gesù. Giuda ha, fin dall’inizio del film, un proprio spazio esclusivo e determinante. Si autopresenta come interlocutore privilegiato del Maestro, convinto d’esser l’unico ad averlo capito e di essere il suo braccio destro. Ma è scandalizzato perchè Gesù non si comporta come lui vorrebbe (subendo le attenzioni della Maddalena e il faticoso assedio di bambini e adulti) e perché s’è lasciato prender la mano dagli avvenimenti e dall’entusiasmo degli ingenui. Perciò è perplesso alla cacciata dei mercanti dal tempio e, all’ultima cena, gli grida: «Ti ammiravo, ora ti disprezzo!». Per costringerlo a rientrare in sé, lo tradisce: così sarà obbligato a prender posizione pubblicamente e definitivamente come un vero capo. Gesù, che sembra accettare le attenzioni della Maddalena con la condiscendenza dell’uomo superiore, ribatte invece colpo su colpo a Giuda: lo accetta come interlocutore. Qualche volta gli risponde seccamente; un’altra volta lo invita alla speranza, lo carezza e gli stringe la mano (le due mani strette, mostrate sullo schermo in primo piano, sottolineano l’unione dei destini di Giuda e di Gesù). All’ultima cena lo affronta apertamente e poi cerca di trattenerlo. E’ uno spirito tormentato, Giuda. Esprime gli stessi dubbi della Maddalena riguardo a Gesù: è solo un uomo? Però, mentre la Maddalena si interroga: «come l’amo?», lui si chiede se Gesù l’ama. Dopo il tradimento Giuda si pente e s’impicca. Segue, sullo schermo, un silenzio rispettoso che sembra una muta risposta all’interrogativo del traditore a Dio: «Perché hai scelto me per eseguire i tuoi piani?». Anche dopo morto, benché pacificato (è vestito di bianco, segno del rinnovamento operato in lui dal suo pentimento e dall’imminente sacrificio del Salvatore), chiede a Gesù il significato delle sue parole e delle sue promesse. Altri sensi e altri simboli si possono identificare nella stessa immagine “fisica” di Giuda. Lui è nero, mentre Gesù è biondo. Un contrasto romantico, simbolizzante il contrasto delle personalità: l’uno tenebre l’altro luce, l’uno morte l’altro vita. Ma, a livello della tematica della salvezza, Giuda è l’emblema di tutti gli oppressi («neri») e di tutti coloro che anelano alla salvezza ma non la trovano, perché non sanno cercarla. E’ questa l’interpretazione specifica attribuita dal film alla figura di Giuda.

Gli altri personaggi

Degli altri personaggi, alcuni si confondono – chi più chi meno – nell’anonimato dei gruppi, altri assolvono un compito nei confronti di Gesù. Fra questi ultimi: Caifa, Pilato, Erode. Essi agiscono parte in proprio e parte in contrappunto col gruppo che rappresentano: Caifa e il Sinedrio, Pilato e i soldati romani, Erode e la sua corte. Caifa è l’unico ad aver le idee chiare su Gesù e ad aver coscienza del pericolo che rappresenta: non possiamo lasciarlo libero, per il bene del paese deve morire. Il Sinedrio, pieno di paure e di preoccupazioni per il proprio potere, segue pedissequamente Caifa. Gesù dà importanza al personaggio Caifa. All’ingresso a Gerusalemme gli fa notare l’incoercibilità del trionfo. E nell’interrogatorio supremo gli tiene testa. Come dà importanza pure a Pilato, un personaggio moralmente piuttosto squallido, nella rappresentazione del film. Pilato esprime, fin dal primo apparire, perplessità su Gesù. Ne uscirà fuori non con una decisione ma con l’aggirare il problema attraverso l’ironia: nei riguardi di Gesù, del Sinedrio, di Erode. Ma quando dovrà affrontarlo, nonostante tutto, se ne laverà le mani. Non sapendo cavarsela di fronte alle minacce e alle richieste del popolo, passa dall’ironia alla rabbia impotente che scarica sull’indifeso Gesù: «Muori se vuoi morire, martire fuorviato, innocente fantoccio!». Sulla sua ironia, nata dalla paura e non da un superiore senso di sicurezza, è passata invano la parola chiarificatrice di Gesù che parlava di verità e di autorità proveniente dall’alto. Più meditativa la moglie che avverte qualcosa d’insolito nel personaggio Gesù, in linea con quanto appare di lei nei Vangeli. Mentre vengono forzati un po’ i Vangeli nella rappresentazione di Erode e della sua ambigua e folcloristica corte. Un Erode da operetta che sembra uscito da uno spettacolo parodistico di Paolo Poli. Si vuol divertire a spese del «giocoliere» Gesù e sghignazza sadicamente alla flagellazione. Al suo silenzio s’infuria – Gesù lo ricusa come interlocutore – e lo caccia istericamente: «Vattene dalla mia vita!». Ma così risulta una figura un po’ pleonastica o solo coreografica, essendo quasi completamente assente l’ambivalenza della sua psicologia così bene illustrata dai Vangeli (ammira Giovanni Battista e lo fa uccidere, teme Gesù e lo irride, vuol essere autonomo ed è succube di Roma). C’è da aggiungere che il clima farsesco che emana dal personaggio e dal suo contorno stona un po’ col tono abituale del film. Gli apostoli non hanno una parte molto attiva nella vicenda. Spiccano sugli altri Pietro, al cui rinnegamento viene dato un certo spazio, e Simone lo Zelota che fa balenare agli occhi di Gesù suadenti tentazioni di riscatto politico. Anche sugli apostoli, Gesù esprime perplessità e dubbi. Non è sicuro della loro comprensione e della tenuta della loro fedeltà e del loro ricordo. Ma affronterà ugualmente la morte: loro e gli altri capiranno in seguito.

VALUTAZIONE ETICO-SOCIALE

Il Gesù di Jesus Christ Superstar non è esattamente il Gesù dei Vangeli. I quattro evangelisti annunziano lo stesso Cristo, ma ognuno in modo diverso. Il Gesù dei Vangeli:

Marco sottolinea la concretezza della vicenda umana di Gesù nelle componenti di povertà, di nascondimento, di sofferenza.

Matteo ricorda l’attesa nel Vecchio Testamento di un intervento di Dio tra gli uomini che instaurasse definitivamente la sua sovranità salvifica sul mondo: in Gesù questo regno è venuto tra noi, si è fatto vicino; nella Chiesa si realizza e cresce fino al suo compimento.

Luca identifica in Gesù, Figlio di Dio, «il Signore» di tutta la storia il Salvatore di tutti gli uomini; non però col dominio trionfante ma con la passione e la morte; e Dio Padre lo porrà alla sua destra.

Giovanni testimonia che Gesù è colui nel quale si compiono tutte le promesse e le attese antico testamentarie, colui dal quale soltanto può dipendere la salvezza del mondo, perchè Figlio inviato dal Padre: i «segni e le opere» di Gesù nella vita pubblica preludono alla sua passione – glorificazione.

In Jesus Christ Superstar manca qualunque accenno al compimento delle promesse di Dio nell’Antico Testamento e a quelle caratteristiche che vengono assegnate al Messia: re, profeta, sacerdote. E la sua fedeltà ai Vangeli è piuttosto materiale ed esteriore, anche se sufficiente (salvo certe omissioni, come Maria madre di Gesù e i miracoli, e certe parafrasi banalizzanti delle parole e dei personaggi). Comunque, anche se appare una «laicizzazione» dei Vangeli, Jesus Christ Superstar contiene elementi significativi che collocano Gesù e il suo messaggio in una dimensione super. Il messaggio di Gesù è un messaggio d’amore, di fraternità, di convivenza comunitaria, di dedizione; lo si vede dalle sue parole e dalle sue azioni. Anche gli altri personaggi illustrano la cosa; o per somiglianza – la Maddalena, sopra tutti – o per contrapposizione: Giuda pensa troppo e ama poco, Pietro rinnega, Simone vuole la rivolta, Pilato ironizza, Erode disprezza, Caifa giudica secondo la ragion di stato, i discepoli più che dare aspettano qualcosa, anche i malati pretendono e assediano Gesù fino a infastidirlo. Tematicamente la figura di Gesù è all’insegna della croce e del gregge. I due motivi si fondono nelle inquadrature finali, accentuando l’importanza fondamentale attribuita al sacrificio oblativo di Gesù. La croce, oltre a campeggiare sul Calvario, appare e spicca sul pullman della troupe e gli attori la sollevano in alto prima di tirarla giù. Ma anche il sole brilla a forma di croce e luci a forma di croce illuminano più volte i personaggi. Il motivo del gregge – in linea con le silouhettes finali – sarebbe l’equivalente simbolico del piccolo gregge degli apostoli e discepoli e, in linea con la tematica, quello dei futuri seguaci di Gesù. Un gregge appare in momenti cruciali della vicenda, con significati collegati anche al contesto immediato. Si vedono soldati romani e poi un branco di pecore nere (i pagani?). Un pastore col gregge s’intravede poco prima dell’ultima cena (cioè l’ultima volta che Gesù raduna il gruppo dei fedelissimi). Giuda scappa dall’ultima cena; dietro di lui pecore rossastre corrono (il gregge di Gesù cosparso del suo sangue?). I soldati che conducono Gesù al patibolo incrociano un gregge (l’umanità per la quale Cristo s’immola?). Nella sequenza finale: il pullman va via; campeggia la croce; dietro la croce il sole; un’ombra umana, seguita da un gregge.

VALUTAZIONE FILMICA

Cronologicamente Jesus Christ Superstar si colloca in un periodo in cui tendenze mistiche serpeggiavano nella società americana coinvolgendo giovani e adulti in movimenti e comportamenti a volte esaltanti, altre volte drammatici. Ma intenzionalmente il film s’inserisce nel Christ-revival e nella Jesus-revolution, vigorosa ripresa di elementi cristiani iniziata in America a metà degli anni ’60. Vi si suole assegnare una data di nascita: una inchiesta del Time sulla «morte di Dio» che rivelò quanto fosse in crisi tra gli americani l’idea di Dio e quanto poco attirasse una entità «astratta». Il rimedio sembrava essere quello di far convergere l’attenzione e l’interesse delle masse su Cristo personaggio concreto: «eroe spirituale» con idee chiare e precise. Oltre tutto la Jesus revolution era più sicura e meno aberrante del ricorso alla droga o a certe esperienze mistiche spersonalizzanti. La cosa incontrò il gradimento delle autorità religiose cristiane e soprattutto quello del mondo degli affari che la sfruttò ampiamente. Jesus Christ Superstar si colloca a uguale distanza tra l’esaltazione dell’idea e il suo sfruttamento commerciale. E’ un oratorio sacro modernizzato e americanizzato. O, se si vuole, è una sacra rappresentazione in cui gli spettatori stanno soltanto a guardare: invitati più a stupirsi (per la tecnologia, la musica, le scenografie) che a partecipare. Tale impressione è accresciuta dalla circostanza che il film dà la vicenda come «rappresentata» da una troupe, ma non mostra spettatori che si trasformano in partecipanti. Comunque, sembra più oratorio sacro da teatro che sacra rappresentazione medievale (o, ancora oggi, «popolare», in tante parti del mondo, proprio in occasione della settimana santa), dove l’essenziale era la proposta o il rinnovamento dell’avvenimento sacro con l’intento pedagogico di formare o, almeno, d’informare. Jesus Christ Superstar ha poco di «liturgico», a causa della prevalenza della componente «spettacolo», cioè del divertimento. Però può rappresentare molto per uno spettatore che sappia passare dall’emozione alla riflessione. L’intonazione corale del film – propria del genere musical – risponde all’interpretazione di Gesù come Salvatore universale. Gli apostoli e i discepoli vengono mostrati non come un blocco di ingenui e di fanatici ma con diversificazioni che arrivano fino alla critica e sofferta adesione al messaggio e alla persona di Cristo. Lo stesso Gesù, in linea con una moderna esegesi, viene analizzato anche nei dubbi sulla propria missione e sulla riuscita di essa. Il finale del film – abbiamo già sottolineato – precisa il senso di lieto presagio della croce, dietro la quale splende il sole, e allude ellitticamente, almeno per un cristiano, alla Resurrezione: la troupe risale sul pullman, manca però l’interprete di Gesù. E sotto il legno della croce si muovono le sagome di un pastore e di un gregge: con reminiscenza evangelica potrebbero riferirsi alla Chiesa o a tutti coloro che nei secoli ascolteranno la parola di Cristo. Ma sono suggestioni, più che accenni, sia pure incompleti. Il Gesù della tradizione cristiana, invece, non balugina – come nel film – in una atmosfera flou (i pascoli del cielo? la seconda vita della superstar nella memoria trasfigurante dei fans?), ma risorgerà e continuerà a vivere nel suo definitivo stato di risorto. Comunque non si può negare che Jesus Christ Superstar esprima il desiderio di constatare la presenza fisica di Gesù nella storia umana e di esaltarsi alla sua figura d’uomo superiore, divo – e chissà – divino. Ma nonostante tutto, la «confezione» dello spettacolo sembra prevalere sull’intento edificante della tematica: belle musiche, interpreti adatti, scenografie grandiose, ritmo travolgente. Certe sottolineature spettacolari e certe omissioni tematiche dipendono dalla forma scelta: un musical, per giunta a tempo di rock. Senz’altro il rock è diventato un linguaggio universale e ha dimostrato, alla fonte, di sapere trattare anche l’argomento religioso (Godspell, Jesus Christ Superstar) e quello sacro – simbolico (Tommy, Hair). Il problema è, allora, se il rock (e Jesus Christ Superstar in particolare), anche alla foce, (ascoltatori, spettatori) veicola i contenuti o se questi vengono eclissati dalla forma (e forse sono un pretesto già alla fonte). Tuttavia si può riconoscere al rock di Jesus Christ Superstar la capacità di far accertare, in maniera emotiva, che Gesù Cristo è una superstar della storia. Ma non molto più di questo, anche se all’uscita del film ci furono in campo cattolico riconoscimenti abbastanza lusinghieri. Vi si vide un’opera di elevato livello artistico e di sofferta meditazione che può costituire, per i non credenti, un richiamo ai valori spirituali e una riproposta di Cristo in termini etici; e, per i credenti, una conferma alla fede nei Vangeli. In effetti può diventare tutto ciò se vi si aggiunge qualcosa di essenziale: il rapporto tra la morte di Cristo e la sua risurrezione, il legame tra l’umanità di Cristo e la sua divinità. Un appiglio a questa indispensabile aggiunta può essere fornito da due elementi del film che vi sembrano particolarmente predisposti: le opere e le parole di Gesù, da una parte, e, dall’altra, la scenografia. Quanto alle parole e alle opere, Gesù, Parola di Dio, è il culmine della «rivelazione» che Dio fa di se stesso all’umanità, di quel suo voler «conversare» con gli uomini. Gesù dà senso alle parole e agli avvenimenti che lungo i secoli avevano manifestato la presenza di Dio agli uomini. Quanto alla scenografia, soprattutto nei suoi elementi «naturali» (la maestà del deserto, la luce): le cose create sono già un primo modo di Dio di manifestarsi agli uomini. In questo senso certe accentuazioni scenografiche si potrebbero considerare come indizi di realtà profonde e misteriose. Come pure, negli elementi «attualizzanti», si potrebbe intravedere la coestensione della presenza di Dio alla storia umana. Partendo da queste suggestioni e aggiungendo quel che manca, il Cristo dell’esaltazione poetica e musicale del film – Superstar – può diventare il Cristo della fede: salvatore del mondo. Gesù è superstar non solo perché è il «migliore», ma perché è sopra a tutti e a tutto; non solo perché è il «primo di tutti», ma perché è il «Principio» di tutto.

OPINIONI DELLA CRITICA

«Quale Cristo? E’ l’interrogativo importante. Non urliamo al sacrilegio. La veste spettacolare indossata da Jesus Christ Superstar non ci disturba. Un’espressione rappresentativa (fino a un certo punto) vale l’altra: conta il discorso che propugna. Le deformazioni narrative e le variazioni linguistiche rispetto all’originale evangelico di un’operazione di fantasia sono naturali. Urti, stridori, irriverenze ci paiono cautamente girate. Semmai agli occhi del credente la massiccia “falsificazione” consiste in un’imperdonabile omissione. Parlare della croce tacendo della risurrezione è un non – senso. Morte e glorificazione sono le due inseparabili componenti dell’esaltazione del Cristo. Si vede che il Vangelo di Giovanni, quale Jewison dichiara di essersi prevalentemente ispirato, non l’ha alcun modo capito». (Luigi Bini in «Letture», 1974, n. 3, p. 244). «Il discorso, se mi è permesso dire, è cristologico e non teologico. Dal punto di vista teologico il Cristo di Superstar è a posto. Ma non così, pare, lo spessore cristologico. Con questo voglio dire una cosa che pare essenziale se si discute circa la reale novità della proposta, e novità non solo formale ed espressiva ma contenutistica. E la cosa è questa: non è sufficiente che il Cristo ci dica e confessi che è Dio; è invece necessario che si prenda coscienza totale e profonda che egli è uomo, l’uomo che nella Passione ha assunto, assorbito, vissuto tutto l’umano tragico e provocante della sofferenza e dell’assurdo. In questo caso egli è veramente rivelazione di Dio, cioè dice realmente chi è Dio per noi, e cosa fa Dio per noi». (Vittorino Joannes in «Cineforum», 1974, n. 133, p. 455).

Il ripensamento di Pietro

Mi sono immaginato la mattina di Pietro dopo aver rinnegato Gesù, dopo aver sentito il canto del gallo… e l’ho collegato a questa canzone di Ornella Vanoni rivista insieme a Claudio Baglioni

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A 4 anni dalla morte di Giovanni Paolo II

A 4 anni di distanza dalla morte di Giovanni Paolo II pubblico, per ricordarlo, questo articolo di mons. Massimo Camisasca

GIOVANNI PAOLO II/ Quel testimone che ha saputo parlare ad ogni uomo

Sono passati soltanto quattro anni dalla scomparsa di Giovanni Paolo II. Eppure è già possibile una impressione più distaccata, consapevole, del peso che il suo lungo pontificato ha avuto nella storia della Chiesa. Un pontificato che, per estensione, ha coperto un numero di anni secondo soltanto a quello di Pio IX. Iniziato negli anni del terrorismo italiano, è terminato dopo la fine della guerra fredda, nell’epoca delle guerre americane contro il terrorismo internazionale. Un lunghissimo periodo anche per la storia della Chiesa: ancora segnata dalle profonde difficoltà del post-Concilio, è stata percorsa in lungo e il largo da Giovanni Paolo II attraverso le sue centinaia e centinaia di viaggi, per portare ad ogni continente, ad ogni popolo, la certezza di una fede che sembrava smarrita, coniugata con la difesa dei diritti degli uomini e dei popoli. Un’impresa titanica che appare in tutta la sua visibilità nell’immenso numero di pagine del magistero di Giovanni Paolo II, nella quantità di argomenti trattati, nel numero di discorsi pronunciati.

Dietro a tutto questo non stava una macchina, ma un uomo vero. Un uomo certamente dotato di doni particolari: la conoscenza delle lingue che lo rendeva capace di parlare direttamente ad ogni uditorio, l’abilità oratoria che aveva ereditato dalla sua antica esperienza di attore, la finezza nell’uso della parola che l’aveva reso poeta, l’attitudine filosofica di penetrare gli strati più profondi della vita dell’uomo. Ma il centro di tutto questo era l’incontro con Cristo, venuto a lui dalla tradizione della sua famiglia e del suo popolo. Una signoria, quella di Cristo, avvertita da Karol Wojtyla come fonte di gioia e di sicurezza, di pienezza umana, fonte perciò di coraggio, di proposta, e anche di provocazione.

Ma Cristo era per Giovanni Paolo II soprattutto una persona incontrata e viva, un “tu” con cui dialogare, il Dio fatto uomo che lo aveva chiamato a non avere più niente per sé, e a donare tutto se stesso per farlo conoscere agli altri uomini.

Giovanni Paolo II era un uomo positivo e coraggioso. Veniva da lontano, come lui stesso disse appena dopo la sua elezione, e desiderava che questo lontano diventasse vicino, voleva far sì che iniziasse un nuovo rapporto fra l’oriente e l’occidente dell’Europa. Amava dire che l’Europa avrebbe dovuto tornare a respirare a due polmoni. Con questa intenzione scrisse molte encicliche e documenti, e fu anche disposto a ridiscutere l’esercizio storico del ministero petrino. Purtroppo non riuscì ad andare fino a Mosca, forse perché le comuni origini slave, anziché facilitarlo, resero più arduo l’ascolto reciproco.

Voleva che ogni punto della Chiesa si sentisse centro e non periferia. Per questo ha viaggiato così tanto, forse più di ogni uomo mai apparso sulla terra. Resistette fino a quando le condizioni fisiche lo permisero.

Ogni sua apparizione sullo schermo costituiva un grande evento. La sua capacità di colpire era al servizio della testimonianza. Parlava alle folle, ma sembrava sempre parlare ai singoli. Come quando, a tavola con don Giussani, in Vaticano o a Castel Gandolfo, lo vedevo rivolgere domande, curioso di sapere, attento ad ascoltare, per captare ogni nuovo evento, ogni nuova parola che potesse giovare alla sua comprensione dell’uomo e alla sua missione.

Mi ven di ridi

Prendo dal sito del corriere

«Oscura» i cellulari in classe

Il preside, esasperato, ha acquistato un dispositivo illegale capace di schermare il «campo»

L’uso del cellulare a scuola è uno dei problemi più comuni e delicati che gli insegnanti e i dirigenti scolastici devono affrontare ogni giorno. Spesso vietarne l’uso durante le lezioni o per tutta la giornata di studio è insufficiente; per questo il preside di una scuola di Vancouver ha deciso di usare un sistema drastico e alternativo, schermando il campo dei telefonini con un «jammer», dispositivo in grado di oscurare le radiofrequenze.

Peccato però che il congegno sia illegale (in Canada come negli Stati Uniti e nella maggior parte dei Paesi europei) . Gli studenti si sono accorti subito che qualcosa non andava nella ricezione dei loro cellulari e, dopo una rapida ricerca online (suggerita dal preside stesso), hanno identificato il metodo usato. Ma non solo: hanno scoperto che utilizzare un dispositivo per schermare le onde elettromagnetiche è illegale. Una sorpresa anche per il dirigente Steve Gray, che ignorando l’Atto sulle comunicazioni radio vigente in Canada, aveva acquistato online il dispositivo da un rivenditore cinese, utilizzando i fondi scolastici (115 dollari).

Gray, intervistato in merito alla vicenda, ha dichiarato: «C’era un continuo problema di gestione delle classi. C’era sempre qualche cellulare confiscato agli studenti perchè lo usavano in aula contro le regole della scuola». «(Il dispositivo) ha immediatamente bloccato le prestazioni dei cellulari. Era solo un piccolo progetto per vedere cosa sarebbe accaduto, sono rimasto sorpreso per come funzionasse bene. Ma una volta scoperto che era illegale l’ho subito spento». Robert Holmes, presidente del Consiglio consultivo dei genitori, non sostiene la scelta del preside: «Posso capire quali fossero i suoi livelli di frustrazione, ma non avrebbe dovuto farlo. I bambini avrebbero dovuto seguire le regole». D’altra parte però a volte sono gli stessi genitori a non rispettare il regolamento della scuola, telefonando ai figli negli orari di lezione, controbatte Mary-Lou Donnelly, presidente della Federazione canadese degli insegnanti. Questa vicenda ha comunque un risvolto positivo, avendo portato nuovamente in primo piano il problema di una concreta regolamentazione sull’utilizzo dei telefonini nelle scuole. Interessante la proposta di Richard Smith, del dipartimento di comunicazione all’Università Simon Fraser, secondo il quale è inutile combattere l’uso del cellulare, in quanto parte integrante della nostra cultura: «La sfida per gli insegnanti è trovare il modo di integrare i telefonini nelle classi, insegnando e cercando un compromesso con i ragazzi su come e quando è appropriato usarli o meno».

 

Valentina Tubino

02 aprile 2009

La fatica di vivere

C’è la globalizzazione dei soldi e quella dello stress, della depressione, della crisi, del suicidio e del vuoto esistenziale perché si è dimenticato che la vita non è qualcosa, ma è sempre l’occasione per qualcosa. Pubblico qui sotto l’articolo FACCIO FATICA A VIVERE di Patrizia Spagnolo, presente nell’ultimo numero di Dimensioni Nuove

Ecco il “testamento” lasciato tempo fa da un sedicenne suicida: “Sarai contento ora papà. Ora che non ti do più grane. Mi dispiace averti deluso, ma è anche colpa tua. Salutami Sara e dille che la tratto così perché le voglio bene. I soldi che ho in banca li lascio tutti a Telefono Azzurro. Mi dispiace per te mamma, che sei stata più gentile del babbo, che mi ha sempre rotto le scatole. Ci rivedremo, spero il più tardi possibile, nell’aldilà. P.S. Spero che la Fiorentina vinca la coppa. Ciao, anzi addio”.

Non è dato sapere se Luca (nome fittizio) si sia tolto la vita avvelenandosi – soluzione che va per la maggiore – o tagliandosi le vene o buttandosi giù da un ponte o impiccandosi. Rientra sicuramente nella schiera di ragazzi tra i 14 e i 18 anni che ogni anno rinunciano a vivere perché sono stati bocciati a scuola, non hanno superato l’esame per la patente, sono emarginati in quanto gay, si vedono troppo grassi, si sentono troppo stupidi, comunque inadeguati. Queste le cause scatenanti, tutte riconducibili alla fatica di vivere, di trovare un senso alla propria esistenza.

“Il senso della vita” fu il tema della prima conferenza tenuta dallo psichiatra Viktor Frankl nel 1921. Morto 12 anni fa, di lui possiamo dire che è stato il fondatore della logoterapia, cioè la cura attraverso la riscoperta del significato dell’esistenza e dei suoi valori fondamentali. Che nel 1930 a Vienna, sua città natale, organizzò un’azione di straordinaria prevenzione nel periodo in cui venivano rese note le valutazioni alla fine della scuola, ottenendo come risultato che quell’anno non si verificò per la prima volta nessun caso di suicidio tra gli studenti. Possiamo dire, ancora, che dal 1942 al 1945, essendo di origine ebraica, fu internato in quattro campi di concentramento, compreso Auschwitz, e toccò con mano la possibilità che la persona sempre conserva di non lasciarsi abbattere dalle circostanze, ma di poter sempre far fronte ai peggiori condizionamenti, addirittura entrando “a fronte alta nelle camere a gas e nei forni crematori”.

“Ho trovato il significato della mia vita nell’aiutare gli altri a trovare nella loro vita un significato”, disse Viktor Frankl. Il suo metodo psicoterapeutico “riconosce – come sottolinea il prof. Eugenio Fizzotti, sacerdote salesiano docente di Psicologia all’Università Pontificia Salesiana di Roma – il ruolo della libertà e della responsabilità e fa leva su due capacità specificamente umane: l’autotrascendenza, ossia la capacità di rivolgersi verso obiettivi al di fuori di se stessi, e l’autodistanziamento, ossia la capacità di prendere distanza dai sintomi”.

Nell’ottobre 2007, L’Università Pontificia Salesiana ricordò Frankl in un convegno sulla qualità della vita e la ricerca di senso. “Il messaggio che Frankl ha trasmesso attraverso libri, articoli, conferenze, corsi universitari, interviste radiofoniche e televisive, e sulla base di una pluridecennale esperienza – disse Fizzotti – risponde pienamente all’attuale condizione esistenziale della persona, che si sente smarrita e interiormente vuota perché assalita da messaggi contrastanti e da allettanti proposte che non hanno niente a che fare con i valori, ma solo con la ricerca spasmodica del piacere o del successo a buon prezzo. La persona è perennemente alla ricerca del senso della propria vita e tale sua ricerca instancabile può avere esito positivo solo nella misura in cui non guarda passivamente se stessa, ma si apre agli orizzonti dei valori, della solidarietà, dell’impegno, della relazione interpersonale che non sfrutta l’altro, ma lo promuove nelle sue risorse e nelle sue capacità”.

Solitudine ed egocentrismo. Alcuni giovani sono ormai così “spenti” da convincersi che la morte sia l’unica soluzione: vogliono togliersi di mezzo e ci riescono. Altri, invece, sono così attaccati alla vita da tentare il suicidio per comunicare la loro disperazione ed essere aiutati a vivere: vogliono essere finalmente ascoltati, considerati, urlano che anche a loro venga riconosciuto uno spazio, che anche loro vogliono sentirsi utili.

Pare che per ogni suicidio “riuscito” ve ne siano almeno 20 “tentati”. E di questi non si parla, ovviamente. In una società in cui la morte viene rimossa, parlare del suicidio è quasi un tabù e affrontare l’argomento con i giovani è cosa poco, pochissimo gradita, quasi come se il solo parlarne inducesse qualcuno a farlo, non riconoscendo quindi il dolore, il senso di solitudine e certe emozioni negative che attanagliano coloro che per definizione sono “nel fiore della vita”.

Se si va a guardare le statistiche, negli ultimi decenni i suicidi tra i giovani sono diventati un’emergenza in ogni angolo del mondo. Alcuni Paesi riportano dati precisi, altri un po’ meno, ma a prescindere dai differenti contesti economici, sociali e culturali, emerge l’incapacità di sopportare difficoltà soggettive e oggettive. Ovunque, lo spettro della disoccupazione, un individualismo competitivo, le aspettative di consumo e modelli di vita irraggiungibili generati da pubblicità e cultura di massa determinano un’assenza di futuro, devastante, opprimente e insopportabile.

Secondo David Baron, professore di psichiatria e scienze comportamentali alla Temple University di Philadelphia, “la decisione di un ragazzo di togliersi la vita trova la sua origine prevalentemente in situazioni di violenza domestica, stati di ansia e depressione, poca stima di sé, fenomeni di bullismo (con percentuali sempre maggiori anche in internet), aggressività e indisciplina, scarsa capacità di socializzare, uso e abuso di sostanze stupefacenti e difficoltà ad accettare la propria identità sessuale”. Sicuramente si vanno diffondendo patologie psichiche quali depressione, disturbo bipolare e schizofrenia, che trasformano i giovani in pentole a pressione pronte ad esplodere.

Tra il 1991 e il 2005, i suicidi in Colombia sarebbero aumentati del 195%, in maggioranza tra i giovani, mentre qualche anno fa anche l’Albania registrava picchi mai visti. In Italia, pare che siano la seconda causa di morte nella fascia di età 15-24 anni, dopo gli incidenti stradali. I dati di una ricerca condotta nel 2006 dall’onlus “L’amico Charly” tra 2312 studenti delle scuole superiori lombarde riportano che il 12% degli intervistati aveva pensato o continuava a pensare al suicidio e il 10% lo aveva tentato.

E ancora: la Chinese Association for Mental Health ha reso noto che tra i ragazzi e ragazze cinesi dai 15 ai 34 anni il suicidio è la prima causa di morte, al punto che le autorità pubbliche sono intervenute disponendo una sorta di “censimento psichiatrico” degli studenti con quiz e questionari rivolti a migliaia di ragazzi per conoscere la loro condizione psichica. Tra le cause del desiderio di farla finita, una società sempre più competitiva, che ha imposto la politica del figlio unico, e la povertà estrema delle campagne (dove infatti si verifica la maggior parte dei suicidi, in prevalenza tra donne, totalmente subalterne agli uomini e senza relazioni sociali, a volte neppure registrate all’anagrafe).

In Cina, i bambini hanno vita dura, con pressioni e obiettivi da raggiungere, tantissime ore di lezione, un enorme carico di compiti, poco spazio per il gioco e la creatività. Spremuti come limoni, considerati “adulti piccoli” e degni di attenzione solo se in grado di emergere e farsi strada, vittime di una cultura conformista che non lascia spazio alle esigenze dell’individuo.

Ma in fondo non è quanto accade anche in Occidente? Pensiamoci. Ritmi serrati, conformismo, bambini delle elementari a scuola fino alle 16,30 e poi i compiti da fare, corsi vari e attività sportive, affannati, stressati e di corsa da una parte all’altra dietro a genitori malati di efficientismo, che se si fermano a guardare un film o se vanno a dormire senza aver lavato i piatti si sentono a disagio, inadeguati, falliti.

Mentre ci circondiamo di oggetti e attività, perdiamo la consapevolezza che abbiamo della nostra vita e blindiamo le nostre case con muri, porte e sbarre di ferro. “Nel Medioevo – ha detto recentemente il cardinale salesiano honduregno Oscar Maradiaga – le città avevano alte mura per proteggersi dalle invasioni dei barbari. Oggi le città sono circondate da mura psichiche di incomunicabilità nell’era in cui paradossalmente esistono le comunicazioni migliori. In particolare molti giovani hanno scelto di non comunicare attraverso i mezzi di comunicazione. Conosco casi in cui in una famiglia i figli comunicano con i genitori attraverso il computer o messaggi sul cellulare. Non hanno tempo di sedersi e dialogare. Assistiamo allora alla globalizzazione dello stress, della depressione, della crisi, del suicidio e del vuoto esistenziale”.

“La vita non è qualcosa, ma è sempre, semplicemente, l’occasione per qualcosa”, diceva lo psichiatra austriaco Frankl. Chiudiamo allora con la lettera di una ragazza pescata nel mare di Internet: “Ankio pensavo ke avevo 1 carattere forte e invece sn fragile, solo adesso stanno venendo a galla le mie paure, ansie, speranze, problemi. Questa nn è assolutamente una cosa da sottovalutare. Mi sento sola, sempre, nonostante tutti vogliano diventare miei amici e tutti vogliano fidanzarsi cn me. Mi sento terribilmente sola… Avverto sl la falsità della gente, in tutto c’è un velo di ipocrisia. X me l’amicizia nn conta + nulla xkè oramai ho avuto sempre e solo delusioni e chissà se 1 giorno avrò una vera amica”. “E mi ritrovo sola – ripete – xkè sn io ke già dal primo momento li allontano. Ed ecco ke divento cm loro, gioco il loro stesso gioco, divento falsa e mi faccio skifo. In quel momento vorrei morire, mi tengo sempre tutto dentro e qualke volta mi incazzo x una sciocchezza e inizio a piangere a più nn posso, cado nel buio + profondo. Ovviamente poi nn ho nessuno cn cui confidarmi e sto male. Poi mi ripeto ke esistono cose peggiori nella vita, ke devo fregarmene xkè la vita è una sola, ke ci sono persone in fin di vita ke vorrebbero vivere, ma cm faccio a vivere se nn credo + a niente? Forse è sl un periodo e ne uscirò fuori ma cn l’aiuto di chi? Tutto passa ma riuscirò da sola ad alzarmi…ho paura”.

Musica e Dio / 4

Jovanotti si rivolge a un Dio dell’universo col quale ha perso il contatto che un tempo aveva (“non sa neanche più parlare con te”). Vive una religiosità pluralista formata da un mix di diverse forme religiose (cristianesimo, buddhismo, islamismo, animismo) che professano una rivelazione divina che si esplicita nelle forme creaturali e umane. E’ un Dio che deve ascoltare, proteggere e illuminare il cammino dell’uomo quando esso si fa buio. E’ un Dio che viene comunque cercato e non atteso (“il lato buono delle cose, … in zone pericolose, ai margini di ciò che è comprensione, di ciò che è conformismo, di ogni moralismo”). E’ un Dio che ascolta l’uomo anche se a volte non sembra. L’ultima strofa della canzone sembra mettere da parte Dio per parlare di un mondo interculturale e di una natura protagonista della storia.

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Questa è la mia casa     
O Signore dell’universo ascolta questo figlio disperso, che ha perso il filo e che non sa dov’è e che non sa neanche più parlare con te. Ho un Cristo che pende sopra il mio cuscino e un Buddha sereno sopra il comodino, conosco a memoria il Cantico delle Creature grandissimo rispetto per le mille Sure del Corano c’ho pure un talismano che me l’ha regalato il mio fratello africano, e io lo so che tu da qualche parte ti riveli, che non sei solamente chiuso dietro ai cieli e nelle rappresentazioni umane di te. A volte io ti vedo in tutto quello che c’è e giro per il mondo tra i miei alti e bassi, e come Pollicino lascio dietro dei sassi sui miei passi per non dimenticare la strada che ho percorso fino ad arrivare qua. E ora dove si va, adesso si riparte per un’altra città.  Voglio andare a casa, la casa dov’è? La casa dove posso stare in pace. Io voglio andare a casa, la casa dov’è? La casa è dove posso stare in pace. Io voglio andare a casa, la casa dov’è? La casa è dove posso stare in pace con te, in pace con te.  O Signore dei viaggiatori, ascolta questo figlio immerso nei colori, che crede che la luce sia sempre una sola, che si distende sulle cose e le colora di rosso, di blu, di giallo e di vita dalle tonalità di varietà infinita. Ascoltami, proteggimi ed il cammino quando è buio illuminami. Sono qua, in giro per la città, e provo con impegno a interpretare la realtà cercando il lato buono delle cose, cercandoti in zone pericolose, ai margini di ciò che è comprensione, di ciò che è conformismo, di ogni moralismo, ie ie. E il mondo mi assomiglia nelle sue contraddizioni, mi specchio nelle situazioni, e poi ti prego di rivelarti sempre in ciò che vedo. Io so che tu mi ascolti, anche se a volte non ci credo.  Voglio andare a casa, la casa dov’è? La casa dove posso stare in pace. Io voglio andare a casa, la casa dov’è? La casa è dove posso stare in pace con te, in pace con te, in pace con te, in pace con te.  O Signore della mattina che bussa sulle palpebre quando mi sveglio, mi giro e mi rigiro sopra il mio giaciglio e poi faccio entrare il mondo dentro me e dentro al mondo entro fino a notte. Barriere, confini, paure e serrature, cancelli, dogane e facce scure. Sono arrivato qua attraverso mille incroci, di uomini, di donne, di occhi e di voci. Il gallo che canta e la città si sveglia ed un pensiero vola giù alla mia famiglia, e poi si allarga fino al mondo intero e vola su, su in alto fino al cielo. E il Sole, la Luna e Marte e Giove, Saturno coi satelliti e poi le stelle nuove, e quelle anziane piene di memoria, che con la loro luce hanno fatto la storia, storia. Tutta l’energia che c’è nell’aria. Questa è la mia casa, la casa dov’è? La casa è dove posso portar pace. Questa è la mia casa, la casa dov’è? La casa è dove posso portar pace. Questa è la mia casa, la casa dov’è? La casa è dove posso portar pace. Io voglio andare a casa, la casa dov’è? La casa è dove posso stare in pace con te, in pace con te. Questa è la mia casa…

Passione, morte e risurrezione

Ecco una sintesi (+ o -) degli ultimi eventi della vita di Gesù di Nazareth, presi da una vecchia enciclopedia di Jesus.

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Quintini 2 (e direi pure quartini!)

L’altro giorno ho pubblicato un post sull’ammissione all’esame di stato. Oggi vi metto qui sotto l’opinione di Roberto Pasolini, Preside del Liceo europeo Leopardi di Milano. Che ne pensate?

La presentazione dello schema di Regolamento concernente il “Coordinamento delle norme vigenti per la valutazione degli alunni” approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 13 marzo ha suscitato le inevitabili reazioni ed i commenti che usualmente, da anni, incontra ogni provvedimento del Ministero quando propone modifiche all’esistente.

Oltre ad un apprezzamento per la chiarezza del testo (non usuale nei testi normativi), per la volontà di uniformare i criteri di valutazione nei diversi ordini di studio, per aver risolto brillantemente il modo in cui il comportamento “concorre” alla valutazione complessiva e per il rigore normativo, ritengo che la lettura di questo documento dovrebbe essere basata su tre considerazioni fondamentali: serietà degli studi, modalità di valutazione, tempi di attuazione.

Da tempo ogni analisi sul nostro sistema scolastico, sul livello degli apprendimenti dei nostri studenti e sulla responsabilità con la quale affrontano gli studi ha un denominatore comune: occorre ridare serietà al sistema migliorando il livello degli apprendimenti ed aumentando le pretese di studio.

Quando il ministro Fioroni ha deciso l’abolizione del sistema dei debiti formativi introdotto dall’allora Ministro D’Onofrio, ha avuto, sul concetto, un plauso generale e traversale che comprendeva docenti, dirigenti scolastici e famiglie. Il Ministro Gelmini ha proseguito su questa strada chiedendo a docenti e studenti di portare la scuola verso una maggior serietà introducendo anche la richiesta di tornare alla pretesa di un corretto comportamento e che la sua valutazione concorresse sul giudizio espresso nello scrutinio finale, ottenendo a sua volta un plauso ed un consenso “bulgaro”.

In questo contesto la decisione di pretendere la sufficienza in ciascuna disciplina o gruppi di discipline per decidere promozioni ed ammissioni, mi sembra una conseguenza logica ai principi espressi e condivisi, come sopra enunciato. Perché non accettarlo?

In secondo luogo, ritengo occorra introdurre un approfondimento sulle modalità di valutazione. La normativa relativa a questo punto ha sempre dato indicazioni precise ai docenti. Se rileggiamo (senza andar troppo lontano) l’OM 90 del 2001 o l’OM 92 del 2007 troviamo le radici di quanto espresso anche in questo schema di regolamento: «la valutazione ha per oggetto il processo di apprendimento, il comportamento e il rendimento scolastico complessivo degli alunni. La valutazione concorre, con la sua finalità anche formativa e attraverso l’individuazione delle potenzialità e delle carenze di ciascun alunno, ai processi di autovalutazione degli alunni medesimi, al miglioramento dei livelli di conoscenza e al successo formativo». Di fatto partecipazione, attenzione, diligenza, frequenza, miglioramento disciplinare sono elementi di cui ogni docente dovrebbe tener conto per una sua valutazione finale e dovrebbero concorrere, come hanno sempre concorso, a presentare con una sufficienza gli studenti che sulla base della “mera media” non lo sono ancora (ha senso basarsi solo su un 5,71?). Su questi stimoli occorrerà lavorare affinché gli studenti non si demotivino e sappiano che i loro docenti, con un’opera formativa, sapranno tener conto dei loro positivi sforzi e della loro volontà di miglioramento che si è concretizzata in un rendimento più buono.

La terza parte del mio intervento si riferisce ai tempi. Nella scuola vigeva la consuetudine che modifiche normative avevano immediata applicazione se emanate entro il 31 dicembre (mi sono confrontato e non è solo nella mia memoria), altrimenti entravano in vigore dall’anno scolastico successivo con l’intento di “non cambiare le regole del gioco a gioco in corso”. Per questo ritengo che il Ministro possa fare una riflessione basata sullo stesso principio che l’ha spinta a far slittare di un anno l’avvio della riforma della scuola secondaria di II grado e procedere a far spostare di un anno l’applicazione per l’ammissione all’esame di stato. Ritengo che una decisione in tal senso sarebbe accolta con un altro plauso, ma soprattutto permetterebbe di rivedere la normativa complessiva delle ammissioni all’esame di stato, razionalizzandola in una logica di equità.