Pendolanime

da-consumarsi-entro-la-fine.jpgL’inevitabile domanda sullo scorrere della vita, sul suo nascere e sul suo scomparire, nasce dopo aver raccolto una foglia autunnale caduta da una quercia. Dal cuore arriva un frammento di un aldilà indecifrabile. Resterà l’interrogativo anche se non ci sarà risposta: e il desiderio di sapere, di capire, di intendere non è una colpa che si può imputare all’uomo: “È una brutta malattia e non c’è medicina, ma ci tortura tutti fin dal giorno della nascita”. Ed eccola la domanda: “Dimmi perché sono qui e cosa vuoi da me. Dimmi se stai ascoltandomi. Dimmi perché.” In realtà non ci sono punti interrogativi: sembrano più degli imperativi. In ogni caso, la questione è il senso, il significato dell’umano esistere, con un’apertura sul dubbio di essere ascoltati da qualcuno… E in una quotidianità che lascia spazio a mutevoli atteggiamenti “Chi corre, chi dorme, chi fissa il vuoto: pendolanime” (bello questo neologismo che si aggiunge al precedente Mortepolitana), il dubbio diventa sfida: un dio che non sia attento alla terra e a quello che vi accade non interessa “non mi interessa che tu esista o meno se tanto non guardi giù”. E agli imperativi precedenti se ne aggiungono altri che tuttavia hanno anche il tono della supplica (in effetti la canzone ha nel titolo la parola pregheria…):

“Dimmi se è vero che esisti e ci osservi, dimmi se è vero che ci ascolti.

E se è vero che sei così buono con tutti, guarda giù. Guarda giù.

Se è vero che è grande la tua immensità, guarda quaggiù come va”.

Chi canta? Il gruppo lombardo degli “Io?Drama”. Il brano è “Preghiera agnostica”, quarta traccia del cd del 2010 “Da consumarsi entro la fine”

Là nella bruma d’autunno, gialla una quercia si fa.

Vede per terra le foglie, vede quello che accadrà.

Un uomo una foglia raccoglie e un brivido di assurdità

lo pervade dal cuore un frammento di aldilà.

Non han colpa gli uomini che vogliono sapere.

Non avranno mai risposta ma è lecito domandare.

È una brutta malattia e non c’è medicina,

ma ci tortura tutti fin dal giorno della nascita.

Dimmi perché sono qui e cosa vuoi da me.

Dimmi se stai ascoltandomi. Dimmi perché.

Stridente dal sottosuolo, caos di Mortepolitana.

Chi corre, chi dorme, chi fissa il vuoto: pendolanime.

Un uomo in grigio gessato, col dito scrive frasi sul vetro:

non mi interessa che tu esista o meno se tanto non guardi giù.

Guarda giù.

Se è vero che è grande la tua immensità guarda quaggiù come va.

Non han colpa gli uomini che vogliono sapere.

Non avranno mai risposta ma è lecito domandare.

È una brutta malattia e non c’è medicina,

ma ci tortura tutti fin dal giorno della nascita.

Dimmi perché sono qui e cosa vuoi da me.

Dimmi se stai ascoltandomi. Dimmi perché.

Dimmi se è vero che esisti e ci osservi,

dimmi se è vero che ci ascolti.

E se è vero che sei così buono con tutti,

guarda giù. Guarda giù.

Se è vero che è grande la tua immensità,

guarda quaggiù come va.

Il rischio della fede

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Prima che la notizia della rinuncia di Benedetto XVI giungesse a stravolgere il contenuto delle lezioni, nelle quinte stavamo parlando del problema del male metafisico e avevo fatto cenno al rischio della fede. Ecco che, oggi, leggo nell’inserto Corriere Innovazione un articolo del filosofo Umberto Curi sulla bellezza del rischio che, dopo il preambolo, scrive:

“Un significato positivo è attribuito al rischio anche da Soeren Kierkegaard, vissuto a metà dell’Ottocento. Secondo il filosofo danese, la fede autentica coincide col coraggio di fronte all’ignoto ed è perciò strettamente connessa col rischio. Immagine emblematica di questa situazione limite è quella di Abramo, il quale corre consapevolmente il rischio di diventare l’assassino di suo figlio Isacco, pur di non venire meno all’obbligo di obbedienza nei confronti della voce del Signore che chiama. Una situazione analoga a quella di Abramo è quella nella quale si trova il credente. Egli non può infatti contare su alcuna certezza, perché la fede conserva sempre le caratteristiche indicate da san Paolo, vale a dire l’essere un “assenso fornito a contenuti non garantiti”. Ma neppure può affidarsi a una sorta di contabilità delle probabilità, visto che in gioco non è il successo di una singola e circoscritta intrapresa, per la quale può dunque essere ragionevole giovarsi del calcolo delle probabilità di successo, ma la sua stessa vita. Il credente è allora colui che corre il rischio supremo di impegnare tutto sé stesso, senza mai poter “verificare” se la sua scelta sia stata più o meno “giusta”.”

Aggiungo che stesso rischio è quello che si prende il non credente.