Riflettendo 2.0

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Insegno dal 1998. Fin da subito mi sono portato dietro, oltre alla borsa con libri, quaderni, fogli e penne, uno stereo portatile con musicassette e cd. Più di dieci anni fa ho iniziato a girare per la scuola con uno zaino sulle spalle. All’interno: pc portatile, proiettore, prolunghe, casse musicali. Il cavo di rete l’ho aggiunto qualche anno dopo. Poi è arrivato il wi-fi, sono giunti i tablets e gli smartphones. Oggi sono iscritto a molti gruppi di insegnanti che sui social e sulle piattaforme virtuali si scambiano idee, riflessioni, consigli sulla didattica 2.0 e sull’introduzione e gestione del digitale nella scuola. Vedo spesso scornarsi molti colleghi su quale sia lo strumento migliore da adottare, la app più funzionale ad un determinato lavoro, l’ambiente più congeniale ad un certo indirizzo di studi o ad una certa età. Penso che fin tanto che non si comprenderà che si tratta di una metodologia didattica saranno ancora molti i passi da compiere. E vorrei porre l’accento certo sulla parola metodologia, ma anche sull’articolo UNA. UNA, fra le tante che un insegnante può decidere di mettere in campo, non l’unica. Ultimamente sembra che tutte le altre possibilità siano vetuste, fuori moda, inutili, inefficaci (sigh). Pare che gli insegnanti debbano trasformarsi da un lato in intrattenitori di studenti annoiati dediti solo al divertimento, dall’altro in esperti tecnico-informatici in grado di gestire reti wi-fi per centinaia di persone. Penso pure io che gli studenti debbano sviluppare anche delle competenze digitali e maturare una sana e adulta cittadinanza digitale, ma non può essere questa la principale e talora unica missione di una scuola. Ricordo ancora con emozione e piacere le lezioni del prof. Bianco sul nichilismo in Nietzsche e Leopardi all’Università di Trieste: sarei stato ad ascoltarlo per ore, senza multimedialità, senza alcuno strumento tecnologico. Certo merito del docente, ma anche dell’allenamento fatto negli anni di liceo, della palestra dell’ascolto: che è una competenza che va coltivata e sviluppata. Accanto alle altre.
Ritorno al punto di partenza di questa breve riflessione: non sono contro le tecnologie. Sono parte integrante della mia didattica, non vi rinuncerei. Ma fanno parte della parte metodologica di essa. Pertanto non mi sento di “sposare finché morte non ci separi” alcun partner specifico, veicolo di tale metodologia. Legarmi mani e piedi ad unico device, ad una sola piattaforma, mi dà la sensazione di perdere di vista l’obiettivo.

Tra cultura, istruzione e scuola

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Questo post è rivolto non tanto agli studenti quanto a colleghi e a chiunque si occupi di istruzione e cultura. Durante una piccola discussione su twitter, il professor Piero Dominici, che gestisce la rubrica “Fuori dal prisma” su Il Sole24ore, mi ha segnalato questo suo bellissimo articolo, molto interessante (i grassetti sono miei). Penso che non sarebbe male se, almeno ogni tanto, i Collegi Docenti si confrontassero su questi argomenti. Sì, mi piace sognare…

Ripartiamo, e articoliamo, una nostra riflessione sviluppata a partire da un post di Luca De Biase (che ringrazio ancora per lo spunto) su questioni che ritengo, a dir poco, cruciali e strategiche per il tentativo di rilanciare questo Paese; questioni a “parole” considerate importanti ma, nel momento dei “fatti” e delle scelte politiche, (spesso) non riconosciute, fino in fondo, come tali. Tanto da far pensare “altro che società della conoscenza…” (si veda p.e. l’ultimo Rapporto OCSE sull’istruzione). E allora, abbiamo provato a ragionare, in quel caso, e Fuori dal Prisma intende riproporre quella riflessione (aggiornata), sulla ben nota “questione culturale” – spesso evocata ma non argomentata – e sulle relative implicazioni. A cosa intendiamo riferirci quando affermiamo che “la questione è culturale”? Proveremo a riflettere e ad evidenziare come, non solo tale questione riguardi da vicino l’ipercomplessità sociale, ma costituisca di fatto un indicatore da non sottovalutare nell’analisi dei sistemi sociali e della loro resilienza al mutamento. Una complessità sociale che sfugge ai tradizionali dispositivi di controllo e sorveglianza e che richiederebbe, come in passato ho avuto modo di argomentare più volte, una riformulazione del pensiero ed una ridefinizione dei saperi che dovrebbero contribuire proprio a ridurre tale complessità, definendo, quanto meno, condizioni di prevedibilità dei comportamenti all’interno ed all’esterno delle organizzazioni e dei sistemi: in tal senso, Edgar Morin parla di “riforma del pensiero”: «La riforma del pensiero esigerebbe una riforma dell’insegnamento (primario, secondario, universitario), che a sua volta richiederebbe la riforma di pensiero. Beninteso, la democratizzazione del diritto a pensare esigerebbe una rivoluzione paradigmatica che permettesse a un pensiero complesso di riorganizzare il sapere e collegare le conoscenze oggi confinate nelle discipline. […] La riforma del pensiero è un problema antropologico e storico chiave. Ciò implica una rivoluzione mentale ancora piú importante della rivoluzione copernicana. Mai nella storia dell’umanità le responsabilità del pensiero sono state così enormi. Il cuore della tragedia è anche nel pensiero». Perché scuola e istruzione non di qualità (concetto che andrebbe sciolto) creano le condizioni strutturali per una società diseguale, non in grado di garantire neanche le condizioni di eguaglianza delle opportunità di partenza. L’argomento è estremamente delicato e difficile da sciogliere per le tante implicazioni. Certamente possiamo partire da un assunto: esiste una stretta correlazione tra scuola/istruzione e una cittadinanza realmente attiva e partecipata (ne abbiamo parlato anche in un altro post), a maggior ragione in sistemi sociali, come il nostro, caratterizzati da scarsa (per non dire inesistente) mobilità sociale verticale e da un familismo (im)morale diffuso che rendono ancora questa società fortemente corporativa e resiliente al (vero e profondo) cambiamento e all’innovazione sociale. Nelle società avanzate (non solo), scuole, istruzione e formazione rappresentano da sempre le uniche possibilità di riscatto sociale e di miglioramento della propria condizione sociale di partenza; ancora di più lo potrebbero/dovrebbero essere in una società rigidamente strutturata…insomma gli unici “ascensori sociali”, ormai (purtroppo) quasi del tutto bloccati da tempo: la crisi dei sistemi di welfare completa un quadro estremamente problematico che, nel rendere la precarietà condizione esistenziale, ha determinato un indebolimento dei meccanismi di solidarietà, mettendo in discussione anche il diritto alla conoscenza delle persone (cittadini). «C’è un’inadeguatezza sempre più ampia, profonda e grave tra i nostri saperi disgiunti, frazionati, suddivisi in discipline da una parte, e realtà o problemi sempre più polidisciplinari, trasversali, multidimensionali, transnazionali, globali, planetari dall’altra. In questa situazione, diventano invisibili: gli insiemi complessi; le interazioni e le retroazioni fra le parti e il tutto; le entità multidimensionali; i problemi essenziali» (Edgar Morin).
Sinteticamente, propongo alcune considerazioni per sottolineare l’assoluta rilevanza delle questioni, scusandomi in anticipo, per la semplificazione di alcune di queste che meriterebbero ben altro approfondimento…Procedo per punti.

1) Il nostro è un Paese dal quadro normativo e legislativo complesso e articolato: esistono molte leggi (forse, troppe), codici professionali, carte deontologiche, linee guida, sistemi di regole formali, sistemi di orientamento valoriale e conoscitivo. Eppure questi “strumenti” si sono rivelati condizione necessaria ma non sufficiente, perché esiste una dimensione, cruciale e fondante allo stesso tempo, che è quella della responsabilità; una dimensione che sfugge a qualsiasi tipo di “gabbia” e/o sistema di controllo, perché attiene proprio alla libertà delle persone (altro discorso da approfondire, legato al tema dell’emancipazione nella modernità: interessante il concetto di “libertà generativa”). E da questo punto di vista, come non essere d’accordo con chi afferma che viviamo in una “società degli individui”, che sentono di non dover rispondere a nessuno dei loro atti, tanto meno ad una “comunità” i cui legami si sono fortemente indeboliti (e c’è chi parla di fine del legame sociale). Qualche anno fa, intitolai un mio libro “La società dell’irresponsabilità” proprio per connotare questa condizione critica, ricollegabile solo in parte alla crisi economica (o ad indicatori di tipo economico): la “questione culturale” mette in luce, ancora una volta, non solo la crisi delle istituzioni formative, ma anche la debolezza dei vecchi apparati e delle vecchie logiche di controllo e repressione che non risolvono mai i problemi alla base; che sono sempre strategie di “breve periodo” (cultura dell’emergenza vs. cultura della prevenzione, a tutti i livelli e in tutti i settori della prassi). Dobbiamo confrontarci con una “natura” intrinsecamente problematica e complessa dei sistemi sociali, non più riconducibile alle sole categorie (significative) di rischio, incertezza, vulnerabilità, liquidità etc. A ciò si aggiunga che, quasi paradossalmente, mai come in questi anni si è discusso (e si discute) di etica e di responsabilità in tutti i campi dell’azione sociale (dalla politica alla cultura, dall’informazione all’innovazione scientifica e tecnologica etc.).Si potrebbe semplificare tale paradosso con la “formula”: trionfo dell’etichetta sull’etica. Paese di paradossi e contraddizioni (non soltanto sul piano culturale): da una parte, per ogni “nuovo” problema si invocano subito nuove leggi, nuovi codici deontologici, nuove prescrizioni, nuovi divieti; dall’altra, culturalmente, consideriamo quelle stesse leggi, norme,“regole” come un ostacolo alla nostra autoaffermazione ed al nostro successo/prestigio sociale. D’altra parte, ciò che spesso sembra venire a mancare è proprio la coerenza dei comportamenti che, comunicativamente parlando, risulterebbe (è!) molto più efficace delle parole e dei principi spiegati attraverso un linguaggio, più o meno, politicamente corretto. Da questo punto di vista, come peraltro sottolineato da più parti, siamo di fronte ad una vera e propria “emergenza educativa” legata ad una molteplicità di fattori e variabili, che hanno determinato una trasformazione profonda dei processi di socializzazione ed una crisi delle tradizionali agenzie/istituzioni deputate all’interiorizzazione dei valori ed alla formazione delle personalità/identità (riconoscimento-rispetto-altruismo-senso civico-cittadinanza vissuta e non subita). Mi riferisco, in tal senso, al concetto di “policentrismo formativo” e richiamo Luca quando sottolinea l’urgenza di “disegnare percorsi di apprendimento pensati per queste materie per ricucire un’evoluzione culturale che per alcuni aspetti si è interrotta con l’interruzione di alcune relazioni tradizionali…”. Questo Paese non ripartirà senza affrontare seriamente tali problematiche: credo di non dover neanche argomentare la correlazione strettissima esistente tra istruzione (accesso,condivisione) e cittadinanza. In questa sede, si discute dei “cittadini di domani” che corrono seriamente il rischio di crescere e socializzarsi ad una cultura della furbizia, dell’illegalità e/o del familismo amorale (apparentemente?) dominante.

2) La “questione culturale”, qui più volte richiamata, è legata come detto anche, e soprattutto, ad un problema di interruzione/crisi della comunicazione tra le generazioni (concetto che andrebbe sciolto e sviluppato). Tuttavia, in questa prospettiva di analisi, non possiamo non registrare come i media (vecchi e nuovi, per non parlare dei social networks) – con il famoso “gruppo dei pari” – si siano letteralmente divorati lo spazio comunicativo e del sapere (?) gestito, in passato, della tradizionali istituzioni e agenzie educative e formative.

3) Sugli attori sociali e sulle professionalità protagoniste del processo educativo e formativo sono forse radicale, ma preferisco sempre dire apertamente ciò che penso (va precisato che, in questi ultimi decenni, scuola e università sono state pesantemente penalizzate da tagli e controriforme). Ci sono lavori/professioni che andrebbero fatti/scelti anche, e soprattutto, perché si avverte una “vocazione” e non soltanto per una forma di prestigio sociale e/o perché permettono magari di esercitare forme di micropotere sugli altri. ”Prendersi cura” di una persona (concetto complesso), insegnare, formare, condividere ed elaborare non significa soltanto trasmettere e/o impartire nozioni: i figli, gli studenti e, più in generale, i giovani – come dire – ti aspettano al varco, osservano “come ti comporti”. Insomma, contano i “fatti”, non le “parole”. La “tua” (nostra) credibilità e autorevolezza si fonda sui comportamenti e sulla loro coerenza rispetto a quanto affermiamo (problema che riguarda anche la politica). Se chiedi correttezza, devi darla per primo, se pretendi rispetto e senso di responsabilità, devi prima di tutto essere rispettoso dell’Altro e responsabile etc., anche se la relazione è asimmetrica a causa del ruolo e della gerarchia. E non puoi fingere, non nel lungo periodo. Ecco perché certi “ruoli” e certe “attività” richiedono, a mio avviso, consapevolezza, partecipazione, passione, perfino empatia (oltre alla preparazione!). E’ necessario “mettersi in gioco” puntando sull’inclusione dell’ALTRO. Fondamentale, quindi, ripartire da educazione e istruzione, basandole però su una ridefinizione della “qualità” della relazione tra gli attori dell’ecosistema formativo e comunicativo – nel rispetto dei reciproci ruoli (genitore, insegnante, docente etc.) – oltre che, evidentemente, sulla preparazione e sulle competenze. 
E, nel lungo periodo, per far questo abbiamo bisogno di “teste ben fatte”(Montaigne), e non di “teste ben piene”, che sappiano organizzare le conoscenze all’interno del nuovo ecosistema cognitivo (2005), altrimenti anche le opportunità della tecnologia saranno per pochi. E, come scrissi qualche anno fa, sarà la “società dell’ignoranza” e dell’incompetenza (non solo digitale…)->POTERE=CONOSCENZA”

Tra arte e uomo

Un consiglio: leggete le brevi parole in corsivo che posto subito qui sotto. Se vi interessa sapere di cosa si tratta andate oltre, altrimenti possono bastare quelle. Sono le parole di una lettera ricevuta dal giornalista Marco Aime da parte di Asco Ousmane, un suo amico del Mali. L’articolo appare su Nigrizia di dicembre, a cui sono abbonato da anni; non l’ho trovato in rete per cui nel caso violassi leggi di copyright è sufficiente segnalarmelo e rimuoverò immediatamente il post.

Caro amico,
volevo dirti che il mio silenzio non è un oblio, ma è perché tutti i cavi delle comunicazioni sono stati danneggiati dai ribelli. Sono tre mesi che la rete telefonica non funziona. Nessuno qui è ormai sicuro, la popolazione vive nel panico totale. La psicosi è diventata la regina madre della città, ma sono riuscito a mandare mia moglie e i miei figli a Bamako. Io sono rimasto a Timbuctù per cercare di salvare il lavoro.
La città si è svuotata, due terzi della popolazione è fuggita e l’esercito ci ha abbandonato alla nostra triste sorte. Non c’è stata resistenza: i militari hanno abbandonato caserme, armi e divise per vestirsi come i civili e nascondersi nelle case della gente. Le tre regioni del nord in 72 ore sono cadute in mano a gruppi di islamisti, l’Mnla è diventato il padrone della città. Quelli dell’Mnla si sono installati all’aeroporto, Ansar Dine nella caserma. Questi vogliono instaurare la shari‘a. Il velo alle donne è diventato obbligatorio, anche per le bambine, i bar sono stati saccheggiati, le banche svuotate, tutti i servizi bloccati.
È la crisi totale, Marco. Con la presenza di questi islamisti non ci saranno più scuole, tranne quella coranica. Un uomo non può più acquistare nulla da una donna e viceversa, non si può più giocare a carte o suonare, né fumare per la strada. Una donna non può camminare con un uomo per strada, se non è suo marito. È la disperazione.

timbuctu_esercito_maliLa Patisserie Asco, piccolo ristorante all’aperto all’ingresso di Timbuctù, era un punto di riferimento per molti abitanti della città. Soprattutto per una certa intellighenzia. Seduti ai tavolini, all’ombra delle acacie, incontravi insegnanti, magistrati, amministratori, che spesso discutevano di politica e di molte altre cose, con Asco che partecipava attivamente a ogni discussione. Distrutto. Il locale è stato distrutto come tutti gli altri. Quando ricevetti questa mail, mi vennero le lacrime agli occhi nel pensare al dolore di tanta gente, di molti amici che a Timbuctù come a Kidal, a Gao e in molti altri villaggi stavano provando a causa della guerra.
I racconti che sono arrivati da altri conoscenti, parlavano di mani amputate pubblicamente sulla piazza del mercato, donne stuprate davanti ai figli e ai mariti, uomini fucilati pubblicamente. In una mail successiva, Asco mi raccontava di avere mandato nella capitale moglie e figli anche perché ha una bambina di dodici anni e i jihadisti pretendevano di scegliere come spose le ragazzine che ritenevano più carine.
Timbuctù il cui suolo, secondo il cronista tunisino del XVII secolo es Sadi, non era mai stato toccato dagli idoli pagani, aveva saputo mantenere per secoli una tradizione di tolleranza e di apertura. Islamica fin dalla sua fondazione, nel XII secolo, Timbuctù è stata popolata da una borghesia commerciale, aperta al mondo, curiosa, che ha saputo fondere i caratteri del mondo arabo con quelli della tradizione africana ed è contro i segni di questa tradizione di tolleranza, che si è scagliata la furia iconoclasta dei jihadisti, che hanno distrutto tre storici mausolei: quelli di Sidi Mahmoud, di Sidi Moctar e di Alpha Moya. Sanda Ould Boumama, portavoce del gruppo, dopo aver annunciato altre distruzioni, ha dichiarato che costruire tombe è contrario all’Islam e pertanto proibito. Questi episodi hanno immediatamente acceso l’attenzione dei media, che avevano fino a quel momento appena accennato alle violenze perpetuate sulla popolazione. Nel gennaio del 2013 le truppe francesi entrano a Timbuctù, mettendo in fuga i jihadisti che la occupavano dall’ottobre dell’anno precedente. Immediatamente ha fatto il giro del mondo la notizia che costoro avevano dato alle fiamme migliaia di antichi manoscritti conservati nel Centro Ahmed Baba. Testimonianze scritte della secolare tradizione culturale di Timbuctù. Per fortuna (se di fortuna si può parlare in questo frangente) i responsabili delle biblioteche hanno messo in salvo la maggior parte dei manoscritti, prevedendo l’accanimento degli islamisti.
Ciò che accomuna questi tragici fatti (era accaduto lo stesso per i Buddha di Bamayan) è la loro capacità di smuovere l’opinione pubblica, molto di più di quanto riescano a fare azioni simili perpetuate sugli individui. Le statue, i manoscritti, i monumenti. Questi manufatti, di indubbio pregio e valore storico, sembrano colpirci più della sorte delle persone. Perché ci commuoviamo in maniera più intensa davanti a un monumento danneggiato che di fronte alle tragedie umane? Che il delirio iconoclasta degli “studenti islamici” fosse un segno di barbarie è fuor di dubbio, ma non è certo stata l’espressione peggiore del loro fanatismo. Ci siamo però accorti della loro furia solo quando hanno violato il sacro tempio dell’arte, quasi che sentissimo più vicina a noi questa realtà piuttosto che quella umana. Percepiamo l’arte come un universale, come un qualcosa che ci appartiene. Perché? La cultura occidentale contemporanea, grazie anche alle politiche dell’Unesco, ci ha portati a pensare all’arte e alla natura come universali, come parte di un patrimonio appartenente a tutti: il patrimonio dell’umanità. Non riusciamo invece ad abbandonare l’idea che gli esseri umani siano in qualche modo marchiati da una nazionalità, da una cittadinanza, da un legame con un territorio che, se non è il nostro, li rende automaticamente stranieri. Nascita e nazione sembrano diventati un binomio indissolubile, sul quale costruire le nostre identità. Quando c’è un incidente o una guerra si sente parlare dei “nostri” morti, quelli degli altri contano meno. Natura e arte ci emozionano e ci uniscono, perché, percepite come universali, diventano anche extra territoriali. L’umanità ci rende diversi e talvolta nemici. Attraverso l’arte abbiamo materializzato la storia, rendendola visibile e pertanto utile a conservare la memoria. Accade poi che con il tempo questi oggetti di venerazione siano via via svuotati e ridotti a simulacri di un valore universale e assoluto. Abbiamo divinizzato l’arte al punto di ritenerla al di sopra delle parti, sovrumana.
Potremmo riflettere su questi temi, magari rileggendo ancora una volta questi versi del grande poeta israeliano Yehuda Amichai:
«Un giorno sedevo sui gradini dell’entrata della Torre di Davide.
Avevo appoggiato le mie due borse della spesa di fianco a me.
Un gruppo di turisti circondava la sua guida e io divenni il loro punto di riferimento.
“Vedete quell’uomo con le borse della spesa? Proprio a destra della sua testa c’è un arco di epoca romana. Appena a destra della sua testa”. “Ma si sposta! Si sposta!” . Io mi dicevo: la redenzione verrà solo quando la loro guida dirà loro: “Vedete quell’arco di epoca romana? Non è importante: ma lì vicino in basso, un po’ a sinistra, c’è un uomo seduto, che ha comprato frutta e verdura per la sua famiglia”».