
Oggi su Avvenire è comparso un articolo di Khadija Haidari, scritto in collaborazione con la testata Zan Times: argomento? In Afghanistan i testi scritti da donne sono stati proibiti nelle università, nelle librerie, nelle scuole. Per alcune di loro scrivere è diventato un gesto di testimonianza e di resistenza al regime talebano.
“Leila, docente universitaria nell’Afghanistan occidentale, ha impiegato due anni a scrivere il suo manuale: verteva sul “project management”, cioè su come utilizzare in modo efficiente risorse come il tempo, il capitale e la manodopera. Il suo libro, così come quelli firmati da altre decine di donne, è stato vietato sotto il regime talebano. «Avevo tradotto diverse fonti in inglese per completare il mio libro, che riguarda l’applicazione di standard di qualità grazie a strumenti e tecniche scientifiche finalizzati al successo di progetti nazionali e commerciali». Il libro era utilizzato come testo per gli studenti universitari. Ma dopo che i talebani hanno preso il potere, è arrivato l’ordine di ritirarlo. «Quando ho chiesto il motivo, mi hanno risposto che, poiché l’autore era una donna, doveva essere ritirato», racconta Leila. Da quando, nel dicembre 2022, è stata privata della sua cattedra all’università, dopo che i talebani hanno vietato la formazione alle ragazze, Leila è riuscita a pubblicare solo un articolo accademico su una rivista internazionale. Oggi confessa di non avere più la forza di scrivere: «Avrei uno studio da completare, ma non ho più motivazioni. Immaginate di trovarvi a un bivio buio, senza informazioni su quale strada prendere; in qualsiasi direzione guardiate, c’è solo oscurità».
Nell’agosto 2025 il Ministero dell’Istruzione Superiore dei talebani ha emanato due diverse direttive per le università di tutto il Paese, ordinando loro di interrompere l’insegnamento di 18 materie accademiche e di non utilizzare più 640 libri di testo e altri materiali didattici. Più di 140 titoli sono stati vietati solo perché le loro autrici erano donne. Una delle ordinanze afferma che le materie vietate «sono state ritenute contrarie alla sharia e alle politiche del governo e sono state quindi rimosse dal programma di studi». Tra le autrici inserite nella lista nera figurano accademiche con oltre 30 anni di esperienza nell’insegnamento e una lunga carriera nella ricerca. Molti attivisti sostengono che si tratti di un altro tentativo sistematico da parte dei talebani di cancellare la voce delle donne dalla vita pubblica. I libri di testo scritti da donne sfidano l’ideologia dei talebani, osserva un professore, a causa della loro stessa esistenza: «Come si può proibire a una donna di insegnare o di studiare, e nello stesso tempo consentire agli allievi di studiare su un suo libro?».
Zohra (nome di fantasia, come tutti gli altri in questo articolo) ha 37 anni e scrive libri per bambini dal 2017. «Il mio obiettivo è aiutare i bambini afghani a prepararsi mentalmente ed emotivamente all’apprendimento di diverse materie prima di andare a scuola», racconta. I suoi libri utilizzano immagini di bambini e cartoni animati per rendere più facile l’approccio a materie come la matematica. Ma quando nel novembre dello scorso anno si è rivolta al ministero dell’Informazione e della Cultura, gestito dai taleban, per ottenere una licenza di stampa, le è stata negata. «Mi hanno detto che non potevo usare immagini di esseri viventi, in particolare di ragazze – ricorda -. Mi hanno detto che se avessi inserito l’immagine di una ragazza, questa avrebbe dovuto indossare l’hijab islamico. Altrimenti, i miei libri non sarebbero stati stampati in Afghanistan». Nonostante i divieti e le limitazioni, Zohra continua a lavorare a nuove pubblicazioni. «Credo che questi libri rimarranno come eredità della resistenza delle donne nella storia dell’Afghanistan», conclude.
Nell’ottobre 2024 i taleban hanno distribuito ai librai un altro elenco di 433 libri vietati. Tra questi, 18 titoli sono stati scritti da donne, di cui nove da autrici afghane. Tra le scrittrici afghane vietate figurano Saeqa Hadiya Yazdanwali, Atifa Tayeb, Fatema Jafari, Marzia Mohammadzada, Shakiba Hashemi, Sohaila Aman, Sediqa Hosseini, Nawida Khushbo e Aqila Nargis Rahmani. Indipendentemente dall’argomento trattato, per ora i talebani hanno ritenuto le loro opere «contrarie agli interessi nazionali e alla sharia». Il divieto include anche libri di autrici internazionali come Rachel Hollis, Reshma Saujani e la biografia di Malala Yousafzai, “I am Malala”. In Afghanistan alcune donne continuano a scrivere, spesso correndo grandi rischi. Nazanin, 25 anni, vive in una provincia vicino a Kabul e scrive racconti brevi e saggi. «A volte mi sembra che la canna del fucile dei taleban sia puntata direttamente alla mia gola», dice. «La città è così militarizzata che incontriamo uomini armati ad ogni passo. Per me, scrivere è resistenza, è rimanere salda. La mia situazione è molto difficile, ma voglio usare la scrittura per documentare per il futuro ciò che sta accadendo». Nel novembre 2024, il giornale online indipendente “Hasht e Subh Daily” (8 am Daily) ha riportato che i funzionari talebani della provincia di Kapisa avevano raccolto i libri scritti da donne dalle biblioteche delle scuole femminili.
Suraya, un’insegnante di 34 anni, conferma ciò che è accaduto un anno e mezzo fa: «Sì, i taleban hanno dato l’ordine di far sparire tutti i libri scritti da donne». In città come Kandahar (il cuore religioso integralista del Paese, da dove origina il potere dei taleban), le librerie raramente hanno in magazzino opere di scrittrici. «Nella nostra libreria, i libri scritti da donne sono quasi zero», dice un libraio che rimane anonimo per ragioni di sicurezza. «Anche la foto di una donna sulla copertina di una rivista può causare problemi». Mana, 34 anni, poetessa e scrittrice che vive nell’Afghanistan occidentale, non ha smesso di lavorare nonostante i rischi. «Quando ho deciso di pubblicare il mio primo libro, non ho mai preso in considerazione gli editori afghani», dice. «Sotto il regime taleban, stampare un libro da donna è pericoloso». Ora sta scrivendo il suo secondo romanzo, ma afferma che anche se il suo libro non è politico, «il solo fatto di essere una donna che scrive può costare caro». Per ora preferisce «continuare a scrivere in un angolo silenzioso».”



donna bianca che aspira a diventare scrittrice: costei raccoglie le storie delle domestiche di colore nelle case dei bianchi. Le tre diventano amiche e alla fine altre domestiche si aggiungono per parlare delle loro vicende. Desidero citare una frase: God says we need to love our enemies. It hard to do. But it can start by telling the truth”.
Anno 2016, Cina: “Sul piano dell’economia e della finanza, sono stati sostituiti numerosi responsabili e è stata sospesa la pubblicazione di dati «sfavorevoli agli interessi del Paese», rendendo per gli analisti anche più difficile determinare l’andamento reale dell’economia cinese. Al riguardo Anne Stevenson-Yang, cofondatrice di ‘J Capital Research’, ha osservato che in Cina «le statistiche scompaiono quando diventano negative». Le ha fatto eco Leland R. Miller, presidente di China Beige Book International, per il quale è certo che «continueremo ad assistere alla repressione di chi racconta storie diverse da quelle che il governo vuole ascoltare». La stretta in questi ultimi mesi è stata evidente anche in altri settori. Dai librai scomparsi ad Hong Kong ed accusati di aver fatto illegalmente circolare in Cina testi ufficialmente proibiti, agli avvocati arrestati e per cui l’Alto Commissario Onu per i diritti umani, Zeid Ra’ad Al Hussein, ha manifestato «viva preoccupazione». Il giro di vite si è poi esteso anche ai media. Da anni l’attenzione del governo sull’informazione è massima. A differenza del resto della popolazione mondiale, i cinesi non possono usufruire di Google, Facebook e Twitter, ed ora a partire da marzo i media stranieri non potranno più pubblicare materiale online che non sia stato previamente autorizzato dal governo di Pechino. Le misure, che mirano a «promuovere valori centrali del socialismo», colpiranno le attività di giganti dell’informazione, fra cui le americane Amazon, Microsoft e Apple. Infine, c’è chi ricorda che tutta questa attività di ferreo controllo si traduce spesso in purghe e punizioni di responsabili e funzionari tanto da «far assomigliare la Pechino dell’inverno 2016 alla Mosca dell’inverno 1936». A quanto emerge da dati raccolti da ChinaFile, una base dati della ong americana Asia Society, le persone colpite da severe misure sono raddoppiate nell’ultimo anno raggiungendo il numero di 1.496. Di queste, comunque, solo 151 sono considerate ‘tigers’, un termine coniato dal presidente Xi che caratterizza gli alti funzionari macchiatisi di imperdonabili errori.”




