Gemma n° 2277

“Mi piace ricollegare le gemme al periodo delle vacanze estive, dove si fanno più esperienze e dove ci si sente anche un po’ più liberi e tranquilli, almeno per me. Avrei voluto portare un sacco di racconti, foto, canzoni che mi rimandano a questa estate, una delle più belle fino ad oggi ma alla fine ho scelto una gemma che posso collegare a varie cose. Si tratta di un biglietto con il quale si può accedere ad un drink gratis. L’ho avuto quando sono andata ad uno schiuma party l’otto di agosto. Devo ammettere che è stato forse uno dei giorni più belli di tutta l’estate per vari motivi e non solo perché è stata la prima volta che i miei genitori mi hanno fatto partecipare ad una festa studentesca. Infatti, la ragione principale per cui considero questo biglietto una gemma è perché mi ricorda una serata trascorsa con la migliore amica, che non vedo da tanto perché abita in un’altra città. Sono stata felicissima di poter fare un’esperienza così con lei ma soprattutto sono stata felicissima di averla rivista dato che lei abita lontano. Spero inoltre che questa gemma mi faccia da porta fortuna aiutandomi a poter rivedere la mia migliore amica il prima possibile. Chissà magari succederà!” (A. classe terza).

E noi muti…

Immagine tratta da Tempi

Sono passati un po’ di anni da quando ho letto La masseria delle allodole e mi è naturalmente tornato alla mente in questi giorni quando, anche in classe, si è parlato di Armenia, Azerbaigian e Nagorno-Karabakh. L’autrice Antonia Arslan ha scritto un articolo per Avvenire lunedì, l’ho letto in aula e mi piace pubblicarlo integralmente anche qui.

“Percorrendo la lunga strada che collega l’Armenia con l’Artsakh (come gli armeni chiamano il Nagorno-Karabakh), la sinuosa lunga via che oltrepassa le altissime montagne del Caucaso, fiancheggiata talvolta da ruscelli deliziosi che scorrono fra l’erba («di quelli veramente cantati dai poeti», come direbbe il buon Alfieri, da bravo lettore di Petrarca), altrove da scoscendimenti impressionanti, altrove ancora da file di vispe mucche che ogni tanto decidono improvvisamente di attraversare la strada, ad un certo punto è d’obbligo una sosta obbligata davanti a uno strano monumento. È l’ultima in vista dell’arrivo, subito prima della capitale Stepanakert: e siamo quasi alla fine del viaggio.
Non è una delle splendide antiche chiese e monasteri che sorgono qua e là nelle posizioni più pittoresche, evocando antiche glorie e cavalieri erranti, e neppure un edificio moderno, opera di uno dei raffinati architetti armeni. Sono due grandissime figure umane stilizzate, scolpite nel tufo rossastro dallo scultore Sargis Baghdasaryan nel 1967, che rappresentano un uomo e una donna in forme squadrate ma riconoscibili, che si stagliano, estremamente suggestive, sullo sfondo delle montagne che le circondano.
Anche il titolo della scultura è molto suggestivo: “We are our mountains” (“Noi siamo le nostre montagne”), un’umile ma fiera dichiarazione di appartenenza. Ma la gente del posto ha dato alla scultura un soprannome affettuoso molto speciale, che si è imposto nel tempo, perfino nelle cartoline postali: le due figure sono chiamate Dadik e Babik, nonna e nonno: sono il nonno e la nonna di tutti, che proteggono il popolo delle valli. E veramente tali appaiono nella loro forza primitiva, quasi un avvertimento, la porta d’ingresso a un piccolo e autentico mondo antico.
Questo gruppo di montanari, col loro peculiare dialetto e i loro antichi usi e costumi, è infatti l’unica parte (annidata da millenni in quelle appartate vallate del Caucaso) del variegato mondo armeno che ha conservato – fino all’inizio dell’epoca sovietica – addirittura una classe nobiliare: i “melik” dell’Artsakh, cinque famiglie che governavano dai loro castelli un territorio ancora feudale. Ma tutto questo coesisteva con molta attenzione al progresso: la capitale del tempo, Shushi, sormontata dalla sua imprendibile fortezza, era una città vivacissima in cui coesistevano e si incrociavano popoli e culture, con teatri, tipografie, giornali di varie tendenze politiche, non a caso chiamata «la Parigi del Caucaso». E durante la tragedia del genocidio del 1915-22, non essendo sudditi dell’Impero ottomano, gli armeni del luogo non subirono la sorte dei loro fratelli d’Anatolia.
Bisognerebbe ricordare però che l’Artsakh non è soltanto una piccola, pittoresca regione di montagna; è stato per molti secoli, fino a tutto l’Ottocento, un importante snodo di comunicazioni tra Oriente e Occidente, uno dei percorsi della via della seta. Ed è ancora di grande importanza strategica per le comunicazioni via terra fra Est e Ovest.
Ma oggi – e finalmente si comincia a parlarne – dopo il blocco dell’unica strada che ancora collegava l’Artsakh al mondo esterno (il cosiddetto “corridoio di Lachin”), con uno spietato assedio durato nove mesi, che ha portato la popolazione allo stremo, l’Azerbaigian – che è armato fino ai denti, e assistito “come un fratello di sangue” dall’alleata Turchia di Erdogan – ha sferrato un ultimo micidiale attacco militare. Questo non certo a caso il 19 settembre, proprio mentre era in corso a New York l’annuale assemblea dell’Onu; e dopo aver solennemente garantito al presidente del Consiglio Ue Michel – che era convinto di aver operato una mediazione – che comunque non avrebbe attaccato…
Oggi tutto quel mondo è crollato, e abbiamo assistito a un esodo praticamente totale dei circa 120mila abitanti ancora in loco, in fuga dalle milizie azere con ogni mezzo e in ogni modo possibile, ben consapevoli del destino di umiliazione e segregazione (se non di morte…) che incombe su di loro. Nel silenzio pressoché totale dei capi di Stato occidentali, dagli Usa di Biden e Blinken alla Ue di von der Leyen e Michel, dall’Inghilterra alla nostra silenziosa Italia (solo la Francia dice qualcosa, per antica amicizia verso gli armeni), è tutto un coro muto di bocche cucite e tremebonde: non sia mai che un po’ di gas ci venga negato… Anzi, in sovrappiù, il nostro Paese ha venduto all’Azerbaigian armi e aerei!
Oggi i membri del governo della piccola Repubblica sono stati dichiarati da Baku criminali di guerra, e vengono ricercati come tali; circolano video in cui soldati azeri si impadroniscono delle case sparando all’impazzata, e mostrando in ogni atto quell’odio anti-armeno che è stato incessantemente coltivato in loro dal regime totalitario di Aliev, che governa come un monarca assoluto per diritto ereditario. Tutto viene poi postato sui social, come la distruzione (avvenuta ieri) della Croce cristiana che brillava sopra la capitale. A quando il destino degli amati Babik e Papik, divenuti un simbolo odiato di un popolo di cui si desidera l’annientamento?
L’odio anti-armeno si intreccia e potenzia con l’odio anti-cristiano: il popolo martire che un secolo fa, durante il genocidio, ha perso tre quarti della sua realtà numerica, assistendo in seguito alla cancellazione di ogni traccia della sua presenza in Anatolia (la distruzione delle chiese e delle croci di pietra, e perfino il cambiamento dell’onomastica di città e paesi, di luoghi, fiumi, montagne dove era presente da millenni), si deve confrontare oggi con un risorgente incubo di annientamento, che non è solo fisico, coinvolge la stessa memoria della sua esistenza e della fede che definisce la sua identità. E ha un esempio preciso davanti agli occhi: la distruzione di ogni traccia della sua presenza nel territorio del Nakhicevan, l’altra regione armena attribuita da Stalin all’Azerbaigian nel 1921. Là, sono state dissepolte perfino le fondamenta delle chiese e dei monasteri – e distrutti persino i cimiteri: l’ultimo caso nel 2007, con le ruspe in azione.
Infine, dovrebbe suonare un campanello d’allarme non dico nei cuori, ma certo nelle teste dei governi occidentali il fatto che il presidente turco Erdogan non fa mistero della sua intenzione di congiungere via terra il territorio turco con quello azero tagliando in due l’Armenia, nel sogno imperiale di quell’espansione verso Oriente che era il progetto dei Giovani Turchi, cento e quindici anni fa…”

Gemma n° 2276

What’s My Age Again? è una canzone del 1999, il cui testo è pressoché autobiografico e scritto da Mark Hoppus, bassista e voce del brano.
Hoppus parla di come nonostante la sua età (27 anni al tempo dell’uscita della canzone e 23 nel testo della canzone), continui a comportarsi come un ragazzino. Nonostante nel testo evidenzi i problemi che questo suo modo di essere comporta, la canzone si chiude con il cantante che riconferma di voler continuare a comportarsi così, quasi considerando strani coloro che lo criticano.
Sia chiaro, non ho 23 anni e nemmeno 27, e non mi comporto esattamente nel modo descritto da Hoppus, ma in questa canzone mi ci rivedo comunque moltissimo.
In questa canzone ritrovo esattamente il sentimento che spesso provo: non riconoscere la mia età. Questo sentimento si manifesta dentro di me sia osservando alcuni miei modi di comportarmi che sono considerabili infantili o comunque non consoni alla mia età, mai mutati nel tempo, sia nella mia concezione del tempo e di me stesso: non riesco a concepire il fatto di avere ormai 18 anni ed essere praticamente un adulto.
Ho come la sensazione che il tempo, veloce e impetuoso, mi sia scivolato di mano e di non aver metabolizzato molte delle cose che mi sono successe, come se a volte non mi appartenessero.
Perciò ho la sensazione di trovarmi troppo avanti nel corso della vita.
La parte della canzone che trovo più suggestiva è contenuta nel ritornello:
“My friends say I should act my age
what’s my age again?
What’s my age again?”
Hoppus, all’osservazione o critica dei suoi amici sembra quasi cadere dalle nuvole rispondendo con una domanda, “qual è la mia età?”, come se in fondo non lo sapesse davvero”.
(L. classe quinta).

Gemma n° 2275

“Quest’anno la gemma che porto è per me un simbolo molto importante. È un charm che mi è stato regalato al mio compleanno dalla mia amica G. Io e G. ci conosciamo da ben 13 anni, cioè da prima dell’asilo perché abbiamo entrambe frequentato il tempo per la famiglia a R. Il nostro è stato un rapporto abbastanza particolare e turbolento; infatti, durante l’asilo ci volevamo un sacco di bene e, assieme ad un’altra nostra amica, avevamo perfino formato un trio; alle elementari, invece, era tutto il contrario: non ci sopportavamo e ogni volta che litigavamo cercavamo di farci dei torti a vicenda con il supporto di altre amiche. Arrivate le medie, ci siamo ritrovate in classe insieme e abbiamo ricominciato a frequentarci e questo ci ha permesso di riavvicinarci un po’, ma non eravamo così convinte di questa “amicizia” perché mantenevamo sempre un certo distacco. Lo scorso anno, dato che non sono potuta entrare nella prima scuola che avevo scelto e sapevo che lei sarebbe venuta in questa scuola, abbiamo chiesto di poter essere nella stessa classe e dall’anno scorso abbiamo legato così tanto che ad oggi posso definirla la mia migliore amica. Infatti, adesso ci raccontiamo qualsiasi cosa, anche la più assurda, e troviamo sempre un pretesto per scoppiare a ridere. Tutto ciò lo abbiamo voluto riassumere in una piccola frase che era già stata pensata qualche anno fa e che è quella incisa sul ciondolo: guerra per amore, perché pur avendo preferito la rivalità per molto tempo, abbiamo creato un’amicizia speciale e, anche se non lo ammettiamo, non possiamo stare l’una senza l’altra” (A. classe seconda).

Gemma n° 2274

“Fin  da piccola ho sempre avuto il vizio di attaccare cose sui muri, dagli stickers di Hello Kitty ai poster delle band che più amo.
Sia i miei muri sia la mia stanza sono un riflesso della persona e di ciò che io sono e provo, quindi almeno una volta al mese ricambio tutto, ma c’è un angolo che non ho mai toccato e che mai cambierò. In quest’angolo, vicino al mio letto, ho attaccato biglietti del cinema, foto con le amiche, foto di casa mia, foto di persone molto importanti per me, fotografie e biglietti di mostre e altre cose che hanno meno o più valore” (I., ex classe 2BL, una gemma che era rimasta indietro… ma, si sa, gli ultimi saranno i primi…).

Palla al centro

Settembre ha sempre un po’ il sapore di primavera. Primavera in friulano si dice vierte, che significa apertura. E settembre si porta dentro l’inizio di un un nuovo anno scolastico, un’apertura a ciò che deve venire, una vierte, appunto. E’ un atteggiamento che auguro a me stesso, a colleghe e colleghi, e soprattutto a studentesse e studenti che incrocerò. Si tratta del momento in cui si rimette la palla al centro. Che sia l’inizio della partita, che sia la ripresa dopo aver subito il goal o dopo averlo fatto, che sia l’inizio del secondo tempo o dei tempi supplementari, poco conta: ecco la colonna sonora per oggi!

“Non scrivere mai la parola “fine”
Non dare a tutto un nome, ma goditi le attese
Non inseguire le cose, non stare sulle spine
Lascia stare le offese, sono acqua di rose
Staccare gli occhi dallo schermo, fare un giro più al largo
Non è quante volte sbaglio, sono quelle in cui mi rialzo
E non è da dove vengo, è dove sto andando
Non è quello che sembro, è quello che faccio
Di dire, di dire, no, no, palla al centro
Di dire, di dire, no, no, palla al centro
Di dire, di dire, no, no, palla al centro
Siamo le onde, siamo le onde di un mare grande (di un mare grande)
Siamo le stelle, siamo le stelle sopra le Ande
Siamo le bande (Sopra le Ande)
Che suonano nei cortei
Correnti che soffiano sui Pirenei
Siamo le onde, siamo le onde di un mare grande (Grande)
Non è quello che ti dico è il sorriso che ti strappo
Sai che colpo, scacco matto, ti basta essere te
Non so fare quello che conviene, mi lascio i dolori alle spalle
Si corre più veloce, ci si ferma per le cose belle
Staccare gli occhi dallo schermo, fare un giro più al largo
Non è quante volte sbaglio, sono quelle in cui mi rialzo
E sono felice quando siamo liberi come il vento
Non chiedermi dove sto andando che un posto vale l’altro
Non è quello che sembro, ma è quello che faccio (Palla al centro)
Non è quello che sembro, ma è quello che faccio (Palla al centro)
Non è quello che sembro, ma è quello che faccio (Palla al centro)
Non è quello che sembro, ma è quello che faccio
Siamo le onde, siamo le onde di un mare grande (di un mare grande)
Siamo le stelle, siamo le stelle sopra le Ande
Siamo le bande (Sopra le Ande)
Che suonano nei cortei
Correnti che soffiano sui Pirenei
Siamo le onde, siamo le onde di un mare grande (Grande)
Grande, grande, grande
Stacco gli occhi dallo schermo Vado avanti, non sto fermo
Non è quello che sembro, è quello che faccio
Non è quante volte sbaglio Sono quelle che mi rialzo
Con gli anfibi oppure scalzo Prima un passo, poi un balzo
Liberi come il vento Palla al centro
Siamo le onde, siamo le onde di un mare grande (di un mare grande)
Siamo le stelle, siamo le stelle sopra le Ande
Siamo le bande (Sopra le Ande)
Che suonano nei cortei
Correnti che soffiano sui Pirenei
Siamo le onde, siamo le onde di un mare grande (Grande)
Quando cado mi rialzo Con gli anfibi oppure scalzo
Prima un passo, poi un balzo Liberi come il vento
Palla al centro”

Parlare di Dio

Il pastore valdese Paolo Ricca ha scritto un libro dal titolo “Dio. Apologia”. Pubblico l’intervista a cura di Luigi Sandri per la rivista Confronti.

“Nel suo ultimo libro Dio. Apologia il pastore e teologo Paolo Ricca affronta e discute le maggiori obiezioni che nella modernità sono state e continuano a essere mosse alla fede in Dio e alla sua stessa esistenza, per poi esporre i tratti più caratteristici dell’idea cristiana di Dio.

Paolo Ricca è stato consacrato pastore della Chiesa valdese nel 1962, esercitando il ministero pastorale in diverse chiese valdesi in Italia. Ha conseguito il dottorato in Teologia presso la Facoltà teologica dell’Università di Basilea e, successivamente, la Facoltà di Teologia dell’Università di Heidelberg gli ha conferito la laurea honoris causa. Ha insegnato Storia del Cristianesimo presso la Facoltà valdese di Teologia di Roma e ha insegnato come professore ospite presso il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di Roma. Per l’editrice Claudiana dirige la Collana Opere scelte di Martin Lutero, di cui ha curato vari volumi. Tra le sue opere ricordiamo: Le dieci parole di Dio. Le tavole della libertà e dell’amore (Morcelliana, 1998), Dell’aldilà e dall’aldilà. Che cosa accade quando si muore? (Claudiana, 2018) e Ego te absolvo. Colpa e perdono nella Chiesa di ieri e oggi (Claudiana, 2019). Nel suo ultimo libro, Dio. Apologia (Claudiana, 2022) affronta e discute le maggiori obiezioni che nella modernità sono state e continuano a essere mosse alla fede in Dio e alla sua stessa esistenza per poi esporre i tratti più caratteristici dell’idea cristiana di Dio, così come emergono dalle pagine della Bibbia, non rinunciando al dialogo costante con la cultura contemporanea e con le religioni mondiali. Pur avendo scritto diversi e impegnativi libri di carattere teologico, mai nessuno dei tuoi libri è stato dedicato espressamente a parlare di Dio. Perché, adesso, hai dedicato a questo ponderoso tema il tuo volume?
L’ho pensato e scritto adesso perché mi sembra chiaro che la Chiesa, e per Chiesa intendo tutte le Chiese, non parla di Dio: parla dei poveri, dei rifugiati, degli ultimi. Insomma parla delle nostre opere, predica le nostre opere, ma non predica Gesù, non parla di Dio. Naturalmente le opere sono importanti e non ho nulla da obiettare al discorso sulle opere, e all’impegno per l’accoglienza e la cura; del resto, Gesù per tutta la sua vita non ha fatto altro che opere. Egli è un operaio di Dio, tutti i giorni, dalla mattina alla sera, compreso il sabato. Quindi le opere sono costitutive dell’essere cristiano; tuttavia il Cristianesimo non sono le nostre opere, ma l’annuncio di Dio. I leader cristiani presuppongono Dio, ovviamente, come premessa al loro bene operare. Ma Dio non è una premessa; se facciamo così Lo mettiamo già dietro le spalle, e noi non siamo davanti a Dio.
Da qualche decennio in alcuni settori delle Chiese – partendo dalla Chiesa episcopaliana (anglicana) statunitense e lambendo poi quella Cattolica – si è sviluppato un movimento di pensiero, che si definisce “Oltre le religioni” che, tra le altre cose, arriva a oscurare quanto da due millenni proclamano tutte le Chiese, e cioè Gesù Cristo “veramente Dio e veramente uomo”. Ma può esistere il Cristianesimo se si nega questa verità?
L’allergia a Dio si esprime anche così. È un’allergia mondiale e l’Europa, con tutto il primo mondo, è maestra in questo (altro sarebbe il discorso proveniente dal resto del pianeta). A me sembra che non si voglia ammettere che c’è il Dio di Gesù, cioè una realtà diversa dall’umano, dal materiale, dallo storico, dall’evidente, dal visibile: una Realtà verissima, non proiettata e costruita da noi. Dio, che sta in te e di fronte a te, è però altro da te. È un Tu ineffabile, misterioso, lontano e presentissimo. Se lo si elimina, allora lo si elimina anche nella figura di Gesù. Tuttavia vorrei fare una proposta: va bene, prendiamo per buono che Gesù sia solo uomo. Ma quale uomo?
Questa diventa la domanda. Che tipo di umanità? Un tipo di umanità che trascende l’umano e che essa non riesce a spiegare. Questo è il motivo per cui si è parlato di Gesù come presenza divina nell’umanità, nella storia. Se poi parliamo dell’uomo, allora dobbiamo riferirci a quell’uomo, così come ci è stato descritto nelle Scritture. Egli manifesta un tipo di umanità che non riesco a spiegarmi in base a tutte le categorie dell’umano conosciute. Nell’umanità ci sono aspetti bellissimi, e realtà di bene meravigliose. Ma essa, nell’insieme, è un pianto. Anche nel passato vi era questa ambiguità: in tale contesto operò Gesù che non era un uomo religioso, ma semplicemente un uomo. Un uomo credente, anche relativamente praticante, ma la sua caratteristica non era quella di rendere religiosa l’umanità, ma di rivelarne un tipo che l’umanità non conosceva.
Gesù è il punto di aggancio a queste tre realtà, che sono Padre, Figlio e Spirito Santo. Sono nomi, titoli e hanno un valore relativo, ma la loro funzione è di distinguere delle funzioni e dice appunto che nessuno dei tre esaurisce la pienezza di Dio. È soltanto insieme che questa pienezza viene raggiunta, per cui Dio è trinitario. Detto in breve: noi uomini e donne del mondo non abbiamo potuto e, da Adamo ed Eva (e chi per loro!) e fino alla fine del mondo, quando sarà, non possiamo e non potremo mai dire con chiarezza come Dio è fatto. C’è un salto di fede ineliminabile.
Del resto, nella Bibbia c’è il nascondimento di Dio, la nuvola che lo copre, per cui non è mai esplicito, evidente o a disposizione. Ma se parliamo di “relazione” nella Trinità, ci avviciniamo al mistero. Se esistesse una sola creatura umana, essa non avrebbe la parola, non dovendo relazionarsi con un tu. La relazionalità è costitutiva dell’essere umano, ma anche del mondo animale e vegetale. Una stupefacente ricchezza. Se trasferiamo questa sensibilità alla riflessione su Dio, arriviamo, pur alla lontana, ad intuire che Gesù è un appiglio per cercare di pensare a Dio come a una relazione di amore. Egli è, in qualche modo, conoscibile; non è una sfinge.
Possiamo dire, con verità, che Dio è amore, non odio; pace, non guerra; riconciliazione, non violenza. Perché possiamo dirlo? Perché Dio ha parlato attraverso i profeti e la Torah [la legge ebraica], tutto quel grande e straordinario filone che è arrivato molto avanti nella conoscenza del mistero, perché c’è un mistero che, parzialmente, si può conoscere. Io credo che in Gesù, nella Parola fatta carne, fatta uomo, la realtà di Dio è apparsa in una luce che non è stata raggiunta da altri. Questo non vuol dire che non possiamo imparare anche su Dio molte cose, da tante altre voci, piste, emergenti nel mondo. Realtà che non è possibile, né giusto, liquidare come “paganesimo”. Invece è, anch’essa, ricerca di Dio. Ma la mia convinzione profonda è che la rivelazione di Dio in Gesù sia quella più illuminante.
Tuttavia, attenzione: dobbiamo evitare di identificare Dio con la nostra comprensione di Dio; dobbiamo cercarLo, ognuno per la sua strada. Ci possono essere varie piste; per me Gesù non è soltanto una pista, ma la pista. Ma questo è Lui, non sono io, non è il cristiano. Se si fa questa distinzione e non si sovrappone l’essere cristiano all’essere di Gesù allora siamo tutti alla ricerca di Dio e ciascuno nella sua convinzione provvisoria ma anche profonda. L’assoluto è la rivelazione di Dio per noi in Gesù. È Lui la via, la verità, non me stesso o la mia comprensione di Dio e di Gesù; non il mio Cristianesimo.
Formalmente, si diventa cristiani con il battesimo. Questo sacramento serve a lavarci dallo stigma del “peccato originale”?
Il battesimo è il patto di Dio in vista dell’umanità nuova, quella di Gesù, che noi dobbiamo cercare di imitare. Io credo che Egli ci salva con la morte e con la vita. Infine, con la sua risurrezione ci riscatta, perché Dio non permette la nostra dissoluzione totale, ma ci tira fuori dalla tomba e ci dona un’eternità. Ma torniamo al “peccato originale”. Di esso la Bibbia non parla, ed è ignoto alla tradizione ebraica. Nella Chiesa dei primi secoli a poco a poco si è creata questa tradizione, infine a cavallo tra il quarto e quinto secolo sistematizzata da Agostino, vescovo di Ippona (nell’attuale Algeria); essa è stata poi dogmatizzata e il Concilio di Trento, nel 1546, comminava la scomunica a chi negasse che i nostri progenitori peccarono, o negasse che la loro colpa si trasmettesse, per generazione, come una tara indelebile, a ogni creatura umana nascente. Solo il battesimo – si affermava – avrebbe potuto lavarci da tale colpa.
Ma davvero è andata così? Adamo ed Eva si resero subito conto della nostra finitudine: siamo limitati, possiamo ammalarci, e dobbiamo morire. Se poi essi disobbedirono a Dio, è un fatto che non per quello li punì; vissero, infatti, molti anni (lo afferma il libro della Genesi). Ai loro figli e discendenti essi trasmisero dunque la finitudine, ma nessunissimo peccato.
I “padri” della Chiesa confusero indebitamente le due realtà. Trovo dunque bellissimo Il perdono originale, un libro in cui Lytta Bassett, teologa contemporanea della Chiesa riformata di Ginevra, afferma appunto che “in principio” non ci fu nessun peccato originale ma, al contrario, il Signore trattò con misericordia Adamo ed Eva, che dunque non trasmisero ai discendenti alcuna colpa. Ogni persona vivente non parte svantaggiata, con un “handicap spirituale”, ma ricolma della grazia di Dio: poi ognuna sarà giudicata se, liberamente, nella vita avrà scelto il bene o il male.
Nel battesimo, dunque, il Signore stringe un patto con noi, invitandoci ad imitare Gesù. Certo, se guardiamo l’esperienza, constatiamo che facilmente ci appassiona più il male che il bene. Abbiamo una predilezione, un fascino verso il male. Quindi la dottrina del “peccato originale” è stata un tentativo di spiegare questo desolante atteggiamento. Ma noi oggi dobbiamo respingere l’idea del battesimo come lavacro da una colpa trasmessaci da migliaia di generazioni infettate da Adamo ed Eva; per proclamare, invece, che fin “dal principio” Dio ci ricopre con il manto del suo “perdono originale”.
Ritieni opportuno che nel 2025 tutte le Chiese celebrino i millesettecento anni dal Concilio di Nicea? Esso proclamò che Gesù Cristo, figlio di Dio, è uguale (non simile!) al Padre, e dunque “Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non fatto. Per la nostra salvezza si è incarnato, si è fatto uomo, ha sofferto ed è risorto il terzo giorno”. È tuttora valida la sua proclamazione di fede, oppure è un mito da abbandonare?
Le celebrazioni sono importanti perché ci ricordano che siamo creature storiche e che la storia umana non comincia con noi. Questa mi pare sana, come posizione. Perciò sono per le celebrazioni delle ricorrenze importanti, in generale: e ancor più per le celebrazioni critiche. Infatti, oggi noi abbiamo la distanza sufficiente per vedere i limiti di tutto quello che ci precede, così come i nostri successori vedranno i nostri limiti. Quindi ben venga la commemorazione di Nicea. Rilevo che le singole affermazioni di quel Concilio risentono molto dei dibattiti teologici e politici, di quel tempo, assai accesi e violenti. Però trovo bella la dottrina della Trinità, cioè l’affermazione che l’essere profondo di Dio è un essere relazionale, e non una monade. Dio è unico, ma non solitario.
Dio non vuole essere solo, perché è in Sé questa pluralità di soggetti: una realtà che, ovviamente, sfida la nostra razionalità. Capisco che è una sfida all’intelligenza affermare che Dio non è uniforme, ma pluriforme (un teologo africano mi ha detto che proprio il rifiuto del dogma misterioso del Dio uno e trino, per proclamare invece l’assoluta unità e unicità di Dio, è il motivo per cui molti africani scelgono l’Islam piuttosto che il Cristianesimo).
L’affermazione, anche nelle Chiese, del femminismo, può condurre ad una revisione globale di dottrine su Dio elaborate in sostanza da uomini, e dunque segnate dal maschilismo?
È vero: la riflessione teologica, compiuta nei secoli soprattutto (ma non unicamente!) da uomini, ha un’impronta maschilista. Ma Dio non è sessuato; e non si esce dalla dialettica maschile- femminile anche perché oggi c’è il discorso della fluidità sessuale: siamo tutti un po’ uomini e un po’ donne. Si potrebbe dire che Dio sia tutto al maschile o al femminile, o Crista invece di Cristo, oppure Dea invece di Dio; ma non si esce dalla polarità sessuale. È chiaro che il maschile non è tutta l’umanità, come non lo è il femminile: ognuno è solo una parte. Siamo in una prigione confortevole, ma nella prigione dei sessi. Dunque, è un arricchimento l’arrivo delle teologhe?
Certamente, perché esse ci aiutano a vedere la maternità nella paternità di Dio. Dio è padre ma un padre super materno. Il femminismo, a me che difendo il Padre nostro, offre un grandissimo aiuto a cogliere questa dimensione. Comprendo meglio che Dio manda in frantumi lo schema del maschile con la sua maternità straordinaria. In Gesù il Creatore non è tanto colui che genera, ma colui che cura il passerotto, il giglio del campo, l’uomo malato, l’indemoniato, l’alienato. L’ideale sarebbe se si potesse parlare di Dio in maniera da render conto di questa ampia complessità.
Dobbiamo soltanto sapere che la pienezza del discorso su Dio dovrebbe poter riflettere la pienezza del discorso sull’umano, quindi includere il maschile e il femminile. Sempre tenendo conto del fatto che, anche se si dice che Cristo è donna, lo si ingabbia ugualmente. Così come lo ingabbio se dico che è maschio. Finché siamo in questo mondo e finché ci troviamo ad essere maschio o femmina, con tutte le varianti, non possiamo fare altro che riflettere questa nostra parzialità. Ma se siamo consapevoli di essere, come maschi, parziali, siamo aperti a tutte le integrazioni che possono venire dalle donne. È un formidabile arricchimento perché “in principio maschio e femmina li creò”.

Sferlazza, per una memoria (e un’etica) collettiva

Fonte immagine: Le pietre raccontano

Il 14 e 17 luglio, nella sezione Atlante di Treccani, è apparsa un’intervista in due parti a Ottavio Sferlazza, ex procuratore della Repubblica di Palmi. Il lavoro porta la firma di Francesco Alì e lo riporto integralmente.

A ridosso dell’anniversario della strage di via D’Amelio, in cui il 19 luglio 1992 persero la vita il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta (Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina), Atlante avvia un percorso fatto di incontri con professionalità ed esperienze che, da angolazioni diverse, hanno dedicato gran parte della loro vita alla responsabile ricerca di legalità, giustizia e democrazia. Attraverso le inchieste, le analisi e i ricordi delle personalità che incontreremo vogliamo offrire un contributo alla comprensione del periodo delle stragi e del fenomeno mafioso, così da dare ai cittadini e soprattutto alle nuove generazioni, ragioni e motivazioni per sostenere la necessità e la convenienza di affrancarsi dalle mafie, che ostacolano crescita, sviluppo, libertà e democrazia in tutto il Paese.
Cominciamo questo cammino in compagnia di un magistrato sempre in prima linea, tra Sicilia e Calabria, che porta, con sé (e per gli altri), una grande dote di esperienza professionale e umana accumulata in anni di inchieste, nelle collaborazioni con i giudici che hanno scritto la storia dell’antimafia, nelle storie, anche tragiche, che ha vissuto. È animato da un grande impegno sociale all’insegna della promozione della cultura della democrazia, della Costituzione e della memoria come antidoto per contrastare qualunque forma di illegalità. Si tratta di Ottavio Sferlazza, ex procuratore della Repubblica di Palmi. In precedenza è stato presidente della corte di assise di Caltanissetta e, poi, presidente della sezione GIP-GUP (Giudice per l’Udienza Preliminare) presso lo stesso tribunale; è entrato in magistratura nel 1977. Come sostituto procuratore presso la Procura di Caltanissetta ha diretto le indagini per l’omicidio del giudice Rosario Livatino ed ha sostenuto l’accusa in giudizio contro gli esecutori materiali. Ha presieduto la corte di assise che ha giudicato mandanti ed esecutori materiali della strage di via Pipitone Federico in cui rimase ucciso il consigliere istruttore Rocco Chinnici e dell’omicidio del presidente della corte di assise di Palermo Antonino Saetta e del figlio Stefano. Ha presieduto la corte di assise di Caltanissetta nel dibattimento per la strage di Capaci fino alla astensione, a seguito della sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato l’incompatibilità alle funzioni giudicanti per il giudice che si sia occupato della stessa vicenda processuale quale componente del tribunale del riesame. Dagli anni Novanta si dedica ad incontri formativi nelle scuole. In pensione dal 2020, attualmente è presidente del comitato etico di Libera.

31 anni fa le stragi di Capaci e di via D’Amelio: il 23 maggio, gli omicidi di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo, degli uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e, qualche mese più tardi, il 19 luglio, quelli di Borsellino e degli agenti della scorta. Di cosa si occupava in quel periodo? Avete avuto forme di collaborazione?

Ottavio Sferlazza

Ho incontrato Falcone in occasione di incontri di studio o seminari. L’ho sentito intorno al 1982 quando svolgevo le funzioni di giudice istruttore penale presso il tribunale di Trapani per chiedergli notizie su un indiziato mafioso (ancora poco noto) di cui mi stavo occupando, attingendo al suo immenso patrimonio conoscitivo. Ricevetti utili indicazioni sulla personalità, sul suo circuito relazionale e sui legami operativi con personaggi di spicco di Cosa Nostra.
Ho conosciuto Borsellino nel 1978; frequentavo l’ufficio istruzione di Palermo quale uditore giudiziario e Paolo fu mio affidatario. Ricordo la sua straordinaria umanità, il rigore morale e l’elevato spessore professionale. Mi è stato maestro di vita oltre che di diritto. Il suo ricordo è indissolubilmente legato a quello di un altro grande magistrato, Rocco Chinnici; il primo giorno in cui iniziai il tirocinio Paolo mi accompagnò nella stanza del Consigliere Istruttore per presentarmelo come capo di quell’ufficio. Il destino mi ha riservato l’onore e l’onere di presiedere, 22 anni dopo, la prima Corte di Assise di Caltanissetta che ha giudicato mandanti ed esecutori materiali della strage in cui rimase ucciso Chinnici, leggendo il dispositivo della sentenza e redigendone integralmente la motivazione. L’ultima volta che vidi Paolo Borsellino fu alla camera ardente di fronte ai feretri delle vittime della strage di Capaci. Ci stringemmo in un forte abbraccio.  

Un attentato feroce e vigliacco che ha scosso le istituzioni, l’opinione pubblica, il mondo intero. Eravamo già a pezzi il 23 maggio quando, il 19 luglio, arrivò l’altra tragedia. Tutto questo ha inciso su di lei, sulla sua attività di magistrato e sul suo impegno sociale? Ha mai pensato che fosse tutto inutile?

Ogni anno per me e per i magistrati della mia generazione, queste giornate della memoria, troppe, costituiscono una occasione di forte coinvolgimento emotivo perché la lunghissima scia di sangue che ha accompagnato la nostra carriera ha segnato, inevitabilmente, la nostra vita professionale e personale, avendo contribuito a far maturare sempre più in noi la forte determinazione di onorare, con il quotidiano impegno in difesa della legalità e della democrazia, la memoria di quanti hanno sacrificato la loro vita per difendere questi valori. Ho sempre nutrito una fede incrollabile nel primato della legalità, della giustizia e dell’etica pubblica come presupposti indefettibili di un autentico sistema democratico di diritto. Ai giovani, con i quali ho avuto spesso l’onore di confrontarmi nelle scuole, rivolgo sempre l’augurio e l’invito a vivere da uomini liberi, con la consapevolezza che solo la legalità assicura la democrazia che si conquista e si difende giorno per giorno, anche attraverso una diffusa e costante intransigenza morale nei confronti del potere e il rifiuto dei privilegi. Credo che a Falcone, Borsellino e alle altre vittime del dovere, ci legherà sempre un debito di riconoscenza per avere contribuito con il loro sacrificio alla definitiva acquisizione alla coscienza collettiva della consapevolezza della insufficienza della sola risposta giudiziaria come rimedio risolutivo ed esclusivo del problema del fenomeno mafioso e della necessità, invece, di una crescita culturale della società civile.
La enormità stessa della violenza ha prodotto incrinature profonde nel consenso di cui la mafia ha goduto e gode tuttora. Tanto da smentire le disperate e rassegnate parole proferite in un momento di sconforto perfino da Antonino Caponnetto mentre in via D’Amelio, salendo in macchina e stringendo paternamente con le sue mani quella del giornalista che teneva il microfono diceva: «È finito tutto, è finito tutto». Di quelle parole Caponnetto ebbe quasi a scusarsi qualche tempo dopo ammettendo che «aver ceduto a questo momento di debolezza fu un errore enorme». Per questo sono profondamente convinto che il loro sacrificio non è stato vano e che il patrimonio valoriale che ci hanno lasciato ha contribuito a rafforzare la nostra democrazia e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

Si ricordano nel modo giusto Falcone e Borsellino? Teme che possano essere dimenticati? Cosa bisognerebbe fare per conservarne la memoria nel modo corretto?

Il fenomeno nuovo e più rilevante che si è prodotto dopo le stragi è costituito dalla consapevolezza, ormai acquisita alla coscienza collettiva, che non è possibile contrastare efficacemente una sanguinaria e pericolosissima criminalità organizzata, come la mafia e la ’ndrangheta, senza il coinvolgimento e la mobilitazione della società civile. Da molti anni, pertanto, non riesco a sottrarmi a quello che ormai considero un vero e proprio impegno morale, una forma di ‘militanza politica’ in difesa della dimensione etica della legalità: andare nelle scuole per incontrare gli studenti, non per fare una lezione, ma per una testimonianza ed una parola di speranza nella prospettiva di contribuire alla crescita culturale e politica delle giovani generazioni. In questa prospettiva desidero sottolineare l’importanza della ‘memoria’ che non deve essere solo un momento rievocativo o commemorativo, ma un modo per riscattare storicamente e moralmente quel processo di rimozione collettiva del fenomeno mafioso, ma anche di altri fenomeni, come la shoah, che ci rende tutti colpevoli.

Cose di Cosa nostra, il libro intervista di Marcelle Padovani a Falcone, si chiude con quest’ultima frase del magistrato: «Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere».

Come è noto Giovanni Falcone era un profondo conoscitore del fenomeno mafioso e delle dinamiche, sociali ed istituzionali, che storicamente ne hanno caratterizzano lo sviluppo e le modalità operative. La consapevolezza che spesso la delegittimazione precede l’eliminazione fisica di servitori dello Stato determinati e fedeli alla Costituzione lo indusse a parlare di «menti raffinatissime» all’indomani del fallito attentato dell’Addaura di cui, non dimentichiamolo, fu accusato, o comunque sospettato, addirittura di essere l’ispiratore e l’organizzatore per accrescere la propria immagine di magistrato simbolo.

Proseguiamo il nostro confronto con l’ex procuratore, Ottavio Sferlazza, sui temi della giustizia, partendo da due fatti. Da una parte, Falcone lamentava: «Debbo sempre dare delle prove, fare degli esami…  sotto il fuoco incrociato di amici e nemici, anche all’interno della magistratura». Dall’altra parte, i giudici del processo per il depistaggio sulle indagini della strage che uccise il giudice Borsellino e i cinque agenti della scorta, nelle «motivazioni della sentenza del processo a carico di tre poliziotti», scrivono, come riportato dall’Adnkronos, che: «Non è stata Cosa nostra a fare sparire, dopo la strage di via D’Amelio, l’agenda rossa» del giudice. «A meno di non ipotizzare scenari inverosimili di appartenenti a Cosa Nostra che si aggirano in mezzo alle forze dell’ordine». I giudici così desumono «l’appartenenza istituzionale di chi sottrasse materialmente l’agenda. Solo chi, per funzioni ricoperte, poteva intervenire indisturbato in quel contesto e per conoscenze pregresse sapeva cosa era necessario e opportuno sottrarre». Proseguono i giudici: «un intervento così invasivo, tempestivo e purtroppo efficace nell’eliminazione di un elemento probatorio così importante per ricostruire il movente dell’eccidio certifica la necessità per soggetti esterni a Cosa Nostra di intervenire per ‘alterare’ il quadro delle investigazioni evitando che si potesse indagare efficacemente sulle matrici non mafiose della strage». L’Adnkronos sottolinea che: «I giudici di Caltanissetta, nelle quasi 1.500 pagine delle motivazioni», hanno parlato anche della «presenza di altri soggetti o gruppi di potere co-interessati all’eliminazione di Borsellino con un ruolo nella ideazione, preparazione ed esecuzione della strage». Quanto alla sparizione dell’agenda rossa, affermano che: «Non sono emersi nuovi elementi. E bacchettano alcuni testimoni che consegnano un quadro per niente chiaro, fatto di insanabili contraddizioni tra le varie versioni rese dai protagonisti della vicenda». Infine, secondo i giudici nisseni, Paolo Borsellino, «si sentì tradito da un soggetto inserito in un contesto istituzionale».

Allora, che cos’è la giustizia?

Non ho mai parlato pubblicamente della vicenda processuale relativa alla scomparsa della ‘agenda rossa’ per il doveroso riserbo derivante dal fatto che me ne sono occupato come giudice delle indagini preliminari presso il tribunale di Caltanissetta. Posso solo dire che, come è noto, rigettai la richiesta di archiviazione e dopo avere ordinato nuove indagini, formulai la cosiddetta imputazione coatta nei confronti di un ufficiale dei carabinieri. In questa sede non voglio aggiungere nulla a quello che ho scritto nei provvedimenti redatti in quella fase processuale se non che, a mio avviso, il quadro probatorio acquisito giustificava ampiamente la celebrazione del dibattimento a carico dell’imputato in omaggio alla funzione dell’udienza preliminare con particolare riferimento, secondo il costante insegnamento della Corte di Cassazione, alla ipotesi in cui il quadro probatorio sia suscettibile di evoluzione, essendo inibito il proscioglimento in tutti i casi in cui gli elementi di prova acquisiti a carico dell’imputato si prestino a valutazioni alternative, aperte o, comunque, tali da poter essere diversamente valutate in dibattimento anche alla luce delle future acquisizioni probatorie. Il quadro probatorio era certamente foriero di ulteriori sviluppi ed evoluzioni anche alla luce delle contraddizioni emerse non solo tra le dichiarazioni rese dai testi escussi, ma anche all’interno di alcune di esse. Sottolineo, inoltre, la gravità del fatto che si sia messa in dubbio la presenza dell’agenda nella borsa di Borsellino avuto riguardo alle incontrovertibili dichiarazioni dei familiari».   

La lezione di Falcone e Borsellino, il loro esempio, in che modo possono essere utili per i magistrati e in che modo questi ultimi possono esercitare il loro ruolo fuori dai palazzi di giustizia?

La presenza dei magistrati nelle scuole, per contribuire alla diffusione della cultura della legalità, è importante in una prospettiva di crescita della società civile. Non si tratta certo di sostituirsi ai docenti, ma di contribuire ad esercitare la memoria, a respingere tentativi di negazionismo e per favorire un autentico processo di conoscenza di certi fenomeni che deve diventare a sua volta coscienza critica per contrastare, quotidianamente e culturalmente, il fenomeno mafioso.

Sconfiggeremo mai le mafie?

Sul punto rimane una pietra miliare l’opinione di Falcone sulla evoluzione del fenomeno mafioso destinato ad avere una fine. C’è ancora molto da fare sul piano del contrasto culturale, ma sono profondamente convinto della necessità di onorare quello che considero il testamento spirituale di Borsellino: «Se la gioventù le negherà il consenso anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo». Ritengo che la scuola sia l’unico laboratorio culturale che può concretamente incoraggiare la ricostruzione, la conservazione e la promozione di questa memoria collettiva; che possa favorire in ciascuno di noi la scelta irreversibile in favore di valori e principi in nome dei quali tanti servitori dello Stato e cittadini comuni hanno sacrificato la loro vita e, quindi, la consapevolezza di poter contribuire, ciascuno con il proprio quotidiano impegno in difesa della legalità, alla costruzione di una nuova etica collettiva e pubblica.”

Gemma n° 2273

“Come gemma ho deciso di portare “una parte di me”, la musica.
Per questa gemma ho deciso di “rubare” l’idea di Marracash utilizzata in Persona e quindi di dividere me stesso, le mie abitudini e i miei sentimenti associandoli a degli album o canzoni specifici.

Testa/Ragione: la testa, questa è la mia parte più razionale dunque come album ho deciso di portarne 3 che rimandino a questa cosa.
Il primo è Carattere speciale di Thasup, ormai mio cantante preferito (italiano) da 6 anni. In questo album si può notare un cambiamento e una maturazione da parte sua sia nella voce e nelle basi sia nei testi i quali mi sono sempre piaciuti e mi aiutano a ragionare e a risolvere problemi con me stesso da parecchio tempo. Il secondo album che ho deciso di portare è Fighting Demons di Juice WRLD, il suo secondo album postumo. Se il primo di questi due era incentrato sulla celebrazione e il ricordo, questo non ha uno scopo ben preciso ma è sicuramente più profondo in quanto tocca argomenti come l’abuso di sostanze e le sue cause, il pentimento e principalmente la salute mentale, che ultimamente, nel mio caso, non è in gran forma. Io devo tutto a lui, il primo tatuaggio è dedicato a lui, i poster in camera sono quasi tutti suoi, insomma la mia vita gira quasi tutta intorno a lui e a ciò che credeva, 999! (cercate il numero angelico se volete il significato). L’ultimo album che ho deciso di portare per questa parte di me è Fuck Love: over you, già dal titolo si può capire parecchio. Dare precedenza alla ragione e allontanare quasi il cuore per superare una rottura, cosa c’è di meglio che ascoltarsi un disco triste dopo che ci si è lasciati? Penso molte cose ma io la affronto così.

Petto/Cuore: il petto, cuore, amore, farfalle nello stomaco. Se quando sto male il cuore lo lascio da parte, quando mi prendo bene per una persona o qualcosa divento cieco e i prossimi album lo rappresentano parecchio.
Il primo è sempre di Juice WRLD, Death Race For Love: in quest’album Juice dà il meglio di sé riguardo ai sentimenti, la cosa incredibile è che non ha mai scritto nulla, ogni album è un insieme di freestyle registrati a raffica come una mitragliatrice. Il secondo album è letteralmente un pezzo del mio cuore, 23 6451 (le basi) di Thasup, primo album di Davide, mi ricordo ancora le emozioni del primo ascolto, incredibili. Pensare che alla mia età lui faceva uscire quest’album e io sono qui a piangerci sopra fa ridere. Anche in quest’album possiamo trovare parecchi riferimenti ai sentimenti e al fatto di isolarsi quando si sta male. L’ultimo album riguardante il cuore è Oceano Paradiso di Chiello, artista che ho scoperto relativamente da poco grazie ad un mio amico del piano di sopra. Che dire, è struggente, la sua musica mi entra dalle orecchie ed esplode nel cuore, trasmette veramente tanto ed è solamente al primo album, non vedo l’ora di ascoltarne di nuovi (in aggiunta vorrei mettere due canzoni, Ribbon in the sky di Stevie Wonder e Where does your spirit go di Laroi. Una era la canzone preferita di mio zio e la ascolto se devo sfogarmi e piangere per ricordarlo, l’altra è in memoria di Juice e tendo a non ascoltarla per evitare di piangere).

Braccia/Movimento: le braccia. Ho associato i prossimi album al movimento in quanto si distaccano completamente dai precedenti (a parte Blanco che ho messo a caso) e sono più felici e caotici quindi meno tristi.
Il primo stranamente è di Juice, Goodbye & Good Riddance, album di debutto che contiene Lucid dreams, la sua canzone più famosa mezza plagiata a Sting. In questo album trovo delle sonorità che mi fanno muovere tutto, cantare, ballare e chi più ne ha più ne metta. Il secondo è appunto Blu Celeste di Blanco e l’ho messo perché più che ballarlo mi piace cantarlo sotto la doccia con quel suo timbro strano (un po’ copiato da Thasup) e basta, bravo Blanco. L’ultimo album è di Machete, Bloody Vinyl 3 che a parer mio è una bomba. È colmo di artisti che si incastrano alla perfezione e varia di generi e sonorità, l’ho riscoperto da poco, l’avevo comprato autografato da thasup, young miles, low kidd e slait (i principali compositori di quest’album) e quindi è stato piacevole riscoprirlo per scuoterci la testa a tempo come quando è uscito.

Gambe/Routine: le gambe le ho associate alla routine che compio ogni giorno, quindi sveglia alle 5, caffè, sigaretta in fermata e camminata dalla stazione delle corriere fino a scuola. Questi album vanno a tempo con le mie gambe difatti la prima cosa che faccio è mettere spotify una volta alzato dal letto.
Il primo è una raccolta dei Bee Gees, gruppo anni 70/80 dei quali mi ha fortunatamente trasmesso la passione mio padre con i suoi vinili. il ritmo di quegli anni mi fa camminare come se fossi nella febbre del sabato sera, unico. Il secondo si allontana completamente dai bee gees infatti è la raccolta dei Nocturnes di Chopin, il mio compositore classico preferito, un genio, un pazzo, con la sua musica mi fa volare e la stanchezza alle gambe nemmeno la sento. L’ultimo non è un album ma sono i miei 830 brani preferiti su spotify che quando ho voglia metto in ordine casuale per farmi il tragitto stazione-scuola.

Conclusioni: questa era dunque una parte di me ma è solo la punta dell’iceberg. Devo tanto alla musica, se non fosse stato per lei in certi momenti probabilmente non sarei qui. Devo anche tanto a Juice che grazie alla sua musica non mi fa sentire troppo inutile e grazie a lui riesco a dare peso ai miei momenti no e a capirli.
I miei brani preferiti di ogni album:
fighting demons – DOOM
carattere speciale – mi ami o è fake
Fuck love – about you
Death Race For Love – make believe
23 6451 – bubb1e 9um
Oceano Paradiso – pietra di luna
bee gees – more than a woman
Chopin – nocturne n.20
Grazie”
(G. classe quarta)

Gemma n° 2272

“Ho portato semplicemente una canzone di un album che ascolto durante i momenti di blocco e mi fa sentire compreso” (C. classe quarta)

Gemma n° 2271

“Quest’anno le gemme le leggevo solo: dall’altra parte del mondo guardavo le storie di “s del mondo” ma per la prima volta da quando sono al Percoto non stavo pensando a cosa valesse di diventare la mia gemma per l’ora di reli.
Però poi sono tornata, fuori programma, e io ufficialmente non c’entrerei niente con la classe, ma il prof appena mi ha vista mi ha inclusa offrendomi di presentare la mia gemma. Ed è stato l’unico anno in cui mi è subito venuto in mente cosa portare, non avevo dubbi su quale fosse la mia cosa speciale. È questo ciondolino di Pandora. Me l’ha regalato la mia famiglia ospitante l’ultima sera prima che dovessi lasciarli. Una delle tante caratteristiche che amavo di loro è che ogni sera facevamo qualcosa tutti insieme dopo cena, poteva essere un film o ci eravamo appunto appassionati ai puzzle. E quindi questo è il primo significato associabile a questo ciondolo. Il secondo può essere invece spiegato da questa lettera che mi ha scritto M., la mia sorella ospitante” (A. classe quarta).

Gemma n° 2270

🍎🍏🍎🍏

È da due mesi che devo portare la gemma, ma tra una cosa e l’altra non ho mai avuto occasione.
In più tutti sono testimoni di quanto io fossi indecisa e abbia cambiato idea mille volte perché volevo portare qualcosa di significativo per me e riuscire a raccontarlo.
Oggi come gemma vorrei portare una perla di saggezza a cui hanno contribuito due miei cari amici.
Un mese fa io e il mio ragazzo, ormai ex, ci siamo lasciati e ci sto ancora male, perché quando una cosa che ti faceva stare benissimo ti viene tolta dalla tua quotidianità ci si sente come se mancasse un pezzetto.
È da qualche giorno che io dico di sentirmi come una mela che è stata morsa e che quindi ha paura di “marcire” e peggiorare, perdere la sua scintilla diciamo. E allora, come faccio spesso e volentieri, proprio ieri sera ho chiesto consiglio al mio angelo custode A.

Ieri sera:
E le ho scritto in un mio momento di malinconia che accade frequentemente in questo periodo: mi sento come una mela morsa cosa dovrei fare?
A: “La mela rimarrà morsa, il morso non si può riattaccare. Ma quando troverai la persona giusta o passando del tempo da sola, inizierai a dimenticare la presenza di questo morso”
> “E se fa i vermi e poi marcisce?”
A: “se la conservi bene non succede”
> “Consigli su come conservarmi meglio?”
A: “Devi tenere a te stessa per preservare il resto della mela. Non pensare troppo a trovare qualcuno di giusto, ma inizia ad apprezzare la tua stessa compagnia e le cose che ti circondano. Fare le cose che ti piacciono e che ti fanno stare bene. E (non fare come me) agisci eventualmente quando vedi un possibile interesse da parte di qualcuno, ovviamente se interessa anche a te”

Stamattina:
Ho raccontato a M. la questione della mela per sapere cosa ne pensasse.
E a ciò che ha detto A. ha aggiunto:
M: “La mela si deteriora solo in quel punto lì, intorno, quindi rimane intera e resiste, e tu resisti”
M: “Quando sarai piena di morsi fammi sapere”
> “Quella volta cambieremo la mela piantando i semi e ne farò crescere un’altra”.
🍎🍏🍎🍏
🍋🍋🍋
P: “Potresti anche cercare il limone.
Se lo spruzzi sulla mela impedisce di ossidarsi e cicatrizza”
(grazie prof)
🍋🍋🍋
(G. classe quarta).

Gemma n° 2269

“Ho deciso di portare questa canzone perché è molto importante per me. Mi ricorda infatti il periodo di aprile-maggio 2016, quando mia nonna è venuta a mancare. Mia madre metteva sempre questa canzone, che rappresenta ora un periodo brutto della mia vita. Ero molto legata a mia nonna e perderla quando ero ancora piccola è stato motivo di grande tristezza. Nonostante questo la canzone mi ricorda anche il forte legame che avevo con lei e quindi, tristezza a parte, ogni volta che l’ascolto mi tornano in mente bei momenti” (M. classe seconda).

Gemma n° 2268

“Ho deciso di portare questo braccialetto perché mi è stato regalato dai miei genitori, dicendomi delle parole importanti. L’anno scorso mi si è rotto sul bus, mi era dispiaciuto e quindi ho chiesto a mio padre di portarlo a sistemare; quest’anno per il compleanno l’ho riavuto.
Questo bracciale, che io considero un po’ un compagno di squadra e un po’ me stessa, simboleggia una rottura tra la me del passato e quella di adesso, che dopo un momento difficile è diventata più forte” (G. classe seconda).

Gemma n° 2267

“Per la Gemma di quest’anno ho deciso di portare il mio primo body di twirling. Può darsi che qualcuno di voi si stia chiedendo “cos’è il twirling?”, ora ve lo spiego io così vi risparmiate il tempo della ricerca. Il twirling è una disciplina agonistica tecnico-combinatoria che esalta i fattori fisici individuali, mettendo in evidenza l’aspetto estetico del movimento. Unisce a movimenti propri della danza, ginnastica ritmica ed artistica, l’uso di un bastone che viene lanciato in aria o fatto roteare sul corpo. Ma il twirling non è solo uno sport, è anche un’ arte.
Arte perché si richiede stile e bellezza, sport perché combina intensa coordinazione nel mantenere il bastone in movimento mentre il corpo si muove con grazia, attraverso vari movimenti adattati con interpretazione musicale, alti livelli di concentrazione e sforzo fisico.
Io pratico questo sport da ormai 12, quasi 13, anni, quindi dalla stagione 2010/2011; ho deciso di portare il primo body proprio perché per me ha un ricordo veramente speciale, per me è l’inizio di una storia che va avanti da tempo. Per me il twirling è tutto, è una valvola di sfogo quando tutto va male, parecchie volte mi sono anche arrabbiata, sono caduta molte volte, a volte mi sono fatta così tanto male che ho pensato “no ora smetto, non ce la faccio più”, ma poi ho pensato, “voglio veramente buttare via tutti questi anni di sforzo”? La risposta era sempre no, quindi mi sono rialzata, mi sono fatta forza e sono andata avanti. Quando le persone mi chiedono “ma non ti sei stufata? É dodici anni che vai avanti” la risposta è NO, perché io mi ricordo ancora la me bambina che sognava di arrivare in nazionale, e adesso ce la sto facendo, sto realizzando il mio sogno. La me di 11/12 anni fa non avrebbe mai immaginato di arrivare fino a qui, la me che indossava questo body, non avrebbe mai pensato che potesse accadere una cosa così grande. Quindi questo body per me è tutto, qua rivedo tutti i miei ricordi passati, e spero in futuro di vederne ancora di più belli”.
(S. classe seconda).

I monaci e TikTok

Fonte immagine

Un interessante articolo de Il Post, pubblicato l’11 marzo.

“Tra gli oltre 7 milioni di utenti di TikTok in Cambogia c’è una piccola nicchia, quella dei monaci buddisti, che lo usano perlopiù per diffondere i principi del buddismo theravada, la scuola più antica e prevalente nel paese. Il problema è che il codice monastico ha regole molto rigide, pensate per evitare che i monaci attirino l’attenzione su di sé: una cosa che contrasta nettamente con il modo in cui funziona TikTok e con il senso stesso dei social network.
Per questi motivi, come ha raccontato il sito di news internazionali Rest of World, di recente fra i religiosi è nato un dibattito che riguarda proprio l’utilizzo di TikTok: c’è chi lo ritiene un canale utile per coinvolgere più fedeli, e chi invece lo reputa uno strumento controverso e da usare con grande cautela, se non da evitare.
Tra i monaci buddisti cambogiani che hanno un account su TikTok ci sono Bo Pisey e Hak Sienghai: entrambi vivono in un monastero a Battambang, nel nord-ovest del paese, e hanno rispettivamente più di 132mila e 550mila follower. Nella gran parte dei casi sia loro sia gli altri monaci postano foto di momenti di preghiera o video in cui parlano degli insegnamenti del Buddha e del percorso che i buddisti dovrebbero seguire per metterli in atto (Dharma). Ogni tanto però condividono anche video che vanno al di là della religione, per esempio quelli in cui incontrano i turisti o in cui si riprendono assieme agli animali.
In certi casi poi gli account TikTok dei monaci, soprattutto quelli dei novizi, sono molto simili a quelli delle altre persone adolescenti: ci sono selfie, video spiritosi e foto che in qualche caso sembrano voler attirare attenzioni non esattamente religiose, per esempio mostrando i monaci a petto nudo.
In Cambogia più di un terzo della popolazione usa TikTok. Da tempo i monaci usavano social network come Facebook e YouTube per diffondere i loro insegnamenti e condividere video in cui parlavano di temi vari. Con TikTok, che si basa prevalentemente sui contenuti che sono di moda e diventano facilmente virali, la loro posizione però è un po’ più scomoda. Le violazioni del codice monastico adottato dai monaci buddisti nel Sud-est asiatico infatti possono comportare punizioni che vanno dai blandi richiami fino all’espulsione dall’ordine.
I principi del buddismo theravada prevedono tra le altre cose che i monaci non possano fare sesso, non debbano uccidere né rubare; anche i novizi sono poi tenuti a seguire altri precetti, tra cui non danzare, non cantare e in generale mantenere un comportamento estremamente sobrio e rispettoso. Come ha spiegato a Rest of World Yon Seng Yeath, vice rettore di un’università buddista di Phnom Penh, la capitale del paese, almeno la metà di queste regole è pensata per fare in modo che i monaci non attirino l’attenzione su di sé: un principio che sembra essere molto difficile da rispettare su un social network in cui è facile raggiungere rapidamente un pubblico molto ampio, al di là delle intenzioni del singolo.
Bo Pisey sostiene di voler solo diffondere il Dharma e di non voler ricavare nient’altro dal suo profilo di TikTok, che ritiene un buono strumento per interagire con le persone, se usato bene. Hak Sienghai dice che è naturale utilizzare TikTok, in un mondo in cui la tecnologia ha rivoluzionato il modo di comunicare con le persone: sostiene di volersi avvicinare ai follower ma non troppo, e spiega di voler essere un esempio per giovani monaci che potrebbero non usare i social nella maniera più opportuna.
Altri monaci sostengono invece che mettersi in mostra su TikTok sia contrario ai valori buddisti, e che soprattutto i novizi non dovrebbero usarlo per non distrarsi dallo studio degli insegnamenti. C’è poi chi propone di introdurre un codice di condotta, come il monaco San Pisith, che al momento studia in Estonia: San Pisith non si dice in favore di un divieto totale, ma per esempio suggerisce che i contenuti condivisi siano esclusivamente didattici.
Seng Yeath fa anche parte dell’autorità regionale dei monaci, che ha il compito di vigilare sul loro comportamento in 4 delle 25 province della Cambogia e stabilire eventuali punizioni in caso di infrazioni. Finora non ci sono state grosse punizioni contro i monaci che condividevano contenuti su TikTok, ha spiegato: sono state osservate solo piccole violazioni, come aver cantato o ballato, che di norma sono state punite solo con l’obbligo di chiedere scusa al tempio. Alcuni gesti, conclude, sono considerati comunque meno gravi se fatti dai giovani.”

Gemma n° 2266

“Come gemma ho deciso di portare una canzone che ho iniziato ad ascoltare da un po’ di mesi.
Già dal mio primo ascolto ciò che mi ha colpita sono state le parole usate e il loro forte significato. Il fatto che sia una canzone che parla di una cosa a me così vicina è stata una delle cose che mi ha fatto avvicinare sempre di più, capendo piano piano che cosa davvero volesse dire.
Questa canzone mi ricorda tante cose, come il fatto che la diversità non è qualcosa da nascondere, piuttosto qualcosa da celebrare” (P. classe terza).