“Quest’anno come gemma voglio portare mio cugino di 8 anni. È un bambino incredibilmente energetico e con una voglia di giocare interminabile. Spesso, quando i miei zii sono impegnati, tocca a me fargli da “babysitter”, specialmente d’estate, ma non è un impegno che mi pesa. Ogni volta che mi abbraccia, mi rendo conto di quanto stia crescendo velocemente: ripenso a quando era appena nato, così tranquillo e sereno con le sue guanciotte enormi, e mi tornano in mente i suoi primi passi, le prime parole e i primi giorni di scuola. Gli voglio un bene infinito, è una delle persone più importanti per me e mi basta un suo sorriso per migliorarmi la giornata” (V. classe terza).
“Quest’anno, come gemma, ho deciso di portare le mie due “sorelline”, A. ed E. Sono le figlie più piccole di amici dei miei genitori, e le conosco da quando sono nate. Tra noi c’è sempre stato un legame speciale, che con il tempo è diventato un rapporto di vera fratellanza. A. ed E. hanno 8 anni, e le conosco talmente bene che mi sembra di vederle crescere davanti ai miei occhi ogni giorno. Nonostante la differenza di età, tra noi c’è una connessione profonda che va oltre la semplice conoscenza. Sono quelle bambine che quando ci vediamo non vedono l’ora di correre verso di me, cercandomi sempre come punto di riferimento. È come se per loro io fossi una specie di “guida”. Ogni estate, durante il centro estivo, passiamo insieme circa tre settimane. Nonostante ci siano tanti altri animatori e bambini, A. ed E. mi cercano sempre, e mi fanno sentire importante. Mi hanno insegnato a non dare mai per scontato un sorriso, a prendermi cura degli altri anche quando tutto sta andando bene e sembra che non ci sia nulla di speciale in un semplice abbraccio. Stando con loro ho imparato che la responsabilità non è solo una questione di impegni o doveri, ma anche un sentimento di cura e di attenzione verso gli altri. Ogni volta che mi cercano, ogni volta che mi chiedono qualcosa mi ricordo che ogni gesto che faccio può essere importante ai loro occhi. Essere per loro una figura di riferimento mi ha fatto capire che anche le piccole azioni possono avere un grande impatto. A. ed E. sono molto più di due bambine: sono come le mie due piccole sorelle che piano piano in qualche modo sto aiutando a crescere e anche se sono ancora piccole sanno che io per loro ci sarò sempre”. (E. classe terza).
“Quest’anno come gemma ho scelto di portare mia madre. Questo per me è strano perché mia mamma non è la mamma con cui mi confido quando ho un problema, non è quella con cui parlo delle cose che mi succedono tutti i giorni, non è quella che mi accompagna a fare shopping, mia madre è più quella con cui troppo spesso non riesco a parlare, quella con cui litigo troppo spesso, con cui alzo la voce, che mi dà consigli che non voglio seguire. Nonostante tutto questo però non la vorrei diversa anzi, penso che sia quella perfetta per me, quella che mette alla prova tutti i miei difetti e mi aiuta a crescere tutti i giorni, e sono grata a lei per tutte le cose che fa perché, nonostante non mi piacciano, attraverso di esse mi dimostra quanto mi vuole bene. Insomma, lei non è la mamma dei sogni ma è quella di cui ho bisogno” (B. classe quarta).
“La mia ultima gemma la dedico a qualcosa che mi ha riempito davvero il cuore e che mi ha accompagnato per gran parte delle superiori. Comincio la gemma parlando di G., uno dei tanti bambini che ha partecipato al Grest del 2025, e che mi ha rubato un pezzetto di cuore. La cosa che più mi colpisce di lui è come usa l’immaginazione. Infatti, stando a contatto con molti bambini di più o meno la sua stessa età, ho notato l’effetto che la tecnologia ha su di loro. Li vedo un po’ spenti, o magari usano addirittura parole che noi usiamo (prese da tik tok ecc). Ma G. è diverso. Lui mi ricorda molto la me bambina. La spensieratezza e l’immaginazione che caratterizzano G. sono state parole fondamentali nel Grest dell’anno scorso. A casa c’era una situazione difficile, e sentivo che non ne potevo parlare con nessuno se non con la mia migliore amica, che per fortuna vedevo ogni giorno proprio al Grest. Ma nonostante non ne potessi parlare con quasi nessuno, l’energia e l’affetto dei bambini (e dei miei altri amici animatori) mi migliorava sempre l’umore, e mi distraeva dal caos di casa mia e della mia testa. Penso che se non fosse stato per il Grest non sarei riuscita ad andare oltre questo periodo. Ma in generale, nonostante le varie e continue lamentele da parte nostra per la gestione del Grest, ci siamo molto divertiti e ho connesso molto con molti bambini e ragazzi”. (V. classe quinta).
“Nella mia carriera ho sbagliato più di 9000 tiri. Ho perso quasi 300 partite. 26 volte mi è stato affidato il compito di tirare il canestro decisivo e ho fallito. Ho fallito più e più volte nella mia vita. Ed è per questo che ho vinto”. Inizia con queste parole di Michael Jordan l’ultima mail delle newsletter del giornalista Mario Calabresi. Mi passano davanti agli occhi tutte le studentesse e gli studenti che fanno fatica a gestire un insuccesso, mi passa davanti agli occhi la difficoltà di Mariasole ad ammettere un errore, mi viene in mente Pietro mortificato dopo il canto del gallo. Analizzo quanta fatica faccia io stesso nella mia relazione con gli sbagli che commetto. Mi consolo con il resto del testo e ci rifletto su.
“Ogni mattina Renzo Piano, mentre va a piedi nel suo studio a Parigi, si ferma a salutare il Beaubourg, il grande centro culturale che ha progettato quando aveva solo 34 anni. Ne vede uno scorcio da lontano, al fondo di una via, ma il successo di quell’immenso edificio colorato, che rivoluzionò i cardini dell’architettura, gli ricorda che nella vita bisogna avere il coraggio di osare. Non se lo è mai dimenticato e lo preoccupa vedere che oggi «i ragazzi hanno paura di gettarsi e di sbagliare». Per questo, nel corso che tiene ogni anno a un gruppo di studenti di architettura al Politecnico di Milano, li invita a studiare i suoi grandi progetti, a trovare errori e a fare proposte per correggerli o migliorarli. «Per riuscire a volare – ripete con convinzione – non bisogna avere troppa paura dell’errore». Quando entro in quella nave che è la Fondazione Renzo Piano al Polimi, con i muri coperti dai suoi disegni di aeroporti, musei, grattacieli, ponti e università, capisco la potenza del messaggio che trasmette nel suo corso “L’arte del costruire”. Nel momento in cui chiede agli studenti di intervenire sui suoi progetti, evidenziando difetti, mancanze, lacune o problemi, sta dicendo loro che tutti possiamo sbagliare e che questo non è un dramma. Per questo quando ho pensato a una serie podcast sull’errore non potevo non partire da lui. E poi l’idea è nata proprio al Politecnico in un dialogo con Donatella Sciuto, la Rettrice, che mi raccontava della preoccupazione per la crescita delle ansie in una società iper-performante e competitiva come quella in cui viviamo. I numeri dicono che circa un terzo degli studenti e delle studentesse universitarie in Italia ha disturbi di ansia, e che più di uno su quattro soffre di depressione. La paura di sbagliare, di non essere abbastanza, di deludere, è un peso che attraversa le generazioni, ma che oggi sembra avere un’intensità nuova. Così abbiamo immaginato di fare un viaggio per provare a sdrammatizzare il fallimento, aiutare i giovani ad accettare l’errore, a elaborarlo e a superarlo. Questo viaggio è una serie podcast che si intitola “Sull’errore”, in cui intervisto psicologi, scienziati, manager, scrittori per dare la giusta dimensione ai nostri sbagli. La prima a mettersi in gioco è stata proprio la Rettrice che mi ha raccontato di essere stata bocciata al suo primo esame di Ingegneria, ma che suo padre si mise a ridere e questo impedì a quella caduta di diventare una crisi e di fermare il suo percorso. «Quando io ero studente – racconta Donatella Sciuto – ho avuto tanti compagni che sono stati bocciati cinque o sei volte in esami come Analisi 1, ma questo non li ha frenati dal continuare a studiare e alla fine sono diventati ingegneri». La Rettrice, che sente l’urgenza di offrire strumenti ai più giovani perché non si scoraggino e non si perdano di fronte alle difficoltà, nella prima puntata riflette sul contesto culturale che spinge a immaginare percorsi perfetti e senza sbavature. Ma per andare alla radice del problema ho incontrato Sandra Sassaroli, psichiatra e psicoterapeuta, che nel suo lavoro si è occupata molto dell’errore, dello sbaglio e del rimuginio, quella forma di pensiero negativo e ripetitivo che ci porta a soffermarci sugli errori commessi, piuttosto che superarli cogliendone anche i lati positivi. La sua analisi è sorprendente e sposta l’attenzione sul rapporto che i figli oggi hanno con i genitori, sulle aspettative e sulla paura di deludere. «Se io sono così protettiva con mio figlio che non può prendersi a pugni, non può sbucciarsi un ginocchio e io vado a difenderlo se sta litigando con qualcuno, allora – sottolinea – non gli insegno a rialzarsi. Se ci pensa bene, in questa iperprotezione si trasmette ai figli un’idea di fragilità. Dovremmo cominciare a insegnare ai genitori ad essere meno protettivi e ad avere più coraggio di lasciarli liberi di sbagliare». Il lungo dialogo che ho fatto con Sandra Sassaroli è stato uno degli incontri più utili e fertili che abbia avuto su questo tempo di ansie e paure. Su cosa fare o non fare con i nostri figli e su come affrontare i nostri fallimenti. «C’è una grande differenza tra elaborare e rimuginare. Rimuginare vuol dire continuare a pensare, dopo una caduta, che tutto andrà male, ed è un pensiero ripetitivo, ansioso e negativo. Elaborare vuol dire, invece, accettare il dolore e trovare una soluzione creativa. O se quella soluzione non esiste, spostarsi su un altro problema». Anche lei ricorda una dolorosa bocciatura, all’esame di Anatomia, con il pianto sui gradini della Sapienza a Roma, la sensazione di fallimento ma anche il percorso di riprendere in mano migliaia di pagine e ricominciare a studiare. Oggi pensa che quella bocciatura sia stata molto salutare: «Non sbagliare mai un esame, prendere tutti trenta e lode, non è sempre un segno di benessere psicologico. È molto meglio ogni tanto farsi un brutto esame e rialzarsi anche piangendo un po’».
Sull’ultimo numero del settimanale diocesano La Vita Cattolica compare un editoriale del dirigente Luca Gervasutti sulla proibizione dello smartphone a scuola. Nell’istituto in cui insegno, a partire dal secondo anno è previsto l’utilizzo dell’iPad. Da molto tempo abbiamo visto succedere per i tablet quello che scrive il dirigente a proposito dello smartphone “È innegabile che gli smartphone catturino la concentrazione e che la notifica diventi un riflesso condizionato”. Quindi non sarà certo con la proibizione di uno specifico dispositivo che si risolveranno i problemi. Lascio qui l’editoriale, poi, in fondo, propongo un testo che ogni tanto leggo in classe.
“Vietare lo smartphone a scuola è diventato il mantra di questi mesi. Lo si presenta come la soluzione più rapida a problemi che angustiano genitori e insegnanti: distrazione, perdita di attenzione, difficoltà relazionali. È un discorso che funziona perché offre risposte immediate, ma proprio questa immediatezza ne rivela il limite: confonde sintomo e causa, strumento e sistema. Lo smartphone non è il nemico, è lo specchio di una società che corre senza tregua, che trasforma ogni gesto in prestazione e ogni momento in contenuto da condividere. Dentro questo orizzonte accelerato, il cellulare diventa l’interfaccia più evidente, non la radice del problema. Il divieto rischia allora di trasformarsi in un alibi: tranquillizza gli adulti, ma non educa i ragazzi. Appena varcata la soglia scolastica, i dispositivi tornano nelle loro mani, pronti a scandire giornate fatte di notifiche e messaggi incessanti. Pensare di risolvere il problema eliminando l’oggetto è come curare la febbre rompendo il termometro. La vera sfida non è allontanare lo strumento, ma imparare a governarlo. Se la scuola non insegna l’uso consapevole di ciò che scandisce la quotidianità giovanile, chi potrà farlo? Chi invoca il divieto lo fa spesso in nome dell’attenzione. È innegabile che gli smartphone catturino la concentrazione e che la notifica diventi un riflesso condizionato. Ma la distrazione che viviamo non nasce dal cellulare: è figlia di un sistema che ci spinge a correre sempre più veloce, a rispondere a mille stimoli contemporanei. Una distrazione sistemica, che lo smartphone amplifica senza inventarla. Vietarlo a scuola significa rimuovere il sintomo ignorando la malattia. La scuola non può sottrarsi al compito di insegnare a gestire la velocità che caratterizza il nostro tempo, ma deve anche farsi luogo di educazione alla lentezza, alla riflessione e alla capacità di distinguere ciò che merita attenzione da ciò che è solo rumore di fondo. Leggere senza interruzioni, discutere senza notifiche, scrivere a mano non sono esercizi nostalgici, ma strumenti necessari per allenare competenze che nessun dispositivo potrà sostituire. In questo senso la scuola deve però offrire l’esperienza della lentezza non come rifiuto del digitale, ma come condizione per usarlo liberamente e con consapevolezza. L’errore più diffuso consiste nel ridurre la questione a un aut aut, come se dovessimo scegliere tra un mondo analogico da difendere e un universo digitale da respingere o, al contrario, da abbracciare senza spirito critico. La formazione dei giovani richiede invece entrambi i linguaggi: la pazienza della scrittura a mano e la rapidità della tastiera, la concentrazione su un libro cartaceo e l’apertura offerta dalla Rete, la profondità dell’esperienza analogica e la reticolarità degli strumenti digitali. È un bilinguismo cognitivo che la scuola ha il dovere di coltivare, perché solo dalla loro coesistenza può nascere uno sviluppo armonico dei ragazzi. Questo non significa spalancare le porte agli schermi senza regole. I limiti restano indispensabili, ma c’è una differenza profonda tra proibire ed educare. Il divieto dall’alto genera soltanto sotterfugi, mentre un contratto educativo condiviso trasforma il limite in responsabilità. Se un ragazzo comprende perché in certi momenti il cellulare va lasciato da parte, se percepisce la rinuncia come costruttiva e non punitiva, allora quel limite diventa apprendimento. È in questo equilibrio che si costruisce la cittadinanza digitale. L’equivoco di fondo è credere che la scuola debba proteggere i ragazzi dal presente. Non è così: la scuola deve fornire strumenti per affrontarlo. Togliere lo smartphone non basta; occorre imparare a conviverci, usarlo con consapevolezza, mettergli confini, non subirne il richiamo incessante. Solo così lo si trasforma da minaccia in risorsa. Vietare è facile, educare è difficile. Ma se la scuola rinuncia a educare proprio sugli strumenti che plasmano la vita dei ragazzi, a cosa serve? Meglio affrontare la complessità che rifugiarsi nella scorciatoia del divieto. Non è spegnendo i cellulari che renderemo gli studenti più liberi: lo diventeranno quando sapranno gestirne tempi e modi, distinguendo connessione da dipendenza, uso da abuso. In un mondo che accelera e frammenta, il vero compito educativo non è eliminare lo smartphone, ma insegnare a dominarne i ritmi e a restituire dignità all’atto di scegliere.”
Mi è capitato spesso di riflettere in classe sul potere distraente delle notifiche; mi è anche capitato di raccontare che le notifiche, io, da studente, non ce le avevo. Però tenevo sotto il banco o nello zaino libri e spesso, durante le lezioni, scrivevo poesie o racconti. Non lo facevo sempre: scappavo con la mente quando mi annoiavo, quando non provavo interesse per quello che si faceva in classe. Certo, forse il mio era un atto più consapevole e voluto rispetto alla notifica che può “venire incontro”, ma la testa comunque staccava da quello che si stava facendo. Si rifugiava in un altrove e non nascondo che quell’altrove spesso è stato salvifico: perché era mio, perché me l’ero costruito io, perché era frutto delle mie parole, delle mie paure, dei miei sogni. Non era un passare il tempo a scrollare Tiktok, a passare in rassegna la vita degli altri: quello è un altro tipo di altrove. Ecco allora un testo che a volte leggo in classe, per cercare di comprendere che esistono diversi tipi di altrove e che non tutti sono malati, che può esserci un’educazione alla consapevolezza e alla responsabilità. Che lo smartphone, in fin dei conti, è un mezzo: decidiamo noi se e quando utilizzarlo, decidiamo noi se farne uno strumento per andare verso un altrove autentico o un altrove fantomatico. “Pensaci. Siamo tutti malati, di un male sottile e persistente. Una malattia che agisce in sordina, che apparentemente non fa alcun rumore. Io la chiamo ‘la malattia dell’altrove’. Siamo sempre in un indefinito altrove: un altro tempo, un altro luogo, altre persone. Al tavolo con amici e siamo al cellulare a scrivere all’amica (e poi, quando siamo con quell’amica, magari scriviamo a qualcun altro). Relazioniamo il nostro tempo ad un tempo andato. “Si stava meglio prima”, “quando ero più giovane”, “se solo avessi”, “chissà come sarebbe stato”. Oppure siamo in proiezioni future. Gli impegni del giorno dopo, le preoccupazioni per il lavoro, l’attesa spasmodica e persistente di una felicità posticipata, sempre, ad un momento “da venire”. Quando avrò la macchina, Quando avrò la laurea, Quando avrò il lavoro, Quando avrò una relazione, Quando avrò una casa, Quando avrò dei figli. Per poi, inevitabilmente, spostarci in un ulteriore “altrove” quando li avremo ottenuti. È così che schiacciamo e mortifichiamo ogni giorno il nostro tempo, la nostra vita, il respiro del nostro Adesso. Un ‘oggi’ che ogni giorno perde energia ed entusiasmo. Ecco. È un modo eccellente per rendersi infelici, delegando aspettative e attese ad uno spazio “oltre” che ha la consistenza di un puro pensiero. Domani non esiste. Domani sarà, tra 24 ore, un nuovo oggi. E oggi sarà quello che domani chiamerai ieri. Lo osserverai con nostalgico rammarico e dirai “se solo avessi..”, “chissà come sarebbe stato se..”. E allora? Vuoi ancora prenderti in giro, perdendoti nei meandri degli “altrove” e delle possibilità perdute o scegli di agire, oggi? Ovunque tu sia, devi esserci davvero. Ciascun momento è unico e, croce e delizia, non ritornerà più. È il tuo tempo, la tua vita. Ed è Adesso.” Oscar Travino. Sette Secondi: Pensieri liberi di uno psicoterapeuta (pp.11-12). Edizione Kindle.
“Come gemma di quest’anno ho deciso di portare la mia esperienza da animatrice. Questa esperienza è iniziata grazie a un pcto. Ho partecipato per tre settimane a giugno al centro estivo di Paderno. Poi, a fine agosto, ho deciso di aiutare anche nel centro estivo del mio paese e ora, dopo che, a suon di “animatrice posso andare a bere” “ho un regalo per te” “mi manca la mamma” “ho paura mi dai la mano”, è finita la mia estate, posso dire di non sapere più cosa voglio fare veramente nella mia vita. Se prima ero certa della strada che avrei voluto percorrere, ora non sono più sicura se questa strada sia giusta per me, se aver scelto questa scuola sia stata la scelta giusta e se so veramente che cosa mi piace fare. Prima di entrare in questa scuola infatti ero convinta di voler fare la maestra o comunque di voler lavorare con i bambini ma poi, non so nemmeno io per quale ragione, ho scelto il linguistico dimenticandomi come mi sentivo quando stavo con dei bambini. Inoltre, quest’estate ho perso una mia amica d’infanzia che non so per quale motivo si è allontanata, io ci sono stata parecchio male, ma durante questa esperienza ho avuto la fortuna di conoscere persone che sono veramente pure e genuine e che nonostante non le conosca da tanto mi sembra di conoscerle da sempre” (E. classe quarta).
“Come gemma di quest’anno ho scelto le letterine scritte dai bambini che ho animato in colonia a Cimolais. Per me queste lettere sono molto importanti perché anche quando ero io la bambina animata avevamo la tradizione di scriverci reciprocamente delle letterine che poi avremmo ricevuto e aperto la sera intorno al fuoco del falò. Rileggendole mi spunta sempre un sorriso perché immediatamente mi ricordo i momenti felici in colonia e mi fa sentire apprezzata dai bambini con cui ho passato una splendida settimana. Mi sento molto legata a ognuno di loro perché in 7 giorni li ho visti crescere e mi è sembrato fossero i miei bambini a cui dovevo insegnare, attraverso il divertimento, ad essere autonomi e apprezzare la vita” (F. classe quarta).
“Come gemma di quest’anno ho deciso di portare la maglietta del centro estivo in cui ho fatto l’animatrice l’estate scorsa. Per me ha un significato molto importante, perché non avevo aspettative molto alte su questa esperienza e invece si è rivelata una delle migliori della mia vita. Questa maglietta ci è stata data il primo giorno e l’ho indossata quasi tutti i giorni per quattro settimane” (E.classe terza).
Sul numero di maggio-giugno de Lavialibera ho letto un articolo molto interessante del maestro Franco Lorenzoni. Riporto qualche estratto per fissare sulle pagine di questo blog spunti, idee, suggestioni, ispirazioni per l’anno scolastico alle porte.
“Tutti ricordiamo l’esperienza di una porzione di arte o scienza che abbiamo incontrato e amato perché qualcuno ce l’ha presentata con convinzione e trasporto. Qualcuno capace di condividere il desiderio di conoscenza che gli suscitavano le ombre nella pittura di Caravaggio, il modo in cui Čechov tratta i suoi personaggi, l’infinito racchiuso nella radice di due, il suono della chitarra di Jimi Hendrix o il faticoso affermarsi dell’idea di uguaglianza nella storia. Senza quel tramite, senza l’incontro con quella passione incarnata, forse non ci saremmo mai affacciati a quel linguaggio o a quell’ambito del sapere, a quel mestiere, a quella tensione sociale o all’inquietudine che ci ha spinto a viaggiare o a cambiare città, che ha segnato il nostro destino. […] La peggiore offesa all’infanzia sta nel costringere bambine e bambini e adolescenti a trascorrere ore e ore a scuola insieme ad adulti pigri, demotivati e frustrati, a insegnanti che hanno smesso di ricercare e credere nella cultura come luogo di conoscenza di sé e leva di trasformazione individuale e collettiva. Il cuore dell’educazione attiva sta nel costruire strumenti per arricchire le qualità e potenzialità di ciascuno alimentando la fiducia in sé stessi e, al tempo stesso, nella capacità di seminare inquietudine, cercando ogni modo per moltiplicare le domande. Seminare inquietudine dovrebbe essere un anelito costante in chi educa, con la consapevolezza che a scuola stiamo svolgendo una funzione politica nel senso più ampio e autentico del termine, cioè di allenamento all’arte del convivere e di cura del bene comune e della città presente e futura. […] Educare è liberare potenzialità, allargare gli sguardi, forgiare e mettere a punto insieme conoscenze e strumenti in grado di moltiplicare le possibilità di scelta di ciascuno. Questo è il secondo motivo per cui il mestiere dell’educare nella scuola è opera complessa, perché necessita da parte nostra una continua ricerca e messa a punto di materiali, stimoli, domande aperte. […] È sempre più necessario, infatti, tessere collegamenti tra istruzione, educazione e capacità di cura dei singoli e delle relazioni reciproche. Relazioni a cui dobbiamo dare la possibilità di maturare e crescere trasformando in comunità di ricerca ogni singola classe, ma anche la scuola nel suo complesso e, con alleanze da costruire, porzioni del territorio che la circonda. […] Il nodo allora sta nel dare davvero la parola ad alunne e alunni e fare del dialogo il perno attorno a cui innovare la didattica sperimentando che l’educare si fonda e si nutre sempre di reciprocità. Reciproco è una parola ci dovrebbe orientare sempre. È composta da recus e procus. Recus indica l’andare indietro, procus l’andare avanti. Prima c’è il passo indietro, la creazione di uno spazio vuoto e di un contesto capace di ascolto, solo dopo c’è il passo avanti, che permette di osservarci con attenzione, ascoltarci e accordarci insieme compiendo una sorta di danza in cui dobbiamo sperimentare la nostra capacità farci guidare, rinunciando all’idea di essere sempre noi adulti a condurre il gioco. […] Se tu non trovi il modo di fare tuo, di fare vero un quadro, un libro, un argomento di storia o un teorema matematico, se non lo riscrivi dandogli vita a modo tuo, con parole e sentimenti e ragionamenti che non possono essere che tuoi, quell’oggetto culturale rimarrà distante, inerte, morto. I più veloci impareranno a memoria quattro parole che lo definiscono e magari sapranno anche rispondere a una verifica e far felici noi insegnanti, ma presto lo dimenticheranno. Ciò che più conta nel processo educativo sta nella lunga manovra di avvicinamento che con pazienza, preparazione e convinzione noi docenti dobbiamo predisporre e proporre per permettere a tutte e tutti di cercare la loro parte di verità nelle conoscenze che proponiamo di incontrare. Tutto ciò può avvenire solo facendo spazio e scegliendo di dedicare il più tempo possibile al dialogo, che deve divenire l’architrave del processo educativo.”
“Ho portato questo disegno perché è stato fatto da una bambina dell’asilo che alleno come regalo per Natale e da quel giorno l’ho sempre tenuto all’interno della mia cover del telefono per portarlo sempre con me. In quel periodo stavo poco bene e questo regalo mi ha resa felice e mi ha fatto capire quanto sono fortunata a stare con quei bambini. Quando ho iniziato questo percorso avevo molta paura di non fare le cose giuste e di non piacere ai bambini, ma col passare del tempo ho ricevuto sempre più amore da parte di tutti e continuano a riempirmi di regali, letterine e caramelle. Ogni giorno mi insegnano qualcosa di nuovo sia le bambine dell’asilo ma soprattutto le ragazze grandi. Per me ha un valore enorme e leggere ogni giorno quel “CARA MAESTRA…” mi emoziona tantissimo” (I. classe quarta).
“La mia gemma è questo ricettario; mi sono avvicinata al mondo della cucina vegetale e negli ultimi mesi sono diventata vegetariana. Ci pensavo da tempo e sono contenta perché nel mio piccolo faccio qualcosa sia per l’ambiente che per gli animali. Il ricettario mi ha dato la spinta in più che mi serviva”.
So che quello portato da S. (classe terza) è argomento piuttosto divisivo; ho cercato on line qualcosa sul libro che ha proposto e ho trovato molta rispondenza anche con il modo gentile e garbato con cui lei stessa ha presentato la sua gemma alla classe. «Ma come si fa a rinunciare a carne e alimenti di origine animale senza sentirsi obbligati o “privati” di qualcosa? La chiave è tutta in una frase scritta da Carlotta Perego nell’introduzione del suo libro Cucina Botanica e che raccoglie l’essenza del suo modo di essere. “Con gentilezza, l’educazione e comprensione. Se continueremo a dividere la realtà in vegani e onnivori, buoni o cattivi, bianco e nero, non andremo molto lontano”. Una vera rivoluzione gentile quella che Carlotta sta portando avanti con dedizione e onestà: “Tutti i vegani hanno pensato: non diventerò mai vegano. Poi accade, e si sta subito meglio. Ma diventarlo non ci rende persone migliori, e non ci mette nella posizione di giudicare o considerare inferiore chi non ha fatto la stessa scelta”. Senza estremismi, si può imparare a mangiare meglio e con piatti che soddisfano e sorprendono anche i palati più esigenti.»
Da un po’ di tempo seguo volentieri le attività del Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media all’Informazione e alla Tecnologia. Ho seguito alcuni Mooc da loro proposti e sono sempre stati corrispondenti alle mie alte aspettative. Due giorni fa Michele Marangi ha scritto un pezzo a proposito della rapida trasformazione che si sta verificando nel rapporto tra bambini e digitale. Penso che offra molti stimoli interessanti.
“… Anche alla luce delle ricerche e delle esperienze formative e didattiche svolte sul campo come CREMIT in questi ultimi anni, appare evidente che se da un lato le 3 A proposte da Tisseron – Accompagnamento, Alternanza, Autoregolazione – restino ancora dei riferimenti irrinunciabili, d’altro canto sembra sempre più necessario considerare alcuni aspetti chiave per ripensare in modo non scontato il rapporto tra digitale e infanzia. Utilizziamo proprio le 3 A per identificarne tre principali, che vanno intrecciati tra loro. Il tema dell’accompagnamento è spesso banalizzato in una prospettiva di pura presenza fisica dei genitori. In realtà ciò che manca è la capacità o la possibilità degli adulti di creare un confronto costante e condiviso con i figli sul senso e sui modi di utilizzo del digitale. Non si tratta solo di definire limiti orari e regole d’uso, ma di passare dal quantitativo al qualitativo, permettendo ai più piccoli di contestualizzare e situare le mille forme del digitale che ormai fanno parte della nostra vita quotidiana. Non solo a parole ovviamente, ma nella prassi di ogni giorno. Ma quanto gli adulti si rendono conto e si interrogano sul loro utilizzo intensivo e pervasivo degli stessi device che vorrebbero far gestire ai propri figli? Strettamente legato a questo aspetto c’è il tema del flusso continuo di stimoli, informazioni, occasioni e desideri che il digitale propone senza soluzione di continuità. L’alternanza appare sempre più difficile in un universo in cui il concetto stesso di alternativa sembra sempre incluso nei dispositivi e nelle strutture produttive che li definiscono. Negli ultimi cinque anni, per riprendere il lasso di tempo trascorso dall’uscita del libro di Tisseron, sono emblematiche le trasformazioni avvenute nel campo dello streaming e del gioco online. Il fenomeno dei contenuti sempre disponibili in buona qualità anche sul cellulare,da Netflix in giù, o le modalità di gioco in Battle Royale, per cui sono effettivamente online con persone vere che giocano contro di me, tendono a stimolare posture immersive da cui non è semplice “riemergere”. In questo caso, oltre al ruolo degli adulti, va considerata la praticabilità di spazi e di tempi alternativi che siano a misura dei bambini e che offrano stimoli e soddisfazioni paragonabili a quelle digitali. Ma quanti ce ne sono e che tipo di accessibilità hanno? Infine il tema chiave che già per Tisseron era l’obiettivo più ambizioso, ovvero la capacità di autoregolarsi ,raggiungendo una piena consapevolezza sulle proprie esigenze e consumi digitali. In un mercato sempre più pervasivo che sta iniziando a mettere in produzione applicazioni domotiche ed esempi sparsi di intelligenza artificiale applicata alla quotidianità, il concetto stesso di regolazione sembra fuori luogo, se lo si declina ancora nella definizione di un semplice inizio e fine dell’utilizzo. Forse va ripensato agendo più sul concetto della capacità di previsione, che Rivoltella (2014) pone al centro dei processi di apprendimento all’interno di sistemi complessi. In questa prospettiva è giunta l’ora di non pensare più al digitale come una protesi, ma piuttosto come un elemento strutturale o addirittura una matrice di buona parte dei gesti che compiamo ogni giorno. Probabilmente la prospettiva più strategica non sta tanto nella ricerca di regole da far rispettare (agli altri…), ma nella capacità di praticare strategie di adattamento continuo, in senso evolutivo. Possibilmente non a senso unico, ma cercando di fare in modo che i saperi pedagogici e le prassi educative trasformino le posture tecnologiche e il senso del digitale. Ogni giorno, senza fare troppo rumore.
Se sei tra i 18 e i 28 anni e vuoi dedicare un anno ad un’attività solidale e formativa, che ti farà conoscere nuove realtà insieme a persone che si danno da fare per costruire un mondo migliore, potresti essere il candidato ideale per svolgere il Servizio Civile con l’Associazione Mec. Stanno cercando quattro volontari da impiegare nel progetto “Cambia il vento”. Il progetto si pone l’obiettivo di supportare e sviluppare le attività dell’Associazione nell’ambito dell’educazione all’utilizzo corretto, efficace e positivo di Internet e dei dispositivi digitali, all’informazione e alla comunicazione, promuove l’educazione dei giovani alla cittadinanza democratica, alla pace, ai diritti umani, alla legalità e alla giustizia attraverso l’educazione all’uso critico e consapevole dei media e delle nuove tecnologie.
I volontari potranno sviluppare e migliorare le proprie competenze multimediali, educative, e anche acquisire competenze nell’ambito organizzativo e di supporto al lavoro d’ufficio, inerente i progetti e le attività dell’Associazione.
Le attività si rivolgono alle scuole, alle associazioni del territorio e alla cittadinanza in genere.
Ho partecipato a numerosi incontri condotti dai formatori del Mec e sono sempre rimasto molto contento: per questo caldeggio l’iniziativa!
I volontari saranno impegnati per 12 mesi, da Novembre 2018 a Ottobre 2019, presso le sedi di Udine, Pordenone e Cordenons. Ai volontari in Servizio Civile nazionale spetta un assegno mensile di 433,80 euro netti.
Però attenzione!!! Le domande vanno presentate entro venerdì 28 settembre. Qui tutte le info.
Pubblico un articolo comparso in due parti su Solotablet. E’ rivolto a genitori di figli immersi nella tecnologia; l’intento è quello di fornire dei consigli pratici di comportamento tra conoscenze e responsabilizzazione.
“Più dell’affetto contano le relazioni, la capacità e la disponibilità all’ascolto, la disponibilità a cambiare opinioni e se stessi e l’impegno a creare atmosfere emotive familiari utili al dialogo, alla tolleranza e allo scambio intergenerazionale.
La difficoltà a essere genitori oggi nasce prima di tutto dalla situazione di crisi economica e sociale corrente che coinvolge le famiglie e dalla frammentazione dei legami sociali che ne deriva. E’ una crisi che rende difficile soddisfare bisogni e desideri e comporta difficoltà nel momento in cui i figli non riescono a realizzare i loro sogni e progetti lavorativi e professionali.
Esiste anche la difficoltà di essere genitori in un’epoca ipertecnologica e nella quale le nuove generazioni fanno largo uso di tecnologie digitali e di strumenti tecnologici, utilizzati per informarsi e comunicare ma anche per socializzare e costruire legami e relazioni amicali e affettive. E’ questa una difficoltà che origina in molti casi dalla scarsa conoscenza che i genitori hanno dei nuovi media e delle tecnologie e dalla difficoltà a comprendere perché i loro figli ne facciano al contrario così ampio e frequente utilizzo. Ne deriva spesso una percezione di spaesamento che dà origine a timori e paure ed è fonte di confusione e di indecisione.
Tutte reazioni che non aiutano a sviluppare la corretta consapevolezza e la conseguente capacità educativa necessarie per facilitare lo sviluppo di ragazzi nativi digitali che alla tecnologia si affidano anche per la difficoltà a relazionarsi con i loro referenti adulti, genitori e insegnanti in primo luogo. Queste reazioni sono difensive e dense di conseguenze negative. Il nuovo non va rigettato o ostracizzato ma studiato, conosciuto e compreso. Dopo una adeguata operazione di acculturamento i genitori potrebbero scoprire che sopravvivere all’era tecnologica si può e lo si può fare con benefici e vantaggi condivisi con i propri figli e ragazzi nel segno della reciprocità.
Ai genitori che non sanno come e cosa fare è venuto in soccorso un libro pubblicato negli Stati Uniti dal titolo It’s Complicated: The Social Lives of Networked Teens. E’ un libro scritto da Danah Boyd, una ricercatrice che lavora presso il centro di ricerca Microsoft Research e alla Università di New.
Il libro raccoglie i risultati di una ricerca durata quasi dieci anni che è servita a disvelare gusti e preferenze ma soprattutto abitudini e comportamenti così come ad evidenziare nuovi fenomeni emergenti e poco noti. L’intero lavoro può risultare molto utile a genitori Tecnovigili alla ricerca del giusto rapporto con i loro figlioli Tecnorapidi e con l’obiettivo di capire cosa fare e come affrontare l’argomento tecnologia e nuovi media. Comprendere la novità dei media sociali
La prima cosa da fare è comprendere cosa c’è di nuovo nelle nuove vite virtuali e sociali rese possibili dai nuovi media e interrogarsi su cosa i media sociali siano in grado di aggiungere alla qualità della vita dei ragazzi. Poi è utile trasformare i propri timori e le idiosincrasie verso la tecnologia in proposizioni costruttive finalizzate a trarre vantaggio dalle nuove tecnologie e al tempo stesso impedirne gli eventuali abusi. Inutile cercare di distruggere i miti che i giovani hanno costruito intorno alle loro vite tecnologiche e sociali, meglio cercare di comprenderli retrospettivamente. Nel farlo si scoprirà che i nativi digitali sono più resilienti di quanto si possa immaginare e che l’uso che fanno della tecnologia ha un senso ed una importanza che gli adulti devono comprendere, anche se farlo può risultare un compito impegnativo e complicato.
La preoccupazione per le minacce e i potenziali abusi online è reale. Può essere combattuta tecnologicamente dotando il dispositivo del ragazzo con software (il 75% dei genitori lo vorrebbe fare) predisposti al controllo e alla segnalazione di potenziali rischi e problemi o semplicemente usando la tecnologia disponibile per mantenersi aggiornati. Ad esempio conviene usare periodicamente un motore di ricerca per verificare le novità e le informazioni disponibili online di propri figli.
La scelta migliore è però diversa. Nessuna tecnologia è in grado di proteggere completamente i ragazzi online così come nessun genitore è consapevole di tutti i rischi che i ragazzi possono incontrare online. L’unico approccio capace di dare i risultati migliori prevede l’educazione dei ragazzi all’uso dei media e la conoscenza, da parte dei genitori e degli adulti, delle tecnologie e dei media usati dai ragazzi. Favorire sane pratiche relazionali online Le vite virtuali nelle quali molti ragazzi sono immersi sono vissute all’interno di spazi sociali e relazionali come Facebook, Linkedin, YouTube, Google Plus, Twitter, Pinterest, Instagram e altri spazi online simili. La frequentazione di questi spazi è motivata principalmente dalla necessità di attivare e coltivare nel tempo nuove relazioni e di rafforzare quelle già esistenti nella vita reale. Il modo con cui la relazione è sperimentata è attraverso comunicazioni testuali o scambio di immagini, foto e altri contenuti digitali. Il fatto che i ragazzi sperimentino numerose forme di relazione non significa automaticamente che esse siano salutari, di qualità, intime come quelle reali. Fortunatamente queste relazioni non escludono quelle faccia a faccia ma possono essere a volte nocive e fonte di rischi e pericoli nelle molteplici vite online vissute dai ragazzi.
Compito dei genitori è di comprendere il significato dei media sociali usati dai loro figli e di enfatizzare le loro caratteristiche positive. Mitigandone al tempo stesso quelle potenzialmente negative come quelle trattate in questo e-book e note come bullismo e stalking digitale, sexting, e pedo-pornografia.
Un modo per aiutare i ragazzi è di aiutarli a usare linguaggi e forme di comunicazione rispettose degli interlocutori, appropriate a ogni contesto comunicazionale e a gestire in modo efficace le relazioni online che da esse sono scaturite. Le nuove tecnologie permettono di mantenere i contatti anche a grandi distanze e senza limitazioni di tempo. Conoscere come gestire la comunicazione online e la condivisione di aggiornamenti di stato, foto, messaggi può aiutare a mantenere attiva la connessione e viva la relazione. Online molte relazioni si sviluppano all’interno di reti sociali, gruppi e comunità, spesso frequentate dai giovani per superare problematiche legate all’isolamento o alla solitudine. La vita comunitaria ha le sue regole e specificità ma può tradursi in relazioni importanti e durature per la vita futura dei ragazzi. Il genitore Tecnovigile può fornire utili suggerimenti su come trasformare la vita comunitaria online in uno strumento relazionale potente e vantaggioso attraverso alcune buone pratiche come la conoscenza dei luoghi da frequentare online e i loro strumenti (non solo Facebook e Twitter ma anche Zoosk, Okcupid, Ask.com, Eharmony, Match.com, Flickr, Gtalk, Foursquare, WhatsApp, Skype, Plaxo, Meebo, Blogs, Rotowire, ecc.), la consapevolezza delle differenze (anonimità, assenza del contatto fisico, disinibizione, permanenza dei dati online, reputazione, ecc.) tra relazione online e relazione sociale nella vita reale e il coinvolgimento di familiari o amici nella pratica comunitaria e sociale online. Insegnare al ragazzo Tecnovigile il galateo della rete
Le tecnologie evolvono e con loro le regole che le governano in termini di socialità e vita relazionale online. L’etichetta e le norme del galateo online sono diverse da quelle della vita reale, cambiano più frequentemente e richiedono tempo sia per essere conosciute e apprese sia per essere opportunamente praticate. Ne derivano alcune sfide importanti strettamente collegate alle difficoltà di comunicazione intergenerazionale determinate dal prevalere della vita online nell’esperienza giovanile. Molti ragazzi apprenderanno le regole della vita relazionale online attraverso le loro pratiche sociali digitali ma possono essere affiancati dagli adulti nelle fasi dell’apprendimento.
Nella vita reale le regole comportamentali per una vita sociale vengono apprese all’interno di gruppi sociali ristretti come la classe, la famiglia, la rete di amici. In quella digitale online tutto avviene in spazi pubblici aperti e all’interno di comunità senza confini geografici. Un modo per aiutare i ragazzi a comprendere le differenze tra i due ambiti è di favorire la vita sociale online in contesti sociali reali come la casa o la scuola, in modo da poterli affiancare e aiutarli nella comunicazione, nella identificazione di potenziali amicizie e nel prendere decisioni. Per poter fornire un aiuto reale e farselo accettare dai ragazzi è necessario conoscere le specificità di ogni strumento sociale o social network utilizzato e condividere con loro le proprie esperienze e comunicazioni digitali online illustrando senza timore gli errori fatti e i problemi da essi generati.
Nell’apprendimento di un’etichetta comportamentale online è importante sapere cosa è possibile condividere, con chi conviene o è corretto farlo, il rispetto della privacy e delle regole sottese alle relazioni online (contatti, conoscenti, amici, reti sociali, gruppi e comunità o tribù). La relazione è per sua natura fragile e instabile, complessa e ingestibile attraverso cinguettii da 140 caratteri o messaggi WhatsApp. Una relazione non può essere frutto di aggiornamenti di stato e semplici messaggini o centrata completamente sul proprio sé. Non può dipendere da priorità egoistiche e dalla volontà di controllarla. Le nuove generazioni di nativi digitali sono portate a fare un uso prettamente strumentale delle tecnologie. E’ compito del genitore illustrare un uso diverso, alternativo e più efficiente della comunicazione online destinata alla relazione. Rilassarsi e non essere troppo ansiosi, fidarsi di più dei ragazzi conviene!
I tempi sono complicati e fatti apposta per aumentare ansie e preoccupazioni. Se poi ci si mette anche la tecnologia che ruba tempo e sonno ai ragazzi distraendoli dai loro impegni di studio e complicando la loro interrelazione con genitori e insegnanti, allora le ansie possono diventare pericolose. Con ragazzi incollati al loro smartphone e troppo presi ad inviare messaggini e a cinguettare, il genitore tutto deve fare tranne che ergere un muro che lo separi da relazioni continuative e utili con i suoi figli e ragazzi.
La presenza esorbitante del mezzo tecnologico nella vita familiare dei ragazzi e la sua influenza nella vita scolastica non deve essere motivo di rottura e di interruzione del dialogo nell’ambiente domestico ed anzi deve diventare oggetto di nuove conversazioni e opportunità di conoscenza reciproca, fiducia e relazione.
Dialogo, relazione e conversazioni devono avvenire in un ambiente aperto, sereno e favorevole allo scambio di esperienze e nuove conoscenze. Condizione principale perché ciò avvenga è lo sguardo sereno sulla tecnologia e la consapevolezza che non tutti gli usi che di essa fanno i ragazzi siano necessariamente negativi.
Inutile inventarsi controlli o strumenti finalizzati a bloccare le attività dei ragazzi nei loro spazi autonomi online o restringere il loro potere e libertà decisionali. Farlo significa semplicemente dare sfogo e aumentare le proprie ansie così come il desiderio di proteggere i propri figli invece di permettere loro e facilitare la loro maturazione. Il rischio è di perpetuare vecchi miti che a loro volta alimentano vecchie e nuove paure e potrebbero suggerire azioni di controllo con esiti opposti a quelli desiderati. Parlare con altri genitori e condividere esperienze, ansie e paure
La differenza è tra nativi digitali e immigrati digitali.
Tutti gli adulti sono per età, cultura e comportamenti degli immigrati digitali. Alcuni hanno maturato una migliore comprensione di altri delle nuove tecnologie ma tutti sono costretti a doverle studiare e praticare per poterle conoscere e usare in modo consapevole e profittevole. Uno sforzo che non compete i ragazzi, nati e cresciuti con la tecnologia e connessi a Internet. Il fatto di condividere la stessa esperienza suggerisce ai genitori di creare relazioni tra di loro e di frequentare spazi (smart mobs genitoriali e comunità), anche online, nei quali si parla di problemi derivanti dagli effetti della tecnologia sui giovani o delle difficoltà a relazionarsi con ragazzi dipendenti dalle tecnologie che usano.
Costruire una rete di relazioni può servire anche al ragazzo nel caso in cui avesse bisogno di rivolgersi ad un adulto per avere informazioni o indicazioni utili a gestire situazioni di disagio o pericolose createsi online. La relazione tra genitori può avvenire sfruttando le stesse tecnologie che usano i ragazzi e attraverso comunità o gruppi costruiti insieme su social network come Facebook e Linkedin o Google Plus. Queste comunità possono essere lasciate aperte in modo che anche i giovani possano visitarle alla ricerca di informazioni ma soprattutto di risposte a problemi o bisogni che stanno sperimentando nella loro vita virtuale online. La rete in questo caso funge da soluzione alternativa alla mancanza o difficoltà di dialogo che spesso caratterizza il rapporto genitori figli. Non pedinare i propri figli online e non cercare di infiltrarsi nei loro gruppi o reti sociali
Come genitori si potrebbe cercare di entrare in contatto online con gli amici e i compagni di scuola dei propri figli. Lo si può fare ma è meglio non farlo! Può capitare di diventare un riferimento per indicazioni e suggerimenti ma anche di allontanare ancora di più i propri figli, preoccupati di vedere limitata la loro libertà e autonomia esperienziale. Si correrebbe il rischio di aiutare a crescere i figli degli altri e di vedere allontanarsi i propri.
La soluzione potrebbe essere uno scambio di reciprocità con altri genitori ma la cosa è difficilmente realizzabile e densa di possibili problemi. Inutile anche cercare di avere dai figli le loro password dei siti che frequentano (ciò non impedisce di provarci e per alcune forme di rischio e per l’età dei ragazzi l’insistenza o l’imposizione non è vietata). La richiesta non verrebbe capita e rischia di mettere in crisi la fiducia o di creare problemi di tipo relazionale nel medio e lungo termine. Può comunque avvenire che sia il figlio o la figlia a condividere account sociali online e relative credenziali di accesso. Se così avvenisse sarebbe la testimonianza di un rapporto forte e fiduciario già esistente e che non teme altre verifiche online.
L’argomento è comunque controverso. Sono numerosi i genitori che potendolo fare, applicherebbero strumenti simili a quelli usati dalla NSA americana e che hanno dato origine al Datagate. Lo farebbero per prevenire eventuali minacce, abuso di droga, contatti sociali insani e altri pericoli tipici della vita adolescenziale ma in realtà questa è la giustificazione che anche l’NSA ha usato per violare la privacy di milioni di persone. Le tecnologie disponibili per un controllo stringente delle attività dei figli online ci sono e molte sono disponibili a tutti.
Ci sono programmi software che permettono di catturare i testi battuti sulla tastiera da parte dei ragazzi per controllare le loro navigazioni in rete e le cose che fanno. Oggi molti genitori preferiscono seguire i loro figli direttamente negli spazi sociali online diventando ‘follower’ delle loro pagine, a volte con falsi profili o pseudonimi. La scelta è motivata dalla voglia di sperimentare quello che sperimentano i figli ma anche dalla consapevolezza che altre forme di controllo possono incidere sulle relazioni con i figli impedendo loro di sviluppare la loro socialità liberamente e indipendentemente.
Molti giovani, coscienti della presenza dei loro genitori online stanno comunque prendendo le contromisure adeguate a salvaguardare, anche online, i loro spazi di autonomia. Altri semplicemente si muovono e comunicano tenendo conto della presenza ‘estranea’ e manipolandola se conviene.
Il vero interrogativo che il genitore si deve porre è se la prevenzione possa essere più importante della libertà del figlio. Essere consapevoli dei rischi che i ragazzi corrono in rete in termini di adescamenti possibili, di minacce e soprusi ma anche semplicemente di innamoramenti per falsi miti, ideologie e mode, tutto ciò può giustificare una qualche forma di controllo o supervisione. L’obiettivo non deve essere di impedire ai ragazzi di esprimersi liberamente ma potrebbe anche essere, in certe situazioni, la limitazione della loro libertà. Inutile leggere le cose che scrivono i ragazzi
Grazie alle nuove tecnologie tutti scriviamo di più, soprattutto i ragazzi. Scrivono messaggini SMS o WhatsApp, condividono messaggi di stato Facebook, cinguettano e si fanno trovare con brevi cenni a dove si trovano, cosa fanno e cosa vorrebbero fare, pubblicano pensieri e poesie su Tumblr e fotografie in Instagram o Flickr.
La loro produzione di contenuti è così massiccia e continua che leggerli è ‘mission impossible’ ma soprattutto tempo perso. Potrebbe anche essere molto complicato considerando i nuovi linguaggi utilizzati pieni di acronimi e faccine e di significati nascosti, poco comprensibili ad immigrati digitali e persone adulte. Invece di inseguire le loro tracce online meglio attenderli a casa e sperimentare un sano incontro/scontro fisico e umano fatto di dialogo vero e franco, di sguardi e segnali non verbali, di empatia, coinvolgimento emotivo ma anche di rispetto, autorevolezza (l’attimo fuggente) e consapevolezza. Parlare con gli insegnanti dei figli per conoscere come usano le nuove tecnologie. Il genitore non è il solo educatore e responsabile dello sviluppo dei ragazzi. Un ruolo importante è giocato dagli insegnanti che li incontrano e li seguono nei vari gradi e livelli scolastici. La tecnologia è entrata prepotentemente anche a scuola evidenziando ancor più la diversità tra nativi e immigrati digitali. Molti professori sono entrati nei social network ma pochi li usano per relazionarsi realmente con i loro studenti rispecchiando il loro profilo professionale di insegnanti ed educatori.
Così come il genitore deve evitare di pedinare il proprio figlio online, anche l’insegnante deve mantenere le debite distanze e accettare l’incontro solo nel caso in cui a chiederlo sia lo studente stesso. Meglio costruire comunità e gruppi tematici collegati ai temi della crescita o delle materie scolastiche e sfruttare i momenti di dialogo in essi sperimentabili per sviluppare il dialogo e la relazione con lo studente. Apprendere la ‘netiquette’ della rete per confrontarla con quella della vita reale
I giovani online non sono sempre consapevoli dei loro comportamenti, così come non lo sono nella vita reale. Eppure anche online è necessario avere comportamenti consoni ad una etichetta del vivere sociale con in più l’osservanza delle regole tipiche della netiquette della rete. Ad esempio in rete bisogna fare attenzione all’uso delle maiuscole associate solitamente a frasi urlate ad alta voce per farsi sentire o per esprimere arrabbiature o minacce.
I genitori che conoscono le buone maniere della vita reale e sono al corrente anche di quelle online devono trovare il modo di comunicare ai propri figli forme e modalità di comportamento non offensivo e privo di conseguenze negative per chi viola le regole condivise socialmente. Pedinare è sbagliato ma essere presenti e attenti non lo è!
Se il pedinamento non è consigliabile, l’attenzione e la presenza sono due atteggiamenti da coltivare. Serve una presenza continua per conoscere l’evoluzione della rete e delle sue componenti sociali. Serve essere a conoscenza delle nuove applicazioni e mode emergenti, è utile prestare attenzione a ciò che in rete opinionisti e studiosi dicono delle stesse in modo da saperne valutare validità o pericolosità.
L’attenzione va rivolta alle reti di contatti e di conoscenze dei propri figli. Visitare i profili aperti dei ragazzi online per capire chi frequentano e da chi siano composte le loro reti sociali può aiutare ad eliminare stati di ansia e timori ma soprattutto ad intervenire nel caso in cui si percepissero dei potenziali rischi o pericoli. Questi ultimi sono generalmente connessi a comportamenti, motivazioni e iniziative che interessano la sfera emotiva, affettiva e sessuale.”
Due settimane fa, al Convegno Supereroi Fragili, organizzato dalla Erickson a Rimini, in molti interventi si è fatto riferimento alla serie 13, disponibile su Netflix. La sto guardando in questi giorni e proprio oggi è uscito su La Stampa un articolo di Alessandro D’Avenia con un notevole numero di spunti di riflessione, soprattutto per genitori, insegnanti e tutti gli adulti che incrociano le proprie strade con quelle degli adolescenti di oggi.
“Stavamo dialogando attorno al canto dell’Inferno dantesco dedicato al conte Ugolino, ed evidenziavo il fatto che Dante presenta un padre incapace di dare pane e parole ai suoi figli, condannati a morire da innocenti.
In un verso Dante descrive la tragedia della paternità sovvertita, quando Ugolino, guardando i volti dei quattro innocenti imprigionati con lui, dice di aver visto se stesso: sia perché vede in loro lo stesso dramma dell’inedia che li condanna a morte, sia perché vede in loro il frutto delle sue colpe. Moriranno a causa sua, e lui non se ne era reso conto, se non in quel momento, quando ormai è troppo tardi. Partendo da qui siamo arrivati a parlare di Thirteen reasons why: titolo di un fortunato libro negli Usa (Tredici in Italia), nonché di una ancora più fortunata serie televisiva che spopola tra i ragazzi e che, sollecitato da loro e interessato a capire dove cercano le parole e le immagini per raccontarsi, ho guardato nelle ultime settimane.
Una ragazza si suicida, ha 17 anni, ma prima di mettere in atto il suo gesto estremo, incide 13 audiocassette, dedicate ciascuna alle tredici ragioni che l’hanno portata a togliersi di mezzo, ogni ragione corrisponde all’amico o amica, a cui è dedicato quel nastro. Così a poco a poco emerge la verità di una storia di violenza verbale e fisica, ampliata anche da chi si riteneva innocente. Sorprende scoprire che solo l’ultima cassetta è dedicata a un adulto, lo psicologo della scuola, che aveva parlato con la ragazza il giorno stesso del suo suicidio e non era stato capace di andare oltre quanto richiesto dal codice del suo lavoro.
Il ritornello che caratterizza tutta la serie è che la verità non è sempre quella che ci costruiamo per giustificare le nostre azioni e che il male che commettiamo o il bene che tralasciamo di fare hanno lo stesso peso.
Tutto ciò avviene ad una ragazza a cui non manca niente per essere felice, ma una somma di gesti malvagi o di gesti omessi da chi le vuole bene fa crollare una identità in formazione e quindi fragile. Questo il fascino esercitato sul pubblico di adolescenti: la percezione della distanza tra come ci si sente e come è la realtà, due dati che nella vita di un ragazzo sono spesso molto distanti e che portano gli adulti a non capire, liquidando le loro sofferenze ora come «paturnie dell’età», ora come «cose che un giorno capirai», ora come «la vita è fatta così, impara a starci».
Nella serie infatti l’assordante assenza è quella degli adulti, distantissimi anche se vicini, a volte incapaci di ascolto o di capire come ascoltare (la famiglia del protagonista deve formulare il proposito di fare almeno un pasto insieme dopo tre settimane…), a volte incapaci loro stessi di essere adulti.
È il protagonista della serie, un diciassettenne, a dover dire in modo chiaro allo psicologo: «Dovremmo imparare a volerci bene, in modo migliore». Ha capito che non basta il rispetto, non bastano le regole, che il consumismo relazionale è un veleno e che per volersi bene bisogna conoscere gli altri, conoscere il bene per gli altri, perché una relazione è vera solo quando si impegna a realizzare il bene dell’altro e ad accogliere l’altro come bene, non basta vivere sotto lo stesso tetto (familiare, scolastico…). È l’adolescente protagonista che impara che il bene dell’altro va fatto, a ogni costo, ed è lui a dover educare gli adulti sul tema.
Sono gli effetti di una società individualista, in cui i ragazzi non si sentono più parte di una storia, ma si riducono ad atomi incapaci di comprendere la realtà, perché nessuno gliene offre le parole adatte, ci si limita a insegnare delle regole per la vita e non cosa ci sia di buono da fare nella vita e a cosa servano quelle regole. Lo spaesamento narrato in questa serie solleva sin dal primo minuto la ferita aperta della società di oggi, quella americana sicuramente più avanti della nostra, ma neanche tanto: in un tessuto sociale disgregato e utilitarista, l’individuo è solo e non vale nulla se non si procura da solo il suo valore. La vita inserita in un sistema di performance in cui si è tanto quanto si ha, fa, appare, non c’è il tempo per costruire sull’essere, cosa che potrebbe avvenire in famiglia, unico luogo in cui essere accettati per quello che si è e non per quelle altre tre cose. Ma la famiglia non ha tempo per fare questo, oppressa anche lei da un meccanismo soffocante. Non c’è tempo per le relazioni buone, il tempo che permette di far emergere le ferite e le gioie, che va a costruire quel nucleo forte di amore da cui un bambino ed un adolescente imparano a guardare ed affrontare il mondo.
Il tempo delle relazione è spesso riempito da oggetti, silenzi, altre performance… che non lasciano lo spazio e i minuti necessari ad abbassare le difese e ad aprirsi. Persino l’assurda moda della Blue Whale – un gioco perverso che si conclude con il suicidio del partecipante – può riempire il vuoto di senso della propria esistenza, tanto da trasformarla in una performance sino alla autodistruzione: ci sarebbe da chiedersi come mai neanche la scuola sia più in grado di offrire un orizzonte di senso a questi ragazzi che vi passano per tredici anni tre quarti delle mattine. Continuiamo a produrre «educazioni a» affollando la loro testa di altre regole, impossibili da vivere perché non c’è una vita interiore, personale, unica e irripetibile, una storia in cui inserirle. Gli individui non hanno storie, le storie le hanno i ragazzi quando sono figli, nipoti, alunni… La passione per questa serie da parte dei ragazzi la tradurrei così: «Insegnateci a voler bene davvero, ridateci relazioni significative e non consumistiche, trovate il tempo da impegnare per noi come la cosa più importante che vi è capitata nella vita, guardateci, andate oltre le apparenze, consegnatemi il testimone della vita perché io cominci la mia corsa e sappia perché sto correndo».
La ragazza che si suicida dopo aver parlato con lo psicologo si ferma fuori dalla porta a vetri di lui e rimane ferma sperando che lui la insegua, andando oltre lo stretto necessario della chiacchierata appena affrontata. Lei afferma nella sua registrazione che se lui fosse uscito non si sarebbe uccisa, ma lui risponde al cellulare che aveva squillato già più volte durante il colloquio, interrompendo l’attenzione totale dovuta ad una ragazza in crisi, e dimentica quello che lei gli ha appena confidato: la mia vita non vale niente. Sceglie ciò che sembra più urgente, invece di quello che è importante (quanto tempo rubato alle relazioni dalla nostra iper-connessione). Tredici sono le ragioni per cui una ragazza si toglie la vita: e sono persone, cioè relazioni. Una è la ragione che le unifica tutte: la mancanza d’amore. L’amore è dare valore alle persone, e il valore sì dà solo quando si dona il proprio tempo a curare la relazione con l’altro, costi quel che costi. Dare tempo quando si è in tempo, altrimenti come Ugolino vedremo sul volto dei ragazzi ciò che noi stessi, senza rendercene conto, abbiamo provocato. Ma sarà troppo tardi.”
Un interessante articolo di Damiano Greco sulla necessità di una nuova educazione all’informazione. La fonte è Eastwest.
“Esattamente come avviene nella società offline, anche all’interno della collettività online non possiamo e non dobbiamo esimerci dalle nostre responsabilità e doveri inderogabili, sia di natura etico-morale che di tipo costituzionale. Questi vincoli nell’attuale contesto digitale devono essere tradotti in condivisioni, commenti e cinguettii virtuosi, norme che devono essere garantite nella dimensione virtuale come lo sono già in quella reale. Come sosteneva Bauman – compianto sociologo e filosofo della “società liquida” – solo la convivenza tra questi due mondi potrà garantire all’individuo e alla società una condizione di vita sana e sostenibile. Il nuovo ecosistema comunicativo diviene “Onlife”, attraverso una connessione costante, fusione tra questi due mondi, prendendo le redini di assetti consolidati dunque, facendo assumere ai nuovi attori della sfera pubblica – i cittadini-utenti – il ruolo di protagonisti indiscussi, mentre la nuova moneta di scambio viene rappresentata dalla visibilità, bramata e inseguita da quest’ultimi. Gli attori sociali si ritrovano dunque costretti a prendere parte ad una tragicomica competizione per la notorietà e lo status, cercando, proprio come le merci in vendita negli scaffali, di rendersi particolarmente attraenti agli occhi degli altri utenti se intendono sentirsi parte della società in cui vivono, tenendo costantemente aggiornata la propria identità digitale attraverso i diversi social network, divenendo pertanto un vero e proprio obbligo sociale. Riformulando in salsa 2.0 la consapevolezza di “sé stesso” attraverso la celebre citazione e intuizione di Cartesio: “Condivido, dunque sono”. Viviamo d’altra parte nell’epoca della post-verità, basata sull’emotività e convincimenti personali a discapito di dati oggettivi, il superamento dell’attendibilità raggiunge il punto di non ritorno nel momento della perdita di consapevolezza dell’importanza obiettiva dell’autenticità dei fatti. L’ascesa della Post-Truth, entrata con forza nella nostra quotidianità non deve essere sottovalutata, i pericoli rappresentati dall’illusione della conoscenza rischiano seriamente di depotenziare la qualità già fragile dell’attuale arena mediatica, in tale contesto le notizie che dovrebbero seguire rigidi parametri tecnico-scientifici, vengono lasciate in balia di bugie facili e rassicuranti, all’interno di questa cornice troviamo come sempre il complesso rapporto tra lo Stato ed il cittadino, tra la collettività e l’individuo, in una sorta di cinica interdipendenza dominata dal caos. Una valanga di notizie travolge la Rete e con essa i cittadini-utenti, incapaci di effettuare una scelta autonoma si affidano al trend del momento, vulnerabili e fragili divengono il ventre molle del web, trovandosi portatori inconsapevoli di ideologie fasulle che paradossalmente si scontrano con convinta presunzione contro il mondo della competenza e istruzione. Annamaria Tesla su Internazionale scrive che oggi il 44% della popolazione si “informa” tramite Facebook, il social network più famoso al mondo attraverso dei complessi algoritmi tenderebbe inoltre a creare delle “camere dell’eco” in grado di far rimbalzare ripetutamente la “balla” all’interno del web, questa senza trovare alcuna opposizione diverrebbe in fine reale. Ma com’è potuto accadere? Quando i lettori-utenti hanno iniziato a credere al populismo spicciolo e alle menzogne dei politici perdendo la fiducia nei vari professionisti, giornalisti, editori? In realtà come afferma Riccardo Luna in “Bufale, Post-Verità e il Futuro del Giornalismo”, tutto ciò non rappresenta una novità: “…E’ sempre accaduto che le persone si facessero una idea “sui titoli dei giornali”. Senza leggere gli articoli. E quindi per decenni l’opinione pubblica si è formata più sui titoloni che sulla realtà. Scandalizzarsi ora vuol dire non avere memoria. Ma adesso questa cosa ha dentro il motore potentissimo della rete”. In tal senso, nella lotta contro la diffusione delle “fake news” si stanno iniziando a muovere i primi timidi passi, ad esempio in Germania è stata annunciata una proposta di legge finalizzata a multare le piattaforme social nel momento in cui non provvedano a rimuovere contenuti hate speech in grado di incitare all’odio. Cosa fare al riguardo? Come è noto il flusso informativo per poter funzionare correttamente richiede cittadini “illuminati”, porre l’accento sull’istruzione e la promozione delle scienze risulta essere ancora oggi molto importante, ma la vera priorità dei nostri tempi è insegnare a comprendere la realtà del mondo iperconnesso di oggi con i suoi elevatissimi collegamenti, il forte impatto tecnologico e la velocità innovativa degli attuali canali comunicativi, a cui sono inesorabilmente legate le nuove generazioni, rischia seriamente di impedire a quest’ultime di poter raggiungere e comprendere l’attuale contesto sociale, ma di arrivarci con grande affanno e confusione, favorendo sempre più la divisione a serio discapito del progresso socio-culturale. La conoscenza dunque, deve rappresentare ancora una risorsa, ma deve essere accompagnata dalla consapevolezza degli effetti che può avere ad esempio, una condivisione estrapolata all’interno della nostra filter bubble – bolla di informazioni creata appositamente da Facebook finalizzata a compiacere le nostre esigenze – e postata con troppa superficialità, senza prima aver appurato le fonti della notizia attraverso una ricerca metodica e ponderata, il post rischia di divenire virale innescando una escalation pericolosa e difficilmente inquadrabile. I canali divulgativi, una volta saldamente in mano alle istituzioni, vengono oggi veicolati e orientati dagli influencer, in grado con il loro peso mediatico, di indirizzare opinioni e atteggiamenti ed infine per consolidare o meno il consenso ad un candidato in vista di un confronto politico. Nella definizione di Mazzoleni (1998) la comunicazione politica veniva descritta come “il prodotto dello scambio fra i tre attori dello spazio pubblico, ossia tra sistema politico, sistema dei media e cittadini-elettori…”, se in passato dunque individuavamo un netto sbilanciamento a favore dell’interazione tra i primi due attori – il sistema politico e i media – ponendo di fatto il terzo attore ad uno ruolo di mero spettatore all’interno della comunicazione politica, oggi la centralità dei New Media impone una visione differente, dove troviamo il cittadino-utente assumere un peso sempre più rilevante, in grado di comunicare attraverso un nuovo linguaggio eterogeneo e complesso, ridisegnando di fatto l’arena del confronto politico. Appare chiaro che i Governi non sono più in grado di gestire adeguatamente le attuali problematiche, l’unica strada percorribile prima di scatenare scontri civili senza una via di ritorno, viene rappresentata dalla necessità di far assumere ai cittadini-utenti una maggiore coscienza, ponendoli in condizione di organizzarsi e di poter gestire i propri processi e le proprie risorse, riunendoli sotto un’unica tenda, quella che riporta in alto la scritta “Empowerment”. La società civile digitale non solo dovrebbe incentivare questi principi ma addirittura prendersene carico nella loro totalità. Si necessita una nuova educazione all’informazione, un luogo di incontro e confronto di processi individuali e collettivi coordinati da una forma di divulgazione responsabile. Il mondo ha bisogno di giornalisti scrupolosi e di lettori vigili e attenti. Con la speranza che un giorno si potrà guardare indietro negli anni ripensando a questo periodo caotico definendolo goliardicamente come il “Vecchio Far Web”.”
Giulio Bertoli è nato a Firenze nel 1989. Nel 2015 si laurea in fisica teorica ad Amsterdam. Attualmente vive a Parigi dove fa un dottorato in gas quantistici disordinati ultrafreddi. Si interessa di teoria della complessità, sul ruolo della contingenza nella conoscenza scientifica e sull’interdisciplinarietà. Nel 2015 ha tenuto una lezione di filosofia della scienza all’Università di Bergamo. Su “L’Indiscreto” è stato pubblicato questo articolo molto interessante (da lì ho anche preso le note biografiche sovrastanti).
“Il fondamentalismo religioso è indubbiamente uno dei temi più caldi nel mondo occidentale. È intimamente connesso all’emergenza sociopolitica dei migranti, solleva dibattiti legati al controllo statale e alla libertà del cittadino, si lega allo spettro inconscio del rifiuto della diversità. La società occidentale si propone come baluardo della lotta al fondamentalismo (islamico) e fa di questa battaglia uno dei suoi obiettivi primari, sotto la bandiera dei valori liberali, ma un altro tipo di integralismo imperversa nei meandri del suddetto liberalismo, imperturbato se non inconsapevolmente lodato, meno esplicito ma altrettanto pericoloso, forse proprio per la sua capacità di nascondersi nelle pieghe del discorso: lo scientismo. A onor del vero, da molto tempo suonano dei campanelli di allarme: già il vecchio Popper se ne lamentava, quando non parlava di tacchini. Ma il problema non è soltanto lo scientismo accademico o dei corsi di filosofia, che lo interpretano come una moda passeggera, parto dell’onda meccanicista di fine ottocento. Lo scientismo è più che mai esteso e attuale. Benché ormai studiosi e scienziati diano per assodato che l’autosufficienza scientifica sia un mito, infatti, il ritratto pubblico della scienza è oltre il più sfrenato positivismo. Si parla di particelle di Dio, di manipolazione del genoma umano, del provato scientificamente come garanzia della certezza assoluta. Ciò che si nasconde dietro a tutto ciò è il sogno infantile del riduzionismo: l’idea che debba esistere un qualche codice, uno schema, qualcosa di semplice dietro alla complessità che ci avvolge. E che questo codice sia in un certo senso ottenibile, se non direttamente per lo meno in maniera asintotica, riducendo il tutto in parti costituenti e carpendone il funzionamento. Siamo così immersi nel mito popolare di un Dio onnisciente e assoluto, talmente divorati dal tentativo di emularlo che perdiamo di vista una delle cose che ha fatto la scienza: distruggerlo. Il riduzionismo, è vero, ha portato a grandi trionfi scientifici. D’altro canto uno dei suoi più grandi limiti è stato di non considerare tutto quel che rimaneva fuori dalla sua (per altro esigua) sfera di applicabilità, e, almeno fino agli anni sessanta del secolo scorso, guardare dall’altra parte, concentrandosi soltanto sui suoi successi. La selezione artificiosa dell’oggetto scientifico, però, preclude una visione globale del mondo e ha in effetti contribuito a creare un’immagine che ancora persiste, seppure sia enormemente fuorviante, ovvero che tutte le cose accadano in maniera riduzionistica. Il bias è talmente forte che persino nella prima teoria scientifica che è andata oltre questo modus operandi, ovvero la teoria del caos, abbiamo sviluppato una fallacia riduzionista. Ci viene detto che il battito d’ali di una farfalla in Brasile può scatenare un uragano in Giappone, ma mentre il significato della teoria è che il sistema è fortemente sensibile alle condizioni iniziali e che il loro minimo cambiamento invalida ogni meccanismo di previsione, ciò che passa al pubblico è l’idea di poter ricollegare cause ed effetti fino al più piccolo particolare in una simmetria temporale. È proprio sulla nozione di simmetria che si basa il riduzionismo: l’abilità di ridurre tutto a delle leggi fondamentali, obbedite dalle parti costituenti, e che la comprensione di tali leggi implica la possibilità di ricostruire il tutto. Ma ciò è ben lontano dalla realtà: fenomeni emergenti, sistemi complessi, rotture di simmetria sono esempi di come la struttura riduzionista ci abbia illuso fino a farci dimenticare che la previsione è un lusso applicabile solo in pochissimi frangenti. Un altro fatto spesso tralasciato è che, dato quest’imprinting simmetrico, ci fidiamo altrettanto ciecamente dell’estrapolazione di dati. Niente in realtà crea più confusione: può anche darsi, infatti, che il famoso battito d’ali causi un uragano, ma ovviamente l’osservazione di un uragano non potrà dirci niente su ciò che l’abbia causato. Con che coraggio, inoltre, si creano previsioni “scientifiche” sulla base di modelli che si rifanno su dati già ottenuti di sistemi complessi (vedi in economia)? Purtroppo “provato scientificamente” ed “elimina il tuo senso critico” stanno diventando pericolosi sinonimi, in cui il bisogno di completezza si sfoga del vuoto lasciato dalla religione e si appiglia a un nuovo Dio tecnologico. Che dire quindi delle “leggi di natura”? Potremmo cominciare a vederle senza la rigidità che contraddistingue la dogmatica impostazione dell’asintoto, dell’avvicinamento a un ideale assoluto figlio dell’Iperuranio. Le nostre leggi stanno diventando asimmetriche nello spaziotempo: la nascita della vita stessa è vista come un fenomeno emergente, così come sciami, stormi e altri sistemi complessi ci stanno insegnando che, in ogni caso, le leggi e regolarità che governano i sistemi non ci danno la possibilità di controllarli e men che mai di prevederne l’andamento. Spesso l’approccio alla scienza è paradossale: da un lato viene considerata legittimante, dall’altro è criticata a priori, o si percepisce nei suoi confronti una certa diffidenza. Spesso questi atteggiamenti coesistono. La confusione, senza considerare fattori come la politicizzazione e la democratizzazione dell’informazione scientifica, è generata dall’ascrivere “poteri” al metodo scientifico riduzionista che semplicemente non sono rappresentativi della realtà: si potrebbe arrivare a dire che la fede nel metodo scientifico (riduzionista) è totalmente non-scientifica. La biologia potrebbe insegnarci qualcosa al riguardo. Interessante in questo senso è l’apporto degli studi sull’evoluzione, dove l’ambiente esterno gioca un ruolo fondamentale. L’idea di un ambiente esterno “inesorabile” prende probabilmente forma dal modo in cui viene considerato in fisica statistica, ovvero come serbatoio termico infinito. In biologia, l’assunto diviene quello di ambiente come infinito interrogatore, invece che serbatoio; questa visione può essere superata se si considera la relazione ambiente-soggetto non come causa-effetto ma come un dialogo. L’importante è considerare l’evoluzione nel tempo, dove gli eventi per via della loro unicità e irripetibilità sono significativi e necessari ma non sufficienti e inevitabili. In altre parole, ciò che osserviamo è compatibile con le leggi di natura che deriviamo, ma non è in alcun modo deducibile. La vita stessa non è un fenomeno inevitabile e necessario, e neppure l’esistenza di Jacques Monod. È innegabile che la scienza occupi un posto dominante nella nostra vita, soprattutto nel rapporto uomo-natura che ha contribuito a creare con la tecnologia. Tale rapporto si profila come uno dei temi più importanti (se non il più importante) del secolo che stiamo vivendo. Una maggiore consapevolezza del ruolo dell’indeterminatezza in questo rapporto ci farebbe sicuramente vedere tutto in una nuova luce: quella di sistemi complessi visti non più nella maniera riduzionistica del “complicato” e quindi non interessante, ma nel loro significato originale della parola: cum-plexus, intrecciato assieme. L’educazione scolastica in questo senso ci insegna a separare le materie dalle altre, oggetti e soggetti dall’ambiente, le scienze dalle arti, o a vedere la storia come una dispiegamento lineare di cause ed effetti; ma non ci insegna ad intrecciare, collegare, cum-plectere. Per poter cominciare a risanare il nostro rapporto con la natura abbiamo bisogno di ricomporre la realtà che noi stessi abbiamo ridotto a scompartimenti e frammenti, credendo sconsideratamente in questo modo di poter prevedere le conseguenze. La scienza si trova a un bivio, verso uno sfrenato fondamentalismo o la rivoluzione. Speriamo che Khun almeno su qualcosa avesse ragione.”
“Ho portato la foto scattata al Parco del Cormor degli assistenti del centro estivo della parrocchia. E’ stata per me un’esperienza molto forte: dopo due giorni avevamo già legato coi bambini. Alla fine dell’esperienza si sente la mancanza dell’essere impegnati tutto il giorno. Inoltre, ancora oggi dei bambini mi sono molto affezionati e quando mi vedono per strada mi salutano e mi saltano addosso.” Ecco la gemma di A. (classe seconda). Christian Bobin afferma che “L’infanzia è come un cuore: i suoi battiti troppo veloci ci spaventano. Facciamo di tutto perché il cuore s’infranga. Il miracolo è che sopravvive a tutto.” Bello quando un “grande” riesce andare al ritmo di quei battiti, i bambini se ne accorgono subito e lo portano a volare con loro 😀
“L’idea per la gemma mi è venuta da una mail di tre giorni fa dell’ex parroco del mio paese. Ho allora deciso di portare il quadernone del gruppo animatori. Ci chiamiamo Arco e la nostra origine fa riferimento ad un campeggio fatto ad Osais; dopo 4-5 mesi abbiamo prodotto questo lavoro. Per me è uno dei lasciti del don, e per quest’anno è stata una sfida perché non pensavamo di farcela. Fare l’animatore mi porta tanto ed è stato importante capire che anche senza di lui siamo riusciti a costruire un percorso comunque dignitoso. Ci siamo sentiti molto coinvolti.” Queste le parole di V. (classe quinta). Penso che il dono più grande, bello e importante che un educatore possa fare agli altri sia quello dell’autonomia, quello di camminare con le proprie gambe, quello di accompagnarli nell’essere adulti.