A rotta di collo tra le stelle

marga.jpgL’ho conosciuta per modo di dire. Era il 27 novembre e a Zugliano si presentava il libro “Io credo”, una sorta di intervista doppia a Margherita Hack e a Pierluigi Di Piazza, curata da Marinella Chirico. Una serata bellissima. Oggi Margherita se n’è andata. Tempo fa discutevo con un collega perché sostenevo che lei mi avesse dato tanto, avesse offerto molti spunti di riflessione alla mia fede. “In pratica difendi una che ti dà dello stupido ingenuo” mi ha ribattuto. Sicuramente, da buona toscana, non ha risparmiato stoccature scoppiettanti e battute salaci, dicendo sempre ciò che pensava; rispondo come ho risposto quel giorno al mio collega: con alcuni spunti che me l’hanno fatta apprezzare ed amare a modo mio.

Ateo e credente possono anche dialogare a patto che, ambedue siano laici nel senso che, rispettino le credenze o le fedi dell’altro senza voler imporre le proprie…

E’ un atto di fede, quello di voi credenti, come il mio di atea nel non credere. Nessuno può dimostrare né che Dio esista né che Dio non esista. Ognuno segue il proprio sentimento. E’ più facile per me un’etica basata sulla mia esperienza, sugli altri che vedo e conosco; sono contenta se posso fare qualcosa per far star meglio chi ho intorno, mentre Dio per me è qualcosa di vago…

La cosa più importante della mia casa sono i libri. Li ho portati da Firenze a Merate, poi in Brianza e infine a Trieste. Sono librerie che abbiamo costruito negli anni. In tutto sono ventiquattromila libri. In questa casa abbiamo libri dappertutto, anche in bagno…

Non ho paura di morire, ho paura di soffrire, paura dell’accanimento terapeutico. Penso che il mio cervello sia l’hardware, e l’anima il software, costruito dall’esperienza. Dal momento in cui si nasce a quello in cui si muore, noi facciamo continuamente nuove esperienze, che vanno ad arricchire e a costruire il nostro software. L’anima/software muore con me…

Oggi la società, più che nei tempi passati, ci permette di sognare. Si può sognare perché si vive meglio di una volta, con più agi, nonostante la crisi globale, i problemi economici… Io non riesco a credere che ci sia la bancarotta, continuo a vedere tutto questo spresco, tutte queste macchine, il lusso. Possibile che con un tale benessere si rischi il fallimento? Credo che oggi la vita sia più facile di un tempo, ma si desidera di più, troppo, soprattutto i giovani. Noi vecchi siamo abituati a non sognare, a non avere tanti desideri…

Sono un’introversa di natura che la vita ha trasformato in una persona estroversa, sempre a contatto con la gente. Oggi mi sento più aperta verso gli altri, mi trovo meglio con il prossimo. Noto però che le persone hanno sempre meno voglia di comprendere l’altro, che fanno fatica a relazionarsi. Mi vengono in mente i miei gatti, che hanno un modo diverso di risolvere i loro conflitti, più semplice, spontaneo. Dovremmo imparare da loro…

Sul fine vita ritengo che, se uno vuole porre fine alla propria esistenza, divenuta insopportabile, debba essere libero di farlo, libero di decidere della propria vita. Certo deve anche tenere conto, però, delle persone che gli stanno vicino, che potrebbero avere bisogno di lui, o che non potrebbero sopportare questo distacco.”

Infine mi piace immaginarla così, come si è descritta lei, in picchiata e velocità, senza pensieri

“Da Pratolino sopra Fiesole, c’erano esattamente 18 chilometri. Per tornare giù, tutta discesa, dovevo impiegare 18 minuti per fare la media di 60 all’ora. Controllato l’orologio, mi buttavo giù a rotta di collo, pedalando furiosamente per rispettare la media prefissata. Non pensavo nemmeno all’eventualità di un ostacolo improvviso, di una rottura dei freni o altri inconvenienti.” (da LA MIA VITA IN BICICLETTA di Margherita Hack)

 

Pendolanime

da-consumarsi-entro-la-fine.jpgL’inevitabile domanda sullo scorrere della vita, sul suo nascere e sul suo scomparire, nasce dopo aver raccolto una foglia autunnale caduta da una quercia. Dal cuore arriva un frammento di un aldilà indecifrabile. Resterà l’interrogativo anche se non ci sarà risposta: e il desiderio di sapere, di capire, di intendere non è una colpa che si può imputare all’uomo: “È una brutta malattia e non c’è medicina, ma ci tortura tutti fin dal giorno della nascita”. Ed eccola la domanda: “Dimmi perché sono qui e cosa vuoi da me. Dimmi se stai ascoltandomi. Dimmi perché.” In realtà non ci sono punti interrogativi: sembrano più degli imperativi. In ogni caso, la questione è il senso, il significato dell’umano esistere, con un’apertura sul dubbio di essere ascoltati da qualcuno… E in una quotidianità che lascia spazio a mutevoli atteggiamenti “Chi corre, chi dorme, chi fissa il vuoto: pendolanime” (bello questo neologismo che si aggiunge al precedente Mortepolitana), il dubbio diventa sfida: un dio che non sia attento alla terra e a quello che vi accade non interessa “non mi interessa che tu esista o meno se tanto non guardi giù”. E agli imperativi precedenti se ne aggiungono altri che tuttavia hanno anche il tono della supplica (in effetti la canzone ha nel titolo la parola pregheria…):

“Dimmi se è vero che esisti e ci osservi, dimmi se è vero che ci ascolti.

E se è vero che sei così buono con tutti, guarda giù. Guarda giù.

Se è vero che è grande la tua immensità, guarda quaggiù come va”.

Chi canta? Il gruppo lombardo degli “Io?Drama”. Il brano è “Preghiera agnostica”, quarta traccia del cd del 2010 “Da consumarsi entro la fine”

Là nella bruma d’autunno, gialla una quercia si fa.

Vede per terra le foglie, vede quello che accadrà.

Un uomo una foglia raccoglie e un brivido di assurdità

lo pervade dal cuore un frammento di aldilà.

Non han colpa gli uomini che vogliono sapere.

Non avranno mai risposta ma è lecito domandare.

È una brutta malattia e non c’è medicina,

ma ci tortura tutti fin dal giorno della nascita.

Dimmi perché sono qui e cosa vuoi da me.

Dimmi se stai ascoltandomi. Dimmi perché.

Stridente dal sottosuolo, caos di Mortepolitana.

Chi corre, chi dorme, chi fissa il vuoto: pendolanime.

Un uomo in grigio gessato, col dito scrive frasi sul vetro:

non mi interessa che tu esista o meno se tanto non guardi giù.

Guarda giù.

Se è vero che è grande la tua immensità guarda quaggiù come va.

Non han colpa gli uomini che vogliono sapere.

Non avranno mai risposta ma è lecito domandare.

È una brutta malattia e non c’è medicina,

ma ci tortura tutti fin dal giorno della nascita.

Dimmi perché sono qui e cosa vuoi da me.

Dimmi se stai ascoltandomi. Dimmi perché.

Dimmi se è vero che esisti e ci osservi,

dimmi se è vero che ci ascolti.

E se è vero che sei così buono con tutti,

guarda giù. Guarda giù.

Se è vero che è grande la tua immensità,

guarda quaggiù come va.

Tra terra e cielo

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Io – terra dentro la terra e davanti alla terra – non sono altro,

non posso conoscere altro che terra;

sia che cammini, sia che mangi, sia che mi sieda, tutto è terra.

Che cosa è in me che non è terra che mi fa riconoscere la non-terra;

“terra” sì, ma prima; altro che terra, infinitamente oltre alla terra

fino a stare davanti, fino a stare dentro a Colui che ha creato la terra?

Prima che la terra risorga, deve morire;

io non penso che la terra dei miei colori

si trasfiguri in immagine, se essi non muoiono a ciò che sono, …

ma essi, i miei colori, possono morire a ciò che sono

se io stesso non muoio alla terra che io sono?

Perché i colori mi sono affidati

solo in quanto sono impastati di me e io di essi.

L’opera d’arte – come immagine di Dio nelle cose – è un punto sospeso,

punto d’attesa come ponte fra cielo e terra.

Il cielo è sceso per riavere dalla terra, ormai in germoglio,

un brano di se stesso che come seme esso aveva prestato alla terra

perché questa lo trasfiguri e lo restituisca al cielo.

Tutto sarà stabilità quando ogni brano così prestato e trasfigurato

rientrerà nel cielo; la terra non ci sarà più; sarà tutta assunta.

(William Congdon)

L’ottavo sacramento

Non so se papa Francesco scriverà dei libri come i suoi due predecessori o emanerà delle encicliche, certo è che se qualcuno desidera conoscere il suo pensiero può ascoltare o leggere le omelie che ogni giorno sta dicendo nella chiesa di Santa Marta alla messa del mattino. Ieri mattina ha esemplificato in maniera molto semplice il concetto di fede: “Ricordo una volta, uscendo nella città di Salta, la Festa patronale, c’era una signora umile che chiedeva a un prete la benedizione. Il sacerdote le diceva: ‘Bene, ma signora lei è stata alla Messa!’ e le ha spiegato tutta la teologia della benedizione nella Messa. Lo ha fatto bene … ‘Ah, grazie padre; sì padre’, diceva la signora. Quando il prete se ne è andato, la signora si rivolge ad un altro prete: ‘Mi dia la benedizione!’. E tutte queste parole non sono entrate, perché lei aveva un’altra necessità: la necessità di essere toccata dal Signore. Quella è la fede che troviamo sempre e questa fede la suscita lo Spirito Santo. Noi dobbiamo facilitarla, farla crescere, aiutarla a crescere”.

E a proposito del facilitare la fede ha fatto una serie di esempi che lasciano capire molto bene il cambio di atteggiamento che si sta verificando all’interno della Chiesa:

Roma0065fb.jpgIl Papa cita poi l’episodio del cieco di Gerico, rimproverato dai discepoli perché gridava verso il Signore: “Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me!”:

Il Vangelo dice che volevano che non gridasse, volevano che non gridasse e lui gridava di più, perché? Perché aveva fede in Gesù! Lo Spirito Santo aveva messo la fede nel suo cuore. E loro dicevano: ‘No, non si può! Al Signore non si grida. Il protocollo non lo permette. E’ la seconda Persona della Trinità! Guarda cosa fai…’ come se dicessero quello, no?”.

E pensa all’atteggiamento di tanti cristiani:

Pensiamo ai cristiani buoni, con buona volontà; pensiamo al segretario della parrocchia, una segretaria della parrocchia… ‘Buonasera, buongiorno, noi due – fidanzato e fidanzata – vogliamo sposarci’. E invece di dire: ‘Ma che bello!’. Dicono: ‘Ah, benissimo, accomodatevi. Se voi volete la Messa, costa tanto…’. Questi, invece di ricevere una accoglienza buona – ‘E’ cosa buona sposarsi!’ – ricevono questo: ‘Avete il certificato di Battesimo, tutto a posto…’. E trovano una porta chiusa. Quando questo cristiano e questa cristiana ha la possibilità di aprire una porta, ringraziando Dio per questo fatto di un nuovo matrimonio… Siamo tante volte controllori della fede, invece di diventare facilitatori della fede della gente”. E’ una tentazione che c’è da sempre – spiega il Papa – che è quella “di impadronirci, di appropriarci un po’ del Signore”. E racconta un altro episodio:

Pensate a una ragazza madre, che va in chiesa, in parrocchia e al segretario: ‘Voglio battezzare il bambino’. E poi questo cristiano, questa cristiana le dice: ‘No, tu non puoi perché non sei sposata!’. Ma guardi, che questa ragazza che ha avuto il coraggio di portare avanti la sua gravidanza e non rinviare suo figlio al mittente, cosa trova? Una porta chiusa! Questo non è un buon zelo! Allontana dal Signore! Non apre le porte! E così quando noi siamo su questa strada, in questo atteggiamento, noi non facciamo bene alle persone, alla gente, al Popolo di Dio. Ma Gesù ha istituito sette Sacramenti e noi con questo atteggiamento istituiamo l’ottavo: il sacramento della dogana pastorale!”.

Gesù si indigna quando vede queste cose” – sottolinea il Papa – perché chi soffre è “il suo popolo fedele, la gente che Lui ama tanto”. “Pensiamo oggi a Gesù, che sempre vuole che tutti ci avviciniamo a Lui; pensiamo al Santo Popolo di Dio, un popolo semplice, che vuole avvicinarsi a Gesù; e pensiamo a tanti cristiani di buona volontà che sbagliano e che invece di aprire una porta la chiudono … E chiediamo al Signore che tutti quelli che si avvicinano alla Chiesa trovino le porte aperte, trovino le porte aperte, aperte per incontrare questo amore di Gesù. Chiediamo questa grazia”.

Molto ora si affrettano a dire: “E’ sempre stata così all’interno della Chiesa, si son sempre dette queste cose”. Proprio no.

Lo spirito di domanda

41W7yQLm5zL._SL500_AA300_.jpgSull’onda del post precedente ecco che mi imbatto in queste parole di Paolo De Benedetti nel libro Quale Dio? Una domanda dalla storia:

“Dopo Auschwitz (perché è stata la Shoà a far “ricominciare” la teologia, come afferma Johann B. Metz), la domanda sul male ha assunto molte voci, secondo il credere o il non credere degli interroganti: c’è chi, come Elie Wiesel, si è chiesto dov’era Dio, e chi come Primo Levi, dov’era l’uomo. Se la spiegazione è forse in quel volto divino dal quale la morte ci separa, non per questo Dio ci ha liberati dalla domanda: anzi, vien quasi da pensare che quell’alito insufflato nel primo uomo altro non sia che lo spirito di domanda. E tuttavia non c’è dubbio che anche nelle domande più “aperte”, cioè senza risposta, c’è un progresso rispetto alle certezze precedenti. Soprattutto se si va oltre l’abbaglio di una terminologia ingannevole e di una retorica devota.”

L’ombra

Venerdì sera, dopo una cena in una trattoria di Roma, tornavo al mio albergo in compagnia di altre persone che erano lì per il mio stesso motivo. Siamo finiti a parlare di religione e di fede, di certezza di fede differente dalla certezza scientifica. E oggi ho letto questa frase di Julien Green: “Il credente è seguito dal dubbio come ogni uomo è seguito dalla sua ombra. Sa che l’ombra è lì e che di per sé essa non è niente, ma scompare soltanto con colui che ha seguito fino alla morte”.

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Francesco

Bergoglio.jpgHo atteso le ore piccole della notte per stendere sulla pagina bianca del pc le parole che cercano di dar voce a quello che ho sentito e pensato stasera in modo profondamente personale. Non sempre lascio spazio sul blog alle intime riflessioni, soprattutto ai miei pensieri di fede. Come tanti stasera ero davanti alla tv. Al nome Bergoglio la testa è andata alla lezione fatta in classe sui papabili, quando ho raccontato del conclave del 2005 per presentare questo cardinale argentino e quando ho detto il mio parere sulla difficoltà della sua elezione vista l’età. Pertanto in me c’è stata la sorpresa innanzitutto. Poi è venuto il momento del nome scelto: Francesco. E questa è stata la volta della meraviglia. E mi sono goduto gli attimi, fatti di tante istantanee.

Ho visto un papa non giovane ma fresco e semplice, inizialmente imbarazzato, quasi ingessato che ha salutato con un semplice “Fratelli e sorelle buonasera” e che poi si è sciolto; e ho notato che non ha indossato la mantelletta rossa.

Ho visto il primo papa provenire dal continente sudamericano, “sono andati a prenderlo quasi alla fine del mondo”, e ho visto in questo un segno di apertura alla chiesa universale.

Ho visto un papa, ma soprattutto un vescovo: e vi ho visto un segno di collegialità e vi ho vista esaudita la sete di un pastore da parte della gente.

Ho visto un papa che vuole essere in cammino insieme al suo popolo per percorre le strade della fratellanza e dell’amore.

Ho sentito un papa parlare di evangelizzazione e ho pensato che se ciò significa far innamorare la gente di Gesù Cristo il cammino sarà bello.

Ho visto un papa che ha chiesto, prima di benedire i fedeli, che i fedeli pregassero Dio per lui: “Adesso vorrei dare la benedizione, ma prima vi chiedo un favore. Prima che il Vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica. La preghiera del popolo che chieda la benedizione per il suo vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me”. E l’ho visto chinarsi in silenzio.

Alla fine l’ho visto chiedere nuovamente il microfono perché non voleva andarsene senza salutare “Vi lascio, grazie tante dell’accoglienza, e a domani, a presto, ci vediamo presto, domani voglio andare a pregare la Madonna perché custodisca tutta Roma. Buona notte e buon riposo”.

Ho ripensato al nome scelto, ho pensato ad Assisi e ho rivisto la chiesa di san Damiano, l’eremo delle carceri, la porziuncola…

Mi sono guardato dentro e vi ho letto la speranza, che per un credente significa resurrezione.

Oltre ogni ragionevole speranza

8529806402_5e22c98a83_b.jpgDa Virgilio, passando per De Luca, fino alla Bibbia, sfiorando Leopardi in poche righe. Si può? Ci si può provare…

Da poco ho finito di leggere il libro Alzaia di Erri De Luca. Uno dei passi che mi hanno maggiormente colpito è il seguente:

“Una salus victis: nullam sperare salutem, una sola salvezza per i vinti: non sperare alcuna salvezza. Così dice Enea raccontando il suo scampo alla rovina di Troia. E’ il coraggio di chi ha smesso ogni speranza e si lancia nella mischia con mente sgombra da ogni futuro. L’insurrezione degli ultimi ebrei nel ghetto di Varsavia può reggere esempio di questa condizione. Ci sono momenti estremi in cui i vinti sperimentano una terribile pace interiore nel più grande pericolo. Per grazia ricevuta di non sperare più.”

E adesso mentre rivedevo i tweet più recenti sono capitato su un articolo di Antonio Pitta scritto per Avvenire, di cui riporto alcune frasi:

“Il mito di Pandora racconta che quando il suo vaso fu aperto per diffondere ogni genere di male nel mondo, nel fondo rimase soltanto elpis, la speranza. Sono trascorsi duemila anni dall’inizio della fede cristiana, ma la concezione rassegnata e striata di pessimismo sulla speranza rimane ancora fra molti credenti in Cristo. L’illusione delusa del «sabato del villaggio» accompagna la nostra visione della speranza. Nutriamo sempre una certa diffidenza sulla speranza poiché il timore di essere delusi nelle attese è vivo più del suo desiderio… La speranza riceve dalla fede un fondamento sicuro; e soltanto una fede capace di attraversare la prova approda nella speranza. La prova non è quella dell’invisibile con gli occhi del corpo, ma del visibile con quelli della mente. Per questo non ciò che vediamo è oggetto della speranza, bensì quanto non vediamo, ma continuiamo a credere. La prova dell’amore è quella che nasce dalla fede e approda nella speranza, poiché senza cadere in forme di fideismo, l’amore tutto crede e, senza lasciarsi irretire nell’illusione, l’amore tutto spera. Qui sta la fondamentale differenza tra la speranza di origine greco-romana e quella di origine ebraico-cristiana: la prima è fondata sul desiderio, mentre la seconda si radica nella fede.”

Buone libere riflessioni 🙂

Due mistiche in una

 

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In questa domenica di quaresima per i cristiani, posto un articolo per chi è un po’ più addentro la teologia: Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, fa un parallelismo tra le mistiche degli ultimi due pontefici sintetizzandole nella mistica dell’amore. Il suggerimento viene da un amico di facebook che ha consigliato questo articolo de Il Sole 24 ore.

“Il paragone fra le scelte compiute da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI davanti al venir meno delle loro forze fisiche, è stato avanzato da più parti, talvolta soltanto per immaginare una contrapposizione e ipotizzare retroterra inquietanti. In realtà, l’accostamento fra i due Papi, figure dall’evidente diversità e dalla non meno profonda sintonia, può risultare particolarmente fecondo nell’aiutare a comprendere ciò che sta avvenendo al vertice della Chiesa cattolica e il suo possibile significato per il prossimo futuro. La chiave di lettura più adeguata per interpretare il modo di porsi davanti alla malattia, alla sofferenza e alla morte del Papa polacco, è la mistica slava della Croce.

Avendo avuto il singolare privilegio di predicare a Giovanni Paolo II gli ultimi esercizi spirituali cui egli abbia potuto partecipare, ho avuto anche modo di ascoltare dalle sue labbra parole che restano scolpite nella mia memoria e nel cuore: «Il Papa deve soffrire per la Chiesa». Ciò che mi colpì fu l’intensità con cui le diceva, in particolare la forza posta su quel “deve”.

I Vangeli, d’altra parte, testimoniano che davanti alla sua passione Gesù usò parole simili. Si legge in Marco: «E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto…» (8,31). E nel racconto di Luca il Maestro dice: «Il Figlio dell’uomo deve soffrire…» (9,22). La cristianità slava si riconosce particolarmente in questo destino, connesso alla sequela di Cristo. Essa sa di essere stata generata nel segno della Croce: «Nella comunità dei popoli europei – scrive P. Tomas Spidlik -, gli slavi ricevettero il battesimo come operai dell’ultima ora. Ciò nonostante, il sangue dovette bagnare i nuovi campi seminati dal Vangelo… Perciò i pensatori slavi si sono sempre soffermati a indagare sul vero senso del dolore». Per essi, «la sofferenza è una grande forza, perché santifica non soltanto gli innocenti, ma anche coloro che hanno peccato e accettano che il “castigo” sani il “delitto”».

Nicolaj Berdiaev non esita ad affermare: «L’intensità con la quale si sente la sofferenza può essere considerata come un indice della profondità dell’uomo. Soffro, quindi sono». E Boris Pasternak chiude il suo romanzo Il Dottor Zivago con queste parole: «L’anima è triste fino alla morte… Eppure il libro della vita è giunto alla pagina più preziosa… Ora deve compiersi ciò che fu scritto. Lascia dunque che si compia. Amen». In questa luce, non meraviglia che il Papa slavo comprendesse la sua missione come martirio, e che abbia voluto proclamare dalla cattedra del vissuto ciò che aveva insegnato con la parola e gli scritti: quanto era detto nella sua lettera apostolica Salvifici doloris dell’11 Febbraio 1984 sul senso incomparabile della sofferenza offerta per amore, Giovanni Paolo II lo proclama al mondo con l’eloquenza silenziosa della sua passione, fino a quel gesto muto di dolore, compiuto spontaneamente quando – affacciato alla finestra su una Piazza San Pietro gremita di folla silenziosa – non poté dire più alcuna parola.

Benedetto XVI si muove in un diverso orizzonte culturale e simbolico, quello della mistica occidentale del servizio. Egli è l’uomo che sa di dover dare gratuitamente quanto ha gratuitamente ricevuto. E sa che questo dare senza ritorno è il servizio cui è stato chiamato, tanto come pensatore della fede, quanto come pastore e apostolo, posto dal Signore a lavorare nella Sua vigna, umile operaio impegnato a spendere tutti i doni d’intelligenza e di fede, ricevuti da Dio, a favore della causa di Dio in questo mondo. Anche questo servizio non è che una “imitatio Christi”, un ripresentare con la parola e con la vita Colui che «non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Marco 10,45). Gesù stesso si presenta così: «Chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Luca 22,27). Da fine conoscitore dell’opera del mondo, Joseph Ratzinger non ignora quanto questa mistica del servizio sia alternativa alla logica del potere terreno. È quello che afferma Gesù: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo» (Matteo 20, 25-27).

È servendo che si diventa umili e fedeli lavoratori della vigna del Signore. Scriveva Benedetto XVI nella sua prima enciclica, la Deus caritas est (2005): «Servire rende l’operatore umile. Egli non assume una posizione di superiorità di fronte all’altro… Chi è in condizione di aiutare riconosce che proprio in questo modo viene aiutato anche lui; non è suo merito né titolo di vanto il fatto di poter aiutare… Egli riconosce di agire non in base ad una superiorità o maggior efficienza personale, ma perché il Signore gliene fa dono. A volte l’eccesso del bisogno e i limiti del proprio operare potranno esporlo alla tentazione dello scoraggiamento. Ma proprio allora gli sarà d’aiuto il sapere che, in definitiva, egli non è che uno strumento nelle mani del Signore; si libererà così dalla presunzione di dover realizzare, in prima persona e da solo, il necessario miglioramento del mondo. In umiltà farà quello che gli è possibile fare e in umiltà affiderà il resto al Signore. È Dio che governa il mondo, non noi. Noi gli prestiamo il nostro servizio solo per quello che possiamo e finché Egli ce ne dà la forza» (35). Come mostrano chiaramente queste ultime parole, rinunciare al servizio quando le forze vengono meno è umile riconoscimento dell’imperscrutabile volontà di Dio, espressione delle fede incondizionata nella Sua fedeltà, che si manifesta secondo tempi e modi che non sono quelli della logica del potere di questo mondo.

La mistica della Croce del Papa slavo e quella del servizio del Papa tedesco si rivelano così volti di uno stesso amore: l’amore a Cristo redentore dell’uomo e al Padre che l’ha donato a noi; l’amore alla Chiesa e all’umanità, per il cui bene maggiore si è chiamati a offrire tutto di sé e a servire. È, insomma, la mistica dell’amore che unisce i due Papi, che hanno saputo essere ciascuno se stesso, fedeli alle loro diverse identità spirituali e alle radici culturali di esse. Proprio così si potrà immaginare chi verrà dopo di loro: anche il prossimo Papa sarà chiamato a vivere la mistica dell’amore. Gli si chiederà di offrire se stesso senza riserve e di servire, mettendo a disposizione del popolo di Dio e dell’umanità i doni ricevuti. E forse, anche grazie al segnale lanciato dalla rinuncia del Papa di fronte alla presa di coscienza della propria fragilità, gli si chiederà in modo particolare di esprimere questa mistica dell’amore in una fraternità sempre più grande, affettiva ed effettiva, con coloro che con lui sono incaricati della sollecitudine per tutte le Chiese.

La collegialità episcopale, volto e strumento della carità che si dona e serve, richiamata dallo stesso Benedetto XVI all’inizio del suo pontificato come priorità decisiva, dovrà conoscere gli sviluppi rimasti ancora impliciti in quanto indicato dal Vaticano II. Ciò esigerà un sussulto di amore da parte del prossimo Successore di Pietro, come della Chiesa tutta con lui. L’agenda del prossimo pontificato, sulla base della consegna che lascia in eredità proprio il Papa ritiratosi nel silenzio, sarà segnata da questa priorità. Ed essa andrà perseguita con l’unica forza che la giustifichi e la renda possibile ed efficace: l’amore ricevuto da Cristo, per essere vissuto e donato a tutti, senza misura, dai suoi discepoli.”

Il rischio della fede

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Prima che la notizia della rinuncia di Benedetto XVI giungesse a stravolgere il contenuto delle lezioni, nelle quinte stavamo parlando del problema del male metafisico e avevo fatto cenno al rischio della fede. Ecco che, oggi, leggo nell’inserto Corriere Innovazione un articolo del filosofo Umberto Curi sulla bellezza del rischio che, dopo il preambolo, scrive:

“Un significato positivo è attribuito al rischio anche da Soeren Kierkegaard, vissuto a metà dell’Ottocento. Secondo il filosofo danese, la fede autentica coincide col coraggio di fronte all’ignoto ed è perciò strettamente connessa col rischio. Immagine emblematica di questa situazione limite è quella di Abramo, il quale corre consapevolmente il rischio di diventare l’assassino di suo figlio Isacco, pur di non venire meno all’obbligo di obbedienza nei confronti della voce del Signore che chiama. Una situazione analoga a quella di Abramo è quella nella quale si trova il credente. Egli non può infatti contare su alcuna certezza, perché la fede conserva sempre le caratteristiche indicate da san Paolo, vale a dire l’essere un “assenso fornito a contenuti non garantiti”. Ma neppure può affidarsi a una sorta di contabilità delle probabilità, visto che in gioco non è il successo di una singola e circoscritta intrapresa, per la quale può dunque essere ragionevole giovarsi del calcolo delle probabilità di successo, ma la sua stessa vita. Il credente è allora colui che corre il rischio supremo di impegnare tutto sé stesso, senza mai poter “verificare” se la sua scelta sia stata più o meno “giusta”.”

Aggiungo che stesso rischio è quello che si prende il non credente.

Un me di fronte al Tu

Col cuore decisamente più lieto del post precedente 🙂 pubblico questo articolo di Costantino Esposito scritto per Il sussidiario.

Benedetto-XVI-10-300x180.jpg“Di fronte alle tante reazioni e ai mille commenti sulla rinuncia di Benedetto XVI al ministero di Vescovo di Roma, letti e ascoltati in questi giorni, si ha come l’impressione che non sia affatto scontato riuscire a cogliere fino in fondo ciò che è veramente in gioco in questo gesto storico. E non mi riferisco soltanto a quelle evidenti letture di ordine politico-ideologico che, anche da posizioni diverse o opposte fra loro, hanno cercato letteralmente di “costruire” il senso di una notizia senza riuscire a comprenderla nei suoi fattori essenziali, quelli detti esplicitamente dal Papa nella sua stessa Dichiarazione. Come se si dovesse ad ogni costo trovare, come criterio di giudizio, una categoria sotto cui rubricare l’evento: dall’emergere della nascosta fragilità del potere papale alla fine della sua sacralità millenaria; dall’irrompere della modernità critica e della laicità dubbiosa nella dogmatica tradizione vaticana, al cambio di modello della funzione di Pietro nel governo della Chiesa. Fino all’enfasi posta su quello che da più parti si ritiene il punto più dolente e “segreto” della decisione, quello della grande solitudine di un uomo in mezzo alle divisioni e alle faide dei partiti curiali, un “sovrano” che non potrebbe contare neanche su alcuni dei suoi più stretti collaboratori, e che sceglie un gesto clamoroso per uscire dallo stallo.

E invece quel che è in gioco è qualcosa di diverso, cioè l’irrompere di un fatto che mette in discussione le nostre abituali categorie di giudizio – troppo ridotte in partenza per spiegare un evento di questa portata – e che al tempo stesso ci costringe a chiederci se vi sia un fattore che possa renderlo realmente intelligibile. Insomma, un capovolgimento di metodo: giudicare il fatto a partire da quello che esso mostra (a mio parere con evidenza), senza presumere o fingere di sapere già di cosa si tratti. Ritengo che questa sia una sfida non solo per gli osservatori “esterni” alla Chiesa, ma anche per i cristiani, e per un motivo semplice: che tale fattore determinante non è un presupposto che già si possegga o che si sia appreso una volta per tutte, ma ha la natura di “accadere”, di mostrare cioè la sua presenza e la sua verità nell’esperienza concreta di un uomo – del Papa come di ciascuno di noi. Questo fattore è il rapporto tra la nostra coscienza e la presenza misteriosa di Dio nella storia. Con un tono – ed un metodo – che sembrano presi direttamente dalle Confessioni di Agostino, Benedetto XVI afferma di «aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio» (conscientia mea iterum atque iterum coram Deo explorata), raggiungendo così la certezza (ad cognitionem certam perveni) di non avere più le forze per esercitare il ministero petrino e amministrare la Chiesa di fronte alle grandi sfide per la vita della fede. Il fattore decisivo è semplice ed evidente: la coscienza di me di fronte al Tu che mi chiama e insieme la presenza di questo Tu che riaccade nella domanda che diviene certezza. Proviamo allora a ribaltare la spiegazione abituale che vuole ricondurre a categorie politiche o ecclesiastiche (che in fondo rischiano di essere la stessa cosa) la scelta del Papa, e forse vedremo che tutti i fattori evidenziati dalle suddette analisi non solo non vengono annullati ma vengono illuminati. Allo stesso modo con cui lo sguardo di un uomo “preso” da un amore e una verità più grandi di sé è capace di accogliere, giudicare e attraversare positivamente tutte le condizioni di difficoltà che vive, addirittura vivendole come un’occasione di bene. È vero che in un certo senso l’immagine sacrale di un potere pontificio cristallizzato va in crisi, ma perché emerge in maniera affascinante la sua vera e irriducibile natura, l’esperienza di Cristo come ragione e affezione di sé e testimonianza al mondo intero (un’esperienza davvero “moderna”, verrebbe da dire). Come pure è vero che, secondo quanto lo stesso Benedetto XVI richiama di continuo, la Chiesa è attraversata da molte ferite, la maggior parte delle quali dovuta alle divisioni e all’orgoglio dei cristiani e addirittura dei loro capi, ma questa non è l’analisi impietosa del declino di un apparato, ma l’intelligente e appassionato riconoscimento del fattore di cui questa situazione grida il bisogno. Insomma, se questa “rinuncia” è davvero, come è stato detto, la notizia del secolo, si tratta di una notizia che riguarda niente di meno che la nostra coscienza che chiede il senso vero della vita e della nostra libertà nel riconoscerlo quando ci viene incontro. E soprattutto che la nostra incapacità non chiude necessariamente, ma può addirittura riaprire la partita. E sempre, per il Papa come per ciascuno di noi, un’esperienza del genere cambia il mondo.”

Un credente filosofo di 85 anni

Scrive Jacopo Tondelli, direttore de Linkiesta:

“Una scelta che sta chiusa nel segreto di una coscienza. Di credente, di prete, di papa, bendetto xvi, dimissioni papa, chiesa, fedevescovo e di pontefice. Oltre il banalismo imperante e il vaticanismo dell’era di Twitter. Oltre la tentazione facile di trasfigurare la rinuncia di Benedetto XVI dentro categorie terrestri e mondane. Oltre il bisogno, anche il dovere se volete, di cercare il dettaglio decisivo nello scandalo insabbiato dello Ior. C’è un “oltre” che prende per mano l’uomo laico, e lo porta lungo l’abisso della fede, crinale incomprensibile e scandaloso e che interroga le coscienze di tutti, credenti e non. Perché provare a entrare nel cuore del credente Joseph Ratzinger è impresa titanica anche per chi sia dotato di grande fede, figuriamoci per tutti gli altri, per gli atei appesi a un “filo di fede” e per quanti questo filo lo hanno perduto o non l’hanno mai trovato. Eppure questa immedesimazione impossibile è l’unica via per provare a illuminare, magari fraintendolo, il percorso umano e la scelta di Joseph Ratzinger. Un credente filosofo di ottantacinque anni che da quando ne aveva venti si è dedicato a una missione intellettuale e di fede, alla comprensione e alla teoresi, allo studio di chi cerca di capire e sostenere con la ragione, fino a dove si può, i misteri della fede. Sapendo il limite dell’intelletto, dell’uomo, e la necessità e il bisogno di affidarsi e credere a quello scandalo della storia che è la morte e resurrezione di Gesù Cristo, e credendo – profondamente, coerentemente – alla Chiesa come incarnazione imperfetta eppure ineludibile del popolo di fedeli nella storia.

Capire, credere, essere Chiesa. Potremmo dunque definire così, in tre concetti rapidi e convenzionali, certo incapaci di restituire decenni di percorso che vivono per definizione l’eredità di millenni, il dna di quest’uomo che ieri ha scosso la storia come fosse un grande albero che pareva inamovibile. Con la forza del simbolo, alla faccia di chi credeva che la forza evocativa della Chiesa di oggi potesse darsi solo nelle adunate oceaniche del suo predecessore. È in questo percorso che dobbiamo provare a entrare se vogliamo guardare con le lenti giuste la rivoluzione di Ratzinger. Un uomo che è arrivato a guardare fin nelle viscere più profonde la fragilità della Chiesa cattolica, del suo esempio, della sua storia, del suo pensiero teologico e delle sue più profonde e radicali contraddizioni. Un uomo che per ventiquattro anni ha custodito, dai vertici della Congregazione per la Fede, l’ortodossia della dogmatica e poi, dal soglio Pontificio, ha guidato la Chiesa, la diocesi di Roma, il potere vaticano. Lo ha guidato, combattendone le incrostazioni, chiamando col loro nome le perversioni e i delitti (come la pedofilia e la corruzione) che sembravano un contagio virale dentro la sua Chiesa. Quella Chiesa senza la quale – il magistero di Ratzinger è rigorosissimo e fortemente tradizionale, in questo senso – non si dà la pienezza della fede in Cristo. E proprio qui – perdonerete queste congetture, fallibili certo, ma attente a non sfiorare l’empietà – stanno i nodi dell’abisso che ha portato Benedetto XVI decidere di essere il primo “ex Papa” della modernità. In questa indispensabilità della Chiesa, di quella Chiesa che Ratzinger sentiva il bisogno di rivoluzionare per riportarla alla pienezza della rivelazione, sta la vertigine di un cortocircuito che spaventa. Proprio nel suo frugare con il rigore dell’intellettuale e con il fervore di chi aveva dedicato un’esistenza intera a sostenere con l’intelletto il percorso della fede in Cristo e nella Chiesa, Benedetto XVI è arrivato sull’orlo di un baratro: e se i vertici della Chiesa, vera incarnazione di Cristo, fossero invece diventati una calcificazione troppo spessa, quasi un diaframma che tiene lontana la fede? Avrà pensato con tormento – su questo ha senso scommettere – alla sua sconfitta più grande: la bonifica dello Ior che aveva affidato a Ettore Gotti Tedeschi, espulso con infamie, come fosse un corpo estraneo, dal blocco vaticano che risponde alla segreteria di stato del cardinale Tarcisio Bertone. Avrà pensato all’umiliazione di uno scandalo senza confini, all’orrore della pedofilia, dentro alla Chiesa fondata da chi ammoniva: «Chi dà scandalo ai bambini, meglio per lui sarebbe che fosse gettato con una pietra al collo nel mare». Avrà pensato al limite, umanissimo, di chi per primo ha visto la realtà e l’ha nei limiti del possibile resa pubblica, invece di nasconderla dietro a un patto del silenzio che era solo ipocrisia, per poi ammettere che ciò che di cattivo e demoniaco c’era, nella sua Chiesa, era più forte della volontà di un Papa retto. Tanto che, commentando pochi mesi fa la guerra giusta di Joseph Ratzinger, un vecchio cardinale della Curia romana, uno che le ha viste tutte, sintetizzava così il quadro: «Qui dentro, il 30% sono corruttori, il 30% corrotti, il 30% impiegati in carriera, il 10% credenti. Ma solo il 2% sono santi».

E si è trovato così, Joseph Ratzinger, nudo e vecchio di fronte a un Crocifisso che taceva, ricordando ogni giorno alla sua Chiesa quell’atto fondativo, quella morte umiliante e tanto stridente con l’immagine di un ceto ecclesiale egemone che combatteva – tra l’altro – per non portare lo Ior a standard di trasparenza internazionali, arrivando in ritardo perfino sui più noti paradisi fiscali. Si è ritrovato, mentre il giorno ultimo si avvicinava a grandi passi, di fronte ai dilemmi di ogni vita, anche di quelle sostenute dalla fede più profonda, e fino all’abisso del dubbio, quello stesso dubbio di fede che assalì – perfino – Gesù Cristo inchiodato alla croce.

Lo immaginiamo, adesso, che conta i giorni che lo separano da quel silenzio, dai suoi libri, dalle messe celebrate in solitudine interrogando il buio delle chiese vaticane, ora illuminato dal sorriso pieno della fede, ora intorbidito dalla tentazione del dubbio e della memoria di nomi, volti, facce, empietà vestite di porpora. Lo vediamo immerso nella Parola, e ci piace sentirlo che ripete, tra sé e sé, quelle parole che San Paolo scrisse quando il martirio era già l’orizzonte, e che Benedetto XVI ha meditate diecimila volte nella sua lunga vita di cristiano: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione». In quell’ultimo giorno – il fedele Joseph lo sa – il Signore separerà i giusti dai traditori, i caldi dai tiepidi, i fedeli dagli empi. E la fede delle cose ultime, quelle che per il cattolico stanno dopo il transito terreno, sarà anche la sua pacificazione più profonda: dove ha fallito lui, grande uomo conscio di un’ancor più grande debolezza e irredimibile finitudine, non fallirà Lui. A quell’incontro di giustizia definitiva, di fede non riproducibile con le parole, si preparerà Joseph Ratzinger, ex Papa, e uomo giusto.

Lunga vita, Sua Santità.”

Parole abbaglianti

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Sabato sono stato a un convegno sulle mafie in Friuli Venezia Giulia e durante la pausa pranzo, col freddo che faceva e la pioggia battente, dopo essermi rifocillato, sono andato a fare un giretto in libreria. Uno dei libri che ho comprato è un testo di Alda Merini che avevo dovuto riporre, per motivi economici, a inizio gennaio, nell’ultima visita alla Feltrinelli. Ebbene, nella prima poesia che ho letto c’è così tanta ricchezza e sensibilità che potrei fermarmi lì col semplice pensiero “ne è valsa la pena”: fulminante! Questo è quello che vorrei essere in grado di dire quando qualche studente mi chiede: “ma prof, lei, che Gesù conosce?”. Questo è il Gesù di cui vorrei sentir parlare più spesso.

Io che sono vicina alla morte,

io che sono lontana dalla morte,

io che ho trovato un solco di fiori

che ho chiamato vita

perché mi ha sorpreso,

enormemente sorpreso

che da una riva all’altra

di disperazione e passione

ci fosse un uomo chiamato Gesù.

Io che l’ho seguito senza mai parlare

e sono diventata una discepola

dell’attesa del pianto,

io ti posso parlare di lui.

Io lo conosco:

ha riempito le mie notti con frastuoni orrendi,

ha accarezzato le mie viscere,

imbiancato i miei capelli per lo stupore.

Mi ha resa giovane e vecchia

a seconda delle stagioni,

mi ha fatta fiorire e morire

un’infinità di volte.

Ma io so che mi ama

e ti dirò, anche se tu non credi,

che si preannuncia sempre

con una grande frescura in tutte le membra

come se tu ricominciassi a vivere

e vedessi il mondo per la prima volta.

E questa è la fede, e questo è lui,

che ti cerca per ogni dove

anche quando tu ti nascondi

per non farti vedere

(Alda Merini, Corpo d’amore)

Voglia di cielo

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Per quanto cerchiamo di saltare o di volare in alto, noi non riusciremo mai a raggiungere il cielo. Se, invece, ci mettiamo a contemplarlo e a fissarvi il nostro sguardo, il cielo scenderà, ci avvolgerà e ci abbraccerà… (Simone Weil).

Il nome delle cose

Quello che è successo nella scuola di Newtown è una cosa che lascia senza parole, senza fiato. Ti trovi con la sensazione di non riuscire più a chiamare le cose con il loro nome, come se avessero perso l’identità, come se non appartenessero più alla realtà e fossero collocate al di fuori delle coordinate spazio-temporali. E’ questo il momento decisivo per una persona, quando prova a cercare delle risposte ai suoi interrogativi e fa fatica a trovare la strada che la porti a un approdo, se non sicuro per lo meno per un po’ protetto dalla tempesta. Io le mie risposte le cerco nella relazione con Dio, ben conscio che non sia questa l’unica possibile strada; ma sento che questo è il modo, per me, di cercare di capire anche me stesso anche se spesso sento di avere un grande dolore al nervo sciatico. Cosa c’entra? La risposta in questo breve articolo di Antonio Pitta.

dio, confronto, fede, giacobbe, nome, male, risposte, lotta con dio«Il Popolo d’Israele non pronuncia il Nome di Dio, per rispetto alla sua santità” (Catechesi, 209). Per l’ebreo credente all’origine del nome impronunciabile di Dio c’è l’episodio della lotta tra Giacobbe e l’uomo misterioso presso il guado del fiume Iabbok (Genesi 32,23-33). La lotta è senza tregua: attraversa la notte sino all’alba, quando Giacobbe riesce finalmente ad avere la meglio sul nemico. Allora l’uomo misterioso gli chiede di lasciarlo andare e Giacobbe gli chiede di benedirlo. L’uomo lo benedice e gli cambia il nome: non si chiamerà più “Giacobbe”, ma “Israele” perché ha combattuto con Dio e con gli uomini, sino a prevalere. A questo punto Giacobbe gli chiede il nome, ma l’uomo non risponde e come segno della lotta lo colpisce al nervo sciatico. Nella storia umana sono stati dati molti nomi a Dio, ma quello d’Israele non ha un nome e quando si rivela nella storia della salvezza il suo diventa un nome relazionale che non lo identifica in quanto tale. YHWH è il Tetragramma sacro che non può essere vocalizzato affinché non sia pronunciato ed è reso con “Signore”, “Onnipotente”, il Nome, il Luogo, i Cieli. Gesù ha rivelato il nome di Dio: “Abba, Padre!” (Marco 14,36) e ha insegnato ai discepoli a chiamarlo “Padre nostro…”. Dio è luce e amore sostiene la 1Giovanni 1,5; 4,8. Tuttavia si tratta nuovamente di un nome relazionale e non proprio di persona. L’elenco dei novantanove nomi di Allah nel Corano inizia con Il Misericordioso e si chiude con Il Paziente: tuttavia manca proprio “Padre”, nel timore infondato d’identificarlo con un nome proprio. Ogni persona umana è alla ricerca del Nome, ma più lo cerca più avverte lo stiramento violento del nervo sciatico ed è costretto, come Giacobbe, a zoppicare per tutta la vita. La fede non è possesso del Nome, ma è lotta sino all’alba. Questo vale per chiunque si accosti al Dio dell’Antico e del Nuovo Testamento. Altrimenti si cade nell’idolatria, nella presunzione dell’io di fronte a Dio, mentre si è incapaci persino di stare di fronte a se stessi. «Todo hombre tiene dos/ batallas que pelear!:/ en sueños lucha con Dios;/ y despierto con el mar» … «Da combattere ogni uomo ha due battaglie: con Dio nei sogni, e da sveglio col mare.» (A. Machado).

La più bella e intensa possibile

Cosa fai nella vita? Perché lo fai? Che senso ci trovi? Sono domande a cui dà una sua risposta il medico dell’anno di un prestigioso ospedale newyorkese, la dottoressa italiana Elvira Parravicini, intervistata qui da Riro Maniscalco per Il Sussidiario.

“Non e’ una ragazzina, anche se lo sembra. Quando poi parla mettendo tutto (o quasi) al diminutivo, non puoi fare a meno di sorridere. Sarà perché è abituata a trattare con i bambini piccoli, anzi, piccolissimi. Quelli che sono appena nati e lo sono a malapena e Dio solo sa se e quanto potranno continuare a vivere. Elvira Parravicini, neonatologa di Seregno, arrivata a New York (per starci) a metà degli anni novanta dove, a quasi 40 anni, ha dovuto ripartire dalla gavetta affrontando i famigerati “steps”, “residency” e “fellowship” che ogni medico americano deve percorrere (e non è che ce la facciano tutti). Elvira ce l’ha fatta e martedi 4 dicembre il suo ospedale, il prestigioso Morgan Stanley Children’s Hospital, della Columbia University a New York, la premia come “Medico dell’Anno”. Detta così suona come una ordinaria storia di successo. Ed è certamente una storia di successo. Ma bisogna capire perchè questa “bambina grande” è stata scelta tra tanti “grandi dottori”.

Elvira, sembra che al tuo ospedale non abbiano trovato nessuno di meglio da premiare… Ma cos’hai fatto di speciale per meritarti questo riconoscimento?

etica,scelte,medicina,scienza,vita,malattia,morte,dio,fedeVeramente non lo so e non me lo aspettavo proprio. La mia ipotesi è questa: siccome questo è un premio dove chi vota sono le infermiere, certamente ha a che fare col lavoro di questi anni nella cura del Comfort Care. Mi spiego meglio. Quando un bambino è terminale e sta per morire, i medici se ne possono andare, possono dire “non c’è più niente da fare” e non affrontare la situazione. Questo succede nel 99 per cento dei casi. Ma l’infermiera no, lei è lì al capezzale del bambino coi genitori e la famiglia. E’ una situazione molto molto difficile da gestire, sembra impossibile. Come si può stare di fronte a questi bimbi, a cui non possiamo offrire una cura medica che li guarisca? Così, io credo, da quando ho cominciato a prendermi cura dei bambini terminali, come medico, è come se avessi detto alle mie infermiere: io sono qui con voi, con questi bambini e le loro famiglie. Io so che un bambino malato, anche se vive per sette minuti, ha bisogno del suo medico e della sua infermiera per quei sette minuti… Ho fatto medicina per aiutare i bambini malati, qualunque sia la lunghezza della loro vita. Non è che posso dire: la tua vita è cosi corta che non vale la pena di impegnarsi. Anzi è il contrario. Proprio perché è corta deve essere la più bella e intensa possibile. Cosi ho deciso di stare con questi bambini e sono stati loro che mi hanno insegnato quello di cui hanno bisogno. Allora le infermiere hanno capito che esiste un modo professionale di prendersi cura dei piccoli. Dopo forse un anno che avevo iniziato, alcune sono venute a cercarmi chiedendo di lavorare con me su questi casi. Le mie infermiere volevano aiutare questi bambini, ma mancavano di un’ipotesi di lavoro. E io ho imparato tanto dalle infermiere!

Come sei arrivata a fare quel che fai?

Semplicemente lavorando dove lavoro. In patologia neonatale mi sono trovata di fronte a dei bambini che avevano malattie che alcuni chiamano “incompatibili con la vita”, definizione che non mi piace. Infatti la loro vita c’è, solo che è molto breve. Ho incontrato pazientini che non potevano vivere più di poche settimane, giorni o minuti, anche con tutte le cure mediche offerte dalla medicina moderna. Mi sono detta: “Anche questi sono miei pazienti, come mi prendo cura di loro?” Cosi ho sviluppato una cura medica che ho chiamato comfort care dove il focus è sul benessere del paziente, visto che la guarigione non e’ possibile. Per un medico, particolarmente in questo paese, la vita lavorativa rischia di mangiarsi tutta la vita.

C’è per te un confine tra l’una e l’altra?

La mia vita è una, cioè la mia vita sono sempre io che faccio cose diverse. All’ospedale curo i neonati, poi canto in un coro, ho molti carissimi amici, ho una casa da tenere, cucinare, pulire, fare la spesa. Faccio cose diverse, ma ogni persona o situazione che ho davanti, sia un bimbo malato o un amico, o la spesa da fare, rispondo a Qualcuno che mi mette di fronte una certa situazione, o una certa persona, per motivi Suoi, e allora posso dirGli di sì o di no. Da questo punto di vista prendermi cura dei bambini terminali è dire sì come andare a fare la spesa, con, ovviamente, le dovute differenze.

A questo punto della tua vita professionale c’è gente che ti chiede, che ti fa domande rispetto a questa tua professione, che ti segue. Cosa vuol dire per te? E cosa vuol dire essere medico dell’anno oggi?

Quando gli altri mi fanno domande rispetto al mio modo di essere medico o mi seguono, io li rimando a due cose. Primo, ad essere seri col loro desiderio dell’inizio, il desiderio che li ha spinti ad entrare nella professione medica. Il punto di orgine è sempre puro e dobbiamo riguardarlo in continuazione per sapere cosa veramente vogliamo. La seconda riguarda essere onesti con la realtà. La realtà sfida il nostro desiderio, il suo compimento, la sua tenuta. Dico queste cose perché ho avuto e ho degli amici che mi invitano con fermezza a questo stesso lavoro e tutto quello che mi è successo non sarebbe mai successo – veramente non l’avrei neppure immaginato – senza di loro. Essere medico per me è molto semplice: è essere in rapporto con il Mistero che genera me e che mi ha invitato e suggerito di fare medicina, e che poi ha chiamato alla vita i miei pazientini e me li ha messi davanti. Dal punto di vista medico, è fondamentale che stia in rapporto col Mistero mentre curo i miei bimbi, perché solo Lui sa dove la vita di ognuno di loro deve andare. Solo seguendo le sue “indicazioni” – segni clinici, ecc. – capisco il trattamento medico adeguato, rispettando la loro piccola vita.

Cosa ti aspetta domani?

La cura di molti bambini che possono guarire e andare a casa felici e sani coi loro genitori e la cura di altri che vivono pochissimo tempo, ma che mi insegnano più degli altri che la bellezza della vita è che loro ci sono, anche solo per sette minuti! Infatti la bellezza della loro vita è che c’è Qualcuno che li vuole, come vuole me e te, caro Riro.”

Tra scienza e fede

Ugo Amaldi, fisico presso il Cern di Ginevra, viene intervistato da Roberto I. Zanini per Avvenire. Un dialogo su scienza, fede e Gesù Cristo. Ne pubblico una parte.

Professor Amaldi, ma la scienza cosa ha da insegnare alla fede?amaldi_big1.jpg

«Le scienze studiano i fenomeni naturali e nei fatti non hanno nulla da dire alla fede. Però gli scienziati credenti e quelli che si pongono la domanda sulla fede sentono la necessità di integrare in maniera coerente la fede e la visione fisica del mondo. Così facendo devono affrontare questioni che si collocano alla frontiera fra alcune affermazioni del cristianesimo e ciò che loro sanno del mondo naturale. Difficoltà che talvolta possono essere illuminanti anche per coloro che non sono scienziati».

Ha un esempio immediato?

«Il primo che mi viene in mente è relativo al problema della morte e della sofferenza che per la fede sono conseguenze del peccato. Ma uno scienziato vede la morte come necessità, perché senza di essa non vi sarebbe evoluzione e di conseguenza non si sarebbe evoluto l’homo sapiens con la sua intelligenza. Due cose che apparentemente non possono andare d’accordo. D’altra parte non si può non restare meravigliati dalla complessità e dalla logica sottese alla maggior parte dei fenomeni naturali e questo è per uno scienziato credente un’apertura al trascendente».

Perché nel dibattito fra scienza e fede non entra quasi mai la figura di Cristo?

«Effettivamente, e purtroppo, in questi dibattiti Gesù non compare quasi mai. Si preferisce parlare del Dio Creatore, del Dio che mantiene l’universo in essere e non si connette mai la figura del Cristo con le conoscenze degli scienziati, né queste vengono mai connesse con lo Spirito Santo che, in quanto scienza e sapienza sarebbe perfettamente a tema. Ma tornando alla sua domanda, il motivo penso risieda nel fatto che il rapporto personale che il credente ha con Cristo è completamente diverso dal rapporto impersonale che lo scienziato ha con i fenomeni naturali che studia. Viaggiano su piani diversi. Invece il Dio Creatore è strettamente connesso con la natura che è l’oggetto di studio dello scienziato».

I sempre più frequenti dibattiti fra scienza e fede hanno maturato una nuova sensibilità nel mondo scientifico?

«La mia esperienza dice che questo dibattito è considerato interessante solo da coloro che a priori si pongono, anche se non credenti, il problema della fede. Gli agnostici, gli atei continuano a considerare con fastidio questa relazione fra scienza e fede, la vedono come inutile».

Nel suo ultimo libro, «Sempre più veloci» (in uscita da Zanichelli), lei spiega i motivi per i quali i fisici accelerano le particelle…

«I motivi sono essenzialmente tre: per studiare sempre più nei dettagli il mondo subatomico; per produrre, nelle collisioni fra particelle, nuove particelle che non esistono nel mondo intorno a noi, ma esistevano nel primo miliardesimo di secondo dopo il Big Bang, per poi studiare le relazioni che le legano alle particelle che formano la materia. Il terzo motivo è forse il più affascinante ed è dettato dal desiderio di ricostruire l’evoluzione dell’universo a partire da quel miliardesimo di secondo, in modo da giustificare la formazione delle stelle e delle galassie, che è accaduta milioni di anni dopo».

Degna della mia voce interiore

«Ah, Marija Veniaminovna, noi la porteremmo in trionfo se solo… se solo Lei non credesse in Dio!». Ieri sera stavo sfogliando “Io donna” e mi sono imbattuto in un articolo su Marija Veniaminovna Judina, probabilmente la più grande pianista del ‘900. Le parole con cui ho iniziato il post sono di Pavel Fedorovic, uno degli esponenti del Partito Comunista russo. A lui risponde la Judina: «Non si darà mai il caso che mi portiate in trionfo, Pavel Fëdorovic. Non rinnegherò la fede e Dio. Sarete voi, invece, a venire tutti dalla nostra».

Da adolescente scrive: «Conosco solo una strada che porta a Dio, l’arte. Non voglio affermare che la mia strada sia universale, so che ne esistono altre. Ma sento che questa è per me. Questa è la mia vocazione. Io ci credo e credo anche nella forza che mi è data nel percorrerla. Io sono un anello di congiunzione nella catena dell’arte»

Scrive nel suo diario: «Una sera in cui il pubblico si ostinava a non volersi alzare al termine di un mio concerto nella sala Glinka dopo aver suonato già vari bis esco per l’ennesima volta e li vedo tutti lì seduti. “Ma siete ancora qui?”; e tutti di nuovo ad applaudire. “In questo caso vi reciterò delle poesie”. E recito Zabolockij, e poi Pasternak e si leva un uragano di applausi. Ma a causa dell’ottusità di qualcuno si vendicarono di me e i miei concerti a Leningrado si interruppero»

Nel 1933 la Judina viene assunta dal Conservatorio di Mosca e nel 1943 parte per il fronte, ma con come infermiera o interprete, come in un primo tempo avrebbe voluto, bensì per tenere concerti benefici alla radio o nelle sale della Leningrado stretta dalla morsa dei tedeschi. «È a questi anni che risale il leggendario episodio narrato dall’amico Sostancovic. Stalin ascolta alla radio il secondo movimento del concerto numero 23 K 488 di Mozart eseguito dalla Judina e ne rimane così colpito da chiedere immediatamente il disco, che però non esisteva trattandosi di un concerto eseguito in diretta. Convoca allora d’urgenza la pianista e l’orchestra in una sala di registrazione e ottenuto il disco invia in ringraziamento alla Judina ventimila rubli, una cifra da capogiro per l’epoca. E la pianista risponde: “La ringrazio per il Suo aiuto, Iosif Vissarionovic. Pregherò giorno e notte per Lei e chiederò al Signore che perdoni i Suoi gravi peccati contro il popolo e la nazione. Dio è misericordioso. La perdonerà. I soldi li devolverò per i restauri della chiesa in cui vado”. Si dice che quel disco venne trovato sul grammofono la notte che trovarono Stalin morto nella sua dacia. Ma pochi sanno che la Judina aveva sempre suonato quel secondo movimento interpretandolo come un requiem per le vittime del gulag».

«Sì, voglio mostrare alla gente che si può vivere senza odiare, pur essendo liberi e indipendenti. Sì, voglio cercare di essere degna della mia voce interiore».

Una storia tutta da scoprire:

http://www.tempi.it/onda-speciale-su-marija-judina-la-pianista-che-ha-commosso-stalin#.UJ932oawXw8

http://www.ilsussidiario.net/News/Storia-della-Settimana/2009/3/30/MARIJA-JUDINA-La-pianista-che-commosse-Stalin/15235/

http://www.ilsussidiario.net/News/Musica-e-concerti/2010/8/17/MARIJA-JUDINA-La-pianista-dimenticata/106653/

http://www.meetingrimini.org/default.asp?id=673&item=4991

http://www.ilsussidiario.net/News/Musica-e-concerti/2010/8/23/MARIJA-JUDINA-Piero-Rattalino-la-pianista-immortale-all-ombra-del-regime/107574/