Aspettative d’estate

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Forse per questo motivo c’era quella elettricità, quella strana tentazione carica di aspettativa nei pomeriggi di maggio in bilico fra la scuola e i misteri dell’estate” (G. Carofiglio, “Testimone inconsapevole”).

A fine maggio, inizio giugno, gli studenti entrano in agitazione, in fibrillazione: le vacanze sono alle porte. Si fanno gli ultimi sforzi per salvare l’anno, per evitare scomodi esami di fine agosto, per sistemare la media, per arrivare a una borsa di studio… il tutto con la prospettiva dell’estate. A volte chiedo loro cosa si aspettano da questo periodo e cosa hanno intenzione di fare per soddisfare tale aspettativa. Ecco, voglio rinnovare la domanda, senza voler sapere la risposta qui. Come sta andando questa estate? Rispecchia le attese? Trovo triste leggere tweet come “mi annoio”, “non ho niente da fare”, “che monotonia”, “che palle questa estate vuota”: sono tweet da pensionati depressi!!! Pubblico la foto del porto di Livorno che ho scattato la mattina del 7 luglio in partenza per Bastia. E’ un invito: ad accendere i motori, a spiegare le vele, a salpare. Le aspettative chiedono di essere soddisfatte: animo!

Lezioni sospese

cenereA volte mi piace lasciare le lezioni sospese. “Questo ve lo dico la prossima volta” o “Bene, è una cosa carina, ma la vediamo in quarta” o “Se volete vedere come va a finire la vicenda di Giobbe, potete fare da soli…”. E’ la sensazione che Don De Lillo descrive benissimo in questo passo di “Rumore bianco”: “La cenere della sigaretta era lunga più di due centimetri e stava cominciando a piegarsi. Era una sua abitudine lasciarla penzolare. Secondo Babette lo faceva per provocare negli altri dei sentimenti di suspense e ansia”.

Aspettando in silenzio

Il compito assegnato agli studenti di prima era quello di portare in classe qualcosa (una canzone, un film, un libro, un oggetto, una foto, una quadro…) sull’amore e spiegare ai compagni il motivo della scelta. Propongono sempre cose interessanti e mai banali, se non altro per il fatto di metterci qualcosa di loro e presentarlo ai compagni. Ci sono, tuttavia, delle volte in cui mi stupisco della scelta, perché magari anacronistica, o perché si collega a qualche ricordo personale. Mi è successo oggi, quando un’alunna ha presentato un capolavoro di Mina, e ha scelto proprio questo video, non il rifacimento moderno di Irene Grandi. Testo breve, poche parole che però toccano una delle esperienze più comuni da adolescenti, uno dei grandi tormenti di quell’età: “E non sai quanto bene ti ho dato, e non sai quanto amore sprecato aspettando in silenzio che tu ti accorgessi di me”.

Sono come tu mi vuoi
ti amo come non ho amato mai
Io sono la sola che possa capire
tutto quello che c’è da capire in te.
Forse se tu baciassi me
forse capiresti meglio
che io sono la sola che tu possa amare
non lo vedi che sono a due passi da te.
E non sai quanto bene ti ho dato
e non sai quanto amore sprecato
aspettando in silenzio che tu ti accorgessi di me
per capire quello che già sai
che sono, sono come tu mi vuoi, come tu mi vuoi.
Io sono la sola che tu possa amare
non lo vedi che sono a due passi da te.
E non sai …

Questione di centesimi

25 gradi, una passeggiata per i campi con Mou e le riflessioni di Moni Ovadia nello smart-phone con questo racconto che mi ha fatto sorridere:

photofinish.jpg“Un rabbino, ogni venerdì sera si mette davanti all’armadietto di santità, dove sono riposti i testi sacri, e comincia a invocare il Santo Benedetto, con la sua voce terribilmente petulante: «Senti, mi ascolti? Qui le cose vanno male: viviamo nella miseria più nera e io sono pieno di acciacchi. Ma sono un buon servo e tutti noi siamo pii». E continuava: «Perché non mi mandi un milione di dollari, che sistemiamo tutto e finalmente anch’io avrò qualcosa di buono!?». Alla fine, dopo giorni e giorni – forse mesi o anni – il Santo Benedetto decide di parlargli. «Sono qui, Samuelino, ti ascolto», gli dice. «Davvero, sei tu!?», urla il rabbino, petulante. «Sono io. Ma che voce fastidiosa hai!? Te l’ho data io? Beh, è proprio vero che tutti sbagliano. Ti ascolto, Samuelino. Cosa vuoi?». E il rabbino: «Niente, niente, Santo Benedetto. Voglio solo fare un ragionamento con te. Ascoltami. Che cosa sono per te un milione di anni?». L’Eterno risponde: «E cosa vuoi che siano per me un milione di anni? Meno di un centesimo di secondo». E il rabbino: «E dimmi: cosa sono per te un milione di dollari?». E il Santo: «E cosa vuoi che siano per me un milione di dollari? Meno di un centesimo di dollaro». «Allora», incalzò il rabbino, «ti costa così tanto mandarmi quello che per te è meno di un centesimo di dollaro?». E l’Eterno: «Perché pensi che non te lo voglia dare? Ti chiedo solo di aspettare un centesimo di secondo».”

L’oggi

Facendo un po’ di zapping sulla rete (qualcuno lo definisce surfare, ma non mi piace) mi sono imbattuto in questa breve poesia di Percy Bysshe Shelley. Per non far passare l’oggi in attesa del domani, lasciando che così la nostra vita sia costruita da una serie di ieri…

Dove sei tu, amato Domani?

Da giovani e da vecchi, forti e deboli,

ricchi e poveri, attraverso gioia e pena,

sempre cerchiamo i tuoi dolci sorrisi.

Ma al tuo posto

noi troviamo quello che abbiamo fuggito. L’oggi.

oggi, domani, attesa, vita, shelley

Tempo di attesa

Natale si avvicina e il tempo dell’Avvento ormai si è fatto breve, l’attesa sta per terminare. Spesso mi capita di parlare con persone che vivono in modo tormentato l’attesa di un Dio di cui non riescono ad avvertire la presenza. Oggi ho trovato sul blog Dal dentro delle cose questa poesia-preghiera di Jean Debruynne che riflette sull’attesa e sui suoi tempi visti come periodi di grande attività e opportunità e non come perdita di tempo.

Dio,

tu hai scelto di farti attendereattesa.jpg

tutto il tempo di un Avvento.

Io non amo attendere.

Non amo attendere nelle file.

Non amo attendere il mio turno.

Non amo attendere il treno.

Non amo attendere prima di giudicare.

Non amo attendere il momento opportuno.

Non amo attendere un giorno ancora.

Non amo attendere perché non ho tempo

e non vivo che nell’istante.

 

D’altronde tu lo sai bene,

tutto è fatto per evitarmi l’attesa:

gli abbonamenti ai mezzi di trasporto

e i self-service,

le rendite a credito

e i distributori automatici,

le foto a sviluppo istantaneo,

i telex e i terminali dei computer,

la televisione e i radiogiornali…

Non ho bisogno di attendere le notizie:

sono loro a precedermi. Oppure

posso chiedere all’oroscopo…

 

Ma tu Dio

tu hai scelto di farti attendere

il tempo di tutto un Avvento.

Perché tu hai fatto dell’attesa

lo spazio della conversione,

il faccia a faccia con cosa è nascosto,

l’usura che non si usura.

L’attesa, soltanto l’attesa,

l’attesa dell’attesa,

l’intimità con l’attesa che è in noi

perché solo l’attesa

desta l’attenzione

e solo l’attenzione

è capace di amare.

 

Tu ti sei già dato nell’attesa,

e per te, Dio,

attendere,

significa pregare.

 

Jean Debruynne, Attendere è pregare (Parigi 1988)

La corona dell’Avvento

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E’ iniziato l’Avvento e in una classe mi è stato chiesto cosa significhi la corona dell’Avvento. Approfitto di Cathopedia per rendere comune l’informazione.

“La Corona d’Avvento è un simbolo usato per scandire le domeniche del tempo d’Avvento. È costituita da una ghirlanda di fronde di conifere (abete, ma si usa anche il tasso o il pino, oppure l’alloro) nella quale sono poste quattro candele o ceri, che verranno accesi uno dopo l’altro nelle varie domeniche della preparazione al Natale. Alcune versioni prevedono la presenza di una quinta candela posta al centro del cerchio. La Corona d’Avvento affonda le sue radici in riti pagani che si celebravano in Germania nel mese di yule (dicembre) con luci. Come simbolo cristiano fu ideata dal pastore protestante Johann Hinrich Wichern (1808-1881). La versione originale prevedeva la presenza di un maggior numero di candele, una candela per ciascun giorno dell’Avvento. Presto divenne simbolo dell’Avvento nelle case dei cristiani dei paesi europei di cultura anglosassone, tra i protestanti e i cattolici; successivamente fu impiantato anche in America. Le quattro candele hanno una denominazione ed un significato peculiari:

  • La prima candela è detta “del Profeta”, poiché ricorda le profezie sulla venuta del Messia.
  • La seconda candela è detta “di Betlemme”, per ricordare il luogo in cui è nato il Messia.
  • La terza candela è detta “dei pastori”, i primi che videro e adorarono il Messia. Poiché nella terza domenica d’Avvento la liturgia permette di utilizzare i paramenti color rosa al posto di quelli viola, tale candela può avere un colore diverso dalle altre tre.
  • La quarta candela è detta “degli Angeli”, i primi ad annunciare al mondo la nascita di Gesù.
  • L’eventuale quinta candela rappresenta il giorno di Natale, cioè la nascita di Gesù nella grotta di Betlemme.

Secondo un’altra tradizione le quattro candele rappresentano invece la speranza, la pace, la gioia e l’amore. L’accensione di ciascuna candela indica la progressiva vittoria della Luce sulle tenebre dovuta alla sempre più prossima venuta del Messia. La forma circolare della Corona d’Avvento è simbolo di unità e di eternità. I rami di sempreverdi che ne costituiscono la base rappresentano la speranza della vita eterna.”