Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Gemme, Letteratura, musica, sfoghi

Gemme n° 297

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«E’ una follia odiare tutte le rose perché una spina ti ha punto, abbandonare tutti i sogni perché uno di loro non si è realizzato, rinunciare a tutti i tentativi perché uno è fallito. E’ una follia condannare tutte le amicizie perché una ti ha tradito, non credere in nessun amore solo perché uno di loro è stato infedele, buttare via tutte le possibilità di essere felici solo perché qualcosa non è andato per il verso giusto. Ci sarà sempre un’altra opportunità, un’altra amicizia, un altro amore, una nuova forza. Per ogni fine c’è un nuovo inizio.» Ho deciso di portare queste frasi per augurare a tutti voi di trovare la forza di rialzarvi dopo un brutto periodo. Beh, le frasi si spiegano da sole. Magari può sembrarvi banale, potete pensare che sono le solite frasi di incoraggiamento, ma io ho deciso di presentarle ugualmente perché ogni tanto può essere utile sentirle nuovamente, soprattutto all’inizio dell’anno scolastico quando arrivano le prime insufficienze…”. Questa è stata la gemma di L. (classe quarta).
La cantante Alice in “Prospettiva Nevskij”, una canzone che adoro scritta da Franco Battiato, dice alla fine “Il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire”. Uno sforzo che penso valga la pena fare…

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Gemme n° 211

La mia gemma è un pezzo francese di musica elettronica, uno dei miei preferiti, anche perché si diversifica dagli altri: non serve solo per far ballare, trasmette emozioni e sensazioni, e cerca di raccontare una storia interpretabile personalmente. Per me è la storia della fenice: nasce, raggiunge l’apice, muore, e poi, verso la fine, rinasce… Mi dà felicità ed energia.” Questa la gemma di M. (classe quinta).
Propongo una citazione di Singer, tratta da “Io non mi affido agli uomini”: “Non si stancava mai di guardare sorgere il sole: rosso acceso, dorato, lavato nelle acque del grande mare. Il sole nascente gli ispirava sempre lo stesso pensiero: a differenza dell’astro celeste, il figlio dell’uomo non si rinnova mai e per questo è destinato alla morte. L’uomo ha ricordi, rimorsi e rancori che si accumulano dentro di lui come strati di polvere finché gli impediscono di ricevere la luce e la vita che discende dal cielo. Il creato, invece, si rinnova costantemente. Se il cielo si rannuvola, poi si rasserena. Il sole tramonta, ma ogni mattino rinasce. Le stelle o la luna non recano le tracce del tempo. La continuità del processo di creazione della natura non appare mai tanto ovvia come all’alba, quando cade la rugiada, gli uccellini cinguettano, il fiume s’infiamma, l’erba è umida e fresca. Felice è l’uomo che sa rinnovarsi insieme al creato.”

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Gemme n° 172

Ero partita con l’idea di curare bene la gemma da portare, poi nella stesura dell’idea mi sono accorta che non sarei stata capace di esprimermi, quindi ho optato per questa canzone perché mi piace ed è bella”. Abbiamo quindi ascoltato il pezzo dei DragonForce proposto da J. (class terza); le ho poi chiesto se almeno poteva dirci su cosa verteva la gemma originale, ha risposto: “Sul concetto di non arrendersi!”.
Commento con un’altra canzone dello stesso gruppo, in cui si sente: “Alzati e combatti, ora e per sempre, avanza nel cielo notturno con il desiderio dell’alba” (Black fire).

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Shomèr ma mi-llailah

Ancora un post con video (ho scelto la versione live per la gustosa intro del Guccio), testo e mia riflessione.

SHOMÈR MA MI-LLAILAH (Francesco Guccini, Guccini)
La notte è quieta senza rumore, c’è solo il suono che fa il silenzio
e l’aria calda porta il sapore di stelle e assenzio,
le dita sfiorano le pietre calme calde d’un sole, memoria o mito,
il buio ha preso con sé le palme, sembra che il giorno non sia esistito…
Io, la vedetta, l’illuminato, guardiano eterno di non so cosa
cerco, innocente o perché ho peccato, la luna ombrosa
e aspetto immobile che si spanda l’onda di tuono che seguirà
al lampo secco di una domanda, la voce d’uomo che chiederà:
Shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell
shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell
shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell…
Sono da secoli o da un momento fermo in un vuoto in cui tutto tace,
non so più dire da quanto sento angoscia o pace,
coi sensi tesi fuori dal tempo, fuori dal mondo sto ad aspettare
che in un sussurro di voci o vento qualcuno venga per domandare…
e li avverto (sento), radi come le dita, ma sento voci, sento un brusìo
e sento d’essere l’infinita eco di Dio
e dopo innumeri come sabbia, ansiosa e anonima oscurità,
ma voce sola di fede o rabbia, notturno grido che chiederà:
Shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell
shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell
shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell…
La notte, udite, sta per finire, ma il giorno ancora non è arrivato,
sembra che il tempo nel suo fluire resti inchiodato…
Ma io veglio sempre, perciò insistete, voi lo potete, ridomandate,
tornate ancora se lo volete, non vi stancate…
Cadranno i secoli, gli dei e le dee, cadranno torri, cadranno regni
e resteranno di uomini e idee, polvere e segni,
ma ora capisco il mio non capire, che una risposta non ci sarà,
che la risposta sull’avvenire è in una voce che chiederà:
Shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell
shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell
shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell
shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell
shomèr ma mi-llailah, shomèr ma mi-lell, shomèr ma mi-llailah, ma mi-lell…

L’ispirazione è la Bibbia, e precisamente pochi versi di Isaia 21,11-12, definiti da Guccini “una pagina di un’umanità incredibile”:
Oracolo su Duma.
Mi gridano da Seir:
«Sentinella, quanto resta della notte?
Sentinella, quanto resta della notte?».
La sentinella risponde:
«Viene il mattino, poi anche la notte;
se volete domandare, domandate,
convertitevi, venite!».”
Sono versi piuttosto criptici che qualcuno non riesce neppure ad attribuire al profeta Isaia. In effetti alla domanda posta da alcuni viandanti, pellegrini o semplicemente dei passanti (potrebbero essere degli abitanti della Duma, un’oasi della parte settentrionale dell’Arabia) alla sentinella, al guardiano, si contrappone una risposta ben poco convincente: si chiede quanto manca all’alba, anzi quante ore ci sono ancora di buio (probabilmente in riferimento al dominio assiro), e si ottiene quella che pare una banalità, cioè che il mattino verrà e poi ad esso seguirà di nuovo la notte (ci sarà sollievo all’oppressione assira, ma seguirà un’ulteriore periodo buio). Nient’altro se non l’invito a continuare a domandare, a non scappare, e a convertirsi…
La canzone si apre con un’ambientazione notturna desertica aperta ai sensi: il suono del silenzio, il calore dell’aria e delle pietre, il sapore di assenzio, il buio che nasconde le palme e fa dimenticare il giorno passato. Il protagonista che parla in prima persona è la sentinella, la vedetta, il custode illuminato di non si sa cosa: è in ricerca della luna ombrosa, una ricerca che sembra vana visto il buio che inghiotte tutto. La sentinella è ferma, immobile: ci sarà una domanda come un lampo secco e accecante che genererà un’onda di tuono. “A CHE PUNTO E’ LA NOTTE?”. La sentinella è in un non-spazio (“fermo in un vuoto in cui tutto tace… coi sensi tesi fuori dal mondo) e non-tempo e non-sentire (“da secoli o da un momento fermo… non so più dire da quanto sento angoscia o pace, coi sensi tesi fuori dal tempo”) in attesa della domanda. Inizia a sentire qualcosa, confuso e vago, un brusio: percepisce anche sé non come chiara voce di Dio (il profeta), ma una sua eco infinita. Già l’eco rimanda al senso dell’eternità, del ripetersi continuo: qui è accentuato dall’aggettivo infinita. E arriva la domanda, misto di fede e rabbia, comunque non sussurrata, ma gridata: “A CHE PUNTO E’ LA NOTTE?”.

Mi vengono alla mente le parole di Turoldo nella sua “La notte del Signore” (qui per intero).
“Perfino gli olivi piangevano
quella Notte, e le pietre
erano più pallide e immobili,
l’aria tremava tra ramo e ramo
quella Notte.
E dicevi:
«Padre, se è possibile…». Così
da questa ringhiera
quale un reticolato da campo
di concentramento, iniziava
la tua Notte.
Si è levata la più densa Notte
sul mondo: tra questa
e l’altra preghiera estrema:
«Perché, ma perché, mio Dio…».
Notte senza un lume: disperata
tua e nostra Notte. «Perché…?».

Pubblicato in: Filosofia e teologia, Letteratura, Società

Due e uno

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In India si dice che l’ora più bella è quella dell’alba, quando la notte aleggia ancora nell’aria e il giorno non è ancora pieno, quando la distinzione fra tenebra e luce non è ancora netta e per qualche momento l’uomo, se vuole, se sa fare attenzione, può intuire che tutto ciò che nella vita gli appare in contrasto, il buio e la luce, il falso e il vero non sono che due aspetti della stessa cosa. Sono diversi, ma non facilmente separabili, sono distinti, ma non sono due. Come un uomo e una donna, che sono sì meravigliosamente differenti, ma che nell’amore diventano Uno.” (Tiziano Terzani)

Auguri a Marianna e Gianfranco e a tutti coloro che si amano.