Gemme n° 459

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Queste le parole con cui V. (classe quinta) si è espressa: “La mia gemma è una foto insieme a S.: ci conosciamo praticamente da 19 anni, ma a settembre lei andrà per un anno negli Stati Uniti. Sarà strano non averla qua tutti i giorni. La foto fa pensare a tempi felici e sicuri senza dubbi e incertezze; ora è un po’ diverso, ma questo vuole anche essere un augurio ad entrambe di restare quel che siamo”.
E’ uno dei momenti che prediligo nel lavoro che faccio: vedere i ragazzi di quinta prendere il volo… “Un albero il cui tronco si può a malapena abbracciare nasce da un minuscolo germoglio. Una torre alta nove piani incomincia con un mucchietto di terra. Un lungo viaggio di mille miglia si comincia col muovere un piede.” (Lao Tse)

Tante belle teste

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Essendo insegnante in tutte le cinque classi di un liceo mi rendo conto del percorso e della crescita dei miei studenti ai quali cerco di concorrere ponendo ostacoli e quesiti via via crescenti. Non di rado con i grandi dell’ultimo anno forzo un po’ le cose, oso… ricavando a volte le loro rimostranze “prof, ma è incasinata ‘sta cosa!”. Ecco, in questo passo scritto da Mircea Eliade negli anni’30, si può trovare la ragione di quelle sfide:
Comprendere il senso dell’esistenza è divenuto estremamente raro per un moderno. Comprendere l’uomo o il suo destino è ancora più raro. Tutto questo fa si che ci si chieda se l’intelligenza non abbia funzionato per troppo tempo a vuoto, applicandosi a oggetti accessori o a un numero minore di oggetti di quello che era assolutamente indispensabile. La maggioranza delle persone che ho incontrato si guardavano dall’accogliere tutte le domande che si ponevano loro. La superstizione più pericolosa consiste nell’ignorare certe questioni fondamentali, o nel risolverle automaticamente, con una semplice formula che, a un’analisi più profonda, si dimostra priva di senso.” (Oceanografia, pag.8)
E devo ammettere di essere molto cresciuto grazie alle risposte di quelle belle teste che mi sono passate sotto gli occhi in questi 18 anni… (mamma mia! Sono un prof maggiorenne adesso!!!)

Gemme n° 359

nonni

Ho portato tre foto dei nonni paterni, le due persone che mi hanno cresciuta da quando avevo due anni. Sono stati sia nonni che genitori, ma anche amici e, soprattutto mio nonno, complici. Lui per me è sempre stato un punto di riferimento; ho passato molto tempo con lui visto che mia nonna lavorava; con lui scherzavo ed era il più permissivo (quando non mi piaceva una cosa gliela buttavo nel piatto senza che la nonna vedesse e lui la mangiava per me). In V elementare è venuto a mancare e questo mi ha segnato profondamente. Mia nonna è una figura più severa ma è grazie a lei se ora vivo una vita normale. Questo è un tentativo per ringraziarli visto che in famiglia non siamo capaci di esprimere i sentimenti: poi io e la nonna abbiamo caratteri contrastanti e non le ho mai detto un tvb o un grazie che si merita. Loro per me sono anche un esempio di coppia; non erano affettuosi in pubblico ma dai gesti e dagli sguardi si poteva capire molto”. Così D. (classe quarta) ha presentato la sua gemma.
Non so perché ma mi è venuto spontaneo pensare a questa:

Gemme n° 334

Ho scelto il pezzo finale di un film che in realtà non ho visto: è la lettera di un militare alla moglie per il figlio. All’interno è contenuta una poesia molto bella. Penso che proprio in questo periodo faccia molto riflettere, soprattutto sul non avere paura e sul rispettare gli altri facendo rispettare le proprie idee. Un altro pezzo significativo è l’invito a cercare di vivere appieno e ad avere valori da seguire e rispettare sempre”. Così S. (classe terza) ha presentato la propria gemma.
Riporto per intero il testo della lettera: “Vivi in modo che la paura della morte non entri mai nel tuo cuore. Non attaccare nessuno per la sua religione, rispetta gli altri e le loro idee, e chiedi che essi rispettino le tue. Ama la tua vita, migliorala sempre, e rendi belle le cose che ti dà. Cerca di vivere a lungo e di servire il tuo popolo, e quando arriverà il tuo momento non essere come quelli i cui cuori tremano e gli occhi piangono, e pregano per poter avere ancora un po’ di tempo, per vivere in maniera diversa. Canta la tua ultima canzone, e muori come un eroe, che torna a casa.” A commento lascio qui le parole di un uomo che ha fatto della lotta uno strumento per arrivare alla pace e alla libertà: “Il singolo individuo può sfidare la violenza di un impero ingiusto per difendere il proprio onore, la propria religione, la propria anima e porre i presupposti per la caduta di quell’impero o per la sua rigenerazione.” (Gandhi)

Gemme n° 303

don't grow up

Don’t grow up, it’s a trap! Questa frase è la mia gemma. Mi rappresenta perché i bambini sono persone che ancora riescono a sognare; da adulti ci sono preoccupazione e problemi. Loro poi sono sinceri e riescono a dire le cose in faccia senza nasconderle come invece fanno certi adulti. Anche l’amicizia tra bambini è molto più sincera e forte.” Così si è espressa A. (classe seconda).
Desidero citare una canzone di Claudio Baglioni che secondo me ha un testo bellissimo. In uno dei passi canta: “io non chiedo un poco più di pane ma che tu lo mangi insieme a me e non credo che ci sia una pace mai se la pace non è dentro te e così crescendo e cercando via altrove e come e quando troveremo infine chissà la via della felicità, ogni dì crescendo e cercando sì ma dove domani o quando prenderemo insieme la scia nel tempo della fantasia”.

Gemme n° 278

Bearzi

Quando si è trattato di scegliere che gemma portare ho pensato da subito a qualcosa che centrasse col Bearzi, l’oratorio che frequento, perché è al centro della mia vita: per me è veramente importante. Ho scelto di partire dal principio, e quindi ho scelto la maglietta del primo anno del centro estivo, che aveva per tema l’Orlando furioso. Rappresenta l’inizio di un’esperienza fondamentale e che continua tuttora e che spero continui anche in futuro.” Ecco la gemma di L. (classe seconda).
Don Bosco diceva che l’educazione è cosa del cuore; personalmente penso che l’efficacia sia ottimale quando i ritmi dei cuori coinvolti siano capaci di ascoltarsi e di farsi ascoltare. Capiterà di battere in tempi diversi, di correre e di rallentare, di precedere e di seguire. Sarà bello però ritrovarsi nella stessa casa.

Gemme n° 263

calendario

Ha presentato così la sua gemma M. (classe quarta): “Ho portato il calendario della scuola media di Princeton che ho frequentato durante i sei mesi di Stati Uniti. L’ho ritrovato l’altro giorno sistemando la camera; pensavo fosse andato perso. L’ho sfogliato e mi ha riportato a tutto il 2010: è un ricordo indelebile di quel periodo che mi ha segnato come persona. Nonostante fossi piccolo il ricordo è vivo ed è parte di me”.
Una breve frase di Jean de Boufflers: “Il piacere è il fiore che passa; il ricordo, il profumo duraturo.” Oggi abbiamo annusato un po’ di quel profumo.

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E’ un titolo che non attira, che non cattura, quello che ho scelto per questo post. Ma chi frequenta il Liceo dove insegno, capisce.
Domani quinta ora, lunedì prima, mercoledì seconda, giovedì terza. Preferirei non arrivassero. Ci sono alcuni momenti nel mio mestiere che non mi piacciono proprio, anzi, che mi fanno male: quell’Arrivederci mormorato l’ultima volta che esco da una quinta e che invece so bene essere un Addio. E’ senz’altro un momento ricco anche di soddisfazioni, di immagini legate ai cinque anni passati insieme, ai cambiamenti, loro e miei. Mi capita spesso di ripensare alle prime lezioni, nel febbraio del 1998 alle scuole medie di Latisana: tutto preparato nei minimi dettagli, al minuto, persino quando fare una battuta… nulla lasciato al caso… tutto sotto controllo e ben poco naturale, col terrore che qualche alunno alzasse la mano per fare una domanda. Ripenso con un sentimento di tenerezza a quel che sono stato. Ma tornando a quelle quattro ore che mi aspettano, e a tutte le altre volte di questi anni, in quell’attimo in cui do le spalle alla classe ed esco, sento la mancanza di un rapporto che si è costruito; e più avanti vanno gli anni, più è forte quel sentimento che diventa immediatamente nostalgia. E’ vero, dico “arrivederci”: ci si vedrà ancora, durante gli esami, dopo gli esami, in giro, su fb… Ma non posso negare di sentire che è anche un addio a quella classe e a quel gruppo; e ciò indipendentemente dal fatto che siano stati uniti o meno tra loro. E’ semplicemente qualcosa che non ci sarà più e che avverto come qualcosa di mio e che trovo difficile spiegare. Vero, bellissimo, stimolante e affascinante vederli crescere e diventare adulti, però la nostalgia resta. Chi saranno nella loro vita? Chi decideranno di essere? Saranno felici? Realizzeranno le loro aspettative? Faccio un respiro profondo e li accarezzo tutti col pensiero: “Arrivederci”.

Gemme n° 239

Quella che propongo è la mia canzone preferita, rilassante, trasmette pace, serenità e fa riflettere sulla differenza tra piccoli e grandi, e tutte le certezze che avevamo da bambini non sono più certezze”. Questa la gemma di I. (classe quinta).
Il testo, da una traduzione trovata on-line, dice: “Ma quando ero più giovane avevo la risposta, devo ammetterlo, ma tutte le mie risposte, adesso che sono più vecchio, si son trasformate in domande…”. Seguono alcune domande, alcune delle quali molto profonde e che potremmo comprendere all’interno delle cosiddette domande esistenziali, quelle cioè che si pongono alla ricerca di un senso. L’esperienza che ho fatto io non è tanto quella di una trasformazione delle risposte in domande, quanto quella di un mutamento delle risposte, influenzate dagli studi, dalle letture e soprattutto dai vissuti. Non nascondo che mi piace sentirmi provocato, non mi dispiace, talvolta, lasciare la terra ferma per nuotare in un mare incerto e sconosciuto verso nuovi approdi.

Gemme n° 221

E’ vero, la mia gemma è un cartone animato. Ma alla fine della quinta penso sia importante decidere che strada prendere; per farlo potrebbe esserci bisogno di andare contro tutti, anche contro coloro che vogliono il nostro bene. E’ difficile riconoscere la strada giusta. Qui il padre vuole proteggere il figlio ma rischia di impedirgli di vivere la sua vita, cavolate ed errori compresi. Si deve solo ascoltare se stessi, quello che ci piace, chiarirci le idee in mezzo a tutto ‘sto casino. Ecco, la mia ambizione è che vorrei aggiungere qualcosa di mio a questo mondo, creare qualcosa, sarebbe un peccato sprecare l’occasione e penso che debba cercare di farlo in tutti i modi possibili”. Queste sono state le parole con cui A. (classe quinta) ha commentato la sua gemma.
Una studentessa di quinta porta un cartone animato? Allora il suo prof risponde a tono… Con Kung Fu Panda aggiungo un elemento: la fortuna di incontrare qualcuno che creda in noi!

Gemme n° 156

Una delle mie canzoni preferite riguarda il difficile cammino di un figlio che si distacca dai genitori. Al padre sono associati lavoro e fatica, alla madre emozioni e sentimenti. Il figlio si stacca per delle incomprensioni. Ma la cosa bella è che alla fine, in un momento di debolezza, li cerca ancora”.
Questa la gemma e la preferenza musicale di G. (classe quinta). Il mio pensiero è andato a una canzone dedicata da un padre alla figlia: Francesco Guccini scrive per Teresa il brano “Culodritto”. In Emilia quando un giovane guarda con disapprovazione e un po’ puntuto un adulto e se ne va, si dice “andarsene a culodritto”. Nella canzone emergono le differenze generazionali, gli assolutismi adolescenziali, le insofferenze genitoriali, ma soprattutto quella fiducia finale di cui ha parlato anche G. Adoro questo brano.


Ma come vorrei avere i tuoi occhi, spalancati sul mondo come carte assorbenti
e le tue risate pulite e piene, quasi senza rimorsi o pentimenti,
ma come vorrei avere da guardare ancora tutto come i libri da sfogliare
e avere ancora tutto, o quasi tutto, da provare…
Culodritto, che vai via sicura, trasformando dal vivo cromosomi corsari
di longobardi, di celti e romani dell’antica pianura, di montanari,
reginetta dei telecomandi, di gnosi assolute che asserisci e domandi,
di sospetto e di fede nel mondo curioso dei grandi,
anche se non avrai le mie risse terrose di campi, cortili e di strade
e non saprai che sapore ha il sapore dell’uva rubato a un filare,
presto ti accorgerai com’è facile farsi un’inutile software di scienza
e vedrai che confuso problema è adoprare la propria esperienza…
Culodritto, cosa vuoi che ti dica? Solo che costa sempre fatica
e che il vivere è sempre quello, ma è storia antica, Culodritto…
dammi ancora la mano, anche se quello stringerla è solo un pretesto
per sentire quella tua fiducia totale che nessuno mi ha dato o mi ha mai chiesto;
vola, vola tu, dov’io vorrei volare verso un mondo dove è ancora tutto da fare
e dove è ancora tutto, o quasi tutto… da sbagliare…”

Gemme n° 32

Non posso pubblicare la gemma portata da G. (classe quinta): ha mostrato la foto di suo fratello che “fa volare” la figlioletta. “Ho portato loro perché è grazie a loro due che ho messo un po’ la testa a posto. Prima devo ringraziare mio fratello che mi è sempre stato vicino e poi mia nipote che mi ha preso come riferimento e che quindi mi spinge ad essere più responsabile, almeno un po’…”.

chagall promenade

La foto che ci ha mostrato mi ha immediatamente fatto pensare a questo quadro di Chagall e alle parole della moglie Bella: “«Non muoverti, resta dove sei…».Non riesco a stare ferma. Ti sei gettato sulla tela che vibra sotto la tua mano. Intingi i pennelli. Il rosso, il blu, il bianco, il nero schizzano. Mi trascini nei fiotti di colore. Di colpo mi stacchi da terra, mentre tu prendi lo slancio con un piede, come se ti sentissi troppo stretto in questa piccola stanza. Ti innalzi, ti stiri, voli fino al soffitto. La tua testa si rovescia all’indietro e fai girare la mia. Mi sfiori l’orecchio e mormori…”.

Luoghi della memoria

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Mauro Corona scrive nel libro Il canto delle manére: “Le radici stanno dove siamo nati e cresciuti. Quelle radici non le tagli. Quelle radici sono elastici con un capo legato al campanile e l’altro intorno alla nostra vita. Più ti allontani e più gli elastici si tirano, finché diventano fini come corde di violino. Ma non si rompono. Quando sono tirati al massimo, passa il vento della memoria e questi elastici mandano i suoni dei ricordi. A sentirli pensi al paese e diventi debole. Molla le mani da dove ti tenevi aggrappato e gli elastici, con uno strappo, ti riportano a casa”. Questo pensavo oggi passeggiando per i campi, tra erba e canali. In realtà, non mi sono mai allontanato troppo dalle mie radici; sta diventando più una lontananza di tempo che di spazio… Però sono gli spazi che aiutano a far sentire più vicino il tempo: la campagna, le scale delle scuole elementari di Palmanova, il campetto dell’asilo, i bastioni, la Bordiga… In questi e in altri luoghi della memoria vado per ripensare al Simone di un tempo e comprendere il Simone di oggi.

Zolla dopo zolla

Ho trovato in rete questo raccontino; qualcuno scrive sia una storia sufi, in ogni caso non ho reperito una fonte certa. La leggo come un incoraggiamento nei momenti in cui tutto sembra remarti contro e arrivano tante critiche; la capacità umana può stare nel trasformarle in occasioni di crescita (a volte scrollandosele di dosso, a volte recependole cercando di migliorarsi).

“Un giorno l’asino di un contadino cadde in un pozzo. Non si era fatto male, ma non sufi,speranza,resistere,crescerepoteva più uscire. Il povero animale continuò a ragliare sonoramente per ore. Il contadino era straziato dai lamenti dell’asino, voleva salvarlo e cercò in tutti i modi di tirarlo fuori ma dopo inutili tentativi, si rassegnò e prese una decisione crudele. Poiché l’asino era ormai molto vecchio e non serviva più a nulla e poiché il pozzo era ormai secco e in qualche modo bisognava chiuderlo, chiese aiuto agli altri contadini del villaggio per ricoprire di terra il pozzo. Il povero asino imprigionato, al rumore delle palate e alle zolle di terra che gli piovevano dal cielo capì le intenzioni degli esseri umani e scoppiò in un pianto irrefrenabile. Poi, con gran sorpresa di tutti, dopo un certo numero di palate di terra, l’asino rimase quieto. Passò del tempo, nessuno aveva il coraggio di guardare nel pozzo mentre continuavano a gettare la terra. Finalmente il contadino guardò nel pozzo e rimase sorpreso per quello che vide, l’asino si scrollava dalla groppa ogni palata di terra che gli buttavano addosso, e ci saliva sopra. Man mano che i contadini gettavano le zolle di terra, saliva sempre di più e si avvicinava al bordo del pozzo. Zolla dopo zolla, gradino dopo gradino l’asino riuscì ad uscire dal pozzo con un balzo e cominciò a trottare felice.”

Sfide

Premessa: in questo breve post userò il genere maschile come genere neutro.

Martedì mattina un collega mi avvicina “Sai, mi sono molto arrabbiato con XX l’altro giorno. E’ stato molto scorretto. Vedi se riesci a parlarci tu”. Oggi ho parlato con XX: “Cos’è successo con il prof ZZ? Era arrabbiatissimo!”. Mi risponde XX: “Sì, lo so prof, ho già chiarito: ho chiesto scusa perché a un adulto non posso rivolgermi così. Però sono stato offeso e lì non c’ho visto più…”.

La sfida dell’essere adulti coerentemente: per studenti e insegnanti.

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Sotto la pianta dei piedi

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“Un albero il cui tronco si può a malapena abbracciare nasce da un minuscolo germoglio. Una torre alta nove piani incomincia con un mucchietto di terra. Un viaggio di mille miglia ha inizio sotto la pianta dei tuoi piedi”. Lao Tzu