Limite di velocità

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Oggi dedico il post a una delle cose che mi piace fare di più: rallentare, alzare il piede dall’acceleratore della frenesia delle mille incombenze quotidiane, mettere un limitatore della velocità. Per farlo mi giovo delle parole di Giuseppe Riggio che, nel numero di agosto-settembre di Aggiornamenti Sociali, ha dedicato il suo editoriale a questo tema.

“Ogni anno migliaia di persone percorrono a piedi Cammini noti da tempo o tracciati solo di recente. Perché lo fanno? Quali pensieri ed emozioni le accompagnano quando ritornano a casa in poche ore, viaggiando in pullman o in treno? La crescente popolarità che riscuotono questi itinerari accende i riflettori su un fenomeno singolare del mondo occidentale. In effetti, l’esperienza vissuta dai camminatori si compone di due dimensioni a prima vista opposte: all’andata si sperimentano la lentezza e la fatica del camminare per un lungo tempo; mentre nel tragitto a ritroso, generalmente, ci si affida alla velocità e comodità assicurata dai mezzi di trasporto. Così, quanti scelgono di percorrere i centrotrenta chilometri della Via degli Dèi, che va da piazza Maggiore a Bologna a piazza della Signoria a Firenze, camminano per cinque o sei giorni, immersi nella natura dell’Appennino tosco-emiliano. Per rientrare possono poi salire su uno dei frequentissimi treni ad alta velocità che collegano le due città e fare il viaggio, quasi per intero in galleria, in circa quaranta minuti.
Si tratta di un’unica esperienza, ma con modalità e logiche distinte: l’andata e il ritorno, come i due pannelli di un dittico che si completano, offrono spunti per riflettere sulla nostra società, sul rapporto che abbiamo con il tempo, con i miti che popolano il nostro immaginario e gli equilibri, inevitabilmente provvisori, che troviamo.

Nel segno di un progresso ambiguo
Il primo pannello su cui ci soffermiamo è quello del viaggio di ritorno, in cui ritroviamo la dimensione più comune della nostra quotidianità. Qualunque sia il mezzo di trasporto scelto, si tratterà di sicuro di un viaggio più rapido e confortevole di quello che si sarebbe potuto fare solo cinquant’anni fa. Sono evidenti gli sforzi che in questi decenni sono stati compiuti nel campo dei trasporti per migliorare la qualità dei servizi a disposizione, accrescerne la presenza sul territorio, ampliare il numero di persone che vi possono accedere. I risultati raggiunti sono il frutto di un insieme di scelte – alcune ascrivibili alle politiche adottate dalle istituzioni pubbliche, altre riconducibili alle iniziative delle imprese – che si sono condizionate e potenziate reciprocamente. Lo si coglie bene osservando quanto è accaduto nel settore dell’aviazione, con le strategie tariffarie delle compagnie low cost rese possibili anche dagli incentivi pubblici erogati per rendere più competitivo uno scalo secondario. Al contempo, non mancano i risvolti negativi di questi cambiamenti, ispirati dal mito del progresso che ha segnato la nostra epoca. Il miglioramento della rete dei trasporti, ad esempio, non è avvenuto in modo uniforme, ma è stato condizionato da diverse scelte, non ultime di convenienza economica. Alcuni territori sono stati privilegiati e altri trascurati: le differenze si colgono non solo tra il Nord e il Sud dell’Italia, ma anche tra i nodi urbani e le periferie, tra i grandi assi di comunicazione e le aree interne. Ogni intervento realizzato ha avuto un impatto sulle comunità e sui territori, con una ripartizione dei benefici e dei costi economici, sociali e ambientali che non sempre è stata pianificata ed equa.
Quanto abbiamo visto per i trasporti si può estendere ad altri ambiti della nostra vita. Nella Laudato si’ papa Francesco ha fatto ricorso a un neologismo spagnolo per descrivere le dinamiche in atto nella nostra casa comune: rapidación, che è stato tradotto in italiano con rapidizzazione ed indica un’accelerazione crescente. È questa una chiave interpretativa per i cambiamenti che viviamo: l’enciclica fa riferimento «all’intensificazione dei ritmi di vita e di lavoro» e al contempo richiama il contrasto che esiste «con la naturale lentezza dell’evoluzione biologica», e soprattutto riconosce che non sempre gli obiettivi che ci si propone di raggiungere «sono orientati al bene comune e a uno sviluppo umano, sostenibile e integrale» (LS, n. 18). In altri termini, c’è una tensione intrinseca che spinge a conseguire risultati sempre più ambiziosi, in modo sempre più veloce, che in qualche misura ripudia l’esistenza dei limiti fisici, che tuttavia ci sono, e non prende in considerazione quelli di carattere etico.

Una vita accelerata
Pochi anni prima della pubblicazione della Laudato si’, il sociologo tedesco Hartmut Rosa aveva ragionato sullo stesso tema nel saggio Accelerazione e alienazione (Einaudi, Torino 2015; ed. or. 2010), partendo dalla constatazione che il connubio tra modernità, velocità e accelerazione del tempo sia un dato ricorrente nelle analisi sociali. Come altri fenomeni che contraddistinguono la nostra epoca, anche questo processo si presta a letture diverse e stratificate per via della sua complessità.
Vi è senz’altro un’accelerazione sul piano tecnologico, i cui riflessi si colgono in modo evidente non solo nei trasporti, ma anche nei processi di produzione e di consumo o nella comunicazione, per fare qualche esempio. Questi cambiamenti hanno mutato la nostra percezione del tempo e dello spazio: quest’ultimo, in particolare, pare «virtualmente “contrarsi” per effetto della velocità dei trasporti e della comunicazione» (ivi, p. 10) e si smaterializza per effetto delle tecnologie digitali.
A livello sociale, le continue innovazioni culturali si traducono nella fragilità e rapida caducità di quelle conoscenze ed esperienze su cui si poggia la nostra esistenza. È così per aspetti pratici, quasi banali, della quotidianità (gli orari dei negozi o i riferimenti di cultura popolare), ma lo è soprattutto per alcuni capitoli strutturanti le nostre vite, come il lavoro, che le giovani generazioni cambiano a un ritmo impensabile per quelle precedenti, o le relazioni di coppia, dove il “per sempre” del passato, che si inquadrava in una certa concezione sociale dei legami, cede spesso il posto alla provvisorietà del “finché dura”.
Più in generale sono i nostri ritmi a essere mutati, a essere incredibilmente accelerati: possiamo fare più cose in meno tempo o farle contemporaneamente, divenendo maestri del multitasking, o almeno provandoci. Ci troviamo perciò nella situazione di avere a disposizione numerosi strumenti che semplificano e rendono più veloce il compimento di un’ampia serie di azioni quotidiane, mentre, paradossalmente, sperimentiamo una «spettacolare e contagiosa “carestia di tempo”», abbiamo «l’impressione che il tempo [ci] stia sfuggendo, che sia troppo breve» (ivi, p. 15).
Senza dubbio, le possibilità di cui disponiamo ci sono state dischiuse dai progressi tecnologici, a cui non possiamo tuttavia addebitare il paradosso in cui ci troviamo. La fame di tempo o l’affanno di fronte alla lunga lista di incombenze di cui occuparsi a casa, al lavoro, negli impegni sociali e pubblici non dipendono tanto dal fatto che le tecnologie rendono più veloci le nostre azioni, quanto dalla rapidità con cui riteniamo che tutti questi compiti vadano assolti. È in questo snodo che ha origine il senso di alienazione che spesso ci accompagna, l’esperienza «che facciamo “volontariamente” qualcosa che non “vorremmo fare”» (ivi, p. 96) e per questo proviamo una fatica che ci lascia prosciugati e insoddisfatti.
A essere chiamate in causa sono le nostre scelte come singoli e collettività, condizionate da un clima culturale che premia coloro che appaiono a loro agio nell’accelerazione continua. Nel suo saggio, Rosa individua infatti una trappola che rischia di alimentare questo meccanismo, alla fine perverso: «Dobbiamo essere veloci e flessibili per guadagnare (e preservare) il riconoscimento sociale, ma allo stesso tempo è proprio il nostro desiderio di riconoscimento a muovere incessantemente le ruote dell’accelerazione» (ivi, p. 66). Dietro queste parole vi è un appello al senso di responsabilità, senz’altro nei confronti di se stessi, ma anche dell’intera società.

Avanzare con un passo lento
A questo punto, torniamo al primo pannello del dittico evocato in precedenza, quel camminare a piedi per giorni. Di fronte al ritmo incalzante in cui siamo immersi, si fa strada il desiderio di vivere, anche solo per poco, un’esperienza diversa. Ne abbiamo bisogno come di un momento necessario e non a lungo procrastinabile, per poter beneficiare di un tempo altro, di un tempo “nostro”, in cui si combinano gli spazi personali e quelli condivisi. Lo testimoniano anche le motivazioni date da chi ha intrapreso un Cammino, dove spesso ricorrono parole come bisogno, ricerca, senso, spiritualità, amicizia, contatto con la natura, ricentrarsi, disintossicarsi, ecc.
Questa dimensione non è esclusiva dei Cammini, ma si ritrova in tutte quelle esperienze che permettono di accedere a un ritmo di vita dilatato, in cui è possibile procedere senza avere la sensazione di affondare tra gli impegni da assolvere e le scadenze da rispettare, in cui soprattutto si torna a essere padroni del proprio tempo, almeno a livello di percezione, potendo scegliere di che cosa occuparsi e di quando farlo.
Per lo più queste esperienze sono associate al tempo libero, che talora è vissuto come un vuoto che va in qualche modo riempito. Ne abbiamo una conferma indiretta dal significativo sviluppo che ha registrato il variegato settore che intercetta e risponde con diverse proposte alla domanda di benessere e di evasione, in particolare da parte di chi dispone di adeguate risorse economiche. Tuttavia, questa visione è monca e miope, perché spezza e finisce con il contrapporre le due parti del dittico, avvalorando l’idea che vi sia un’alternanza tra un ordinario, inteso come tempo accelerato, e uno straordinario, concepito come una parentesi più o meno lunga, finendo così per alimentare la sensazione di essere in realtà continuamente incalzati e sballottati.

Alla ricerca di un ritmo diverso
Una prospettiva diversa è quella che ci consegna la Bibbia nel racconto della creazione, scandito nel succedersi progressivo dei giorni, fino a giungere al momento in cui Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto (Genesi 2,2). Nella visione biblica il tempo necessario per compiere la creazione non si esaurisce con i sei primi giorni, in cui vengono creati la luce e il firmamento, la terra e le acque, il sole e la luna, le piante e gli animali, l’uomo e la donna, ma include il riposo del settimo giorno, oggetto di una specifica benedizione, come prima erano stati benedetti gli esseri viventi. C’è un ulteriore elemento che va segnalato: per ogni giorno il testo biblico riporta l’indicazione che Dio vide che era cosa buona quanto aveva fatto, quale ultimo momento del lavoro compiuto. Il fare lascia il posto all’osservare, al gustare e contemplare, per non smarrirne il senso.
La Bibbia ci presenta quindi un senso del riposo che non è slegato da quello dell’azione, ma ne è nutrito e a sua volta lo illumina. Il Signore rallenta perché non passi inosservato ciò che è importante, perché non sia trascurato ciò che necessita di essere curato, perché i legami tra le creature non siano mortificati o non si traducano in occasioni di violenza e sopraffazione. Soprattutto vi è l’indicazione di un ritmo in cui l’azione e il riposo si integrano, che si può vivere sia nei tempi brevi, come il singolo giorno, sia in quelli più lunghi, evocati dai sette giorni della creazione.
Questa indicazione è consegnata poi agli israeliti, che camminano nel deserto verso la Terra promessa: è il comandamento di rispettare il riposo del sabato, che consiste nel saper contemplare il cammino compiuto fino a quel momento, per rialzare lo sguardo verso ciò che li attende. E a farlo insieme agli schiavi e ai forestieri che stanno con loro, invito a vivere non solo come singoli ma come una comunità inclusiva. È anche l’indicazione di saper riconoscere e rispettare tanto i diversi tempi della vita umana – ognuno dei quali ha ritmi propri, dall’infanzia alla vecchiaia, quando rallentare non è più l’esito di una scelta, ma l’aderire alla realtà di ciò che si vive – quanto quelli della natura, segnati dalla lentezza nel rinnovarsi delle risorse di cui beneficiamo e dai fragili equilibri degli ecosistemi.
Quando questo avviene, il lento viaggio dell’andata e il veloce ritorno di un Cammino – la diversità di questi tempi che si ritrova in ogni nostra attività che facciamo e soprattutto nelle fasi della vita che attraversiamo – non sono separati, né in opposizione, ma in dialogo. Si realizza così quel rallentare che non consiste in uno stato momentaneo, una parentesi nel flusso degli impegni, bensì è un atteggiamento interiore e una maniera di cogliere la realtà, dove l’andare spedito e il sapersi fermare possono convivere per il bene del singolo e della comunità.”

Gemma n° 2688

“Per questa gemma, che purtroppo è l’ultima, vorrei riprendere da dove avevo lasciato l’anno scorso, quando terminai il mio discorso scrivendo : «…perché ce lo meritiamo, noi meritiamo di stare bene. Durante quei mesi sono riuscita a piantare delle radici, da cui sta crescendo una piccola piantina, che diventa ogni giorno più forte, che si lascia piegare ma non abbattere dalle intemperie. Perché i momenti di tristezza e difficoltà sono indispensabili, ma servono soprattutto tanti tanti momenti di spensieratezza e serenità. Ho capito insomma che devo “colorare la mia vita con il caos dei problemi”».
Dall’anno scorso ne è passato di tempo: qualche ramo di quella piantina purtroppo si è spezzato, ma in compenso ne sono spuntati un paio nuovi; poi l’autunno è arrivato, le foglie della piantina sono cadute e tra poco sbocceranno quelle nuove, più verdi e resistenti.
Questi anni di liceo sono stati un viaggio tanto complicato quanto straordinario. Quando mi guardo indietro, vedo una versione di me stessa che, a volte, non riconosco. Ho attraversato montagne russe emotive, fasi di crescita che sembrano infinite, e il tutto sotto un cielo che cambiava ogni giorno, inesorabile. Ricordo ancora quando la scuola sembrava un mondo parallelo, un luogo dove entravo ogni giorno senza sapere chi sarei diventata. E ora, a pochi passi dalla fine, mi ritrovo a chiedermi: chi sono, davvero? Come faccio a sapere dove sto andando?
Crescerà sempre con me questa sensazione di incertezza. È come se fossimo sempre sospesi tra il passato e il futuro, cercando di raccogliere ciò che c’è di bello nelle cose di oggi, ma con il cuore che corre verso domani, nel timore di non essere abbastanza preparati. La paura di crescere è davvero il filo conduttore di tutto. Sembra che da un momento all’altro ti venga chiesto di capire chi sei, di compiere delle scelte, ma come possiamo davvero sapere che stiamo facendo la cosa giusta quando la vita è così confusa e tutto cambia così in fretta?
Quando ero più piccola, pensavo che crescendo avrei trovato una risposta, avrei capito chi ero, ma adesso, più che mai, mi sembra che le risposte siano sempre più sfuggenti. Ho paura che non ci siano risposte assolute, che tutto sia un grande puzzle che si fa sempre più difficile da completare.
E poi c’è quella paura che sembra essere sempre dietro l’angolo: la paura di non essere pronta, la paura di lasciare indietro parti di me stessa per diventare qualcosa di diverso. Forse è proprio quella che Sylvia Plath descrive nell’analogia dell’albero di fico, nel suo racconto The Bell Jar: “Vidi la mia vita diramarsi davanti a me come il verde albero di fico del racconto. Dalla punta di ciascun ramo occhieggiava e ammiccava, come un bel fico maturo, un futuro meraviglioso. Un fico rappresentava un marito e dei figli e una vita domestica felice, un altro fico rappresentava la famosa poetessa, un altro la brillante accademica, un altro ancora era Esther Greenwood, direttrice di una prestigiosa rivista, un altro era l’Europa e l’Africa e il Sud America, un altro fico era Constantin, Socrate, Attila e tutta una schiera di amanti dai nomi bizzarri e dai mestieri anticonvenzionali, un altro fico era la campionessa olimpionica di vela, e dietro e al di sopra di questi fichi ce n’erano molti altri che non riuscivo a distinguere.
E vidi me stessa seduta sulla biforcazione dell’albero, che morivo di fame per non saper decidere quale fico cogliere. Li desideravo tutti allo stesso modo, ma sceglierne uno significava rinunciare per sempre a tutti gli altri, e mentre me ne stavo lì, incapace di decidere, i fichi incominciarono ad avvizzire e annerire, finché, uno dopo l’altro, si spiaccicarono a terra ai miei piedi. Non aveva senso alzarsi. Cosa aveva da offrirmi la giornata?”
Dal mio albero si diramano molti fichi. Ogni fico è una possibilità, un sogno che potrei inseguire, ma l’albero cresce ed io non riesco a afferrare tutti i fichi. L’incertezza si fa realtà, perché, alla fine, devo fare una scelta. E il dolore di non poter avere tutto, di dover lasciare andare alcune speranze, mi ha accompagnato spesso in questi anni. Ed è così che fichi, ormai maturi, iniziano pian piano a cadere e a spiaccicarsi per terra.
Il futuro è uno spazio misterioso, pieno di promesse ma anche di paure. Forse ho paura di non essere all’altezza, di non sapere come affrontarlo quando arriverà davvero, quando busserà alla mia porta.
Mi sento come se stessi camminando su una corda, in equilibrio con le braccia tese, cercando di non cadere, procedendo passo per passo, con molta cautela, ma il terreno sotto di me è troppo incerto per stare tranquilla.
Ma, nel bel mezzo di tutta questa paura, c’è anche una consapevolezza che sta crescendo: che il futuro non è solo una strada dritta da percorrere, ma una serie di scelte che dipendono da chi sono oggi. E questo pensiero, anche se spaventoso, mi fa sentire un po’ più pronta ad affrontarlo, perché, alla fine, forse non dobbiamo avere tutte le risposte. L’importante è continuare a camminare. Ogni passo che faccio mi sembra un piccolo frammento di qualcosa di più grande.
È quella scena di “Lady Bird” quando Christine, davanti al suo volo verso un futuro che non sa bene come sarà, dice alla madre: “I want to go where I can be somebody”. Forse siamo tutti un po’ come Lady Bird, cercando il nostro posto nel mondo, e a volte, anche quando non sappiamo bene dove andiamo, sappiamo che dobbiamo semplicemente partire.
Mi rendo conto ora che crescere non significa giungere ad una meta fissa. Non ci sarà mai un momento in cui tutto sarà completamente chiaro. La vita, con tutte le sue difficoltà, mi ha insegnato che la bellezza risiede nell’incertezza. Crescere è imparare a fare pace con l’idea che non possiamo avere il controllo su tutto, ma che possiamo scegliere come affrontare le tempeste e le calme. Forse, alla fine, la cosa più difficile ma più importante da capire è che non è necessario avere tutto sotto controllo per andare avanti.
Alla fine, ciò che mi consola è pensare che, sebbene la paura di crescere e l’incertezza del futuro siano reali, sono anche ciò che ci rende vivi. Beh, in questo vivere, tra paura e speranza, ci troviamo. Anche se non so dove sto andando, so che sto camminando. E, a volte, camminare è semplicemente abbastanza.
Crescerò, ma non credo che finirò mai di cercare di capire chi sono. Perché quando guardo a questi anni, mi accorgo che sono stati anche anni di insicurezze profonde, quelle che ti fanno sentire come se ti stessi perdendo in un mare di dubbi, di domande senza risposta. L’adolescenza è quella fase in cui ti svegli ogni giorno con una versione di te stesso che cambia, e ogni riflesso nello specchio sembra mostrarti qualcuno di diverso. Eppure, c’è quella ridondante sensazione di non essere mai abbastanza, di non appartenere mai completamente a nessun gruppo, di non rientrare in nessuna definizione.
Le insicurezze sono quei fantasmi che ci seguono ovunque: “Mi accetteranno? Sono abbastanza per gli altri? Sono abbastanza per me stessa?” Queste domande mi accompagnano spesso, come un’ombra che non riesco a scrollarmi di dosso. È quella sensazione che cantano i Mazzy Star in Fade Into You: “I want to hold the hand inside you, I want to take the breath that’s true”. E’ il desiderio di sentirsi visti, di appartenere, di far parte di qualcosa. Ma c’è sempre quella distanza, quella separazione, che ti fa sentire incompleto.
La paura costante di non bastare mai, di non riuscire mai a eccellere nonostante tutti gli sforzi, è una presenza fissa nella mia vita. Tant’è che la canzone Not Strong Enough delle Boygenius è diventata la colonna sonora di tutto ciò che sono. Nella mia mente, la frase “Always an angel, never a god” continua a ripetersi, come un eco che non trova mai pace.
“Quando meno te lo aspetti, la natura ha astuti metodi per trovare il tuo punto più debole. Tu ricordati che sono qui. Adesso magari non vuoi provare niente, magari non vorrai mai provare niente e, sai, magari non è con me che vorrai parlare di queste cose. Però prova qualcosa, perché l’hai già provata. […] Strappiamo via così tanto di noi per guarire in fretta dalle ferite che finiamo in bancarotta già a trent’anni. E abbiamo meno da offrire ogni volta che troviamo una persona nuova, ma forzarsi a non provare niente per non provare qualcosa…che spreco. […] Come vivrai saranno affari tuoi, però ricordati: il cuore e il corpo ci vengono dati soltanto una volta e, in men che non si dica, il tuo cuore è consumato e, quanto al tuo corpo, a un certo punto nessuno più lo guarda e ancor meno ci si avvicina. Tu adesso senti tristezza, dolore. Non ucciderli, al pari della gioia che hai provato.” Queste sono le parole che il padre di Elio usa per confortarlo in Chiamami col tuo nome, dopo un momento struggente. Ma quella paura di esprimersi, di essere vulnerabile, è sempre lì, invisibile ma pesante. La fragilità del cuore adolescente, quel bisogno di amore che può sembrare così lontano e irraggiungibile, è un peso che non si lascia mai troppo facilmente. Ogni piccolo rifiuto, ogni parola non detta, ogni silenzio che sembra far crescere il distacco, sono prove che sembrano troppo grandi da affrontare.
Anche nel film Noi siamo infinito c’è questa esplorazione delle insicurezze giovanili, quando Patrick dice a Charlie: “We accept the love we think we deserve.” Questo mi fa pensare a quanto siamo disposti ad accettare, a quanta poca fiducia abbiamo in noi stessi, e come spesso accettiamo la mediocrità nelle nostre relazioni, come se non meritassimo nulla di meglio. Non ci riteniamo mai abbastanza forti, abbastanza belli o abbastanza amabili. Peró alla fine, siamo tutti un po’ “uguali”, con le stesse paure e le stesse insicurezze. Ma la crescita avviene proprio nel momento in cui cominciamo a liberarci di quelle etichette e aspettative che ci siamo imposti.
Crescere non è mai facile, e la solitudine che accompagna l’adolescenza è, spesso, un silenzioso compagno di viaggio. Le canzoni degli Smiths, come Asleep, descrivono perfettamente questa solitudine: “Sing me to sleep, Sing me to sleep, I’m tired and I, I want to go to bed”, una solitudine così profonda che a volte sembra solo sfociare nella voglia di chiudere gli occhi e scomparire. È quella stessa solitudine che sembra accompagnarci nei giorni più difficili, dove tutto sembra grigio e le risposte non arrivano mai.
A volte, mi immergo come nei passi de L’attimo fuggente, quando il professor Keating, con la sua passione travolgente, dice ai suoi studenti: “Carpe Diem. Cogli l’attimo, cogli la rosa quand’è il momento. Siamo cibo per i vermi, ragazzi. Perché, strano a dirsi, ognuno di noi in questa stanza un giorno smetterà di respirare: diventerà freddo e morirà. Cogliete l’attimo ragazzi, rendete straordinaria la vostra vita.” In quei momenti, mentre il mondo sembra sfuggirmi di mano, cerco di ricordare che ogni momento è prezioso, che ogni passo fatto è un atto di coraggio, nonostante la paura che ci paralizza.
Siamo destinati a fare scelte, e quelle scelte ci definiscono. Non posso fermare il tempo, ma posso decidere come voglio viverlo.
E in quei momenti di disperazione, come quando Harry Styles canta in Sign of the Times, “Just stop your crying, It’s a sign of the times”, mi ricordo che il dolore, la solitudine e l’incertezza sono parte del cammino, ma non sono il cammino stesso. E che, forse, la crescita non è altro che una serie di piccoli attimi di coraggio, in cui impariamo ad affrontare i nostri fantasmi e a lasciarli andare. Così, nonostante tutto, cammino, un passo dopo l’altro. Con paura, con speranza, ma sempre in movimento, come se ci fosse qualcosa di più grande che ci sfida, ma ci invita anche a non arrenderci, a continuare a cercare la nostra strada, anche quando tutto sembra sfuggente.
Crescere non è un processo lineare, e non possiamo sempre tenerlo sotto controllo. Ma è in quei momenti di caos, di confusione, che impariamo a vivere. E forse questo è ciò che l’adolescenza ci insegna: ad accettare che le risposte non arriveranno tutte, che saremo sempre in parte imperfetti, ma che questo non ci rende meno meritevoli di essere amati, di essere vissuti.
Penso a tutte le volte in cui ho sentito quel peso, quel “non essere abbastanza”, ma poi mi rendo conto che la vera bellezza di crescere è proprio nell’accettare le nostre imperfezioni, nel capire che non dobbiamo essere pronti per tutto, che il futuro non è qualcosa che si deve conquistare subito, ma qualcosa che si costruisce, passo dopo passo, errore dopo errore.
E alla fine, forse, la cosa che più mi tocca, è la consapevolezza che questo viaggio, con tutte le sue difficoltà, le sue insicurezze, le sue delusioni, mi sta trasformando in qualcuno di nuovo. Non so chi sarò, non so cosa mi aspetta, ma so che c’è una parte di me che sta iniziando a trovare la sua strada, anche se a piccoli passi. E, per quanto io abbia paura, per quanto io sia in lotta con le mie paure, sento che posso farcela, che posso essere finalmente qualcuno che accetta sé stessa, con tutte le sue fragilità e tutte le sue speranze.
E, in fondo, credo che sia proprio questo il cuore di ogni canzone, di ogni film, di ogni libro che ci ha fatto sentire meno soli: che non siamo mai veramente soli, anche se a volte sembra che lo siamo. Siamo in compagnia delle nostre paure, dei nostri sogni e delle nostre incertezze, ma anche in compagnia di chi ci è accanto, anche se non sempre lo vediamo. E forse, alla fine, è questa compagnia invisibile che ci aiuterà a crescere, e a diventare finalmente chi siamo destinati a essere.

1593 giorni; 38232 ore
È il tempo che è passato dalla prima volta che ci siamo visti.
L’ho contato ieri. La prima volta era il primo giorno di scuola.
Ogni tanto mi chiedo se ci vedremo ancora dopo la maturità. Chi lo sa. Chissà se ci rivedremo dopo che saremo in università diverse, in città diverse, strade diverse.
Probabilmente ci perderemo piano piano, senza accorgercene. Saremo convinti di rimanere in contatto solo perché guarderemo le nostre storie e ogni tanto organizzeremo delle uscite per cui alla fine – e date le persone – qualcuno ‘balzerà’ all’ultimo secondo.
Però proviamo a non farlo succedere, a non sprecare tutto quello che abbiamo fatto. Tutti i pianti, i litigi, gli scherzi. Tutti i casini che abbiamo fatto insieme. Proviamoci.
Sarà strano, quando la campanella a settembre suonerà e noi non varcheremo più quella porta, non saremo più tra questi banchi. So che tutti abbiamo una gran voglia di uscire da qua, di iniziare un nuovo capitolo. Non posso che sperare che vada tutto per il meglio. Vi auguro di sfondare questo soffitto che ci tiene prigionieri e ci soffoca e di tuffarvi in un nuovo mondo, pieno di sorprese e avventure che aspettano solo di essere vissute”.
(S. classe quinta).

Gemma n° 2325

“Ho deciso di portare una scarpa, ma non è una qualsiasi scarpa.
È una scarpina da bambola con su scritto il mio nome.
Mi fu regalata in quarta elementare dalla mia maestra di italiano, che avrebbe cambiato scuola l’anno successivo.
Questa scarpa ha un valore per me speciale perché quando me la regalo non compresi appieno il suo significato, essendo ancora piccina.
Col tempo compresi che quella scarpa aveva un significato importante, simbolico: quello del mio cammino nella vita nel futuro e quindi ho pensato che un lungo cammino corrisponde a perseveranza nel raggiungere i propri obiettivi” (F. classe terza).

Gemma n° 2005

“La mia gemma non è qualcosa di fisico: è la passeggiata. E’ la cosa che più mi piace fare in generale, quando sono triste o quando mi sto annoiando, che sia da sola o in compagnia. Mentre la faccio posso pensare a tantissime cose, riesco a riorganizzare le idee. Passo anche intere giornate a camminare senza mai fermarmi, cammino sui 25 km al giorno.”

Visto che G. (classe quarta) non ha mostrato qualcosa di fisico, non ha proposto una foto, ho deciso di mettere un commento musicale. Il primo pensiero è andato ad una recente canzone di Caparezza. Si intitola El sendero e, come quasi tutti i brani dell’artista pugliese, è ricco di rimandi e suggestioni che mi riprometto di approfondire in un post dedicato.

Gemme n° 484

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Questa foto è stata scattata la scorsa estate al campo scout durante un’uscita con i più grandi: abbiamo camminato tantissimo, ci lamentavamo di continuo, morendo male, ma alla fine siamo arrivati in cima; è stata un ‘esperienza in cui ci siamo mostrati per quello che siamo. Inoltre, in questa foto, sono con amici che conosco da quando ho 8 anni. Qui sono rappresentati la nostra amicizia, lo scoutismo e il suo spirito”. Queste sono le parole con cui A. (classe terza) ha presentato la propria gemma.
Amo la montagna e il camminare in montagna. Da adolescente ho letto diversi racconti delle ascese di Walter Bonatti; da adulto ho letto vari testi di Mauro Corona. Riporto una delle frasi che mi hanno dato un grande insegnamento: “La montagna mi ha fatto capire che è da sciocchi mettere la vita in banca sperando di ritrovarla con gli interessi. Mi ha aiutato a non essere troppo tonto, anche se un po’ tonti si è tutti da giovani. Mi ha insegnato che dalla vetta non si va in nessun posto, si può solo scendere”.

Gemme n° 289

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La mia gemma è una persona, una ex compagna di scuola. Siamo rimaste amiche, lei mi è sempre stata accanto. Ultimamente la vedo molto meno spesso perché ha una malattia molto rara per la quale sembra non ci siano cure. L’ultimo anno è sempre stata a casa da scuola ed è peggiorata molto, fino a perdere l’uso delle gambe. Ora è in ospedale a Trieste e la vado a trovare almeno una volta a settimana: è forte e non si arrende e sebbene abbia una vita difficile, lei ti fa pensare che non è un problema. L’ultima volta non ho potuto fare a meno di dirle che, anche se avevo il sorriso, non riuscivo a guardarla come prima, quando poteva camminare e lei mi ha detto: Essere sempre fieri di quel che si è. Delle proprie gambe per correre, camminare e saltare, della propria sedia per andare comunque lontano.. perché non importa dove stai, se stai in piedi, se corri o se non puoi nemmeno camminare: con la testa e con il cuore puoi sempre sognare e volare in alto!
E poi..è bello anche cambiare, altrimenti che noia!
Mi sono resa conto della fortuna che ho a camminare e a correre. Mi ha dato di nuovo un motivo in più per essere felice come ha sempre fatto.”
Ha fatto fatica a finire la sua gemma F. (classe quarta), la voce rotta dall’emozione. Non ho potuto fare a meno a una delle sequenze più belle di quasi amici:

https://www.youtube.com/watch?v=jq98g_duYk4

Mi vida così sia

C’è una canzone famosa dei Negrita che ha un bellissimo incipit. La canzone è “Rotolando verso sud” (L’uomo sogna di volare, 2005) e le prime parole dicono: “Ogni nome un uomo ed ogni uomo è solo quello che scoprirà inseguendo le distanze dentro sé. Quante deviazioni, quali direzioni e quali no? prima di restare in equilibrio per un po’… Sogno un viaggio morbido, dentro al mio spirito e vado via, vado via, mi vida così sia”. Il viaggio qui è dichiaratamente metaforico, è quel percorso compreso tra una distanza e l’altra presente all’interno di ogni uomo, è quello spazio che sta tra un momento di equilibrio e l’altro. E’ una condizione tipica dell’uomo, non vi si può sottrarre, è la vita stessa, fatta di un passo dopo l’altro e anche di quel momento di instabilità in cui si stacca il piede da terra per appoggiarlo altrove, il momento in cui si deve lasciare il certo per l’incerto, il conosciuto per l’ignoto. Rinunciare al viaggio è rinunciare a vivere: “mi vida così sia”.