Perdono

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Storie dalla Russia

Dalla Russia nove storie di eroi

Roberto Fontolan giovedì 29 gennaio 2009

Venti anni dopo l’89, cosa sappiamo della Russia? Il crollo del muro di Berlino aprì una fase conclusa e drammatica: le incertezze di Gorbaciov e l’improvviso eroismo di Eltsin capace di issarsi su un carro armato per bloccare, quasi da solo, il tentativo golpista; il caos minaccioso e incontrollabile che sembrava impadronirsi di una società senza più anima e talmente depressa da precipitare in una crisi demografica paurosa, con aspettativa di vita a livello “africano”; l’emergere di un cocktail di poteri forti e fortissimi composto da ex comunisti e miliardari dalle sospette fortune. Per un decennio la Russia è stata nel panico e ha seminato il panico: chi e come avrebbe controllato il suo arsenale nucleare? Chi e come avrebbe avuto ragione delle variegate mafie che si disputavano il cadavere dell’ex “impero del male”? In questo 2009 “celebriamo” anche i dieci anni del sorgere della stella di Vladimir Putin, entrato nella stanza del potere nel 1999 grazie a Boris Eltsin e oggi capo supremo e solidissimo, incontrastabile (nel senso che chi ci ha provato è finito male) manager del Cremino e dei suoi segreti. Il doppio “anniversario” consentirà di affrontare approfonditamente i grandi temi della Russia odierna, che per tanti aspetti resta un continente misterioso.

Ma prima delle analisi geopolitiche e delle esplorazioni sulla personalità di Putin, non si può cominciare a parlare di Russia senza leggere un magnifico libro, recentemente pubblicato da Rizzoli nella collana “I libri dello spirito cristiano”. Lo ha scritto Giovanna Parravicini, “russologa” di grande valore, animatrice del Centro Biblioteca dello Spirito di Mosca e da pochissimo nominata consultore del Pontificio Consiglio per la Cultura. Il libro, che ha come titolo “Liberi”, racconta nove biografie di uomini e donne della Russia recente e contemporanea, personalità che hanno vissuto in parte o per intero i lunghi decenni del potere comunista e che non hanno mai rinunciato. A cosa? Al proprio desiderio umano. Storie commoventi e sconvolgenti. La pianista Marija Veniaminovna Judina, ad esempio, artista straordinaria, adorata dai grandi russi del secolo scorso, da Bachtin a Pasternak, interprete geniale di Bach e Stravinski. Sciostakovic narra che una sua esecuzione radiofonica di Mozart incantò Stalin al punto che il dittatore pretese di avere immediatamente il disco, ma il disco non esisteva e il concerto era stato eseguito dal vivo; perciò i commissari della radio organizzarono in fretta e furia un nuovo concerto che venne registrato e mandato all’impaziente “padre della patria”. Egli ne fu grato al punto che fece avere alla Judina l’incredibile somma di ventimila rubli. Lei lo ringraziò con queste parole: «Pregherò giorno e notte per Lei e chiederò al Signore che perdoni i Suoi gravi peccati contro il popolo e la nazione. Dio è misericordioso e la perdonerà. I soldi li devolverò per i restauri della chiesa in cui vado». Ma il libro è ricco di pagine intense e sorprendenti. Come quelle dedicate a Vera Laskova, la “dattilografa del samizdat”, la cui storia fa rivivere la stagione del dissenso e ci riporta i volti e i nomi, che noi smemorati di Occidente abbiamo dimenticato, della rivolta giovanile anticomunista degli anni Sessanta. E la figura schiva e immensa di Sergej Averincev, un vero “uomo colto” del XX secolo, alla pari di De Lubac e di von Balthasar, capace di ipnotizzare centinaia di studenti parlando dell’estetica bizantina.

Le storie raccontate da Giovanna Parravicini ci fanno attraversare un tempo segnato dalla Grande Menzogna (Evgenija Ginzburg) e da un dolore senza fine: la morte, la violenza, la prigionia, le vessazioni, l’ostracismo, la solitudine, la perdita delle persone amate. Nessuno potrà mai risarcire i russi di tutto questo. Eppure queste storie dicono che la luce non si spegne mai del tutto, che la speranza si attacca alla vita non come un augurio ma come un fatto vivente persino nel campo di concentramento. A venti anni dall’89 la Russia di oggi dovrebbe tornare a guardare i suoi veri e non retorici eroi. E noi con lei.

Mandi Onorio

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Le cose per le quali siamo disposti a morire sono anche le cose per le quali viviamo:

ciò che da un senso alla vita, lo da anche alla morte.

Antoine De Saint-Exupery

La forza della vita

Posto un articolo di Claudio Risé comparso su Il Mattino di Napoli il 19 gennaio scorso

 

I bravi ragazzi ci sono ancora. Le loro buone azioni, però, fanno notizia per un solo giorno, diventano un breve spot pubblicitario sul «bene», per lasciar subito spazio alle consuete celebrazioni dei soliti «cattivi e cattive ragazze» che, come dicono molte pubblicità: «Vanno dappertutto».

Come mai questo diverso trattamento del sistema di comunicazione, che a parole deplora il male, ma poi non si occupa granché di chi lo contrasta, non presenta la sua vita come esempio per gli altri? Prendiamo la storia di Ermir.

Diciassette anni, vive e studia al quartiere Laurentino di Roma, dove è arrivato dall’Albania 10 anni fa con la mamma, che ha potuto allora ricongiungersi al marito, meccanico. Ermir qualche giorno fa ha rischiato di farsi ammazzare per difendere un compagno, aggredito sul campo di basket del liceo da tre bulli con coltello e pistola. Un fendente gli ha perforato il polmone; è grave, ma ce la farà.

«Non potevo restare fermo e lasciarlo solo», ha raccontato uscendo dalla sala operatoria, «volevano fare del male al mio amico». Questa è la visione della vita del bravo ragazzo: il male da contrastare, il bene da favorire, gli affetti, come, appunto, l’amicizia, da mettere sempre al primo posto. Una visione molto semplice, netta, senza tante storie e tanti ragionamenti.

Anche se non la conosce, né ci pensa, un ragazzo così mette in pratica istintivamente l’esortazione di Gesù nel vangelo di Matteo: «Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il resto viene dal diavolo».

Forse è proprio per questa semplicità, così lontana dagli intorcinamenti pseudo psicologici dei trionfatori dei reality show, che il sistema delle comunicazioni punisce questi eroi di tutti i giorni, lasciandoli affacciare alla cronaca quando salvano la vita a qualcuno, ma poi condannandoli rapidamente al silenzio. Come si fa, infatti, a costruire una «tendenza» sulla semplice bontà?

Per fare tendenza ci vogliono (si pensa) cose complicate: bizzarrie sessuali, pettegolezzi, dispetti, carognate di cui i media possano parlare a lungo; raccogliendo testimonianze, personaggi di contorno; promuovendo consumi, gadgets, luoghi di ritrovo, meglio se un po’ ambigui e «maledetti».

Nel personaggio Ermir, invece, tutto questo manca. Qui non c’è nulla di superfluo, non ci sono optional. Una storia di autenticità: la lotta per la sopravvivenza nella povertà, il padre meccanico che viene da Durazzo a Roma, la famiglia che lo raggiunge, tutti che fanno la loro parte, con intelligente prontezza, e, di nuovo, senza far storie.

Ermir, per esempio, che è bravissimo a smontare e rimontare i motorini, per ora impara a scuola tutto quello che c’è da imparare, e poi farà l’ingegnere meccanico. Tutto semplice e lineare. Com’è caratteristico della forza vitale: una volta riconosciuta, e nutrita con gli affetti e le spinte elementari dell’esistenza (la fame, l’amore, la volontà di affermarsi per come si è), si sviluppa e si esprime. Il resto, il superfluo (che spesso è la materia prima dei commenti mediatici), qui manca del tutto.

Infatti, la forza è, da sempre, nelle cose, sentimenti e personaggi, semplici. «O sole mio», canzone tra le più amate e cantate in tutto il mondo, è semplicissima: «’O sole mio sta nfronte a te». Elementare, ogni innamorato lo pensa, da sempre.

«Non potevo restare fermo e lasciarlo solo, volevano fargli del male». Quintali di discorsi inutili polverizzati da un sentimento, e un comportamento conseguente. Persone così, fedeli alla forza elementare della vita, possono andare più lontano che da Durazzo a Roma: possono, con qualche rischio, costruire una vita felice.

Gesù e Mario Luzi

Continuo la serie dei letterati e Gesù: tocca a Mario Luzi

 

 

Mario Luzi (n. 1914) in Epifania (1955, in M. Luzi, Tutte le poesie, Garzanti, Milano 1988, pp. 243-244) descrive la realtà terrena piena di questa attesa di un Avvenimento e disseminata dei semi, dei germi dell’Eterno. Chi, come i Magi è andato, ha visto che il tempo si è aperto a un futuro nuovo. L’Incarnazione è questo momento umano e divino, comprensibile non in modo intellettuale ma con la sensibilità umana di chi vede la Grazia nell’istante presente. Il verso conclusivo ricorda che il mistero della manifestazione di Dio in Cristo (“epifania”) non è remoto o lontano, ma vicino, prossimo, presente:

“Non più tardi di ieri, ancora oggi”.

In La vita cerca la vita (in M. Luzi, Frasi e incisi di un canto salutare, Garzanti, Milano 1990, pp. 23-26) c’è il confronto tra le persone massificate, che hanno dimenticato Cristo e le folle che ascoltano Gesù “in tempi di meraviglia e desiderio” e “ne avevano pace, pace e tormento”.

La mancanza di speranza è vista come la colpa più grave perché Cristo ha già salvato; anche il “punto estremo del declivio” e il più basso, è il primo passo “per l’ascesa nella misericordiosa orbita”.

Nei versi finali riecheggiano le parole di Giovanni: “ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3, 1) e quelle di Paolo: “finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che con viene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4, 13).

“[…] Non sperano. È il peccato più tremendo –

deprecavano nei loro antichissimi

ammonimenti

quelle lingue che ad essi non parlano,

quelle valve forte brusicanti del mare

di sapienza

Punto

estremo del declino

e per questo

infimo gradito per l’ascesa

nella misericordiosa orbita?

Non sappiamo ancora.

Cresce ciascuno alla sua statura,

camminano i suoi passi nella sua andatura.”

In questa visione della realtà, Luzi afferma che solo attraverso Cristo è possibile parlare di Dio; Cristo è la nostra misura. Il suo Cristo è una presenza costante, che lavora sotterraneo, nella clandestinità, una presenza reale ma mai clamorosa, evidente, senza retorica. Il Cristo di Luzi è un combattente, venuto a svegliare le coscienze, che cerca la vita e la risveglia. Ma è anche un Cristo sofferente, segnato dalla passione, la cui morte è reale, infamante, totale. Da questo punto inizia la scommessa sulla risurrezione (cfr. l’intervista a M. Luzi in E. Ferri, Quel che resta di Cristo dopo duemila anni, Edizioni Paoline, Milano 1995).

Epifania

I Magi

Ora come in ogni tempo io posso vedere con l’occhio della mente,

nei loro abiti rigidi, dipinti, i pallidi insoddisfatti

apparire e scomparire nell’azzurra profondità del cielo

con tutti i loro volti antichi simili a pietre solcati dalla pioggia,

e tutti i loro elmi d’argento che ondeggiamo l’uno accanto all’altro,

e i loro occhi ancor fissi, sperando di trovare ancora una volta,

essendo insoddisfatti del tumulto del Calvario,

l’incontrollabile mistero sul pavimento bestiale.

W.B. Yeats

Gesù e Salvatore Quasimodo

Continuo la serie dei letterati e Gesù: tocca a Salvatore Quasimodo

 

 

Salvatore Quasimodo (1901-68) appartiene alla “scuola ermetica”, che si caratterizza anche per la sua capacità di introdurre al Mistero attraverso una “poesia nutrita di stupore”. Troviamo in Quasimodo una suggestiva limpidezza e una gradevole orecchiabilità nel suo modo di scrivere. Ed è subito sera è un esempio di tutto questo:

“Ognuno sta solo sul cuor della terra

Trafitto da un raggio di sole:

Ed è subito sera.”

Nella lirica Al tuo lume naufrago il poeta si confronta con se stesso e si scopre naufrago, sradicato dai vivi, cuore provvisorio, limite vano, uomo solo.

“[…] Tu m’hai guardato dentro

nell’oscurità delle viscere:

nessuno ha la mia disperazione

nel suo cuore.

Sono un uomo solo,

un solo inferno.”

Questa poesia riprende il tema del Salmo 138, dove Dio conosce tutto dell’intimo dell’uomo. Da qui nasce la sua invocazione: “Destami dai morti”. Il poeta sa di avere da Dio il dono di “parlare” (“il tuo dono di parole”), ma è una missione che gli costa.

Con l’esperienza della II guerra mondiale Quasimodo si “converte” ai temi sociali, innanzitutto il tema del dolore e della catastrofe bellica, con riferimenti cristiani e anche al tema della risurrezione:

“E si rovescia la tua pietra

Dove esita l’immagine del mondo”

(S. QUASIMODO, Di un altro Lazzaro)

Alle fronde dei salici apre questa seconda “stagione” della produzione poetica di Quasimodo. La lirica riprende le parole del Salmo 136, che racconta la desolazione del popolo ebreo deportato a Babilonia; qui il poeta parla dello strazio della guerra e delle sue vittime, che sono descritte come Cristo sofferente. Il lamento dei fanciulli è come quello “d’agnello” e il figlio trucidato è “crocifisso”. “Le vittime rievocate dalla figura dell’agnello, vengono ora definite dal riferimento alla vittima per eccellenza, il Cristo. […] nella morte di tanti innocenti si rinnovano il sacrificio di Cristo e la sofferenza di Maria ai piedi della croce” (R. Filippetti, Gettare ponti tra poesia e vita: la Scuola ermetica e Quasimodo, in “Insegnare religione”, maggio-agosto 1999, p. 71).

Il riferimento a Cristo diventa esplicito in Uomo del mio tempo:

“Sei ancora quello della pietra e della fionda,

uomo del mio tempo ho visto: eri tu,

con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,

senza amore, senza Cristo.”

L’uomo continua a essere violento e a uccidere come gli animali; il progresso scientifico e tecnologico hanno accresciuto questo potere di morte e la scienza esatta, senza amore, difficilmente può frenare l’istinto omicida. L’accostamento immediato “senza amore, senza Cristo” induce l’idea che Cristo sia quasi un sinonimo fatto persona della parola “amore”. Solo alla luce dell’esempio di Cristo l’uomo scopre che cosa sia la vera fraternità e non la semplice fratellanza che accomunava anche Caino e Abele, una fratellanza ricordata perché diventata il primo omicidio della storia.

L’invito finale a dimenticare pare sintonizzarsi con l’invito di Cristo: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va’ e annunzia il regno di Dio” (Lc 9, 60). Non è quindi un invito a lasciare cadere la memoria ma a guardare al futuro.

La leggenda della luna piena

Grazie a Stefano che mi ha fatto scoprire questo bel racconto

La leggenda della Luna Piena
In una calda notte di luglio di tanto tempo fa un lupo, seduto sulla cima di un monte, ululava a più non posso.
In cielo splendeva una sottile falce di luna che ogni tanto giocava a nascondersi dietro soffici trine di nuvole, o danzava tra esse, armoniosa e lieve.
Gli ululati del lupo erano lunghi, ripetuti, disperati. In breve arrivarono fino all’argentea regina della notte che, alquanto infastidita da tutto quel baccano, gli chiese:
– Cos’hai da urlare tanto? Perché non la smetti almeno per un po’?-
– Ho perso uno dei miei figli, il lupacchiotto più piccolo della mia cucciolata. Sono disperato… aiutami! – rispose il lupo.
La luna, allora, cominciò lentamente a gonfiarsi. E si gonfio, si gonfiò, si gonfiò, fino a diventare una grossa, luminosissima palla.
– Guarda se riesci ora a ritrovare il tuo lupacchiotto – disse, dolcemente partecipe, al lupo in pena.
Il piccolo fu trovato, tremante di freddo e di paura, sull’orlo di un precipizio. Con un gran balzo il padre afferrò il figlio, lo strinse forte forte a sé e, felice ed emozionato, ma non senza aver mille e mille volte ringraziato la luna. Poi sparì tra il folto della vegetazione.
Per premiare la bontà della luna, le fate dei boschi le fecero un bellissimo regalo: ogni trenta giorni può ridiventare tonda, grossa, luminosa, e i cuccioli del mondo intero, alzando nella notte gli occhi al cielo, possono ammirarla in tutto il suo splendore.
I lupi lo sanno… E ululano festosi alla luna piena.

Buon Natale

Natale

Ma quando facevo il pastore
allora ero certo del tuo Natale.
I campi bianchi di brina,
i campi rotti dal gracidio dei corvi
nel mio Friuli sotto la montagna,
erano il giusto spazio alla calata
delle genti favolose.
I tronchi degli alberi parevano
creature piene di ferite;
mia madre era parente
della Vergine,
tutta in faccende,
finalmente serena.
Io portavo le pecore fino al sagrato
e sapevo d’essere uomo vero
del tuo regale presepio.

(David Maria Turoldo)

Gesù ed Eugenio Montale

Continuo la serie dei letterati e Gesù: tocca a Eugenio Montale

 

 

Di Eugenio Montale (1896-1981) si ricordano raccolte famose di poesie come Ossi di seppia (1925) e Le Occasioni (1938). Dal 1967 fu sentore a vita e nel 1975 ricevette il Nobel per la letteratura.

Meriggiare pallido e assorto (del 1916) è la più famosa poesia di Montale. E’ una “lirica costruita sintatticamente su una serie di infiniti, collocati a capoverso. …dal punto di vista metrico l’ultima strofa, di cinque versi, si stacca dalle tre precedenti quartine: il gioco di rime (AABB / CDCD / EEFF / GHXGH) ci permette di scoprire il verso chiave, il 15°, l’unico non in rima sebbene mimetizzato nel fitto delle assonanze (abbaglia – meraviglia – TRAVAGLIO – muraglia – bottiglia): “com’è tutta la vita e il suo travaglio”. Pertanto al riconoscimento della vita come “travaglio” voleva condurci il poeta. Travaglio: viaggio (travel) sofferto (il latino tripalium è uno strumento di tortura), faticoso (travailler, trabajar), teso a dare alla luce, o in attesa che venga alla luce (travaglio del parto) il senso ultimo del reale, che dimora, però, irraggiungibilmente, oltre la muraglia” (R. Filippetti, Eugenio Montale: Oltre la muraglia?, in “Insegnare religione” novembre 1994, pp. 50-51).

La raccolta La Bufera e altro (1956) è il libro più religioso di Montale, dove ripetute volte compare il nome di Dio e la poesia Iride connota in senso cristiano questa religiosità. Iride nella mitologia è l’inviata di Giunone; nella Bibbia l’iride è il segno dell’alleanza tra Dio e Noé dopo il diluvio. Iride è una poesia difficile: la donna (il riferimento è a Irma Brandeis, incontrata attorno il 1932 e il 1933 e la cui figura è presente in molte poesie), chiamata in altre liriche con il nome di Clizia, è investita di una missione di salvezza che la unisce e assimila a Cristo. In apertura troviamo subito un accenno a Cristo:

“[…] il Volto insanguinato sul sudario

che mi divide da te”.

Il poeta ricorda la condizione del mondo e l’atrocità della guerra “nella lotta che me sospinge in un ossario” e nemmeno la speranza di una terra promessa impedisce di vedere questa condizione di desolazione. Che cosa dunque motiva la presenza e la missione di Clizia? Non è soltanto l’attaccamento sentimentale al poeta:

“[…] è forse quella maschera sul drappo bianco,

quell’effige di porpora che t’ha guidata?

Perché l’opera tua (che della Sua

è una forma) fiorisse in altre luci

Iri del Canaan ti dileguasti”

(E. MONTALE, Iride, in Poesia italiana del Novecento, a cura di E. Gioanola, Librex Marietti, Milano 1989, pp. 430-433)

Iride/Clizia dà forma presente all’opera di Cristo e ne continua la missione; gli ultimi due versi sottolineano come un cristiano vivo sia continuazione dell’opera di Cristo stesso. Iride diventa quindi la donna che “porta Cristo”, portatrice di senso ultimo e figura “ponte” tra Dio e il mondo, che assume deliberatamente su di sé il ruolo di vittima, facendosi continuatrice dell’opera di Cristo.

Gesù e Ada Negri

Continuo la serie dei letterati e Gesù: tocca a Ada Negri

 

Ada Negri (1870-1945), secondo alcuni critici, è la più grande poetessa italiana del XX secolo e infatti godette di grande fama internazionale durante la sua vita. Nella poesia Atto d’amore esprime tutta la sua libera e convinta adesione al mistero di Dio. E’ un atto d’amore, una dichiarazione d’amore non verso una idea astratta di Dio ma verso una “persona”. L’uso di evidenziare in nero il pronome personale indica che Dio è una persona che si può incontrare, cioè Cristo. Infatti la lirica chiude con l’invito “Resta con me”, che richiama direttamente l’incontro tra i discepoli di Emmaus e Gesù risorto (cfr. Lc 24, 13-35):

“[…] tutto

per me Tu fosti e sei, mi fa tremante

d’una gioia più grande della morte.

Resta con me, poi che la sera scende

sulla mia casa con misericordia

d’ombre e di stelle. Ch’io ti porga, al desco

umile il poco pane e l’acqua pura

della mia povertà. Resta Tu solo

accanto a me tua serva; e, nel silenzio

degli esseri, il mio cuore oda Te solo.”

(A. NEGRI, Mia giovinezza, Rizzoli, Milano 1995, pp. 70-71)

 

Gesù e Ungaretti

Continuo la serie dei letterati e Gesù: tocca a Giuseppe Ungaretti

 

Nel 1928, Giuseppe Ungaretti (1888-1970) trascorre una settimana nel monastero di Subiaco, ospite di un suo amico monaco: è la settimana santa e l’attenzione è concentrata sul mistero della passione e morte di Cristo. L’interrogativo su Dio è chiaro fin dalle composizioni del 1916 come Peso e soprattutto Dannazione (1916):

“Chiuso fra cose mortali

(Anche il cielo stellato finirà)

Perché bramo Dio?”

Tale interrogativo sul mistero di Dio si era reso più urgente durante le ore difficili della guerra del 1914-18 a cui aveva partecipato come soldato (cfr. poesie come Veglia, Soldati). Ma in alcune liriche l’attenzione si sposta sulla figura di Cristo.

In La Preghiera (del 1928) le prime tre strofe descrivono la condizione umana di peccatori; poi inizia l’invocazione tre volte ripetuta: “Fa’ che…” . Il poeta domanda che l’uomo riconosca il mistero dell’Incarnazione e della Redenzione che Cristo ha portato a termine: è l’“infinita sofferenza” che dà senso al dolore umano, ma

“L’uomo si sottrae, folle,

Alla purezza della tua passione.”

All’uomo che “deifica” la propria ragione e pretende di essere il metro di giudizio e di avere la spiegazione di tutto, il poeta prega Cristo: “Sii la misura, sii il mistero”. E’ questo un verso decisivo, in cui si contesta la pretesa moderna dell’uomo di essere il centro e la misura di tutto.

“[…] Fa’ che l’uomo torni a sentire

Che, uomo, fino a te salisti

Per l’infinita sofferenza

Sii la misura, sii il mistero.”

Mio fiume anche tu è una composizione del 1943-44, durante la seconda guerra mondiale, dopo che il poeta era rientrato dal Brasile nel 1942. Il fiume Tevere, e quindi la città di Roma, è visto come il punto di incontro tra la cultura classica e la fede cristiana. L’interrogativo sul dolore si apre e diventa un inno alla sofferenza umana che Cristo ha preso su di sé con la propria morte. Sempre in Cristo è svelato il volto di Dio. Il poeta può dire: “Vedo ora chiaro nella notte triste / Vedo ora nella notte triste, imparo”. E’ il passaggio alla chiarezza e alla certezza della salvezza in Cristo “pensoso palpito / Astro incarnato nell’umane tenebre”. Il cuore di Cristo è la fonte dell’amore vero, non quello vano e vuoto. Negli ultimi versi riecheggia in modo evidente il Sanctus della Messa e più ancora la visione di Isaia che vede i cherubini glorificare Dio tre volte Santo (cfr. Is 6, 3): qui la maestà e la grandezza di Dio sono nella sua sofferenza: “come fratello t’immoli” per riedificare l’uomo e liberare dalla morte.

“[…] “Cristo, pensoso palpito,

Perché la Tua bontà

S’è tanto allontanata?”. […]

L’uomo si sottrae, folle,

Alla purezza della Tua passione […]

Cristo, pensoso palpito,

Astro incarnato nell’umane tenebre,

Fratello che t’immoli

Perennemente per riedificare”

(G. UNGARETTI, Mio fiume anche Tu, in Vita d’un uomo, I Meridiani, Mondadori, Milano 1977)

Cristo resta il modello di giustizia insuperabile; per questo Ungaretti scrive:

“Bisogna riuscire a unire, a fondere il sentimento della giustizia e dell’uguaglianza con il sentimento della libertà, che è poi il sentimento che ci ricongiunge all’insegnamento più profondo del Vangelo. E credo che l’adempimento del messaggio di Gesù sia la missione alla quale deve tendere ogni uomo di buona volontà.”

(G. UNGARETTI, in La guerra di Ungaretti, in “Avvenire”, 15 agosto 2000, p. 25)

Musica e libertà

Gli studenti che mi conoscono sanno bene (I lezione del I anno) che Laura Pausini non è nelle mie priorità musicali; tuttavia pubblico il testo di una sua canzone, la prima del nuovo album, visto che parla di libertà…

Mille braccia
(Carta/ Pausini – Cheope)
Prodotto da Laura Pausini e Paolo Carta
Pieno di energia, questo brano è la scarica di gioiosa adrenalina di chi oggi sente “sulla faccia un vento nuovo” e vuole cercare la consapevole libertà “in ogni centimetro dell’anima”. Contagiosa, irresistibile.
«E’ dedicata a tutte le persone che usano la fantasia come rimedio all’ottusità e alla mancanza di libertà di espressione. E’ un inno all’autoconsapevolezza nato con l’idea di aprire i miei concerti.»

Anche d’estate nevicaPAUSINI%205.jpg
se la tua mente immagina
se la tua casa è un albero
di gommapiuma e canapa

Senti l’aria del mattino
che sa di incenso e di primula
ti rivedi in quel bambino
che rincorre una libellula

Alzando le sue braccia verso il cielo
come simbolo di libertà
del diritto naturale che ogni uomo ha
sentendo sulla faccia un vento nuovo
bell’istinto che non se ne va
l’esigenza che oggi provo
e che grida già

In libertà

Anche l’inverno illumina
se il tuo pensiero naviga
se ti lasci trasportare
oltre il male di chi giudica
oltre il muro di un frastuono
senza voce e senza musica

Alzando mille braccia verso il cielo
come simbolo di libertà
del diritto di sognare che ogni uomo ha
sentendo sulla faccia un vento nuovo
una nuova possibilità
l’esigenza di cercare una rivincita
che grida già

“Un’altra via
ora sarà
l’alternativa sola e unica
da oggi sia
in libertà
ogni centimetro dell’anima”

Liberamente alzandomi
un’altra via ora sarà
l’alternativa sola e unica
da oggi sia
in libertà

Ogni centimetro dell’anima
con tutta l’anima

Gesù e Manzoni

Inizio con oggi una nuova sezione, frutto non di idee mie ma del saccheggio di vari autori. Posterò dei testi che mostreranno come la figura di Gesù è stata affrontata da alcuni letterati italiani. Partiamo da Alessandro Manzoni

 

Alessandro Manzoni (1785-1873), dopo l’avvicinamento al cristianesimo, presenta una fede fondata sulla ragione che scopre la validità e l’evidenza del cristianesimo. In questa prospettiva la sua produzione letteraria ha cercato anche di affermare la presenza di Cristo al centro della storia (Inni Sacri) e di mostrarne l’incidenza anche nella vita quotidiana e civile (liriche civili, tragedie, romanzo).

In Il Natale del 1813, l’uomo è presentato come incapace di salvarsi con le sole sue forze, non può autoredimersi. Contrappone la sorte del genere umano, avvilito dal peccato, al messaggio di salvezza recato dalla nascita di Cristo. Per questo “Oggi Egli è nato” (v. 57): quell’“Oggi”, pur cronaca d’un giorno passato, ha la data di ogni giorno e ripete l’antifona liturgica propria del Natale. Cristo, nato a Betlemme, è Dio, il Re del Cielo, ma è anche un fanciullo, un bambino che “all’uomo la mano Ei porge”: è l’offerta di salvezza che viene da Dio. I fortunati pastori videro e riconobbero in Gesù il Figlio di Dio, ma

“[…] i popoli

Chi nato sia non sanno;

Ma il dì verrà che nobile

Retaggio tuo saranno;

Che in quell’umil riposo,

Che nella polve ascoso,

Conosceranno il Re.”

(A. MANZONI, Il Natale, vv. 106-112)

Nella nascita di Cristo si sigla la nuova alleanza tra Dio e l’uomo, “raccontata” attraverso una rivisitazione originale del testo dei Vangeli. Ma il misterioso amore di Dio è presente anche nella crocifissione di Cristo.

“Egli è il Giusto che i vili han trafitto,

Ma tacente, ma senza tenzone;

Egli è il Giusto; e di tutti il delitto

Il Signor sul suo capo versò.

Egli è il Santo,

Volle l’onte, e nell’anima il duolo,

E l’angosce di morte sentire,

E il terror che seconda il fallire,

Ei che mai non conobbe il fallir.”

(A. MANZONI, La Passione , vv. 25-40)

La Risurrezione è il completamento del mistero di Cristo: ora la salvezza è offerta a tutti gli uomini destinati a risorgere con Cristo.

“È risorto; non è qui.

[…] Nel Signor chi si confida

Col Signor risorgerà.”

(A. MANZONI, La Risurrezione , vv. 68, 111-112)

E’ sul mistero di Cristo Salvatore che si fonda la dignità dell’uomo; l’uomo scopre il proprio valore “pensando a Cui somiglia”. Sempre questa “somiglianza” con Cristo fonda anche la vera fratellanza, non quella di derivazione illuminista, ma quella cristiana:

“Tutti fatti a sembianza d’un Solo,

figli tutti di un solo Riscatto

[…] siam fratelli”

(A. MANZONI, dal grande Coro del Conte di Carmagnola)

Anche tutto il romanzo dei Promessi sposi è pervaso da questa presenza di Dio e della salvezza cristiana. Sono i “poveri in spirito”, come Gesù ha insegnato nelle Beatitudini, che sanno riconoscere la presenza della Provvidenza nella storia e sanno attraversare le prove e le difficoltà, fino a imitare Cristo nell’offerta del proprio dolore, nel perdono offerto e nella preghiera per i propri nemici.

Ma nel romanzo emerge con chiarezza che la figura di fra Cristoforo è l’immagine di Cristo. Dopo la sua conversione, Ludovico si fa frate: la nuova identità di Ludovico è quella di essere “Cristoforo”, cioè “portatore di Cristo”, fino a morire curando il prossimo, amato da Dio. Renzo lo ha incontrato – “sensibil forma” di Cristo – e lo porta nel cuore. Si può dire che Fra Cristoforo, come Gesù, “passò beneficando e risanando” (At 10, 38). Alcuni tratti della sua personalità somigliano a quelli di Gesù: nel lazzaretto, quando a Renzo la rabbia fa “perdere il lume degli occhi” (cap. XXXV), fra Cristoforo allontana il giovane bruscamente, come Cristo con Pietro (cfr. Mt 18, 22); allora Renzo perdona di cuore il suo persecutore. Infine c’è la consegna del “pane del perdono”: è la continuazione di una memoria, di un perdono offerto e ricevuto, la consegna ultima e definitiva con la quale fra Cristoforo si congeda, come il pane consegnato da Cristo ai i suoi discepoli nell’ultima cena perché sia memoria viva della sua presenza.

Nei Promessi sposi non compare come personaggio Gesù; e il cercarlo è come la sfida dell’Innominato davanti al cardinal Federigo Borromeo:

“Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi!! Dov’è questo Dio?”.

Ma Manzoni lascia intendere le tracce della presenza di Cristo e del suo messaggio nei personaggi, nei gesti, nelle parole.

 

Hajj

Da Asianews 

Rischio attentati e problema alloggi per i fedeli diretti alla Mecca
Al tradizionale pellegrinaggio islamico parteciperanno oltre 2 milioni e mezzo di musulmani: 1 milione e 750 mila stranieri e 750 mila sauditi o immigrati nel regno. Livello di allerta massimo per il pericolo di attentati, ma le vere minacce sono traffico, occupazione abusiva di suolo pubblico e la ricerca di una stanza.

Mecca (AsiaNews/Agenzie) – Saranno oltre 2,5 milioni i musulmani di tutto il mondo che dal 6 dicembre si riuniranno alla Mecca per celebrare l’Hajj, il tradizionale pellegrinaggio islamico che costituisce il quinto dei pilastri dell’islam. Gli stranieri previsti si aggirano attorno al milione e 750mila, ai quali si uniranno altri 750mila cittadini sauditi o lavoratori immigrati nel regno. hajj-735922.jpg

Due i problemi che il governo saudita dovrà affrontare per garantire il regolare svolgimento del pellegrinaggio: il pericolo di attentati, anche se non vi sono al momento specifiche minacce, e il problema della logistica, che spazia dall’accoglienza dei pellegrini al traffico caotico della città, dall’occupazione abusiva di suolo pubblico al pagamento della tassa prevista per il pellegrino.

Il pellegrinaggio è stato sovente segnato dal sangue, per la folla immensa che preme per tutte le strade della città, oltre che nei luoghi più propriamente religiosi. Nel 2006 oltre 364 persone sono morte nel corso del rito della “lapidazione del diavolo” – che prevede il lancio di sassi contro immagini del demonio – e 76 per il crollo di un ostello. Morti sono stati causati anche da manifestazioni o attentati: il più grave è probabilmente quello del 1979, quando centinaia di persone – il numero esatto non si è mai saputo – perirono in seguito all’attacco di un gruppo di fondamentalisti che riuscirono ad impadronirsi della Grande moschea.

Sul fronte sicurezza il principe Naif, ministro saudita dell’interno, fa sapere che le forze dell’ordine sono pronte ad affrontare qualsiasi tipo di minaccia e sapranno garantire la sicurezza dei fedeli durante il pellegrinaggio. “Non abbiamo informazioni specifiche [di minacce] – afferma il ministro – ma abbiamo preso tutte le precauzioni del caso”. Egli si augura anche che venga “rispettata la santità dell’evento” e nessuno metta in pericolo la vita dei fedeli musulmani.

I maggiori problemi arrivano invece dal versante della logistica: a causa dell’impennata dei prezzi degli alloggi durante la stagione del pellegrinaggio, molti fedeli improvvisano soluzioni di fortuna. Circa 500 pellegrini siriani, imitati da un altro sparuto gruppetto, ha preso in affitto le aule di una scuola privata della città, senza il permesso ufficiale delle autorità.

I responsabili dell’ordine pubblico hanno fatto inoltre sapere che non sarà possibile piantare tende attorno ai luoghi sacri e per le vie della città, perché causano problemi al traffico e alla sicurezza dei cittadini. Saeed Al-Qahtani, direttore dei reparti speciali addetti all’ordine pubblico, sottolinea come “le tende usate dai pellegrini che bivaccano per le strade ostruiscono il traffico e causano grossi problemi agli altri fedeli”. Le tende impediscono il passaggio delle ambulanze e dei reparti del pronto intervento e ostacolano l’assistenza ai fedeli colti da malore durante il pellegrinaggio. L’occupazione abusiva di suolo pubblico, fra l’altro, è contraria alla Sunna e ai precetti di Maometto. Il direttore dei reparti di sicurezza lancia infine l’allarme incidenti: l’aumento delle auto in circolazione, aggravato dalla stanchezza, dalla spericolatezza e dall’incapacità dei conducenti è spesso causa di scontri con morti e feriti.

Infine una buona notizia per i pellegrini stranieri: da quest’anno è infatti possibile procedere al pagamento della tassa prevista per l’ingresso in Arabia Saudita e la partecipazione al pellegrinaggio direttamente via internet, evitando così le lunghe ore di attesa – spesso senza acqua né cibo – presso gli uffici del governo dislocati all’interno dell’aeroporto.

Dna

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La leggenda della “zingara rapitrice”

34711. ROMA-ADISTA. La ‘zingara rapitrice’? Un mito senza alcun fondamento: questi i risultati di una ricerca presentata lo scorso 10 novembre presso Radio Vaticana dalla Fondazione Migrantes. La ricerca, commissionata dalla Fondazione al Dipartimento di Psicologia e Antropologia culturale dell’Università di Verona, si è articolata in due diversi studi: il primo – a cura di Carlotta Saletti Salza e ancora in corso di pubblicazione – volto a verificare quanti bambini figli di rom o sinti siano stati dati in affidamento e/o adozione a famiglie gagé (così i romanì chiamano i non romanì); il secondo – a cura di Sabrina Tosi Cambini, già edito con il titolo La zingara rapitrice. Racconti, denunce, sentenze (1986-2007) – incentrato sui presunti casi di tentata sottrazione di minori gagé da parte di rom.

I risultati sorprenderanno, forse, quanti in questi mesi hanno cavalcato l’“isteria collettiva” che ha portato, tra l’altro, al pogrom di Ponticelli (v. Adista n. 43/08): sui quaranta casi presi in esame da Sabrina Tosi Cambini nessuno si è concluso con una condanna per sequestro o sottrazione di persona (ci sono sì tre condanne, ma per tentato sequestro o tentata sottrazione di minore). Nessun bimbo gagiò scomparso è stato mai trovato tra rom o sinti. Il dato è sconcertante, ha affermato nel corso della conferenza stampa mons. Piergiorgio Saviola, direttore generale della Migrantes, “non tanto in riferimento agli zingari, quanto in riferimento a chi punta il dito verso di loro”: “Sarebbe reato, crimine infamante rapire un bambino, ma non meno infamante e criminoso è attribuire a qualcuno questa infamia senza averne le prove; atto criminoso forse non giudiziariamente perseguibile, che tuttavia grava pesantemente sulla coscienza”. Risultato ancor più inquietante se confrontato con i dati emersi dalla ricerca condotta da Carlotta Saletti Salza: “La scelta – spiega la ricercatrice – è stata quella di condurre una ricerca sull’affidamento e sull’adozione dei minori rom e sinti a partire dai dati relativi alle dichiarazioni di adottabilità registrati presso le sedi dei tribunali minorili”. L’analisi mostra la facilità con la quale “la tutela sociale (dei servizi di territorio) e civile (dell’Autorità Giudiziaria) scivolano nell’indifferenziare l’identità di un minore rom con quella di un minore maltrattato. Come se la cultura ‘altra’ potesse fare del male al bambino”. “L’intervento di tutela operato in molti contesti – continua la ricercatrice – diventa quindi quello di allontanare, togliere il minore dal suo contesto famigliare, per educarlo, come se la cultura rom non avesse un modello educativo o, per lo meno, come se la cultura rom non avesse un modello educativo valido. I concetti impliciti che precedono questa riflessione propria di molti operatori così come di molti magistrati minorili, vedono il bambino rom come soggetto di una situazione di pregiudizio solo e proprio perché è rom”. “L’antropologia – ha scritto il coordinatore della ricerca Leonardo Piasere nella presentazione al volume La zingara rapitrice – insegna da tempo che spesso una società crea dei miti che rappresentano il contrario di quanto avviene nella realtà”. “Il mito della zingara rapitrice fa pendant con un’altra denuncia, quella di rom e sinti che si vedono ‘sottratti’ i figli dai gagé. Ma quello non è un mito, è una realtà: inquietante e perciò censurata dai gagé e trasfigurata nel suo contrario: la zingara rapitrice”.

Anche il mensile Confronti ha ritenuto necessario, “in questo periodo di ‘strana euforia securitaria’”, un approfondimento sul tema e, con la collaborazione del Servizio Rifugiati e Migranti della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (Fcei), ha realizzato un dossier, Mamma li zingari!, allegato al numero di ottobre: “Questo dossier – spiega il direttore di Confronti, Gian Mario Gillio -, è un breve viaggio alla scoperta di un popolo ricco di tradizioni, musiche, storie, e che da tempi lontani abita il nostro Paese, ma non solo: un popolo di pace, che non ha mai fatto la guerra a nessuno”. (ingrid colanicchia)

Dylan Dog e l’orrore

Traggo da Diogene Magazine un articolo di Mario Menicocci 

In una quieta giornata senza tempo, Dylan Dog è serenamente impegnato a costruire un modellino di galeone quando il consueto urlo, che in quella casa sostituisce il tradizionale campanello della porta, annuncia l’arrivo di un cliente. Qualcuno ha bisogno di aiuto per qualche improbabile mistero. L’investigatore, che è assai disincantato verso il suo lavoro, cerca di dissuadere il cliente, suggerisce rimedi tradizionali o addirittura la visita da un medico, ma è inutile. Scatta la trama: occorrerà ancora una volta guardare in faccia l’orrore.

Il tema costante di Dylan Dog è proprio l’orrore inteso come la cieca, ottusa violenza che si cela subito dietro l’apparente normalità. Appena oltre lo schermo delle belle immagini, della rasserenante sicurezza, si manifesta l’orrore, il vuoto dell’angoscia, l’insignificanza dell’assurdo. Lo specchio appeso al muro è la porta dell’Inferno o per un’altra dimensione; il vicino sorridente e gentile è un serial killer o un morto vivente; la seducente fanciulla un fantasma o un demone. L’orrore quotidiano si cela nella follia lucida del collega sorridente, nella disperazione del piccolo borghese angariato e travolto dalla maleducazione e dall’arroganza; nella solitudine, nell’indifferenza.

Il serial killer della porta accanto gdylan034ka.jpg

Il fumetto gioca sulla rappresentazione di situazioni che si vivono continuamente nel mondo reale, magari proprio nel piccolo e circoscritto contesto in cui conduciamo la nostra vita. È una quotidianità mostruosa perché rappresentata come un’inutile inseguirsi di piccole tragedie prive di senso: un labirinto senza entrata e senza uscita in cui il destino si diverte beffardamente a giocare con la vita degli uomini, il tutto sotto il segno del caos.

Le cause immediate di questa violenza potrebbero apparire di carattere sociale: la solitudine e l’anonimato della moderna società urbana, l’emarginazione prodotta da un sistema economico irrazionale. Ma questa è solo la superficie. Se così fosse si potrebbe, in linea di principio, trovare una soluzione. Al contrario non vi sono soluzioni e Dylan Dog è profondamente pessimista, consapevole dell’inutilità di qualsiasi azione.

Ogni aiuto è solo una goccia nel mare, ogni caso risolto è sempre e solo un successo effimero. Nel susseguirsi di vicende che si rincorrono nei vari albi, i casi risolti in un numero diventano l’occasione di un nuovo delitto in un altro; i clienti soddisfatti di una volta si ripresentano nella parte della vittima.

Dylan e Schopenhauer

In realtà l’origine dell’orrore risiede a un ben più profondo livello: l’esistenza ha un senso o è solo il sogno di un Dio crudele? si domanda il nostro investigatore. La normalità è solo finzione, apparenza di una furia cieca che si manifesta in mille modi ma che è sempre egualmente la stessa. Facile ascoltare in Dylan Dog l’eco di Schopenhauer: presente ovunque, l’orrore non ha luogo ed è in sé sottratto al tempo.

L’uomo è gettato in una condizione che non controlla e nella quale è sempre vittima. Tempo, spazio e causalità, invece d’essere i presupposti per dare senso e costruire il reale, sono la gabbia che chiude gli uomini condannandoli all’irrilevanza. Lo spazio è soggetto a distinzioni qualitative che lo sottraggono al controllo. Il banale negozio di antiquariato Safarà, del sinistro Hamelin, è una porta verso altre dimensioni; la casa di La zona del crepuscolo, dove Dylan Dog giunge non a caso dopo aver attraversato un lago a bordo di una barca guidata da un traghettatore trasparentemente dantesco di nome Charon, è il luogo ove i vivi incontrano i morti. L’indifferente spazio euclideo cede a imprevedibili squilibri qualitativi che si manifestano nella trama ontologica stessa.

Oppure, a un diverso livello, lo spazio è esistenzialmente indifferente, nel senso che l’orrore può manifestarsi ovunque, inatteso. Londra, la città di Dylan Dog, è perfettamente riconoscibile, resa persino nei dettagli, tuttavia è irrimediabilmente anonima, priva di anima, estranea, violenta. Ciò che è domestico può improvvisamente trasformarsi nell’estraneo.

La ragione calcolante, che si avvale del principio di causalità per stabilire i nessi, non funziona e si rivela solo un illusorio modo per cristallizzare una realtà in sé fluida e inafferrabile. In effetti il mondo di Dylan Dog è un mondo liquefatto, nel quale i confini sono continuamente ondeggianti, incerti, fuggevoli. Gli stessi oggetti sembrano ribellarsi alla loro condizione: ne Il mosaico dell’orrore una poltrona divora una ragazza; un attrezzo da lavoro divenuto vivo si trasforma in una terribile arma omicida; un serpente diviene un mostro parlante e un occhio pedala tranquillamente in bicicletta per le vie di Londra.

Gli oggetti perdono il loro statuto ontologico e si trasformano in altro. L’essere svanisce, sembra decadere, andare in  mille pezzi.

L’inutile sforzo della normalità

In questo mondo i soggetti si sforzano di costruire la normalità, ma è un’impresa di Sisifo. Semplicemente gli uomini non sono soggetti autonomi ma figure sballottate da qualcosa che li trascende. Quanto al tempo, non sono solo le esigenze narrative a far vivere Dylan Dog in un eterno presente, vestito sempre allo stesso modo; non sono loro che spiegano perché all’ispettore Bloch manchino sempre poche settimane alla pensione o il maggiolino di Dylan Dog, distrutto in un’avventura, torni nuovo nella storia successiva.

C’è qualcosa di più profondo che impedisce al galeone di esser completato. La dimensione lineare del tempo è infatti sconvolta e il tema dominante delle vicende di Dylan Dog è la ripetizione tragica. In Tre il protagonista viaggia in infiniti mondi paralleli ma trova sempre le stesse situazioni; in Mostri i tre pazienti dell’ospedale sono condannati a vivere sempre gli stessi ritmi imposti dall’istituto; in Nero il destino fatalmente circolare esclude ogni possibile mutamento.

Al pari delle categorie spazio-temporali e ontologiche anche quelle etiche subiscono un ribaltamento. Non c’è alcuna morale universale e tutto è, in fondo, affidato al caso, all’arbitrio.

Non ci sono garanzie di giustizia e Dylan Dog è abbastanza scoraggiato da non aspettarsi nulla di più, dopo un caso, che ritornare a costruire il suo galeone in compagnia di una tazza di tè. La stessa giustizia, quando si realizza, ha le forme distorte del paradosso: il folletto che massacra uno a uno i membri dell’equipe medica non è altro che la scimmia sfuggita alla vivisezione.

Tutte le vicende di mostri, demoni, fantasmi e zombi, tutti i misteri e i segni del paranormale sono in realtà la metafora di un orrore che è tutto interno alla vita di ogni giorno. Disegnare quest’orrore con i segni del super-normale, della fantascienza, del gotico, ha solo lo scopo di farlo meglio risaltare sullo sfondo della banalità quotidiana.

L’orrore è infatti banale, ma gli uomini non ci fanno caso perché abituati alla sua presenza. Proprio perché appartiene a una dimensione profonda tendono a cancellarlo dal proprio orizzonte. Solo in questo modo si spiega come faccia Dylan Dog a riemergere dagli inferi e a tornare a suonare il suo flauto per rilassarsi; come il suo assistente Groucho possa salvarlo dai fantasmi e poi fare battute; come noi si possa vedere in TV una carestia continuando a pranzare.

L’Inferno? Un ufficio burocratico!

Gli stessi demoni sono vittime di questa banalità. L’Inferno non è che una versione paradossale di un’agenzia burocratica e il principale (un corpo con due teste e due personalità) è costretto a seguire le vicende umane da un monitor TV. Il ruolo dell’Inferno, e il principe dei demoni ne è tristemente consapevole, è assai marginale: i folli di Golconda, scatenati dagli inferi, provocano molte meno vittime di quelle che nello stesso tempo provocano gli uomini con guerre che sembrano del tutto ragionevoli. L’orrore tende a farsi invisibile, a scomparire, per riemergere in tutta la sua spietatezza solo a tratti. Quando questo accade, sconvolge i valori e strappa il velo delle consuetudini.

Ci mette di fronte alla dimensione spaventosa del nostro essere e questo, naturalmente, è inaccettabile perché cancellerebbe le forme della vita sociale. Al pari dell’angoscia di Heidegger, l’orrore richiama l’attenzione sull’essere da parte di un esistente che tende a dimenticarlo. In Film la gente assiste inebetita a un sacrificio umano in piazza, ma il giornale, per poter riempire la prima pagina, è costretto a parlare del campionato locale di scopone.

L’orrore è rischioso da narrare e conviene celarlo per evitare che l’ordine vada in pezzi. Deve essere rimosso il più possibile e ufficialmente negato. L’ispettore Bloch cerca ogni volta spiegazioni razionali, il suo assistente Jenkins continua a vomitare davanti a ogni scena del crimine e Groucho ride sempre delle proprie battute. Tutti, in fondo, rifiutano di guardare l’orrore. La realtà deve continuare a vestire i panni rassicuranti della normalità o, quantomeno, della routine.

Liberi nell’assurdo?

C’è un motivo per il quale Dylan Dog accetta solo casi che hanno a che fare con l’orrore estremo e manifesto. Non per nulla è il detective dell’impossibile e non un investigatore qualunque. L’orrore attrae, proprio perché costituisce una frattura dell’ordine. Consente di incontrare la realtà al di là delle maschere: ha un effetto disvelante.

Consente, soprattutto, di porsi davanti a forme di libertà estrema, inimmaginabile. Mettendo in discussione tutto, aprendo spazi al di là delle regole, l’orrore costituisce la possibilità di pensare la libertà assoluta. Una tentazione mortale ma anche ricca di fascino.

Talenti

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Immigrazione

Il tuo Cristo era ebreo
La tua scrittura è latina
I tuoi numeri sono arabi
La tua democrazia è greca
Il tuo player musicale è giapponese
Il tuo pallone è coreano
La tua playstation è di Hong Kong
La tua camicia è thailandese
Le tue stelle del calcio sono brasiliane
Il tuo orologio è svizzero
La tua pizza è italiana

E tu pensi ai lavoratori immigrati come stranieri da disprezzare?