Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità

Dal basso


Sahi. La lavanda dei piedi.jpg

In alcune classi stiamo parlando degli eventi della Passione, Morte e Resurrezione e di come essi siano stati affrontati nell’arte, nella letteratura, nella poesia, nella musica, nel cinema… Uno di quegli eventi è anche la lavanda dei piedi e a tal proposito abbiamo letto un bellissimo brano di Santucci che qui riporto, così avete modo di tornarci sopra quando volete.

E sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre… versa dell’acqua in un catino e comincia a lavare i piedi ai discepoli.

La sua ora è giunta. E il primo gesto che scatta da quel fatale colpo di gong, in un rito che sembra predisposto, è andare a prendere un catino. Il Vangelo c’impone come ovvia questa logica, questa consequenzialità espressa in un giro di stretta grammatica: sapendo che la sua ora era giunta, cominciò a…

Che cosa comincia a fare, nel cenacolo, visto che deve morire? In che direzione scocca la sua prima, quasi automatica obbedienza al messaggio nero? Alzarsi da mensa, strapparsi al benessere d’una siesta incantata, lavare dei piedi.

Che cosa deve fare chi sa che di lì a poco morirà? Se ama qualcuno e ha qualcosa da lasciargli deve dettare il testamento. Noi ci facciamo portare della carta e una penna. Cristo va a prendere un catino, un asciugatoio, versa dell’acqua in un recipiente. Il testamento comincia qui; qui, con l’ultimo piede asciugato, potrebbe addirittura finire. Curvi su un foglio, noi scriviamo: «lascio la mia casa, i miei poderi a…». Gesù, curvo sul pavimento, deterge entro l’acqua i piedi dei suoi amici: nel silenzio della stanza dura a lungo lo sciacquio discreto, il respiro dell’inginocchiato si fa un poco più pesante nel passar dei minuti, i capelli gli piovono sulla fronte.

Cristo è lì all’opera, è al livello dei cani che sotto il tavolo rosicchiano l’ultimo osso spolpato dell’agnello e interrompono la loro cena pasquale per scrutare meravigliati quell’uomo che adesso è anche lui su quattro zampe. Dal basso, sì, ha voluto cominciare a salvarci. Nell’ultimo quadro ci dominerà di lassù, dal trave insanguinato, con le braccia aperte («Quando sarò innalzato trarrò tutto il mondo a me»). Ma l’inizio è questo: rattrappito come una bestia sui nostri alluci callosi, sulle nostre impoetiche unghie, sui nostri odori più scostanti. Si concede questa regale gioia di umiliarsi.

Come hai potuto amare i nostri piedi? Sopra appena di qualche spanna, Signore, la materia di cui siamo fatti non è così goffa e volgare, ci sono pezzi di noi anche belli, amabili. Filippo ha un profilo di gaio uccello, Giovanni ha dolci e lunghi occhi di ragazzo; ma a questo livello non c’è amicizia, non c’è gradevolezza di rapporto. Il piede è lontano chilometri dal sorriso di chi lo possiede, il piede è questo animale rozzo e selvatico, a guardare un piede è più duro credere all’anima dell’uomo, più facile convincerci che siamo un provvisorio fantoccio destinato a dissolversi. Per questo forse i morti sono tutto piedi, li ostentano in avanti senza più alcun pudore. Per questo, da vivi, con istintiva vergogna noi ritiriamo il piede da chi sorprende questa nostra estranea propaggine. Come fa Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno». Non fu lo zelo di non essere servito, pescatore, che ti ha fatto gridare quella protesta, fu un oscuro rispetto umano: i nostri piedi, anche se fanno tenerezza, se fanno storia col loro mai deluso andare, sono ridicoli e sporchi. Soltanto nostra madre ha potuto maneggiare senza scandalo i nostri piedi.

Invece è proprio in questo cedere di ogni vergogna sotto la manipolazione del Cristo-madre, nell’identificare lui curvo sul catino con lei quando ci nettava d’ogni sporcizia, che deve passare la nostra salvezza. «Se io non ti laverò, non avrai parte con me».

Diventare tutti madri, creature senza ripugnanze; perché in lui al di sopra ancora del maestro c’è la madre, e solo nel prendere lei ad esempio — come solo nel rifarci piccoli — si fa realtà il Regno.

«Intendete voi quello che io vi ho fatto? Voi mi chiamate il maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque ho lavato a voi i piedi io, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni agli altri. Io vi ho dato l’esempio, affinché facciate anche voi come ho fatto io».

Vi ho dato l’esempio… Se dovessi scegliere una reliquia della passione, raccoglierei tra i flagelli e le lance quel tondo catino di acqua sporca. Girare il mondo con quel recipiente sotto il braccio, guardare solo i talloni della gente; e a ogni piede cingermi l’asciugatoio, curvarmi giù, non alzare mai gli occhi oltre i polpacci, così da non distinguere gli amici dai nemici. Lavare i piedi all’ateo, al cocainomane, al mercante d’armi, all’assassino del ragazzo nel canneto, allo sfruttatore della prostituta nel vicolo, al suicida, in silenzio: finché abbiano capito.

A me non è dato poi di alzarmi per trasformare me stesso in pane e in vino, per sudare sangue, per sfidare le spine e i chiodi. La mia passione, la mia imitazione di Gesù morituro può fermarsi a questo.

Santucci L., Volete andarvene anche voi?, Mondadori, Milano 1969, pp. 205-207

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