Degna della mia voce interiore

«Ah, Marija Veniaminovna, noi la porteremmo in trionfo se solo… se solo Lei non credesse in Dio!». Ieri sera stavo sfogliando “Io donna” e mi sono imbattuto in un articolo su Marija Veniaminovna Judina, probabilmente la più grande pianista del ‘900. Le parole con cui ho iniziato il post sono di Pavel Fedorovic, uno degli esponenti del Partito Comunista russo. A lui risponde la Judina: «Non si darà mai il caso che mi portiate in trionfo, Pavel Fëdorovic. Non rinnegherò la fede e Dio. Sarete voi, invece, a venire tutti dalla nostra».

Da adolescente scrive: «Conosco solo una strada che porta a Dio, l’arte. Non voglio affermare che la mia strada sia universale, so che ne esistono altre. Ma sento che questa è per me. Questa è la mia vocazione. Io ci credo e credo anche nella forza che mi è data nel percorrerla. Io sono un anello di congiunzione nella catena dell’arte»

Scrive nel suo diario: «Una sera in cui il pubblico si ostinava a non volersi alzare al termine di un mio concerto nella sala Glinka dopo aver suonato già vari bis esco per l’ennesima volta e li vedo tutti lì seduti. “Ma siete ancora qui?”; e tutti di nuovo ad applaudire. “In questo caso vi reciterò delle poesie”. E recito Zabolockij, e poi Pasternak e si leva un uragano di applausi. Ma a causa dell’ottusità di qualcuno si vendicarono di me e i miei concerti a Leningrado si interruppero»

Nel 1933 la Judina viene assunta dal Conservatorio di Mosca e nel 1943 parte per il fronte, ma con come infermiera o interprete, come in un primo tempo avrebbe voluto, bensì per tenere concerti benefici alla radio o nelle sale della Leningrado stretta dalla morsa dei tedeschi. «È a questi anni che risale il leggendario episodio narrato dall’amico Sostancovic. Stalin ascolta alla radio il secondo movimento del concerto numero 23 K 488 di Mozart eseguito dalla Judina e ne rimane così colpito da chiedere immediatamente il disco, che però non esisteva trattandosi di un concerto eseguito in diretta. Convoca allora d’urgenza la pianista e l’orchestra in una sala di registrazione e ottenuto il disco invia in ringraziamento alla Judina ventimila rubli, una cifra da capogiro per l’epoca. E la pianista risponde: “La ringrazio per il Suo aiuto, Iosif Vissarionovic. Pregherò giorno e notte per Lei e chiederò al Signore che perdoni i Suoi gravi peccati contro il popolo e la nazione. Dio è misericordioso. La perdonerà. I soldi li devolverò per i restauri della chiesa in cui vado”. Si dice che quel disco venne trovato sul grammofono la notte che trovarono Stalin morto nella sua dacia. Ma pochi sanno che la Judina aveva sempre suonato quel secondo movimento interpretandolo come un requiem per le vittime del gulag».

«Sì, voglio mostrare alla gente che si può vivere senza odiare, pur essendo liberi e indipendenti. Sì, voglio cercare di essere degna della mia voce interiore».

Una storia tutta da scoprire:

http://www.tempi.it/onda-speciale-su-marija-judina-la-pianista-che-ha-commosso-stalin#.UJ932oawXw8

http://www.ilsussidiario.net/News/Storia-della-Settimana/2009/3/30/MARIJA-JUDINA-La-pianista-che-commosse-Stalin/15235/

http://www.ilsussidiario.net/News/Musica-e-concerti/2010/8/17/MARIJA-JUDINA-La-pianista-dimenticata/106653/

http://www.meetingrimini.org/default.asp?id=673&item=4991

http://www.ilsussidiario.net/News/Musica-e-concerti/2010/8/23/MARIJA-JUDINA-Piero-Rattalino-la-pianista-immortale-all-ombra-del-regime/107574/

Il certo per l’incerto

Rubo dalla rete le parole di A cuore scalzo.

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo».

Uno sguardo. Un sorriso. Una scoperta così grande che non può aspettare.

Coraggio. Coraggio di rinunciare a tutto per quel tesoro.

Ignoto, sconosciuto, ma di cui si respira il valore.

Il certo per l’incerto.

Ricco è colui che incontra l’Amore e rinuncia a tutto per non perderlo.

Pieno di gioia.

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Hanno bisogno del cielo

Stamattina, in una quarta abbiamo cominciato a riflettere su morte e aldilà. Ho trovato questo breve ma stimolante articoletto di Claudio Rossi Marcelli su Internazionale:

“Io e mio marito siamo atei e orgogliosamente anticlericali. La conseguenza è che le stella_14.jpgnostre figlie conoscono molto meglio Garibaldi di Gesù e che non hanno ancora ben chiara la differenza tra una chiesa e un castello. E nonostante ci sia uno sciame di parenti che ancora ci implora di battezzare i nostri bambini, noi due coviamo il sogno di sbattezzarci. Certo, quello che il Vaticano va predicando sulle famiglie come la nostra non ci ha spinti ad abbracciare la fede cattolica, ma in ogni caso abbiamo una visione piuttosto razionale della realtà e crediamo che dopo la morte non ci sia nulla. E quindi, questi due atei fieri e militanti, cosa hanno risposto quando le figlie gli hanno chiesto dove vanno le persone che muoiono? Ma è ovvio: in paradiso. Diventano stelle, camminano sulle nuvole, volano libere nel blu. Anche se non le vediamo più, si può comunque parlare con loro, perché ci ascoltano. “E ci sono tante caramelle in cielo?”, certo che sì e chi più ne ha più ne metta. Insomma, quando si dice due genitori coerenti con i loro princìpi. Non so se è una reazione da codardi o perfino da irresponsabili, non sono un esperto, ma so che le mie bambine non sarebbero in grado di capire le nostre convinzioni. Hanno bisogno del cielo. E quindi metto da parte i princìpi e lascio che credano nella vita eterna. Sperando, in fondo, che alla fine abbiano ragione loro.”

Alla ricerca dell’onda perfetta

Ci sono delle volte in cui la vita si incasina e fai fatica a trovare un filo rosso che leghi fra loro i vari eventi che ti capitano. Poi, all’improvviso, in un attimo di istantanea chiarezza, riesci a leggere tutto e ti ritrovi; magari devi leccarti alcune ferite, magari ti culli in alcuni rimpianti, o magari ti volti indietro a guardare con orgoglio quel che eri e quel che sei diventato. E ci sono delle volte che ti sembra di essere in attesa di qualcosa che deve accadere e non capisci se sei tu che non ce la fai a vederlo o se non sei riuscito a creare i presupposti per il suo verificarsi. La canzone Onda perfetta de The sun ne parla e porta, nel ritornello, alla constatazione che la vita (il viaggio) è l’onda perfetta dove i tasselli si mettono a posto, anche i più impensabili e che ogni giorno è una pagina da scrivere, un cammino da percorrere. E’ una strada costellata di dubbi, di colpi, ma che vale la pena affrontare per far sì che speranze e sogni non si trasformino in illusioni. Lo stile di viaggio che hanno trovato The sun è: “mi fido e lo seguo, con Fede lo vivo”.

Mi sento come se aspettassi qualcosa
Tu chiamala svolta
Mi faccio mille viaggi ma li tengo nascosti bene, che forse conviene
Ho desideri un po’ comuni e un po’ folli, si danno il cambio tra virtù e vizi
Ma questo è il mio viaggio: un’onda perfetta dove tutto combacia anche quando non sembra
dove ogni mattino è una pagina bianca
di un nuovo destino, di un nuovo cammino
Accolgo più dubbi di un tempo, punto in alto e li sfido
Nel caso le prendo ma almeno vivo
Cammino più svelto, voglio qualcosa che non vedo
Ma Dio, come lo sento
Ho tutto un mondo di speranze e di sogni
Sono illusioni solo se non ci credi
E questo è il mio viaggio: un’onda perfetta dove tutto combacia anche quando non sembra
dove ogni mattino è una pagina bianca
di un nuovo destino, di un nuovo cammino
E’ questo il mio viaggio: si, adesso lo sento
e il senso lo trovo in ogni momento
anche quando non voglio c’è sempre un motivo
mi fido e lo seguo con Fede lo vivo
Ho tutto un mondo di speranze e di sogni
Sono illusioni solo se non ci credi

Tra religione, fede, superstizione, cuore

Questo è il genere di articoli che amo: fa pensare, mette in scacco, coinvolge, interroga. E’ di Arnaldo De Vidi, sempre per Cem mondialità.

cirio.jpg“Abaetetuba (Brasile). Amo la stagione piovosa, che finisce ad aprile-maggio. L’amo perché è la stagione della lumaca, con le attività condizionate-rallentate dai temporali quotidiani. L’amo perché liturgicamente è la «stagione di Cristo», con Natale e Pasqua. Invece mi preoccupa la stagione secca, perché è fatta di attività e ferie, un ossimoro. E perché liturgicamente è la «stagione di tutti i santi». Ogni festa di santo patrono qui è preparata con mesi di anticipo; essa elabora annualmente un tema e uno slogan, un poster e un programma (stampati e venduti); prevede peregrinazioni di mini-statue del santo nelle case in un arco di due settimane, una transladazione, una processione maggiore o cirio, una novena solenne, la festa con processione. C’è propaganda motorizzata, mortaretti, richiami radiofonici e televisivi… C’è anche un programma civile-culturale. Nella sola Abaetetuba, nella stagione secca, ci sono due dozzine di tali feste!

E su questo si concentra la mia meditazione di questi giorni. Le feste dei santi sono legittime manifestazioni della religiosità popolare e tengono lontano il secolarismo. Ma, chiosando Alfred Loisy, io dico: «Aspettavamo il Regno, e sono arrivati i santi». Davanti a tale fenomeno, si rende necessaria la distinzione tra religione e Vangelo del Regno. La missione di Gesù consiste nel Vangelo del Regno. Gesù non voleva mettere fine al giudaismo e fondare una religione che lo sostituisse. Egli è stato «riformatore» della sua religione judaica. La sua riforma mirava, appunto, all’annuncio e alla realizzazione del Regno di Dio sulla terra. Purtroppo con Costantino il messaggio di Cristo è diventato una religione. La teologia latino-americana usa il termine «cristianità» per indicare il cristianesimo-religione, e dice che la cristianità deve morire. Questo è un peso che portiamo; dobbiamo sforzarci di fare del cristianesimo una proposta che fecondi le religioni senza sminuirle e senza identificarvisi. Insomma, il cristianesimo è essenzialmente il Vangelo del Regno, incarnato nella persona di Gesù; ma storicamente è venuto ad assolvere anche al compito psicologico-e-sociale d’essere la religione di persone, popoli e culture. Verrebbe da dire che come religione il cristianesimo non si distingue molto dalle altre. La regola d’oro è la stessa per tutte : «Fa’ agli altri quello che vorresti fosse fatto a te». È il Regno che fa la differenza. Le distinzioni tra conservatori e progressisti, verticalisti e orizzontalisti, profeti e moderati, clero e laici… sono relative. La distinzione decisiva è tra religiosi devoti e discepoli di Cristo per il Regno. Davanti a ogni manifestazione cristiana dobbiamo chiederci: «È nella linea del Regno o solo nella linea della religione?». Benedetto XVI ha parlato di «movimenti pieni di vita» che rendono «quasi tangibili la presenza e l’azione efficace dello Spirito Santo». Ci chiediamo: i movimenti sono nella linea del Regno o della religione? E le feste patronali? … E la Giornata Mondiale della Gioventù Non basta ricorrere al vocabolo «Regno». Il Regno è la realtà di un mondo riconciliato, di figli e figlie di Dio, senza esclusi né oppressi; è il sogno di Dio che è costato la croce. La teologia del Regno è teologia della croce perfino nell’incarnazione. Io credo: la vita vince la morte. Perfino i corpi (e l’universo con loro) risorgono.”

Nell’intimo

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Scrivo? Non scrivo? In questi casi, quando tutti scrivono sul medesimo fatto, di solito taccio, aspetto, e poi butto giù i miei pensieri. E’ che ho letto poche parole in linea con quello che sento dentro. Ho letto parole osannanti da parte di chi non ha mai letto le sue. Ho visto persone tirarlo dalla loro parte come fosse una figurina Panini da inserire nel proprio album. Di lui mi restano , tra gli altri, due ricordi intimi, da non sbandierare ma da sussurrare. Non un ricordo diretto, ma per mezzo dei suoi scritti che mai mi hanno lasciato indifferente, e che mi hanno sempre posto davanti agli interrogativi ultimi:

“Io credo che molti cristiani rimangano al grado iniziale di una certa simpatia umana verso Gesù, senza approfondire la domanda fondamentale che lui pone all’uomo: «Credi in me?»” (Qualcosa in cui credere).

“Gli (a Gesù) domanderei se mi ama, nonostante io sia così debole e abbia commesso tanti errori; io so che mi ama, eppure mi piacerebbe sentirlo ancora una volta da lui. Inoltre gli chiederei se in punto di morte mi verrà a prendere, se mi accoglierà. In quei momenti difficili, nel distacco o in punto di morte, lo pregherei di inviarmi angeli, santi o amici che mi tengano la mano e mi aiutino a superare la mia paura” (Conversazioni notturne a Gerusalemme).

Morire senza Cielo

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Salvador Dalì, Cristo di san Giovanni della Croce, 1951, Glasgow.

“Il Cielo non si trova né in alto né in basso, né a destra né a sinistra, il Cielo si trova esattamente al centro dell’uomo che ha Fede…Ora io non ho ancora la Fede e temo di morire senza Cielo” (Salvador Dalì)