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Il presente contro l’illusione di essere eterni

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Spagna, guerra civile. Pablo è stato imprigionato e sa di essere condannato a morte; sa che anche lui verrà portato al muro davanti al plotone d’esecuzione; sa che è inevitabile. Si rende conto che la morte è inevitabile per qualsiasi uomo, che essa è l’approdo comune a tutti. La vicinanza di questa inesorabilità lo mette a confronto con l’esperienza che ha fatto fino quel momento: vivere come se fosse eterno, come se non ci fosse una fine. Ciò lo getta nella disperazione: “Nello stato in cui mi trovavo, se fossero venuti ad annunciarmi che potevo tornarmene tranquillamente a casa mia, che mi avevano graziato, la cosa mi avrebbe lasciato indifferente: qualche ora o qualche anno d’attesa è assolutamente la stessa cosa, una volta che si è perduta l’illusione di essere eterni”. È il protagonista del racconto Il muro di Jean-Paul Sartre.
Differente è l’esperienza di chi vive la gratuità della vita e la percepisce come un dono. Sentirmi fragile e vulnerabile mi porta ad apprezzare i giorni, le settimane, gli anni, ma anche le ore, i minuti e i secondi. Un po’ come questa storiellina di origini orientali:
“C’era una volta un viandante che stava camminando su un prato quando improvvisamente si imbatté in una tigre. L’uomo si mise a correre e la tigre lo inseguì.
Giunto nei pressi di un burrone, il malcapitato afferrò con le mani un arbusto di vite selvatica che era cresciuta proprio sul ciglio del precipizio e vi rimase appeso, sospeso nel vuoto, mentre la tigre continuava a fiutarlo dall’alto.
Tremante di paura, l’uomo guardò in basso e vide che c’era un’altra tigre che lo aspettava di sotto, anch’essa per divorarlo. Tra i due predatori c’era solo quella vite che lo sosteneva. D’un tratto apparvero due topi, uno bianco e uno nero che a poco a poco iniziarono a rosicchiare la vite.
L’uomo notò accanto a sé una succulenta fragola. Mentre con una mano si reggeva alla vite, con l’altra mano colse la fragola: Com’era dolce!”
Collocati tra i fantasmi del passato (la prima tigre) e i timori sul futuro (la tigre in fondo al burrone), talvolta corriamo il rischio di farci paralizzare dallo scorrere del tempo (i due topi, il giorno e la notte) e restiamo aggrappati alle nostre esistenze (la vite) senza cogliere l’importanza del tempo presente (la fragola).

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Attraverso l’utero

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Questa mattina, andando a lavorare, stavo ascoltando Virgin Radio. All’interno del Buongiorno di Dr. Feelgood e Massimo Cotto, vi è spazio per Beppe Severgini che, in uno dei suoi interventi, fa riferimento al modo in cui è considerata la donna all’interno del mondo islamico. Mi sono allora ricordato di aver salvato da qualche parte un articolo di qualche settimana fa, pubblicato su L’Huffington Post USA e tradotto in italiano da Milena Sanfilippo. L’articolo è stato scritto da Jim Garrison e Banafsheh Sayyad. Certo alcuni punti sono controversi, ma sicuramente è un articolo stimolante e arricchente. Se non altro una voce che non si sente così spesso.
Il profeta Maometto sarebbe scioccato dal modo in cui gli odierni fondamentalisti islamici trattano le donne sotto il loro controllo. Questa repressione viene perpetrata nel nome della Legge Islamica, conosciuta come Sharia. Ma l’attuale repressione delle donne è plasmata dalla cultura e dalla storia. Trova scarso fondamento nel Corano e, di certo, non è in linea con quello che sappiamo sugli insegnamenti di Maometto o sul modo in cui trattava le donne. Fra tutti i fondatori delle maggiori religioni (Buddismo, Cristianesimo, Confucianesimo, Islam e Ebraismo) Maometto fu senza dubbio il più radicale ed il più incoraggiante nel modo di trattare le donne. Probabilmente, è stato il primo femminista della storia.
Si tratta di un aspetto di fondamentale importanza perché, se c’è una sola cosa che arabi e musulmani possono fare per riformare e rigenerare la loro cultura oppressa dalla crisi, questa sarebbe liberare le donne e garantire loro i pieni diritti di cui le altre godono nei paesi del mondo. La parità è la chiave per una vera Primavera Araba.
Tra i fondatori di grandi religioni, Confucio accennava a malapena alle donne ed in tutti i suoi insegnamenti dava per scontato che fossero subordinate agli uomini, all’interno di un ordine patriarcale. Buddha insegnava che le donne potevano diventare sagge, illuminate. Ma per fare questo dovevano essere messe alla prova tre volte, prima che fosse permesso loro di farsi monache. Questo solo a condizione che la monaca sul gradino più alto della gerarchia monastica fosse comunque inferiore al monaco al livello più basso. Nei racconti del Vangelo, Gesù non fa mai commenti espliciti sullo status delle donne, anche se si avvicinò a donne dalla cattiva reputazione o non ebree. Mosè era convintamente patriarcale. Nella Torah, non c’è praticamente nulla che indichi una specifica preoccupazione per i diritti delle donne.
Maometto fu sostanzialmente diverso. Predicò in modo esplicito la parità assoluta tra donne e uomini come principio fondamentale della vera spiritualità e prese diverse misure concrete per migliorare nel profondo lo status e il ruolo delle donne in Arabia, durante la sua vita. Maometto era vicino alla causa delle donne perché era nato povero e diventò orfano molto presto. Era anche analfabeta e illetterato. Sapeva, come pochi altri sanno, cosa significassero la povertà e l’esclusione sociale.
Confucio faceva parte della piccola nobiltà accademica dell’antica Cina. Alla nascita, Buddha era un ricco principe del Nepal. Gesù nacque da un falegname di discendenza reale e all’interno di una stretta comunità ebraica in Palestina. Mosè nacque da una famiglia ebrea e fu cresciuto nel palazzo del Faraone in Egitto. Maometto non ebbe nessuno di questi vantaggi. Per questo, mentre gli altri leader religiosi sembravano mantenere il silenzio sull’oppressione femminile, Maometto innalzò lo stato delle donne facendone una questione di credo religioso e politica di stato. Prendete in considerazione quanto segue:
Nell’Arabia del settimo secolo, l’infanticidio femminile era una pratica comune, Maometto lo abolì. Un detto contenuto nell’Hadith (la raccolta di aneddoti su Maometto) sembra testimoniarlo: Maometto disse infatti che la nascita di una bimba era una “benedizione”. All’epoca, le donne arabe erano considerate una proprietà e non godevano di alcun diritto civile. Maometto garantì loro il diritto di possedere delle proprietà, oltre ad importanti diritti coniugali e patrimoniali.
Prima di Maometto, la dote pagata da un uomo per la sua sposa veniva offerta al padre di lei come parte del contratto tra le due figure maschili. Le donne non avevano voce in capitolo. Maometto dichiarò che le donne dovevano acconsentire al matrimonio e che la dote doveva andare alla sposa, non a suo padre. Inoltre, la sposa poteva tenersi la dote anche dopo il matrimonio. La moglie non era tenuta a utilizzare la dote per spese familiari. Era una responsabilità dell’uomo. Alle donne fu anche concesso il diritto di divorziare dai propri mariti, qualcosa di inaudito per l’epoca. In un divorzio, la donna era autorizzata a prendere la dote con sé.
Alle donne furono estesi anche diritti patrimoniali. Veniva concesso loro soltanto la metà di quanto spettava ai loro fratelli perché gli uomini avevano più responsabilità economiche per le spese di famiglia. Ma con Maometto le donne divennero eredi delle proprietà e dei beni familiari per la prima volta in Arabia. All’epoca, una misura del genere era ritenuta rivoluzionaria.
Lo stesso Maometto veniva spesso visto svolgere “lavori femminili” in casa ed era molto attento alla sua famiglia. Il suo primo matrimonio con Khadija fu monogamo per i 15 anni in cui furono sposati, una cosa rara in Arabia allora. A detta di tutti, erano profondamente innamorati e Khadija fu la prima convertita all’Islam. Incoraggiò Maometto dal suo primissimo incontro con l’angelo Gabriele e dalla rivelazione delle prime sure che avrebbero composto il Corano.
Dopo la morte di Khadija, Maometto sposò 12 donne. Una di queste era Aisha, figlia del suo più intimo amico e alleato, Abu Baker. Le altre erano quasi tutte vedove, donne divorziate o prigioniere. Egli predicava regolarmente che era responsabilità degli uomini proteggere le donne che avevano conosciuto la sfortuna. Questa fu una delle ragioni per cui la poligamia veniva incoraggiata. Furono prese misure anche per l’infanticidio femminile: le donne nel settimo secolo erano molto più numerose degli uomini perché questi venivano uccisi nei conflitti intertribali ogni giorno. Tra le mogli di Maometto, diverse erano povere e indigenti. Lui le prese con sé, insieme ai loro figli, in casa sua.
Nel suo Sermone dell’Addio, pronunciato poco prima di morire nel 632, Maometto disse agli uomini “Voi avete determinati diritti sulle donne, ma anch’esse hanno diritti su di voi”. Le donne, disse, sono “vostre compagne e vostre ausiliarie”. In uno dei detti dell’Hadith, Maometto dice “Gli uomini migliori sono quelli che le loro mogli considerano i migliori”.
Dopo la sua morte, la moglie Aisha assunse un ruolo di leadership nella composizione dell’Hadith mentre un’altra moglie giocò un ruolo primario nella raccolta delle sure che costituiscono il Corano. Ognuna delle 114 sure che formano il Corano, ad eccezione della numero 9, inizia con le parole Bismillah al Rahman al Rahim. Tradotte più frequentemente come “Nel nome di Dio, il compassionevole, il misericordioso”. Il significato più profondo di questa espressione è “Nel nome di Dio, Colui che dà origine a compassione e misericordia dall’utero”. L’invocazione all’aspetto femminile di Allah è la chiave per una rinascita Islamica.
Infine, nel Corano non si accenna alle donne che indossano il velo, l’Hijab. All’epoca era senza dubbio una tradizione in Arabia e le mogli di Maometto lo indossavano per rimarcare il loro speciale status di “Madri dei Fedeli”, ma l’unica cosa che il Corano dice esplicitamente è che le donne dovrebbero vestire “con semplicità”. Maometto disse lo stesso agli uomini. Per lui, la semplicità nel vestire era espressione della semplicità del cuore. Lo stesso Maometto, anche quando era il leader supremo, non indossava mai nulla di più di semplici abiti di lana bianca.
Le riforme di Maometto furono così radicali che lo status delle donne in Arabia e nell’antico Islam era il più elevato di qualsiasi altra società del mondo, all’epoca. Le donne nell’Arabia del settimo secolo godevano di diritti non concessi alla maggior parte delle donne occidentali fino ad epoche recenti, più di mille anni dopo. Il fatto che oggi le donne si ritrovino in una posizione tanto svalutata, in molte delle province arabe/musulmane, è una tragedia e deve essere sanata se la cultura e la civiltà islamiche vogliono prosperare di nuovo come successe durante il Califfato Abbaside (dall’ottavo al tredicesimo secolo), quando la civiltà islamica era un faro luminoso per il mondo. Liberare le donne avrebbe profondi effetti da un punto di vista politico, economico, culturale, artistico e religioso. Porterebbe la Primavera Araba ad un livello completamente nuovo, cosa estremamente necessaria in quei paesi in cui la prima Primavera Araba si è rivelata una morte in utero.
È tempo che l’Islam liberi le donne completamente e che lo faccia sull’esempio di Maometto e sull’autorità del Corano, per cui compassione e misericordia sono le caratteristiche principali di Allah.”

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Cos’è un mandala?

Quale l’origine dei mandala? Come si costruiscono? Da dove arrivano? Un’immagine arricchita per scoprire qualcosa di più…

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Tra attesa e desiderio

StazioneNon mi dispiace l’attesa. Mi spiego: non mi riferisco ad aspettare qualcuno in ritardo o magari all’esito di un esame o di un accertamento. Penso al periodo in cui un desiderio ha il tempo di formarsi, crescere, definirsi: vi si concentrano aspettative, pensieri, emozioni, immagini, fantasie, tutti generalmente positivi. Quando ho un appuntamento, anche semplicemente andare a prendere Sara in stazione, arrivo in anticipo e mi porto sempre dietro un libro. Quel tempo di attesa tra quando spengo il motore dell’auto e l’arrivo del treno non mi dispiace affatto, non lo evito, anzi lo cerco. Diciamo che vivo il tempo dell’attesa in modo proficuo, fertile e non sempre legato al desiderio dell’ottenimento della cosa o della persona aspettata. Ecco perché forse mi trovo a metà tra il concetto di sete del buddhismo e un brano di Charles Juliet che ho letto stamattina. Tra le quattro nobili verità enunciate dal Buddha si ricorda: “Questa, o monaci, è la santa verità circa l’origine del dolore: essa è quella sete che è causa di rinascita, che è congiunta con la gioia e col desiderio, che trova godimento ora qui ora là; sete di piacere, sete di esistenza, sete di estinzione”. Attraverso l’Ottuplice sentiero si deve cercare di arrivare alla soppressione di questa sete “annientando completamente il desiderio, bandirla, reprimerla, liberarsi da essa, distaccarsi”. E’ facile comprendere come la nostra mentalità formata dalla cultura del desiderio (scopo principale di un qualsiasi spot pubblicitario) sia lontana da queste idee. Messe le cose in questa maniera, il discernimento pare abbastanza semplice. Ecco che a complicare le cose arrivano testi come questo estratto di “Dans la lumière des saisons” di Charles Juliet, a cui si fa riferimento a un altro tipo di attesa o desiderio o sete:
L’attesa. Avete conosciuto, conoscete che cos’è l’attesa? Quell’attesa che per anni non ha smesso di tormentarmi, che m’ha impedito di partecipare, che ha reso vano ciò che avrebbe dovuto farmi sazio. Se sapeste in quale deserto m’ha costretto a vivere. Nulla di ciò che mi si offriva era a misura della mia sete. E di che cosa ero io in attesa? Non avrei saputo dirlo di preciso. Senza dubbio, ero in attesa dell’evento meraviglioso capace d’appagare la sete di ciò che manca ad ogni vita. Ma non c’è alcun evento meraviglioso e io comprendo soltanto ora che non ho da lamentarmene. Ciò che è in grado di rispondere a quella attesa non può venire a noi che dall’istante – quell’istante che è là, prima che muoviamo qualsivoglia nostro passo, e che si offre alla nostra brama. Ma spesso noi lo troviamo troppo grigio, troppo banale e, poiché non ci sembra degno di veicolare ciò di cui desideriamo saziarci, lo oltrepassiamo senza cercare di scoprire ciò che esso cela. Che sbaglio! In ogni momento la vita abbonda, scorre, irriga il quotidiano al quale non sappiamo prestare attenzione. E’ dalla realtà più ordinaria che filtra l’acqua della sorgente. Ma prima di arrivare a comprenderlo, ad ammetterlo, c’è tanto da sfrondare.
Dimaro_004 copia fbL’avidità che tale attesa presupponeva, mi rendevo ben conto che era eccessiva, e ho fatto ricorso a diversi mezzi per tentare di contenerla, ma nessuno ha avuto la ben che minima efficacia. Esistono in noi appetiti, paure, vincoli, angosce… che non siamo in grado di controllare, per quanto grandi siano la lucidità, la determinazione, la conoscenza di noi che mettiamo in opera per dominarli. Il tedio, che nulla riesce a dissipare, è la conseguenza dell’attesa che viviamo fin dall’inizio come immancabilmente delusa. Fin dall’adolescenza ho imparato a leggere su alcuni volti e in alcuni sguardi la forma di tedio in cui si manifesta la sofferenza di una mancanza fondamentale.
L’attesa e la paura. La paura e l’attesa. Non credete che ambedue definiscano, per una grande parte, l’essere umano?”.
Non penso che alla fine i due punti di vista siano così distanti come possono apparire a uno sguardo veloce e posato sulla superficie; in fin dei conti anche il credente buddhista è teso a qualcosa, pur cercando di non fondare questa tensione sul desiderio, sulla brama. Mario Bertin, commentando le parole di Juliet, scrive: “Non un’attesa totalmente passiva. Un’attesa che è tensione versa qualcosa capace di saziare il nostro desiderio. Di appagare la sete di ciò che sentiamo mancarci. Perché non esiste alcun senso predefinito della vita. Il senso della vita, afferma Chaplin in Luci della ribalta, è il desiderio. Quel richiamo ad un oltre sempre inattingibile, che non si spegne mai. Il desiderio traccia la strada – ma te ne accorgi percorrendola – e infonde l’energia per andare verso ciò che l’autore chiama “la sorgente”, cioè verso la propria verità. L’istante è quello che viene immediatamente prima che cominci il nostro cammino. E’ un clic… E’ come un bagliore improvviso, che ci fa intravvedere una strada, da prendere piuttosto che qualsiasi altra strada. Senza ragioni. E’ un lampo nella notte. Soltanto una intuizione… Quasi sempre l’istante si configura in una circostanza banale, quotidiana, che sembra non avere alcun rapporto con il nostro desiderio, con quello che pensiamo sia in grado di saziare la nostra fame. Ma non è così. L’istante è soltanto il momento in cui si dischiude lo spiraglio. Quello che cerchiamo sta oltre la soglia. E non lo vediamo. Non siamo noi ad andare verso l’oggetto del nostro desiderio. D’altronde, il nostro desiderio non ha alcun oggetto. E’ la stessa energia vitale che scorre abbondante e che “irriga il quotidiano” a portarci verso di lui e ad offrircelo in dono. La verità è davanti a noi, “umile, quotidiana, feconda, inesauribile”. Dobbiamo soltanto essere disponibili ad accoglierla. E allora, come d’incanto, tutto si mostra e si chiarisce, il senso di tutto si illumina e si fa evidente. Come in una nuova nascita, si presenta la possibilità di
suscitare
il me stesso
che dovrà
darmi alla luce”.”
E non penso che alla fine si sia così lontani di quella ricerca del vero sé che sia oltre la propria semplice autopercezione cosciente, cammino al centro delle religioni orientali.
(i testi di Juliet e Bertin sono tratti da “Scuola e formazione” pagg.33-34)

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Aikidō, distacco e sorriso interiore

Un interessantissimo articolo del prof. Gian Paolo Terravecchia, preso da La ricerca. Vi si parola di aikidō, buddhismo, controllo, disciplina, sorriso interiore, distacco.
C’è un aneddoto sul Buddha che compendia molti dei principi dell’aikido verbale [qui si trova: L’aikidō è una delle arti marziali più affascinanti. Il suo nome è un manifesto: ai sta per “armonioso”, o “bilanciato”; ki sta per “vita, spirito” o “energia, forza”, mentre dō sta per “via”. Perciò il nome, nel suo intero, si può rendere con: “la via dello spirito armonioso”, oppure “la via per un’energia bilanciata”]. Un uomo, saputo della reputazione di Buddha, venne da lontano per mettere questi alla prova. Arrivato, gli si avvicinò e cominciò a gridargli ogni sorta di insulto: “Chi ti credi di essere per insegnare agli altri? Sei stupido come loro, non sei nient’altro che un impostore!”. L’uomo continuò a riversare su Buddha insulti, ma questi rimase immobile. Quando l’attacco cominciò a scemare, Buddha finalmente disse: “Posso farti una domanda?”. L’uomo assentì, dicendo: “Beh, cosa?”. “Se qualcuno ti offre un dono e tu lo declini, a chi appartiene quel dono?”. L’uomo pensò per un secondo, poi rispose: “Beh, in tal caso esso appartiene alla persona che l’ha offerto”. “Giusto – continuò lui – così, se hai cercato di darmi qualcosa che ho rifiutato, a chi dunque appartiene?”. L’uomo se ne andò.
La storia insegna molte cose: vediamone alcune. Innanzitutto, l’attacco verbale non va a segno per il solo fatto che qualcuno formula degli insulti: ci vuole dell’altro. La dignità di Buddha, infatti, non viene compromessa dall’attacco sferrato, anzi: questo finisce per mettere in risalto la grandezza di Buddha. A un attacco gratuito, rozzo e violento, egli ha replicato con pace, gentilezza e arguzia. Mentre il semplice silenzio sarebbe stato segno di assenza di risorse o di disdicevole supponenza, Buddha ha scelto il giusto momento per entrare: quando cioè la violenza dell’attacco scemava, senza aver ancora sortito alcun effetto. Il silenzio iniziale fa da scudo a Buddha. Esso poi, insieme alla gentilezza della richiesta di poter fare una domanda, destabilizza l’avversario e lo mette in difficoltà. Buddha ha dunque schivato l’attacco e, dopo la prima domanda, sta prendendo il controllo della situazione, ha l’iniziativa: ora l’altro è costretto a rispondere. Soprattutto, come detto, la domanda destabilizza l’attacco: il discorso è portato altrove e non è più in discussione Buddha. Entrambi gli interlocutori si stanno indirizzando verso qualcosa di terzo.
A questo punto arriva la seconda domanda, che porta il discorso ancora più lontano dall’attacco iniziale e segna la definitiva presa dell’iniziativa da parte di Buddha. Questi ha scelto bene la propria entrata: la prima domanda destabilizzava ed era irresistibile, ora questa nuova continua nella direzione della precedente e segna la definitiva presa del controllo da parte di Buddha. L’altro deve stare attento a non fare una figuraccia. Quando Buddha si muove, mostra di essere altrove rispetto alla direzione dell’attacco. Questa è la chiave dell’aikido: si tratta dell’Irimi, la posizione nella quale si è fuori pericolo e si prende il controllo della situazione.
[…] Quella scelta dal Buddha è una via di collaborazione: egli non si giustifica, né insulta a sua volta, ma domanda e tratta l’interlocutore con rispetto, come qualcuno che sa, che può aiutarlo a capire. L’altro non è umiliato. Intanto, però, Buddha lo sta portando dove vuole, senza che questi possa farci niente. Con la terza domanda, Buddha chiude il discorso e finisce per vincere il confronto. Va notato che Buddha ottiene il massimo risultato con il minimo sforzo: l’aikido verbale non è una disciplina di potenza, ma di grazia ed eleganza. Buddha non asserisce alcunché, né accusa, né contesta: al contrario, lascia passare i colpi, senza esserne affetto – poi, con la leggerezza di tre domande, chiude il confronto.
Ciò è possibile solo se si riesce a mantenere il distacco. Perché ciò avvenga è necessario possedere un sorriso interiore, dice Luke Archer nel suo Verbal Aikido. Il sorriso interiore è fondamentale ed è quello stesso atteggiamento col quale Buddha riesce a ributtare tutti gli insulti subiti sull’altro, senza esserne colpito. L’energia dell’attacco si scarica su colui che lo ha esercitato. Se l’attaccante avesse avuto lo stesso sorriso interiore, avrebbe riso col Buddha della strategia brillante di questi, mostrando così a propria volta di essere un uomo forte, e deviando quanto il Buddha gli stava restituendo. In tal caso, i due avrebbero potuto continuare a conversare serenamente, da spiriti illuminati, forse da amici. L’uomo però, purtroppo, non ne fu capace, e perciò ne uscì sconfitto.”

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Gemme n° 185

bardoDopo le lezioni sul buddhismo ho voluto approfondire l’argomento con la lettura del Bardo todol, Il “Libro tibetano dei morti”; l’ho portato come gemma perché al di là di quello che pensavo prima, lo ritengo interessante per chi sente di non trovare abbastanza nella cultura occidentale. E’ il viaggio dell’anima che non si separa solo dal corpo ma anche dal mondo in cui vive. Nella nostra società materialista penso sia importante per l’anima liberarsi da tutto, compresa la concezione di se stessa. Ne ho ricavato anche che il rapporto tra le persone è sempre molto importante e dovrebbe essere sempre disinteressato; l’aiuto reciproco è fondamentale: nel libro si spiega che i parenti del defunto hanno un ruolo di rilievo in quanto dovrebbero aiutarlo nel viaggio di liberazione.” Questa la gemma di D. (classe quarta).
Mi sposto di poco (Cina) e pesco alcune parole di Chuang Tzu:
Quando Lao Tzu morì, Ch’in Yi si recò al funerale. Urlò tre vole e se ne andò. Un discepolo gli chiese: «Non eri amico del nostro maestro?».
«Lo ero», rispose Ch’in Yi.
«Se è così, credi che quella sia una sufficiente espressione di dolore per la sua morte?», aggiunse il discepolo.
«Sì», disse Ch’in Yi. «Pensavo che egli fosse un uomo [mortale], ma ora so che non lo era… Il maestro giunse perché era il momento in cui doveva nascere; e partì perché era il momento di andare. Coloro che accettano il corso naturale e la sequenza delle cose e vivono obbedendovi sono oltre la gioia e il dolore».” (La conservazione della vita).

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Personalità empirica

PERSONALITA’ EMPIRICA (Franco Battiato, Ferro battuto)
Il faut abandonner la personalitè pour retrouver votre “je”
Changer dame cheval et chevalier
Changer d’habit baton et penseé
(retiens la nuit pour nous deux jusqu’à la fin du monde).
Quando non coincide più l’immagine che hai di te
Con quello che realmente sei
E cominci a detestare i processi meccanici e i tuoi comportamenti
E poi le pene che sorpassano la gioia di vivere
Coi dispiaceri che ci porta l’esistente
Ti viene voglia di cercare spazi sconosciuti
Per allenare la tua mente a nuovi stati di coscienza
Quand l’image que tu as de toi ne coincide plus avec ce que tu es réellement
Quand tu commences à hair les automatismes de ta facon d’agir
Et quand les chagrins prennent le pas sur la joie de vivre,
Avec les peines que nous apportent l’existence,
Et t vas chercher des espaces inconnus,
Pour une nouvelle conscience.
Sono poco numerosi i versi di questa canzone di Franco Battiato. Si parte dalla constatazione di quanto sia difficile essere se stessi, conoscersi a fondo. Capita spesso di conoscere dei nuovi aspetti di se stessi, magari delle reazioni che pensavamo impossibili per noi. Dice Pavese: “…Piace di tanto in tanto avere un otre in cui versarvi e poi bervi se stessi: dato che dagli altri chiediamo ciò che abbiamo già in noi. Mistero perché non ci basti scrutare e bere in noi e ci occorra “riavere” noi dagli altri…”
Inoltre, essere se stessi e quello che pensiamo di essere sono la stessa cosa? IO SONO COLUI CHE SONO…
Nell’induismo il principio del mio essere e’ in me, ma non coincide con l’autocoscienza. E’ qualcosa che io sono profondamente, ma non so di essere. Il mio io è la superficie del mio sé: al fondo c’è il mio vero me stesso. Il respiro (atman) diventa indice della presenza in me di una personalità profonda che è vero principio del mio essere (si noti la similitudine con l’anima e con lo spirito che soffia: si dice anche “ha esalato l’ultimo respiro”. Gianna Nannini in Sei nell’anima conclude dicendo “Siamo carne e fiato”).
Battiato parte da una situazione negativa in cui il mio essere vero e l’immagine di me non coincidono. A ciò si aggiungono:
detestare i processi meccanici (forse perché essi fanno pensare a qualcosa di preordinato e fissato, all’impossibilità dell’imponderabile?)
detestare i propri comportamenti (forse perché lontani dal vero essere?)
dispiaceri, pene sono superiori alla gioia di vivere (è un po’ la prima nobile verità del buddhismo…)
Insomma, la situazione non è delle migliori…
Da qui parte la spinta per cercare spazi nuovi e sconosciuti: ma il via viene dal dolore, dalla disillusione per la vita, certo non dalla meraviglia per il creato… E questi spazi nuovi e sconosciuti a cosa servono? La meta della ricerca è raggiungere con la mente nuovi stati di coscienza. Ora sarebbe da discutere cosa si intenda per coscienza e per stati di coscienza… Certo sembra di essere lontani da quel “dall’altra parte del cervello” di Cristicchi: la ricerca qui pare molto più razionale, per quanto, magari, un’espansione del razionale… D’altronde la canzone si intitola “Personalità empirica”, per cui si fa esplicito riferimento a qualcosa che deve essere esperito e non solo teorizzato. Alla fine della ricerca forse si potrebbe arrivare anche alla meta auspicata alla fine della canzone “Prospettiva Nevski”: “e il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire” (il maestro in questione potrebbe essere Gurdjieff).

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Il seme nella pagoda

Kha Khat

Massimo Morello è un giornalista che vive a Bangkok. Stamattina ho letto un suo interessante articolo su Studio.
«Non credo in Dio. Il Buddha è un Maestro. L’uomo non deve pregare, deve seguire la via» dice Phra, il Venerabile, Phitoo. «Dio non esiste. Se esistesse dovrebbe essere buono. Quindi non ci sarebbe il male» dice Ashin, il Maestro, Kelasa. Entrambi sono monaci della foresta, di quelli che in Thailandia, Laos o Birmania, là dove è più forte l’ortodossia della scuola Theravada, si dedicano alla meditazione in luoghi isolati. Il primo in un villaggio nell’estremo nord-est della Thailandia, verso il confine col Laos. Il secondo in un luogo ancor più remoto, tra i monti dello Shan meridionale, in Birmania.
Incontri non casuali. «Se vuoi capire vieni nel mio posto» aveva detto Phra Phitoo nel nostro incontro al Wat Mahadhatu di Bangkok, un tempio che ospita la più importante università buddhista thai.
«Nulla è impossibile per chi vuole comprendere davvero» aveva detto Ashin Kelasa, quando l’avevo incontrato a Mandalay, dopo avermi dato poche, scarne indicazioni per raggiungerlo nel suo eremo.
Quel che volevo capire era il cosiddetto “integralismo buddhista”. Credevo nella magia del buddhismo. I suoi valori di compassione, nel senso di empatia, comprensione, rispetto, mi apparivano antitetici con le “Milizie degli Illuminati” che in tutto il sud-est asiatico cercano di trasformare il Dharma, la legge morale, in legge dello Stato, dottrina politica. Un fenomeno che in Birmania si è manifestato con le esplosioni d’intolleranza e violenza nei confronti della minoranza musulmana (circa il 5% su una popolazione di 60 milioni): nell’ultimo anno si sono susseguiti veri e propri pogrom anti-islamici, con oltre 250 morti e circa 150.000 persone rimaste senza casa.
Un “terrore buddhista”, come strillato nella copertina di Time del 1° luglio, che ha il volto di un monaco: Wiseitta Biwuntha, noto come Ashin Wirathu, leader del movimento 969, che si richiama ai 9 attributi del Buddha, i sei del suo insegnamento e ai nove del “Sangha”, la comunità dei fedeli. In un paese, come tutti gli altri dell’area, ossessionato dalla numerologia, 969 è divenuto il simbolo della difesa del “savanna”. Questo termine pali, che ingloba la comunità buddhista e l’essenza stessa dell’insegnamento del Buddha, da oltre due millenni giustifica ogni deviazione dall’insegnamento stesso.
«Quando lasci che il seme di un albero metta radici in una pagoda, all’inizio ti sembra piccolo. Ma sai che dovrai tagliarlo prima che cresca troppo e distrugga l’edificio» ha detto Ashin Wirathu, secondo cui i musulmani minacciano l’identità birmana.
«I monaci non devono occuparsi di politica» commenta infastidito Phra Phitoo, quando gli chiedo un commento. Secondo quel tranquillo monaco della foresta thailandese, l’importante è concentrarsi su se stessi. Ma alla fine anche lui si lascia andare a qualche valutazione teologica. «Il cristianesimo è avido e l’induismo stupido». Peggio di tutte è l’Islam. «È una religione cattiva: uccidi e vai in paradiso». Con minor virulenza è lo stesso giudizio di Ashin Wirathu. «I musulmani sono fondamentalmente cattivi. Maometto gli permette di uccidere qualsiasi creatura» ha dichiarato.
Ashin Kelasa predica invece la tolleranza. «Giudicate le persone, non la loro religione» predica di fronte a circa duecento seguaci birmani nel ritiro di meditazione al termine del Thingyan, il capodanno lunare. Un invito al dialogo tanto più importante perché avviene poco tempo dopo gli scontri tra buddhisti e musulmani avvenuti proprio in quella regione. In privato, però, anche questo ex professore di matematica, autore di un saggio su Buddhismo e Democrazia, manifesta insofferenza nei confronti dei musulmani. «Il problema è che con loro non è possibile il dialogo. Giudicano gli altri ma non accettano di mettersi in discussione». Per quanto riguarda l’estremismo dei monaci che incitano alla violenza si limita a negarlo con un sofisma. «Non ci sono monaci violenti. Se sono violenti non sono monaci».
Seguire i monaci della foresta, alla fine, non è servito a comprendere le ragioni delle derive integraliste del buddhismo. Anzi, il sonno della meditazione ha generato nuovi dubbi, incubi. «Osservali e falli passare» mi tranquillizza Ashin Kelasa. «Il senso del buddhismo nessuno può dartelo, devi conquistarlo».
Aveva capito tutto John Burdett, ex avvocato inglese che scrive romanzi gialli ambientati in Thailandia. «Questo è uno dei grandi vantaggi del buddhismo, amico mio: non è focalizzato sui risultati. Non c’è alcun modo in cui tu possa influire sul destino degli altri, ma solo sul tuo» mi aveva detto.
Forse è proprio in questo senso del dubbio e della ricerca individuale, sottinteso a tutta la cultura buddhista – almeno nel Theravada – che si possono cogliere i motivi inconsci di contrasto con l’Islam. «È la paura che genera violenza» dice Ajarn Sulak Sivaraksa, filosofo buddhista thai, uno dei padri fondatori del Network of Engaged Buddhists, organizzazione nota per l’impegno sociale e l’apertura al dialogo inter-religioso. La paura, a sua volta, è generata dal confronto con una religione così di piena di certezze, gerarchica come quella musulmana.
Più si osservano i propri dubbi, più si comprende che il problema dell’integralismo buddhista è ben più complesso di quanto appaia nell’ottica occidentale e monoteista, con i suoi criteri di giudizio tanto netti e “corretti”.
In Birmania, inoltre, il movimento sta diffondendosi proprio per le aperture democratiche del governo. La diffusione di Internet, la “libertà” di stampa, stanno dando voce a vecchie tensioni inter-etniche alimentate all’epoca della colonizzazione britannica in nome del divide et impera. Il regime militare che ha dominato il paese sino a tre anni fa riusciva a sedarle con un controllo feroce. Tanto che nel 2003 lo stesso Ashin Wirathu era stato incarcerato per istigazione alla violenza anti-musulmana, ed è stato liberato solo nel 2012 con altre centinaia di prigionieri politici. La nuova aria di libertà che si avverte non appena si mette piede in Birmania, inoltre, ha innescato un fenomeno psicosociale: la rabbia repressa in decenni di dittatura cerca sfogo in qualsiasi direzione.
Le analisi di alcuni commentatori occidentali secondo cui gli scontri inter-religiosi rappresentano il vero volto di un governo pseudo-democratico sono basate su una vera e propria forma di miopia geopolitica. Al contrario, come ha scritto Joshua Kurlantzick, analista del Council of Foreign Relations di Washington, “mettono a serio rischio il processo di riforme avviato dal presidente Thein Sein”.
È quest’ottica che va giudicato l’atteggiamento di Aung San Suu Kyi, accusata dalle anime belle dell’Occidente di aver “tradito” la causa per la quale ha trascorso vent’anni agli arresti e rischiato la vita. La Signora, non avrebbe condannato con sufficiente durezza le violenze contro la minoranza musulmana. In particolare Aung San Suu Kyi è giudicata colpevole di “silenzio” riguardo l’ennesima persecuzione contro i Rohingya, minoranza musulmana stanziata nel Rakhine, la regione birmana affacciata sul Golfo del Bengala.
Anche in questo caso, osservando da lontano, si sono create parecchie confusioni. A partire da quelle geografiche: in alcuni casi i Rohingya sono stati “assimilati” ai musulmani delle regioni centrali e viceversa. In altre parole per molti, in Occidente, tutti i musulmani birmani sono Rohingya.
La loro situazione, invece, è ben più drammatica. I Rohingya sono gli indesiderati del sud-est asiatico. Sono circa 800.000 persone, etnicamente e culturalmente assimilabili ai bengalesi. Per questa differenza sono discriminati e perseguitati più di chiunque altro, considerati “immigrati illegali”. Sono talmente disperati da cercare rifugio in Bangladesh, uno dei paesi più poveri al mondo. Dove sono confinati in campi privi di ogni assistenza. «Qui siamo già in troppi per troppo poco lavoro. Sarebbe una guerra tra poveri» dice un funzionario dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati.
Più o meno, è quanto dichiarato da Aung San Suu Kyi, intervistata dalla Bbc riguardo i Rohingya. «Sto chiedendo tolleranza, ma non credo che si dovrebbe usare la propria leadership morale, se volete chiamarla così, in nome di una qualsiasi causa senza però andare realmente all’origine del problema».
L’origine del problema, è la stessa di tutti i conflitti etnici e religiosi che negli ultimi anni sono esplosi in Asia, dalle Filippine al sud della Thailandia, lo Sri Lanka, il Bangladesh, l’Indonesia: una miscela esplosiva di democrazia immatura, nazionalismo, sperequazioni economiche abissali.
Nella maggior parte dei casi, poi il terrore non è stato buddhista. Mentre è un buddhista, un monaco vietnamita a proporre una soluzione. Si tratta del maestro Zen Thich Nhat Hanh. «Se incontri il Buddha uccidilo. Devi liberarti da ogni dogma. Se non sei capace di uccidere il Buddha non puoi uccidere i tuoi preconcetti».”

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L’amore sopra ogni cosa

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Nella rubrica Ădāmà su Jesus di maggio 2014, Gabriella Caramore scrive:
“Perché le religioni, mi chiedevo il mese scorso in Ădāmà, se il mondo sembra procedere, per lo più, senza bisogno di riferirsi a un Dio, o a una sapienza codificata, o a grandi figure spirituali, e sembra non avere sete d’altro che di sé stesso, e del proprio inoltrarsi convulso e inconsapevole verso la catastrofe? Una prima risposta la rinvenivo nel fatto che ciò che ha dato vita alle grandi tradizioni religiose è la stessa sete di conoscenza che ha dato origine al sapere filosofico, scientifico, morale, politico di tutta la storia dell’umanità.
Ma vi è un’altra “spinta” che ha contribuito al sorgere delle religioni, alle loro scritture, alle loro storie, alle loro aggregazioni: quella di alleviare le sofferenze di uomini e donne, di dare un senso al dolore, quando non lo si possa estinguere del tutto, quella di contenere le forze distruttive che abitano il cuore dell’uomo. In una parola, il tentativo di fare comunità, di creare società, di costruire convivenza.
Quando a Gesù viene chiesto – come si racconta nei Vangeli sinottici – quale sia il comandamento più grande, in una sintesi geniale accosta due versetti della Bibbia ebraica, e risponde che, alla fine, vi è un solo comandamento: quello di amare l’unico Dio e di amare chiunque ci si presenti come prossimo. Se ci si china sul prossimo con amore, si ama anche Dio. E se si ama Dio, questo amore si manifesta nella cura del prossimo. Ma se noi allarghiamo lo sguardo al di fuori dell’orizzonte giudaico e cristiano, troviamo affermazioni analoghe in tutte – ma davvero tutte – le altre sapienze: nei grandi poemi indiani e nei discorsi del Buddha, nei pensieri di Confucio e nelle massime del Dao, nel jainismo e nello zoroastrismo, nella sapienza latina e nei discorsi del profeta Muhammad. Questo, in definitiva, il “programma” di ogni religione, che sfocia fino al grande mare della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: “Ciò che tu non vuoi che ti venga fatto, non farlo a nessun altro”.”

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Letteratura, Religioni

L’anima in pace

Hui-k'oOggi pubblico una storiella breve e folgorante della tradizione buddhista. Questa la fonte.
Un giorno Hui-k’o si presentò a Bodhidharma e gli disse: “La mia anima è tormentata: ti prego, dalle pace!”
“Portami qui la tua anima e io le darò pace.”
“Come faccio? Quando la cerco, non la trovo.”
“Allora è già in pace.”

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Cambia la popolazione, cambia la religione

Uno sguardo sulla Cina e sulla situazione delle religioni. Articolo di Fabrizio Mastrofini preso da Vatican Insider.

malacca_tempio_cinese.jpg“Nel vasto «pianeta cinese» è in corso una profonda trasformazione che investe la religione. Il punto di partenza è dato dall’esodo dalle campagne verso le città, un fenomeno che ha dimensioni bibliche. Secondo le statistiche ufficiali gli abitanti nelle città hanno superato quelli delle campagne: 690,79 milioni contro 656,56 alla fine del 2011. Gli effetti sul piano religioso sono rilevanti. A dedicare servizi a questi aspetti e a documentare i problemi ci sono due agenzie stampa specializzate sull’Asia: Ucanews con sede a Honk Kong ed Eglise d’Asie della Società delle Missioni Estere di Parigi, con sede nella capitale francese. I dati raccolti, le testimonianze, le analisi, convergono nel sottolineare che la trasformazione demografica ha cominciato ad avere effetti sul piano religioso. Ucanews ha preso ad esempio la storia di Bosco Wang, migrante cattolico, dalla campagna a Guangdong e poi da qui in una cittadina a sud di Shangai. Il primo gravissimo problema che ha affrontato è stato linguistico: trovarsi con sacerdoti in grado di esprimersi solo in cantonese e non in mandarino. «Ho visto – ha raccontato – numerose persone che durante la messa recitavano il rosario senza seguire la celebrazione. Poi ho capito che non erano in grado di comprendere il sacerdote». E casi simili sono in grande aumento. Eglise d’Asie in un recente servizio sul problema nota come l’esodo dalle campagne stia ristrutturando sia la Cina sia il cattolicesimo. Come accade nel villaggio di Erquanjing, nel nord-ovest della provincia di Hebei, diocesi di Xiwanzi. Qualche anno fa contava oltre duemila abitanti, praticamente tutti cattolici; oggi sono ridotti ad un centinaio. E secondo le statistiche dell’Istituto di antropologia dell’Università di Pechino ogni giorno spariscono tra 80 e 100 villaggi a causa dell’esodo massiccio verso le città. Un parroco – don Joseph Yang, nel distretto di Yang – ha dichiarato che ogni settimana si trova davanti a volti nuovi nelle sue messe, con la conseguente grande difficoltà di dare risposte pastorali efficaci.

Ma anche le altre religioni e confessioni cristiane affrontano sfide difficili. Ad esempio il mondo buddista, in grande crescita e nonostante sia favorito dal governo perché viene visto come una religione tradizionale dell’Asia, a differenza del cristianesimo che viene percepito come una religione occidentale, dunque importata. Il professor Ji Zhe, sociologo e specialista in storia delle religioni cinesi, dirige un progetto di ricerca internazionale sull’evoluzione del buddismo in Cina. Attualmente – ha dichiarato a Eglise d’Asie – delle cinque religioni ufficialmente riconosciute (buddismo, taoismo, cattolicesimo, protestantesimo, islam), i buddisti costituiscono il più numeroso gruppo di credenti e praticanti». In particolare parliamo del buddismo Mahayana Han, con 100 milioni di fedeli, mentre sono 7,6 milioni i buddisti tibetani e 1,5 milioni i buddisti Theravada. Secondo lo studioso il buddismo è sostenuto dal governo per motivi politici e per interessi economici. Per questi ultimi il caso esemplare è quello del tempio Shaolin nella provincia di Henan, molto famoso per la grande tradizione nelle arti marziali. È un luogo di turismo che raccoglie decine di migliaia di visitatori ogni anno ma i proventi del biglietto di ingresso vanno al 70% al governo locale. E la comunità monastica è sottoposta ad uno stringente controllo amministrativo su come spende quel 30% di introiti che ha a disposizione. Inutili le vibranti proteste che ogni anno vengono sollevate dai monaci. Quanto ai motivi politici l’analisi del professor Ji Zhe è precisa. «La religione che si sviluppa di più in Cina è il protestantesimo, soprattutto evangelico, che è più attivo e rivendicativo, non esita a invocare la libertà religiosa ed il rispetto dei diritti dell’uomo, anche grazie ai legami con l’estero e grazie all’organizzazione specifica, difficile da controllare per lo stesso governo. Cattolicesimo ed islam sono ugualmente problematici per il governo centrale, sia sul piano diplomatico, sia sul piano etnico. Ed allora si cerca di favorire l’espansione del buddismo Mahayana Han – gli Han sono l’etnia maggioritaria alla quale appartiene il 92% della popolazione cinese – per tentare di contenere l’espansione di altre religioni».”

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Pensiero d’Oriente in Italia

Avete un quarto d’ora di tempo? Un tempo calmo, rilassato, non rubato a mille impegni, di quelli che si portano dietro pure il senso di colpa del furto. Bene, chi vuole può dedicare quel tempo alla lettura di questa intervista di Sabrina Conti a Tamotsu Nakajima, Presidente Nazionale del Soka Gakkai (Società per la realizzazione del Valore). Va detto che in rete si trovano anche molti articoli contrastanti su questa corrente. Metto il link del Cesnur e quello a un articolo de L’Espresso di luglio, invitando a leggere i numerosi, variegati e vivaci commenti…

 

simbolo-della-soka-gakkai.jpgIl buddismo ha origini antichissime, ma la vostra comunità è stata fondata negli anni ’30 in Giappone da Tsunesaburo Makiguchi

Prima di tutto bisogna considerare la storia del buddismo che vediamo ora e quella che era in origine. Questo non è facile. Difficile fare chiarezza in questo. Spesso il risultato è frutto di un ragionamento, non della effettiva realtà derivata da fatti realmente accaduti e che hanno portato ad un mutamento.  La laicità, che altro non vuol dire se non che non ci sono Preti o Bonzi, è frutto di varie fasi della storia. Ecco perché è inutile analizzare un solo aspetto. Ecco il Soka Gakkai nasce sicuramente nel 1930, prima della fine della seconda guerra mondiale.

Portare l’Oriente in Occidente, voi avete fatto questo; ma la cultura Orientale è ricca di introspezione di momenti di ricerca all’interno di sé.

Ed il buddismo è semplicissimo: causa ed effetto; quale è stata la causa dell’attuale situazione?  Che cosa è stato fatto perché ci accadesse ciò? Ogni cosa dipende da questo: sia passato, presente o futuro. Anche noi siamo laici, prima avevamo i preti. Ma ad un certo punto, essere preti è diventato come un lavoro. Il buddismo è uguale per tutti: solo con la pratica si riesce realizzare quello che professa il buddismo. Anche i preti praticavano, come tutti.  Ma se questo diventa lavoro non c’è più illuminazione. Tanti preti pensano: noi siamo superiori, ed i credenti pensano noi siamo inferiori. Molti non spiegano, danno dei dogmi, senza raccontare le origini.

Forse, volendo dare una colpa, alla perdita delle origini, la si può ricercare nel consumismo, nell’allontanamento dalla natura, nella perdita di coscienza verso ciò che ci circonda e che è all’origine della Vita. Voi come vivete questo rapporto col Creato?

Nel buddismo l’essere vivente e l’ambiente che lo contiene non sono due realtà separate” altrimenti non si comprende questo principio fondamentale del buddismo.  Bisogna migliorare l’ambiente, per migliorare le persone stesse. Le persone sono nate dalla natura. Sono un elemento della natura, e non esseri superiori che hanno il diritto di dominarla. Questa convinzione deriva dall’uso dell’intelligenza errato, da tutto quello che l’uomo ha creato e che lo fa credere superiore. L’intento del buddismo è vivere in armonia con le persone, tra le persone, e con l’ambiente. Bisogna vivere ogni giorno singolarmente e gioire della vita. E’ appunto questo il punto critico a cui mi riferivo prima. La nostra società è quella del nulla, delle apparenze: questo viene trasmesso sin dalla prima infanzia. Sembra difficile vivere cercando al proprio interno l’energia positiva e propositiva.

Che buddismo seguite?

La nostra è la scuola buddista fondata da Nichiren Daishonin. Molte cose sono rimaste ai nostri giorni esattamente come aveva insegnato lui: l’oggetto di culto, la recitazione della Legge mistica “Nam-myoho-renge-kyo”, e l’atteggiamento fondamentale di lottare contemporaneamente per felicità degli altri e per la propria. Poi il risultato dipende dalla sincerità, dalle azioni e dal comportamento di ogni praticante. In origine si pregava solo per sé, ognuno si impegnava a realizzare la propria illuminazione.  Ma nel buddismo la pratica – come dicevo prima – significa pratica per sé e per gli altri.  È fondamentale sviluppare il desiderio di star bene tutti insieme e non solo se stessi. È questo il cambiamento dalle origini, di cui parlavamo prima. Ed è per questa ragione che si passa attraverso l’oggetto di culto e delle parole. La nostra pratica buddista è molto semplice: la mattina e la sera io recito due capitoli del Sutra del Loto e Nam-myoho-renge-kyo. In questo modo, attraverso questa causa, nasce l’effetto, con la comunità di pensiero, l’energia si muove. In realtà, nessuno mi regala niente, sono io che poi devo realizzare tutto attraverso i miei sforzi. Se io ho la capacità riesco, se non ho capacità non riesco. Ognuno ha la capacità, ognuno è potenzialmente un Budda: natura ed apparenza sono tutto in uno.

Chi si avvicina a voi crede già in questo?

Noi seguiamo l’insegnamento e l’esempio dei nostri Maestri (Tsunesaburo Makiguchi, Josei Toda e Daisaku Ikeda), ma loro non sono i nostri guru, non li adoriamo. Sono un esempio. Il Maestro è uno che pratica il Buddismo e che indica la strada.

A parte l’esempio che può dare nella vita di tutti i giorni, passerà dei messaggi che lui trova dentro di sé e li trova perché ha fatto un percorso?

Senz’altro. Proprio così, il maestro sta facendo un percorso nella sua vita per diventare profondamente buddista. Non è facile praticare realmente il buddismo, e realizzare, mano a mano che si va avanti. Ognuno ha il suo modo di praticare. L’esempio è fondamentale: si guarda l’altro non con invidia ma come esempio, se lui è arrivato posso farlo anche io. La vita è da utilizzare, ci vogliono speranza e gioia, non disperazione. Quello che ognuno passa ora è stato vissuto prima da un altro, le difficoltà vanno superate e le persone incoraggiate. Cerchiamo di comportarci bene, la legge c’è. Che uno sappia o no la legge c’è. 

Vi avvicinano più giovani o persone adulte che hanno già un loro vissuto e, con quale realtà è più facile approcciarsi?

Cambia a seconda dei  periodi. Quando c’era il movimento dei giovani, in tanti cercavano qualche cosa in più. Una via da seguire.

E sono rimasti o si sono adeguati agli schemi precostituiti dalla Società?

Tante persone cercano un ideale da realizzare tutta la vita. Se non riescono a mantenere quell’ideale a metà strada si adagiano. E prendono strade più comode. La comodità, forse è illusione.

Apparenza?

Sì.

Si nasce, cresce e muore e basta così? In pochi pensano che la vita abbia uno scopo, un percorso di ricerca.

La gente ha paura di quello che non vede tangibilmente, questo è un biscotto ma se io non lo vedo … tanti anche vedendo il biscotto non lo mangiano.

Essere un Maestro, come Lei, cosa significa?

Io sono sempre un apprendista, ho i difetti come gli altri, ogni giorno devo imparare. Io non capisco mai abbastanza il buddismo. Ad esempio questi sono gli scritti di Nichiren Daishonin, il fondatore della nostra scuola buddista.  Lui esprime delle teorie ben precise sul buddismo: sono lettere mandate ai credenti, e noi abbiamo tradotto dal giapponese all’inglese e dall’inglese all’italiano. perciò il passaggio della traduzione un po’ cambia. Sono 172 pezzi in cui incoraggiava i credenti. Il buddismo non è negli scritti, il buddismo è come vive la persona, come ha vissuto. Il Sutra è composto di parole, è un insegnamento. È importante come si utilizza il Sutra nella vita stessa. Noi viviamo la vita ogni attimo. La situazione cambia sempre nessuna cosa è ferma, io stesso cambio ogni attimo. Un attimo prima sono riuscito a fare una cosa, l’attimo dopo non si sa. Siamo noi che influenziamo attimo dopo attimo. Il nostro lavoro è aiutare la persona quando è in difficoltà. Il buddismo pensa a come poter essere utile a quella persona.

Accade che i buddisti scelgano un altro credo?

Quello che ho potuto vedere, succede che sperimentano qualche altra cosa e poi tornano a praticare il buddismo di Nichiren Daishonin.

Vivendo nella società ci saranno problematiche comuni al resto della società, ad esempio il divorzio. Sembrerebbe impossibile che accada questo evento in una coppia buddista che dovrebbe vivere nell’armonia.

Tutto è lasciato libero. Se si rivolgono a me esponendo le difficoltà rispondo, aiuto, ma se non lo fanno, non posso fare nulla.  Comunque sia il momento che stiamo vivendo ora è nulla in confronto al passato, ai miliardi di persone che sono vissute prima di noi. Noi abbiamo un legame perché siamo qui in questo momento. Come italiani abbiamo pure un legame tra storia e vita attuale. Quello che noi sentiamo crea un legame, noi creiamo movimenti per la pace per la cultura. Tutto bello, ma noi dobbiamo ragionare su come agire nella vita quotidiana: coi vicini, il lavoro, i quartieri … Non sempre “contro qualcuno” ma “con qualcuno”. Chi arriva nella nostra comunità, sente il meccanismo dell’essere vicini e in più, sente l’importanza del legame, di aiutarsi l’uno con l’altro.

L’Italia è un paese difficile per il buddismo?

Fortunatamente è molto difficile, ma hanno delle necessità gli italiani, delle necessità differenti dagli altri Paesi, ed hanno molto cuore, sono umani.

Come vi siete posti con la strage dei monaci in Birmania, un martirio di pacifici e silenziosi uomini uccisi con una violenza tanto grande?

Ogni singola persona, in ogni singolo istante, vive sia una parte molto buona ma, al contempo, molto cattiva: bene e male sono due facce della stessa medaglia. Per noi buddisti questo punto di vista non è difficile da comprendere. Si parla di diritti umani. Ogni singola persona ha diritto.

E quindi come si spiega la diversità nel mondo?

Noi professiamo pace ed educazione.  Attualmente c’è solo egoismo o egocentrismo. Non ci si preoccupa di nulla … domani mi candido, domani tolgo l’Imu … di fronte ad un guadagno immediato personale … non importa il peggioramento.  Il buddismo parte sempre dalla comunità.

La vostra comunità è in crescita?

Si ma bisogna migliorare la qualità e la pratica.  Se tu vuoi cambiare una società confusa non è sufficiente la quantità ma il come. Ognuno deve guardare se stesso.

Voi aiutate nel sociale?

Noi facciamo solo attività religiosa in Italia, all’estero si fanno anche altre cose. Nello specifico in Italia cerchiamo di combattere contro le armi nucleari.  Abbiamo una università in California che non è una università “religiosa”. Il presidente Ikeda è stato insignito dall’ONU di un riconoscimento per la pace. Nei primi anni settanta ha riaperto il dialogo con Cina. La Soka Gakkai è anche intervenuta in aiuto alla popolazione della Cambogia.

Come vi ponete con le altre religioni, quali sono i punti di confronto?

Io non so, per cui prima devo sapere. Almeno cerco di ascoltare tutto quello che dice l’altra persona senza pregiudizi.

Con i cattolici che rapporto avete?

Cerchiamo di dialogare ma c’è qualche difficoltà.

Attuate dei progetti insieme?

Con la comunità di Sant’Egidio, abbiamo raccolto le firme per la moratoria sulla pena di morte.

Voi non vi occupate di politica?

No qui no, in Giappone sì: diciamo ai giovani di seguirla. La politica va intesa come interesse per le cose del Paese. Le singole persone devono interessarsi di tutto. La democrazia è una bella cosa, ma chiede impegno.

I giovani si possono aiutare?

I giovani d’oggi sono bravissimi. Io ho insegnato a scuola – 50 anni fa. Ogni anno gli studenti sono diversi. Dai 16 ai 22, 23 anni sono veramente in gamba. Hanno qualche cosa in più sono saggi anche se con poca esperienza. Ecco credo che tutte le credenze debbano aiutare i giovani.

E la donna?

La donna ha una sensibilità diversa nell’Occidente; cultura che forse nell’oriente è più sviluppata anche fra gli uomini. Qui si sono mantenute la storia e la tradizione. Nel buddismo non c’è differenza. È una domanda frequente questa che lei mi fa. Gli uomini seguono la famiglia: nonno padre nipote… le donne seguono la prosperità. Le donne hanno più forza. La loro vita è attaccata al quotidiano, educano i figli. L’educazione famigliare è fondamentale. Non intendo l’essere mammoni. Le donne hanno forza ovunque. Anche nella Soka Gakkai, sono le donne che portano avanti l’attività buddista, tranquille e costanti, gli uomini a volte la portano avanti solo per mettersi in mostra ma, per fortuna, il 60% dell’istituto è composto da donne.

Qual è il problema più grande oggi?

Egocentrismo, ognuno pensa per sé, per i suoi parenti ed amici. L’egoismo. L’ignoranza nel senso di non sforzarsi per conoscere di più. Sforzo considerato inutile. Chi domina la società vuole mantenere ignorante il popolo. Così dura di più … da sempre è così.

Questa migrazione dei popoli, questo mischiarsi può essere una chiave di salvezza per l’umanità?

Un aiuto sì, conoscersi di più scambiando le culture. Anche la tecnologia se usata bene è senz’altro positiva. Ma in molti casi non viene sfruttata correttamente, e l’essere umano rischia di diventarne solo schiavo. L’umanità deve prendere coscienza e ragionare. Le persone devono riappropriarsi dell’intelligenza.

Pubblicato in: Filosofia e teologia, Letteratura, Religioni

Accostamenti

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Ho letto su “La civiltà cattolica” del 3-17 agosto un interessante articolo di Javier Melloni sulla crisi. Lo spunto di partenza è la crisi economica mondiale, ma presto il discorso si fa vasto e il riferimento principale è alla crisi di mezza età che spesso prende l’uomo nel suo cammino esistenziale o di fede. Vengono citate belle pagine di letteratura e spiritualità, le riporto:

  • Dante Alighieri: “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura ché la diritta via era smarrita. Ahi quanto a dir qual era è cosa dura esta selva selvaggia e aspra e forte che nel pensier rinova la paura! Tant’è amara che poco è più morte; ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai, dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte. Io non so ben ridir com’i’ v’intrai, tant’era pien di sonno a quel punto che la verace via abbandonai.” (La divina commedia)

  • Teresa d’Avila: “Una volta cresciuto […], il bruco comincia a lavorare la seta e a edificare la casa dove dovrà morire… Muoia, muoia questo verme, come muore il baco da seta per realizzare il senso della sua vita… Quando, in questo grado di orazione, [il bruco] muore completamente alle cose del mondo, […] nasce una farfallina bianca” (Il castello interiore)

  • Pierre Teilhard de Chardin: “Per la prima volta forse nella mia vita […] sono sceso nel più intimo di me stesso, in quell’abisso profondo dal quale sento confusamente emanare la mia capacità di agire. Ora, a mano a mano che mi allontanavo dalle evidenze convenzionali che illuminano superficialmente la vita sociale, mi rendevo conto che la mia vita profonda mi sfuggiva. A ogni gradino che scendevo, scoprivo in me un altro personaggio, di cui non potevo più dire il nome esatto, e che non mi obbediva più. E quando fui costretto a porre fine alla mia esplorazione perché la strada veniva meno sotto i miei passi, c’era, ai miei piedi, un abisso senza fondo, dal quale scaturiva, venendo da chi sa dove, il flusso che oso chiamare la mia vita” (L’ambiente divino)

  • Keiji Nishitani: “Il grande dubbio rappresenta non solo l’apice del sé che dubita, ma anche il punto del suo “estinguersi” e cessare di essere “sé” […]. E’ il momento nel quale il sé è nel contempo il nulla del sé, il momento che è il cosidetto “luogo del nulla”, dove accade una conversione al di là del grande dubbio. Il grande dubbio emerge come l’apertura del luogo del nulla, come il campo della conversione dal grande dubbio stesso. Ecco perché è “grande”.” (La religione e il nulla)

Ho voluto raccogliere e accostare questi testi per mostrare quanto certi cammini di religioni molto diverse spesso intreccino i loro passi, soprattutto nella mistica, e trovino risonanza nell’esperienza umana di tanti, credenti e non.

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Etica, Filosofia e teologia, Religioni

Tauran e il buddhismo

tauran, ecumenismo, dialogo interreligioso, religioni, buddhismo, cristianesimoLa sera dell’annuncio dell’elezione del nuovo papa, sul balcone centrale di piazza San Pietro è apparso per l’“Habemus papam” il cardinale francese Jean Louis Tauran. Il web ha immediatamente cominciato a ironizzare in modo anche feroce su di lui, sul suo intercalare incerto e sulle sue movenze particolari (dovuti al morbo di Parkinson). Il cardinale è il presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso; rivolgendosi al mondo buddista in occasione dell’annuale festa di Vesakh ha affermato: «Il nostro autentico dialogo fraterno esige che noi buddisti e cristiani facciamo crescere ciò che abbiamo in comune, e specialmente il profondo rispetto per la vita che condividiamo». «L’amorevole gentilezza verso tutti gli esseri è la pietra angolare dell’etica buddista e l’amore di Dio e l’amore del prossimo sono invece il centro dell’insegnamento morale di Gesù». Penso, ha continuato il porporato che «sia urgente creare, sia per i buddisti che per i cristiani, sulla base dell’autentico patrimonio delle nostre tradizioni religiose, un clima di pace per amare, difendere e promuovere la vita umana».

L’articolo da cui ho preso le parole è di Luca Rolandi e appare su Vatican Insider.

Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Etica, Filosofia e teologia, Religioni, Storia

Il mio sangue è il tuo sangue

Ho scoperto in rete il sito Notizie Geopolitiche, da cui ho preso questo articolo di Enrico Oliari.

277-0-34092_dalai-lama trento.jpg“Nel corso della recente visita a Trento, Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama premio Nobel per la Pace nel 1989 e fino al 2011 capo del Governo tibetano in esilio, ha ribadito la dottrina della non-violenza e della fratellanza universale: “quando incontro voi – ha spiegato in occasione della conferenza stampa indetta presso il Palazzo della Provincia – mi sento univoco, uguale a tutti. Tutti noi cerchiamo la felicità e, come si dice presso le isole Hawaii, il mio sangue è il tuo sangue, le mie ossa sono le tue ossa: sulla Terra siamo sette miliardi, dobbiamo essere tutti fratelli, senza discriminazione di alcuno. Se non siamo ‘noi’, ma ‘io e gli altri’, io mi isolo e questo è alla base di tutte le ansietà e di tutti i conflitti; per questo motivo è necessario liberarsi dell’‘io’ e, per raggiungere la felicità, vedere gli ‘altri’. Se ci stringiamo le mani, ma nella mente ci sono sentimenti di differenza, allora dobbiamo prendere delle decisioni. L’amicizia, invece, va donata agli altri senza aspettative e l’essere sinceramente amici non è qualcosa che deriva dalla pratica religiosa: io ho un gatto che capisce che gli sono amico, per cui mi viene vicino; mentre se ho nella mia testa ansietà, questi si allontana. Ecco, noi dovremmo prendere esempio come se quel gatto fosse un guru”.

Riferendosi agli operatori della stampa presenti ha poi indicato che “la felicità nasce dentro e proprio voi giornalisti potreste far capire messaggi di felicità e non vedere solo gli aspetti economici della professione: voi giornalisti avete questa missione”.

Notizie Geopolitiche ha posto al Dalai Lama domande di carattere politico, ovvero quale messaggio dà al popolo tibetano a fronte dei 105 arsi vivi dal 2009 in segno di protesta per l’occupazione della loro terra ed i soprusi da parte dei cinesi e se vede spiragli per un possibile dialogo con la nuova dirigenza cinese guidata da Xi Jinping e da Li Kequiang: “Non appena avvenne il primo caso di tibetano immolatosi in segno di protesta – ha raccontato il Dalai Lama – , ho cercato di mandare messaggi ed inviti a desistere da tali gesti. Sono un sintomo importante di malessere ed io, che vivo al di fuori del Tibet, ho chiesto ai cinesi di prendere provvedimenti. Coloro che si danno fuoco sono persone offese, non ubriaconi. Spesso escono dalle prigioni traumatizzati e persino menomati. Quello tibetano è un popolo di sei milioni di persone che soffrono ed io sono qui per servirli: si tratta di un problema che, come aveva detto lo stesso Deng Xiaoping, non può essere risolto con la forza ed io auspico che questi nuovi leader politici usino la saggezza, non la forza”.”

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Ciao

14009985_14000134_magdiallamdentro.jpgLeggo, in realtà con poco stupore, sul Corriere della Sera che Magdi Cristiano Allam ha deciso di abbandonare la Chiesa, ritenuta troppo morbida nei confronti dell’Islam. Su di lui avevo già scritto nel 2008 citando la Nostra Aetate. Con questo post desidero semplicemente avvisarlo di non avvicinarsi al “pericoloso” Buddhismo, in quanto il Dalai Lama afferma: “A coloro che affermano che il Dalai Lama sta perdendo il contatto con la realtà nel predicare questo ideale di amore incondizionato, rispondo di cominciare a sperimentarlo. Scopriranno che quando si varcano i confini di un ristretto interesse personale i nostri cuori si riempiono di forza. La pace e la gioia diventano i nostri compagni. Ogni barriera si rompe”. Resto tuttavia poco speranzoso, visto che Magdi Allam afferma: “Continuerò a credere nel Gesù che ho sempre amato e a identificarmi orgogliosamente con il cristianesimo come la civiltà che più di altre avvicina l’uomo al Dio che ha scelto di diventare uomo”. Visti i presupposti mi chiedo chissà quale Tenzin Gyatso sarebbe in grado di conoscere!

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La gioia di buddhisti e induisti

Prendo dal Corriere della Sera un interessante articolo di Fabrizio Caccia: offre molti spunti di riflessione e discussione. Argomento? Dal 1 febbraio entrano in vigore le intese dello stato italiano con l’Unione Buddhista e con l’Unione Induista.

“C’è fermento tra i cinesi buddisti di Roma: la Grande Pagoda di via dell’Omo – b0595e9abe.jpgseminascosta tra i magazzini di scarpe e vestiti, vicino al Raccordo Anulare – finalmente è pronta, il 31 marzo verrà inaugurata, ma grazie all’intesa tra lo Stato Italiano e l’Unione Buddista, che entrerà in vigore tra due giorni, il tempio sarà riconosciuto da subito «luogo di culto». E non sarà il solo. Venerdì primo febbraio, data storica. «Celebreremo la vittoria della laicità dello Stato, il trionfo della democrazia», annuncia soddisfatto l’avvocato Franco Di Maria, presidente dell’Unione Induista Italiana, che già pensa in grande: «Capito il significato? Potrà nascere una tv induista in Italia, potremo costruire templi, aprire scuole e università teologiche – dice l’avvocato Di Maria, un goriziano che si convertì all’induismo 30 anni fa – Quest’intesa rappresenta un vero aiuto all’integrazione». Per buddisti e induisti d’Italia – tra i primi Sabina Guzzanti e Roberto Baggio, tra i secondi il chitarrista Paolo Tofani – in effetti, rappresenta un gran giorno. Dopo un lungo iter più volte interrotto, l’11 dicembre scorso il Parlamento ha approvato in via definitiva le intese con Ubi e Uii. Mai, finora, il Parlamento italiano aveva approvato accordi con confessioni non cristiane, con l’eccezione, nel 1989, delle Comunità ebraiche e, nel luglio scorso, con i Mormoni. Una scelta compiuta, dunque, nel rispetto del principio sancito dall’articolo 8 della Costituzione, quello che garantisce la libertà di tutte le religioni, purché i loro statuti non entrino in contrasto con l’ordinamento giuridico italiano.

L’intesa che entra in vigore il primo febbraio comporterà il riconoscimento per i ministri di culto, i luoghi e le festività religiose. E non solo: il diritto a scegliere procedure particolari per la sepoltura e ad avere aree riservate nei cimiteri. Ma soprattutto la possibilità di accedere all’8 per mille del gettito fiscale come le altre religioni riconosciute, la cattolica, la valdese, l’ebraica. «Il nostro obiettivo, però, non sarà affatto quello di riempirci le tasche con l’8 per mille e la suddivisione dei resti, che comunque ci verranno elargiti solo a partire dal 2016 – chiarisce Maria Angela Falà, vicepresidente dell’Unione Buddista Italiana – Quello che ci interessa realmente è che i nostri monaci, in quanto riconosciuti ministri di culto, potranno finalmente assistere spiritualmente i fedeli negli ospedali, nelle case di riposo o in carcere. E le salme dei nostri cari potranno ricevere, ove possibile, il trattamento previsto dalla nostra religione. Sono diritti importantissimi, che per la prima volta ci vediamo assegnati».

Novità in vista, dunque, per tanta gente. Perché le comunità buddista e induista sono una realtà in crescita nel nostro Paese e non solo per effetto dei flussi migratori. I praticanti buddisti italiani sono 80 mila, a questi se ne aggiungono altri 20 mila più saltuari, oltre ai circa 30 mila «nativi» provenienti dall’Asia. E gli induisti in Italia sono più di 135 mila: oltre 119 mila immigrati (dati Caritas) ai quali vanno aggiunti circa 15 mila italiani convertiti. «Cosa cambierà? La nostra festa Vesak, per esempio, l’ultimo weekend di maggio, riconosciuta festa religiosa dalle Nazioni Unite fin dal 2000, ora avrà lo stesso valore anche qui», dice la vicepresidente dell’Unione Buddhista, Maria Angela Falà. «E così pure la nostra Festa della Luce, che arriva con la Luna Nuova di autunno, tra ottobre e novembre, varrà finalmente come festività sul calendario. Perciò, gli operai e gli impiegati di religione induista non dovranno più chiedere il permesso ai loro capi per partecipare», ribadisce il presidente dell’Uii, Di Maria.

C’è grande eccitazione, adesso, nei vari centri buddisti sparsi per la penisola: le comunità sono in festa ad Arcidosso (dove sorge «Merigar», il piccolo Tibet ai piedi dell’Amiata, sede ogni anno di affollati raduni) come a Pomaia, nel pisano, il centro che fa capo al Dalai Lama, dove medita abitualmente il presidente dell’Ubi, Raffaello Longo. E insieme ci si prepara degnamente al Losar, l’inizio del nuovo anno, l’11 febbraio prossimo. Ma attesa e felicità sono sentimenti riscontrabili in queste ore anche ad Altare, nel savonese, dove sorge il primo tempio induista costruito in Italia, nonché uno dei più grandi d’Europa, dedicato alla «Divina Madre Sri Lalita Tripura Sundari» dal monaco Svami Yogananda Giri, al secolo Paolo Valle, uno dei firmatari del patto storico di Montecitorio. «E buona strada a tutti», come dicono loro.”

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Cosa sperano di ottenere?

Ho seguito spesso, nei mesi passati, la vicenda delle proteste estreme di alcuni monaci e monache tibetane che sono arrivati a darsi fuoco per protestare contro l’oppressione cinese. Ne ho anche scritto. Ieri un amico, Federico, mi ha spedito via mail questo articolo molto molto interessante: tira in ballo alcune domande chiave su tale questione. E noi? Ma che senso ha? A cosa serve sacrificare addirittura una vita intera se poi non cambia niente? Su “La Stampa” del 16 dicembre 2012 Enzo Bianchi scrive:

buddhismo, tibet, cina, monaci, monache, suicidio, sacrificio“Ormai rischiamo l’assuefazione: una notizia d’agenzia ripresa ogni tanto nelle pagine interne, qualche colonna una volta all’anno nella «giornata mondiale per il Tibet», un rapido accenno in margine a una visita del Dalai Lama, un box accostato a un resoconto di incontri diplomatico-commerciali. È tutto quello che giunge a noi della tragedia del popolo tibetano e della testimonianza di quanti non cessano di urlare, con le loro vite e la loro morte, alle nostre orecchie divenute sorde. Certo, il sentimento di rassegnazione prevale quando si misura l’impotenza di fronte alla realpolitik, ma la coscienza ci impedisce di lasciar tacere la provocazione nonviolenta dei monaci tibetani, ormai un centinaio dall’inizio della protesta, che decidono di darsi fuoco per denunciare l’oppressione del loro popolo, della loro cultura, della loro religione. Credo che i monaci stessi sappiano che il loro gesto difficilmente varcherà le frontiere e tanto meno potrà mutare le decisioni del potere. Certo, qualcosa smuove nelle coscienze di chi ne viene a conoscenza, altrimenti non si spiegherebbe perché le autorità cinesi stiano cercando di reprimere il fenomeno, arrivando ad arrestare quanti sostengono e incoraggiano i candidati al martirio, ma non ci si può illudere che una maggiore consapevolezza da parte di pochi possa cambiare la situazione di oppressione del popolo tibetano. Allora, perché ci sono sempre nuovi giovani pronti a darsi alle fiamme? A chi vogliono parlare con quel gesto estremo? Cosa sperano di ottenere? E da parte nostra, se siamo convinti di non poter fare nulla perché le cose cambino, che senso ha continuare a seguire vicende che disturbano la nostra coscienza tranquilla?

In realtà, ci siamo talmente abituati a misurare le azioni solo in base al risultato, a breve o lungo termine, che fatichiamo a concepire che qualcuno decida di agire gratuitamente, solo perché così ritiene giusto fare, senza attendersi successi o ricompense. Forse, vale allora la pena di lasciarci interrogare da questi monaci disposti a consumare la propria vita tra le fiamme come incenso. Ora, le persone a cui vogliono parlare non sono i media occidentali, così lontani, distratti e preoccupati, come i loro governi, di mantenere buone relazioni; non è l’opinione pubblica mondiale, salvo quando qualche evento globale come le olimpiadi fa da potente cassa di risonanza. No, il destinatario di questo gesto estremo, divenuto ormai quasi quotidiano, è il loro stesso popolo: con la loro vita e la loro morte vogliono affermare la grandezza di una religione e di una cultura che non accetta di piegarsi al male, vogliono testimoniare a chi è scoraggiato dall’oppressione che si compiono azioni perché è giusto farle, che esistono ingiustizie che vanno denunciate a ogni costo, che ci sono valori per cui vale la pena dare la vita fino alla morte. Questo è il messaggio forte che possiamo recepire anche noi in Occidente, è l’interrogativo lancinante che ci porta a ripensare le nostre priorità, la nostra capacità di reazione al male, la nostra disponibilità a pagare un prezzo per ciò che per noi non ha prezzo. E non si creda che questa forma di protesta sia nata negli Anni Sessanta in Vietnam e sia divenuta così ampia in Cina in questi anni: non è legata al confronto-scontro con un potente nemico esterno, espressione di un ambito etico e culturale diverso. È pratica antichissima, attestata fin dalla prima metà del V secolo in Cina, con raccolte di biografie degli asceti buddisti immolatisi nel fuoco: queste testimonianze – una decisiva la si trova in un capitolo della Sutra del Loto – rivelano che non si è mai di fronte a un gesto impulsivo, ma che invece una lunga prassi di ascesi e purificazione fatta di digiuni e meditazioni ha preparato il sacrificio estremo di donarsi al Buddha per il bene degli altri. Il martire che si nutre e si ricopre di incensi e profumi per poi ardere compie un’offerta libera e totale per la salvezza di tutti: non mira unicamente alla propria rinascita, ma al rinnovamento del mondo. E questo lo fa attraverso un’azione nonviolenta nel senso forte del termine, un’azione cioè che accetta di assumere su di sé la violenza senza replicarvi, senza rispondere alla violenza con la violenza, spezzando così la catena infinita dell’ingiustizia riparata con un’ingiustizia più grande. È come se di fronte al male e a chi lo compie il monaco affermasse non solo che il malvagio non potrà avere il suo corpo ma anche, verità ancor più destabilizzante, che non riuscirà a fargli assumere lo stesso atteggiamento malvagio. Sarebbe improprio tracciare un parallelo con il servo sofferente di cui parla il libro di Isaia, con l’atteggiamento di Gesù di fronte ai suoi persecutori o con i martiri cristiani – che non si danno da sé la morte ma la «accolgono» dagli altri -, eppure questa capacità di assumere su di sé la violenza per estinguerla e al contempo per professare ciò che è bene e giusto per tutti interpella cristiani e non cristiani, noi post-moderni sempre tentati di rimuovere la domanda su cosa è giusto per interrogarci solo sull’opportunità del nostro agire: «vale la pena?» è diventato il nostro unico interrogativo, ormai sempre più accompagnato da un’immediata reazione negativa. Abbiamo dimenticato la fulminante risposta di Pessoa: «Tutto vale la pena, se l’anima non è piccola». La grande anima di questi giovani monaci tibetani ce lo ricorda, se solo vogliamo ascoltare il loro grido silenzioso, lasciandoci illuminare da quel fuoco nonviolento.”