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Gemme n° 389

Propongo una canzone del mio gruppo preferito. La motivazione penso che sia quella più bella quando si tratta di una canzone: l’ho ascoltata con tutte le persone più importanti della mia vita. Ha accompagnato tantissimi momenti della mia vita. Ad essa mi lega anche un bel ricordo perché ero solita ballarla insieme a mio fratello con i miei piedi sopra i suoi. Le sono molto affezionata.” Questa la gemma di E. (classe quarta).
La canzone, tra i vari temi, tocca quello del tempo. Cosa fa sì che lo consideriamo sprecato, ben utilizzato, investito bene o male? Forse il passare del tempo stesso. Canta De André in “La stagione del tuo amore”: “Passa il tempo sopra il tempo ma non devi aver paura, sembra correre come il vento però il tempo non ha premura”.

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Gemme n° 255

Non avevo mai visto questo film, ne avevo sentito parlare ma nulla più. Il protagonista del film sceglie di vivere anche se in un mondo malato fatto di consumismo e banalità. Smette di intossicarsi. Pensavo fosse un film demenziale, mi sono ritrovata davanti a discorsi profondi”. Questa la gemma di G. (classe quarta).
Riporto qui sotto il testo di una delle più belle e profonde canzoni di Fabrizio De André, il “Cantico dei drogati”.
Ho licenziato Dio, gettato via un amore per costruirmi il vuoto nell’anima e nel cuore. Le parole che dico non han più forma né accento, si trasformano i suoni in un sordo lamento. Mentre fra gli altri nudi io striscio verso un fuoco che illumina i fantasmi di questo osceno giuoco. Come potrò dire a mia madre che ho paura?
Chi mi riparlerà di domani luminosi dove i muti canteranno e taceranno i noiosi, quando riascolterò il vento tra le foglie sussurrare i silenzi che la sera raccoglie. Io che non vedo più che folletti di vetro che mi spiano davanti che mi ridono dietro. Come potrò dire la mia madre che ho paura?
Perché non hanno fatto delle grandi pattumiere per i giorni già usati per queste ed altre sere? E chi, chi sarà mai il buttafuori del sole chi lo spinge ogni giorno sulla scena alle prime ore. E soprattutto chi e perché mi ha messo al mondo dove vivo la mia morte con un anticipo tremendo? Come potrò dire a mia madre che ho paura?
Quando scadrà l’affitto di questo corpo idiota allora avrò il mio premio come una buona nota. Mi citeran di monito a chi crede sia bello giocherellare a palla con il proprio cervello. Cercando di lanciarlo oltre il confine stabilito che qualcuno ha tracciato ai bordi dell’infinito. Come potrò dire a mia madre che ho paura?
Tu che m’ascolti insegnami un alfabeto che sia differente da quello della mia vigliaccheria.”

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Gemme n° 226

Ieri era la Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia; avevo già deciso da tempo che questa doveva essere la mia gemma e devo dire che è capitata nel momento giusto. Devo dire, per i tanti che ancora non lo sanno, che io sono lesbica. Per me è stato difficile accettarlo e dirlo agli amici. La mia famiglia lo sa, se n’è accorta da un po’. Penso non ci sia niente da nascondere e penso che tutti abbiano diritto ad essere felici, anche se in troppi ci dicono che dobbiamo nasconderci; mi piacerebbe farlo capire a costoro. Ecco, il mio vuole essere un messaggio positivo.” Questa è stata la gemma di V. (classe quinta) presentata con le lacrime agli occhi.
Faccio parte di quelli che lo sapevano, V. ed io ci seguiamo a vicenda su twitter. Basta leggere i suoi tweet per saperlo. Non è stata dunque una sorpresa. Quello che mi han fatto male per tutta la mattina sono state le sue lacrime e le sue parole “mi piacerebbe farlo capire”. E nelle orecchie le parole di una canzone di Fabrizio De André che adoro, malinconica soprattutto nella versione di Cecilia Chailly col suono dell’arpa: “Sale la nebbia sui prati bianchi come un cipresso nei camposanti, un campanile che non sembra vero segna il confine fra la terra e il cielo. Ma tu che vai, ma tu rimani, vedrai la neve se ne andrà domani, rifioriranno le gioie passate col vento caldo di un’altra estate. Anche la luce sembra morire nell’ombra incerta di un divenire dove anche l’alba diventa sera e i volti sembrano teschi di cera. Ma tu che vai, ma tu rimani, anche la neve morirà domani, l’amore ancora ci passerà vicino nella stagione del biancospino. La terra stanca sotto la neve dorme il silenzio di un sonno greve, l’inverno raccoglie la sua fatica di mille secoli, da un’alba antica. Ma tu che stai, perché rimani? Un altro inverno tornerà domani, cadrà altra neve a consolare i campi, cadrà altra neve sui camposanti.”

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Gemme n° 203

La scelta di questa canzone è legata al ricordo di mio padre che non vedo da molto tempo perché i rapporti con lui sono peggiorati dopo la separazione da mia madre. Poco tempo fa ha deciso di voler riallacciare i rapporti; io devo ancora decidere bene se riprenderli, anche perché mi sembra ingiusto che lui si rifaccia vivo solo adesso. Ho il ricordo delle canzoni di De André, che lui ascoltava sempre quando io ero piccola. Probabilmente accetterò di vederlo e di parlargli ma ho intenzione di far procedere le cose con calma e pazienza”. Questa è stata la gemma di G. (classe terza).
Amo De André, l’ho scritto più volte qui sul blog. Quando sono risuonato le prime parole della canzone, mi è sembrato ci fosse un legame diretto e immediato con le ultime di G. “Quando in anticipo sul tuo stupore verranno a chiederti del nostro amore, a quella gente consumata nel farsi dar retta un amore così lungo tu non darglielo in fretta”. La maggior parte dei rapporti, soprattutto quelli più duraturi e longevi, è fatta di frequentazioni consuete, del piacevole rito dell’incontro; per un buon concerto si fanno molte prove. Non sempre è così. A volte si tratta di riprendere in mano uno strumento non suonato da tempo e a cui basta una semplice accordatura. Altre volte, purtroppo, si scopre che quell’archetto non è più in grado di suonare il suo violino. Buona musica G. e che sia la tua musica.

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Gemme n° 159

Come gemma ho scelto questo brano di De Andrè che ho sempre ascoltato con mio padre: racconta di una tragedia avvenuta nel 1864 negli Stati Uniti, quando i soldati distrussero una tribù di nativi americani. Penso che il testo sia molto profondo e significativo anche per l’attualità: ci sono ancora distruzioni e non penso che possano finire.” Queste le parole con cui C. (classe seconda) ha presentato la sua gemma.
Se qualcuno desiderasse conoscere in modo più approfondito la storia del massacro di Sand Creek, invito a leggere a questo post.
Uno degli aspetti più toccanti della canzone è lo stesso sottolineato qualche giorno fa in un’altra gemma: il punto di vista è quello di un bambino, sorpreso nella notte, a metà tra la veglia e il sonno. Il nonno cerca di proteggerlo, provando a mascherare la realtà: “Chiusi gli occhi per tre volte, mi ritrovai ancora lì, chiesi a mio nonno è solo un sogno, mio nonno disse sì”. La durissima realtà circostante si mischia col sogno che diventa incubo: “Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso, il lampo in un orecchio nell’altro il paradiso, le lacrime più piccole, le lacrime più grosse, quando l’albero della neve fiorì di stelle rosse”. A commento un unico collegamento, tra i tanti che purtroppo si potrebbero fare, con l’attualità: la Somalia.

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Gemme n° 121

Una canzone di Fabrizio De Andrè è stata la gemma di G. (classe quarta). “Mi piace lui, un genio. La canzone “Un matto” la propongo più per il testo che per la musica; il personaggio è tratto da “L’antologia di Spoon River”. Mi piace la figura del matto, descritto come una persona incapace di esprimersi: così penso di non essere l’unico ad avere questa esperienza. Io avverto la stessa fatica: i pensieri profondi li faccio, ce li ho, anche se mi dicono che faccio il matto”.

Tu prova ad avere un mondo nel cuore
e non riesci ad esprimerlo con le parole,
e la luce del giorno si divide la piazza
tra un villaggio che ride e te, lo scemo, che passa,
e neppure la notte ti lascia da solo:
gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro
E sì, anche tu andresti a cercare
le parole sicure per farti ascoltare:
per stupire mezz’ora basta un libro di storia,
io cercai di imparare la Treccani a memoria,
e dopo maiale, Majakowsky, malfatto,
continuarono gli altri fino a leggermi matto.
E senza sapere a chi dovessi la vita
in un manicomio io l’ho restituita:
qui sulla collina dormo malvolentieri
eppure c’è luce ormai nei miei pensieri,
qui nella penombra ora invento parole
ma rimpiango una luce, la luce del sole.
Le mie ossa regalano ancora alla vita:
le regalano ancora erba fiorita.
Ma la vita è rimasta nelle voci in sordina
di chi ha perso lo scemo e lo piange in collina;
di chi ancora bisbiglia con la stessa ironia
“Una morte pietosa lo strappò alla pazzia”.

Oggi, nel giorno della memoria, pubblico il video di uno dei miei matti favoriti; si tratta del folle dello shtetl del film “Train de vie”:

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Tra Gerolamo e Faber

Sono arrivato al settimo capitolo dedicato alla canzone Buon sangue di Jovanotti e al settimo avo. E’ la volta di un uomo vissuto ai tempi di Gerolamo Savonarola. Mi vien da sorridere perché ho studiato un libro sul frate domenicano per l’esame finale dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose. L’antenato di Jovanotti è un ammiratore di Savonarola, ne ammira la tempra morale, la forza, il rigore, la fede, ne è affascinato; poi però, quando torna a contatto con una realtà di “artisti, bordelli, mercati” si sente più a suo agio. Si definisce un condannato. Forse Savonarola non gli bastava… forse un predicatore non gli bastava… forse serviva qualcuno che percorresse le sue stesse strade… forse serviva qualcuno disponibile a condividere la sorte di un condannato… forse serviva qualcuno che si facesse punire come due ladroni senza gridare “ehi, fermatevi, i ladroni sono loro, non io”…

Un mio antenato visse al tempo di Savonarola,savo.jpg

ascoltava i suoi anatemi parola per parola.

Ammirava nei suoi occhi quella luce interiore

che hanno gli uomini di fede, di forza, rigore.

Poi però quando tornava a casa dopo i sermoni,

passava piazza della Signoria, via Tornabuoni,

le botteghe degli artisti, bordelli, mercati:

si sentiva a suo agio tra i condannati.

(e non posso nascondere l’ennesimo incrocio: mentre scrivo ascolto su Spotify una playlist di Jovanotti sulla musica italiana. Cosa c’è ora? Fabrizio De Andrè che canta: “questa gente di cui mi vai parlando è gente come tutti noi, non mi sembra che siano mostri non mi sembra che siano eroi, e non mandarmi ancora tue notizie nessuno ti risponderà se insisti a spedirmi le tue lettere da via della Povertà” …)

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Piacere vs potere

Finalmente il quarto avo di Jovanotti è una donna: corpo piccolo ma capace di donare calore a molti uomini, di varie etnie e di varie classi sociali, con identico risultato finale: la loro sottomissione. E’ la vecchia storia del dominio del piacere sul potere.

Mi torna alla mente una vecchia canzone portata al successo da Fabrizio De André: Carlogiuditta-e-oloferne.jpg Martello è di ritorno dalla battaglia di Poitiers e incontra una giovane donna. La pulzella respinge le avance di quel che crede un cavaliere, cedendo soltanto quando si accorge che sotto l’armatura si nasconde sua maestà. Re Carlo si rimette in sella per andarsene, ma la ragazza lo afferra “Beh proprio perché voi siete il sire fan cinquemila lire, è un prezzo di favor”. Nessun trattamento di favore per il sire, nessuna agevolazione.

Se poi qualcuno volesse incontrare due storie di ammaliamento contenute nella Bibbia cito la coppia Dalila e Sansone e la coppia Giuditta e Oloferne. Casi contemporanei preferisco evitarli, anche se sarebbero interessanti visto che comincia a farsi strada il ribaltamento dei sessi…

Una mia ava era una donna alta un metro e dieci,

frequentava romani, galli, egizi e greci.

il suo corpo era piccino, ma pieno di calore,

sottomise tutti quanti, anche un imperatore.

Dalla mia ava ho imparato che non c’è potere,

che resista all’arte buona di dare piacere.

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Si son presi il nostro cuore

Il prossimo è un post lungo che parla di un vecchio episodio della storia. Perché l’ho scritto? Perché a volte faccio fatica ad avvicinarmi alla dura storia recente, come quella della strage in un sobborgo di Damasco con l’uccisione di tanti bambini. E anche perché questo episodio me lo porto dentro dalle superiori, quando Fabrizio De André me l’ha fatto conoscere.

Un balzo all’indietro di quasi 150 anni, ma sempre il 29 novembre: 1864 in Oklahoma. E’ l’alba, fa freddo, c’è la neve. Il campo Cheyenne si trova in un’ansa a ferro di cavallo del Sand Creek a nord del letto di un altro torrente quasi secco. In totale vi sono quasi seicento indiani nell’ansa del torrente, due terzi dei quali donne e bambini. La maggior parte dei guerrieri si trova diversi chilometri a est a cacciare il bisonte per i bisogni dell’accampamento, come ha detto loro di fare il maggiore Anthony, comandante del distaccamento a cui sono affidati.

Gli indiani sono così fiduciosi di non aver assolutamente nulla da temere che non mettono sentinelle durante la notte, tranne alla mandria di cavalli che è chiusa in un recinto sotto il torrente. Ma dal torrente sta avanzando a un trotto svelto un grosso contingente di truppe: uomini, donne e bambini corrono fuori dalle tende seminudi; donne e bambini che strillano alla vista delle truppe; uomini che corrono nelle tende a prendere le armi…

sand creek.jpgIl capo Pentola Nera ha una grande bandiera americana appesa in cima a un lungo palo e sta davanti alla sua tenda, aggrappato al palo, con la bandiera svolazzante nella luce grigia dell’alba invernale. Grida alla sua gente di non avere paura, che i soldati non faranno loro del male; poi le truppe aprono il fuoco dai due lati del Campo. I soldati appena smontati da cavallo cominciano a sparare con le carabine e le pistole. In quel momento centinaia di donne e bambini Cheyenne si stanno radunando intorno alla bandiera di Pentola Nera.

Antilope Bianca, un vecchio di settantacinque anni, disarmato, il volto scuro segnato dal sole e dalle intemperie, cammina a grandi passi verso i soldati. Crede ancora che i soldati smettano di sparare appena vedono la bandiera americana e la bandiera bianca della resa che ha innalzato Pentola Nera.

Polpaccio Stregato Beckwourth, che cavalca a fianco del colonnello Chivington, vede avvicinarsi Antilope Bianca. “Venne correndo verso di noi per parlare al comandante,” testimoniò in seguito Beckwourth “tenendo in alto le mani e dicendo: “Fermi! fermi!”. Lo disse in un inglese chiaro come il mio. Egli si fermò e incrociò le braccia finché cadde fulminato”. I sopravvissuti fra i Cheyenne dissero che Antilope Bianca cantò il canto di morte prima di spirare: “Niente vive a lungo. Solo la terra e le montagne”.

Provenienti dal campo Arapaho, anche Mano Sinistra e la sua gente cercano di raggiungere la bandiera di Pentola Nera. Quando Mano Sinistra vede le truppe, si ferma con le braccia incrociate, dicendo che non combatterà gli uomini bianchi perché sono suoi amici. Cade fucilato.

Il colonnello Chivington comanda l’attacco contro una popolazione inerme che quasi niente fa per reagire. Gli episodi sconvolgenti – come venne testimoniato dagli stessi indiani e da molti altri bianchi che parteciparono al massacro – non si contano. Gli uomini vengono scalpati e orrendamente mutilati, i bambini usati per un macabro tiro al bersaglio, le donne oltraggiate, mutilate e scalpate. Per commettere delitti così atroci bisogna possedere una innata cattiveria o non essere padroni delle proprie azioni. In effetti molti dei partecipanti erano ubriachi. In nessun modo si riuscì legalmente a rendere giustizia ai pellerossa.

Robert Bent, che si trova a cavallo suo malgrado con il colonnello Chivington, dice che, quando giungono in vista al campo, vede “sventolare la bandiera americana e udire Pentola Nera che dice agli indiani di stare intorno alla bandiera e lì si accalcano disordinatamente: uomini, donne e bambini. Questo accade quando siamo a meno di 50 metri dagli indiani. Vedo anche sventolare una bandiera bianca. Queste bandiere sono in una posizione così in vista che devono averle viste. Quando le truppe sparano, gli indiani scappano, alcuni uomini corrono nelle loro tende, forse a prendere le armi… Penso che ci siano seicento indiani in tutto. Ritengo che ci siano trentacinque guerrieri e alcuni vecchi, circa sessanta in tutto… il resto degli uomini è lontano dal campo, a caccia… Dopo l’inizio della sparatoria i guerrieri mettono insieme le donne e i bambini e li circondano per proteggerli. Vedo cinque squaws nascoste dietro un cumulo di sabbia. Quando le truppe avanzano verso di loro, scappano fuori e mostrano le loro persone perché i soldati capiscano che sono squaws e chiedono pietà, ma i soldati le fucilano tutte. Vedo una squaw a terra con un gamba colpita da un proiettile; un soldato le si avvicina con la sciabola sguainata; quando la donna alza un braccio per proteggersi, egli la colpisce, spezzandoglielo; la squaw si rotola per terra e quando alza l’altro braccio, il soldato la colpisce nuovamente e le spezza anche quello. Poi la abbandona senza ucciderla. Sembra una carneficina indiscriminata di uomini, donne e bambini. Vi sono circa trenta o quaranta squaws che si sono messe al riparo in un anfratto; mandano fuori una bambina di sei anni con una bandiera bianca attaccata a un bastoncino; riesce a fare solo pochi passi e cade fulminata da una fucilata. Tutte le squaws rifugiatesi in quell’anfratto vengono poi uccise, come anche quattro o cinque indiani che si trovano fuori. Le squaws non oppongono resistenza. Tutti i morti che vedo sono scotennati. Scorgo una squaw sventrata con un feto, credo, accanto. Il capitano Soule mi conferma la cosa. Vedo il corpo di Antilope Bianca privo degli organi sessuali e sento un soldato dire che vuole farne una borsa per il tabacco. Vedo una bambina di circa cinque anni che si è nascosta nella sabbia; due soldati la scoprono, estraggono le pistole e le sparano e poi la tirano fuori dalla sabbia trascinandola per un braccio. Vedo un certo numero di neonati uccisi con le loro madri. ” (In un discorso pubblico fatto a Denver non molto tempo prima di questo massacro, il colonnello Chivington sostenne che bisognava uccidere e scotennare tutti gli indiani, anche i neonati. “Le uova di pidocchio fanno i pidocchi” dichiarò.)

La descrizione di Robert Bent delle atrocità dei soldati è confermata dal tenente James Connor: “Tornato sul campo di battaglia il giorno dopo non vedo un solo corpo di uomo, donna o bambino a cui non sia stato tolto lo scalpo, e in molti casi i cadaveri sono mutilati in modo orrendo: organi sessuali tagliati a uomini, donne e bambini; sento un uomo dire che ha tagliato gli organi sessuali di una donna e li ha appesi a un bastoncino; sento un altro dire che ha tagliato le dita di un indiano per impossessarsi degli anelli che aveva sulla mano; per quanto io ne sappia John M. Chivington è a conoscenza di tutte le atrocità che sono state commesse e non mi risulta che egli abbia fatto nulla per impedirle; ho saputo di un bambino di pochi mesi gettato nella cassetta del fieno di un carro e dopo un lungo tratto di strada abbandonato per terra a morire; ho anche sentito dire che molti uomini hanno tagliato gli organi genitali ad alcune donne e li hanno stesi sugli arcioni e li hanno messi sui cappelli mentre cavalcavano in fila.”

Quando cessa la sparatoria sono morti 105 donne e bambini indiani e 28 uomini.

Pentola Nera riesce miracolosamente a trovare scampo su un burrone, ma sua moglie è gravemente ferita. Mano Sinistra, sebbene colpito da una pallottola, riesce ugualmente a salvarsi. Quando scende la notte i sopravvissuti strisciano fuori dalle buche. Fa’ molto freddo e il sangue si è congelato sulle loro ferite, ma non osano accendere i fuochi. L’unico pensiero che hanno in mente è di fuggire a est verso lo Smoky Hill e cercare di raggiungere i loro guerrieri. “Fu una marcia terribile,” ricordò George Bent “la maggior parte di noi procedeva a piedi, senza cibo, con pochi indumenti, impacciata dalle donne e dai bambini.” Per 80 chilometri sopportano il gelo dei venti, la fame e i dolori delle ferite, ma alla fine raggiungono il campo di caccia. “Come arrivammo nel campo vi fu una scena terribile. Tutti piangevano, persino i guerrieri, le donne e i bambini strillavano e gemevano . Quasi tutti i presenti avevano perso qualche parente o amico e molti di loro sconvolti dal dolore si sfregiavano coi coltelli finché il sangue usciva a fiotti.”

C’è il rischio della vendetta. Come reagisce, poco tempo dopo, Pentola Nera?

“Noi chiediamo di essere in pace con i Bianchi, vogliamo stringere la vostra mano. Stiamo viaggiando attraverso una nuvola. Il cielo è scuro da quando è cominciata la guerra. Questi uomini coraggiosi che sono qui con me sono pronti a fare ciò che dico. Noi vogliamo portare buone notizie al nostro popolo perché tutti possano dormire in pace. Vi chiedo di dire ai capi dei soldati che sono qui, che noi siamo per la pace e che non commetteremo l’errore di considerarli nemici”

(notizie prese da http://freeforumzone.leonardo.it/lofi/Il-grande-popolo-dei-Nativi-Americani/D9540662.html e da http://www.farwest.it/?p=1685).