Gemme n° 196

Ho portato questa canzone di Adele per parlare del periodo in cui ero in un’altra scuola, quando la ascoltavo sempre. Ho portato anche una foto e una lettera che mi è stata scritta. E’ molto importante e la leggo sempre”. Non è costata poca fatica a C. (classe terza) leggere quella lettera; non la riporto, ma posso dire che parlava di vicinanza, di fiducia in se stessi, di permettere agli altri di scoprire il tesoro che ciascuno di noi è, anche se a volte nascosto sotto uno strato di sofferenze.
Un breve racconto di Bruno Ferrero:
«“Disse un’ostrica a una vicina: “Ho veramente un gran dolore dentro di me. E’ qualcosa di pesante e di tondo, e sono stremata”.
Rispose l’altra con borioso compiacimento: “Sia lode ai cieli e al mare, io non ho dolori in me. Sto bene e sono sana sia dentro che fuori”.
Passava in quel momento un granchio e udì le due ostriche, e disse a quella che stava bene ed era sana sia dentro che fuori: “Si, tu stai bene e sei sana; ma il dolore che la tua vicina porta dentro di sé è una perla di straordinaria bellezza”.”
E’ la grazia più grande, quella dell’ostrica. Quando le entra dentro un granello di sabbia, una pietruzza che la ferisce, non si mette a piangere, non strepita, non si dispera. Giorno dopo giorno trasforma il suo dolore in una perla: il capolavoro della natura.» (da Quaranta storie nel deserto).

Gemme n° 195

Ho portato come gemma la canzone dei Queen per parlare di mio nonno con cui ho un ottimo rapporto di amicizia: c’è sempre stato per me, sia nei momenti belli che in quelli brutti, ci tiene tanto a me e io a lui. Mi veniva sempre a trovare anche se era lontano; due anni fa ha avuto problemi al cuore, ed è stato uno dei periodi più brutti della mia vita. Ora sta bene anche se è un po’ giù di morale, vorrei aiutarlo e stargli vicino come lui ha fatto con me”. Questa la gemma di G. (classe terza).
A commento faccio un tuffo nel passato: 1990, Zecchino d’Oro.

Gemme n° 194

La gemma di A. (classe quinta): “Non è stato facile trovare una cosa adatta da portare, avevo pensato a una foto o a delle frasi, ma mi sembravano forzate o non adatte al momento. Ho trovato qualcosa che sento giusto portare in questo momento, perché questa canzone riesce a rilassarmi e a farmi stare bene. La interpreto non in riferimento a una storia d’amore: quando ci sentiamo sovrastati dai problemi a volte la cosa più semplice ed efficace è stendersi e dimenticare il mondo. Quando le parole non servono, stendersi e avere una persona accanto può essere la migliore terapia, e quelle persona può essere un amico, un moroso o un parente… Può essere anche semplicemente la natura: starci in mezzo anche da sola mi dà molto, anche se oggi ce ne stiamo allontanando sempre più. Ho scelto questa versione del video anche per questo”.
Mentre A. parlava, avevo in testa un’idea non ben precisa di una frase di Cioran che avevo letto da qualche parte tempo fa. Ci è voluto un po’, ma alla fine l’ho recuperata: “Il vero contatto fra gli esseri si stabilisce solo con la presenza muta, con l’apparente non-comunicazione, con lo scambio misterioso e senza parole che assomiglia alla preghiera interiore” (L’inconveniente di essere nati).

Gemme n° 191

Questa canzone per me è molto significativa perché mi fa pensare al rapporto speciale con una persona importantissima. L’ho ascoltata in aeroporto in attesa della partenza per Londra con la classe. Dovendo restare senza vederlo per una settimana, ho pensato al momento magico dell’incontro con lui al rientro”. La canzone “Insieme” di Jovanotti è stata la gemma di G. (classe terza).
Ho conosciuto una ragazza vent’anni fa; non immaginavo in quel momento che sarebbe diventata mia moglie. Ma quanto sento i miei studenti parlare dell’amore, è lei che mi viene in mente. Le parole della canzone sono perfette: “ci incontriamo come barche che poi sfiorano poi via, un saluto da lontano, poi un’eterna nostalgia. Non è vero che si cambia, si peggiora casomai, si induriscono le arterie e si sciolgono i ghiacciai. Non ho un nome, non ho un posto, non mi abituo ad andar via, tengo dentro e porto appiccicato addosso quell’istante di magia quando siamo come ora, insieme, quando siamo io e te, insieme, in un attimo che dura per sempre”.

Gemme n° 187

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La mia gemma sono i miei nonni: appena nata ne avevo 11, tra nonni e bisnonni. Da piccola mio padre era in giro per lavoro e quindi, con la mamma, mi capitava di passare molto tempo insieme a loro. Mi trovo benissimo a parlare e confrontarmi con i nonni”. Queste sono state le parole con cui E. (classe terza) ha commentato le foto della sua gemma.
Sarà che sono affezionato a mio nonno che non c’è più, ma le pagine del libro “L’estate alla fine del secolo” di Fabio Geda le ho divorate in pochi giorni. Un bel libro, una bella storia, una lettura godibilissima. Due figure affascinanti, un nonno e un nipote; in mezzo tanti altri rapporti, tra genitori e figli, tra fratelli, tra amici, tra amanti, tra conoscenti, a volte facili, a volte complessi, come nella vita d’altronde. La maggior parte del libro è ambientato in Liguria, ma compaiono anche quadri siciliani e piemontesi. E poi alcune cose che amo: la montagna, i fumetti, la materia, i libri, le solitudini, il lago, il passato. Riporto un passaggio che mi ha particolarmente colpito: “Io, allora, mi sedevo di lato, così da scorgere un riflesso di luce nei suoi occhi, perché era come se lì si rispecchiasse una storia che, in qualche modo, era anche mia. Mi cercavo in lui, nelle rughe, nei gesti, nelle unghie e nell’odore, ma quasi mai mi trovavo. Mentre lo sguardo – perdio – quello era mio: ne avrei riconosciuto l’inclinazione e il peso tra mille. Solo la direzione era diversa. Io mi perdevo nel futuro. Lui in ciò che era stato.”

Gemme n° 185

bardoDopo le lezioni sul buddhismo ho voluto approfondire l’argomento con la lettura del Bardo todol, Il “Libro tibetano dei morti”; l’ho portato come gemma perché al di là di quello che pensavo prima, lo ritengo interessante per chi sente di non trovare abbastanza nella cultura occidentale. E’ il viaggio dell’anima che non si separa solo dal corpo ma anche dal mondo in cui vive. Nella nostra società materialista penso sia importante per l’anima liberarsi da tutto, compresa la concezione di se stessa. Ne ho ricavato anche che il rapporto tra le persone è sempre molto importante e dovrebbe essere sempre disinteressato; l’aiuto reciproco è fondamentale: nel libro si spiega che i parenti del defunto hanno un ruolo di rilievo in quanto dovrebbero aiutarlo nel viaggio di liberazione.” Questa la gemma di D. (classe quarta).
Mi sposto di poco (Cina) e pesco alcune parole di Chuang Tzu:
Quando Lao Tzu morì, Ch’in Yi si recò al funerale. Urlò tre vole e se ne andò. Un discepolo gli chiese: «Non eri amico del nostro maestro?».
«Lo ero», rispose Ch’in Yi.
«Se è così, credi che quella sia una sufficiente espressione di dolore per la sua morte?», aggiunse il discepolo.
«Sì», disse Ch’in Yi. «Pensavo che egli fosse un uomo [mortale], ma ora so che non lo era… Il maestro giunse perché era il momento in cui doveva nascere; e partì perché era il momento di andare. Coloro che accettano il corso naturale e la sequenza delle cose e vivono obbedendovi sono oltre la gioia e il dolore».” (La conservazione della vita).

Gemme n° 182

Ho portato questa canzone perché “The script” sono la mia band preferita, e questo brano mi piace in particolare. Sono poco conosciuti, ma io penso che siano veramente bravi”. Questa la presentazione della gemma da parte di M. (classe quarta). Ho cercato in rete la traduzione del brano e penso valga la pena riportarla perché sotto la gemma di M. c’è altro, scende una lacrima dai miei occhi e le mando un abbraccio:
Se potessi vedermi ora, se potessi vedermi ora
Era il 14 febbraio, San Valentino, arrivarono le rose, ma ti portarono via
Tatuato sul mio braccio c’è un amuleto per disarmare il male
Devo rimanere calmo, ma la verità è che te ne sei andato
E non avrò mai l’opportunità di farti sentire queste canzoni
Papà, dovresti vedere tutti i tour che faccio!
Ti vedo vicino alla mamma, cantate insieme, sotto braccio
E ci sono giorni in cui perdo la fede
Perché quell’uomo non era buono, era grandioso
Mi diceva “La musica è il rifugio per il dolore”
e mi spiegava, benché fossi giovane mi diceva
“Prendi quella rabbia, scrivila su un foglio, porta il foglio sul palco e fai saltare il tetto!”
Sto provando a renderti orgoglioso facendo tutto quello che hai fatto tu
Spero che tu sia lassù con Dio dicendo “Quello laggiù è il mio ragazzo!”
Cerco ancora il tuo volto tra la folla oh se solo potessi vedermi ora
Ti vergogneresti di me, o mi faresti un inchino, oh se solo potessi vedermi ora
Se poteste vedermi ora mi riconoscereste?
Mi dareste delle pacche sulla schiena o mi critichereste?
Seguireste tutti i solchi del mio viso provocati dalle lacrime
Mettereste la mano sul mio cuore che è freddo
sin dal giorno in cui vi hanno portati via da me
Lo so che ne è passato di tempo ma vorrei sentirvi dire che bevo e fumo troppo
ma se non potete vedermi ora questa merda è una routine
Mi dicevate che non avrei riconosciuto un vento prima che mi avesse colpito
e che avrei conosciuto il vero amore solo se avessi amato e l’avessi perso.
Se tu hai perso una sorella, qualcuno ha perso una madre
e se hai perso un padre, qualcuno ha perso un figlio
E mancano, mancano tutti
Se avete un secondo per guardarmi da lassù, mamma, papà, mi mancate
Cerco ancora il tuo volto tra la folla oh se solo potessi vedermi ora
Ti vergogneresti di me, o mi faresti un inchino oh se solo potessi vedermi ora
Mi chiameresti un santo o un peccatore?
Mi amereste comunque se fossi un perdente o un vincitore?
Ogni qual volta che mi guardo allo specchio
Ci assomigliamo così tanto, e la cosa mi fa venire i brividi”

Gemme n° 181

Mi hanno mostrato questo video a Londra, e lo porto anche se non è il mio genere. Mi ha colpito la frase Io sapevo già che ti avrei amato anche se non ti conoscevo”. Questa la gemma di M. (classe quarta). Il testo dei Savage Garden a un certo punto dice più o meno: “Non ci sono poesia o ragione, solo questo senso di completamento e nei tuoi occhi vedo i pezzi mancanti che sto cercando. Penso di aver trovato la strada di casa, so che potrebbe suonare più di una piccola pazzia ma io ci credo.” Pubblico un video che ho trovato in rete: l’interpretazione può essere molteplice. Personalmente gli ho dato il senso della bellezza del camminare insieme e non in funzione dell’altro, alla pari e non su un piedistallo o a livello di uno zerbino…

Gemme n° 178

Questa gemma, insieme alla precedente e alle prossime due, sembra formare un poker sullo stesso tema; il bello è che la cosa è assolutamente casuale. F. (classe terza) ha presentato la sua affermando che “questa canzone insegna a combattere senza mai arrendersi, anche nei momenti più difficili della vita, sia per se stessi che per chi si ama”.
Un giorno tornerò sulla canzone che cito qui… ora non mi soffermo. La considero un capolavoro di Vinicio Capossela. La cura, la protezione, la lotta.

Non dormo, ho gli occhi aperti per te. Guardo fuori e guardo intorno. Com’è gonfia la strada di polvere e vento nel viale del ritorno… Quando arrivi, quando verrai per me guarda l’angolo del cielo dov’è scritto il tuo nome, è scritto nel ferro nel cerchio di un anello… E ancora mi innamora e mi fa sospirare così. Adesso e per quando tornerà l’incanto.
E se mi trovi stanco, e se mi trovi spento, sei meglio già venuto e non ho saputo tenerlo dentro me.
I vecchi già lo sanno il perché, e anche gli alberghi tristi, che il troppo è per poco e non basta ancora ed è una volta sola. E ancora proteggi la grazia del mio cuore adesso e per quando tornerà l’incanto. L’incanto di te… di te vicino a me. Ho sassi nelle scarpe e polvere sul cuore, freddo nel sole e non bastan le parole.
Mi spiace se ho peccato, mi spiace se ho sbagliato. Se non ci sono stato, se non sono tornato. Ma ancora proteggi la grazia del mio cuore, adesso e per quando tornerà il tempo… Il tempo per partire, il tempo di restare, il tempo di lasciare, il tempo di abbracciare.
In ricchezza e in fortuna, in pena e in povertà, nella gioia e nel clamore, nel lutto e nel dolore, nel freddo e nel sole, nel sonno e nell’amore.
Ovunque proteggi la grazia del mio cuore. Ovunque proteggi la grazia del tuo cuore. Ovunque proteggi, proteggimi nel male. Ovunque proteggi la grazie del tuo cuore.”

Gemme n° 177

bisottiNonostante abbia pensato da un po’ a come fare la gemma, risulterà essere improvvisata. Ho scritto in corriera su quanto valga la pena lottare per chi amiamo. Nel libro «Il quadro mai dipinto» Massimo Bisotti scrive: «Siamo tutti universi danneggiati. Da qualcosa o qualcuno siamo stati danneggiati. Dal poco amore o dalle troppe paure, forse, o da chi ci ha promesso certezze scoppiate in volo come pezzi di vetro negli occhi. Le persone più incantevoli al mondo hanno sempre un vissuto complesso. Sono spesso le più difficili da amare ma anche quelle che sanno dare di più. Le persone incantevoli hanno vinto il disincanto e per vincere il disincanto ci vuole tanto coraggio, lo stesso che serve per i sentimenti. Io lo pensai anche di Vivien quando la conobbi. Pensai che per essere così incantevole doveva aver vinto molte volte il disincanto». Era da un po’ che riflettevo su questi temi sentendo molti che mi raccontano di persone che si lasciano per nulla e senza lottare. A questo punto desidero proporre questo video:

Ho fatto una riflessione su quanto valga la pena lottare per certi amori. Viviamo in una società dinamica, dove la ricchezza, i valori materiali, il benessere economico sono diventati più importanti della felicità individuale. Viviamo in un mondo che aiuta chi continua a rinunciare, piuttosto che chi cerca di combattere per i propri sogni. In questo mondo ho pensato a uno dei sentimenti umani più forti: l’amore. Vedo troppo spesso matrimoni ancora salvabili che finiscono, perché non si ha il coraggio di lottare. Vedo persone che si lasciano perché così è più semplice, perché così non si rischia di soffrire, ma queste sono soltanto futili giustificazioni. Preferisco le persone che rischiano, lottano e magari cadono. La mia riflessione vuole spronare le persone a lottare per quello che amano e soprattutto per chi amano, perché si vive una volta sola ma se lo fai bene una volta sola basta.
Nel video i due protagonisti litigano, si dividono, poi rivedono i momenti belli e riescono a tornare insieme, non hanno rinunciato dopo il momento difficile
Ancora nel libro: «La gente che se n’è andata se ne riandrà. Altrimenti non sarebbe andata via quando poteva restare. E’ che in amore non impariamo mai niente dall’esperienza, e come tutte le cose meravigliose da una parte questo ci salva e dall’altra ci annienta. Avresti dovuto affrontare solo il peso di spostare una sedia, sederti di fronte alla paura e vedere il mio corpo che ti amava, le nostre anime abbracciarsi smettendo di lottare, intrecciate in una per rimanere. E’ inutile illudersi, perso l’attimo niente è più uguale. La gente torna ma le cose non ritornano com’erano, la gente torna ma non si può tornare indietro per ripartire da un momento che è ormai svanito nel tempo».
E più avanti: «Ci sono persone a cui sarai legato per tutta la vita da un filo invisibile e indistruttibile. Non importa se ci avete provato mille volte e mille volte è andata male. Non importa se avete litigato, se non vi siete capiti, se la vita vi ha diviso in più occasioni. Qualsiasi cosa accada, qualsiasi siano gli ostacoli che il destino vi pone davanti, troverete sempre, sempre il modo di restare. Nonostante tutto. Perché siamo fatti per stare con pochi, e certi legami sfuggono alla corrosione del tempo.»
A questo punto una scena di «Amori e altri rimedi», di cui mi interessa particolarmente l’ultima frase che viene detta.

Concludo con le due ultime citazioni dal libro: «Io di sedie vuote ne ho avuta piena la vita e non ne voglio più. Ma, credimi, la persona più importante per te sarà laggiù, seduta in un’ultima fila. Sarai tu che in mezzo a tanti occhi, con la forza del tuo sguardo, non perderai di vista i suoi e andrai a prenderla. E ad ogni passo farai la stessa scelta, fra mormorii, bisbigli, commenti e scommesse su quanto durerà. La porterai davanti alla tua vita per farla stendere di fianco alla tua anima. E lì dirai: “Che lo spettacolo abbia inizio adesso. Adesso che ci sei tu”».
E «Magari è tardi ma se non fosse così… voglio solo dirti che io ci sarò, ci sarò sempre, un sempre che non mente e che non fa paura. Mi troverai, mi troverai ogni volta. Non importa con chi sarò, dove sarò, cosa starò facendo in quel momento. Non importa se avrò fatto un solo passo in avanti, oppure cento, oppure centomila ancora. Io ci sarò, custodirò il tuo essere speciale, proprio io che non credo negli angeli. Lo difenderò da questo mondo che distrugge. E per quanti passi avanti io abbia fatto, ne basterà sempre e solo uno indietro per raggiungerti. Questa è la mia promessa».”
La gemma di D. (classe quinta) è molto ricca. Aggiungo una citazione di “Due destini”, canzone dei Tiromancino: “Ti ricordi i giorni chiari dell’estate quando parlavamo fra le passeggiate, stammi più vicino ora che ho paura perché in questa fretta tutto si consuma, mai non ti vorrei veder cambiare mai. Perché siamo due destini che si uniscono stretti in un istante solo, che segnano un percorso profondissimo dentro di loro superando quegli ostacoli se la vita ci confonde solo per cercare di essere migliori, per guardare ancora fuori, per non sentirci soli. Ed è per questo che ti sto chiedendo di cercare sempre quelle cose vere che ci fanno stare bene, mai io non le perderei mai. Perché siamo due destini che si uniscono stretti in un istante solo, che segnano un percorso profondissimo dentro di loro superando quegli ostacoli che la vita non ci insegna solo per cercare di essere più veri, per guardare ancora fuori, per non sentirci soli.”

Gemme n° 171

ciondoloHo portato come gemma il ciondolino regalatomi da mia nonna, che è ammalata di tumore. Pur sentendola poco, la sento molto vicina; pur non avendo ricevuto molta speranza dai medici, lei mi ha insegnato quanto sia importante lottare. Mi dà forza e mi fa capire che tutti gli ostacoli si possono superare, o quanto meno relativizzare”. Con queste parole S. (classe seconda) ha presentato il proprio lavoro ai compagni di classe.
Affermava Pier Paolo Pasolini: “La mia è una visione apocalittica. Ma se accanto ad essa e all’angoscia che la produce, non vi fosse in me anche un elemento di ottimismo, il pensiero cioè che esiste la possibilità di lottare contro tutto questo, semplicemente non sarei qui, tra voi, a parlare.”

Gemme n° 168

ludo

La mia gemma è formata da due foto in cui sono con mio fratello: lui è molto importante nonostante i litigi”. Questa la gemma di L. (classe seconda). Tanta la sintesi di L., tanto prolissi gli Articolo 31:

Io non so cosa pensavi quelle notti con papà ma grazie mamma ne hai fatti due su due. In famiglia eri il primo nato, il bambino aspettato coccolato e a tratti persino viziato, coccolato e pacchi su pacchi di ricchi natali, parenti sorridenti intenti a lasciare regali; e poi arriva il piccolo scassando ogni giocattolo, diventa lui la star, mettendo te in un angolo e la cagnara incombe fanfara e tromba. Lui mangia caga e piange, a te le colpe per tutto ciò che rompe. Con quel sorriso a quattro denti farabutto già dicevo tutto: dormo da angioletto e poi di notte non sto zitto. Botte dal soffitto, mami e papi svegli fino a prima mattina, negli occhi lo stesso svarione di sette anni prima, ogni vicina sentiva e diceva che sfiga, mamma coglieva la sfida con noi rideva e capiva che la congrega prendeva una nuova piega. Non ci si credeva al bordello che già si faceva, la casa a ferro e fuoco nel gioco di litigare, cane e gatto ma lo stesso modo di camminare. Non so cosa pensavi quelle notti con papà ma grazie mamma ne hai fatti due su due e due su due, che comunque vada mio fratello ci sarà grazie mamma grazie pà (yeeeh yeeeh)
Urlare a squarciagola fantasmi sotto le lenzuola, bambini non fate casino domani c’è scuola, ma mamma non c’è verso di fermare i ghostbusters. La cameretta è l’universo e noi siamo i masters, là fuori siamo soli non lo diamo a vedere ma abbiamo il vestito più strano di tutto il quartiere, gli zarri che ridevano in cortile ma era stile, ricordi come si giravano le ragazzine? quando si girava in coppia la stilosi li radoppia l’andatura zoppa e un’armatura dava forza per affrontare ogni sventura con la stessa frase in bocca: questo è mio fratello, bello sarà dura per chi me lo tocca, abbiamo il codice dei cavalieri non vedi? piuttosto scleri ma ci trovi sempre sinceri Milady per la città sfidando il proprio futuro, uno lo cantava sicuro l’altro scriveva su ogni muro, e la mia rivoluzione partiva da là, cane e gatto ma lo stesso sguardo di chi non ci sta. Non so cosa pensavi quelle notti con papà ma grazie mamma ne hai fatti due su due e due su due, che comunque vada mio fratello ci sarà grazie mamma grazie pà (yeeeh yeeeh)
[…]”

Gemme n° 167

fio

Ho voluto portare come gemma una lettera al giornale di Luciana Annibali, la donna sfregiata dall’acido su mandato dell’ex fidanzato. L’ho scelta perché spesso ancora si parla di violenza sulle donne e qui si riassume il significato dell’amore e del rispetto per altri”. Questa è stata la gemma di F. (classe quarta). Proprio dopodomani ricorre il secondo anniversario da quella sera. Desidero pubblicare alcune frasi pronunciate da Lucia in un’intervista: “Oggi questo viso è parte di me, della mia storia, posso solo ringraziarlo e volergli bene. Mi sono sudata ogni piccolissimo passo avanti per vederlo migliorare e oggi mi sento bella della mia dignità e del mio orgoglio. Per me non è una sconfitta quello che lui mi ha fatto. La sconfitta è sua. Oggi c’è una nuova Lucia… Alle donne voglio dire: voletevi bene, tanto, tantissimo… È questa la chiave, se ti vuoi bene non consenti a nessuno di trattarti come uno straccio. Dovete credere in voi stesse, sappiate che ogni atto di violenza subita non dipende mai da voi che amate l’uomo sbagliato, ma da lui che lo commette”.

Un dono spezzato

La scorsa settimana, nell’occasione del triduo pasquale, Avvenire ha pubblicato tre riflessioni di Alessandro D’Avenia. Pensavo di raccoglierle in un testo unico e metterle a disposizione, ma temo che in questa maniera le leggano in pochi. Allora, visto che oggi è giovedì, a una settimana di distanza, le pubblico con gli stessi tempi del quotidiano: in fin dei conti, i cristiani rivivono il triduo ogni domenica. La vita, il viaggio, l’amicizia, l’amore, la risposta alla domanda “chi è l’uomo?” sono al centro di questa riflessione; l’Odissea, Vasilij Grossman, Dante e, ovviamente, la Bibbia ne sono le fonti.

GIOVEDI’ SANTO
Giovedì Santo: l’uomo è quello che spezza il pane
Odisseo8«L’eroe multiforme, raccontami, Musa, che tanto vagò: / di molti uomini vide le città e conobbe i pensieri, / molti dolori patì sul mare nell’animo suo, / per acquistare a sé la vita e il ritorno ai compagni. / Ma i compagni neanche così li salvò, pur volendo: / con la loro empietà si perdettero». Nell’originale greco la prima parola dell’Odissea è «uomo», la seconda «raccontami».
Il poeta chiede alla Musa di dire, all’alba della cultura occidentale, “chi è l’uomo?”. Ci vorranno ben 24 libri per “raccontare” la risposta, anche se ci viene offerta un’eccellente sintesi nei pochi versi proemiali. Il poeta tratteggia tre caratteristiche: conoscere città e pensieri/costumi di uomini, patire dolori, al fine di acquistare la vita a sé e ai compagni. La poesia omerica dice l’essenziale: l’uomo è viaggiatore, curioso conoscitore del mondo, chiamato a “patire”, per tornare a casa. Casa è: “aver salva la vita” (psyché), ma non solo la propria, ma anche quella dei compagni (etàiroi): coloro con cui si condivide un obiettivo. Lo traduciamo con “compagno”, la cui radice (cum più panis) indica “qualcuno con cui si divide il pane”. L’identità dell’eroe non è ripiegata su se stessa, ma proiettata verso l’altro, salvare sé e i compagni sono un tutt’uno.
Dire Ulisse è dire i suoi compagni, i suoi amici, la sua terra. Itaca. Amico non è qualcuno da “aggiungere” su un social, ma con cui condividere il pane (non l’apparenza) nel tentativo di salvarsi e salvare. L’uomo è dato all’altro uomo per la salvezza. È un dato originario quanto la creazione, e quindi fonte insostituibile di originalità: gli amici ci costringono ad essere reali, custodendo e coltivando la nostra identità, unicità, vocazione. Gli amici ci tirano fuori dalle apparenze e ci ricordano che i nostri talenti non sono per auto-realizzare, ma per etero-realizzare. Lo dice in modo perfetto Vasilij Grossman in Vita e Destino: «L’amicizia è uno specchio in cui l’uomo si riflette. A volte, chiacchierando con un amico impari a conoscerti e comunichi con te stesso… Capita che l’amico sia una figura silente, che per suo tramite si riesca a parlare con se stessi, a ritrovare la gioia dentro di sé, in pensieri che divengono chiari grazie alla cassa di risonanza del cuore altrui. L’amico è colui che ti perdona debolezze, difetti e vizi, che conosce e conferma la tua forza, il tuo talento, i tuoi meriti. E l’amico è colui che, pur volendoti bene, non ti nasconde le tue debolezze, i tuoi difetti, i tuoi vizi. L’amicizia si fonda dunque sulla somiglianza, ma si manifesta nella diversità, nelle contraddizioni, nelle differenze. Nell’amicizia l’uomo cerca egoisticamente ciò che gli manca. E nell’amicizia tende a donare munificamente ciò che possiede».
Noi cristiani a volte riduciamo la Rivelazione a un programma morale, quando invece è il movimento (Amor che move dice Dante) che Dio ha impresso nel Ecce Homocreato, nel quale abbiamo il privilegio di essere inseriti e che possiamo assecondare o rifiutare. Solo chi si lascia catturare da questo movimento amoroso può portare la realtà a pieno compimento, la sua e quella degli altri: l’unico “pregiudizio” che un cristiano può avere sulla realtà è l’amore. Se ci si sottrae a questo movimento si diventa meno reali e si priva di realtà la realtà. L’amicizia, cioè l’affidamento dell’uomo all’altro uomo, è il versante umano di questo movimento. Chi è l’uomo? Risponde Pilato mostrando il flagellato: «Ecco l’uomo». Non è più il bell’eroe odissiaco, eppure anche Cristo ha conosciuto le città degli uomini e i loro pensieri, ha patito nel viaggio dell’incarnazione. A quale fine? Anche lui per salvare la vita dei suoi compagni, ma con una novità: rinunciando alla sua. Per questo non può trattarsi di un mito. Dice: «Non siete voi che mi togliete la vita, sono io che la dono». Lo scherniscono: «È stato capace di salvare gli altri, e non può salvare se stesso». Ulisse aveva salvato sé e i suoi compagni erano morti per la loro empietà. Cristo fa il contrario: rinuncia a salvare se stesso e salva noi: per la nostra empietà si fa empio lui. Infatti proprio nell’ultima cena ci definisce amici: «Vi ho chiamati amici perché vi ho detto le cose del Padre mio».
Il racconto di Cristo è la sua identità, il Figlio mostra il Padre: un racconto costato la vita. A uno dei suoi, che in quella cena dice «Mostraci il Padre e ci basta», risponde: «Chi vede me, vede il Padre». Ci chiama amici e, a tavola spezzando il pane, ci rende compagni del suo poema: l’obiettivo è salvare. E questo non solo nel suo breve passaggio sulla terra, ma oggi e sempre, diventato lui stesso “pane” per la compagnia (i due di Emmaus e tutti lo riconosceranno così). Chi non mangia quel pane non ha vita, non ha passione per il mondo, non ha l’amore come pregiudizio, non rende – attraverso l’amicizia – la realtà reale, ma la lascia precipitare nell’inconsistenza della morte.”

emmausConcludo con un mio piccolo contributo citando Cesare Pavese:
Piace di tanto in tanto avere un otre in cui versarvi e poi bervi se stessi: dato che dagli altri chiediamo ciò che abbiamo già in noi. Mistero perché non ci basti scrutare e bere in noi e ci occorra “riavere” noi dagli altri… Tu sei solo e lo sai. Tu sei nato per vivere sotto le ali di un altro, sorretto e giustificato da un altro… non basti da solo, e lo sai”.

C’è del buono

crocifissione bianca 240

Non so se nei prossimi giorni aggiornerò il blog. In alcuni periodi dell’anno stacco un po’. Mi piace l’idea di lasciare questa breve riflessione-citazione-abbinamento per questi giorni che precedono e poi seguono la Pasqua.
Sam: «È come nelle grandi storie, padron Frodo, quelle che contano davvero, erano piene di oscurità e pericolo, e a volte non volevi sapere il finale, perché come poteva esserci un finale allegro, come poteva il mondo tornare com’era dopo che erano successe tante cose brutte; ma alla fine è solo una cosa passeggera, quest’ombra, anche l’oscurità deve passare, arriverà un nuovo giorno, e quando il sole splenderà, sarà ancora più luminoso. Quelle erano le storie che ti restavano dentro, anche se eri troppo piccolo per capire il perché, ma credo, padron Frodo, di capire ora, adesso so: le persone di quelle storie avevano molte occasioni di tornare indietro e non l’hanno fatto; andavano avanti, perché loro erano aggrappati a qualcosa». Frodo: «Noi a cosa siamo aggrappati Sam?». Sam: «C’è del buono in questo mondo, padron Frodo: è giusto combattere per questo!»” (‘Il Signore degli anelli – Le due torri’).
Quella narrata da J. R. R. Tolkien è una storia inventata. Leggendo questo passo mi sono venute però alla mente le parole di una pensatrice che ha vissuto realmente e di cui ho scritto già diverse volte sul blog. Etty Hillesum, da perseguitata, afferma: “La barbarie nazista risveglia lo stesso tipo di barbarie in noi […]. Dobbiamo respingere quella barbarie da noi stessi, non dobbiamo coltivare l’odio interiormente perché, altrimenti, il mondo non riuscirà a fare un solo passo fuori dalla melma. Non che la nostra condotta contro il nuovo sistema debba essere ingenua e priva di principi, ma questa è un’altra faccenda. Combattere gli istinti malvagi che quella gente risveglia in noi è qualcosa di molo diverso da un ipotetico essere «oggettivi», dal vedere il cosiddetto «bene» nel nemico – fare questo è solo tergiversare e non ha niente a che fare con ciò che voglio dire. Ma si può essere veri militanti e agire con ricchezza di principi senza essere pieni di odio” (De nagelaten geschriften, tratto da Uno sguardo nuovo, Iacopini-Moser, pag. 29).

Gemme n° 157

jess«Ha nevicato anche l’anno scorso: ho fatto un pupazzo di neve, mio fratello l’ha buttato giù, e io ho buttato giù mio fratello. Poi, abbiamo preso il tè insieme.» (Dylan Thomas)
Ho voluto cominciare con questa citazione perché non credo ci sia modo migliore di descrivere il rapporto fra me e mio fratello.
Fin da piccoli, noi due siamo sempre stati agli antipodi su tutto, dal cartone animato preferito, al gusto della torta di compleanno, eccetera eccetera. Piccole cose, certo, ma che hanno sempre reso complicato ogni più piccolo confronto. Anche se tra fratelli è normale litigare, troppo spesso finivamo per urlarci contro per ore o per non parlarci del tutto per giorni; era come se mancasse qualcosa, come se, sotto sotto, io non conoscessi veramente quella persona che avevo visto nascere e crescere accanto a me. Quel “punto d’incontro” che serviva ad unirci è arrivato nella maniera più improvvisa e impensabile possibile: l’anno scorso, mia madre è stata male, e la nostra vita ha iniziato a cambiare. In quel periodo, in cui mio padre lavorava molto e mia madre non poteva occuparsi di noi, io e mio fratello ci siamo trovati spesso soli, ad aspettare in silenzio. Se devo essere del tutto sincera, inizialmente io credevo che lui non capisse appieno la situazione, o che semplicemente la ignorasse; quando però un giorno sono entrata in camera e l’ho trovato seduto sul letto che piangeva a dirotto, ho capito di avere di fronte a me una persona molto più intelligente e sensibile di quanto credessi. Principalmente però, era un bambino che aveva bisogno di conforto. Quella sera, io e lui siamo stati seduti l’uno di fronte all’altra a parlare per ore, sia di cose serie che di stupidaggini, e ci siamo un po’ scoperti a vicenda. Ho capito per la prima volta cosa volesse dire avere un fratello minore da proteggere, e ho giurato che l’avrei sempre fatto, perché so che, qualunque cosa accada, lui sarà sempre lì per me, pronto a difendermi e a sostenermi; perché alla fine non importa quante volte ci butteremo giù, l’importante è che uno sarà sempre pronto a risollevare l’altro e ad «offrigli una tazza di tè».”
Questa è stata la toccante gemma di J. (classe terza). Mi è venuta in mente una frase che arriva dal passato. Mio nonno adorava i film di Totò, di Franco e Ciccio e di Bud Spencer e Terence Hill. Nel film “Lo chiamavano Trinità” uno dei protagonisti afferma: “Come ti permetti lurido ladrone! Questi sono i miei fratelli e i miei fratelli li picchio solo io!”. Mi ha fatto sorridere, ma pure riflettere. I rapporti umani più profondi sono quelli sinceri, ma non è facile essere sinceri ed accettare la sincerità. Significa essere nudi davanti all’altro e nudità significa anche vulnerabilità. Ci vuole tempo per svestire gli abiti che fanno da corazza, ma una volta che si scopre la bellezza dell’altro non vi si rinuncia.

Gemme n° 156

Una delle mie canzoni preferite riguarda il difficile cammino di un figlio che si distacca dai genitori. Al padre sono associati lavoro e fatica, alla madre emozioni e sentimenti. Il figlio si stacca per delle incomprensioni. Ma la cosa bella è che alla fine, in un momento di debolezza, li cerca ancora”.
Questa la gemma e la preferenza musicale di G. (classe quinta). Il mio pensiero è andato a una canzone dedicata da un padre alla figlia: Francesco Guccini scrive per Teresa il brano “Culodritto”. In Emilia quando un giovane guarda con disapprovazione e un po’ puntuto un adulto e se ne va, si dice “andarsene a culodritto”. Nella canzone emergono le differenze generazionali, gli assolutismi adolescenziali, le insofferenze genitoriali, ma soprattutto quella fiducia finale di cui ha parlato anche G. Adoro questo brano.


Ma come vorrei avere i tuoi occhi, spalancati sul mondo come carte assorbenti
e le tue risate pulite e piene, quasi senza rimorsi o pentimenti,
ma come vorrei avere da guardare ancora tutto come i libri da sfogliare
e avere ancora tutto, o quasi tutto, da provare…
Culodritto, che vai via sicura, trasformando dal vivo cromosomi corsari
di longobardi, di celti e romani dell’antica pianura, di montanari,
reginetta dei telecomandi, di gnosi assolute che asserisci e domandi,
di sospetto e di fede nel mondo curioso dei grandi,
anche se non avrai le mie risse terrose di campi, cortili e di strade
e non saprai che sapore ha il sapore dell’uva rubato a un filare,
presto ti accorgerai com’è facile farsi un’inutile software di scienza
e vedrai che confuso problema è adoprare la propria esperienza…
Culodritto, cosa vuoi che ti dica? Solo che costa sempre fatica
e che il vivere è sempre quello, ma è storia antica, Culodritto…
dammi ancora la mano, anche se quello stringerla è solo un pretesto
per sentire quella tua fiducia totale che nessuno mi ha dato o mi ha mai chiesto;
vola, vola tu, dov’io vorrei volare verso un mondo dove è ancora tutto da fare
e dove è ancora tutto, o quasi tutto… da sbagliare…”

Gemme n° 150

Gemma Aurora

E’ una foto in cui avevo due anni. Ero con mia mamma. Mi comunica un senso di spensieratezza che mi manca un po’, benché non sia afflitta da chissà quali problemi. La gemma è la famiglia. Ad esempio sono cresciuta anche con mia nonna, mancata due anni fa, una seconda figura materna. Mi sono accorta della sua vera importanza quando è mancata. La famiglia non va data per scontata ed è fatta di rapporti che vanno coltivati.” Questa foto è la gemma di A. (classe terza). Dice Alex Haley: “La famiglia è un collegamento con il nostro passato e un ponte verso il nostro futuro”.

Gemme n° 146

marco

All’inizio dell’estate mia cugina ha avuto un brutto incidente in cui ha perso la gamba e il suo fidanzato; eravamo come fratello e sorella. Ha lasciato un grande vuoto e tanti ricordi, emozioni ed esperienze. E’ come una gemma per me e lo porterò sempre nel cuore”.
Questa è stata la commovente gemma di G. (classe seconda). Riporto questo pensiero di Charles Péguy, mi ha consolato in alcuni momenti della mia vita: “La morte non è niente. Sono solamente andato nella stanza accanto. Io sono io, voi siete voi. Quello che eravamo gli uni per gli altri lo siamo sempre. Datemi il nome che mi avete sempre dato. Parlate con me come avete sempre fatto. Non adoperate un tono diverso. Non abbiate un’aria triste e solenne, continuate a ridere di quello che ci faceva ridere insieme. Che il mio nome sia pronunciato come lo è sempre stato, senza enfasi di alcun tipo, e senza traccia d’ombra. La vita significa quello che ha sempre significato. E’ quella che è sempre stata, il filo non è tagliato. Perché dovrei essere fuori dai vostri pensieri? Semplicemente perché sono fuori dalla vostra vita? Io vi aspetto, non sono lontano, semplicemente dall’altra parte del cammino. Vedete, tutto è bene.”

Gemme n° 145

Questa canzone da piccola mi accomunava a mia cugina; la ascoltavamo, ma non capivo cosa dicevano i Tokio Hotel. In autunno ho letto il testo e mi è venuto da piangere. La ascolto quando ho bisogno di conforto. Il testo dice “quando niente va più, sarò il tuo angelo”. In relazione a questo ho portato quanto ho scritto due anni fa; nel percorso di preparazione alla Cresima stavamo trattando l’argomento della speranza…
Avere la forza di ribellarsi,
di battere un piede per terra
e, per una volta, dire “no, non ci sto!”.
Credere in qualcosa
e non smettere di dirlo,
credere nella libertà
e lottare per ottenerla,
avere una luce negli occhi
in grado di sciogliere
anche l’anima più ghiacciata.
Sorridere
di fronte al nostro riflesso;
sorridere, anche se quel riflesso
è il più triste del mondo.
Lasciare che le lacrime
ci accarezzino dolcemente
il viso, le guance,
e pensare che presto
tutto sarà finito,
e pensare che presto
tutto andrà bene.
Avere un’esplosione di vita, di gioia
nel cuore
e nel profondo dell’anima,
dove la Speranza
possa germogliare indisturbata…
Avere un sogno,
anzi,
migliaia di sogni
e cercare di raggiungerli ogni giorno.
Guardare al Futuro,
senza scordarsi del Passato,
ed essendo consapevoli
del Presente.
Sperare.
Illudersi.
Deludersi.
Per tornare poi a sperare.
Amare.
Amare tanto.
Amare gli amici, i genitori, i fratelli,
i parenti, le persone;
Amare la Vita, le stelle, i tramonti,
il mare;
Amare il sole, che scalda l’anima
e rallegra i volti;
Amare la Luna, muta confidente
dei nostri segreti più irrivelabili…
Amare Lui,
Dio,
l’unica vera Speranza dell’uomo.
Amarlo per tutto questo.
Amarlo per le piccole cose
di ogni giorno.
Prenderlo per mano,
Fidarsi di Lui,
lasciarsi guidare lungo la via.
E non importa
quanto possa essere in salita
o faticosa,
non importa né come né quando.
L’importante è non arrendersi mai,
è arrivare dove Lui
vuole farci arrivare.
L’importante è avere fiducia
in Lui, e nel futuro.
L’importante è avere Speranza,
la Speranza di un mondo migliore.”
Ascoltando e leggendo le parole di A. (classe terza) mi sono venute alla mente le parole di un libro di André Frossard che ho appena terminato: “… chi entra nel Vangelo dalla porta giusta vedrà invece nel Cristo un essere eterno che a poco a poco acquisisce una conoscenza della condizione umana fondata sull’esperienza, fino all’agonia sulla croce, fino al grido straziante: «Dio mio , Dio mio, perché mi hai abbandonato?» che segna, se posso esprimermi così, la fine della lezione, il momento preciso in cui l’incarnazione, abolita l’ultima scintilla di luce soprannaturale, si compie nell’indigenza dell’abbandono. E chi avrà intuito l’immensità di un simile dono sentirà crescere dentro di sé un sentimento ignoto, il puro amore dell’amore: la definizione stessa dello Spirito Santo, che può nascere in noi solo dalla divinità del Cristo, umilmente racchiusa nella sua umanità” (André Frossard, Dio. Le domande dell’uomo, pag. 50)