Gemme n° 385

Ho portato come gemma la sequenza di un film che consiglio perché ricco di scene e discorsi belli e commoventi: questa è una delle mie preferite”. Così si è espressa M. (classe quarta).
Riporto la frase del film tratto da “Novecento” di Alessandro Baricco: “Sapeva leggere Novecento, non i libri. Quelli sono buoni tutti. Sapeva leggere la gente, i segni che la gente si porta addosso, posti, rumori, odori. La loro terra, la loro storia, tutta scritta addosso. Lui leggeva e con cura infinita catalogava, sistemava, ordinava in quella immensa mappa che stava disegnandosi in testa. Il mondo magari non l’aveva visto mai, ma erano quasi trent’anni che il mondo passava su quella nave. Ed erano quasi trent’anni che lui su quella nave lo spiava. E gli rubava l’anima.” Novecento lo fa attraverso un pianoforte; a me piace farlo da dietro l’obiettivo di una macchina fotografica. Immortalare una persona sconosciuta, immaginarne la storia, i pensieri, le emozioni; farli miei, darne un’interpretazione personale. Non è detto che corrisponda alla verità, non è quello che conta.

Visibile e invisibile dell’arte

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Ho avuta la fortuna di avere due ottime colleghe di Storia dell’arte, Paola e Anna. Con una di loro ho collaborato durante l’anno (abbiamo insegnato insieme in tre corsi), con l’altra avevamo solo due classi comuni e la sto conoscendo meglio su facebook, scoprendo un mondo sorprendente. A loro ho pensato leggendo queste parole di Pierangelo Sequeri su un libro che ho appena terminato: “E’ diventato persino doloroso percepire la diffusione epidemica dell’asfissiante vuotezza di quel luogo comune nel quale si riassume la qualità dell’arte: «ci ha regalato emozioni». E’ un modo per non dire niente dell’arte, e delle sue immense corposità spirituali, ammiccando all’idea che, nell’indistinto dell’emozione, si è anche detto tutto quello che c’era da vedere, da sentire e da pensare. E’ il segno più eloquente della morte dell’arte. L’artista si svena per incorporare racconti di pensiero e visione di mondi, e l’utente finale non ha più parole e mente per riceverli. Ha provato emozioni. Ecco tutto. L’enorme lavoro spirituale e mentale dell’arte sincera e più sensibile all’impensato e al non percepito della vita quotidiana, affoga nell’indistinto di un generico senso di benessere e di eccitazione. In questa afasia della mente e dell’anima sensibile è proprio il visibile a morire, nella sua abissale eccedenza di riflessi dell’invisibile. Ed è proprio così che l’invisibile è perso. Narcosi e anestesia dei sensi spirituali, ecco cos’è l’arte come strumento del mero godimento senza mediazione di parole e racconti.” (Pierangelo Sequeri, Non ti farai idolo né immagine)

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Tra ieri sera e stamattina: sguardi

Percoto 2015_0108 copia fbLasciarsi meravigliare, farsi stupire, permettere al nuovo di essere ospitato dentro di noi. Sono convinto che questa sia una delle più grandi risorse che possiamo avere. Penso si tratti di una capacità, non di un talento. Il talento lo puoi coltivare, ma o ce l’hai o non ce l’hai. La capacità la puoi costruire, allenare, far crescere. Cogliere il positivo in quello che si vive, accennare un sì invece che un no, aprire alla possibilità. Mi piacerebbe che diventasse abitudine, stile di vita; pena il perdersi delle cose. Arrivare ogni sera nel letto , rivolgere lo sguardo alla giornata che si è vissuta e poter dire: oggi mi porto a casa queste cose belle. E allenarci a guardarle, a scorgerle, a notarle: e sottolinearle.
Questo è lo scopo del lavoro delle gemme che ho impostato quest’anno. Questo è il motivo per cui vengo preso dal rammarico quando vedo dei ragazzi di 18-19 anni che dicono no a una possibilità di ascolto e conoscenza, QUALSIASI possibilità di ascolto e conoscenza (stamattina), e per cui decido di scrivere queste parole. Questo è quello che mi fa sobbalzare il cuore di gioia quando vedo ragazzi mettere la passione in quello che fanno (ieri sera).
Che quello sguardo non si chiuda: ritengo sia lo sguardo della vita sulla vita.

(Essere) a picco

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A volte sento l’esigenza di essere a picco. Non di andare a picco, di essere a picco. Mi viene in mente il viaggio di nozze in Irlanda e il fascino delle Cliffs of Moher: la sensazione provata lassù è stata unica. Ci sono momenti in cui ci ritorno con la mente: è quando sento il bisogno di avere uno sguardo d’insieme sulle cose, di mettere distanza tra me e loro. E quello sguardo deve partire dalla mia base, ma senza che io abbia i piedi in acqua: il mare deve arrivare fin sotto a me, ma i piedi devono restare all’asciutto, altrimenti so che mi farei coinvolgere dalle onde e l’attrazione sarebbe troppo forte, l’oggettività se ne andrebbe. Lassù sono lontano dai moti del mare, sia la tempesta che la bonaccia, ad una distanza che fa perdere i particolari e sfuma i confini; i dettagli non si colgono, i bordi delle cose non sono netti. A volte lo sento necessario, per respirare meglio, per essere nella calma e vivere la contemplazione. Scrive Paola Mastrocola in “Palline di pane”: “Le case a picco hanno un panorama stupendo, niente da dire, ma sono lontane, hanno un’infinita lontananza… E il mare, dalle finestre di queste case, diventa una specie di cartoncino azzurro opaco uniforme, steso lì davanti agli occhi, inerte. Cosa me ne faccio di un pezzo di carta? Quello è un mare che non canta, non muove, non ride tra gli scogli, non sommerge, subbuglia, frastorna. Non dice niente.”
A volte, quel mare, a me, dice tanto.

Il bianco e il nero

Oggi la connessione internet casalinga mi ha fatto impazzire. Scrivo solo ora che sono riuscito a configurare sul nuovo pc la penna wind. E lo faccio brevemente con uno spunto di Khalil Gibran tratto da Sabbia e spuma.

“Alcuni di noi sono come l’inchiostro e altri come la carta.

E se non fosse per il nero di alcuni di noi, alcuni di noi sarebbero muti.

E se non fosse per il bianco di alcuni di noi, alcuni di noi sarebbero ciechi.”

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