Pena di morte: buone notizie

E’ stato pubblicato da Amnesty International il nuovo rapporto sullo stato della pena di morte nel mondo. E’ in netto calo il numero delle esecuzioni (1032, erano oltre 5000 dieci anni fa), che si concentrano soprattutto in 5 stati: Cina, Iran, Arabia Saudita, Iraq e Pakistan.

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Fonte Amnesty 

Negli Stati Uniti si è registrato il numero più basso di esecuzioni dal 1991: 20 in tutto. Si sono concentrate in Alabama (2), Florida (1), Georgia (9), Missouri (1) e Texas (7). L’attenzione si sta focalizzando ora sull’Arkansas, stato che da più di 10 anni non effettua esecuzioni, ma nel quale sono previste in aprile 7 esecuzioni in 10 giorni.

Va però detto che pochi sono i dati sulla Cina, nella quale l’argomento resta coperto dal segreto di stato.

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Fonte Amnesty

Afferma Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International nel comunicato ufficiale che commenta i numeri del rapporto. “La Cina è una completa anomalia nel panorama mondiale della pena di morte, non in linea con gli standard internazionali e in contrasto con le ripetute richieste delle Nazioni Unite di conoscere il numero delle persone messe a morte”.

Che peso ha?

ISIS

Ma l’Islam moderato esiste o non esiste? Come si configura? Ad esso viene data voce? O non conviene farlo emergere perché non farebbe audience? Esso è effettivamente rappresentativo? Scrive oggi Francesco Pistocchini su Popoli:
Intrecci politici e militari, spesso opachi, hanno consentito ai militanti estremisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (oggi identificati con la sigla Is) di occupare parte della Siria e dell’Iraq con l’obiettivo dichiarato di fondare un Califfato compiendo stragi, soprattutto tra le minoranze non islamiche (cristiani, yazidi e altri) e tra gli stessi musulmani. Tuttavia molte voci nell’islam sunnita si sono levate contro l’Is, anche se non sempre messe in risalto dai media, non solo in Occidente, ma anche in Paesi musulmani più conservatori.
Tra questi spicca il Gran muftì dell’Arabia Saudita, lo sceicco Abdulaziz Al sl-Sheikh, che il 19 agosto ha definito sia l’Is sia al Qaeda «nemici numero uno dell’Islam» e non appartenenti in alcun modo alla fede comune. La corrente wahabita che sostiene il regime saudita condivide alcune posizioni dottrinali dei terroristi, ma respinge i metodi violenti e il pericolo di destabilizzazione che rappresentano. Si ritiene che molti sauditi si siano uniti ai ribelli in Siria e Iraq e non è chiaro quanto la posizione dei religiosi wahabiti possa influenzare le loro scelte.
Anche importanti autorità dei principali Paesi dell’area hanno condannato le stragi, a partire dal Gran muftì di al-Azhar, Egitto, Shawqi Allam, che ha denunciato l’Is come una minaccia per l’islam. Il responsabile degli Affari religiosi in Turchia, Mehmet Görmez, ha affermato che: «La dichiarazione fatta contro i cristiani è veramente terribile. Gli studiosi islamici hanno bisogno di concentrarsi su questo perché l’incapacità di sostenere pacificamente altre fedi e culture annuncia il collasso di una civiltà».
Sul piano ufficiale, sia l’Organizzazione per la cooperazione islamica, che riunisce 57 Paesi, sia la Lega araba, si sono espresse contro i crimini commessi nelle scorse settimane in Iraq, parlando esplicitamente in difesa delle minoranze cristiane e degli yazidi. E inoltre non sono mancate le condanne da parte delle autorità delle comunità islamiche negli Usa, in Gran Bretagna e Francia, specialmente dopo l’assassinio del giornalista James Foley.
Chiara ed esplicita è la posizione dei musulmani in Italia. A fronte di una quarantina di mujaheddin di provenienza italiana partiti per la jihad in Siria e Iraq, persone di cui ha ampiamente parlato la stampa in questi giorni, in un appello del 12 agosto contro le guerre, l’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche d’Italia che raggruppano 1,2 milioni di fedeli, ricorda che «il rispetto e la protezione della Gente del Libro (i cristiani e gli ebrei) e, in generale di tutte le popolazioni che vivono in un Paese o territorio governato dai musulmani è un dovere ineludibile di qualunque potere che si richiami all’Islam». L’Ucoii aggiunge che quando una forza che affigge insegne islamiche viola tutte le regole morali del conflitto, non può essere giustificata o sostenuta da alcuna referenza religiosa.
Davide Piccardo, responsabile del Coordinamento associazioni islamiche di Milano (Caim) conferma a Popoli.info la posizione dei musulmani nel nostro Paese: «Quanto sta accedendo in queste settimane in Siria e in Iraq, per effetto dell’avanzata dell’Isis, sono aberrazioni. In questo frangente noi siamo non solo con i cristiani iracheni e siriani, ma con tutte le minoranze religiose vittime della violenza».
I musulmani italiani ricordano che anche 16 ulema sunniti di confraternite sufi di Mosul sono rimasti vittime dei fanatici dell’Is così come gli imam di alcune grandi moschee, mentre altri musulmani, tra cui i peshmerga curdi, fanno fronte all’avanzata degli estremisti.”

Radicalismi

Nelle classi quinte stiamo leggendo una sintesi del libricino (il diminutivo è legato alla dimensione non certo al valore del lavoro) di Khaled Fouad Allam “Lettera a un kamikaze”. Ora allego tre articoli che ritengo interessanti.

Il primo è un editoriale di Avvenire del 3 aprile:

L’islam politico si divide e dà benzina al radicalismo

Gli altri due sono due articoli di Limes:

Boko Haram porta il jihad in Camerun

Il jihad è anche online. Al Qaida e Internet

Chiudo il post con alcune parole di Allam rivolte all’aspirante shahid: ” La tua morte non è soltanto la morte tua e delle tue vittime, è lo svanire di ogni speranza, perché in essa tutto si annulla. Ma la vita non muore, rimane “l’eterno desiderio di durare”, come recita Apollinaire. Anche il fondo dell’abisso si ripopola, la vita riemerge come il fiore nel deserto, come il fiore delle montagne che la lingua tedesca chiama Vergissmeinnicht, non ti scordar di me. Perché la vita si trova di fronte a un imperativo – rimanere per sperare – senza il quale l’umanità finisce per negare se stessa. … Se è la distruzione il fine ultimo del tuo agire, il messaggio stesso dell’islam viene tradito: se esiste una prescrizione fondamentale nell’islam, è quella di proteggere la vita in sé e la propria vita; dare la morte spezza il legame tra noi e Dio.”

La pena di morte nel 2013

E’ uscito oggi il rapporto sullo stato della pena di morte nel mondo nel 2013. Questo è il link al sito di Amnesty che così scrive:
Secondo il rapporto annuale di Amnesty International sulla pena di morte, Iran e Iraq hanno determinato un profondo aumento delle condanne a morte eseguite nel 2013, andando in direzione opposta alla tendenza mondiale verso l’abolizione della pena di morte. Allarmanti livelli di esecuzioni in un gruppo isolato di paesi – soprattutto i due mediorientali – hanno determinato un aumento di quasi 100 esecuzioni rispetto al 2012, corrispondente al 15 per cento. Il numero delle esecuzioni in Iran (almeno 369) e Iraq (169) pone questi due paesi al secondo e al terzo posto della classifica, dominata dalla Cina dove – sebbene le autorità mantengano il segreto sui dati – Amnesty International ritiene che ogni anno siano messe a morte migliaia di persone. L’Arabia Saudita è al quarto posto con almeno 79 esecuzioni, gli Stati Uniti d’America al quinto con 39 esecuzioni e la Somalia al sesto con almeno 34 esecuzioni.
Escludendo la Cina, nel 2013 Amnesty International ha registrato almeno 778 esecuzioni rispetto alle 682 del 2012. Nel 2013 le esecuzioni hanno avuto luogo in 22 paesi, uno in più rispetto al 2012. Indonesia, Kuwait, Nigeria e Vietnam hanno ripristinato l’uso della pena di morte. Nonostante i passi indietro del 2013, negli ultimi 20 anni vi è stata una decisa diminuzione del numero dei paesi che hanno usato la pena di morte e miglioramenti a livello regionale vi sono stati anche l’anno scorso.
Molti paesi che avevano eseguito condanne a morte nel 2012 non hanno continuato nel 2013, come nel caso di Bielorussia, Emirati Arabi Uniti, Gambia e Pakistan. Per la prima volta dal 2009, la regione Europa – Asia centrale non ha fatto registrare esecuzioni.
Segnalo anche questa infografica.
Questo è infine il rapporto nella sua interezza: Rapporto_pena_di_morte_2014

Morire di apostasia

In terza stiamo parlando di pena di morte. Una delle tante cose che colpiscono è senza dubbio l’esistenza in taluni paesi, come l’Arabia Saudita, della pena capitale per apostasia. Su Il Sussidiario c’è un’intervista recente di Pietro Vernizzi a Massimo Introvigne.

“Il 64% dei musulmani in Egitto e in Pakistan sono convinti del fatto che chi si converte ISLAM_salafist.jpgdall’islam al cristianesimo vada punito con la morte. E’ quanto emerge da un rapporto del Pew Research Center, uno dei più importanti istituti di ricerca al mondo sulle religioni. A balzare agli occhi sono le differenze all’interno del mondo islamico. Se il 78% dei cittadini dell’Afghanistan è convinto che vada applicata la pena di morte per chi si converte, solo il 16% dei musulmani tunisini e il 13% di quelli libanesi è convinto della stessa cosa. Un’opinione che si riduce radicalmente tra i musulmani dei Paesi europei: il 2% in Bosnia e Turchia e l’1% in Albania. Ilsussidiario.net ha intervistato Massimo Introvigne.

Da questa ricerca emergono enormi differenze tra Paesi come Egitto e Turchia. Significa che non esiste un solo islam, ma molti islam differenti?

Le differenze sono state determinate dalla tradizione giuridica di queste nazioni. In Paesi come la Turchia, la Tunisia o l’Albania sono secoli che la pena di morte per apostasia, che pure è prevista secondo l’interpretazione della maggioranza delle scuole giuridiche del diritto islamico, non è più applicata e non è neppure all’ordine del giorno. Mentre in Egitto è notizia di pochi giorni fa che anche autorità giuridiche importanti si sono pronunciate a favore del ritorno alla pena di morte. E’ quanto sta succedendo anche in altri Paesi musulmani.

La pena di morte per l’apostasia è caratteristica soltanto dell’islam?

Questo è un grande punto di differenza tra una parte molto significativa del mondo musulmano e le altre religioni, perché effettivamente il diritto di cambiare religione, consacrato nelle carte internazionali dei diritti, per l’islam non esiste. In quest’ottica si ha diritto soltanto di convertirsi alla religione musulmana, ma non dall’islam a un’altra religione. Quest’ultimo è considerato un crimine, ed è la ragione per cui molti Paesi musulmani non hanno mai firmato neanche la Dichiarazione internazionale dei diritti dell’uomo del 1948. Quest’ultima comporta infatti il diritto di cambiare religione, che la tradizione islamica non può riconoscere. Scavando all’interno delle scuole giuridiche e delle interpretazioni, soprattutto in Turchia, si può arrivare a costruire qualcosa di simile alla libertà religiosa. E’ però molto difficile, perché nella tradizione giuridica islamica la libertà di cambiare religione non c’è.

Questi dati smentiscono chi afferma che la tradizione egiziana dell’Università di Al-Azhar sarebbe più tollerante rispetto a quella di altri Paesi come l’Arabia Saudita?

Il Pew Research Center non fornisce il dato sull’Arabia Saudita, che sarebbe stato forse pari al 90%, riflettendo così la legislazione vigente. Non c’è dubbio che in Egitto, anche in seguito alle vicende politiche della Primavera araba, qualcosa sia cambiato e ci sia stato uno spostamento verso posizioni di tipo fondamentalista. Tra l’altro quest’ultime posizioni erano già diffuse prima. A proposito di sondaggi di opinione fatti all’epoca di Mubarak, bisogna sempre chiedersi se esprimessero realmente le opinioni della maggioranza degli egiziani o se fossero manipolati dal regime. Sta di fatto che ora che è caduta la dittatura le opinioni che si manifestano sono molto meno tolleranti.

La seconda Sura del Corano afferma che non deve esserci “nessuna costrizione nella religione”. E’ in contraddizione con la pena di morte per chi commette apostasia?

Questa non deve essere interpretata in modo sbagliato. Con queste parole il Corano si riferisce non a chi è musulmano: nell’interpretazione che ne danno quasi tutte le scuole giuridiche, vuol dire che i cristiani e gli ebrei non devono essere costretti a diventare musulmani. L’islam tradizionale insegna che i cristiani e gli ebrei devono essere esclusi dalle posizioni di governo, ma che non ci deve essere nessuna costrizione perché qualcuno si converta. Questa tutto sommato è una regola a cui tra alti e bassi l’islam tradizionale si è sempre attenuto. Ciò non significa però che ci sia un diritto di chi è già musulmano a cambiare religione: questa non è una scelta religiosa ma un crimine di apostasia che deve essere punito.”

Col meccanico no, con l’autista sì

La storia di Manal Al-Sharif raccontata da Paola Zanuttini su Il venerdì.

donne-al-volante-pericolo-distante-in-arabia--L-CqHi17.jpeg“Certe persone ci mettono tanto a prendere la patente. Manal Al-sharif è una di queste, a 33 anni non c’è ancora riuscita. Non per colpa sua, perché la grinta non le manca, visto che è un’attivista per i diritti civili in Arabia Saudita. Quest’anno il Daily Beast l’ha inserita nella lista delle 150 donne più coraggiose del mondo e Time in quella dei 100 personaggi più influenti, ma il permesso – o il diritto – di guidare non l’ha ancora ottenuto. E’ una storia lunga quella della sua patente. Inizia nel tumultuoso autunno 1979, quando la Grande Moschea della Mecca fu sequestrata per due settimane da un manipolo di fondamentalisti decisi a rovesciare la dinastia saudita «schiava di Satana e dell’America». Per alcuni storici quell’assalto e le 400 morti che causò furono la prima scintilla di Al Qaeda. Teoria supportata dal fatto che, all’epoca, la moschea era in fase di restauro e i lavori erano affidati al Saudi Binladin Group, corporation della famiglia Bin Laden, peraltro molto vicina alla Casa reale. Maestranze e tecnici avevano libertà di movimento nel santo luogo e pare l’abbia avuta anche uno dei 51 fratelli e fratellastri di Osama, tal Mahrou, che risultò implicato. Negli stessi giorni, Manal sgambettava nella culla, ignara della sterzata che quegli eventi avrebbero imposto alle saudite. Se ne accorse crescendo. Perché la vicina rivoluzione khomeinista e i focolai interni di fondamentalismo avrebbero indotto il governo saudita a uno strategico rispolvero delle vecchie tradizioni, da imporre alla fascia più debole della popolazione: le donne. Che, fino allora, se l’erano passata assai meglio. Prima di essere private dello sterzo e altri strumenti di autonomia, le più emancipate guidavano perfino i camion. Oppure invitavano in casa i maschi non di famiglia per il tè, con l’accortezza di lasciare aperta la porta d’ingresso. E camminavano per strada senza l’abaya o il niqab, indumenti che invece Manal indossava il 21 maggio 2011, quando ha dato scandalo guidando un’auto in un’area privata della sua città, Khobar, facendosi riprendere da un’altra attivista e postando su YouTube e Facebook un filmato nel quale, oltre a mostrare la sua sfida, chiedeva che alle donne si insegnasse a guidare, perché «Che può succedere se, Dio non voglia, l’uomo al volante ha un infarto?».

Imprigionata nove giorni, è stata poi costretta a firmare una lettera in cui chiedeva perdono e prometteva di non riprovarci. Intanto, il suo video era stato visto da 700 mila persone in due giorni e cento donne avevano seguito il suo esempio. A dimostrare che la storia della patente di Manal e le altre è infinita, basta un dettaglio: l’autrice delle riprese è Wajeha Al Huwaiden che aveva lanciato in rete la stessa sfida nel 2008. Anche nel 1990, a Riyad, 47 donne erano state imprigionate per lo stesso reato, che poi non è un reato: nessuna legge impedisce alle saudite di guidare. La cosa è più subdola: a loro non si rilascia la patente. È solo un fatto culturale. Lo dice anche re Abdullah che, con la sua allure progressista, prevede miglioramenti della condizione femminile nel suo regno, ma invita alla pazienza. Addetta alla sicurezza per l’informatica e le comunicazioni di Aramco, la compagnia petrolifera di Stato, Manal ha imparato a guidare (e ha guidato) a Boston, dove l’azienda l’aveva inviata per un certo periodo nel 2009. È divorziata: pare che il suo sposo fosse troppo all’antica. Per ottenere la custodia del figlio di sei anni ha affrontato una saga giudiziaria, ma sugli alimenti non l’ha spuntata: neanche un rial dall’ex marito. Deve essere un altro paradosso della disparità in Arabia. Dove un moglie violentata che vuole sporgere denuncia deve farsi accompagnare alla polizia dal marito, che l’ha appena maltrattata, perché certifichi la sua identità. In passato, a Manal questi paradossi non facevano effetto, anzi: da bambina bruciava le cassette pop del fratello la cui musica – diceva 1l mullah – usciva dal flauto di Satana. Alla facoltà di Informatica non obiettava sulle classi separate, o segregate. E, per un certo periodo, è stata simpatizzante di Al Qaeda. L’11 settembre, vedendo in tv la gente che si buttava dalle Torri, ha cambiato idea. Già l’anno prima aveva confutato le opinioni musicali del mullah: scaricata da internet Show Me the Meaning of Being Lonely dei Backstreet Boys, l’aveva trovata «pura e innocente».

Se il 2011 è stato l’anno dell’improvvisa notorietà globale di Manal, il 2012 è stato l’anno del consolidamento, ma anche del tentato picconamento del suo mito. Il 23 gennaio è uscita la notizia che era morta: in un incidente automobilistico presentato come la punizione divina per la sua sfrontatezza. Lei ha smentito su Twitter, dove conta novantamila follower. La punizione terrena è arrivata a maggio: dopo dieci anni di onorato servizio, Aramco, che non aveva digerito tutta quella cagnara femminista, l’ha licenziata togliendole anche un benefit aziendale non da poco: la casa in cui abitava con il figlio. Lo stesso mese, il freedom Forum di Oslo le conferiva il Premio Václav Havel per il dissenso creativo. In un Paese che nega alle donne il voto e impone loro un guardiano maschio (il padre o il marito), la creatività del dissenso di Manal si configura nella sua capacità di sintonizzarsi con la cultura saudita. I conservatori aborrono l’ipotesi delle donne al volante per i seguenti motivi: se guidano, scoprono per forza il viso ed escono di casa più liberamente, sfiorando la possibilità di avere contatti con uomini estranei alla famiglia: come il meccanico, in caso di guasti o incidenti. C’è anche il rischio che creino disoccupazione fra tutti quei ragazzi che si guadagnano la vita facendo gli autisti. Senza contare che il flusso di neopatentate – fragili ed emotive per natura – ingolferebbe le strade. Manal non ha sbertucciato queste discutibili posizioni. Ma, arguta, ha confessato che l’ora X della sua insofferenza è scoccata una sera, all’uscita dall’ospedale dove aveva portato il figlio: aveva aspettato un taxi per un’ora subendo insulti e molestie dai passanti. Ha spiegato poi che non tutte le famiglie possono permettersi un autista stipendiato. E ha cautamente suggerito che la possibilità di guidare proteggerebbe la sicurezza ela dignità femminile. Argomento vincente, sulla scia dello scandalo sollevato dal caso di una signora stuprata dall’autista di famiglia. Altro paradosso saudita, quello degli autisti: le donne non possono stare a contatto con il meccanico, ma con lo chauffeur sì.”

Anni luce

Quando leggo queste cose penso agli anni luce, alla distanza enorme che in certi posti si deve ancora percorrere per riuscire a parlare e soprattutto ad attuare diritti e libertà la cui lesione viene nascosta dietro a scuse banali e puerili. Da Rainews24, o da ovunque in rete…

“Attivisti e commentatori lo hanno già ribattezzato ‘guinzaglio elettronico’. E’ il nuovo sms arabia.jpgsistema messo a punto dalle autorità saudite per avvertire tramite sms i mariti se le loro mogli stanno lasciando il Paese. Ciò che le donne del regno – ma anche di diversi altri Paesi della regione – non possono fare senza l’autorizzazione del consorte o, in alternativa, di un altro uomo ‘guardiano’ della famiglia, sia esso padre o fratello. Le reazioni sono state immediate su Twitter, anche da parte di molte donne saudite, dopo che, nei giorni scorsi, la notizia è emersa grazie ad un marito che ha avvertito Manal El Sherif, una attivista diventata famosa a livello internazionale per aver avviato una campagna per chiedere che venga riconosciuto anche alle donne saudite il diritto di guidare l’automobile. L’uomo stava partendo dall’aeroporto internazionale di Riad insieme alla moglie quando, appena passato il controllo passaporti, si è visto avvertire sul cellulare che la donna, appunto, era in procinto di imbarcarsi. Che una donna non possa lasciare il Paese senza il permesso di un maschio della famiglia è una legge in vigore non solo in Arabia Saudita, ma in diversi altri Paesi arabi, compreso il Libano, dove si applica anche alle cristiane. Così come in un Paese non arabo come l’Iran, dove, paradossalmente, è toccato anche a qualche italiano dover recarsi all’ufficio passaporti per concedere l’autorizzazione all’espatrio alla moglie iraniana. L’avviso diffuso via sms, però, è una novità ed ha “stupito anche molti padri e mariti, specialmente perché‚ stavano viaggiando proprio insieme alle figlie e alle mogli” quando lo hanno ricevuto, sottolinea il sito di notizie Arab News. Colte in contropiede dalle reazioni, le autorità hanno cercato di giustificarsi affermando che la nuova pratica non è intesa a limitare ancor più i diritti delle donne nel Paese. “Non vogliamo legare le donne ai loro guardiani maschi, si tratta soltanto di un servizio alla comunità, come quelli con cui inviamo informazioni sulla scadenza del passaporto, i visti o altro”, ha detto Badr Al Malik, portavoce del Dipartimento passaporti. Tali spiegazioni non hanno messo fine all’ondata di proteste e commenti sarcastici su Twitter. “Una donna non è una minorenne”, ha affermato Samia Al-Amoudi, una docente dell’università Re Abdul Aziz. Un gruppo per i diritti delle donne parla di “nuovo, folle livello di restrizioni”. Mentre qualcuno ci scherza suggerendo di fare al gatto per Natale “un regalo da saudita, un guinzaglio elettronico”.”

Disposte a tutto?

Essere disposti a tutto pur di lavorare? Non sempre. E’ quello che emerge da questo articolo di Gian Antonio Orighi su La stampa. L’offerta per molte donne spagnole è allettante, ma al di là del fatto di vivere lontane da casa (in Arabia), a preoccupare è il rispetto dei diritti fondamentali.

“In una Spagna massacrata dalla disoccupazione (il 25%, la più alta della zona Ue), è women-of-saudi-arabia-2.jpgarrivata dall’Arabia Saudita un’ offerta da mille ed una notte: impiego immediato per 100 mila infermiere. Stipendio da favola: 3.500 euro al mese esentasse, viaggio andata e ritorno gratis, alloggio pagato, 54 giorni di ferie annue. Ma il Consejo General de Enfermería (CGE, l’associazione degli infermieri iberici), ha risposto picche, nonostante le disoccupate siano 16.375. La ragione di un, a prima vista, inspiegabile niet? “La condizione della donna in quelle terre”, ha spiegato Máximo González Jurado, presidente del CGE.

Il divieto non è obbligatorio per professioniste che per ottenere il titolo devono studiare 4 anni all’università più due di specializzazione. E infatti ci sono già infermiere spagnole a Riad e in altre città saudite. Lo stipendio è buono, ma la vita per donne che in patria godono di una grande libertà, è molto diversa. Amaia Ibarrola lavora da un anno nel King Faisal Specialist Hospital di Riad. “Le mie uniche spese sono il vitto, molto economico, e Internet. E, se faccio anche le guardie, arrivo sui 4 mila euro al mese – racconta questa infermiera di 31 anni-. Ma, sull’altro piatto della bilancia, c’è la vita sociale negata. Dobbiamo portare sempre la “abaya” (la tunica nera che copre dal collo al piedi, ndr), con il jihab in testa. Non possiamo mostrare né le braccia né le ginocchia, e neppure indossare jeans o vestiti strecht. Non solo: non possiamo guidare l’auto né parlare con gli uomini. E la “mutawa”, la polizia religiosa, ci controlla dappertutto”. Se Amaia fa di necessità virtù, anche perchè guadagna in doppio che in patria, tante altre sue colleghe scartano un Paese islamico che nega i diritti delle donne. “Non ci vado in Arabia Saudita, incontrerei ostacoli che impedirebbero la mia vita personale. Preferisco l’Australia”, dice Eva García, segoviana di 52 anni.”

Photoshop in salsa araba

La notizia girava in rete già qualche giorno fa, ma mi ero dimenticato di riprenderla. Oggi mi è arrivato il tweet di Internazionale e allora metto qui il breve pezzo di Christian Caujolle.

catalogo-ikea.jpg“Ikea – il gigante svedese del mobile facile da montare e delle decorazioni di interni sobriamente eleganti, adatte a qualsiasi ambiente, possibilmente arredato con mobili svedesi dal nome bizzarro che si possono comprare in tutto il mondo – fa nuovamente parlare di sé. Questa volta però gli svedesi c’entrano poco. I concessionari sauditi del marchio – che in questo caso ha dimostrato di non esercitare un controllo particolarmente stretto sui suoi rappresentanti locali – hanno candidamente cancellato, con un rapido tocco di Photoshop, tutte le donne presenti nell’ultimo catalogo. Il risultato di questa pensata surreale è tanto desolante quanto buffo. In un’immagine che mostra un bagno si vedono dei piccoli orfanelli che tendono le mani verso il vuoto originariamente riempito dalle loro madri. Ancora più assurda e clamorosa l’immagine che mostra tre uomini in un salotto, seduti a una certa distanza l’uno dall’altro, in posizioni assurde. La loro goffagine è però più evidente della loro solitudine. Trattandosi di un paese in cui le donne non hanno il diritto di mostrarsi senza velo né di guidare l’automobile, questa autocensura è dannosa solo per il marketing. Ma le ministre svedesi hanno immediatamente reagito definendo “medievale” questa “pulizia di genere”. Chissà se le donne saudite hanno ancora voglia di comprare certi mobili.”