Quel tocco ai piedi

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Oggi, per i cattolici, è il giorno dell’ultima cena, nel corso della quale Gesù fa uno di quei gesti che sbaragliano le carte sul tavolo. Mi piace chiamarlo il gesto del tocco: è il chinarsi a lavare i piedi degli apostoli, a prendere in mano le propaggini del corpo umano, quelle che stanno a contatto con la terra, quelle più lontane dal cielo. E allora suggerisco la riflessione di Francesca Lozito, una giornalista che sto cominciando a conoscere su fb e che ha scritto queste parole molto significative su Vinonuovo:

“Ci vedete da lì. Non potete toccarci, perché siamo separati da uno schermo. Ma a chilometri di distanza ci vedete da lì.

Siamo lo scarto, siamo quelli venuti male. I disgraziati della terra. Quelli che magari ci staranno meno di voi. Sulla terra.

Siamo disabili per i politicaly correct. Storpi, ciechi, malati di cancro. Distrofici, senza gambe o senza braccia.

Ci vedete da lì, e sarebbe un vedere e basta. Un dolore esibito dice qualcuno, per non toccarlo con mano.

Invece quest’uomo vestito di bianco ci tocca.

Non ci benedice in modo freddo e formale. No. Sentiamo la sua carezza tenera, da papà.

A volte ci sembra quasi che sia lui ad avere bisogno di noi.

E non è un bisogno di comodo, no. Non ci usa, non ci cerca per far vedere quanto e bravo. Non ne ha bisogno.

Il tocco dell’uomo vestito di bianco è una storia lontana.

È l’amore che sta lì, proprio dove tutto ti farebbe dire il contrario. L’amore che vince dove sei autorizzato a dire «perché a me, perché io».

È Giobbe.

È noi.

Ci portano in questa piazza da ogni parte del mondo. E «quella bianca tenerezza» non ci farà guarire nel corpo, ma renderà più lieve il nostro passaggio sulla terra degli uomini. E meno pesante il giogo dei nostri cari.

Ma nelle vostre vite non possiamo rimanere solo un passaggio sullo schermo.

L’uomo vestito di bianco, voi non lo capite ancora, ma vi sta facendo un invito. Vi sta dando una opportunità. Sta a voi coglierla.

Aprite il vostro cuore, allargate le porte di ingresso delle vostre parrocchie. Smettetela di perdere tempo in vuoti formalismi, in una fredda cultura del fare. Cambiate il linguaggio. Abbandonatevi a gesti di tenerezza.

Lasciate entrare anche noi. Toccateci. Senza timore.

Perché non vi spaventi il pianto che sgorga dai vostri occhi tutte le volte che vedete quest’uomo farci una carezza: è solo l’umano bisogno, che per troppo tempo avete nascosto anche a voi stessi, di abbandonare le tante parole, troppo spesso inutili, che abbiamo detto sul dolore. È il bisogno di sentire prima di dire.

Il bisogno di vivere.”

Vi collego una vecchissima canzone, con la speranza che nessuno debba sentire la voglia di andare via di là per non aver trovato la carezza e la presenza di cui aveva bisogno:

“Quando tornava mio padre sentivo le voci, dimenticavo i miei giochi e correvo lì

mi nascondevo nell’ombra del grande giardino e lo sfidavo a cercarmi: io sono qui

Poi mi mettevano a letto finita la cena lei mi spegneva la luce ed andava via

io rimanevo da solo ed avevo paura ma non chiedevo a nessuno: rimani un po’.

Non so più il sapore che ha quella speranza che sentivo nascere in me

Non so più se mi manca di più quella carezza della sera

o quella voglia di avventura voglia di andare via di là

Quelle giornate d’autunno sembravano eterne quando chiedevo a mia madre dov’eri tu

io non capivo cos’era quell’ombra negli occhi e cominciavo a pensare: mi manchi tu

Non so più il sapore che ha quella speranza che sentivo nascere in me

Non so più se mi manca di più quella carezza della sera”

o quella voglia di avventura voglia di andare via”

(Quella carezza della sera, New Trolls)

C’è ancora una luce

1969. 31 gennaio, come oggi. Agli Apple Studios i Beatles registrano la versione definitiva di una delle loro canzoni più famose: Let it be. E’ un testo semplice, che invita alla speranza nei momenti bui e oscuri. Molti hanno vista nella Mother Mary dell’inizio un riferimento alla madre di Gesù; Paul McCartney afferma che è una lettura che non gli dispiace, ma in realtà si tratta della madre scomparsa nel 1956, apparsagli in sogno durante un periodo di difficoltà del gruppo.

Quando mi trovo in momenti difficili madre Maria viene da me

con parole di saggezza, Lascia che sia

E nella mia ora di oscurità lei sta proprio davanti a me

con parole di saggezza, Lascia che sia

Lascia che sia, lascia che sia, lascia che sia, lascia che sia

sussurra parole di saggezza, Lascia che sia

E quando la gente con il cuore spezzato che vive nel mondo andrà d’accordo

ci sarà una risposta, Lascia che sia

Perché anche se sono divise vedranno che c’è ancora una possibilità

ci sarà una risposta, Lascia che sia

Lascia che sia, lascia che sia, lascia che sia, lascia che sia

ci sarà una risposta, Lascia che sia

Lascia che sia, lascia che sia, lascia che sia, lascia che sia

sussurra parole di saggezza, Lascia che sia

E quando la notte è piena di nuvole c’è ancora una luce che splende su di me

splendi fino a domani, Lascia che sia

Mi sveglio al suono della musica madre Maria viene da me

Con parole di saggezza, Lascia che sia

Lascia che sia, …

Una voglia di esitere

Una breve canzone di Paola Turci: I colori cambiano. In una giornata grigia come questa e come quelle che ci attendono, ci vuole un po’ di colore. E’ una canzone sulla speranza, quella di cui si ha bisogno quando le cose non girano e si vede tutto nero e buio. Paola Turci canta di una voglia di esistere che cresce dentro ogni croce, dentro ogni dolore, dentro ogni cosa che ci fa star male: anche lì ci sono segni di vita e, magari nascosta, volontà di andare avanti. Ogni possibilità che ci viene data può essere colta: l’incontro con persone, animali, esperienze, ci dà qualcosa (anche dolore, perché no?) e ha bisogno di essere percorso, capito, meditato, sedimentato, ricordato (anche per poi cercare di dimenticarselo…)… perché la vita ci propone sempre qualcosa di nuovo… i colori cambiano continuamente… Quanta resurrezione c’è in questa canzone…

In ogni angolo di mondo, in ogni sud, anche quello più lontano

dentro ogni croce nasce e cresce una voglia di esistere.

Ogni incontro ha bisogno di ascolto di cammino e di memoria.

Qualcuno dice che il tempo non aiuta io dico invece che il tempo fa sperare.

I colori cambiano continuamente… I colori cambiano continuamente…

Calma

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“Alla minima contrarietà, e a maggior ragione al minimo dispiacere, bisogna precipitarsi nel cimitero più vicino, dispensatore immediato di una calma che si cercherebbe invano altrove. Un rimedio miracoloso, per una volta.” (Emil Cioran, Confessioni e anatemi)

Orfano dell’illusione della sua disillusione

Niccolò Fabi, dolore

Ricordo ancora il giorno, due anni fa, in cui ho saputo tramite fb della morte della bimba di Niccolò Fabi. Da quel giorno ho ascoltato con più attenzione il lavoro di questo artista che apprezzavo già prima, ma a cui non avevo dedicato molto tempo. La prossima settimana esce il nuovo cd e oggi ho trovato questo articolo su Avvenire.

“Non crede più ai grandi sogni, ma alle piccole cose utili e realizzabili il Niccolò Fabi di Ecco, settimo capitolo di una carriera iniziata cantando dei propri capelli e poi trasformata dall’esperienza nel seme da cui far germogliare la pianta della condivisione e della solidarietà. Uno strumento d’indagine interiore affinato canzone dopo canzone, album dopo album, viaggio dopo viaggio in Africa, alla ricerca di valori e cose vere su cui poggiare l’esistenza senza farsi condizionare più di tanto da un progresso spesso rivolto più a «consumare cose che non ci servono e nemmeno ci piacciono» che a costruire speranze. Per lui, oggi, scrivere canzoni significa innanzitutto «partire da un pezzo di me per arrivare a qualcosa che in un modo o nell’altro possa assomigliare ad un brandello di pensiero collettivo». E in questo viaggio verso gli altri il cantautore romano, 44 anni, preferisce farsi accompagnare dalla famiglia e dalle buone letture come Le cose che non ti ho detto di Azar Nafisi o quel Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer che nel suo sorprendente finale riavvolge la pellicola del salto nel vuoto di una vittima dell’attacco alle Torri Gemelle riportandola in ufficio e poi a casa tra i tepori delle mura domestiche. Un “rewind” che lui applica alla freccia nel suo viaggio a ritroso dal ramo dell’albero all’arco impugnato sulla foto di copertina, ma in cuor suo pure alla sventura di Olivia, la figlia persa due anni fa per una malattia fulminante (cui ha dedicato la Fondazione Parole di Lulù Onlus che aiuta l’infanzia), e ai vagiti del piccolo Kim che il mese scorso è tornato a riconciliarlo in qualche modo con la vita. «Faccio un lavoro che aiuta a metabolizzare il dolore trasformandolo in qualcos’altro» spiega lui, intenzionato a presentare Ecco (sul mercato da martedì prossimo) con un giro di concerti nelle Fnac assieme a Pier Cortese e Roberto Angelini nell’attesa di varare a gennaio un nuovo tour teatrale. «Gli artisti, infatti, si cibano di gioie e dolori e non scorderò mai che la mia prima canzone l’ho scritta sulla scia di una delusione sentimentale». Verosimile è un dito puntato contro la tv del dolore, Indipendente è contro l’effimero “bisogno” di libertà che pervade la vita d’oggi. «Tutti vogliono sentirsi indipendenti, dai genitori, dalla famiglia, dal capoufficio… ma io mi domando se davvero si può essere indipendenti da tutti e da tutto se essere dipendenti da qualcuno non vuol dire amarlo ed essere amati». Tutto con sensibilità musicali che spaziano da Bon Iver a Beirut o Mogwai, le sue frequentazioni più assidue del momento. Una buona idea è un affondo sulle «ideologie perdute, le religioni evaporate, le nostre vite senza direzione e senza meta» in cui Fabi si dichiara «orfano dell’illusione della sua disillusione / di uno slancio che ci porti verso l’alto / di una cometa da seguire / di un maestro da ascoltare». Di una vita in cui è sempre più faticoso riconoscersi se non hai valori che ti possano venire in soccorso perché «quando abbracci un albero di duecento anni, le tue problematiche si ridimensionano».”