Pubblicato in: Bibbia e Spiritualità, Diritti umani, Etica, Pensatoio, Religioni

Attraverso l’utero

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Questa mattina, andando a lavorare, stavo ascoltando Virgin Radio. All’interno del Buongiorno di Dr. Feelgood e Massimo Cotto, vi è spazio per Beppe Severgini che, in uno dei suoi interventi, fa riferimento al modo in cui è considerata la donna all’interno del mondo islamico. Mi sono allora ricordato di aver salvato da qualche parte un articolo di qualche settimana fa, pubblicato su L’Huffington Post USA e tradotto in italiano da Milena Sanfilippo. L’articolo è stato scritto da Jim Garrison e Banafsheh Sayyad. Certo alcuni punti sono controversi, ma sicuramente è un articolo stimolante e arricchente. Se non altro una voce che non si sente così spesso.
Il profeta Maometto sarebbe scioccato dal modo in cui gli odierni fondamentalisti islamici trattano le donne sotto il loro controllo. Questa repressione viene perpetrata nel nome della Legge Islamica, conosciuta come Sharia. Ma l’attuale repressione delle donne è plasmata dalla cultura e dalla storia. Trova scarso fondamento nel Corano e, di certo, non è in linea con quello che sappiamo sugli insegnamenti di Maometto o sul modo in cui trattava le donne. Fra tutti i fondatori delle maggiori religioni (Buddismo, Cristianesimo, Confucianesimo, Islam e Ebraismo) Maometto fu senza dubbio il più radicale ed il più incoraggiante nel modo di trattare le donne. Probabilmente, è stato il primo femminista della storia.
Si tratta di un aspetto di fondamentale importanza perché, se c’è una sola cosa che arabi e musulmani possono fare per riformare e rigenerare la loro cultura oppressa dalla crisi, questa sarebbe liberare le donne e garantire loro i pieni diritti di cui le altre godono nei paesi del mondo. La parità è la chiave per una vera Primavera Araba.
Tra i fondatori di grandi religioni, Confucio accennava a malapena alle donne ed in tutti i suoi insegnamenti dava per scontato che fossero subordinate agli uomini, all’interno di un ordine patriarcale. Buddha insegnava che le donne potevano diventare sagge, illuminate. Ma per fare questo dovevano essere messe alla prova tre volte, prima che fosse permesso loro di farsi monache. Questo solo a condizione che la monaca sul gradino più alto della gerarchia monastica fosse comunque inferiore al monaco al livello più basso. Nei racconti del Vangelo, Gesù non fa mai commenti espliciti sullo status delle donne, anche se si avvicinò a donne dalla cattiva reputazione o non ebree. Mosè era convintamente patriarcale. Nella Torah, non c’è praticamente nulla che indichi una specifica preoccupazione per i diritti delle donne.
Maometto fu sostanzialmente diverso. Predicò in modo esplicito la parità assoluta tra donne e uomini come principio fondamentale della vera spiritualità e prese diverse misure concrete per migliorare nel profondo lo status e il ruolo delle donne in Arabia, durante la sua vita. Maometto era vicino alla causa delle donne perché era nato povero e diventò orfano molto presto. Era anche analfabeta e illetterato. Sapeva, come pochi altri sanno, cosa significassero la povertà e l’esclusione sociale.
Confucio faceva parte della piccola nobiltà accademica dell’antica Cina. Alla nascita, Buddha era un ricco principe del Nepal. Gesù nacque da un falegname di discendenza reale e all’interno di una stretta comunità ebraica in Palestina. Mosè nacque da una famiglia ebrea e fu cresciuto nel palazzo del Faraone in Egitto. Maometto non ebbe nessuno di questi vantaggi. Per questo, mentre gli altri leader religiosi sembravano mantenere il silenzio sull’oppressione femminile, Maometto innalzò lo stato delle donne facendone una questione di credo religioso e politica di stato. Prendete in considerazione quanto segue:
Nell’Arabia del settimo secolo, l’infanticidio femminile era una pratica comune, Maometto lo abolì. Un detto contenuto nell’Hadith (la raccolta di aneddoti su Maometto) sembra testimoniarlo: Maometto disse infatti che la nascita di una bimba era una “benedizione”. All’epoca, le donne arabe erano considerate una proprietà e non godevano di alcun diritto civile. Maometto garantì loro il diritto di possedere delle proprietà, oltre ad importanti diritti coniugali e patrimoniali.
Prima di Maometto, la dote pagata da un uomo per la sua sposa veniva offerta al padre di lei come parte del contratto tra le due figure maschili. Le donne non avevano voce in capitolo. Maometto dichiarò che le donne dovevano acconsentire al matrimonio e che la dote doveva andare alla sposa, non a suo padre. Inoltre, la sposa poteva tenersi la dote anche dopo il matrimonio. La moglie non era tenuta a utilizzare la dote per spese familiari. Era una responsabilità dell’uomo. Alle donne fu anche concesso il diritto di divorziare dai propri mariti, qualcosa di inaudito per l’epoca. In un divorzio, la donna era autorizzata a prendere la dote con sé.
Alle donne furono estesi anche diritti patrimoniali. Veniva concesso loro soltanto la metà di quanto spettava ai loro fratelli perché gli uomini avevano più responsabilità economiche per le spese di famiglia. Ma con Maometto le donne divennero eredi delle proprietà e dei beni familiari per la prima volta in Arabia. All’epoca, una misura del genere era ritenuta rivoluzionaria.
Lo stesso Maometto veniva spesso visto svolgere “lavori femminili” in casa ed era molto attento alla sua famiglia. Il suo primo matrimonio con Khadija fu monogamo per i 15 anni in cui furono sposati, una cosa rara in Arabia allora. A detta di tutti, erano profondamente innamorati e Khadija fu la prima convertita all’Islam. Incoraggiò Maometto dal suo primissimo incontro con l’angelo Gabriele e dalla rivelazione delle prime sure che avrebbero composto il Corano.
Dopo la morte di Khadija, Maometto sposò 12 donne. Una di queste era Aisha, figlia del suo più intimo amico e alleato, Abu Baker. Le altre erano quasi tutte vedove, donne divorziate o prigioniere. Egli predicava regolarmente che era responsabilità degli uomini proteggere le donne che avevano conosciuto la sfortuna. Questa fu una delle ragioni per cui la poligamia veniva incoraggiata. Furono prese misure anche per l’infanticidio femminile: le donne nel settimo secolo erano molto più numerose degli uomini perché questi venivano uccisi nei conflitti intertribali ogni giorno. Tra le mogli di Maometto, diverse erano povere e indigenti. Lui le prese con sé, insieme ai loro figli, in casa sua.
Nel suo Sermone dell’Addio, pronunciato poco prima di morire nel 632, Maometto disse agli uomini “Voi avete determinati diritti sulle donne, ma anch’esse hanno diritti su di voi”. Le donne, disse, sono “vostre compagne e vostre ausiliarie”. In uno dei detti dell’Hadith, Maometto dice “Gli uomini migliori sono quelli che le loro mogli considerano i migliori”.
Dopo la sua morte, la moglie Aisha assunse un ruolo di leadership nella composizione dell’Hadith mentre un’altra moglie giocò un ruolo primario nella raccolta delle sure che costituiscono il Corano. Ognuna delle 114 sure che formano il Corano, ad eccezione della numero 9, inizia con le parole Bismillah al Rahman al Rahim. Tradotte più frequentemente come “Nel nome di Dio, il compassionevole, il misericordioso”. Il significato più profondo di questa espressione è “Nel nome di Dio, Colui che dà origine a compassione e misericordia dall’utero”. L’invocazione all’aspetto femminile di Allah è la chiave per una rinascita Islamica.
Infine, nel Corano non si accenna alle donne che indossano il velo, l’Hijab. All’epoca era senza dubbio una tradizione in Arabia e le mogli di Maometto lo indossavano per rimarcare il loro speciale status di “Madri dei Fedeli”, ma l’unica cosa che il Corano dice esplicitamente è che le donne dovrebbero vestire “con semplicità”. Maometto disse lo stesso agli uomini. Per lui, la semplicità nel vestire era espressione della semplicità del cuore. Lo stesso Maometto, anche quando era il leader supremo, non indossava mai nulla di più di semplici abiti di lana bianca.
Le riforme di Maometto furono così radicali che lo status delle donne in Arabia e nell’antico Islam era il più elevato di qualsiasi altra società del mondo, all’epoca. Le donne nell’Arabia del settimo secolo godevano di diritti non concessi alla maggior parte delle donne occidentali fino ad epoche recenti, più di mille anni dopo. Il fatto che oggi le donne si ritrovino in una posizione tanto svalutata, in molte delle province arabe/musulmane, è una tragedia e deve essere sanata se la cultura e la civiltà islamiche vogliono prosperare di nuovo come successe durante il Califfato Abbaside (dall’ottavo al tredicesimo secolo), quando la civiltà islamica era un faro luminoso per il mondo. Liberare le donne avrebbe profondi effetti da un punto di vista politico, economico, culturale, artistico e religioso. Porterebbe la Primavera Araba ad un livello completamente nuovo, cosa estremamente necessaria in quei paesi in cui la prima Primavera Araba si è rivelata una morte in utero.
È tempo che l’Islam liberi le donne completamente e che lo faccia sull’esempio di Maometto e sull’autorità del Corano, per cui compassione e misericordia sono le caratteristiche principali di Allah.”

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Dietro il velo

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Un articolo molto interessante di Marco Palillo, pubblicato poche ore fa su L’Huffington Post. Argomenti? Francia, laicità, Europa, femminismo, velo islamico, donne, islam…
La ministra socialista francese della Famiglia, Laurence Rossignol ha recentemente rilasciato una dichiarazione fortemente provocatoria sul velo indossato dalle donne islamiche “Ci sono donne che lo scelgono come c’erano negri americani favorevoli allo schiavismo”. Il parallelo fra velo e schiavismo dei neri è molto interessante e rivela inconsciamente alcuni nodi irrisolti del dibattito europeo su multiculturalismo e identità religiose.
La questione del velo in Francia ha infatti più a che fare con la storia nazionale della Repubblica francese – incluso il periodo colonialista e la tragedia dell’Algeria – che con i recenti attacchi terroristici di Parigi. Già nel 2004 il tema fu affrontato in un tumultuoso dibattito sulla controversa legge che proibiva il velo nelle scuole. Anche allora il movimento femminista francese si divise in maniera significativa: da un lato, alcune donne identificarono quella battaglia con gli ideali di laïcité repubblicana, dall’altro alcuni gruppi femministi, condannarono fortemente la legge bollandola come islamofoba e sessista. Fra questi, la più celebre è senza dubbio Christine Delphy, leader storica del femminismo materialista, cofondatrice con Simone de Beauvoir della rivista “Nouvelles Questions Feministes”. Delphy in un articolo pubblicato dal Guardian definì il divieto del velo come parte di una più ampia strategia anti-Islam iniziata in Francia 40 anni prima e accusò le femministe favorevoli al divieto di farsi strumentalizzare, come già accaduto per esempio durante la guerra in Afghanistan, da chi utilizza i diritti delle donne per sostenere altre battaglie. Secondo Delphy “se le donne musulmane sono un’oppressa minoranza, andrebbero abbracciate, capite, non attaccate o private di un diritto fondamentale, come quello all’istruzione”.
La Delphy ha ragione quando smaschera l’ipocrisia di una battaglia ideologica che si sta facendo sul corpo delle donne (sia islamiche che non islamiche) ma che nasconde altri fini. Innanzitutto, l’esigenza di riempire un vuoto politico prodotto dall’incapacità delle classi dirigenti occidentali di affrontare le complessità prodotte dalla globalizzazione e dalle migrazioni internazionali. In questo quadro di grande ipocrisia, incapacità e malafede, le donne islamiche sono rimaste schiacciate fra due sistemi patriarcali che vogliono utilizzarle ognuno a proprio piacimento: da un lato, il mondo islamico fondamentalista, che le tratta come esseri inferiori, a volte come merci; dall’altro l’occidente che vuole utilizzarle per fare una battaglia contro i maschi islamici, cacciandoli via dalla fortezza Europa.
Insomma, dai fatti di Colonia in poi, è evidente che nello scontro fra islam-occidente, le donne, le loro libertà, i loro corpi, non contano proprio nulla. Se contassero qualcosa, le donne islamiche non verrebbero costantemente rappresentate come delle povere vittime, senza capacità di discernimento o scelta, e dunque sempre assolte, assistite o compatite.
Pensiamo al caso più paradossale delle giovani islamiche che si sono unite al Califfato. Queste ragazze vengono raccontate dalla stampa come delle povere indifese circuite da Imam, ovviamente maschi, finite nelle mani di crudeli mariti in Siria che le segregano. Eppure la cronaca ci insegna che non è così, nella maggior parte dei casi si tratta di donne educate, occidentali, che decidono di unirsi all’ISIS, come i loro commilitoni maschi, prendendo aerei e viaggiando di nascosto raggiungendo spesso da sole il confine siriano dalla Turchia. Musulmane sono anche le soldatesse curde che ai terroristi dell’ISIS sparano con i kalashnikov o le attivista yazide, che stanno cercando di liberare le loro sorelle divenute schiave sessuali dopo la presa del Sinjar.
Insomma la ministra Rossignol, nella sua dichiarazione impacciata rivela due grande verità:
il femminismo europeo (specie quello della sinistra tradizionale) non ha fatto pace con l’autonomia e la soggettività delle donne islamiche, anzi tende a negarle ogni volta che può;
il pensiero femminile europeo non è stato influenzato adeguatamente dal femminismo intersezionale di matrice americana che mette in rilievo come non esista un’unica voce femminile valida per tutte le donne, ma che le differenze prodotte dall’intersezione del genere con i molteplici aspetti che compongono l’identità (classe sociale, etnia, la religione, l’orientamento sessuale) presuppongano più femminismi e il riconoscimento delle differenze non solo tra maschile e femminile, ma anche tra diversi gruppi di donne.
Ecco perché il paragone con gli schiavi afroamericani della Rossignol è assai rivelatorio. Le donne musulmane vengono dipinte comunque come esseri inferiori, costantemente vittime, sia dai loro difensori che dai loro nemici. Soggetti senza voce, a cui le donne occidentali, rivendicando il proprio privilegio, devono sostituirsi (per il loro bene, s’intende) anche quando si tratta di scelte come l’abbigliamento personale e la fede religiosa. In pratica, vogliamo liberare le donne musulmane, sostituendo i maschi islamici (padri, mariti) che parlano e decidono per loro, con altre donne (questa volta occidentali) che però continuano a parlare e a decidere a loro posto. Facendo così si rischia di vanificare l’operazione – questa sì veramente libertaria e rivoluzionaria – di cambiamento sociale portata avanti dalla stragrande maggioranza di giovani islamiche europee, che si sentono pienamente parte della cultura occidentale, aderendo in toto negli stili di vita, costumi, e valori, ma che non vogliono rinunciare alla propria identità etnica-religiosa, di cui il velo è un chiaro simbolo storico-culturale.
Lo racconta bene Amara Majeed, studentessa in neuroscienze alla prestigiosa Brown University, in una lettera aperta alla ministra Rossignol pubblicata da Bustle. Quando a quattordici anni decise di indossare lo hijab, la domanda più frequente fu “sono stati i tuoi genitori a importelo?”. La Majeed raccontando la sua scelta personale, frutto di una libera scelta senza costrizioni, afferma che “il velo le copre la testa non il cervello”. E forse questa rivendicazione di auto-determinazione femminile che spaventa più di ogni altra cosa? Per questo motivo, Amara ha lanciato un esperimento sociale, The Hijab Project, in cui invita le donne di tutte le fedi e razze, a indossare il copricapo islamico per un giorno, raccontando poi l’esperienza sul suo blog. Il progetto che ha riscosso grande attenzione dai media occidentali, dalla BBC a Good Morning America, mira a promuovere l’empowerment delle donne islamiche, facendo capire alle donne occidentali cosa si provi a vivere con il velo. Per Majeed indossare il hijab è una scelta femminista, di ribellione rispetto a un mondo che mercifica e sessualizza costantemente le donne, dalle copertine dei giornali alle molestie sessuali. In questo, sorprendentemente, Amara Majeed riecheggia la ministra francese Rossignol che in un’intervista al Corriere, paragona il velo agli abusi di chirurgia estetica. Chi scrive ovviamente non è d’accordo con nessuna delle due, essendo assolutamente favorevole tanto al velo quanto alle labbra a canotto se frutto di consapevole scelta; allo stesso tempo ritengo però che questo dibattito interculturale tra donne sia una grande ricchezza, perché il tema del velo riapre questioni irrisolte che danno ancora fastidio: il riconoscimento delle soggettività femminili, la libertà di scelta delle donne e l’autodeterminazione sul proprio corpo.
Sia Rossignol che Majeed infatti si interrogano su un sistema simbolico – il velo e la chirurgia estetica – creato dal potere maschile, dalle sue regole e dei suoi canoni estetici, anche se in due culture differenti. Ecco, che allora se da un lato il dibattito sul velo va fatto con le donne musulmane e non al posto loro, non bisogna dimenticare che questo dibattito non è neutro perché avviene comunque all’interno dello scontro fra due sistemi patriarcali, quello occidentale e quello islamico. Essere femministe o femministi, oggi, significa non fare sconti a nessuno dei due, ma soprattutto non farsi strumentalizzare da nessuno dei due.
Le femministe occidentali non devono farsi portavoce delle donne islamiche, soprattutto quando le uniche che frequentano sono le proprie colf. Ecco che la pletora di articoli in stile “io ti salverò”, intrisi di paternalismo e buonismo, non è più accettabile. In questo senso, sono più oneste le commentatrici di destra, alla Fallaci, che vedendo nell’Islam un nemico, vedono le donne islamiche alla stregua dei maschi un avversario da battere. Inoltre, le femministe occidentali, che come me non credono nello scontro fra civiltà, ma semmai fra patriarcati, non possono essere così ingenue da non problematizzare il proprio privilegio che le rende così distanti – quasi aliene – rispetto alle donne musulmane, nonostante la biologia e l’anatomia.
Dall’altra parte, le femministe islamiche non possono però chiederci di non vedere le crudeltà e la violenza inflitte nelle comunità islamiche nei confronti delle donne, delle minoranze religiose, o degli omosessuali. La laicità è un valore irrinunciabile per l’Europa, conquistato con grande fatica e molti sacrifici: non siamo perciò disposti a nessuna forma di indulgenza motivata su basi culturali o religiose verso quelle pratiche che limitino le libertà o il principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti la legge. Inoltre, le nostre amiche e sorelle islamiche devono avere il coraggio – molte già lo fanno a dire il vero – di aprire una discussione franca su questo con i loro uomini, sfidandone il potere se serve. Noi dobbiamo sostenerle, ma non possiamo e non dobbiamo sostituirci a loro.
Su questi basi si può aprire una vera discussione paritaria fra donne (e uomini) di diverse culture, religioni, classi sociali, che superi lo scontro di civiltà, gli stereotipi, le caricature, per regalarci un vero incontro fra civiltà, non basato sulla stucchevole retorica buonista che non porta da nessuna parte, ma su un mutuo riconoscimento della differenze all’interno di una più ampia politica delle identità.”

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Gemme n° 149

E’ una canzone che mi piace molto. A metà si sente la voce di una donna (tra l’altro non molto femminile) che parla della condizione delle donne in generale. Penso che l’uguaglianza dei sessi non esista ancora, magari più in Europa che altrove. Evviva le feminist!”. Così E. (classe terza) ha presentato la sua gemma.
Canta Beyoncé: “Insegniamo alle ragazze a tirarsi indietro, a farsi sempre più piccole. Diciamo loro «Puoi avere delle ambizioni ma non così tanto. Potresti desiderare di essere una donna di successo ma non così tanto successo. D’altronde sei sottomessa all’uomo»”. Qualche giorno fa, leggevo sul sito del Corriere un articolo dal titolo curioso: “Quei 3 mesi di matematica che mancano alle bambine”. Ci si interrogava: “Come mai le ragazze italiane in matematica a quindici anni sono mediamente tre mesi indietro rispetto ai loro coetanei?”. La conclusione era: “I genitori ancora pensano a carriere diverse per i figli e le figlie. Basta sfogliare i dati: un papà su due crede che il proprio figlio (maschio) possa poi trovare un lavoro in ambito scientifico-tecnologico, dall’ingegneria alla chimica, mentre lo stesso genitore, di fronte alla domanda su che cosa possa fare sua figlia, soltanto in un caso su sei pensa che possa finire con l’appassionarsi a materie scientifiche e dunque poi ad un lavoro che abbia a che fare con la scienza o la tecnologia. Le mamme condividono queste scelte, e a dimostrare che i pregiudizi sono difficili da scardinare, il tipo di lavoro della mamma non influenza le scelte delle figli. In più l’Italia «è l’unico Paese dove tali differenze sono particolarmente accentuate nelle classi socio-economicamente più svantaggiate», scrivono gli esperti dell’Ocse. Si capisce perché un ragazzo su cinque pensa di lavorare nell’ambito scientifico e soltanto una ragazza su venti, a quindici anni, «osa» immaginarsi in una carriera scientifica: spesso nessuno si occupa del suo «orientamento». L’occasione ora è cercare di invertire questo circolo vizioso. E nel rapporto c’è un suggerimento preciso: la soluzione è affidata ai professori e alla scuola. Se si riuscirà a formare e preparare docenti capaci di usare metodi didattici che includono e favoriscono l’autostima delle studentesse, c’è un ampio margine di miglioramento. È questa una delle sfide vere della scuola, perché «un ragazzo/a che è realizzato nel suo potenziale di studente — scrivono gli esperti dell’Ocse — sarà bravo nel suo lavoro e persino innovatore nella società». L’appuntamento è al prossimo rapporto, fra tre anni.”.
Sarei a questo punto curioso di sapere quale percentuale di madri e padri crede che il proprio figlio (maschio) possa poi trovare un lavoro come insegnante…

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Gemme n° 76

Questa gemma è già stata presentata in un’altra classe e quindi appare già qui sul blog, ma non ho impedito la ripetizione della gemma, in quanto la stessa cosa può essere diversamente significativa per ciascuno di noi.
Commentandola, S. (classe seconda) ha affermato: “Ritengo sia un video molto importante per sfatare lo stereotipo secondo cui l’uomo sarebbe migliore della donna. Penso che le donne siano troppo sottovalutate e non trovo sia giusto: siamo tutti uguali con uguali diritti”.
Riprendo un breve racconto emblematico: «Un professore di inglese una volta ha scritto alla lavagna questa frase: “woman without her man is nothing” e ha chiesto ai suoi alunni di inserire la punteggiatura; i ragazzi hanno scritto “woman, without her man, is nothing”; le ragazze hanno scritto “woman! without her, man is nothing!”». Purtroppo lungo è ancora il sentiero per arrivare al concetto di umanità che comprenda tutti sullo stesso livello.

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Gemme n° 11

Prof, so che ha dato circa 5 minuti per presentare la gemma. Io avrei portato il discorso di Emma Watson all’ONU, ma dura circa 11 minuti” mi ha detto S. (classe seconda) appena ho finito di montare pc e proiettore. “Beh, vediamo” le ho risposto.

In quegli 11 minuti non è volata una mosca, c’era un silenzio di attenzione e condivisione. Ha aggiunto S. “Ho scoperto questo video per caso, però mi ha molto colpito perché secondo me c’è molta confusione sul nome e sul concetto di femminismo. Quello che ha detto Emma Watson mi è piaciuto e l’ho voluto condividere con la classe”. Riprendo uno dei concetti e slogan citati due volte e usati anche per altre occasioni: “se non io, chi? se non ora, quando?”.
Se poi qualcuno desidera leggersi con calma il suo discorso, ecco qui: Emma Watson all’Onu

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Islam: oltre il femminismo

Chi segue il blog in modo regolare sa che pubblico articoli lunghi solo se ritengo che ne valga la pena (in ogni caso parere personalissimo). Oggi, mentre navigavo su Sconfinare, il sito del giornale creato dagli studenti del SID (Scienze Internazionali e Diplomatiche) di Gorizia, mi sono imbattuto in questo bell’articolo di Elena Tuan sul ruolo moderno della donna nell’Islam.

stor_9937908_04410.jpg“C’è il femminismo, c’è l’Islam e c’è anche il femminismo islamico. Un movimento germogliato e influenzato sì dal pensiero di molti intellettuali e teorici, ma concretizzatosi spesso più semplicemente come manifestazione spontanea di protesta in seno alle disuguaglianze che ancora caratterizzano molte, sebbene diverse, realtà del mondo islamico. Tra le istanze che le femministe islamiche richiedono vi è l’uguaglianza di genere, la possibilità di partecipare alla riflessione teorica sui Libri Sacri della religione per dar vita a una vera e propria riforma di fondo del fiqh, la giurisprudenza islamica, metterne quindi in luce le interpretazioni maschiliste che hanno costretto per secoli la donna ad essere sottomessa all’uomo, all’interno della famiglia e della società. Dunque una discriminazione di genere che secondo molte attiviste, tra cui Fatima Mernissi, può essere ricondotta all’Islam, ma non al Corano.

Nella formulazione di tali rivendicazioni confluiscono componenti sia esterne che interne: esterne, come l’ispirazione che hanno fornito i movimenti europei ed occidentali in genere, che si sono battuti per ottenere maggiore giustizia, libertà, democrazia; interne, come la maggiore consapevolezza acquisita dalle donne e l’esigenza, proveniente per lo più dal ceto medio e più istruito, di rivendicare i propri diritti, tra cui anche quello di occupare un ruolo attivo all’interno della società. Spesso infatti la società islamica si propone come patriarcale e maschilista, conseguenza di una netta divisione sessuale del lavoro, secondo cui alla donna apparterrebbe il ruolo di moglie e madre, quindi il dovere di occuparsi della casa e della crescita dei propri figli; mentre all’uomo, responsabile invece del sostentamento economico della famiglia, spetterebbe la sfera della società, dell’azione e della parola. Interessante è il fatto che nella maggior parte dei casi sono le stesse femministe islamiche a rifiutare la definizione di “femministe”, sia perché forte è la volontà di mantenere e affermare con orgoglio la propria identità culturale e religiosa (si intende rispetto a quella occidentale), sia perché identificarsi come “femministe” può essere causa di fraintendimenti in ambienti in cui queste tematiche talvolta vengono ancora percepite come tentativi di soverchiare l’ordine e i valori della tradizione. Anche per questo motivo, diversi intellettuali e docenti, tra cui anche donne come Haideh Moghissi o Shahrzad Mojab, considerano l’espressione “femminismo islamico” un ossimoro e guardano con freddo disincanto a tale movimento, ai loro occhi una contraddizione che tenta di indossare una maschera che non gli appartiene né per cultura né per tradizione. Un modo, quello di definirsi islamico, per evitare la censura o, nei casi in cui l’Islam politico non ammetta pluralismo culturale, la soppressione.

Nonostante ciò, la determinazione e il coraggio con cui tali donne lottano per ottenere maggiore uguaglianza non perde vigore. La forza del femminismo islamico sembra essere scaturita in particolar modo nella seconda metà dello scorso secolo, quando il progetto islamista di tornare alla piena implementazione della shari’a, la legge sacra islamica, ha spinto molte donne all’attivismo. L’avvento dell’Islam politico, a partire dalla rivoluzione del 1979 in Iran, è stato il “casus belli” per le aspirazioni femministe, perché da un lato ha reso evidente la discrepanza tra i valori coranici e le politiche patriarcali effettuate in nome della religione islamica, dall’altro ha donato alle stesse donne il linguaggio e la legittimità di cui avevano bisogno per formulare domanda per maggiore uguaglianza attraverso un uso appropriato delle fonti.

E’ così che le donne hanno iniziato a sostenere la sostanziale differenza tra shari’a, legge divina e non soggetta ad alcun cambiamento, e fiqh, legge determinata storicamente dall’uomo, che non deve essere santificabile, ma passabile di correzioni e modifiche. Ad aggiungersi a ciò un’interpretazione/traduzione maschilista e patriarcale dei Testi Sacri, che spesso ha portato l’uomo a formulare ex novo certi hadith (detti e usanze che la tradizione riconduce al Profeta Muhammad), che avrebbero favorito il mantenimento dell’egemonia maschile e la subordinazione del genere femminile. Per l’anima teologica del femminismo islamico è quindi necessaria una reinterpretazione dei Testi Sacri per ottenere la definitiva separazione degli stessi dal patriarcato che per secoli ne ha mantenuto il monopolio.

Il femminismo islamico ha anche una seconda anima, quella movimentista, che spesso si concreta nell’adesione a ONG, associazioni, siti Internet che operano a diversi livelli per l’affermazione dei diritti femminili. Per citarne alcune:

  • Sisters in Islam, un’ organizzazione malese che opera a livello internazionale e che ha esordito ufficialmente nel 1990 con una campagna contro la poligamia, seguita da una contro la flagellazione, l’ottenimento di maggiore protezione e diritti per combattere la violenza esercitata sulle donne;

  • Musawah, Movimento globale per l’uguaglianza e la giustizia nella famiglia musulmana, punto di riferimento per le operatrici di settore a livello internazionale e interlocutore dell’ONU nel programma di accertamenti periodici volti a controllare che i Paesi firmatari del CEDAW, Convenzione per l’Eliminazione di ogni forma di Discriminazione contro le donne, adottata dal Consiglio delle Nazioni Unite nel 1979, rispettino la convenzione;

  • Kamarah, Donne musulmane avvocato per i diritti umani, che punta soprattutto alla necessità di informare in materia di diritto islamico le donne, garantendo loro la capacità di sviluppare con efficacia il loro discorso giuridico in seno alle comunità da cui provengono;

  • Akder, Organizzazione per i Diritti delle Donne contro la Discriminazione, nata nel 1999 per iniziativa di un gruppo di professioniste e studentesse turche cacciate rispettivamente dai propri posti di lavoro ed università perché avevano rifiutato di togliersi il velo, che opera facendo pressioni sui parlamentari per migliori condizioni legislative e riforme, assiste legalmente le vittime di violenza e preme sui consigli comunali per l’assegnazione di case protette per le donne vittime di abusi e per i loro figli. Secondo recenti statistiche infatti almeno una donna su tre in Turchia ha subito molestie sessuali o forme di violenza nel corso della propria vita.

Il fenomeno della globalizzazione e l’intensificazione dell’uso delle comunicazioni di massa ha contribuito all’aumento della cooperazione e del livello di coordinamento sia a livello locale che a livello internazionale tra le varie associazioni, che non raramente organizzano meeting e riunioni per eventuali aggiornamenti o ratifiche, o più semplicemente per valorizzare la diffusione e riaffermare quegli stessi valori di cui si fanno portatrici. Purtroppo, uno tra i più rilevanti problemi delle organizzazioni femministe islamiche sono i finanziamenti, che raramente provengono dagli Stati in cui tali movimenti hanno origine, ma piuttosto da organizzazioni, gruppi e privati di Stati occidentali. La Fondazione Studio e Ricerca delle Donne, una delle ONG più affermate in Iran, è ad esempio finanziata in parte dal Ministero dell’Istruzione ed è stata tra le prime a sponsorizzare la pubblicazione di uno studio del Corano in prospettiva femminile redatto da una donna; la sopra citata Kamarah può contare su invidiabili risorse umane e finanziarie, in minima parte riconducibili al mondo musulmano e per lo più appartenenti invece al mondo occidentale. Basti pensare che nella schiera dei suoi finanziatori si trova anche Bill Gates.

Grazie a una maggiore consapevolezza, un grado migliore d’istruzione, una conoscenza più approfondita dei Testi Sacri e grazie anche al proprio carisma, oggi sempre più donne islamiche si stanno conquistando il tanto agognato ruolo attivo all’interno della società. In ambito religioso possono essere istruttrici all’interno di moschee e madrasa, interpreti della parola islamica, lettrici di preghiere, capi di moschee femminili; in ambito sociale possono operare in centri e reti associative, reti televisive, giornali e riviste, svolgere le professioni di medico, avvocato, autista di taxi ed autobus, membro del Parlamento. Oggi il 30% delle cariche parlamentari in Iran è riservato alle donne, purtroppo non tutti i seggi vengono occupati perché vi è ancora diffidenza, anche da parte delle donne stesse, a votare le proprie compagne sia per il timore delle autorità al potere sia perché non è ancora considerato “normale” pensare alle donne in termini di rappresentanza politica ed istituzionale. Anche nell’ambito dello Sport molte donne hanno lottato per ottenere maggiori libertà e diritti, tra queste spicca maggiormente l’attivista Faezeh Hashemi Rafsanjani, che ha fondato nel 1991 la Federazione dei Paesi Islamici per la solidarietà femminile nello Sport. Tale associazione ha dotato le donne di maggiori libertà e ha permesso successivamente l’organizzazione di olimpiadi speciali per le sole atlete, un traguardo notevole se si considera che con l’affermarsi del fondamentalismo islamico alle donne fu vietato anche il semplice andare in bicicletta. Alcune attiviste però sostengono che i risultati raggiunti, anche se notevoli, non siano sufficienti, poiché se da una parte le donne stanno conquistando sempre più spazio e garanzie in ambito lavorativo, sociale e politico, dall’altra le leggi in tema di diritto di famiglia sono ancora troppo deboli e ciò che non cambia è la situazione di oppressione e sfavore che esse vivono all’interno della propria casa, dove a volte subiscono violenza fisica, stupro coniugale, o nel peggiore dei casi sono vittime del delitto d’onore, ancora molto diffuso. Vi sono Paesi come la Turchia, che già da un decennio ha provveduto a varare leggi in cui si afferma l’equiparazione tra i coniugi, l’uguaglianza di genere in termini legislativi, la criminalizzazione dello stupro coniugale e vi sono Paesi come l’Arabia Saudita o gli Emirati Arabi, in cui il codice di famiglia e la stessa shari’a continuano a essere interpretati alla lettera e in questo modo la discriminazione e la disuguaglianza di genere riaffermate e consolidate all’interno della società.

Come afferma German Martin Munoz, docente all’Università di Madrid, il mondo occidentale risulta riguardo queste tematiche particolarmente influenzabile ed influenzato dai massmedia, che hanno il ruolo non solo di fornire l’informazione su determinati fenomeni, fatti ed eventi, ma anche di perpetuare gli schemi culturali e gli stereotipi con cui questi vengono rappresentati. E’ così che ai nostri occhi spesso, o meglio, a prescindere, la società e la cultura araba vengono definite come immobili e conservatrici, determinate più dalla religione che dai cambiamenti sociali, economici, politici in atto. Al contrario la nostra società e la nostra cultura vengono considerate intrinsecamente buone e giuste, per questo migliori. Un atteggiamento, il nostro, riconducibile allo scheletro di un passato modernista e a un presente cosmopolita non privo di venature tendenzialmente etnocentriche. Sotto molti aspetti, non lo si può negare, la nostra società è più equa ed evoluta in numerosi ambiti, a partire da quello legislativo e politico, ma ciò non significa che le nostre democrazie siano sempre efficienti, che le nostre leggi vengano sempre rispettate, o che si sia raggiunta effettivamente l’uguaglianza di genere. Agli occhi di noi occidentali, immersi in una società secolarizzata dove i valori che vengono esaltati e rispettati sono spesso l’individualismo, la competizione, il successo, l’apparenza, appare probabilmente incomprensibile e arretrata una società in cui i valori più importanti sono quelli pronunciati e dettati dalla religione. Così il velo che indossano le musulmane per noi non è e non può essere simbolo della volontà di manifestare un’integrità culturale e religiosa riconducibile a una tradizione fortemente sentita e condivisa (può darsi anche imposta), ma solamente una limitazione ingiusta e un mancato raggiungimento dei diritti fondamentali dell’individuo. La donna velata è vittima del fondamentalismo, ma è anche vittima di un’incomprensione culturale occidentale che non accetta e non riconosce di poter compiere valutazioni errate. L’Occidente vede la donna islamica come uno strumento nelle mani degli uomini e della religione, priva delle proprie libertà e ancorata a degli schemi culturali discriminanti, tanto quanto vuole far finta di non vedere la “velina occidentale” come il proprio oggetto di desiderio e bellezza, ancorata purtroppo anch’essa a degli schemi culturali analogamente discriminanti.”